La storia è scritta
Tonino Di Matteo era stato colpito e isolato dalla fama di
jettatore. Nessuno gli parlò più alla Posta, dove era impiegato, né fuori in
paese. In realtà era uno scrittore, a margine dei timbri e degli infiniti moduli
in triplice copia scriveva. Era orgoglioso delle sue storie e le raccontava
agli amici. In un racconto immaginò che il monte Antico franasse sul paese, la
disgrazia si avverò, e il sospetto cominciò a insidiarlo. Tonino s’incupì,
volle tenere fede per rivalsa ai pettegolezzi e s’inventò brutte storie, le
quali si avverarono, più spesso che non: la bella moglie fedelissima del
farmacista che invece agognava il cognato ufficiale dell’esercito, e con lui se
ne fuggì, il benefattore usuraio, la fattura che portò alla demenza e alla
morte la fattucchiera. Egli stesso finì per considerarsi un menagramo,
concordando a considerare la sua attività non come l’intuito del poeta favorito
dagli dei, che vede oltre le forme della luce e ode oltre i suoni, ma come un
grumo di odio che s’insinua nell’ordine degli altri e lo scompagina. Finché,
non avendo più interlocutori a cui raccontare le storie, perdette anche il
piacere di scrivere. Passò prima i dieci, poi i venti anni migliori della vita,
i più succosi, quelli in cui l’uomo ingravida e prolifica, nell’atonia: la
Posta di giorno, la televisione la notte, Natale e Pasqua a pranzo dalla
sorella, agosto a Fiuggi.
A Fiuggi, uscendo un giorno dal Palazzo
della Fonte, immaginò distrattamente una storia. Non la scrisse, fu un racconto
che si raccontò, goloso di ripetizioni e abbelliture, mentalmente ogni
pomeriggio mentre lasciava scorrere le ore fra la pennichella e la cena, al
caffè, in piazza o al parco delle Terme. E lei si materializzò. La incrociò una
volta, due volte, la seguì, l’aspettò. Anche lei l’aspettava, e la prima volta
che si parlarono fu come se si riconoscessero. Era espansiva e calorosa,
dell’intenso calore dei febbricitanti, che lo accompagna anche ora, a distanza
dal rapido incedere del male che la minava e la stroncò.
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