venerdì 11 settembre 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (642)

Giuseppe Leuzzi


Trovandosi sull’Aspromonte nell’estate 1971 o 1972, il trekker scozzese James Maurice Scott va a pagare i suoi omaggi al “cippo Garibaldi”. E lo trova “un campo di battaglia”: “jeep piene di carabinieri armati dappertutto....”, e “un quartier generale con le antenne radio e tutto il resto, mentre un elicottero ci girava intorno. Ero l’unico disarmato e non in uniforme per diverse miglia”. Discreto, forse impaurito, Scott non chiede e si eclissa. Ma la curiosità lo morde. Finché “un amico italiano che aveva letto qualcosa al riguardo sul giornale” non gli svela il mistero: una soffiata diceva che le mafie siciliana e calabrese avrebbero tenuto un summit sull’Aspromonte, e i carabinieri si preparavano a “catturarli tutti”. Ma alla fine “non venne preso nessuno”.
 
Se la frutta è meglio insapore
Un affascinante atlante grafico della produzione regionale di frutta in Italia, approntato da “La Lettura” domenica 6 - a corredo di considerazioni estetico-commerciali sul “tesoro italiano” che “sfida la spinta all’omologazione” - che suddivide la produzione a macchie di colore per macro-regioni, giallo per il Sud-Isole, verde per il Nord e pisello per il Centro, dà il giallo preponderante – illuminante, come un grande sole.
È meridionale la produzione (recente) di frutta tropicale, avocado e banana (il mango e la chirimoia-annona si possono aggiungere). E quella naturalmente del fico d’India. Quasi tutta meridionale (minime quantità per il Nord e per il Centro) quella di nespole (del Giappone e comuni) e di fichi. Per tre quarti meridionali quella di pesche e albicocche, ciliegie, melograni, mele cotogne. A metà meridionali la produzione di nocipesche (nettarine) e prugne. E cachi. Ridotta la quota per le pere e per i, kivi, sul 15-20 per cento. Ridottissima per le mele - quasi tutta la produzione è al Nord.
Naturalmente non ci sono gli agrumi, che poi sono la frutta di quasi metà dell’anno, che sono solo meridionali.
Si penserebbe tanta abbondanza una rendita naturale. Rivalutata negli anni post-covid, con i prezzi dal fruttivendolo raddoppiati. Di cui la maggiore incidenza del Sud, sempre in questo ultimo quinquennio, sul magro incremento del pil nazionale potrebbe essere il segno.
Dunque, l’economia meridionale ha una piccola leva, seppure di carattere naturalistico – o “primario”, come quelle economie monoculturali, specializzate in produzioni primarie, di caffè, cacao, rame, carbone, petrolio eccetera. Ma sempre è che tutte le produzioni di frutta, gli agrumi compresi, trovano il cartiglio “Spagna” privilegiato, regolarmente, alla distribuzione: nei supermercati, in tutte le catene, e anche dal fruttivendolo. Sebbene insapore.
Per antipatia verso il Sud? È possibile. Di sicuro la mediazione (distribuzione, promozione) non è meridionale, è romagnola, lombarda, fino a qualche tempo fa veneziana, e fa aggio
 sulla qualità - e sulla propaganda governativa del made in Italy. Su quella meridionale evidentemente con più facilità, perché con maggiori “margini” commerciali – ce n’è per tutti.    

 
Il leghismo viene dall’unità
James Maurice Scott, che ha voluto rifare nella terza età per la seconda o terza volta nel 1971-1972 l’Appenino a piedi (ricavandone un voluminoso resoconto, “A Walk among the Appennines”, pp. 1.000), pubblicato a Londra l’1 gennaio 1973, è sorpreso in Calabria, oltre che dai carabinieri che aspettavano i mafiosi siculo-calabresi al Cippo Garibaldi, dalla conversazione, nell’albergo di un paese dell’Aspromonte, forse Delianuova forse Gambarie, intercorsa con una coppia di torinesi.
Una conversazione disimpegnata. Ma subito virata, senza nemmeno cattiveria, sullo spiacevole. “Raccontai loro che ero stato trattato bene in Calabria. L’uomo mi disse allora che ero stato ingannato: i Meridionali sono falsi, pigri, disonesti, e spendono tutti i soldi che vengono loro dati dal Nord”.
Era il Natale del 1971. Il leghismo sboccerà, al cuore di Milano, la circoscrizione Milano 1, dei ricchi e intellettuali, vent’anni dopo, ma era già nell’aria. È nell’unità d’Italia. 

Compresa l’acquiescenza del Sud, che anch’essa viene da lontano – dagli stessi patrioti del Sud che fecero l’unità, Crispi, Zanardelli, etc..
Scott ne rileva il pattern subito dopo, lo schema mentale, col Sud impersonato dal muto cameriere al ristorante: “Un meridionale sin dalla cima dei capelli nero corvino fino alla punta dei piccoli piedi, rimase immobile vicino al tavolo, con l’aria offesa ma senza proferire parola”. 
 
La battaglia di Seminara
La storia guarda all’indietro, nella figurazione ultima, dell’ultima riflessione, di Walter Benjamin. Ma soprattutto, tropo spesso, la storia va all’indietro – è la storia della decadenza, che sembra difficile fare (Santo Mazzarino ci si è provato, dopo Gibbons, e pochi altri).
Capita di aggirarsi per Seminara, un borgo che tenta di tenersi in vita con la produzione tradizionale delle ceramiche, ma in una atmosfera di stanchezza, e quasi di abbandono. Unica gloria reclamabile, non reclamata, per stanchezza?, aver dato i natali ai genitori di Gianni Infantino. Borgo alle pendici dell’Aspromonte in Calabria, nelle cronache storiche per molti aspetti: 
i monaci greci, basiliani, che tramandarono molti classici, i due frati, Barlaam e Leonzio, che insegnarono il greco a Petrarca e Boccaccio, le terracotte certo, molto colorate, qualche faida, famosa nella storia moderna a lungo per la battaglia che prende il suo nome, la Battaglia di Seminara, dove si decise il futuro del Sud. Niente di meno.

Organizzata dal castello aragonese di Gerace, vide gli aragonesi, poi spagnoli, impegnati nella ennesima ma decisiva battaglia, dove si sarebbe fatto uso per la prima volta di cannoni, il 21aprile 1503 (di “battaglie di Seminara” un’altra è ricordata, nel 1495, sempre tra francesi e aragonesi, poi spagnoli, sempre per questioni dinastiche, ma quella decisiva è la successiva) contro i francesi che da tempo rivendicavano la potestà sul regno, e massimamente dopo la discesa di Carlo VIII, di funesto ricordo, nel 1498. I francesi vi furono sconfitti, e il Regno di Napoli fu spagnolo, dal 1504 al 1735 – quando i Borbone di Napoli si autonomizzarono.

In epoca moderna la città sarà poi feudo degli Spinelli, banchieri genovesi a cui la vicereggenza di Napoli la cedette in cambio di debiti non onorati. Ma ancora al tempo di Carlo V, di ritorno dalla spedizione vittoriosa in Tunisia contro i barbareschi, l’imperatore sui cui possedimenti non tramontava mai il sole vi ebbe un celebrato trionfo, organizzato da Carlo Spinelli, il primo duca, il 3 novembre 1535 – una cerimonia che ora si prova a resuscitare ogni paio d’anni, mestamente, con le coperte alle finestre come per le processioni, e falsi costumi d'epoca.
 
Cronache della differenza: Calabria
Il ponte sul Savuto, a Nocera Terinese, sul vecchio percorso della SS 18, che portava a Roma, è ricostruito, dopo vent’anni dall’alluvione. Una campata bassa, lunga una trentina di metri. E, ma allora, per il Ponte sullo Stretto?
 
“La regione più autunnale d’Italia, dove certo fioriscono anche i limoni, ma dominano gli ulivi, i castagni, la quercia e il ne, anche se bastano venti muniti di camino per scendere dalla Montagna al mare e ritrovare la palma, il banano, l’aloe e la magnolia” – Marina Valensise, “Il sole sorge a Sud”.
 
A un certo punto il geologo “prussiano” Gerhard von Rath, nel suo giro della Calabra nel 1871, si sorprende di quanti pensatori geniali vi sono nati o vi hanno operato: Pitagora naturalmente, e Cassiodoro, Tommaso Campanella, e pure Tommaso d’Aquino, che vi è nato. E ne tralascia alcuni, Gioacchino da Fiore, Telesio.
 
Nessun cenno, nel roboante plebiscito per il candidato sindaco di destra alle amministrative a Reggio, alla deficitaria, assenteista, incapace gestione del sindaco uscente Falcomatà. Eletto per due volte in memoria del padre, che era stato un buon sindaco. Digiuno di materia amministrativa, al punto da essere stato a lungo commissariato. Inerte sulle cose da fare: la città ha le stesse buche, allo stesso posto, da dieci anni. Ma inamovibile: era stato messo lì da Renzi, dal vertice Pd, e quindi incontestabile.  
 
È inimmaginabile l’abbandono della provincia, oltre che della città. La provincia di Reggio, un tempo la più ricca e ammodernata della Calabria, sembra ora una terra abbandonata: sporca, senza acqua, senza strade, sempre franate, perfino senza segnaletica (agli incroci bisogna girare a memoria). Altro che storia, se non di decadenza.
 
Vi si trova un’isola linguistica occitana, a Guardia Piemontese, del francese d’oc. Che in Italia si parla in aree finitime alla Savoia, nel cuneese, la Piccola Occitania d’Italia. Vi trovarono rifugio a partire dal Trecento i valdesi, per sfuggire alle persecuzioni dei papi avignonesi. Benché in odore di eresia (il 5 giugno del 1561 l’Inquisizione li volle impiccati, esposti sulle strade pubbliche, rei di eresia). La regione Calabria è molto diversificata, ma ha diffusa e comune una religiosità sempre accesa.
 
“Europa e Calabria”, bel titolo dei quotidiani “QN” (“Nazione”, “Carlino",  “Giorno”, mezza Italia) per lo studio dei fondali marini. Per archeologia subacquea non solo, anche per il sicuro tesoro biologico. E chi può criticarlo? È un progetto dell’Università della Calabria, facoltà d’Ingegneria – che Bruxelles ha deciso di finanziare.
Tesoro è una parola chiave nella regione. Peccato che analoga iniziativa una decina d’anni fa, per la creazione di cinque cinue o sei cinqune o sei parchi marini, per la protezione e lo sviluppo della biologia subacquea, flora e fauna, nessuno abbia più saputo niente.
 
La comunità grecanica, in Calabria (tra Pentedattilo e Bova) e in Salento, è la più piccola fra le minoranze tutelate in Italia, con appena 12 mila parlanti - il dato si deduce dall’atlante delle minoranze linguistiche costruito da Carlo Vulpio su “La Lettura” il 9 agosto. Meno dei tabarchini, che abitano un’isola della Sardegna, S an Pietro, non gande. Quanto basta per un’illusione – la discendenza greca? E per un uso inutile dei fondi europei alle minoranze: targhe stradali con doppio alfabeto che nessuno sa leggere, e corsi di greco alle primarie che nessuno frequenta.

“James Talarico, una «favola» calabrese alla Casa Bianca”, Maria Mancuso può titolare la sua column sul “Giornale di Calabria”. Di una candidatura al Senato in Texas, che potrebbe preludere alla nomination Democratica per le presidenziali del 2028. Una carriera razzo. Grazie alla religiosità, che caratterizza la sua campagna elettorale. Fattore primo del suo successo nei sondaggi (e nella raccolta fondi). Che Talarico, educato in seminario per risparmio, eredita dalla famiglia calabrese, arguisce Mancuso. Mariologi o mafiosi?  

leuzzi@antiit.eu

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