domenica 19 aprile 2026

La tribù delle donne

“L’inizio della storia delle discriminazioni arriva a noi attraverso la voce del mito”, delle discriminazioni di genere. No, basterebbe Bachofen, il suo nomadismo – la donna perde ogni ruolo nel nomadismo – a ondate successive, dal bacino apparentemente inesauribile della Mongolia. “L’origine delle discrininazioni nella Grecia antica”, precisa il sottotitolo. Anche queste si possono ricondurre a Bachofen, la Grecia “antica” emerga, come dal nulla, dopo l’“invasione dal Nord”, dei fantomatici Dori. Ma Cantarella risale la traccia attraverso una rilettura tanto semplice quanto avvincente dei miti: fa di meno e di più, poiché il mito più non usa conoscere. È un invito quindi, il suo, a una sorta di riscoperta, narrata con precisione ed eleganza. Una serie di “meraviglie”, di miracoli, cui la sapienza greca, che era immaginazione, si è affidata per secoli – immortalandosi poi come classico.
Con Prometeo, la sfida agli dei, “l’intera umanità andava punita”. E la punizione fu Andora, la “prima donna”. Pandora non è Eva. È lei stessa la tentatrice, “un male bello” (Esiodo). Ma Prometeo non è solo, lo affianca il fratello Epimeteo, avventato, sventato. Pandora, sventata come Epimeteo, apre il vaso che doveva restare sempre chiuso e i mali si dispersero nel mondo: da lei discenderà “il genere maledetto” di Esiodo, “la tribù delle donne”.
Le donne faranno una razza a parte. Che Semonide di Amorgo, subito a ridosso di Esiodo, classifica. E la partizione si precisa: per l’uomo il logos, la capacità di ragionare, per la donna la metis, l’astuzia.
Zeus e Metis, spiega Cantarella, la storia è tutta qui. Zeus, che aveva paura di essere divorato dal padre Crono, come tutti gli altri suoi fratelli, è aiutato dalla compagna Metis, con una sostanza di sua conoscenza, di lei, a far vomitare a Crono tutti i figli che si era mangiati, in combutta con i quali Zeus è in grado di detronizzare Crono. Ma quando Metis confida a Zeus di essere incinta, Zeus si mangia anche lei, dando poi nascita lui stesso alla figlia – Atena. Inoltre, con Metis l’uomo Zeus aveva inglobato anche l’astuzia, e la sua creazione era completata, intelligenza più astuzia, l’uomo era un essere “quai invincibile”.
Poi intervenne la medicina, Ippocrate etc. Che indaga molto e non si spiega il mistero della maternità – dopo aver approntato uno scemenzario terapeutico per l’epilessia, il “morbo sacro”. Presto le donne, addomesticate, furono ridotte a due: la casalinga e la donna di piacere. Le figlie greche non ereditavano, andavano sposate alla pubertà, se non sposate erano vendute schiave. Di adulterio era imputabile solo la donna. La donna di Zeus - la donna non genera - è ancora la bandiera di Eschilo, all’Aeropago, a proposito del matricida Oreste. E non ha autorevolezza, cioè diritti. In epoca recenziore Aristotele lo spiega lungamente: “Il maschio rispetto alla femmina è tale che per natura l’uno è migliore l’altra peggiore, e l’uno comanda, l’altra è comandata”. Così il grecista Vidal-Naquet: “la polis, celebrata? Un club di soli uomini”.
Finché con Epicuro, e meglio ancora con i cinici, la verità non comincia a farsi strada, che donne e uomini hanno “le stesse virtù” – Antistene. Mentre fuori dalla Grecia continentale già da un secolo o due, con Pitagora, a Crotone, si ammetteva la donna alla discussione delle questioni politiche.
Bachofen Cantarella lo fa emergere alla fine. Ma non per il patriarcato, per il matriarcato, che per lil giurista svizzero, di passione storico e antropologo, fu epoca felice: gli imputa con ciò “l’antica condanna della donna alla sua materialità e di riflesso alla sua inferiorità”.
Eva Cantarella, Gli inganni di Pandora, Feltrinelli, pp. 90 € 11,40 (promozione Feltrinelli, 2 libri Ue € 11.90) 

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