Fui fascista, sì, negli anni del fascismo
Con una prefazione
di Giulia Caminito, e con una, molto più robusta, dello stesso Berto, quasi la
metà del libro, intitolata "L'inconsapevole approccio", dove spiega come arrivò a fare lo scrittore. Di fatto, come
fu fascista, fino ai trent’anni, e all’internamento a Hereford, nel Texas, dopo
essere stato catturato dagli americani in Nord Africa, dove era volontario. Un’autodifesa
più che un atto di accusa. E un chiarimento con se stesso e con la critica, più
che con i lettori, che a lungo, imperando Botteghe Oscure, lo teneva ai margini del
mondo letterario. Con questa autoapologia, un selfie d’annata ma
dichiarato, Berto ripubblicava nel 1963 il lungo racconto del titolo, il primo “professionale”,
di cui ricorda l’origine e le vicende “editoriali”, in “un inconsapevole approccio
neorealistico”, in realtà scritto sotto la guida e l’influsso del compagno di prigionia
Corrado Tumiati, e in stile che sarà poi “hemingwayano” ma dietro la lettura di
Saroyan e Steinbeck – di questo soprattutto. Il racconto-romanzo era stato pubblicato in un primo tempo a puntate su "Il Ponte", la rivista fiorentina di Calamandrei e Enriques Agnoletti, creata e gestita in ambito resistenziale - da qui la necessità della successiva presentazione-spiegazione?
“Le opere di Dio”
fu il secondo romanzo pubblicato da Berto, nel 1948. Il primo era stato “Il cielo
è rosso”, un tema che sarà poi di Parise, altro veneto di provincia: un gruppo di
ragazzi si arrangia a vivere in una città di rovine. “Le opere d Dio” è una storia
di sfollamenti: un capofamiglia, la moglie, la figlia, il figlio, una nuora, e
un nipotino. Una storia di pace, nella guerra. E della narrazione come sfida - senza
avere letto Svevo o Verga, anzi senza nemmeno sapere di essi, ripete Berto: della
normalità, del piccolo, del minuto, dell’insignificante perfino. Nella lunga perorazione
in forma di agiografia che precede il racconto, Berto se lo fa dire da Corrado
Tumiati, a proposito di “Il cielo è rosso” (recensione su “Corriere del Po”, 5
gennaio 1947): “La prima dote di Berto è quella di sapere «raccontare», di creare
dei «personaggi», di creare una «atmosfera»”. Al tempo di questi due romanzi-racconti,
“Il cielo è rosso” e “Le opere d Dio”, “Berto non sapeva nulla”, attesta lui stesso, oltre che di
Hemingway, “né di Pavese né di Vittorini”.
Ma più che dell’ambiente
letterario, diviso equamente tra favorevoli e contrari, o semplicemente
distratti, con cui Berto fa ripetutamente i conti (terribile, malevola?, la confidenza che gli fa Monale, dopo avergli assegnato il Premio Firenze, nella sua prima e unica edizione, che lui il libro non lo aveva nemmeno sfogliato, lo aveva premiato perché glielo aveva chiesto Longanesi), la lunga autobiografia è una
excusatio non petita del lungo passato fascista convinto, fino ai trent’anni. Senza perdersi del fascismo nulla: da Balilla al GUF, e poi, da laureato in Lettere, da insegnante, e da federale –
nel suo paese, Mogliano Veneto – e negli intervalli volontario di ogni guerra,
dall’Etiopia (a vent’anni) al Nord Africa. Qualche volta perfino respinto dall’autorità
medico-sanitaria dell’esercito, e allora si arruola nelle Camicie Nere. Fino alla
provvida cattura da parte degli americani. Che si offrono anche per un’altra
piccola rivincita: a Hereford Berto scrisse anche due racconti, “È passata la guerra”
e “Sosta Cassino”, che in America (e in Inghilterra) sono stati pubblicati,
insieme a “Le opere di Dio”, in Italia
no – non nel 1963, quando scrisse questa presentazione-autobio. Quasi tutta la
sua produzione in cattività è pubblicata in traduzione, eccetto “Il seme tra le spine” - “uno dei
suoi racconti più riusciti”, autocertifica sempre lo stesso Berto, “sicura anticipazione
del Berto che verrà fuori dopo il 1960” (dopo “Il male oscuro”, n.d.r.): la storia
dell’infatuazione per “una nurse molto magra e non più tanto giovane”, all’ospedale
di Hereford dove era stato operato di “un paio d ernie”.
Giuseppe Berto, Le
opere di Dio, Neri Pozza, pp. 192 € 20
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