sabato 21 marzo 2026
A Mosca, a Mosca, è corsa tra gli europei
A Mosca si ragiona se il legame euroatlantico uscirà rotto dalla guerra, con o senza Trump. E sulla Russia che invece torna “una di noi”, come si dice che abbiano detto il cancelliere tedesco Merz e il presidente francese Macron. Con la guerra in Ucraina declassata a una delle solite guerre tra vicini che hanno costellato la storia europea.
Una giustizia di fantasmi - paurosi
Non si sa se la riforma che va al referendum migliori il sistema giudiziario oppure invece non lo peggiori – non ce l’hanno spiegato, dato che l’abbiamo buttata in politica, come sempre quando mancano gli argomenti. Ma nessuno, probabilmente nessuno, è scalfito nella certezza che il sistema giudiziario non sia da “abbattere” - in sé, sullo stato delle giustizia, è un referendum da 7-3, 8-2, come per le centrali nucleari. Per esperienza personale o familiare, o anche senza, guardandosi attorno come è inevitabile. Che non solo non c’è certezza del diritto, ma neanche impegno, e nemmeno poi tanta “professionalità”, seppure alla Manzoni. Perché la giustizia è mancata nel terrorismo, da piazza Fontana in poi (deviare le indagini su Pinelli.... uno sberleffo), e nella mafia (fino a incolpare chi qualche mafioso l’aveva acchiappato, Mori, Contrada), anche se ha avuto anch’essa tante vittime di terrorismo e di mafia. Perché si è esercitata contro Falcone (eh sì, documentalmente, pubblicamente), e anche contro Borsellino. Perché ha perseguito Berlusconi con migliaia di perquisizioni e centinaia di ipotesi di reato. O ha schierato testi inesistenti contro politici specchiati come Giacomo Mancini.
Basterebbe a Bianconi, che se ne è occupato, l’intero processo Sofri – a Bianconi che sul “Corriere della sera” si fa paladino del no: chi erano i giudici Ferdinando Pinconi o Giangiacomo della Torre, chi il gip Anna di Martino, assolutrice dei giudici felloni, chi i giudici che trascrivevano male le assoluzioni dei giudici popolari per farle invalidare, chi i togati delle Corti d’Assise d’Appello di Milano e di Brescia, che si rifiutarono di riaprire il processo come richiesto dalla Cassazione - e quelli di Venezia che si chiusero in camera di consiglio sei lunghi giorni per redigere poche incomprensibili righe per (non) riaprire e chiudere il processo. O anche soltanto chiedersi come Borrelli divenne Procuratore Capo a Milano, e perché, quando avviò “Mani Pulite” alla fine del Caf (Craxi-Andreotti-Forlani), aprendo il serraglio della politica che non aveva voluto Andreotti presidente della Repubblica, solo i democristiani andreottiani, che invece erano di tutte le tangenti (e specialmente della tangente “madre”, Enimont), trovò puliti - Cirino Pomicino fu perseguito, ma in ottica napoletana.
Ci sono storie di tutto, delle mafie (storie delle mafie….), dei partiti, dei giornali, della canzone melodica, dei supermercati, e non ce n’è una della giustizia in Italia, pure così piena di casi, e di fantasmi.
Milano da un miracolo all'altro
Una
“fiaba teatrale in 29 capitoli (e un prologo)” che riprende, per celebrarlo dopo
75 anni, il film di De Sica e Zavattini nel 1951 – in un’ottica anche di
risarcimento da parte del Piccolo, il teatro di Milano (il film non era
piaciuto a Milano, e anzi era dispiaciuto, non poco). Lo scrittore Di Paolo e l’attore
Guanciale in vesti di dramaturg - la nuova figura teatrale che sistematizza
il dramaturg in uso nei vecchi teatri tedeschi (lo scrittore che lavora
stabilmente in un teatro o in una compagnia per rielaborare i testi da rappresentare)
- hanno rielaborato i materiali del film ma per un “prodotto” del tutto nuovo. Enorme la ricostruzione, presumibilmente di Di Paolo, di cronache, dati, eventi, filosofie, di vari momenti della ricostruzione. Su questi materiali il direttore del Piccolo Claudio Longhi ha montato uno spettacolo - che
va in scena da quasi un mese, tutto esaurito.
Il
film - titolo e personaggi - è un pretesto, per rifare “ricchi e poveri”, l’intreccio della storia, dal
tempo del film, l’immediato dopoguerra, a oggi. Attraverso figure diverse e identiche.
Di Paolo e Guanciale hanno fatto molta ricerca sul film, sul racconto di
Zavattini “Totò il buono”, che è un po’ il soggetto del film, sulle intese di
Zavattini con Totò, che ne avrebbe dovuto essere l’interprete. Ma poi, sovvenendo
al progetto di Longhi e del Piccolo, elaborano a più riprese il tema periferie,
esclusi, ricchi e poveri, in varie situazioni del dopoguerra a Milano. Una
rappresentazione e una mappa, alla fine, di come Milano si è evoluta nel dopoguerra.
Con i personaggi del film, e con altri – c’è perfino in scena la Madunina, con
un lungo monologo conclusivo, che è un invito alla celebrazione di Milan, un’esortazione
– “Un’eterna promessa. Frèghess i man, varda in sü, crédegh. Varda in sü. Varda
in sü, fiö”.
Con
una prefazione di Ferruccio de Bortoli, critica sulla Milani di oggi, dei “neopoveri”.
E una introduzione di Amalia Ercoli Finzi, l’ingegnera ora novantenne di molti
progetti milanesi (e della Agenzia Spaziale Europea, che in suo onore ha chiamato Amalia il rover che ri-sbarchera sulla Luna) sempre lucida: fa in breve la storia di Milano nel Novecento,
le famiglie-industrie anteguerra, le industrie belliche in guerra, i bombardamenti
massicci (“Nell’agosto 1943., 504 aerei inglesi del Bomber Command,
praticamente tutti gli aerei disponibili, arrivati su Milano all’una di notte….”),
e presto la ricostruzione: la Candy nel 1946, “dal titolo di una canzone d Nat
King Cole”, e il miracolo del “bianco”, la televisione nel 1952, il Piano Casa o
piano Fanfani, e l’Autosole – detta e fatta: “la solerte e continua
sorveglianza dei lavori valse a evitare modifiche in corso d’opera, tenendo
sotto controllo la spesa e quindi garantendo i tempi di realizzazione”,
semplice, no?
Con le tre liriche in milanese di Zavattini, dalla raccolta “Stricarm’ in d’na parola”, citate nell’intervento di drammaturgia. E una nota sul dialetto milanese oggi del filologo romanzo Gino Cervi.
Paolo Di Paolo-Lino Guanciale, Miracolo a Milano, il Saggiatore-Piccolo, pp. 242 € 24
venerdì 20 marzo 2026
Cronache dell’altro mondo – irlandesi (394)
“Sostiene un’Irlanda unita?” A una cerimonia in onore della ex
presidente dell’Irlanda Mary Robinson ora Alto Commissario Onu per i Diritti
Umani, il sindaco di New York Mamdani ha evitato di dare la risposta attesa –
per tutti è sì: “Spetta al popolo irlandese decidere”. Mentre, si sa, spetta a
Londra, al Regno Unito.
Mamdani, reduce da varie manifestazioni per St. Patrick, la festa degli
irlandesi, ha rischiato la crisi com John Samuelson, capo del sindacato dei Trasprti
e suo potente alleato, patriota come tutti gli irlandesi di New York. Poi Samuelson
si è limitato a ricordare che “un sindaco non può conoscere tutti i problemi del
mondo”. Successivamente, però, alla parata per St. Patrick martedì, quando la
domanda gli è stata posta di nuovo, Mamdani, politico che si professa di “fede
profonda nel principio di autodeterminazione”, si è limitato a dire: “Il principio
dovrebbe essere esteso agli irlandesi”.
Cronache dell’altro mondo – antropiche (393)
L’aviazione americana operava col sistema d’intelligenza artificiale Claude, della società Anthropic, nel bombardamento della scuola elementare femminile di Minab “Shajareh Tayyebeh”, nell’Iran sud-occidentale, sopra Bandar Abbas, di fronte all’Oman, che ha fatto “almeno 175” morti, quasi tutte di bambine della scuola, di 7-12 anni? Dopo aver discusso di chi era la responsabilità, ed avere accertato che è stata americana, si discute ora sul sistema IA di geolocalizzazione e puntamento che ha portato all’eccidio.
L’uso di Claude significherebbe un bombardamento deliberato, poiché l’IA
di Anthropic “non sbaglia”. L’azienda, in particolare il socio di maggioranza e
presidente italiano di Anthropic, è in causa col governo americano, volendo limitare
l’uso di Claude a effetti bellici. Il Pentagono, che ne ha comprato la licenza,
e il ministro della Guerra di Trump, Hegseth, intendono l’accordo di licenza senza
limiti – senza limiti che debbano essere fissati da Anthropic.
Socio e ceo di Anthropic è Dario Amodei. Una settimana prima dell’attacco
all’Iran Amodei aveva contestato al Pentagono l’uso illimitato del suo modello Claude:
Su due presupposti: 1) l’intelligenza artificiale non è sufficientemente
affidabile per gestire le armi; 2) non esistono ancora norme che disciplinino
il suo utilizzo nella sorveglianza di massa.
Quando la politica si fa paranoia
Un
saggio del 1952, di uno dei maggiori storici americani del Novecento, spiegava
già l’America MAGA, l’America di Trump? Il titolo fa questo effetto, ma il
nesso è solo esemplificativo: Hofstadter studia la paranoia in politica con
esempi tratta dalla storia americana. Peraltro non soltanto, e non prevalentemente.
Ci sono le paranoie americane del comunismo – comiche le riletture di McCarthy,
il senatore anni 1950 per cui tutto (e Eisenhower, nominato dai Repubblicani, sopra
tutti) era “comunismo”. O di “tre uomini che fecero un viaggio di 2.500 miglia
da Bagdad, Arizona, fino a Washington (e ritorno s’immagina, n.d.r.) per dare
testimonianza contro la proposta “del senatore Dodd de Connecticut per rafforzare
i controlli federali sulla vendita di armi per corrispondenza: per loro il
progetto era «l’ennesimo tentativo di una forza sovversiva di renderci tutti parte
di un governo socialista mondiale»”.
Molto
è dei “complotti”, dal XVIII secolo in qua: dei gesuiti, dei massoni, degli
ebrei, etc. L’esumazione più importante, o più interessante per un’opinione europea,
è sul “complotto cattolico”, molto diffuso e molto agguerrito in America nell’Ottocento,
e ancora nel primo Novecento. Che riecheggiava quello antico “dei gesuiti”, ma
non era di stampo massonico, era popolare e diffuso, “nativista”, tra mille iniziative
(altri studi sono qui citati della guerra del “nativismo” contro i cattolici). Il
Ku Klux Klan, per dirne una, prima o più che con i neri ce l’aveva con i cattolici:
“Il Ku Klux Klan imitò il cattolicesimo al punto da indossare paramenti sacerdotali,
sviluppare un elaborato rituale e un’altrettanto elaborata gerarchia”.
Per
troppi riscontri infatti Hofstadter è portato a concludere che il nemico della
paranoia “sembra essere, sotto molti aspetti, una proiezione del sé: gli sono
attribuiti sia gli aspetti ideali che quelli inaccettabili del sé!....Un paradosso
fondamentale dello stile paranoide è l’imitazione del nemico”. Gli eventi odierni
Hofstadter avrebbe potuto portare a riprova.
Il
saggio risulta aggiornato fino al 1965, col candidato repubblicano alle presidenziali
del 1964, post-Kennedy, sconfitto da Lyndon Johnson. Curiosamente Goldwater, che
Hofstadter cita un paio di vote come esempio di estremismo di destra, passerà
poi la sua seconda vita da senatore ad ammonire il partito e la nazione contro
la destra messianica, totalitaria e impolitica, che si impadroniva del partito
Repubblicano. La paranoia non ha limiti?
Richard
Hofstadter, Lo stile paranoide nella politica americana, Adelphi p. 91 €
5
giovedì 19 marzo 2026
Se Trump è rimasto solo
Una guerra senza strategia, e senza esito prevedibile, malgrado la sproporzione di forze? Gli ayatollah potrebbero diventare gli zelensky degli Usa? Alcuni sintomi sono già evidenti. Il colpo a sorpresa non h avuto effetto, malgrado lo strapotere aereo Usa-Israele. Né lo hanno avito gli assassini mirati, di Khamenei prima e di Larjani: Teheran resiste, come già Kiev. Con la differenza che questo si sapeva.
Dalle cronache americane, benché distratte ( forse un decimo dell'allarmismo dei media italiani, forse un centesimo - e non una protesta, nemmeno un cartello per i fotografi), è notevole il silenzio dei collaboratori di Trump. Delle sue coppie di negoziatori, per l'Ucraina e per Gaza. Di Scott Bessent, quello della squadra che ha maggiore credito, culturale e di establishment. Perfino di Vance, il vice-presidente, altro uomo di cultura, se non di establishment. Notevole anche il silenzio di Rubio, il segretario di Stato. Mentre è in subbuglio il mondo Maga, base elettorale di Trump. Fino alle dimissioni del capo dell'antiterrorismo, iperMaga, senza altra ragione che il dissenso sulla guerra. E alla critica, nemmeno velata, della direttrice di Cia&Co, la intelligence americana, Tulsi Gabbard.
Tre le (poche) reazioni leggibili in America, una, particolare, riguarda l'indebolimento di Trump nei confronti della Cina, con la quale ha importanti negoziati commerciali. E con Putin, sul quale avrebbe perso ogni potere contrattuale sulla questione Ucraina - una guerra che si rifiuta di finanziare.
Amore e gelosia, a New York
I primi racconti di Djuna Barnes - Lydia Steptoe non è un personaggio, è lo pseudonimo con cui li ha firmati quando ancora faceva la giornalista a New York. Tre autonarrazioni. In forma di diario - anche oltre il suicidio.
Tre racconti di gelosia, di fatto. Infrequenti nella letteratura americana. E nelle forme meno ordinarie. Della quarantenne "matrona" e insoddisfatta che ha un ha un colpo di fulmine, incontrollabile, per il ragazzo della figlia. Della quattordicenne che fantastica una sfida mortale con l'amante della madre. Di un quattordicenne all'avventura con la lontana cugina ventenne che la madre esecra - non senza motivo.
Djuna Barnes, I racconti di Lydia Steptoe, Adelphi, pp. 45 € 6,30
mercoledì 18 marzo 2026
Flop monopolio, google non è più quello
Passata alla intelligenza artificiale, la “ricerca” sui motori di ricerca è ora finita commerciale. Solo commerciale: qualsiasi parola si digiti per prima cosa prospetta una serie interminabile di alberghi, centri turistici, proposte di viaggio e qualche macchinario. Oppure si ponga un quesito: il primo effetto della Intelligenza Artificiale applicata alla ricerca online è incerta, troppo personale, collegata cioè alla propri storia di ricerche, e niente affatto informativa
Passato all’intelligenza artificiale, google ha perso molto della capacità combinatoria. Prima rispondeva al questi con una “lenzuolata di tracce, tra le quali era possibile individuare subito quella di interesse. Ora fornisce una lezioncina su quello che ha
individuato l’interesse dell’utente, e non c’è maniera di liberarsene – bisogna
riscrivere la domanda più volte.
Non è più nemmeno il google benemerito della storia di internet, quello che semplificava enormemente la ricerca filologica, oltre che le pieghe del cibermondo. Ora scarica per ogni parola di richiamo caterve di annunci economici. Fastidiosissimi prima che utili – anzi, quasi mai utili: amazon, p.es., ebay, hanno motori di ricerca più selettivi, più d'aiuto. Il monopolio fa male: è antica verità della teoria economica, che mina anche i colossi dell’Ict.
Europa e America unite nell'aneddoto
Un
digesto di aneddoti, storie, personaggi, delle lettere, delle arti, di America
e Europa, raccontati come visti e vissuti. Prokosch, nato in America, ha
debuttato con "Gli Asiatici", strabiliando critici e scrittori
(Thomas Mann, Gide, Camus), su una Asia immaginata a tavolino, in biblioteca.
Poi ha deciso di vivere in Europa, ha frequentato, invadente ma accetto, tutto
il Novecento, avendo vissuto tra il 1908 e il 1989, molto curioso di
personaggi, idee, correnti, libri, personaggi, progetti e modi vivere, e di
tennis. E ne lascia memorialistica sempre vivace - poche le pagine spente, per
essere i nomi presto stinti, o i momenti scelti. I personaggi, poeti,
scrittori, accademici illustri, e grandi tennisti, almeno tre generazioni,
fa rivivere in atti unici, visti ogni volta nel luogo giusto e al momento
giusto, di cui compone ritratti a tutto tondo registrandone atteggiamenti,
tratti e motti caratteristici - in forma di conversazione casuale.
Virginia Woolf nel suo antro alla
Hogarth Press. Auden che parla di Kafka in un bagno turco – Auden un po’
ovunque, a Capri, a Venezia, nelle conversazioni con altri personaggi. Joyce
poco curioso (la miopia come barriera) nella libreria di Sylvia
Beach. Wallace Stevens, nel suo ufficio di direttore delle assicurazioni
che lamenta la pinguedine e parla di squash. E.M. Forster convincente,
veritiero in un mondo di atteggiati. Walter de la Mare, già molto amato,
perso tra elfi e fantasmi. Brecht al bar, a New York. Thomas Wolfe alle
prese con le bacchette in un ristorante cinese. Gide in vestaglia di velluto
rosso, sempre intelligente. Colette vecchia, a riposo fra i fra i cuscini,
che elenca le sue farfalle preferite. T.S. Eliot al lago di Nemi. Maugham
emozionato alla tomba di Cecilia Metella. Dylan Thomas a Ostia. Malaparte a Capri. Moravia a Capri. Gertrude Stein che
a ogni battuta di conversazione coinvolge Alice. Alice Toklas non più abile
cuoca ma conversatrice, senza più Gertrude. Ezra Pound che si infuria perdendo
un doppio a tennis, contro una signorina Piaggio imprendibile. Hemingway
sottoposto a interrogatorio da Lady Cunard – e contestato dal resto, G. Stein, Moravia et
al – cioè da Prokosch. Peggy Guggenheim e l’amore di Beckett. Bill Tilden,
“il tennis”. Santayana che riceve in convento – sul tavolo, ostensibilmente, “Moses
and he Monotheism”. Mario Praz nella sua dimora, allora in via Giulia. Norman
Douglas in un caffè di Capri. Karen Blixen evoca gli spiriti
dell’Africa. Nabokov si abbandona in lunghe pagine alle sue avventure da
entomologo. E John Dickson Carr, Guy Burgess (molto anticomunista). T.S.Eliot, di persona e di continui riferimenti, Marianne Moore, Robert Frost. Molti, gli americani, per lo più ubriachi.
Molta gaytudine, insistita - Auden, Maugham, Dylan Thomas, G. Sten (non con Gide). Con
molta Roma. E grate memorie di Parigi, Capri, Venezia.
Una cornucopia. Un centinaio di personaggi rivivono in queste istantanee
sempre molto ricche.
Frederic Prokosch, Voci, Adelphi, pp.399 € 25
martedì 17 marzo 2026
Problemi di base democratici - 906
spock
Sono le bombe
democratiche?
E gli
assassinii mirati?
Una guerra per
ridare dignità (santità) agli ayatollah – il martirio è l’essenza dello sciismo?
Perché la Persia sarebbe una repubblica delle banane?
Martirizziamo anche
il Libano?
Il deterrente
è la democrazia o sono le bombe?