sabato 28 marzo 2026

A Milano è sempre resurrezione

Longhi rifà il “Miracolo a Milano” di De Sica e Zavattini molto diverso da quello “poetico” originale, ma sulla doppia traccia che De Sica stesso enunciava ai cronisti che lo avevano scovato sul set milanese – prima quindi del montaggio del film, della storia come poi si è veduta: “Milano non sa quanta materia di cinema contenga”. E spiegava: “Di cinema realista e poetico: la sua gente, voglio dire, e anche il suo paesaggio, eguale e livellato: questo Prato dell’Ortica, questi treni che passano a ogni minuto, queste baracche rappezzate, con sullo sfondo i falansteri di cemento, zeppi di uomini-formiche”. Montandolo come un dramma, più che come la commediola fiabesca originale. Rimpolpandola come uno storione di Milano quale era e come è cambiata. Nelle statistiche, più volte aggiornate, nei modi (i personaggi), nel linguaggio. La Milano com’era e com’è facendo culminare in un sermoncino della Madunina, scesa dal pinnacolo del Duomo per celebrarla. Celebrare la città e insieme spronarla, nella lingua che ha dimenticato o trascura, e anche, nella stessa lingua, per ammonirla.
Il miracolo di De Sica e Zavattini ripreso a teatro, per una doppia celebrazione, dei 75 anni del film e degli ottanta del “Piccolo”, l’istituzione milanese voluta da Paolo Grassi e Giorgio Strehler, il primo teatro stabile d’Italia – oggi forte di ben tre sale, la Grassi e il Teatro Studio Melato oltre al Teatro Strehler, e di una scuola di recitazione ambita. Molto manipolato da Longhi. Che ha preso il film di De Sica e Zavattini, con l’idea del riscatto, della rigenerazione, al lume della bontà, e con alcuni personaggi, alcuni aneddoti, partendo dalla scoperta iniziale della bontà sotto il cavolo, e il funerale del vecchio, ma come un canovaccio. Sul quale ha innestato numeri, canzoni, eventi storici, buoni propositi e inevitabili fallimenti, fantasie, racconti, per uno straordinario spettacolo d’attualità.

Sui due binari indicati da De Sica un altro tipo di spettacolo, che ha più del grand opéra che della fiaba originale. Il poetico diventa didattico o anche magico, o stregonesco. Il reale, il mondo piccolo dei senza dimora marginalizzato, che diventa invece attore e in qualche modo protagonista del cambiamento – del “miracolo” economico, che la statistica periodicamente accerta e fa valere in scena. Con molti arricchimenti. Totò il Buono, il santo miracoloso del film, è rimpolpato dalle fantasie adolescenziali di Peer Gynt, con Ibsen quindi (Ibsen in esilio volontario a Ischia, libero da nebbie e ubbie) sovrapposto a De Sica e Zavattini – una performance straordinaria di Guanciale. Sulla base del didatticismo alla Brecht – “vi spieghiamo cosa state vedendo”. E con una spruzzata, verbale invece che pittorica, di milanesità (a opera del linguista Gino Cervi - anche quando si tratta di versi di Zavattini, tradotti dal luzzarese: è un recupero, Milano ha dimenticato il dialetto), alla maniera delle figurine di Bruegel il Vecchio, “Proverbi fiamminghi”.  Il film era di caratteri, il miracolo di Longhi è di cose - con sconfinamenti inevitabili nella speculazione edilizia, un tormentone (dei cappelli, per la verità sinonimo meridionale di notabili). Ma nel quadro di una celebrazione eccezionale della città, ieri e oggi.
Uno spettacolo ambizioso, con molta storia e affollati cambi di scena, di personaggi, di situazioni. Con scene, costumi e ritmi alla Brecht, di un teatro che immediatamente si autodenuncia o autodenuda – la solita bugia del “questa è realtà, non finzione”. In una spettacolarizzazione alla Ronconi, alla cui scuola Longhi si ascrive. Per una recitazione tumultuosa e svelta di tre ore abbondanti. Retta da un cast che non si dà soste, tra cambi di costume, di ruoli, di età, di dizione, di fisico e di psicologia. Attorno al mattatore Lino Guanciale, Totò il Buono, un gruppo ristretto e indiavolato, ognuno con tre-quattro ruoli da rappresentare: Daniele Cavone Felicioni, Michele Dell’Utri, Diana Manea, Mario Pirrello, Sara Putignano, Giulia Trivero. In cima, all’inizio e alla fine, nel ruolo naturalmente di Lolotte, la fatina della favola, Giulia Lazzarini, la sola milanese, novantenne. Gli allievi della scuola di teatro aiutano al “tutto è scena”, che è la verità di Brecht, all’ingresso, nell’intervallo, e soprattutto in scena, ognuno con cinque-sei cambi di personaggio e di costume. I costumi-non costumi - non disegnati cioè ma in mock-up, modelli messi su tentativamente dalle sarte con i materiali disponibili – di Gianluca Sbicca (“le vestizioni sono 235”) sono parte vivente dello spettacolo.  
Con un buonissimo programma di sala (consultabile online liberamente), ricco di molte foto di scena, e di vari saggi, di Valentina Fortichiari e altri specialisti di Zavattini e di Milano.
Curiosa opera di non milanesi, anche qui come nel film, su Milano: Paolo Di Paolo, Lino Guanciale e Longhi - solo Longhi si può dire, come già Zavattini all’epoca, milanese d’adozione. Che si fa concludere con una vibrata reprimenda\esortazione dalla “bela Madunina”, scesa dal cielo del Duomo, “tuta d’ora e piscinina”. Programmata a coronamento dello sforzo ormai quinquennale di Milano di riappropriarsi del “Miracolo” di De Sica e Zavattini, all’epoca, 1951, materia di polemiche anche aspre. Questa volta i milanesi hanno apprezzato, lo spettacolo è andato subito esaurito, e se ne fanno recite straordinarie.
Claudio Longhi, Miracolo a Milano, Teatro Strehler, Milano

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