Cerca nel blog

sabato 14 febbraio 2026

Problemi di base anarchici - 900

spock


Contro lo Stato, in favore di chi?
 
Libertà di tutti contro tutti?
 
La libertà è una bomba?
 
La libertà è di chi se la può prendere?
 
L’esito del liberalismo è l’anarchia?
 
“Anarchico perché ricco”, Céline, Londra”?

spock@antiit.eu

Manzoni, il manifesto del “giovane” Gadda

Un Gadda delle “origini”, uno dei primi scritti conservati, pubblicato tal quale da Federica G. Pedriali, l’ordinario di Italianistica a Edimburgo, creatrice e animatrice dei “Gadda Studies”. Sorprendentemente “gaddiano”, nella locuzione e nella sintassi, negli interessi (filosofia, linguistica) e negli umori, riprodotto come l’aveva scritto. La versione di questa “Apologia” programmatica che circola (ora nella raccolta “Divagazioni e garbuglio”) è quella pubblicata da “Solaria”, al confronto spuntata, molto. Probabilmente ripulita, da Carocci o da chi altro gestiva la rivista, delle peculiarità gaddiane, non solo della lingua, in effetti molto artefatta per un lettore comune e anche per i “solariani”, ma pure del sostrato filosofico (etico-filosofico) che della scrittura di Gadda , anche la più inventiva, costituiva e costituirà il terreno di coltura.
“Manzoni – Fichte – Idea dell’immediatezza necessaria del linguaggio” è il titolo-tema della riflessione. Il “linguaggio” è il primo problema, da subito, di Gadda, che non voleva scrivere il già scritto. Lo è già nell’apoftegma in esergo, invece del titolo (“Apologia manzoniana” è evidentemente redazionale): “AFFIORAMENT PER L’INNESTO\ IN PRAETERITUM TEMPUS”.
Fra i tanti umori, alcuni poi molto gaddiani, a proposito di avere qualcosa da dire, e di saperlo dire – la “scrittura”:
“La mescolanza degli apporti storici e teoretici più disparati, di cui si plasmò e si plasma tuttavia il nostro bizzarro e imprevedibile vivere, egli ne avvertì le deviazioni contaminantisi in un'espressione grottesca” – egli, naturalmente, Manzoni
.

“Il barocco lombardo di quel tempo ha tenuissimi tocchi e una grandiosa tristezza”.
“Scrittore degli scrittori, egli visse prima la sua meravigliosa annotazione e il continuo riferimento del male antico al nuovo aumenta la risuonanza tragica di ogni pensiero. Volle poi che il suo dire fosse quello che veramente ognun dice, ogni nato della sua molteplice terra e non la trombazza roca d'un idioma impossibile che nessuno parla, non solo, e sarebbe il male minore, ma che nessuno pensa né parlando a sé o al suo amico, né alla sua ragazza, né a Dio”.
“Bisogna leggere e profondamente scolpire nella memoria e nell’anima ciò che Giovanni Amadio Fichte scrive nei capitoli terzo e quarto dei suoi discorsi alla nazione tedesca per comprendere che non la vanità d'accademico e non il gusto ambizioso di letterato giovincello reduce da Parigi con le primizie acerbette della moda può aver imposto al suo animo di volerla finire una buona volta, di finirla con la grottesca bestialità dei toni asineschi degli asini che fanno da sei secoli i rigattieri degli umanisti a freddo. Un conto è disseppellire Cicerone e scrivere la Canzone alla Vergine, o trattati di geografia; un conto è scrivere gli esametri dell’Affrica, o chiamarsi Lorenzo Valla, o Marsilio Ficino, o anche Giovanni Pontano e contraffare il latino del De officiis alla Poggio Bracciolini; e un altro, un ben altro e miserevole conto è sbrodolare sopra un popolo di melensi imbecilli, incapaci d’ogni originalità dell’anima e della coscienza, squadroni di endecasillabi beoti con dodici sillabe e incartapecorirsi così per tutta l’eternità”.
Ce n’è ancora per altre otto o nove pagine a stampa.  
Carlo Emilio Gadda, Apologia manzoniana, “The Edinburgh Journal of Gadda Studies”, online

venerdì 13 febbraio 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (624)

Giuseppe Leuzzi

Il dottor Gratteri essendo un giudice non può dirsi un mafioso – quello degli “avvertimenti” (“Voteranno per il Sì (al referendum per la riforma della giustizia, n.d.r.) gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente” - compreso il qui lo dico e qui lo nego (“io non l’ho detto”), a cui il giudice ci ha abituati. Ma il signor Cairo e i suoi media sì, per i quali il giudice lavora.
Il “Corriere della sera”, che la dichiarazione al  
“Giornale di Calabria” ha pubblicizzato su Corriere.tv, su nove spazi oggi in prima pagina non ne trova uno per l’“avvertimento”, dopo che la cosa è stata denunciata – il mafioso nasconde la mano.

Gratteri-Cairo, una mafia a parti rovesciate? Gratteri è calabrese, Cairo and co. milanesi. Ma molti calabresi nella storia si illustrano per essere rinnegati. Famosi quelli islamizzati, i più crudeli, specie nelle scorrerie contro i poveri e gli indifesi. Pare che nella Costantinopoli dei sultani un intero quartiere si fosse formato col nome di Nuova Calabria.

Non avendo cuore – voglia – di sorbirsi il giudice Gratteri in tv, ci si fida della “Gazzetta del Sud” oggi, giornale ben all’orecchio del giudice, di cui riferisce la reazione: “Vediamo le persone che scrivono (sul referendum sui social, n.d.r.) chi sono, persone per bene, pregiudicati, parenti di pregiudicati. C’è di tutto, ma vediamo i numeri. E vediamo più avanti se serve altro”. Un altro “avvertimento”.

Si arresta un Calabrò, detto “’u dutturicchiu”, il dottorino, dopo la condanna all’ergastolo per il rapimento e l’assassinio di Cristina Mazzotti. Dottorino perché? gli è stato chiesto. “Ho fatto tre anni di sudi in Medicina. Poi ho smesso perché mi hanno arrestato”. Liberato, “mi sono
iscritto a Farmacia e dopo due anni mi hanno arrestato di nuovo”. Tipico, lo scherzo prima di tutto, a’ zannella. Ma viene condannato dopo cinquant’anni. In primo grado.
Dopo essere stato presente, nota Giuzzi sul “Corriere della sera”, “a quasi tute le udienze del processo Mazzotti”.

Nel dramma del trapianto fallito di cuore del bambino di Napoli, per il cure sostitutivo danneggiato dal trasporto, non si fa cenno che il cuore è partito, non nella giusta confezione per il viaggio, da Bolzano. L’omissione è singolare soprattutto da parte della madre del bambino e del suo avvocato: il loro orizzonte è Napoli, l’ottimo ospedale Monaldi, che pure ha tenuto in vita il bambino per un anno o più. L’odio-di-sé fa aggio su tutto.

L’Europa sorge a Nord – del Mediterraneo
“L’Europa sorge nel Nord”, spiega l’allora cardinale Ratzinger alla Biblioteca del Senato il 13 maggio 2004, nella conferenza “La necessità dell’Europa in un mondo globalizzato” (ora nela piccola raccolta del “Foglio”, “L’Occidente vincerà”?. Si sa, ma è il Nord del Mediterraneo.
“Chi parla dell’origine dell’Euro rinvia solitamente ad Erodoto”, spiega il future Benedetto XVI”, che parla indirettamente a proposito dei Persiani: “Considerano come cosa loro l’Asia e i popoli barbarici che vi abitano, mentre ritengono che l’Europa e il mondo greco siano una cosa a parte… Di fatto, con la formazione degli stati ellenistici e dell’Impero Romano si era formato un continente che divenne la base della successiva Europa…: erano le terre tutt’attorno al Mediterraneo, le quali in virtù dei loro legami culturali, in virtù dei traffici e dei commerci, in virtù del comune sistema politico formavano le une insieme alle altre un vero e proprio continente. Solo l’avanzata trionfale dell’islam nel VII e all’inizio dell’VIII secolo ha tracciato un confine attraverso il Mediterraneo, lo ha per così dire tagliato a metà”.
Una lezione ovvia, ma quanto trascurata, dopo gli eccessi di Mussolini. L’Europa era l’impero romano. E tale è rimasta, col Sacro Romano Impero, ancora per molti secoli, che sempre si riconosceva a Roma.
 
Tra Napoli e la Sicilia il nulla
Stefania Auci ha scelto, per rinverdire il successo dei suoi “Leoni di Sicilia”, i Florio, di narrare la famiglia prima dello sbarco a Palermo dei fratelli Paolo e Ignazio - con Giuseppina, la combattiva donna di un anticipo di “poliamore”, delle goethiane affinità elettive. Fabbri e calzolai a Bagnara, provenienti da un paesino dell’entroterra, Melicuccà. Di un mondo quindi minimo, paesano, povero, chiuso, tutt’altro dalla scintillante Palermo – dove uno smercio da pizzicagnolo è chiamato aromateria.
Forse per questo, per evidenziare la cesura, il grande salto, ha scelto curiosamente di fare di Bagnara un luogo geografico, senza anima, senza vita - curiosamente per il lettore che vi si avventuri? Auci conosce un po’ di Calabria, se ai trent’anni, quando ha avuto il primo figlio, insegnava a Cosenza. Fa comunque una trascrizione esatta della fonetica e dei modi dialettali. Usa correttamente i toponimi, Melicuccà, Ceramida, la chiesa del Carmine, epicentro di molta storia – anche se sposta la chiesa, che è in alto, verso la marina. E deve avere fatto ricerca accurata all’anagrafe, comunale e parrocchiale, se i registri sono sopravvissuti ai terremoti e maremoti. O avrà avuto un buono stringer locale. Ma non più di tanto. Il che è strano per una narrazione, che si vuole profusa, ma non ha molti temi, eccetto le dinamiche familiari.
Un lungo capitolo Auci fa di briganti, che però non sono propriamente Bagnara né la evocano. E un altro lungo sul terremoto del 1783, naturalmente – che ha distrutto Bagnara come due terzi della Calabria. Mentre omette la Bagnara quale è, o è stata, che avrebbe fatto da sé un romanzo. Un paese di mare: pescatori, marinai, commercianti. Specie le bagnarote, le donne di Bagnara, ambulanti dai garretti d’acciaio, mollettiere e settemplici gonne. collo taurino, la cesta della mercanzia in testa, un metro di diametro, vaganti con ogni mezzo nelle pieghe dell’Aspromonte – materia di numerose ricerche accademiche sul matriarcato, fino a questo dopoguerra. Con una spiaggia profonda di sabbia fine, secca, dorata, prima che cinquanta o sessant’anni fa decidessero di scavarsi il solito “porticciolo” – ora la sabbia non c’è più e si entra in mare in acque scure tra i “pennelli”. Aveva a Pellegrina, che Auci trascura, mulini e forni di saporito e morbido “pane di grano” – ultima “invenzione” delle bagnarote, finito il commercio ambulante. Protetta da costoni a vite, di uva zibibbo, forte di lunga insolazione – tra Bagnara e Scilla la costa era un’altra Cinque Terre, ora inselvaggita, troppa fatica, fino agli anni 1960. E non ne venivano gli altri Florio della storia, quelli del Cinquecento, il pastore e teologo protestante Michelangelo, emigrato per salvarsi la pelle in clima da Controriforma, e suo figlio o nipote Giovanni, “John”, amico di Shakespeare (qualche anno fa, al gioco di “Shakespeare non è Shakespeare”, era il primo “vero Shakespeare”), umanista, filologo neolatino, traduttore in inglese di Montaigne, i “Saggi”, e del “Decameron” (questi Florio se li è assunti Firenze per una minima annotazione di Michelangelo su un in folio della sua “Apologia di Michel Agnolo Fiorentino”, del grande Michelangelo come “vero credente” in petto, dove nell’entusiasmo Firenze dice “patria mia” - anche “patria mia” - ma è più persuasiva la ricostruzione di cui questo sito ha dato conto,
http://www.antiit.com/2013/10/a-sud-del-sud-il-sud-visto-da-sotto-185.
http://www.antiit.com/2011/12/letture-80.html
Per un romanzo, materiali delle origini più che fondati.
Tra Napoli e la Sicilia la Calabria era, ed è, il nulla, terra incognita. Per i napoletani non del tutto, alcuni nobili calabresi avendo palazzo in città, si reputavano – dovevano mostrarsi – ricchi feudatari, per quanto impecuniosi. Per i siciliani, che pure sono sottoposti da un paio di secoli a estenuanti traversate in ferrovia o in autostrada per la lunga punta dello stivale, uno zero nella migliore delle ipotesi, solitamente negativa. Avendo personalmente conosciuto da calabrese la Sicilia prima e meglio che la Calabria si può anche dire, a scusante dei siciliani, che è inevitabile – inevitabile? La storia pesa.
 
Sudismi\sadismi – tu quoque, Fofi
Recensendo “Dadapolis”, il libro collage su Napoli di Ramondino e Müller, Goffredo Fofi si chiede in “Arcipelago Sud” si chiede quando il Nord e il Sud hanno cominciato a “scollarsi”, e prova una datazione: “Dal ’43 al ’77 (ma potrebbe anche essere dal ’45 al ’78, o dal ’42 al ’79), Nord e Sud in qualche modo si erano accostati, “e hanno cominciato a mischiarsi”. Poi “si è riaffermato il flusso contrario e e hanno molto più velocemente proceduto a staccarsi”. Giusto, più o meno con l’emersione della Lega.
“Se non fosse che c’è una cosa molto forte a tenerli assieme, il Nord e il Sud”, continua Fofi, “un collante, ed è, semplicemente, la Mafia”. Con la M maiuscola, “come di dovere”, per “quel complesso di rapporti oscuri di potere che «fanno Mafia», cioè il legame stretto della Mafia con: a) la politica, b) le banche (il capitale finanziario). Tramite queste alleanze, la Mafia (o Camorra, o‘Ndrangheta) è uno dei lati più forti della narrazione”.
E fa cadere le braccia, il collante.

gleuzzi@antiit.eu


La mistica ebraica per cristiani

Volendo andare alle fonti di Pico della Mirandola, delle portentose 900 “conclusioni”, le “tesi per un sincretismo di tutte le religioni e di tutte le scienze”, che presentò nel 1485, “all’epoca un giovane di 23 anni”, con “inclusa anche la Qabbalah”, Scholem si addentra in una ricerca vertiginosa di qabbalisti di varia lingua, corrente, più mistica, numerica o magica, su cui il giovane conte poteva essersi informato. Giacchè informato lo era, sulla Qabbalah, e anche bene.
Un excursus dettagliato è il frutto della ricerca. Su fonti anche rare e rarissime, voluminose o minime, e numerose. Tante da non credere, per una “scienza” o “sapienza” poco regolata, poco disciplinata, e poco diffusa e anzi riservata e misterica. Una ricerca più sorprendente ancora per i tanti cabbalisti che ebbero contatti continuati e dialogo con i teologi cristiani. E per i tanti cabbalisti convertiti, e non per opportunismo, specie nel Trecento in Spagna.
Una ricerca dettagliata e argomentata delle fonti, con molti rimandi in nota, le inevitabili ipotesi di collegamenti, più o meno sotterranei, e le inferenze, le divergenze, gli sviluppi, e i possibili motivi ed esiti delle opere. Un’opera di pura filologia. Notevole anche la corrente cabbalista che, passando sopra al tradizionale atteggiamento ebraico nei confronti del cristianesimo, sprezzante, le “Toledoth Jesu”, che Gesù e i discepoli vogliono maghi, stregoni e ciarlatani, li trova invece cabbalisti – “solo che avevano sbagliato…”.
Un saggio lungo, “La storia delle origini della Qabbalah cristiana”, e due interventi d’occasione. Uno per il premio Reuchlin, dal nome dell’umanista tedesco che riprese e sviluppò le “tesi” di Pico, “Lo studi della Qabbalah da Reuchlin a oggi”. E l’ultimo intervento pubblico di Scholem, il 6 novembre 1981 (morirà poco dopo), a Berlino, “La posizione della Qabbalah nella storia intellettuale europea”. Da umanista postmoderno, che aveva voluto vivere in Israele ma si sentiva tedesco, europeo.
Saveri Campanini, lo specialista di ebraico a Bologna, che ha curato il volume, lo dota di una distesa postfazione, commestibile ai più, sulla Qabbalah, e su Scholem.
Gershom Scholem, Cabbalisti cristiani, Adelphi, pp. 177 € 12

giovedì 12 febbraio 2026

Secondi pensieri - 578

zeulig


Declino – Arnold J. Toynbee, seguace e poi critico di Spengler, lega lo sviluppo a fattori sociali e religiosi, e il declino delle civiltà al loro deterioramento, dei fattori sociali e religiosi, o al loro abbandono - “le civiltà muoiono per suicidio, non per assassinio”.
È anche l’anamnesi di Santo Mazzarino, lo storico della decadenza. In sintesi, “la meditazione sulle epoche di travaglio e di radicali catastrofi è il più fascinoso, ma anche il più grave, dei problemi che si presentano all'umanità: è il problema stesso della validità di costituzioni che l'uomo amerebbe ritenere eterne, e che la travolgente vicenda può distruggere” (“Aspetti sociali del quarto secolo”, 1951).


Populismo – “Il gande silenzio sul crollo dei salari” (Marco Leonardi) ne è il motore principale – forse meglio detto “dei redditi”, perché molti lavoratori autonomi ne sono afflitti.
È cronologicamente e causativamente effetto del neo-liberismo di Milton Friedman e la Scuola di Chicago, detto anche thatcheriano e reaganiano: della dottrina e la prassi per cui l’arricchitevi sarebbe stato a profitto di tutti – di più: avrebbe fatto il maggior bene di tutti. Il liberalismo portato alla sua logica conseguenza, l’anarchia, o l’anti-Stato, in un’ottica di massimizzazione della ricchezza. Il populismo è l’effetto di una delusione.
In un primo momento la “reaganomics” sembrò la panacea democratica: riduzione delle imposte sul reddito e sulle plusvalenze (il risparmio investito è largamente diffuso in America), nel quadro di una riduzione dell’interventismo governativo, dei poteri pubblici di regolazione, con riduzione della spesa pubblica in quanto spreco e inefficienza – e aumento dell’offerta monetaria in funzione anti-inflazione. Misura tanto più ben viste in quanto l’inflazione era al 13 per cento, il prezzo del gallone di benzina (metro principale del carovita in Usa) era più che triplicato in sette o otto anni, dai 35 centesimi del 1973 a 1,20 dollari nel 1980. Con un calo negli ultimi due anni della presidenza democratica Carter di quasi il 5 per cento del reddito medio pro capite, e la perdita di 700 mila posti di lavoro, con un tasso di disoccupazione record per gli Stati Uniti, attorno al 7 per cento. Sotto silenzio, ma non per molto, passavano i licenziamenti massicci nella Funzione Pubblica, i tagli alla spesa sociale, la moltiplicazione delle spese militari – per l’affondo che Reagan porterà all’Unione Sovietica, poco dopo negli anni di Gorbaciov.
La deriva verso il populismo è conseguente agli effetti fortissimamente sperequativi. Dopo un primo momento di euforia, per meno irpef e più dividend. Esteso attraverso la globalizzazione che si lanciava, la liberalizzazione del commercio -  la Cina fornitrice degli americani poveri, per abbigliamento, utensili, e anche alimentari.
I redditi non sono aumentati, non per i molti, mentre il welfare per i molti è sfumato, con la defunzione dello Stato – la proclamazione della crisi fiscale dello Stato.
Trump si inscrive in questa deriva in quanto è il tipo di quello che ne ha tratto personalmente profitto, ma conoscendone meglio il meccanismo prova a mettere a frutto anche la sua conoscenza – o esperienza, o fiuto politico: la delusione, il populismo.
Si capisce con Trump che il populismo serva – possa servire, ma finora non è servito ad altro – alla ideologia dominante: una protesta generica, una insoddisfazione, senza un programma o un’idea di azione. Una protesta fine a se stessa. Come quando si è dispiaciuti per una morte, per la sofferenza di qualcuno, ma inermi, giusto genericamente insoddisfatti.
 
Il liberismo è matematicamente motore di disuguaglianza – seppure nel quadro di una moltiplicazione della ricchezza complessiva. A meno di “ristori” o contrappesi della Funzione Pubblica, perequativi, dello Stato. Per questo conduce al populismo, al riflesso condizionato degli scontenti – i più – in un un insieme in cui la ricchezza cresce.
 
Socialismo democratico – “In molte cose il socialismo democratico era ed è vicino alla dottrina sociale cattolica” – cardinale Ratzinger (poi papa Benedetto XVI), “La necessità dell’Europa in un mondo globalizzato”, conferenza alla Biblioteca del Senato, 13 maggio 2004, ora in “L’Occidente vincerà”).
 
Sogno – È una ricostruzione. Anche quado la trascrizione è – fosse possibile – immediata e tal quale. La sua identità - ricognizione – è relativa (soggettiva). Può essere oggettiva nel senso del soggetto, del tempo – del suo tempo interiore.
Una trascrizione al risveglio non è la stessa di una posteriore.
 
È reperto teatrale dalle mitologie classiche, da Gilgameš in poi, Bibbia e Vangeli compresi (il sogno della moglie di Pilato), a Shakespeare e Ibsen - ma anche Pirandello: Pirandello sogna da sveglio. Curiosamente, è forse il tema più trattato dai filosofi, da tutti i filosofi.
 
Stato – “Per la prima volta in assolto nella storia sorge lo Stato puramente secolare che abbandona e mette da parte la garanzia divina e la normazione divina dell’elemento politico, considerandole come una visione mitologica del mondo e dichiarando Dio stesso come affare privato, che non fa parte della vita pubblica e della comune formazione del volere”, card. Ratzinger, op. cit.. Per la prima volta con la Rivoluzione Francese. “Dio e la sua volontà cessano di essere rilevanti nella vita pubblica…Un nuovo tipo di scisma”. Poco avvertito nelle nazioni protestanti, dove le idee liberali e illuministe avevano da tempo “vita facile..,. senza che la cornice di un ampio consenso cristiano di fondo dovesse per questo venire distrutta”. Nelle nazioni latine, è la conclusione del cardinale Ratzinger, “questa lacerazione negli ultimi due secoli è penetrata … come una frattura profonda”. Radicalizzando il nazionalismo.
 
Verità – Gregorio Palamas la differenzia dalla falsità solo per pochi tratti. E ancora, essi sono rilevabili, definibili, solo eticamente: dipende d a ciò che si vuole. 


zeulig@antiit.eu

Gadda recensore modesto

Non più ingegnere a mercede, neppure nelle comodità romane del Vaticano, risoluto a fare il letterato, quindi fiorentinizzato, e frequentatore assiduo dei caffè alla moda di piazza della Repubblica, Giubbe Rosse, Gilli, Pazkowski, ma “nel costante timore di «un’omerica mendicità»”, come presto scriverà a Contini, Gadda ebbe dai nuovi amici di conversazione la possibilità di guadagnare qualcosa con le recensioni. Non molto, ma in particolare fu aiutato dalla rivista “Solaria”, cioè da Falqui e Montale. Fu alla rivista che Gadda fece la conoscenza del giovane Contini, con cui avvierà una proficua intesa - in un primo momento non ben disposto verso le prime prose pubblicate da Gadda, “Polemiche” e “Pace sul direttissimo”.
Le recensioni cominciarono nel 1927, con “Solaria”. Sono prose misurate e composte, spiega Carmosino, niente a che vedere con “le future taglienti ironie e feroci stroncature”. Anche perché gli “vengono affidate le prose degli amici Ugo Betti, Bonaventura Tecchi (entrambi compagni di prigionia nel campo tedesco di Celle, Hannover), dell’amatissimo Bacchelli, di Giani Stuparich e di Paola Masino”. Ma “Solaria” gli pubblica anche un primo vero saggio critico, l’“Apologia manzoniana” - che entusiasmerà infine Contini.
Del personaggio Gadda nei caffè fiorentini Carmosin77o cita per esteso un ricordo di Montale uscito sul “Messaggero” il 9 gennaio 1994, col titolo “Il re dell’impossibile”: “Avevamo per lui curiosità, deferenza, ammirazione, stupore, incredulità”, per la sua cultura scientifica. “Poi scoprimmo”, continuava Monale, “anche la sua cultura umanistica e altre forme di cultura, ma tutto sotto un manto di riservatezza schiva; così, insomma, non voleva essere lodato, ammirato, preferiva dir male di sé, e anche degli altri naturalmente, ma insomma era un personaggio molto strano”. Non strano, molto.
Le recensioni che Carmosino segnalava hanno poi preso corpo in un volumone Adelphi, “Divagazioni e garbuglio”.
Daniela Carmosino, Tra estetica ed etica: Carlo Emilio Gadda critico militante, “Italianistica”. Vol 26, n. 2, maggio/agosto 1997), pp. 279-302

mercoledì 11 febbraio 2026

Il segreto degli ayatollah è il fascismo – il totalitarismo

Cinquanta anni sono due generazioni. È tanto quanto gli ayatollah sono al potere in Iran. Forti di almeno due eserciti-polizie politiche, i pasdaran e i basiji, di alcune centinaia di tribunali politici e di boia (si fanno sulle 1.500 impiccagioni l’anno), e di alcune decine di migliaia di giudici di regime, persone molto rispettabili, con autista e servitù. E per questo non cadono. Gli ayatollah sono tutti loro.
Chi ha visto il film di Panahì “Un semplice incidente”, lo “vede”: i rivoltosi non sanno che farsene del loro aguzzino. E gli aguzzini sono oggi decine di milioni, complici se non oppressori: ingenui credenti, beneficiati, spie involontarie, o semplicemente ignoranti, gente intellettualmente disarmata che ha fiducia nel clero.
Due terzi dei 90 milioni di iraniani sono nati sotto il regime religioso. E per due terzi sono anche rurali, lontani dalle dialettiche politiche urbane.
Un fascismo durato due generazioni non può implodere, se non per suicidio. Il fascismo non implode – i peronismi sono altra cosa, fenomeni temporanei, di suggestioni, non organizzazioni, non regimi “totalitari”.
Il fascismo propriamente detto e il nazismo sono finiti perché hanno perso la guerra. Erano anche durati poco, venti e dodici anni. Pinochet si mise da parte dopo quindici anni perché lo vollero gli Stati Uniti – con la garanzia dell’impunità per le sue polizie. Il sovietismo è caduto dopo 45 anni, e in tre Paesi fuori dell’orbita russa, la Polonia forte del papa, l’Ungheria e la Germania – ma in Russia, in Modavia, nella stessa Ucraina, con dispiacere tuttora di molti, tra gli svantaggiati, per il gas e le medicine gratuite.
Lo stesso che in Iran accade peraltro in Turchia, che pure ha conosciuto la democrazia, e tale è ancora considerata. Nella Turchia di Erdogan, che non usa le forche ma ha migliaia di prigionieri politici, tra essi giornalisti e esponenti di partito di primo piano (compresi gli sfidanti di Erdogan alle presidenziali), tutti quelli che danno ombra al regime. E ha ripulito degli indesiderati i tribunali e le università – non richiede la “tessera” ma fa come se. Considerazioni a parte andrebbero fatte perché entrambi i regimi si vogliono islamici - con differenze, certo, la Turchia in oltre un secolo con vari governi liberamente eletti.

Un Paese piccolo piccolo

Meloni che propone e ottiene una politica più circospetta sull’ondata di fughe politiche dall’Africa. Meloni che propone e convince con una politica attiva di cooperazione con l’Africa, con le scuole dei salesiani ma anche con quelle di molte imprese, e perfino della Ue. Meloni che invita alla calma, e convince, con l’America di Trump. Meloni che impone un minimo di ragionevolezza: non abbandonare l’Ucraina nel momento delle decisioni. Meloni che convince la Germania a completare e rilanciare il mercato comune per “migliorare la competitività dell’Europa” (la Germania perché è maestra nell’opporre barriere invisibili, da Pirelli trent’anni fa alla Fiat quindici anni fa, e ora a Unicredit). Meloni che in India e in Giappone è la leader europea più rispettata – in Giappone perché ha facilitato l’accesso alla premiership di una gentile donna – in un partito in materia di genere molto più conservatore di quanto lo è nelle politiche generali.
Ma, poi, Sanae Takaichi stravince le elezioni, perché la costituzione e le leggi elettorali lo consentono. E forte politicamente lancia subito un programma di rilancio della produzione e dell’economia che, non la piccola Italia, ma nemmeno l’Europa nel suo insieme s’immagina.
Il paragone col Giappone e con Takaichi è fulminante. L’Italia è al confronto non solo un piccolo Paese e una piccola economia. Ma, peggio, è un Paese che si rimpicciolisce. In crisi demografica irreversibile – se non con politiche, che non si intravedono, di lunghissimo termine, una generazione, forse due. E in calo di produttività e produzione. Cresce l’occupazione, ma tra i camerieri.
Successe anche con Craxi, la politica estera è l’unico esercizio in cui un presidente del consiglio può esercitarsi – specie se, come Meloni, sa i dossier e sa le lingue. Per il resto deve solo occuparsi di tenere la “coalizione compatta”. Anche i ministri, che non sono i suoi (non può dimetterli), ma del presidente della Repubblica - può solo dimettersi, in sostanza. Un lavoro di Sisifo, contrabbandato per democrazia.
Il secondo Paese più industriale d’Europa registra dopo il covid un calo costante della produzione industriale – si dice dopo il covid per eufemismo, in realtà dopo l’abbandono dell’impero Agnelli, della chimica, e dell’acciaio. Con migliaia di aziende e marchi passati in mani straniere, ciò che normalmente ne segnala la fine, seppure a coda di pesce – si compra un marchio per sfruttarne le potenzialità di mercato, quelle storiche, ma senza investire, innovare, migliorare, adeguarsi ai mercati.
L’auto, industria italiana per eccellenza, è ora agli sgoccioli. Non è il solo caso. Il settore chiave delle macchine utensili, per le quali aveva un primato mondiale dietro la Germania, è in sofferenza. E si importano anche le buste di plastica.
Cos’altro resta, oltre Meloni? Ah sì, la crociata identitaria: Sinner (Sinner?), l’oro allo short-track all’Olimpiade, il made in Italy di qua, il made in Italy di là. Tra sagre di patrimoni dell’umanità o anche solo dell’Unesco, e frotte di turisti scappa e fuggi – c’è anche la visita in tre ore di Firenze

L’America è più forte delle sue guerre

“Una cosa è diventata chiara negli ultimi mesi: i tiepidi tentativi del governo di aggirare le garanzie costituzionali e di intimidire coloro che hanno deciso di non farsi intimidire, che preferirebbero andare in prigione piuttosto che vedere le proprie libertà rosicchiate, non sono sufficienti e probabilmente non saranno sufficienti a distruggere la Repubblica”.
Scrivendo dei “Pentagon Papers”, i documenti sulla guerra in Vietnam pubblicati dal “New York Times” e dal “Washington Post”, H. Arendt si congratula per avere scoperto che l’America non l’ha delusa, non è un paese colonialista o imperialista come nella vecchia Europa, perché ha un’opinione pubblica vigile. Comprovata dal fatto che tutti i “segreti” dei Pentagon Papers erano in realtà pibblici, denunciati qui e là nei loro varia aspeti pubblicamente. Ma rileva che l’opinione pubblica è intossicata dalle “notizie di guerra”, una pratica anche necessaria di riarmo morale, che però è degenerata in una sorta di arte della menzogna, passando per le agenzie pubblicitarie, o di “formazione” dell’opinione pubblica.
“Non sorprende che la recente generazione di intellettuali, cresciuta nell'atmosfera folle della pubblicità dilagante e a cui è stato insegnato che metà della politica è «creare immagini» e l'altra metà è l’arte di far credere alle persone nelle immagini” abbia saputo, come tutti, ma non abbia reagito. Perché “ai numerosi generi dell’arte della menzogna sviluppati in passato dobbiamo ora aggiungere due varianti più recenti…., l’inventiva di Madison Avenue”, le agenzie di pubblicità commerciale a New York, e le “relazioni pubbliche”, che gli enti, anche i partiti e le istituzioni, modellano su” Madison Avenue” – “le pubbliche relazioni sono una variante della pubblicità, quindi hanno origine nella società dei consumi, con la sua smodata brama di beni da distribuire attraverso un'economia di mercato”. Come meglio “vendere” la politica.
Con una considerazione suppletiva che, all’epoca solo ipotetica, oggi sembra invece una constatazione: “Stranamente, l’unica persona che potrebbe essere la vittima ideale di una manipolazione totale è il Presidente degli Stati Uniti. Data l’immensità del suo incarico, deve circondarsi di consiglieri”. La cui funzione, spiga Arendt citando uno di questi consiglieri all’epoca, Richard J. Barnet, “esercitano il loro potere principalmente filtrando le informazioni che giungono al Presidente e interpretando per lui il mondo esterno”. Al punto che “si è tentati di sostenere che il Presidente, presumibilmente l’uomo più potente del Paese più potente, è l’unica persona in questo Paese la cui gamma di scelte può essere predeterminata”. Peggio ancora, annota Arendt nel 1971, se se il Senato è indebolito, la cui funzione originaria era, ed è stata, “di proteggere il processo decisionale dagli umori e dalle tendenze transitorie della società in generale”.
La rivista ripropone il saggio per il motivo che H. Arendt ne dava presentadolo all’epoca: “Il famoso divario di credibilità, che ci accompagna da sei lunghi anni, si è improvvisamente spalancato in un abisso. Le sabbie mobili di dichiarazioni menzognere di ogni genere, inganni e autoinganni, rischiano di travolgere qualsiasi lettore desideri approfondire questo materiale, che, purtroppo, deve riconoscere come l’infrastruttura di quasi un decennio di politica estera e interna degli Stati Uniti”. L’America può fondamentalmente non essere imperialista, l’americano lo è, non è “jingoista” come lo era l’inglese, ma è come se.
I “Pentagon Papers” erano stati fatti redigere nel 1967 da Robert McNamara, ministro della Difesa di Lyndon Johnson, che insieme col presidente aveva voluto e organizzato l’escalation della guerra in Vietnam, avviata da John Kenedy. McNamara li aveva approntati per Robert Kennedy, che si preparava alla campana presidenziale l’anno successivo, prima di dimettersi nello stesso autunno del 1967, convinto del fallimento della strategia della escalation . Sono la documentazione di 23 anni di coinvolgimento degli Stati Uniti in Indocina, con numerosi errori ed eccessi militari.
La battaglia di Nixon contro la divulgazione dei “Pentagon Papers” lo porterà alle dimissioni forzate tre anni più tardi. McNamara vi spiega che  l’“incidente del Golfo del Tonchino” - un attacco di motosiluranti nordvietnamite contro un cacciatorpediniere statunitense - con cui il presidente Johnson si fece autorizzare dal Congresso ad attaccare il Nord Vietnam senza dichiarare guerra, non era mai avvenuto.
Hannah Arendt, Lying in Politics: Reflections on the Pentagon Papers, “The New York Review”, 18 novembre 1971, free online, leggibile anche in italiano, Mentire in politica: riflessioni sui Pentagon Papers)

martedì 10 febbraio 2026

Letture - 606

letterautore


Autore
– “Trombetto e recitatore delle altrui opere” è per Leonardo, se non è inventore” - nella serie di “Proemi” raccolti nell’antologia Bur “Scritti letterari”, in polemica con chi gli disconosceva la qualifica di autor e: “Se bene, come loro, non sapessi allegare gli autori, molto maggiore e più degna cosa allegherò allegando la sperienza, maestra ai loro maestri. Costoro vanno sgonfiati e pomposi, vestiti e ornati, non delle loro ma delle altrui fatiche; e le mie a me medesimo non concedono; e se me inventore disprezzeranno, quanto maggiormente loro, non inventori, ma trombetti e recitatori delle altrui opere, potranno essere biasimati”.
  
Dnipro
– Il luogo dell’“ultima (ma non ultima) strage”, questa volta di “minatori sul bus”  che li portava al lavoro, è luogo-simbolo del conflitto Russia-Ucraina. Per essere stata una città di creazione, e luogo di elezione, della Russia, prima di diventare importante cent o minerario ucraino – e uno dei “teatri di guerra”, della guerra interminabile, da quattro anni ormai. Ricorrente nella letteratura russa come ora nelle cronache di guerra, come Dnipropetrovskij. O anche come Ekaterinoslav, il suo nome fino alla creazione dell’Unione Sovietica. La città cioè fondata da Caterina II di Russia – creata per lei, che morirà poco tempo dopo, dal principe Potëmkin.
L’espansione della Russia nell’attuale Ucraina fu una conseguenza della vittoria sull’impero ottomano. Dnipro fu uno dei primi insediamenti russi in Ucraina dopo la sconfitta dell’impero ottomano, a cui i territori facevano capo, sancita dal trattato di Kücük Kaynarka, 1774. Fondata come Ekaterinoslav, la gloria di Caterina.
 
Il fiume non aveva portato fortuna a Prokofiev, che aprì con la suite “Sul Dnepr” i suoi tentativi un di sfondare nel balletto con quattro composizioni – prima del successo di “Romeo e Giulietta”. Debuttò fiducioso nel genere con “Sul Dnepr” garantito del successo da Sergej Diaghilev e i suoi Ballets Russes. Ma il balletto andò in scena dopo la morte dell’impresario, e condivise il fallimento dei Ballets Russes.
 
Gruppi di lettura
– “La Cassazione del libro” li dice Viola Ardone, che ne è oggetto preferenziale: “I gruppi di lettura sono cassazione!”, “La Lettura” di domenica.
 
Libro
– “Nei libri puoi scoprire molte cose”, spiega a un ragazzo Florio padre Alberto, il parroco del Carmine a Bagnare del romanzo di Stefania Auci, “L’alba dei leoni”: “Sono come finestre…. Ne apri uno, e conosci la vita dei santi; nei apri un altro e impari cosa si trova al di là del mare. È esattamente come se guardassi dalle finestre di una casa… e ogni giorno puoi scegliere una casa diversa”.
 
Livorno – “Ho preso il Livorno (la squadra di calcio, n.d.r.) perché me l’hanno chiesto gli armatori israeliani”, Aldo Spinelli “il re della logistica portuale a Genova e altrove”, sul “Corriere della sera” oggi - “maledetto quel giorno: in 20 anni ci ho lasciato 61 milioni e 700 mila lire”. Armatori israeliani appassionati del Livorno calcio per essere di famiglia o di affetti sempre legati a Livorno, città dove molte radici ebraiche affondano, per essere stata per prima liberata dalle “interdizioni israelitiche” nel Mediterraneo occidentale.
 
Mussolini – “Un improvvisatore”, Angelo Polimeno Bottai, nipote di Giuseppe Bottai, il governatore di Roma e di Addis Abeba, ministro delle Corporazioni di Mussolini, sul “Corriere della sera” lunedì l’altro: “Mussolini è sempre stato un improvvisatore, forse non aveva neanche in testa di mettere in piedi un regime. Gli è venuto un po’ alla volta…. Durante il regime fascista Bottai ha pubblicato il Capitale di Marx, con la Utet.”.
 
Palmerston – “Mi è sembrato un miscuglio stranissimo di uomo di Stato e di ragazzino”, Prosper Mérimée alla contessa di Montijo, donna Manuela, la madre della futura imperatrice di Francia Eugénie, sua confidente dal tempo del suo primo viaggio in Spagna, nel 1830, scrivendone tardi, ilx13 lglio1857: “Ha la sicurezza di un vecchio ministro e il gusto delle avventure di uno scolaro., Lo credo molto confuso, uno che confida nella sua buona stella e perfettamente senza scrupoli. Rivolterebbe il mondo per avere un piccolo successo d’eloquenza. Ha tutti i pregiudizi e tutta l’ignoranza di John Bull, con la sua ostinazione e il suo orgoglio. Per farla breve, credo che sia uno dei cattivi geni della nostra epoca”. Henry John Temple, lord Palmerston, si direbbe che è diventato il patrono dell’Italia liberale per caso – lui stesso spiegò del resto che non sapeva nulla della Napoli che aveva deciso di affondare.
Mérimée era stato spesso a Londra da giovane per svago o studio: nel 1825, a 22 anni, con i pittori Delacroix e Gérerad, l’anno successivo in contemporanea con Stendhal, ma senza conoscersi, nel 1832 e nel 1835. Negli ultimi due viaggi era già un funzionario importante del governo in Francia.
Nel 1862, il 3 giugno, sempre alla contessa Montijo, racconta che i Palmerston, dandogli più importanza di quanta ne potesse avere, lo trattavano amichevolmente, E lady Palmerston una volta lo introdusse nel suo bagno privato (“cabinet de toilette”) per spiegargli un furto con destrezza che aveva subito. Lamentando che, dopo aver incamerato un petit Dunkerque, un piccolo ammasso di gioielli, “si erano lavati le mani con un sapone profumato fabbricato espressamente per lei”, e si eran “accuratamente ripulite le unghie con un limone”. Mérimée racconta ancora di avere visto nel bagno un piccolo tavolo ingombro di carte etichettate e legate con nastri rossi, per concludere: “È evidentemente a quella tavola, tra milord e milady, che si fanno gli affari di quel Paese”.
 
Poesia – Non ce n’è mai stata tanta quanta nel Millennio - Alfonso Berardinelli, sul “Foglio” sabato - quando non ce n’è più: “Può facilmente succedere che la poesia venga annientata da se stessa e quasi dal proprio nome. Dal vuoto di che cosa, di perché, e quindi anche di un vero come”.
Di Berardinelli è anche “L’ultimo secolo di poesia italiana. Testi e ritratti” – l’ultimo secolo, il Novecento, come finale di partita?
Ma Pasolini già lo diceva, che Berardinelli cita, nel 1973. Piovene ancora prima, nel 1962. Una morte a rate?  
 
Recensioni – Sul “settimanale” di sabato 31 “il Foglio” ha una pagina durissima di Claudio Giunta, “Orge di barocco brianzolo”, contro il film “Sirat”:, per “dissuadere”, dice alla prima riga, “il lettore dall’andare a vederlo” – “come è possibile prendere sul serio patacche del genere, pataccari del genere?” Mentre il mensile del quotidiano, “Review”, che anch’esso si pubblicava quel sabato, la direttrice Annalena Benini apriva con un panegirico dello stesso  film, raccomandandolo a “tutta la famiglia”, per mostrare “lo shock davanti alla vita che cambia per sempre”.

letterautore@antiit.eu

La morte ridà gusto alla vita

La morte ridà gusto all’amore, alla vita. Il litigio cede il passo all’affetto, la disappetenza diventa fame.
L’ultimo racconto di Michela Murgia, forte della sua prospettiva di malata terminale, è sceneggiato com misura e leggerezza dalla regista catalana. Per Alba Rohrwacher che finalmente recita come se fosse se stessa, naturale ed espressiva. E un Elio Germano perfino misurato, oltre che verace, senza più le moine del mattatore.
Essendo il racconto soprattutto di personaggi femminili, i dialoghi sono poco percepibili. Eccetto che per Galatea Bellugi – e, in parte, Rohrwacher.
Isabel Coixet, Tre ciotole, Sky Cinema, Now

lunedì 9 febbraio 2026

Problemi di base - 899

spock


Ex nihilo vita?
 
Dal caos l’ordine?
 
È il miracolo della creazione?
 
Che cos’è miracolo?
 
Che cos’è creazione?
 
Creazione e miracolo si fanno passo passo – nella evoluzione?
 
spock@antiit.eu

I leoni tutti fratelli e famiglia

Un racconto profuso di vite ordinarie, di nascite, morti, matrimoni, fatica. Sotto minacce inevitabili: i briganti, il terremoto, il naufragio, il fallimento commerciale. Senza glamour “la saga dei Florio” è fatica. Quando non è disgrazia, per malattie, morti e debiti - col terremoto in mezzo, quello terribile del 1783. E ricominciamenti.
Le origini dei leoni di Palermo sono umili, artigiani del ferro, delle scarpe, in modesti borghi in Calabria prospicienti la Sicilia, Melicuccà e Bagnara. Il padre autoritario come tutti i padri, la madre generosa e compagna, gli eventi, brutti e buoni, immutabili: lavoro, matrimoni, nascite: “Una famiglia dove il lavoro è sacro, ma ancora più sacri sono i soldi e l’onore”. L’orizzonte sempre basso, modesto. La decisione finale di aprire bottega a Palermo, giusto una drogheria, un ascensore verso il cielo.
Della trilogia il volet più arduo: non c’era nulla da raccontare, non di romanzesco. Stefania Auci, volendo perpetuare il successo straordinario dei suoi “Leoni di Sicilia”, ne traccia il preliminare, la famiglia dei due fratelli fondatori della dinastia, nei venticinque anni prima dello sbarco a Palermo. La famiglia paterna, con fratelli e sorelle, alcuni premorti, fino a Paolo e Ignazio che decidono di tentare il piccolo commercio a Palermo – dove molti compaesani li hanno preceduti, dopo il terremoto del 1783. E a Giuseppina Saffioti, la moglie dell’uno, l’amore, corrisposto, dell’altro.
Un racconto di vite ordinarie: matrimoni contrattati per la dote, i figli “necessari”, braccia da lavoro, le mogli fattrici, gli orizzonti chiusi della vita di paese.
Fra tutte le figure familiari, un monumento alla madre, quella con molti figli, e quella che non può averne. E alla famiglia, con i suoi alti e bassi, nei rapporti con il padre padrone, o tra fratelli, e sorelle. “Una famiglia è come una stoffa: il marito è l’ordito, quello che dà la struttura, la moglie è la trama, quella che dà la morbidezza, il colore, la resistenza, e i figli sono i fili che la decorano. Più compatta è la trama, più robusta è la stoffa”.  
Stefania Auci, L’alba dei leoni, Nord, pp. 461 € 22

domenica 8 febbraio 2026

Ombre - 810

“Sull’intelligenza artificiale ci sbagliamo”, Nil Lawrence, uno dei suoi tanti padri, spiega a Roma, alla Luiss: “Non è un racconto di fantascienza”. E la descrive come una secchiona, in un grande magazzino di dati. Per lo più raccolti su internet – cioè per natura poco attendibili: un’approssimazione di approssimazioni.
 
“Media Forum” mondiale, a Riad, Arabia Saudita: “300 leader da oltre 20 Paesi e 65 mila partecipanti”, giornalisti, manager, studiosi e responsabili dei media. Si discute il futuro dell’informazione sotto il patrocinio del re Salman. Di un regno, di 50 o 60 milioni di persone, dove l’opinione non è consentita, non è nemmeno concepita.
 
Perché Epstein, il prosseneta d’affari, non sarebbe stato una spia dei russi, un provocatore? E perché no? Ecco, subito ci pensa la Polonia a dare la soluzione.
La guerra in Ucraina è solo un antipasto di quello che ci aspetta? Dapprima contro la Russia: Polonia, Romania-Moldavia e Baltici. Poi tra di loro – specie tra Polonia e Lituania, tra Polonia e Ucraina.
 
Stellantis dopo Renault, dopo Vokswagen: il miracolo verde delle case automobilistiche, una sorta di eldorado a prezzi raddoppiati, si è tramutato in un bagno di sangue, per i dipendenti e per gli investitori. Una transizione che era, ed è ancora, una speculazione – senza effetti, o marginalissimi, sull’inquinamento.
 
Crolla Stellantis di un 30 per cento cumulativo in due giorni, di un terzo insomma, incomprensibile per il secondo maggiore gruppo dell’auto in Europa, terzo in America, leader nei modelli ibridi che ora tirano, per una strategia imprenditoriale scontata: le nuove gestioni accatastano subito perdite passate, presenti e future, in modo da poter dire a un anno data: ecco il miracolo. Ma è uno dei tanti casi che fa della Borsa, ancora nel 2026, un casinò: Piazza Affari è sempre un “parco buoi”.
 
Il crollo di Stellantis venerdì - - 25,17 per cento, dopo un altro record negativo giovedì, - 5,71 - ha oscurato quello delle maggiori banche lo steso giovedì: Unicredit - 4,20. Intesa – 3,72. Intesa il giorno dopo avere chiuso un 2025 record, anche in dividendi, e prospettato un 2026 migliore. Un crollo non per le solite incertezze, la Fed, la Bce, Trump, la “bolla”. No, le vendite sono state consigliate da primaria clearing house, la vecchia agenzia di Borsa: Mediobanca. Cioè: “Roma” comincia a mordere, il governo, la Lega – si dice Mps ma è il governo Meloni-Giorgetti: Unicredit e Intesa “so’ de sinistra” – non hanno locupletato le loro Fondazioni, le procacciatrici di voti?
 
All’Olimpiade “ovazione per Kiev, fischi a Vance”, titola il “Corriere della sera”. L’ovazione sì, era il minimo, i fischi non si sono uditi. Ma Vance “colpisce più in Europa che negli States”, come nota sullo stesso giornale Luigi Ippolito – Ippolito lo nota per “il caso Epstein”. Il giornalismo europeo si vuole scandalistico come quello americano – più e meglio, naturalmente? O contro l’America?
Contro l’America, contro la Russia, contro questo, contro quello, una gabbia di disadattati - misfits?
 
All’Olimpiade di Parigi lasciarono Mattarella solo sotto la pioggia. A Milano-Cortina Macron ha fatto come Moretti, “mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte, o se non vengo per niente?” Anche se la Francia prenderà il testimone della prossima Olimpiade Winter. Strano personaggio il presidente francese – presidente per scongiurare una presidenza Le Pen. Che si fa notare per esserci ovunque, dove non è atteso. Oppure per non esserci dove è atteso. Ma solo in Italia è osannato – in Francia no (perfino in Germania ne parlano male – cioè non ne parlano).
 
“Perdite record sul campo. Conquiste a rilento. Nato che si rafforza ai confini della Russia. Influenza sparita. Kyiv che si europeizza”, Cerasa argomenta sul “Foglio” la sconfitta della Russia. Quantomeno “contro la balla della vittoria russa”. Dimentica l’Europa senza la Russia. L’Europa dell’Ucraina, anzi degli Zelensky. Degli antirussi dal Baltico al mar Nero. Quante guerre e quante sanzioni, per quante generazioni?
 
Alessandra Arachi non scrive per molto tempo. Poi lo steso giorno ha sul “Corriere della sera” due pagine. In una fa il resoconto di Trentini, il prigioniero di Maduro, da Fazio, E nell’altra, la pagina dopo, fa una intervista, con Angelo Polimeno Bottai, il pronipote. Neanche i capi servizio e i capi redattore leggono più il giornale?
 
È curioso, ma non tanto, Alberto Trentini che da Fazio si sbraccia per dire che non ha subito “torture fisiche” in carcere in Venezuela per un anno e mezzo. Ha appena detto che i primi dieci giorni li ha passati nella pecera, “acquario in spagnolo, una stanza con un vetro, che non consentiva di vedere ma sì di essere visto”, dove, “dalle sei del mattino alle nove di sera” doveva stare seduto su una sedia, “mentre ti sparavano addosso aria gelida”. Se non era una tortura… “Ma no”, risponde sempre pacato, il Venezuela “non ha proprio la nozione basica dei diritti, per loro quello era normale, non la pensavano come una tortura”. Giocavano con l’elettricità, l’avevano scoperta?
È il problema dei cooperanti, che tanti problemi hanno per questo creato all’Italia: presumono di sé, hanno sempre da fare col buon indigeno, il “bovero negro”.
 
“Liste d’attesa infinite per una visita, un circolo vizioso per fare soldi”: è semplice, è noto, approda infine al giornale con la dataroom di Gabanelli e Ravizza. Altro che strutture insufficienti, è tutto un trucco: “Un business a danno dei pazienti, un sistema che vale (e costa alle nostre tasche) ben dieci miliardi. Nel pubblico attività privata fino al 90 per cento”. Roba da Regina Coeli, da San Vittore. Ma niente scandalo, la colpa è dello Stato che non spende abbastanza – la corruzione è insaziabile.
 
Prime pagine voluttuose sui “file di Epstein”, l’organizzatore di orge con le minorenni. A grandi titoli si spiega che danneggeranno Trump. Come se non fossero stati pubblicati dal ministero della Giustizia di Trump.
Però, tante pagine sui “file Epstein” non indignano, facilitano la lettura del giornale. Si sfoglia in buona coscienza velocemente, e si arriva prima allo sport.
 
Scene da Minneapolis a Torino, a parti invertite: il polizotto a terra “torchiato” dai manifestanti. Presa di posizione in prima pagina: “Inaccettabile chi li copre a sinistra”. Detto da chi? Giancarlo Esposito, ex senatore Pd. Che c’entra la sinistra?
Tutto è politica in un paese che non ha più politica, da tempo - “destra” e “sinistra” sono concetti politici. Di un giornalismo perdente, su tutti i fronti, opinione e vendite – quello velenoso tracciato da “la Repubblica”. Il giornale è una causa persa?
 
Oppure sì, la politica c’è, in senso perverso – incomprensibile? A Torino lo stesso giorno la Procuratrice Generale Musti aveva inaugurato l’anno giudiziario vituperando non il governo ma l’“upper class” di Torino, così la chiama, cioè la borghesia intellettuale. Con l’elenco di una “impressionate serie di comportamenti violenti”, e citando “il reclutamento dei giovanissimi davanti alle scuole”, primo il liceo Einstein, il primo, con “agire sistematico e organizzato”.  

Comunismo d'élite a Pechino

“Circa 100.000 talentuosi adolescenti cinesi selezionati ogni anno per entrare a far parte di una rete di corsi di formazione scientifica organizzati nelle migliori scuole superiori del Paese. Le classi di genio, chiamate anche classi sperimentali o competitive, preparano gli studenti più dotati a competere in competizioni internazionali di matematica, fisica, chimica, biologia e informatica….

“Tra i laureati della classe Genius figurano il fondatore della società madre di TikTok, ByteDance, e gli sviluppatori principali del suo potente algoritmo... Entrambi i leader delle due più grandi piattaforme di e-commerce, Taobao e PDD…… Il miliardario della “super-app” per la consegna di cibo a domicilio Meituan. I due fratelli del produttore di chip Cambricon, uno dei principali concorrenti di Nvidia…. Gli ingegneri principali dei principali modelli linguistici di DeepSeek e Qwen di Alibaba. Per non parlare del celebre nuovo capo scienziato di Tencent, sottratto a OpenAI…
“I gaokao, quelli che intraprendono il percorso del genio”, sono selezionati tra i 16 e i 18 anni… sulla base dei risultati ottenuti nelle più difficili competizioni internazionali”. Evitano i percorsi di studio normali, esami e concorsi, e proseguono con la selezione preferenziale “presso le migliori università cinesi, come i corsi d'élite in informatica delle università di Tsinghua e Shanghai Jiao Tong…”.
Zijing Wu, China’s Genius Plan to Win the AI Race is Already Paying-off, “The Financial Times”, free online (leggibile anche in italiano, Il geniale piano cinese per vincere la corsa all'intelligenza artificiale sta già dando i suoi frutti)

Fine modulo