I divini mondani – o i cortigiani di una cortigiana
Il “Misantropo” di
Molière ha come sottotitolo “o l’atrabiliare amoroso”. Vincenzo Zingaro, che del
misantropo Alceste in questo suo adattamento è anche l’interprete, torce la commedia
piuttosto acida e irriverente di Molière verso “il sogno di Alceste”. Il sogno
di un’umanità meno smancerosa e superba, o stupida.
Alceste non è più l’“innamorato
atrabiliare”, l’odiatore dell’umanità suo malgrado caduto preda di un capriccio
amoroso o di una follia, ma l’onest’uomo deluso, da superficialità e cattiveria. Che nel testo di Molière ci sono – la “commedia”
non fu ben ricevuta all’epoca, il teatro era dei nobili e degli snob, e la
critica alla superficialità dei tanti snob-cortigiani in scena era ed è evidente.
Di cortigiani peraltro di una cortigiana – una giovane vedova che si diletta a farsi
mantenere.
Zingaro fa Alceste
in questo adattamento ora invischiato nella ragnatela della cortigiana, ora osservatore
disincantato, tanto è critico. Un ruolo non ruolo, di (quasi) osservatore, che
gli consente di montare un teatrino arguto dei linguaggi, non perenti, che si
vogliono aristocratici, da “divini mondani” – da puzza al naso, à la page, smorfiosi,
saputi, insomma snob. Allo spettatore, oggi come al tempo di Molière, lo
spettacolo buffo della vanità per una cortigiana.
Molière, Il misantropo,
Teatro Arcobaleno, Roma
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