Il governo delle banche è più arduo che non quello del non brillante,
seconde le agenzie di rating, debito pubblico – si parla dell’Italia? Sembrerebbe,
a giudicare dalla politica del ministro leghista (identitario, nazionalista) dell’Economia,
Giorgetti. Perché consegna Bpm al Crédit Agricole, che non è più solido, né più
esposto al credito, né più italiano di Unicredit. Il cui interesse per Bpm invece il ministro ha
bloccato con colpi bassi. Al punto da provocare una reprimenda della commissione
di Bruxelles – che la comune militanza politica con la commissaria portoghese
agli Affari Finanziari Maria Luís Casanova Morgado Dias de Albuquerque gli
ha consentito di annacquare, ma comunque resta.
Ad Agricole Giorgetti ha consentito anche di prendere il controllo di
Bpm senza obbligo di opa, offerta di acquisto ai soci di minoranza e al
pubblico, innalzando nel nuovo testo unico di finanza l’obbligo dell’opa
totalitaria al possesso del 30 per cento.
Un esito che ha bisogno di uno scenario. Agricole è entrata in Italia “da
sinistra”, con Bazoli. In Francia si è scontrata anche violentemente con Marine
Le Pen, la referente di Salvini e la Lega, che una dozzina d’anni fa l’aveva perfino
accusata, alla tv, di essere in bancarotta. A quel tempo il partito di Le Pen
non aveva credito in Francia, si era dovuto indebitare con una banca russa
(ceco-russa), poi fallita. Poi ha estinto anticipatamente quel debito, di sei o
otto milioni. Essendo finita corteggiata dagli affari, anche dalle banche – i sondaggi
danno da tempo il suo partito maggioritario. È in questa ottica che Agricole,
una banca straniera, horribile dictu per la Lega, per Giorgetti gestore
inflessibile del golden power, a protezione della sacra nazione, ha avuto
in regalo Bpm? E una banca così esposta sul debito pubblico francese?
Il fatto ora è che la Lega ha due grandi gruppi bancari, Mps-Mediobanca-Generali e Agricole-Bpm. Con la possibilità di estendersi
anche a Bper – ma qui dovrebbe esserle più difficile, Unipol è ora parecchio più
scaltra di quella di Consorte, il manager ex Pci che si congratulava di “avere
una banca”, ed era Unipolbanca, quattro sportelli.
Sono italiane, dopo quelle francesi, le banche più esposte sul debito
pubblico francese. Al primo posto Intesa, con poco meno di 10 miliardi un anno fa,
in nona posizione. In testa, fra le banche sottoscritrci, il gruppo francese Bpce, delle
popolari e le risparmio, con Natixis, per 183 miliardi, diciotto volte Intesa.
La Banque Postale seguiva con 93 miliardi, e il Crédit Agricole con 83.
Unicredit risultava il secondo gruppo italiano più esposto, con 4,5
miliardi – una esposizione in linea con gli altri investimenti in bond
europei – in 14ma posizione. Altre banche italiane interessate erano: Fineco (2
miliardi), Sondrio (1,5), Mediobanca (1,4), Cassa Centrale (0,9).
Non essendoci di fatto alcun rischio col debito francese, i creditori profittano
semmai della situazione: se “perdono” sull’aggio, sulla commerciabilità (non finché
non smobilitano), guadagnano sui rendimenti.
Ma la frammentazione bancaria europea è sicuramente un handicap -
ai riequilibri, anche se solo contabili.
Un dato impressionante è che, su mille miliardi di debito pubblico francese
detenuto dalle banche, fra due terzi e quattro quinti sono detenuti da banche
francesi. E per un terzo dalle banche che raccolgono il risparmio “primario” -
delle famiglie, le campagne, le periferie: Bpce, Agricole, Postale.
Un film fatto per Carmelo Bene, s’intende – santificato,
come “il più grande attore del Novecento italiano”. Il film che Bene non ha mai
completato - ri-girava sempre le scene, finché il produttore non interruppe
la farsa.
Tre film in realtà. Uno su Maresco visto da sodali e gregari
disperati, il barbiere, il direttore d’albergo, il padrone di casa, l’amico.
Uno su Bene che non fa il film. E uno sul documentario che un altro regista sta
facendo su Bene che non fa il film – uno come Maresco, Umberto Cantone, regista
teatrale e attore di cinema (per Maresco) a Palermo.
Non un rovello pirandelliano, su identità e simili. Un divertimento. Sulla sacralità del regista messa a nudo. Che sa però di chiuso,
autoreferente - l’opposto dello humour,
anche nella forma dell’ironia. È anche vero che con Bene (Carmelo) non si ride(va).
Franco Maresco, Un film fatto per Bene, Sky
Cinema, Now