"Vogliamo tutto" in terza età
Il terzo racconto non c’entra con le nonne - se non di sbieco, madri più che nonne,
anzi giovani, e sole: è il più lungo, la metà del libro, un progetto di romanzo
probabilmente, di come la guerra dissecca le vite e gli animi, la prima e anche
la seconda guerra mondiale. È la vita di due amici pacifisti professi risucchiati
nella guerra del 1939, coscritti, su e giù per l’impero britannico, della vita
militare, dei loro avventurosi amori, del tanfo di morte che aleggia sulle vite
anche dei più giovani. Non un grande soggetto, sicuramente non originale,
eppure ancora notevole, tante e varie sono le vicissitudini.
“Le
nonne”, il primo racconto, e il secondo, “Victoria o gli Staveney”, tengono
fede al titolo della raccolta. Victoria è epitome della politica “inclusiva” del
millennio, con servizi sociali e tutto (case, sussidi, cure), che però non
“libera”. Victoria, orfana cresciuta dalla zia, assistente sociale, è bella, quasi
modella, ma inesperta e sperduta fra tanto benessere. Compresa la famiglia del
padre di sua figlia, così accogliente,
per programma e per temperamento, che della bambina
diventerà la vera famiglia, non più sua – Victoria finirà per sposare, benché
non molto religiosa, un parroco benevolente di una generazione più anziano di
lei, farà altri figli…. È il racconto, senza polemiche, del clash di culture, contro ogni volontà
inclusiva. Del nonno in specie, e della nonna – gente di teatro: la vita come
teatro.
“Le nonne” merita da solo la lettura. È il racconto
di due personaggi – oggi si direbbe “personagge” – epocali. Due donne sempre
amiche da scuola e sempre belle, che le loro vite hanno scelto di vivere sempre
vicine. E libere di costumi: nonne nel senso proprio del termine, ma sempre
attraenti, a sessant’anni anni hanno
deciso di mettere fine alla loro vita sessuale. Non per altro, ma perché
l’una andava a letto col figlio dell’altro, e i due giovani ora, seppure sempre
cotti, sono sposati e padri. Un incesto non incesto, ma altrettanto esclusivo,
forsennato. Cui la scoperta da parte delle nuore aggiunge pepe: la normalità
contro il piacere assoluto, dissoluto.
“Le affinità elettive” di Goethe in salsa trasgressiva
all’estremo, bypassando il tabù. Ma senza scandalo, se non la cosa in sé. Per
le due nonne, per come (si) sono costruite dall’adolescenza in poi, la cosa è
perfino naturale. “Un amore così non deve dire il suo nome”, si dicono a un
certo punto le amiche, rinviando a Oscar
Wilde. Ma per “le nonne” il rapporto è solo ovvio, poiché c’è l’attrazione – la
relazione si sviluppa attraverso la morbosità adolescenziale dei ragazzi.
Un racconto e dei personaggi costruiti su una scia generazionale
sensibile: quella cosiddetta in Italia del ’68, dei tardi boomer. Quella del “vogliamo tutto”, senza residui. E delle
generazioni successive, dei loro figli e
nipoti, la X e la Y.
Lessing è grande narratrice, in grado di svelenire lo
scandalo. Curiosamente presto dimenticata, anche dalle cultrici della materia
femminismo, in epoca di self, sotto
forma di psicologismi e vissuti, benché Nobel appena vent’anni fa, nel 2007. E
di un vissuto perfino romanzesco – nata a Kermanshah, nell’Iran ancora Qajar, 1919,
dove visse fino ai sei anni, poi
cresciuta in Rhodesia, oggi Zimbawe, fino ai 20, quando “ritornò” in
Inghilterra, a Londra, scrittrice già formata – il suo primo romanzo, “The
Grass is singing”, è dell’anno dopo, ai ventun’anni.
Doris Lessing, Le
nonne, Feltrinelli, pp, 25 € 11
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