sabato 14 febbraio 2026
Manzoni, il manifesto del “giovane” Gadda
Un Gadda delle “origini”,
uno dei primi scritti conservati, pubblicato tal quale da Federica G. Pedriali,
l’ordinario di Italianistica a Edimburgo, creatrice e animatrice dei “Gadda Studies”.
Sorprendentemente “gaddiano”, nella locuzione e nella sintassi, negli interessi
(filosofia, linguistica) e negli umori, riprodotto come l’aveva scritto. La versione
di questa “Apologia” programmatica che circola (ora nella raccolta “Divagazioni
e garbuglio”) è quella pubblicata da “Solaria”, al confronto spuntata, molto. Probabilmente
ripulita, da Carocci o da chi altro gestiva la rivista, delle peculiarità gaddiane,
non solo della lingua, in effetti molto artefatta per un lettore comune e anche per i “solariani”, ma pure del sostrato filosofico (etico-filosofico) che della
scrittura di Gadda , anche la più inventiva, costituiva e costituirà il terreno
di coltura.
“Manzoni – Fichte – Idea dell’immediatezza
necessaria del linguaggio” è il titolo-tema della riflessione. Il “linguaggio” è
il primo problema, da subito, di Gadda, che non voleva scrivere il già scritto. Lo
è già nell’apoftegma in esergo, invece del titolo (“Apologia manzoniana” è
evidentemente redazionale): “AFFIORAMENT PER L’INNESTO\ IN PRAETERITUM TEMPUS”.
Fra i tanti umori, alcuni
poi molto gaddiani, a proposito di avere qualcosa da dire, e di saperlo dire –
la “scrittura”:
“La mescolanza degli
apporti storici e teoretici più disparati, di cui si plasmò e si plasma
tuttavia il nostro bizzarro e imprevedibile vivere, egli ne avvertì le
deviazioni contaminantisi in un'espressione grottesca” – egli, naturalmente, Manzoni.
“Il barocco lombardo di quel tempo ha
tenuissimi tocchi e una grandiosa tristezza”.
“Scrittore degli
scrittori, egli visse prima la sua meravigliosa annotazione e il continuo
riferimento del male antico al nuovo aumenta la risuonanza tragica di ogni
pensiero. Volle poi che il suo dire fosse quello che veramente ognun dice, ogni
nato della sua molteplice terra e non la trombazza roca d'un idioma impossibile
che nessuno parla, non solo, e sarebbe il male minore, ma che nessuno pensa né
parlando a sé o al suo amico, né alla sua ragazza, né a Dio”.
“Bisogna leggere e
profondamente scolpire nella memoria e nell’anima ciò che Giovanni Amadio Fichte
scrive nei capitoli terzo e quarto dei suoi discorsi alla nazione tedesca per
comprendere che non la vanità d'accademico e non il gusto ambizioso di
letterato giovincello reduce da Parigi con le primizie acerbette della moda può
aver imposto al suo animo di volerla finire una buona volta, di finirla con la
grottesca bestialità dei toni asineschi degli asini che fanno da sei
secoli i rigattieri degli umanisti a freddo. Un conto
è disseppellire Cicerone e scrivere la Canzone alla Vergine, o
trattati di geografia; un conto è scrivere gli esametri dell’Affrica, o
chiamarsi Lorenzo Valla, o Marsilio Ficino, o anche Giovanni Pontano e
contraffare il latino del De officiis alla Poggio Bracciolini; e un altro, un
ben altro e miserevole conto è sbrodolare sopra un popolo di melensi imbecilli,
incapaci d’ogni originalità dell’anima e della coscienza, squadroni di
endecasillabi beoti con dodici sillabe e incartapecorirsi così per tutta l’eternità”.
Ce n’è ancora per altre otto
o nove pagine a stampa.
Carlo Emilio Gadda, Apologia manzoniana, “The Edinburgh Journal of
Gadda Studies”, online
venerdì 13 febbraio 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (624)
Giuseppe Leuzzi
Il dottor Gratteri essendo un
giudice non può dirsi un mafioso – quello degli “avvertimenti” (“Voteranno per
il Sì (al referendum per la riforma della giustizia, n.d.r.) gli indagati, gli
imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero
vita facile con una giustizia efficiente” - compreso il qui lo dico e qui lo
nego (“io non l’ho detto”), a cui il giudice ci ha abituati. Ma il signor Cairo e i suoi media sì, per i quali
il giudice lavora.
Il “Corriere della sera”, che la dichiarazione al “Giornale di Calabria” ha pubblicizzato su Corriere.tv, su nove spazi
oggi in prima pagina non ne trova uno per l’“avvertimento”, dopo che la cosa è
stata denunciata – il mafioso nasconde la mano.
Gratteri-Cairo, una mafia a parti rovesciate? Gratteri è calabrese, Cairo and
co. milanesi. Ma molti calabresi nella storia si illustrano per essere
rinnegati. Famosi quelli islamizzati, i più crudeli, specie nelle scorrerie
contro i poveri e gli indifesi. Pare che nella Costantinopoli dei sultani un
intero quartiere si fosse formato col nome di Nuova Calabria.
Non avendo cuore – voglia – di sorbirsi
il giudice Gratteri in tv, ci si fida della “Gazzetta del Sud” oggi, giornale
ben all’orecchio del giudice, di cui riferisce la reazione: “Vediamo le persone
che scrivono (sul referendum sui social, n.d.r.) chi sono, persone per bene, pregiudicati,
parenti di pregiudicati. C’è di tutto, ma vediamo i numeri. E vediamo più
avanti se serve altro”. Un altro “avvertimento”.
Si arresta un Calabrò, detto “’u dutturicchiu”, il dottorino, dopo la condanna
all’ergastolo per il rapimento e l’assassinio di Cristina Mazzotti. Dottorino
perché? gli è stato chiesto. “Ho fatto tre anni di sudi in Medicina. Poi ho
smesso perché mi hanno arrestato”. Liberato, “mi sono
iscritto a Farmacia e dopo due anni mi hanno arrestato di nuovo”. Tipico, lo
scherzo prima di tutto, a’ zannella. Ma viene condannato dopo
cinquant’anni. In primo grado.
Dopo essere stato presente, nota Giuzzi sul “Corriere della sera”, “a quasi
tute le udienze del processo Mazzotti”.
Nel dramma del trapianto fallito di
cuore del bambino di Napoli, per il cure sostitutivo danneggiato dal trasporto,
non si fa cenno che il cuore è partito, non nella giusta confezione per il viaggio,
da Bolzano. L’omissione è singolare soprattutto
da parte della madre del bambino e del suo avvocato: il loro orizzonte è Napoli,
l’ottimo ospedale Monaldi, che pure ha tenuto in vita il bambino per un anno o
più. L’odio-di-sé fa aggio su tutto.
L’Europa sorge a Nord – del Mediterraneo
“L’Europa sorge nel Nord”, spiega l’allora cardinale Ratzinger alla
Biblioteca del Senato il 13 maggio 2004, nella conferenza “La necessità
dell’Europa in un mondo globalizzato” (ora nela piccola raccolta del “Foglio”,
“L’Occidente vincerà”?. Si sa, ma è il Nord del Mediterraneo.
“Chi parla dell’origine dell’Euro rinvia solitamente ad Erodoto”, spiega il
future Benedetto XVI”, che parla indirettamente a proposito dei Persiani:
“Considerano come cosa loro l’Asia e i popoli barbarici che vi abitano, mentre
ritengono che l’Europa e il mondo greco siano una cosa a parte… Di fatto, con
la formazione degli stati ellenistici e dell’Impero Romano si era formato
un continente che divenne la base della successiva Europa…: erano le terre
tutt’attorno al Mediterraneo, le quali in virtù dei loro legami culturali, in
virtù dei traffici e dei commerci, in virtù del comune sistema politico
formavano le une insieme alle altre un vero e proprio continente. Solo
l’avanzata trionfale dell’islam nel VII e all’inizio dell’VIII secolo ha
tracciato un confine attraverso il Mediterraneo, lo ha per così dire tagliato a
metà”.
Una lezione ovvia, ma quanto trascurata, dopo gli eccessi di Mussolini.
L’Europa era l’impero romano. E tale è rimasta, col Sacro Romano Impero, ancora
per molti secoli, che sempre si riconosceva a Roma.
Tra Napoli e la Sicilia il nulla
Stefania Auci ha scelto, per rinverdire il successo dei suoi “Leoni di
Sicilia”, i Florio, di narrare la famiglia prima dello sbarco a Palermo dei
fratelli Paolo e Ignazio - con Giuseppina, la combattiva donna di un anticipo
di “poliamore”, delle goethiane affinità elettive. Fabbri e calzolai a Bagnara,
provenienti da un paesino dell’entroterra, Melicuccà. Di un mondo quindi
minimo, paesano, povero, chiuso, tutt’altro dalla scintillante Palermo – dove
uno smercio da pizzicagnolo è chiamato aromateria.
Forse per questo, per evidenziare la cesura, il grande salto, ha scelto
curiosamente di fare di Bagnara un luogo geografico, senza anima, senza vita -
curiosamente per il lettore che vi si avventuri? Auci conosce un po’ di
Calabria, se ai trent’anni, quando ha avuto il primo figlio, insegnava a
Cosenza. Fa comunque una trascrizione esatta della fonetica e dei modi
dialettali. Usa correttamente i toponimi, Melicuccà, Ceramida, la chiesa del
Carmine, epicentro di molta storia – anche se sposta la chiesa, che è in alto,
verso la marina. E deve avere fatto ricerca accurata all’anagrafe, comunale e
parrocchiale, se i registri sono sopravvissuti ai terremoti e maremoti. O avrà
avuto un buono stringer locale. Ma non più di tanto. Il che è
strano per una narrazione, che si vuole profusa, ma non ha molti temi, eccetto
le dinamiche familiari.
Un lungo capitolo Auci fa di briganti, che però non sono propriamente Bagnara
né la evocano. E un altro lungo sul terremoto del 1783, naturalmente – che ha
distrutto Bagnara come due terzi della Calabria. Mentre omette la Bagnara quale
è, o è stata, che avrebbe fatto da sé un romanzo. Un paese di mare: pescatori,
marinai, commercianti. Specie le bagnarote, le donne di Bagnara, ambulanti dai
garretti d’acciaio, mollettiere e settemplici gonne. collo taurino, la cesta
della mercanzia in testa, un metro di diametro, vaganti con ogni mezzo nelle
pieghe dell’Aspromonte – materia di numerose ricerche accademiche sul
matriarcato, fino a questo dopoguerra. Con una spiaggia profonda di sabbia
fine, secca, dorata, prima che cinquanta o sessant’anni fa decidessero di
scavarsi il solito “porticciolo” – ora la sabbia non c’è più e si entra in mare
in acque scure tra i “pennelli”. Aveva a Pellegrina, che Auci trascura, mulini
e forni di saporito e morbido “pane di grano” – ultima “invenzione” delle
bagnarote, finito il commercio ambulante. Protetta da costoni a vite, di uva zibibbo,
forte di lunga insolazione – tra Bagnara e Scilla la costa era un’altra Cinque
Terre, ora inselvaggita, troppa fatica, fino agli anni 1960. E non ne venivano
gli altri Florio della storia, quelli del Cinquecento, il pastore e teologo
protestante Michelangelo, emigrato per salvarsi la pelle in clima da
Controriforma, e suo figlio o nipote Giovanni, “John”, amico di Shakespeare
(qualche anno fa, al gioco di “Shakespeare non è Shakespeare”, era il primo
“vero Shakespeare”), umanista, filologo neolatino, traduttore in inglese di
Montaigne, i “Saggi”, e del “Decameron” (questi Florio se li è assunti Firenze
per una minima annotazione di Michelangelo su un in folio della
sua “Apologia di Michel Agnolo Fiorentino”, del grande Michelangelo come “vero
credente” in petto, dove nell’entusiasmo Firenze dice “patria mia”
- anche “patria mia” - ma è più persuasiva la ricostruzione di cui questo sito
ha dato conto,
http://www.antiit.com/2013/10/a-sud-del-sud-il-sud-visto-da-sotto-185.
http://www.antiit.com/2011/12/letture-80.html
Per un romanzo, materiali delle origini più che fondati.
Tra Napoli e la Sicilia la Calabria era, ed è, il nulla, terra incognita.
Per i napoletani non del tutto, alcuni nobili calabresi avendo palazzo in
città, si reputavano – dovevano mostrarsi – ricchi feudatari, per quanto
impecuniosi. Per i siciliani, che pure sono sottoposti da un paio di secoli a
estenuanti traversate in ferrovia o in autostrada per la lunga punta dello
stivale, uno zero nella migliore delle ipotesi, solitamente negativa. Avendo
personalmente conosciuto da calabrese la Sicilia prima e meglio che la Calabria
si può anche dire, a scusante dei siciliani, che è inevitabile – inevitabile?
La storia pesa.
Sudismi\sadismi – tu quoque, Fofi
Recensendo “Dadapolis”, il libro collage su Napoli di
Ramondino e Müller, Goffredo Fofi si chiede in “Arcipelago Sud” si chiede
quando il Nord e il Sud hanno cominciato a “scollarsi”, e prova una datazione:
“Dal ’43 al ’77 (ma potrebbe anche essere dal ’45 al ’78, o dal ’42 al ’79),
Nord e Sud in qualche modo si erano accostati, “e hanno cominciato a
mischiarsi”. Poi “si è riaffermato il flusso contrario e e hanno molto più
velocemente proceduto a staccarsi”. Giusto, più o meno con l’emersione
della Lega.
“Se non fosse che c’è una cosa molto forte a tenerli assieme, il Nord e il
Sud”, continua Fofi, “un collante, ed è, semplicemente, la Mafia”. Con la M
maiuscola, “come di dovere”, per “quel complesso di rapporti oscuri di
potere che «fanno Mafia», cioè il legame stretto della Mafia con: a) la
politica, b) le banche (il capitale finanziario). Tramite queste alleanze, la
Mafia (o Camorra, o‘Ndrangheta) è uno dei lati più forti della narrazione”.
E fa cadere le braccia, il collante.
gleuzzi@antiit.eu
Il “Corriere della sera”, che la dichiarazione al “Giornale di Calabria” ha pubblicizzato su Corriere.tv, su nove spazi oggi in prima pagina non ne trova uno per l’“avvertimento”, dopo che la cosa è stata denunciata – il mafioso nasconde la mano.
iscritto a Farmacia e dopo due anni mi hanno arrestato di nuovo”. Tipico, lo scherzo prima di tutto, a’ zannella. Ma viene condannato dopo cinquant’anni. In primo grado.
Dopo essere stato presente, nota Giuzzi sul “Corriere della sera”, “a quasi tute le udienze del processo Mazzotti”.
“L’Europa sorge nel Nord”, spiega l’allora cardinale Ratzinger alla Biblioteca del Senato il 13 maggio 2004, nella conferenza “La necessità dell’Europa in un mondo globalizzato” (ora nela piccola raccolta del “Foglio”, “L’Occidente vincerà”?. Si sa, ma è il Nord del Mediterraneo.
“Chi parla dell’origine dell’Euro rinvia solitamente ad Erodoto”, spiega il future Benedetto XVI”, che parla indirettamente a proposito dei Persiani: “Considerano come cosa loro l’Asia e i popoli barbarici che vi abitano, mentre ritengono che l’Europa e il mondo greco siano una cosa a parte… Di fatto, con la formazione degli stati ellenistici e dell’Impero Romano si era formato un continente che divenne la base della successiva Europa…: erano le terre tutt’attorno al Mediterraneo, le quali in virtù dei loro legami culturali, in virtù dei traffici e dei commerci, in virtù del comune sistema politico formavano le une insieme alle altre un vero e proprio continente. Solo l’avanzata trionfale dell’islam nel VII e all’inizio dell’VIII secolo ha tracciato un confine attraverso il Mediterraneo, lo ha per così dire tagliato a metà”.
Una lezione ovvia, ma quanto trascurata, dopo gli eccessi di Mussolini. L’Europa era l’impero romano. E tale è rimasta, col Sacro Romano Impero, ancora per molti secoli, che sempre si riconosceva a Roma.
Tra Napoli e la Sicilia il nulla
Stefania Auci ha scelto, per rinverdire il successo dei suoi “Leoni di Sicilia”, i Florio, di narrare la famiglia prima dello sbarco a Palermo dei fratelli Paolo e Ignazio - con Giuseppina, la combattiva donna di un anticipo di “poliamore”, delle goethiane affinità elettive. Fabbri e calzolai a Bagnara, provenienti da un paesino dell’entroterra, Melicuccà. Di un mondo quindi minimo, paesano, povero, chiuso, tutt’altro dalla scintillante Palermo – dove uno smercio da pizzicagnolo è chiamato aromateria.
Forse per questo, per evidenziare la cesura, il grande salto, ha scelto curiosamente di fare di Bagnara un luogo geografico, senza anima, senza vita - curiosamente per il lettore che vi si avventuri? Auci conosce un po’ di Calabria, se ai trent’anni, quando ha avuto il primo figlio, insegnava a Cosenza. Fa comunque una trascrizione esatta della fonetica e dei modi dialettali. Usa correttamente i toponimi, Melicuccà, Ceramida, la chiesa del Carmine, epicentro di molta storia – anche se sposta la chiesa, che è in alto, verso la marina. E deve avere fatto ricerca accurata all’anagrafe, comunale e parrocchiale, se i registri sono sopravvissuti ai terremoti e maremoti. O avrà avuto un buono stringer locale. Ma non più di tanto. Il che è strano per una narrazione, che si vuole profusa, ma non ha molti temi, eccetto le dinamiche familiari.
Un lungo capitolo Auci fa di briganti, che però non sono propriamente Bagnara né la evocano. E un altro lungo sul terremoto del 1783, naturalmente – che ha distrutto Bagnara come due terzi della Calabria. Mentre omette la Bagnara quale è, o è stata, che avrebbe fatto da sé un romanzo. Un paese di mare: pescatori, marinai, commercianti. Specie le bagnarote, le donne di Bagnara, ambulanti dai garretti d’acciaio, mollettiere e settemplici gonne. collo taurino, la cesta della mercanzia in testa, un metro di diametro, vaganti con ogni mezzo nelle pieghe dell’Aspromonte – materia di numerose ricerche accademiche sul matriarcato, fino a questo dopoguerra. Con una spiaggia profonda di sabbia fine, secca, dorata, prima che cinquanta o sessant’anni fa decidessero di scavarsi il solito “porticciolo” – ora la sabbia non c’è più e si entra in mare in acque scure tra i “pennelli”. Aveva a Pellegrina, che Auci trascura, mulini e forni di saporito e morbido “pane di grano” – ultima “invenzione” delle bagnarote, finito il commercio ambulante. Protetta da costoni a vite, di uva zibibbo, forte di lunga insolazione – tra Bagnara e Scilla la costa era un’altra Cinque Terre, ora inselvaggita, troppa fatica, fino agli anni 1960. E non ne venivano gli altri Florio della storia, quelli del Cinquecento, il pastore e teologo protestante Michelangelo, emigrato per salvarsi la pelle in clima da Controriforma, e suo figlio o nipote Giovanni, “John”, amico di Shakespeare (qualche anno fa, al gioco di “Shakespeare non è Shakespeare”, era il primo “vero Shakespeare”), umanista, filologo neolatino, traduttore in inglese di Montaigne, i “Saggi”, e del “Decameron” (questi Florio se li è assunti Firenze per una minima annotazione di Michelangelo su un in folio della sua “Apologia di Michel Agnolo Fiorentino”, del grande Michelangelo come “vero credente” in petto, dove nell’entusiasmo Firenze dice “patria mia” - anche “patria mia” - ma è più persuasiva la ricostruzione di cui questo sito ha dato conto,
http://www.antiit.com/2013/10/a-sud-del-sud-il-sud-visto-da-sotto-185.
http://www.antiit.com/2011/12/letture-80.html
Per un romanzo, materiali delle origini più che fondati.
Tra Napoli e la Sicilia la Calabria era, ed è, il nulla, terra incognita. Per i napoletani non del tutto, alcuni nobili calabresi avendo palazzo in città, si reputavano – dovevano mostrarsi – ricchi feudatari, per quanto impecuniosi. Per i siciliani, che pure sono sottoposti da un paio di secoli a estenuanti traversate in ferrovia o in autostrada per la lunga punta dello stivale, uno zero nella migliore delle ipotesi, solitamente negativa. Avendo personalmente conosciuto da calabrese la Sicilia prima e meglio che la Calabria si può anche dire, a scusante dei siciliani, che è inevitabile – inevitabile? La storia pesa.
Sudismi\sadismi – tu quoque, Fofi
Recensendo “Dadapolis”, il libro collage su Napoli di Ramondino e Müller, Goffredo Fofi si chiede in “Arcipelago Sud” si chiede quando il Nord e il Sud hanno cominciato a “scollarsi”, e prova una datazione: “Dal ’43 al ’77 (ma potrebbe anche essere dal ’45 al ’78, o dal ’42 al ’79), Nord e Sud in qualche modo si erano accostati, “e hanno cominciato a mischiarsi”. Poi “si è riaffermato il flusso contrario e e hanno molto più velocemente proceduto a staccarsi”. Giusto, più o meno con l’emersione della Lega.
“Se non fosse che c’è una cosa molto forte a tenerli assieme, il Nord e il Sud”, continua Fofi, “un collante, ed è, semplicemente, la Mafia”. Con la M maiuscola, “come di dovere”, per “quel complesso di rapporti oscuri di potere che «fanno Mafia», cioè il legame stretto della Mafia con: a) la politica, b) le banche (il capitale finanziario). Tramite queste alleanze, la Mafia (o Camorra, o‘Ndrangheta) è uno dei lati più forti della narrazione”.
E fa cadere le braccia, il collante.
La mistica ebraica per cristiani
Volendo andare alle fonti di Pico della Mirandola, delle portentose
900 “conclusioni”, le “tesi per un sincretismo di tutte le religioni e di tutte
le scienze”, che presentò nel 1485, “all’epoca un giovane di 23 anni”, con “inclusa
anche la Qabbalah”, Scholem si addentra in una ricerca vertiginosa di
qabbalisti di varia lingua, corrente, più mistica, numerica o magica, su cui il
giovane conte poteva essersi informato. Giacchè informato lo era, sulla
Qabbalah, e anche bene.
Un excursus dettagliato è il frutto della ricerca. Su
fonti anche rare e rarissime, voluminose o minime, e numerose. Tante da non credere,
per una “scienza” o “sapienza” poco regolata, poco disciplinata, e poco diffusa
e anzi riservata e misterica. Una ricerca più sorprendente ancora per i tanti cabbalisti
che ebbero contatti continuati e dialogo con i teologi cristiani. E per i tanti cabbalisti
convertiti, e non per opportunismo, specie nel Trecento in Spagna.
Una ricerca dettagliata e argomentata delle fonti, con molti
rimandi in nota, le inevitabili ipotesi di collegamenti, più o meno sotterranei,
e le inferenze, le divergenze, gli sviluppi, e i possibili motivi ed esiti
delle opere. Un’opera di pura filologia. Notevole anche la corrente cabbalista
che, passando sopra al tradizionale atteggiamento ebraico nei confronti del cristianesimo,
sprezzante, le “Toledoth Jesu”, che Gesù e i discepoli vogliono maghi, stregoni
e ciarlatani, li trova invece cabbalisti – “solo che avevano sbagliato…”.
Un saggio lungo, “La storia delle origini della Qabbalah
cristiana”, e due interventi d’occasione. Uno per il premio Reuchlin, dal nome
dell’umanista tedesco che riprese e sviluppò le “tesi” di Pico, “Lo studi della
Qabbalah da Reuchlin a oggi”. E l’ultimo intervento pubblico di Scholem, il 6
novembre 1981 (morirà poco dopo), a Berlino, “La posizione della Qabbalah nella
storia intellettuale europea”. Da umanista postmoderno, che aveva voluto vivere
in Israele ma si sentiva tedesco, europeo.
Saveri Campanini, lo specialista di ebraico a Bologna,
che ha curato il volume, lo dota di una distesa postfazione, commestibile ai
più, sulla Qabbalah, e su Scholem.
Gershom Scholem, Cabbalisti cristiani, Adelphi,
pp. 177 € 12
giovedì 12 febbraio 2026
Secondi pensieri - 578
zeulig
Declino – Arnold J.
Toynbee, seguace e poi critico di Spengler, lega lo sviluppo a fattori sociali
e religiosi, e il declino delle civiltà al loro deterioramento, dei fattori
sociali e religiosi, o al loro abbandono - “le civiltà muoiono per suicidio,
non per assassinio”.
È anche l’anamnesi
di Santo Mazzarino, lo storico della decadenza. In sintesi, “la meditazione
sulle epoche di travaglio e di radicali catastrofi è il più fascinoso, ma anche
il più grave, dei problemi che si presentano all'umanità: è il problema stesso
della validità di costituzioni che l'uomo amerebbe ritenere eterne, e che la
travolgente vicenda può distruggere” (“Aspetti sociali del quarto secolo”, 1951).
Populismo – “Il gande silenzio sul crollo dei
salari” (Marco Leonardi) ne è il motore principale – forse meglio detto “dei redditi”,
perché molti lavoratori autonomi ne sono afflitti.
È cronologicamente e causativamente effetto del neo-liberismo di Milton
Friedman e la Scuola di Chicago, detto anche thatcheriano e reaganiano: della dottrina
e la prassi per cui l’arricchitevi sarebbe stato a profitto di tutti – di più:
avrebbe fatto il maggior bene di tutti. Il liberalismo portato alla sua logica
conseguenza, l’anarchia, o l’anti-Stato, in un’ottica di massimizzazione della
ricchezza. Il populismo è l’effetto di una delusione.
In
un primo momento la “reaganomics” sembrò la panacea democratica: riduzione
delle imposte sul reddito e sulle plusvalenze (il risparmio investito è
largamente diffuso in America), nel quadro di una riduzione dell’interventismo
governativo, dei poteri pubblici di regolazione, con riduzione della spesa
pubblica in quanto spreco e inefficienza – e aumento dell’offerta monetaria in funzione
anti-inflazione. Misura tanto più ben viste in quanto l’inflazione era al 13 per
cento, il prezzo del gallone di benzina (metro principale del carovita in Usa)
era più che triplicato in sette o otto anni, dai 35 centesimi del 1973 a 1,20
dollari nel 1980. Con un calo negli ultimi due anni della presidenza
democratica Carter di quasi il 5 per cento del reddito medio pro capite, e la perdita
di 700 mila posti di lavoro, con un tasso di disoccupazione record per gli
Stati Uniti, attorno al 7 per cento. Sotto silenzio, ma non per molto, passavano
i licenziamenti massicci nella Funzione Pubblica, i tagli alla spesa sociale, la
moltiplicazione delle spese militari – per l’affondo che Reagan porterà all’Unione
Sovietica, poco dopo negli anni di Gorbaciov.
La deriva verso il
populismo è conseguente agli effetti fortissimamente sperequativi. Dopo un primo
momento di euforia, per meno irpef e più dividend. Esteso attraverso la
globalizzazione che si lanciava, la liberalizzazione del commercio - la Cina fornitrice degli americani poveri, per
abbigliamento, utensili, e anche alimentari.
I redditi non sono aumentati, non per i molti, mentre il welfare per
i molti è sfumato, con la defunzione dello Stato – la proclamazione della crisi
fiscale dello Stato.
Trump si inscrive in questa deriva in quanto è il tipo di quello che ne ha tratto
personalmente profitto, ma conoscendone meglio il meccanismo prova a mettere a
frutto anche la sua conoscenza – o esperienza, o fiuto politico: la delusione,
il populismo.
Si capisce con Trump che il populismo serva – possa servire, ma finora non
è servito ad altro – alla ideologia dominante: una protesta generica, una
insoddisfazione, senza un programma o un’idea di azione. Una protesta fine a se
stessa. Come quando si è dispiaciuti per una morte, per la sofferenza di qualcuno,
ma inermi, giusto genericamente insoddisfatti.
Il liberismo è matematicamente motore di disuguaglianza – seppure nel quadro
di una moltiplicazione della ricchezza complessiva. A meno di “ristori” o
contrappesi della Funzione Pubblica, perequativi, dello Stato. Per questo
conduce al populismo, al riflesso condizionato degli scontenti – i più – in un
un insieme in cui la ricchezza cresce.
Socialismo democratico – “In molte cose il socialismo democratico
era ed è vicino alla dottrina sociale cattolica” – cardinale Ratzinger (poi
papa Benedetto XVI), “La necessità dell’Europa in un mondo globalizzato”, conferenza
alla Biblioteca del Senato, 13 maggio 2004, ora in “L’Occidente vincerà”).
Sogno – È una ricostruzione. Anche quado la trascrizione è –
fosse possibile – immediata e tal quale. La sua identità - ricognizione – è relativa
(soggettiva). Può essere oggettiva nel senso del soggetto, del tempo – del suo
tempo interiore.
Una trascrizione al risveglio non è la stessa di una posteriore.
È reperto teatrale dalle mitologie classiche, da Gilgameš in poi, Bibbia e
Vangeli compresi (il sogno della moglie di Pilato), a Shakespeare e Ibsen - ma
anche Pirandello: Pirandello sogna da sveglio. Curiosamente, è forse il tema
più trattato dai filosofi, da tutti i filosofi.
Stato – “Per la prima volta in assolto nella storia sorge lo
Stato puramente secolare che abbandona e mette da parte la garanzia divina e la
normazione divina dell’elemento politico, considerandole come una visione
mitologica del mondo e dichiarando Dio stesso come affare privato, che non fa
parte della vita pubblica e della comune formazione del volere”, card.
Ratzinger, op. cit.. Per la prima volta con la Rivoluzione Francese. “Dio
e la sua volontà cessano di essere rilevanti nella vita pubblica…Un nuovo tipo
di scisma”. Poco avvertito nelle nazioni protestanti, dove le idee liberali e illuministe
avevano da tempo “vita facile..,. senza che la cornice di un ampio consenso cristiano
di fondo dovesse per questo venire distrutta”. Nelle nazioni latine, è la conclusione
del cardinale Ratzinger, “questa lacerazione negli ultimi due secoli è penetrata
… come una frattura profonda”. Radicalizzando il nazionalismo.
Verità – Gregorio Palamas la differenzia dalla falsità solo per pochi tratti. E ancora, essi sono rilevabili, definibili, solo eticamente: dipende d a ciò che si vuole.
zeulig@antiit.eu
Gadda recensore modesto
Non più ingegnere a
mercede, neppure nelle comodità romane del Vaticano, risoluto a fare il
letterato, quindi fiorentinizzato, e frequentatore assiduo dei caffè alla moda
di piazza della Repubblica, Giubbe Rosse, Gilli, Pazkowski, ma “nel costante
timore di «un’omerica mendicità»”, come presto scriverà a Contini, Gadda ebbe
dai nuovi amici di conversazione la possibilità di guadagnare qualcosa con le
recensioni. Non molto, ma in particolare fu aiutato dalla rivista “Solaria”,
cioè da Falqui e Montale. Fu alla rivista che Gadda fece la conoscenza del
giovane Contini, con cui avvierà una proficua intesa - in un primo momento non
ben disposto verso le prime prose pubblicate da Gadda, “Polemiche” e “Pace sul
direttissimo”.
Le recensioni
cominciarono nel 1927, con “Solaria”. Sono prose misurate e composte, spiega
Carmosino, niente a che vedere con “le future taglienti ironie e feroci
stroncature”. Anche perché gli “vengono affidate le prose degli amici Ugo
Betti, Bonaventura Tecchi (entrambi compagni di prigionia nel campo tedesco di
Celle, Hannover), dell’amatissimo Bacchelli, di Giani Stuparich e di Paola
Masino”. Ma “Solaria” gli pubblica anche un primo vero saggio critico,
l’“Apologia manzoniana” - che entusiasmerà infine Contini.
Del personaggio Gadda nei
caffè fiorentini Carmosin77o cita per esteso un ricordo di Montale uscito sul
“Messaggero” il 9 gennaio 1994, col titolo “Il re dell’impossibile”: “Avevamo
per lui curiosità, deferenza, ammirazione, stupore, incredulità”, per la sua
cultura scientifica. “Poi scoprimmo”, continuava Monale, “anche la sua cultura
umanistica e altre forme di cultura, ma tutto sotto un manto di riservatezza
schiva; così, insomma, non voleva essere lodato, ammirato, preferiva dir male
di sé, e anche degli altri naturalmente, ma insomma era un personaggio molto
strano”. Non strano, molto.
Le recensioni che Carmosino segnalava hanno poi preso corpo in un volumone Adelphi, “Divagazioni e garbuglio”.
Daniela
Carmosino, Tra estetica ed etica: Carlo Emilio Gadda critico militante,
“Italianistica”. Vol 26, n. 2, maggio/agosto 1997), pp. 279-302
mercoledì 11 febbraio 2026
Il segreto degli ayatollah è il fascismo – il totalitarismo
Cinquanta anni sono due generazioni. È tanto quanto gli ayatollah
sono al potere in Iran. Forti di almeno due eserciti-polizie politiche, i pasdaran
e i basiji, di alcune centinaia di tribunali politici e di boia (si
fanno sulle 1.500 impiccagioni l’anno), e di alcune decine di migliaia di giudici
di regime, persone molto rispettabili, con autista e servitù. E per questo non
cadono. Gli ayatollah sono tutti loro.
Chi ha visto il film di Panahì “Un semplice incidente”, lo “vede”: i
rivoltosi non sanno che farsene del loro aguzzino. E gli aguzzini sono oggi
decine di milioni, complici se non oppressori: ingenui credenti, beneficiati, spie
involontarie, o semplicemente ignoranti, gente intellettualmente disarmata che
ha fiducia nel clero.
Due terzi dei 90 milioni di iraniani sono nati sotto il regime
religioso. E per due terzi sono anche rurali, lontani dalle dialettiche
politiche urbane.
Un fascismo durato due generazioni non può implodere, se non per
suicidio. Il fascismo non implode – i peronismi sono altra cosa, fenomeni
temporanei, di suggestioni, non organizzazioni, non regimi “totalitari”.
Il fascismo propriamente detto e il nazismo sono finiti perché hanno
perso la guerra. Erano anche durati poco, venti e dodici anni. Pinochet si mise
da parte dopo quindici anni perché lo vollero gli Stati Uniti – con la garanzia
dell’impunità per le sue polizie. Il sovietismo è caduto dopo 45 anni, e in tre
Paesi fuori dell’orbita russa, la Polonia forte del papa, l’Ungheria e la
Germania – ma in Russia, in Modavia, nella stessa Ucraina, con dispiacere tuttora di
molti, tra gli svantaggiati, per il gas e le medicine gratuite.
Lo stesso che in Iran accade peraltro in Turchia, che pure ha conosciuto
la democrazia, e tale è ancora considerata. Nella Turchia di Erdogan, che non usa
le forche ma ha migliaia di prigionieri politici, tra essi giornalisti e
esponenti di partito di primo piano (compresi gli sfidanti di Erdogan alle
presidenziali), tutti quelli che danno ombra al regime. E ha ripulito degli indesiderati
i tribunali e le università – non richiede la “tessera” ma fa come se. Considerazioni a parte andrebbero fatte perché entrambi i regimi si vogliono islamici - con differenze, certo, la Turchia in oltre un secolo con vari governi liberamente eletti.
Un Paese piccolo piccolo
Meloni che propone e ottiene una politica
più circospetta sull’ondata di fughe politiche dall’Africa. Meloni che propone
e convince con una politica attiva di cooperazione con l’Africa, con le scuole
dei salesiani ma anche con quelle di molte imprese, e perfino della Ue. Meloni
che invita alla calma, e convince, con l’America di Trump. Meloni che impone un
minimo di ragionevolezza: non abbandonare l’Ucraina nel momento delle decisioni.
Meloni che convince la Germania a completare e rilanciare il mercato comune
per “migliorare la competitività dell’Europa” (la Germania perché è maestra nell’opporre
barriere invisibili, da Pirelli trent’anni fa alla Fiat quindici anni fa, e ora
a Unicredit). Meloni che in India e in Giappone è la leader europea più
rispettata – in Giappone perché ha facilitato l’accesso alla premiership
di una gentile donna – in un partito in materia di genere molto più
conservatore di quanto lo è nelle politiche generali.
Ma, poi, Sanae Takaichi stravince le
elezioni, perché la costituzione e le leggi elettorali lo consentono. E forte
politicamente lancia subito un programma di rilancio della produzione e
dell’economia che, non la piccola Italia, ma nemmeno l’Europa nel suo insieme
s’immagina.
Il paragone col Giappone e con Takaichi
è fulminante. L’Italia è al confronto non solo un piccolo Paese e una piccola
economia. Ma, peggio, è un Paese che si rimpicciolisce. In crisi demografica irreversibile
– se non con politiche, che non si intravedono, di lunghissimo termine, una
generazione, forse due. E in calo di produttività e produzione. Cresce
l’occupazione, ma tra i camerieri.
Successe anche con Craxi, la politica estera è l’unico esercizio in cui
un presidente del consiglio può esercitarsi – specie se, come Meloni, sa i
dossier e sa le lingue. Per il resto deve solo occuparsi di tenere la “coalizione compatta”. Anche i ministri, che non sono i suoi (non può dimetterli), ma del presidente della Repubblica - può solo dimettersi, in sostanza. Un
lavoro di Sisifo, contrabbandato per democrazia.
Il secondo Paese più industriale d’Europa registra dopo il covid un calo
costante della produzione industriale – si dice dopo il covid per eufemismo, in
realtà dopo l’abbandono dell’impero Agnelli, della chimica, e dell’acciaio. Con
migliaia di aziende e marchi passati in mani straniere, ciò che normalmente ne
segnala la fine, seppure a coda di pesce – si compra un marchio per sfruttarne
le potenzialità di mercato, quelle storiche, ma senza investire, innovare,
migliorare, adeguarsi ai mercati.
L’auto, industria italiana per eccellenza, è ora agli sgoccioli. Non è il
solo caso. Il settore chiave delle macchine utensili, per le quali aveva un primato
mondiale dietro la Germania, è in sofferenza. E si importano anche le buste di
plastica.
Cos’altro resta, oltre Meloni? Ah sì, la crociata
identitaria: Sinner (Sinner?), l’oro allo short-track all’Olimpiade, il made
in Italy di qua, il made in Italy di là. Tra sagre di patrimoni dell’umanità o
anche solo dell’Unesco, e frotte di turisti scappa e fuggi – c’è anche la visita
in tre ore di Firenze
L’America è più forte delle sue guerre
“Una cosa è diventata chiara negli ultimi mesi: i
tiepidi tentativi del governo di aggirare le garanzie costituzionali e di
intimidire coloro che hanno deciso di non farsi intimidire, che preferirebbero
andare in prigione piuttosto che vedere le proprie libertà rosicchiate, non
sono sufficienti e probabilmente non saranno sufficienti a distruggere la
Repubblica”.
Scrivendo dei “Pentagon Papers”, i documenti sulla
guerra in Vietnam pubblicati dal “New York Times” e dal “Washington Post”, H. Arendt
si congratula per avere scoperto che l’America non l’ha delusa, non è un paese
colonialista o imperialista come nella vecchia Europa, perché ha un’opinione
pubblica vigile. Comprovata dal fatto che tutti i “segreti” dei Pentagon Papers
erano in realtà pibblici, denunciati qui e là nei loro varia aspeti
pubblicamente. Ma rileva che l’opinione pubblica è intossicata dalle “notizie
di guerra”, una pratica anche necessaria di riarmo morale, che però è
degenerata in una sorta di arte della menzogna, passando per le agenzie pubblicitarie,
o di “formazione” dell’opinione pubblica.
“Non sorprende che la recente generazione di
intellettuali, cresciuta nell'atmosfera folle della pubblicità dilagante e a
cui è stato insegnato che metà della politica è «creare immagini» e l'altra
metà è l’arte di far credere alle persone nelle immagini” abbia saputo, come
tutti, ma non abbia reagito. Perché “ai numerosi generi dell’arte della
menzogna sviluppati in passato dobbiamo ora aggiungere due varianti più recenti….,
l’inventiva di Madison Avenue”, le agenzie di pubblicità commerciale a New York,
e le “relazioni pubbliche”, che gli enti, anche i partiti e le istituzioni,
modellano su” Madison Avenue” – “le pubbliche relazioni sono una variante della
pubblicità, quindi hanno origine nella società dei consumi, con la sua smodata
brama di beni da distribuire attraverso un'economia di mercato”. Come meglio “vendere”
la politica.
Con una considerazione suppletiva che, all’epoca solo
ipotetica, oggi sembra invece una constatazione: “Stranamente, l’unica persona
che potrebbe essere la vittima ideale di una manipolazione totale è il
Presidente degli Stati Uniti. Data l’immensità del suo incarico, deve
circondarsi di consiglieri”. La cui funzione, spiga Arendt citando uno di
questi consiglieri all’epoca, Richard J. Barnet, “esercitano il loro potere
principalmente filtrando le informazioni che giungono al Presidente e
interpretando per lui il mondo esterno”. Al punto che “si è tentati di
sostenere che il Presidente, presumibilmente l’uomo più potente del Paese più
potente, è l’unica persona in questo Paese la cui gamma di scelte può essere
predeterminata”. Peggio ancora, annota Arendt nel 1971, se se il Senato è
indebolito, la cui funzione originaria era, ed è stata, “di proteggere il
processo decisionale dagli umori e dalle tendenze transitorie della società in
generale”.
La rivista ripropone il saggio per il motivo che H. Arendt
ne dava presentadolo all’epoca: “Il famoso divario di credibilità, che ci
accompagna da sei lunghi anni, si è improvvisamente spalancato in un abisso. Le
sabbie mobili di dichiarazioni menzognere di ogni genere, inganni e
autoinganni, rischiano di travolgere qualsiasi lettore desideri approfondire
questo materiale, che, purtroppo, deve riconoscere come l’infrastruttura di
quasi un decennio di politica estera e interna degli Stati Uniti”. L’America
può fondamentalmente non essere imperialista, l’americano lo è, non è “jingoista”
come lo era l’inglese, ma è come se.
I “Pentagon Papers” erano stati fatti redigere nel
1967 da Robert McNamara, ministro della Difesa di Lyndon Johnson, che insieme col
presidente aveva voluto e organizzato l’escalation della guerra in Vietnam,
avviata da John Kenedy. McNamara li aveva approntati per Robert Kennedy, che si
preparava alla campana presidenziale l’anno successivo, prima di dimettersi
nello stesso autunno del 1967, convinto del fallimento della strategia della escalation
. Sono la documentazione di 23 anni di coinvolgimento degli Stati Uniti in Indocina,
con numerosi errori ed eccessi militari.
La battaglia di Nixon contro la divulgazione dei “Pentagon
Papers” lo porterà alle dimissioni forzate tre anni più tardi. McNamara vi
spiega che l’“incidente del Golfo del Tonchino”
- un attacco di motosiluranti nordvietnamite contro un cacciatorpediniere statunitense
- con cui il presidente Johnson si fece autorizzare dal Congresso ad attaccare
il Nord Vietnam senza dichiarare guerra, non era mai avvenuto.
Hannah Arendt, Lying in Politics: Reflections on
the Pentagon Papers, “The New York Review”, 18 novembre 1971, free online,
leggibile anche in italiano, Mentire
in politica: riflessioni sui Pentagon Papers)
martedì 10 febbraio 2026
Letture - 606
letterautore
Autore – “Trombetto e
recitatore delle altrui opere” è per Leonardo, se non è inventore” - nella serie
di “Proemi” raccolti nell’antologia Bur “Scritti letterari”, in polemica con chi
gli disconosceva la qualifica di autor e: “Se bene, come loro, non sapessi allegare
gli autori, molto maggiore e più degna cosa allegherò allegando la sperienza, maestra
ai loro maestri. Costoro vanno sgonfiati e pomposi, vestiti e ornati, non delle
loro ma delle altrui fatiche; e le mie a me medesimo non concedono; e se me
inventore disprezzeranno, quanto maggiormente loro, non inventori, ma trombetti
e recitatori delle altrui opere, potranno essere biasimati”.
Dnipro – Il luogo dell’“ultima
(ma non ultima) strage”, questa volta di “minatori sul bus” che li portava al lavoro, è luogo-simbolo del
conflitto Russia-Ucraina. Per essere stata una città di creazione, e luogo di
elezione, della Russia, prima di diventare importante cent o minerario ucraino
– e uno dei “teatri di guerra”, della guerra interminabile, da quattro anni
ormai. Ricorrente nella letteratura russa come ora nelle cronache di guerra,
come Dnipropetrovskij. O anche come Ekaterinoslav, il suo nome fino alla creazione
dell’Unione Sovietica. La città cioè fondata da Caterina II di Russia – creata per
lei, che morirà poco tempo dopo, dal principe Potëmkin.
L’espansione della
Russia nell’attuale Ucraina fu una conseguenza della vittoria sull’impero
ottomano. Dnipro fu uno dei primi insediamenti russi in Ucraina dopo la
sconfitta dell’impero ottomano, a cui i territori facevano capo, sancita dal trattato
di Kücük Kaynarka, 1774. Fondata come Ekaterinoslav, la gloria di Caterina.
Il fiume non aveva
portato fortuna a Prokofiev, che aprì con la suite “Sul Dnepr” i suoi tentativi
un di sfondare nel balletto con quattro composizioni – prima del successo di
“Romeo e Giulietta”. Debuttò fiducioso nel genere con “Sul Dnepr” garantito del
successo da Sergej Diaghilev e i suoi Ballets Russes. Ma il balletto andò in
scena dopo la morte dell’impresario, e condivise il fallimento dei Ballets
Russes.
Gruppi di lettura – “La
Cassazione del libro” li dice Viola Ardone, che ne è oggetto preferenziale: “I gruppi
di lettura sono cassazione!”, “La Lettura” di domenica.
Libro – “Nei libri
puoi scoprire molte cose”, spiega a un ragazzo Florio padre Alberto, il parroco
del Carmine a Bagnare del romanzo di Stefania Auci, “L’alba dei leoni”: “Sono come
finestre…. Ne apri uno, e conosci la vita dei santi; nei apri un altro e impari
cosa si trova al di là del mare. È esattamente come se guardassi dalle finestre
di una casa… e ogni giorno puoi scegliere una casa diversa”.
Livorno – “Ho preso il
Livorno (la squadra di calcio, n.d.r.) perché me l’hanno chiesto gli armatori
israeliani”, Aldo Spinelli “il re della logistica portuale a Genova e altrove”,
sul “Corriere della sera” oggi - “maledetto quel giorno: in 20 anni ci ho lasciato
61 milioni e 700 mila lire”. Armatori israeliani appassionati del Livorno calcio
per essere di famiglia o di affetti sempre legati a Livorno, città dove molte radici
ebraiche affondano, per essere stata per prima liberata dalle “interdizioni
israelitiche” nel Mediterraneo occidentale.
Mussolini – “Un
improvvisatore”, Angelo Polimeno Bottai, nipote di Giuseppe Bottai, il
governatore di Roma e di Addis Abeba, ministro delle Corporazioni di Mussolini,
sul “Corriere della sera” lunedì l’altro: “Mussolini è sempre stato un improvvisatore,
forse non aveva neanche in testa di mettere in piedi un regime. Gli è venuto un
po’ alla volta…. Durante il regime fascista Bottai ha pubblicato il Capitale di
Marx, con la Utet.”.
Palmerston – “Mi è sembrato
un miscuglio stranissimo di uomo di Stato e di ragazzino”, Prosper Mérimée alla
contessa di Montijo, donna Manuela, la madre della futura imperatrice di
Francia Eugénie, sua confidente dal tempo del suo primo viaggio in Spagna, nel
1830, scrivendone tardi, ilx13 lglio1857: “Ha la sicurezza di un vecchio ministro
e il gusto delle avventure di uno scolaro., Lo credo molto confuso, uno che
confida nella sua buona stella e perfettamente senza scrupoli. Rivolterebbe il
mondo per avere un piccolo successo d’eloquenza. Ha tutti i pregiudizi e tutta
l’ignoranza di John Bull, con la sua ostinazione e il suo orgoglio. Per farla breve,
credo che sia uno dei cattivi geni della nostra epoca”. Henry John Temple, lord
Palmerston, si direbbe che è diventato il patrono dell’Italia liberale per caso
– lui stesso spiegò del resto che non sapeva nulla della Napoli che aveva
deciso di affondare.
Mérimée era stato spesso a Londra da giovane per svago o studio: nel 1825,
a 22 anni, con i pittori Delacroix e Gérerad, l’anno successivo in contemporanea
con Stendhal, ma senza conoscersi, nel 1832 e nel 1835. Negli ultimi due viaggi
era già un funzionario importante del governo in Francia.
Nel 1862, il 3 giugno, sempre alla contessa Montijo, racconta che i
Palmerston, dandogli più importanza di quanta ne potesse avere, lo trattavano amichevolmente,
E lady Palmerston una volta lo introdusse nel suo bagno privato (“cabinet de
toilette”) per spiegargli un furto con destrezza che aveva subito.
Lamentando che, dopo aver incamerato un petit Dunkerque, un piccolo ammasso
di gioielli, “si erano lavati le mani con un sapone profumato fabbricato espressamente
per lei”, e si eran “accuratamente ripulite le unghie con un limone”. Mérimée
racconta ancora di avere visto nel bagno un piccolo tavolo ingombro di carte
etichettate e legate con nastri rossi, per concludere: “È evidentemente a quella
tavola, tra milord e milady, che si fanno gli affari di quel Paese”.
Poesia – Non ce n’è mai
stata tanta quanta nel Millennio - Alfonso Berardinelli, sul “Foglio” sabato -
quando non ce n’è più: “Può facilmente succedere che la poesia venga annientata
da se stessa e quasi dal proprio nome. Dal vuoto di che cosa, di perché,
e quindi anche di un vero come”.
Di Berardinelli è anche “L’ultimo secolo di poesia italiana. Testi e
ritratti” – l’ultimo secolo, il Novecento, come finale di partita?
Ma Pasolini già lo diceva, che Berardinelli cita, nel 1973. Piovene ancora
prima, nel 1962. Una morte a rate?
Recensioni – Sul “settimanale”
di sabato 31 “il Foglio” ha una pagina durissima di Claudio Giunta, “Orge di barocco
brianzolo”, contro il film “Sirat”:, per “dissuadere”, dice alla prima riga,
“il lettore dall’andare a vederlo” – “come è possibile prendere sul serio
patacche del genere, pataccari del genere?” Mentre il mensile del quotidiano,
“Review”, che anch’esso si pubblicava quel sabato, la direttrice Annalena Benini
apriva con un panegirico dello stesso film,
raccomandandolo a “tutta la famiglia”, per mostrare “lo shock davanti alla vita
che cambia per sempre”.
letterautore@antiit.eu
La morte ridà gusto alla vita
La morte ridà gusto all’amore,
alla vita. Il litigio cede il passo all’affetto, la disappetenza diventa fame.
L’ultimo racconto di Michela
Murgia, forte della sua prospettiva di malata terminale, è sceneggiato com misura
e leggerezza dalla regista catalana. Per Alba Rohrwacher che finalmente recita
come se fosse se stessa, naturale ed espressiva. E un Elio Germano perfino misurato,
oltre che verace, senza più le moine del mattatore.
Essendo il racconto soprattutto
di personaggi femminili, i dialoghi sono poco percepibili. Eccetto che per
Galatea Bellugi – e, in parte, Rohrwacher.
Isabel Coixet, Tre ciotole, Sky Cinema, Now
lunedì 9 febbraio 2026
Problemi di base - 899
spock
Ex nihilo vita?
Dal caos
l’ordine?
È il miracolo
della creazione?
Che cos’è
miracolo?
Che cos’è
creazione?
Creazione e
miracolo si fanno passo passo – nella evoluzione?
spock@antiit.eu
I leoni tutti fratelli e famiglia
Un racconto profuso di vite ordinarie, di nascite,
morti, matrimoni, fatica. Sotto minacce inevitabili: i briganti, il terremoto,
il naufragio, il fallimento commerciale. Senza glamour “la saga dei Florio”
è fatica. Quando non è disgrazia, per malattie, morti e debiti - col terremoto
in mezzo, quello terribile del 1783. E ricominciamenti.
Le origini dei leoni di Palermo sono umili, artigiani
del ferro, delle scarpe, in modesti borghi in Calabria prospicienti la Sicilia,
Melicuccà e Bagnara. Il padre autoritario come tutti i padri, la madre generosa
e compagna, gli eventi, brutti e buoni, immutabili: lavoro, matrimoni, nascite:
“Una famiglia dove il lavoro è sacro, ma ancora più sacri sono i soldi e l’onore”.
L’orizzonte sempre basso, modesto. La decisione finale di aprire bottega a
Palermo, giusto una drogheria, un ascensore verso il cielo.
Della trilogia il volet più arduo: non c’era
nulla da raccontare, non di romanzesco. Stefania Auci, volendo perpetuare il successo
straordinario dei suoi “Leoni di Sicilia”, ne traccia il preliminare, la
famiglia dei due fratelli fondatori della dinastia, nei venticinque anni prima
dello sbarco a Palermo. La famiglia paterna, con fratelli e sorelle, alcuni premorti,
fino a Paolo e Ignazio che decidono di tentare il piccolo commercio a Palermo –
dove molti compaesani li hanno preceduti, dopo il terremoto del 1783. E a
Giuseppina Saffioti, la moglie dell’uno, l’amore, corrisposto, dell’altro.
Un racconto di vite ordinarie: matrimoni contrattati per
la dote, i figli “necessari”, braccia da lavoro, le mogli fattrici, gli
orizzonti chiusi della vita di paese.
Fra tutte le figure familiari, un monumento alla
madre, quella con molti figli, e quella che non può averne. E alla famiglia,
con i suoi alti e bassi, nei rapporti con il padre padrone, o tra fratelli, e
sorelle. “Una famiglia è come una stoffa: il marito è l’ordito, quello che dà
la struttura, la moglie è la trama, quella che dà la morbidezza, il colore, la resistenza,
e i figli sono i fili che la decorano. Più compatta è la trama, più robusta è
la stoffa”.
Stefania Auci, L’alba dei leoni, Nord, pp. 461
€ 22
domenica 8 febbraio 2026
Ombre - 810
“Sull’intelligenza artificiale ci sbagliamo”,
Nil Lawrence, uno dei suoi tanti padri, spiega a Roma, alla Luiss: “Non è un racconto
di fantascienza”. E la descrive come una secchiona, in un grande magazzino di
dati. Per lo più raccolti su internet – cioè per natura poco attendibili: un’approssimazione
di approssimazioni.
“Media Forum” mondiale, a Riad, Arabia
Saudita: “300 leader da oltre 20 Paesi e 65 mila partecipanti”, giornalisti,
manager, studiosi e responsabili dei media. Si discute il futuro dell’informazione
sotto il patrocinio del re Salman. Di un regno, di 50 o 60 milioni di persone,
dove l’opinione non è consentita, non è nemmeno concepita.
Perché Epstein, il prosseneta d’affari,
non sarebbe stato una spia dei russi, un provocatore? E perché no? Ecco, subito
ci pensa la Polonia a dare la soluzione.
La guerra in Ucraina è solo un
antipasto di quello che ci aspetta? Dapprima contro la Russia: Polonia,
Romania-Moldavia e Baltici. Poi tra di loro – specie tra Polonia e Lituania,
tra Polonia e Ucraina.
Stellantis dopo Renault, dopo Vokswagen:
il miracolo verde delle case automobilistiche, una sorta di eldorado a prezzi raddoppiati,
si è tramutato in un bagno di sangue, per i dipendenti e per gli investitori.
Una transizione che era, ed è ancora, una speculazione – senza effetti, o
marginalissimi, sull’inquinamento.
Crolla Stellantis di un 30 per cento
cumulativo in due giorni, di un terzo insomma, incomprensibile per il secondo maggiore
gruppo dell’auto in Europa, terzo in America, leader nei modelli ibridi
che ora tirano, per una strategia imprenditoriale scontata: le nuove gestioni accatastano
subito perdite passate, presenti e future, in modo da poter dire a un anno data:
ecco il miracolo. Ma è uno dei tanti casi che fa della Borsa, ancora nel 2026,
un casinò: Piazza Affari è sempre un “parco buoi”.
Il crollo di Stellantis venerdì - - 25,17
per cento, dopo un altro record negativo giovedì, - 5,71 - ha oscurato quello
delle maggiori banche lo steso giovedì: Unicredit - 4,20. Intesa – 3,72. Intesa
il giorno dopo avere chiuso un 2025 record, anche in dividendi, e prospettato un
2026 migliore. Un crollo non per le solite incertezze, la Fed, la Bce, Trump,
la “bolla”. No, le vendite sono state consigliate da primaria clearing house,
la vecchia agenzia di Borsa: Mediobanca. Cioè: “Roma” comincia a mordere, il
governo, la Lega – si dice Mps ma è il governo Meloni-Giorgetti: Unicredit e
Intesa “so’ de sinistra” – non hanno locupletato le loro Fondazioni, le
procacciatrici di voti?
All’Olimpiade “ovazione per Kiev, fischi
a Vance”, titola il “Corriere della sera”. L’ovazione sì, era il minimo, i fischi
non si sono uditi. Ma Vance “colpisce più in Europa che negli States”, come
nota sullo stesso giornale Luigi Ippolito – Ippolito lo nota per “il caso Epstein”.
Il giornalismo europeo si vuole scandalistico come quello americano – più e meglio,
naturalmente? O contro l’America?
Contro l’America, contro la Russia,
contro questo, contro quello, una gabbia di disadattati - misfits?
All’Olimpiade di Parigi lasciarono
Mattarella solo sotto la pioggia. A Milano-Cortina Macron ha fatto come Moretti,
“mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte, o
se non vengo per niente?” Anche se la Francia prenderà il testimone della
prossima Olimpiade Winter. Strano personaggio il presidente francese – presidente
per scongiurare una presidenza Le Pen. Che si fa notare per esserci ovunque,
dove non è atteso. Oppure per non esserci dove è atteso. Ma solo in Italia è
osannato – in Francia no (perfino in Germania ne parlano male – cioè non ne
parlano).
“Perdite record sul campo. Conquiste a
rilento. Nato che si rafforza ai confini della Russia. Influenza sparita. Kyiv
che si europeizza”, Cerasa argomenta sul “Foglio” la sconfitta della Russia.
Quantomeno “contro la balla della vittoria russa”. Dimentica l’Europa senza la
Russia. L’Europa dell’Ucraina, anzi degli Zelensky. Degli antirussi dal Baltico
al mar Nero. Quante guerre e quante sanzioni, per quante generazioni?
Alessandra Arachi non scrive per molto tempo.
Poi lo steso giorno ha sul “Corriere della sera” due pagine. In una fa il resoconto
di Trentini, il prigioniero di Maduro, da Fazio, E nell’altra, la pagina dopo, fa
una intervista, con Angelo Polimeno Bottai, il pronipote. Neanche i capi
servizio e i capi redattore leggono più il giornale?
È curioso, ma non tanto, Alberto Trentini
che da Fazio si sbraccia per dire che non ha subito “torture fisiche” in carcere
in Venezuela per un anno e mezzo. Ha appena detto che i primi dieci giorni li
ha passati nella pecera, “acquario in spagnolo, una stanza con un vetro,
che non consentiva di vedere ma sì di essere visto”, dove, “dalle sei del mattino
alle nove di sera” doveva stare seduto su una sedia, “mentre ti sparavano
addosso aria gelida”. Se non era una tortura… “Ma no”, risponde sempre pacato, il
Venezuela “non ha proprio la nozione basica dei diritti, per loro quello era
normale, non la pensavano come una tortura”. Giocavano con l’elettricità, l’avevano
scoperta?
È il problema dei cooperanti, che tanti
problemi hanno per questo creato all’Italia: presumono di sé, hanno sempre da
fare col buon indigeno, il “bovero negro”.
“Liste d’attesa infinite per una
visita, un circolo vizioso per fare soldi”: è semplice, è noto, approda infine
al giornale con la dataroom di Gabanelli e Ravizza. Altro che strutture
insufficienti, è tutto un trucco: “Un business a danno dei pazienti, un sistema
che vale (e costa alle nostre tasche) ben dieci miliardi. Nel pubblico attività
privata fino al 90 per cento”. Roba da Regina Coeli, da San Vittore. Ma niente
scandalo, la colpa è dello Stato che non spende abbastanza – la corruzione è
insaziabile.
Prime pagine voluttuose sui “file di
Epstein”, l’organizzatore di orge con le minorenni. A grandi titoli si spiega
che danneggeranno Trump. Come se non fossero stati pubblicati dal ministero
della Giustizia di Trump.
Però, tante pagine sui “file Epstein”
non indignano, facilitano la lettura del giornale. Si sfoglia in buona
coscienza velocemente, e si arriva prima allo sport.
Scene da Minneapolis a Torino, a parti invertite:
il polizotto a terra “torchiato” dai manifestanti. Presa di posizione in prima
pagina: “Inaccettabile chi li copre a sinistra”. Detto da chi? Giancarlo Esposito,
ex senatore Pd. Che c’entra la sinistra?
Tutto è politica in un paese che non ha
più politica, da tempo - “destra” e “sinistra” sono concetti politici. Di un giornalismo
perdente, su tutti i fronti, opinione e vendite – quello velenoso tracciato da
“la Repubblica”. Il giornale è una causa persa?
Oppure sì, la politica c’è, in senso
perverso – incomprensibile? A Torino lo stesso giorno la Procuratrice Generale
Musti aveva inaugurato l’anno giudiziario vituperando non il governo ma l’“upper
class” di Torino, così la chiama, cioè la borghesia intellettuale. Con l’elenco
di una “impressionate serie di comportamenti violenti”, e citando “il reclutamento
dei giovanissimi davanti alle scuole”, primo il liceo Einstein, il primo, con
“agire sistematico e organizzato”.
Comunismo d'élite a Pechino
“Circa 100.000 talentuosi adolescenti cinesi selezionati ogni anno per entrare a far parte di una rete di corsi di formazione scientifica organizzati nelle migliori scuole superiori del Paese. Le classi di genio, chiamate anche classi “sperimentali” o “competitive”, preparano gli studenti più dotati a competere in competizioni internazionali di matematica, fisica, chimica, biologia e informatica….
“Tra i laureati della classe Genius figurano il fondatore della società
madre di TikTok, ByteDance, e gli sviluppatori principali del suo potente
algoritmo... Entrambi i leader delle due più grandi piattaforme di e-commerce,
Taobao e PDD…… Il miliardario della “super-app” per la consegna di cibo a
domicilio Meituan. I due fratelli del produttore di chip Cambricon, uno dei
principali concorrenti di Nvidia…. Gli ingegneri principali dei principali
modelli linguistici di DeepSeek e Qwen di Alibaba. Per non parlare del celebre
nuovo capo scienziato di Tencent, sottratto a OpenAI…
“I gaokao, quelli che intraprendono il percorso del genio”, sono
selezionati tra i 16 e i 18 anni… sulla base dei risultati ottenuti nelle più
difficili competizioni internazionali”. Evitano i percorsi di studio normali,
esami e concorsi, e proseguono con la selezione preferenziale “presso le
migliori università cinesi, come i corsi d'élite in informatica delle
università di Tsinghua e Shanghai Jiao Tong…”.
Zijing Wu,
China’s Genius Plan to Win the AI Race is Already Paying-off, “The Financial
Times”, free online (leggibile anche in italiano, Il geniale piano cinese per vincere la corsa all'intelligenza artificiale
sta già dando i suoi frutti)
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