martedì 6 ottobre 2026

Il mondo com'è (502)

astolfo


Bassano – Famiglia celebre a Londra nel secondo Cinquecento di musicisti fatti venire con lauti stipendi dall’Italia. Animatori di consort di flauti dolci, e anche di violini e di viole. Il re Enrico VIII, che ammazzava le mogli e volle una chiesa scissa da Roma per potersi risposare a piacimento, era un italianista, come lo sarà la sua figlia Elisabetta, a lungo regina dopo varie turbolenze, e tra i tanti suoi legami con la penisola ne stabilì pure uno musicale: i Bassano, flautisti, saranno influenti a Londra per quattro generazioni.
Battista Bassano emigrò a Londra nel 1540 con quattro fratelli su invito di Enrico VIII. Di famiglia di musicisti – il padre di Battista era un fabbricante di strumenti musicali e suonatore di sakhbut, come era chiamato a Londra il trombone dell’epoca. Tutti stipendiati, con alloggio demaniale in una ex certosa, Charterhouse – ma bel 1552 saranno in grado di prendere casa a Londra, Bisghopsgate,  Nord-Est, un quarztiere dove mti engozianti er ano ityaliani, in gran parte veneziani.. Nel 1545 erano stati riconosciuti “denizen”, a metà cittadini e a metà stranieri (potevano possedere immobili e terreni ma non ereditarli, potevano votare ma non essere eletti, né averef incarichi pubblici, civili o miltari.
Il nome, derivato da Bassano del Grappa, ha fatto pensare che fossero di ceppo ebraico e arrivassero a Londra in qualche modo da rifugiati. Ma le ricerche anagrafiche hanno stabilito di no – a parte il fatto che gli ebrei Enrico VIII non li voleva, mentre a Venezia prosperavano. Emigrarono a Londra semplicemente perché la musica vi era un’attività importante e continua, che interessava la nobiltà e aveva un mercato, nei teatri, mentre a Venezia si suonava per una mercede in rare occasioni pubbliche, e al benvolere di qualche autorità, civile o religiosa. Alla morte nel 1576 di Battista, il capostipite dei Bassano a Londra, l’eredità si trovò cospicua, avendo avuto assicurata a corte una rendita di 30 sterline l’anno - il reddito di un calzolaio a Londra era di 4 sterline l’anno, di un birraio di 10.
L’italianista americana Tamie Targoff (che sposa invece l’ipotesi che i Bassano fossero ebrei, per il nome, comune tra ebrei, e le relazioni con altre note famiglie ebraiche di Venezia – ma a Londra li fa abitare in una Certosa dismessa, e l’esponente poi più in vista della famiglia, Aemilia, illustra come poetessa dei vangeli) li ha trovati ben addentro alla società di corte elisabettiana, nella sua recentissima indagine sulle poetesse a Londra ne secondo Cinquecento, “Le sorelle di Shakespeare”. Battista Bassano, p.es., aveva avuto come compagna (“ritenuta moglie” nel testamento di Battista) una donna inglese, benché di umili condizioni, Margaret Johnson, ed era padre di Aemilia (sposata) Lanyer, la poetessa, in latino e in inglese, e di Angela (sposata) Holland, nobiluomo di corte. Che s’incontravano e poetavano in musica ospiti apprezzate nei lunghi recess della sovrana in estate, che le grandi famiglie a gara ospitavano in estate nelle loro residenze con corposi programmi di svaghi, per lo più intellettuali. Insieme con Battista sei suoi nipoti figurano musici a Londra, figli del fratello Agostino: Alfonso, secondo marito di Aemilia, musicista a corte, e Augustine, Arthur, Andrea, Edward e Jeronimo.
“Battista e i suoi fratelli erano rimasti al servizio della corona”, ricorda Targoff, “nei tumultuosi anni 1550 – indipendentemente dai cambi di regime, i consort di flauti continuavano a suonare - e i Bassano erano elencati come membri della casa reale quando Elisabetta salì al trono. Secondo il fratello di Battista, Agostino, la regina condivideva il gusto di Enrico VIII per i flauti e volle che i fratelli si occupassero di lei su base quotidiana. In una lettera inviata a Elisabetta nel 1588, scritta in italiano, le assicuravano che stavano educando “i bambin ad essere virtuosi in modo che siano capaci di servire vostra maestà”. Tra il 1545 e il 1552, scrive ancor a Targoff, “Battista può avere servito come insegnante di italiano alla giovane principessa, e le insegnò a suonate il liuto. Nel 1565, i libri della contabilità regale lo menzionano donatore alla regina di un liuto veneziano come regalo per il Nuovo Anno”.
“Quando Battista morì”, scrive Targoff, “nel 1576, il legame di Aemilia alla regina fu interrotto bruscamente. Lei e sua madre, Margaret, perdettero gli agganci di Battista con la corte”. Ma le fortune dei Bassano, e della giovanissima Aemilia, sette anni alla morte del padre, si riprenderanno presto – è una delle poetesse che prende più spazio tra “Le sorelle di Shakespeare”.


Nunziante
– Sono due, padre e figlio, entrambi prominenti nella storia dell’Ottocento: il padre Vito per la capacità, militare e amministrativa, al servizio dei Borboni, il figlio Alesandro (uno dei 14 figli avuti da Vito da due mogli, figlio di secondo letto) inviso ai legittimisti neo borbonici, a suo tempo e tuttora, come “novello Caino”, per il ruolo avuto nell’abbandono dell’ultimo re Francesco II, che lo aveva beneficato – ma inviso anche a Torino, dove si ebbe onori e incarichi ma senza  considerazione.
Vito Nunziante, alto forse due metri o poco meno, nato povero a Campagna, nel salernitano, nel 1775, moriva sessant’anni più tardi generale e marchese di San Ferdinando. Fece un balzo nella considerazione e nella carriera, benché sprovvisto di beni e di titoli, da giovane ventenne, al tempo della Repubblica partenopea: raccolse un suo proprio reggimento di fedelissimi del re Ferdinando IV per unirsi alle masse sanfediste del cardinale Ruffo. Durante  il decennio francese, di Giuseppe Bonaparte e poi di Murat, tenne per un periodo Reggio Calabria, una piazza rimasta in mano ai Borboni. Poi, passato in Sicilia, riorganizzò le forze borboniche, in collaborazione con gli inglesi. E sostenne gli inglesi con alcune formazioni nella guerra contro la Francia in Calabria nel 1807-1808. Fu lui a catturare Murat nello sbarco di Pizzo. E a organizzare il tribunale militare affrettato che condannò Murat a morte. Sentenza che però avrebbe voluto non eseguire – Pietro Colletta, murattiano, ne ha buona opinione nella sua storia. Ma la sentenza era diventata un ordine del re restaurato a Napoli.
Alla restaurazione Ferdinando IV, ora Ferdinando I delle Due Sicilie, narra Marina Valensise in “Il sole sorge al Sud”, “gli offrì nel 1818 il titolo di marchese  e una bella proprietà irraggiungibile  nella Calabria Ultra, quella lingua di terra di oltre 800 ettari, completamente incolta e paludosa, che correva sulla sponda sinistra del fiume Mesima, lungo la costa tirrenica. In cambio, avrebbe avuto cinque anni di tempo per bonificarla, riservando un terzo dei terreni al Comune. Infestata dalla malaria e distrutta dal terremoto del 1783, che aveva raso al suolo 109 villaggi, causando la morte di 32 mila persone, la piana di Gioia era all’epoca una zona disabitata. La vicina Rosarno contava solo 780 abitanti. Così, per la bonifica, il generale Nunziante fece venire degli sterratori da Cosenza e arruolò un certo numero di condannati al confino con meno di quattro anni da espiare, i cosiddetti «servi di pena», che finita la bonifica si stabilirono a San Ferdinando”.
Buona parte del marchesato è stato scavato centocinquant’anni dopo per aprire il gigantesco porto transhipment di Goia Tauro.
 
Virgilio Titone – Uno storico, 1905-1989, oggi dimenticato, della “Sicilia spagnuola” e dell’“Illuminismo in Italia”, che ancora fanno testo, protagonista negli anni1960-1970 del polemismo giornalistico, antesignano dei talk-show odierni in tv. Nato e morto a Castelvetrano, cittadina oggi illustrata dalla famiglia Messina Denao, ma ricco centro agricolo (qui s’inventò l’uva Italia), nonché patria di molti cervelli, p.es. Giovanni Gentile. Oltre che studioso, Titone fu polemista, collaboratore, spesso rubrichista, delle pubblicazioni più influenti, dal “Mondo” all’“Espresso” e al “Corriere della sera”.
Professore di  Storia Moderna e Contemporanea all’università di Palermo. Amico di Tomasi di Lampedusa.  Gioachino Lanza Tomasi, il nipote erede dell’autore del “Gattopardo”, lo ricorda abituale frequentatore del tardivo scrittore, nella ristretta cerchia che usava riunirsi ogni mattina per la conversazione nella pausa caffè: “Tomasi di Lampedusa s’incontrava con pochi e selezionati amici: al Caflisch di via Ruggero Settimo, al bar Mazzara, alla libreria Flaccovio. Con Titone v’erano, di solito, lo storico Gaetano Falzone e il barone magistrato amministrativo Enrico Merlo” (“I luoghi del Gattopardo”).
Pio Libero Virgilio all’anagrafe, di famiglia socialista, fu antifascista durante il regime, poi polemista di sinistra, e apodittico più che arguto. Come lo dirà Roberto Ciuni, direttore del “Giornale di Sicilia” dal 1970 al 1974 (finito nelle liste di Gelli), assumendo l’incarico: “Le opinioni di questo storico siciliano dalla vena polemica solitamente nascondono l’amarezza sotto toni bruschi, qualche volta sgradevoli. Ma sono sempre stimolanti, sempre disponibili al confronto, sempre sinceramente provocatorie”.
Teorizzò una “questione settentrionale”. In forma di emigrazione, di persone e di modi, dal Sud al Nord, mafiosità compresa – teoria che Sciascia sintetizzerà nel 1970 sulla “Stampa”, in conversazione con Giampaolo Pansa, come “la linea della palma”, che rimontava la penisola. Non la mafia, una mentalità “mafiosa”. Senza fare sconti al Sud, e non solo per le mafie. Soprattutto anzi, specie per la Sicilia di cui a lungo si occupò con insistenza, per gli sprechi, il vittimismo, la burocrazia inerte o incapace. Con una interessante distinzione tra le “società della conversazione”, curiose, cioè, e aperte al dialogo, al confronto, all’innovazione, allo sviluppo, e le “società del silenzio›”, cioè, non dette, quelle del Sud, chiuse in se stesse e quindi soggette a ogni sorta di degenerazione.
Fu anche, dal punto di vista teorico, un anticipatore del “declino delle ideologie”, già negli anni 1960, post-boom e prima del Sessantotto. Nonché fine analista di Simenon, del suo valore letterario, più che di autore di grandi successi di breve durata.
Finché non si fece animatore di una “cultura di destra”. Nel gennaio del 1973 organizzò a Torino una sorta di Congresso Internazionale della cultura “di destra”. Con Armando Plebe, altro teorico di sinistra-destra, lo scrittore Berto, il commediografo francese Jonesco, Vintila Horia. Si candidò anche, non eletto, alla Camera, per il partito Liberale. L’anno dopo il congresso di Torino lasciò l’università – finendo nel “cono d’ombra”, come Scalfari dirà le opinioni che non fanno opinione.

astolfo@antiit.eu

Nessun commento:

Posta un commento