sabato 30 maggio 2026

La terza Guerra del Golfo (2) – gli Stretti si restringono

Si discute, fra i punti controversi della tregua Usa-Iran, la liberta di circolazione attraverso lo stretto di Hormuz - quale è stata di norma prima dell’attacco Usa-Israele di marzo. Un problema che non c’era prima e che comunque si risolva darà una leva all’Iran: l’Iran potrà “accettare” la libera circolazione, come una concessione, mentre fino alla guerra non aveva, e non pretendeva, nessun potere. Lo stretto di Hormuz è centrale ngli approvvigionamenti energetici mondiali.
La libera circolazione negli stretti “internazionali” è regolata da una convenzione, del 1982, la Convenzione di Montego Bay, in Giamaica. Che né gli Stati Uniti né l’Iran riconoscono. Ma contro la quale non avevano in nessuna occasione sollevato problemi. Ora si pone già il problema dello Stretto di Taiwan. Dello Stretto di Malacca, tra Indonesia e Malesia, che non ne riconoscono lo status “internazionale”. E in prospettiva degli stretti “nazionali”, Suez, Panama e i Dardanelli.
I Dardanelli e il Bosforo sono regolati da una convenzione internazionale (Montreux 1936), che la libertà di transito pone sotto la tutela militare turca.

Lo Stretto di Hormuz si riteneva regolato dalla Dottrina Carter, una garanzia americana ala Porta Aperta nel Golfo, ora non più.
(continua)
 

I dazi sono buoni e fanno bene

Cosa c’è dietro la politica americana dei dazi. Il sottotitolo dice già tutto: “La teoria del commercio internazionale deve adeguarsi ai dazi doganali, alla politica industriale e ai costi della globalizzazione”. La globalizzazione è stata un bene per molti, ma non per tutti. Per molti è stato un trauma – bassi salari, perdita di potere d’acquisto, precarietà sociale, licenziamenti, disoccupazione, deindustralizzazione. E per molte economie ha significato stagnazione o bassa crescita – un trend  lungo ormai oltre trent’anni. La globalizzazione, insomma, va ripensata.
“Per circa 30 anni, dazi e regolamentazioni sulle importazioni sono stati considerati un tabù politico. Per parafrasare la battuta dello scrittore inglese G.K. Chesterton sul cristianesimo: i dazi non sono stati sperimentati e ritenuti inadeguati, ma respinti dai modelli economici più all’avanguardia e lasciati inesplorati. I politici, timorosi di sfidare il consenso elitario derivante da tali modelli, hanno precluso l’universo di opzioni e strategie per risolvere le sfide dell’America. Finché il presidente Donald Trump non ha cambiato le cose e, così facendo, ha fatto un regalo agli economisti. Il ritorno di dazi e regolamentazioni sulle importazioni crea l’opportunità di aggiornare vecchi presupposti e modelli obsoleti con le prove concrete dei dati e dell’esperienza reale.
“È interessante notare come queste politiche siano state considerate inaccettabili. Gli ideatori del sistema economico internazionale del secondo dopoguerra erano consapevoli dei rischi di un commercio senza restrizioni, come significativi squilibri commerciali o pericolose dipendenze dalle importazioni. Questi ideatori consideravano la sovranità e la sicurezza nazionale come obiettivi di pari importanza rispetto a una prosperità diffusa. L'Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (GATT) fu deliberatamente negoziato per consentire un uso efficace delle tariffe al fine di garantire la sicurezza essenziale, prevenire danni alle industrie nazionali, contrastare la concorrenza sleale, promuovere lo sviluppo economico e affrontare le sfide della bilancia dei pagamenti. Il Comitato di coordinamento per il controllo multilaterale delle esportazioni (CCMT) armonizzò le politiche di controllo delle esportazioni tra gli Stati Uniti e i suoi alleati per presentare un fronte economico comune contro l’Unione Sovietica e i suoi satelliti. Accordi plurilaterali, come l’Accordo internazionale sullo stagno (ITS), gestirono attivamente il commercio di materie prime chiave per salvaguardare le catene di approvvigionamento.
“Negli anni ‘90, politici, economisti e imprenditori hanno dimenticato le sfumature e il pragmatismo dei loro predecessori, non riuscendo a comprendere che esistono valide ragioni per preservare la capacità dei paesi di gestire le proprie relazioni commerciali in base agli interessi nazionali. Nell’euforia successiva alla caduta del Muro di Berlino, si adottò la semplicità dell’iperglobalizzazione: non sarebbe forse meglio per tutti i popoli del mondo eliminare del tutto le barriere commerciali?”. È vero, e non è vero. Il commercio internazionale va regolato.  
Non un’opinione. Cioè sì, è l’opinione dell’avvocato commercialista che è il rappresentante di Trump per i negoziati commerciali internazionali. Sintetizza quindi gli argomenti “tecnici”, alla base delle decisioni di Trump. E rappresenta gli interessi degli Stati Uniti, dell’economia americana nel complesso mondiale. Ma la sua analisi si attaglia anche all’Europa. E ad altre economie mature, come quella giapponese. E l’Fmi la presenta come un programma, più che un’arringa di parte – uno studio che apre e connota la sua pubblicazione mensile di studi, “Finanza&Sviluppo”. Una voce di parte, ma  di sostanza: la globalizzazione va ripensata. Cosa su cui è d’accordo anche la Cina.
Jamieson Greer,
Economics for the Real Economy, “F&D – Finance&Development”, International Monetary Fund (leggibile anche in italiano, Economia per l’economia reale)

venerdì 29 maggio 2026

Problemi di base bellicosi ter - 916

spock

La violenza è cieca, la guerra pure?
 
Tutti uguali nella guerra, aggressori e aggrediti, deboli e potenti, nel diritto e nel torto?
 
Perché scatenare una guerra che si sa di non poter vincere?
 
Perché colpire prima di parlare?
 
Sfidare il mondo è napoleonico – del tipo manicomiale?

Perché l’America paga e rifornisce le guerre di Netanyahu e non quella di Zelensky?

spock@antiit.eu

La terza Guerra del Golfo (1) – l’America isolata

Si dice come se gli Stati Uniti conducessero il gioco - “Trump congela l’intesa”, Trump qui, Trump lì, “Trump blocca”, “Trump accelera” - mente il gioco lo dirige da tempo l’Iran, da subito dopo i bombardamenti aerei. Sul piano della potenza distruttiva non c’è paragone, ma su quello del negoziato Teheran ha più fieno in cascina dell’“apprendista” Trump, in esperienza e in tecnica.
Trump ha scatenato una guerra che ora non sa chiudere, come vorrebbe e come ha capito subito dopo averla scatenata, tanti i danni che ha prodotto senza alcun beneficio. Proveremo ad enumerarli.
Il primo è l’isolamento, palese. Nessuna forma di sostegno dall’Europa, da Trump a lungo e brutalmente abusata. Né dagli alleati asiatici, Cina e Corea, che più risentono della chiusura di Hormuz. Nessuna forma di sostegno da Putin, che pure di Trump ha bisogno (in Ucraina e nel rapporto con la Cina), e su Teheran ha molte leve. Mentre la Cina si chiama fuori, ma con molti riguardi, diplomatici, economici, e anche militari, verso Teheran.
(continua)

L’autunno delle denunce

D’Amico, il regista di teatro creatore e animatore dell’Accademia Nazionale di Arte Drammatica, è stato rinchiuso per un paio di settimane a Regina Coeli, l’ottobre del 1943, senza imputazione, nella Roma abbandonata a Mussolini e ai tedeschi. Poco più di due settimane, dal 5 al 22 ottobre, e non particolarmente drammatiche (sotto il fascismo al prigione era “normale”?), ma abbastanza per ricavarne moltissime esperienze. O, almeno, di saperle scrivere: liberato, infatti, decide di scrivere, “come quell’altro Silvio, più celebre”, sulle sue prigioni. Una galleria componendo di personaggi di varia umanità, tutti per un motivo o l’altro interessanti, tutti brevi e tutti dettagliati. Si va dal compagno di cella Giorgio Giubilo, redattore sportivo del “Popolo di Roma”, che lo asseconderà nella convivenza pacifica, e nella lettura, grazie alla biblioteca ben provvista del carcere (un giorno è il Belli, insieme con Freud, “Totem e tabù”), o all’iniziativa del responsabile della biblioteca, il cappellano monsignor Bonaldi, che gli spiega anche la geografia politica del carcere: “I fascisti non possono fare gran che senza i Tedeschi; e ai Tedeschi premono soltanto alcuni detenuti politici. Questi li hanno già trasportati nel quarto braccio del carcere, il quale da un pezzo è occupato da loro, e rigorosamente vigilato dai loro soldati. Degli altri, e in genere delle beghe fasciste, i Tedeschi s’infischiano”. A uno spregevole siciliano pluriomicida, per questo condannato a morte, che si finge pazzo per evitare l’esecuzione, assecondato, è proprio il caso dai secondini, e anzi ricoverato, in solitario, in infermeria, carcere privilegiato.
Ma i personaggi sono tanti. Cioè, non poi tanti, ma tutti caratterizzati. C’è il maresciallo De Bono, già triumviro, già comandante in capo in Etiopia, e da qualche parte, infermeria o clinica, il conte Volpi. Ercole Patti, lo scrittore, “cordiale e simpatico”, anche lui senza perché. “Un ingegnere Colombo dell’Eiar”. Il giornalista politico, fascista, Achille Saitta. “L’avvocato Persico, uno dei più noti cassazionisti di Roma”. E vari pezzi grossi del regime, di cui ora Mussolini si vendica. Tra essi “G.A.Fanelli, spaurito e stornato come un uccello da preda messo ingabbia” - un giornalista, filosofo del fascismo”, direttore de “Il secolo fascista”, che vivrà a lungo dimenticato, fino al 1985. E (Renzo) Chierici, che fu Capo della Polizia i tre mesi prima del 24 luglio, quindi la notte del Gran Consiglio che detronizzò Mussolini, implicato 18 anni prima “nell’assassinio dello sventurato don Minzoni, per mandato di Balbo”.
Un’Italia raccogliticcia, sfasciata. Che rendono plastica la colpa di avere abbandonato Roma ai fascisti e ai tedeschi. Che non sapevano che fare. Da Gottardi (Luciano Gottardi, il fascista sindacalista), anche lui carcerato, il racconto realistico (pp.68-69), breve e sdrammatizzante, della notte del Gran Consiglio: “Nei momenti più bollenti fu serbato un ordine, una calma essenziali. Non è vero che corsero insulti. È vero che Mussolini s’era afflosciato”. Esponendo la situazione militare”, di “sfacelo morale” – Pantelleria era organizzata per “una lunghissima resistenza”, ma si arrese sotto i primi bombardamenti (“con quali perdite? due morti in combattimento su quindicimila” effettivi).
Sulla rete di fondo carceraria di un’insurrezione permanente dei detenuti “comuni”, dei condannati per reati penali, nei “bracci” a loro riservati. Che pretendono la liberazione immediata al cambio di regime. E quando Mussolini fa intervenire la PAI, la polizia coloniale, che spara a mitraglia e con le bombe a mano, puntano con decisione, fiduciosi di riuscirci, sugli occupanti tedeschi.
Molti come D’Amico sono dentro e non sanno perché. Su denuncia. I regimi popolari cadono lenti. Dentro il carcere sis a anche di retate di ebrei. 
Silvio d’Amico,
Regina Coeli, Sellerio, pp. 133, remainders, € 6

giovedì 28 maggio 2026

Ombre - 825

Un presidente del consiglio spagnolo, socialista, ultralaico, che s’inventa una gita a Roma per parlare col papa, non si sa se ridere o piangere. È un papa che parla castigliano, avendo fatto il missionario in Perù, e questo si può capire. Ma va dal papa Sanchez, che non va da nessuna parte? Per farsi benedire? Certo, ne ha bisogno, tra un po’ sarà l’unico socialista ancora in circolazione.
 
La ristampa del “Corriere della sera” del 17 agosto 1924, con la scoperta ferragostana del “cadavere di Matteotti in una macchia nei dintorni di Roma”, offre, oltre agli “emozionanti particolari della lugubre scoperta”, a settanta giorni dall’assassinio, un quadro politico allora facilmente recuperabile: Mussolini, al governo da nemmeno due anni, con maggioranza non elettiva ma raccogliticcia, attorno alla corona, poteva benissimo essere sfiduciato - il giornale è perfettamente libero nella cronaca e nel giudizio. Ma il voto liberale, da Croce in giù, e compresi i vecchi, Giolitti, Orlando, Salandra, lo salvò.
 
Ogni volta, da qualche anno, che il primo ministro israeliano Netanyahu ha un’udienza al Tribunale che lo giudica per corruzione, ne viene impedito da un impegno grave. Solitamente è un bombardamento – negli ultimi anni a Gaza e in Libano. L’ultimo rinvio, martedì, è costato almeno trenta morti in Libano. Non si potrebbe soprassedere a questo processo, molti arabi sarebbero riconoscenti?
Il bello – cioè il brutto – è che il rinvio-con-morti non fa notizia. Neanche per i comici.
 
Si discute in Germania cosa e come fare con la Cina. Pubblicamente. Di fatto Volkswagen si salva importando le auto che produce in Cina, e l’Europa si adegua. E questo è il modus vivendi dell’Europa: la Germania fa e il resto si adegua. L’auto franco-italiana per prima, Stellantis – ma anche Skoda in Cechìa e Seat in Spagna. Con la differenza che la Germania occupa da tempo il segmento alto del mercato, coi carrozzoni Bmw, Mercedes e Audi, senza concorrenza cinese, e gli altri si attaccano.

 
È sintomatico che, quando il presidente israeliano Herzog critica l’uso poliziesco dell’esercito, tipo SS per intendersi, riceva in patria solo contumelie, anche gravi. In un Paese e un’opinione non controllata o dominata da un regime, ma volontaria e attiva, libera. Per scelta. 
 
Il Macro, il museo romano di arte contemporanea, nel nobile quartiere di Porta Pia – via Alessandria, via Nizza, Corso Trieste - chiude il cinema che aveva aperto a Natale, tra cineteca e novità: in cinque mesi non c’è andato nessuno. Ma il sindaco Gualtieri non vuole dare il cambio di destinazione d’uso alle decine di grandi sale di cinema chiuse da decenni: “Bisogna conservare la memoria”. Per odio della proprietà, speculatrice, affamatrice? Per qualche affaruccio tra compagnucci della parrocchietta, se ne può stare certi.
 
“Qualche mese prima dell’inchiesta per concussione e dell’arresto di Sandra”, sua moglie, dice Clemente Mastella a Labate sul “Corriere della sera”, “un mio parente di Napoli, che lavorava per  i Servizi, mi disse: «Guarda che ti vogliono fottere». Chiamai preoccupato Gabrielli e lui mi rassicurò. Su di me, insomma, non c’erano indagini. E invece aveva ragione il mio parente di Napoli”. Gabrielli era il direttore dei Servizi, Sisde e Aisi.
 
Però aveva ragione Mastella, l’inchiesta era fasulla. Finì “in un nulla di fatto”, continua Mastella, “ma dopo undici anni di calvario. Si poteva chiudere in mezzo secondo. Accusavano me e mia moglie di concussione nei confronti di Bassolino? Bastava interrogare Bassolino e chiederglielo. Non lo fecero mai: lo chiamò la mia difesa come testimone”.
 
“Ho la delega alla sicurezza”, dice il sindaco di Milano chiudendo su “7”, il settimanale del “Corriere della sera”, una serie di reportages sullo stato della città: “Ogni giorno il comando dei vigili mi manda il rapporto di quello che succede. La maggioranza di chi commette crimini di strada non ha origini italiane”. Cioè, visto da sinistra?
 
Soprattutto, Sala non si raccapezza: “Ci si accapiglia su tram e piste ciclabili e si perde di vista tutto il resto. Trenta o quarant’anni fa c’era un sistema più coeso tra sindaci e ruoli apicali della società: vescovi, direttori di giornali, rettori, presidenti delle associazioni, banchieri, imprenditori, tutti sentivano la responsabilità di fare sentire la propria voce per il bene della collettività. Oggi non è più così”. La democrazia non è più democratica?
 
Dice anche il sindaco Sala che si sente d’improvviso stanco: “Il sindaco è il mio lavoro”, da “uomo del fare”, E aggiunge: “Sono però profondamente toccato da quello che si è scatenato intorno a me, e ai miei collaboratori, per le indagini della Procura”. Per concludere, sugli ultimi mesi di mandato: “Resta una parte di Sinistra giudicante con cui fare i conti”. La Sinistra si vuole giudicante? Khomeinista.
 
È del genere horror l’esercito israeliano in funzione di polizia illegale, arbitraria. Come lo erano le SS. Quale che sia l’opinione che uno può avere della Flotilla, del suo ruolo, delle motivazioni. Contro una armada disarmata e brancaleone – certamente non terrorista: un’esibizione di violenza. Senza nessuna riserva in Israele, una critica che conti, una presa di distanza. Un’esibizione di forza bruta. Israele si fa forte dell’Olocausto, e questo è un abuso – dovrebbe essere un abuso.
 
L’Ucraina bombarda la sede dei servizi segreti russi a Kherson, ed ha la prima di giornali e tg. Poi, dopo qualche giorno, si sa che l’attacco era a uno studentato, di ragazzi nel sonno, e niente. Lo si sa anzi per caso, di sghembo. Il giorno in cui la Russia per rappresaglia bombarda Kiev. Come breve, brevissimo, incomprensibile, inciso della grande notizia del bombardamento.
Le “notizie di guerra” fanno parte della guerra, ma ci sono limiti. P. es. bisogna sapere chi ci si mette in casa.

Calvino politico – o il Pci partito d’ordine

Nel 1976, in vista delle elezioni del 20-21 giugno, che nelle previsioni dovevano sancire il “sorpasso” del Pci sulla Dc, Calvino fu richiesto dalla “New York Review of Books” di un articolo panoramico sulla novità italiana. Calvino scrisse un saggio, “ben 36 cartelle dattiloscritte”, nota Umberto Campagnolo, che ne cura la pubblicazione. Che però la rivista non pubblicò. Pur avendo letto evidentemente il saggio riga per riga, poiché l’8 luglio il direttore della rivista, Robert B. Silbers, che aveva commissionato entusiasta l’articolo a Calvino, gli scrisse una lunga serie di obiezioni e richieste di chiarimenti. Con tatto ma con fermezza. La lettera, indirizzata a Roma, raggiuse Calvino nella residenza a mare in ritardo sugli eventi. Risponderà con altrettanto lunghe spiegazioni a fine luglio , il 26. E la sua lettera finì semidispersa, seguendo le peregrinazioni in vacanza di Silvers. Che il 3 settembre prendeva atto che la pubblicazione era ormai fuori tempo.
Una testimonianza di un certo tipo di giornalismo, impensabile in Italia. Ma che si legge naturalmente per il Calvino pensiero. Non specialmente acuto, dice lui, in materia di politica. E tuttavia, invece, “in palla”: coinvolto e volenteroso. E sempre dettaglista, anche in politica – che in effetti non aveva mai maneggiato, se non per il racconto della “bonaccia”. Ma allora à point. Berlinguer è “pessimista per metodologia e per temperamento”. Fanfani “l’uomo che si era sempre sbagliato”. Aldo Moro “da lungo tempo pare affetto dalla malattia del sonno”. “Il Pc è un partito dei tempi lughi” – tanto lunghi che qualche anno dopo non c’era già più. Il “comunismo” non c’è più, non in Italia, non in Francia: “Quello che i sovietici intendono per «socialismo» s’identifica solo con l’area dove arrivano i loro carri armati”. Con l’apprezzamento del ruolo del Psi, malgrado il movimentismo suicida del suo segretario De Martino (“due impopolari crisi di governo”, e il rifiuto del centro-sinistra che era l’idea e la forza del suo partito). Un peccato e un delitto, “perché la presenza del Ps è più che mai necessaria in un sistema politico come quello italiano che ha bisogno di mediazioni e articolazioni…, e anche perché tra i socialisti ci sono alcuni uomini tra i più seri e capaci”.
Apprezzatissimo il ruolo, “fortemente innovativo”, di Gianni Agnelli presidente di Confindustria – dopo l’accordo, non detto ma alluso, con Luciano Lama (Cgil) sul punto unico di contingenza, sull’indicizzazione dei salari (quello che poi sarebbe stato imputato, non a torto, del carovita al 15 e al 20 per cento). Al centro della disamina: “Il paradosso della situazione italiana”, del “sorpasso”, “ vuole … che i comunisti vengano chiamati come elemento moderatore e stabilizzatore”. Un apprezzamento tanto più elogiativo in quanto seguito dalle “cronache da Basso Impero”, della corruzione “di regime”. Doppiata dalla “inefficienza dei servizi di ordine pubblico e dei tribunali”. Dell’apparato repressivo, dei troppi spazi alla destra eversiva, delle bombe: “Si sente la presenza di una rete di ricatti in cui le bombe vengono usate come segnali di avvertimento. A chi?” E non solo le bombe. C’è “l’anarchico Pinelli caduto da una finestra durante un interrogatorio di polizia”. C’è “l’incriminazione del ballerino Valpreda probabilmente scelto in precedenza come capro espiatorio ideale”. E c’è l’“assassinio del commissario Calabresi alla vigilia deporre sulla morte di Pinelli”.  
Poi Calvino s’intorcina nell’andreottiana “politica dei due forni” (ma di Andreotti non c’è cenno, né dei “forni”), nel rapporto tra lo Stato, Dc, e le regioni, dove una politica diversa è possibile e si realizza. Insomma, da sinistra, un’anticipazione del leghismo, e del “compromesso storico”. Ma, novità, in una prospettiva europea – Calvino anticipa anche questo sviluppo, allora, alo stato delle cose, più un’idea che un fatto: “L’Unione Europea sarà articolata sulle regioni più ancora che sulle nazioni, perché le regioni, o meglio i gruppi di regioni, hanno un’omogeneità economica e sociale che le nazioni non hanno”. È su questa questione che Silvers ha cominciato a non capirci più bene.
Col testo integrale delle osservazioni di Silvers, in originale e in traduzione, e delle spiegazioni di Calvino. In appendice la riproduzione fotografica delle due ampie lettere, di quattro e cinque cartelle dattiloscritte, con correzioni a mano). E la lettera conclusiva di Silvers. Tra i materiali anche un articolo di Calvino insolitamente polemico, per il “Corriere della sera”, “Del mantenere la calma”, scritto di getto dopo l’assassinio del Procuratore di Genova Coco e di due agenti della scorta l’11 giugno 1976, “per” la campagna elettorale, contro “le due facce contrapposte e complementari del partito democristiano”, di Moro e di Fanfani, il capo del governo e il capo del partito – non nominati ma seppelliti dagli aggettivi: “Indugiante, e smorzante e sfumato” l’uno, “energico, scattante e virulento” l’altro, entrambi “col solo proposito di mantenere una immobilità assoluta”.

Italo Calvino, Il sorpasso, “Corriere della sera”, pp. 136 € 9,90
 

mercoledì 27 maggio 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (634)

Giuseppe Leuzzi


Ma non c’è il Sud in Cina
Il pianista Lang Lang, in recital a Roma al Parco della Musica, nella sterminata sala di Santa Cecilia, si esibisce nella seconda parte in trascrizioni delle chitarrate di Albeniz e Granados, e in quella di Liszt, dalle “Années de pélerinage”, di una tarantella napoletana. Con passione e ritmo, che mandano in deliquio il pubblico solitamente compassato.
Ora, è vero che i cinesi sono mezzo napoletani e mezzo tedeschi, svelti e talentuosi, come ordinati e precisi. E Liszt dà più andamenti - indicazioni di tempo - all’esecuzione, quasi più che note nel pentagramma, per la parte conclusiva: accelerando, rinforzando, focoso molto-fortissimo, strepitoso-prestissimo, martellato-giocoso assai, sempre prestissimo, ben marcato il tema. In armonia con il brano, più o meno trascritto, opina Cappelletto, musicologo princeps: “La Tarantella è una terapia, e Liszt - così sensibile ai richiami del nativo folklore magiaro – la riconosce come tale”. Sarà. Ma in Lang Lang mancava la riserva mentale di altri pianisti famosi – di nessuno si saprebbe immaginare un’esecuzione così partecipata di tante (al fondo, dietro il martellare di andamenti) “bagattelle”. Il cipiglio è solo europeo?


Sudismi\sadismi – dell’oneupmanshipmania, o celodurismo
Stravittorie al primo turno alle comunali a Venezia, Salerno e Reggio Calabria. Il “Corriere della sera” dedica un paio di pagine rispettosissime al vincitore di Venezia, e una mezza pagina di “colore” - di buffonate – per uno a Salerno e Reggio: “Caccia ai posteggiatori e opere faraoniche. Il ritorno di «Vicienz»” e “Gaffe, invocazioni e verbi spericolati. Il mondo di «Ciccio»”. “Ciccio”, dunque, e “Vicienz”, due macchiette.  Il Sud “si crea”, ogni girono – in questo caso a opera di uno di Salerno emigrato a Milano.
 
“Se i nostri principi non coincidono con quelli degli altri”, spiega retoricamente a Valerio Cappelli l’attrice norvegese Renate Reinsve il dramma del film di cui è protagonista a Cannes, “Fjord”, “se in Norvegia uno schiaffo sul sedere dato ai propri figli è ritenuto un abuso sessuale sui minori?”. Ma questo se un rumeno sposa in Norvegia. Non c’è l’inverso, non c’è dramma se una norvegese si sposa in Romania – se “i costumi non coincidono” quelli della Romania non contano comunque.
Il clash di culture è solo oneupmanshipmania – traducibile in “celodurismo”.
 
Se le radici sono infette
Todaro è nome familiare, in agro di Gioia Tauro. E anche Cappellini: nomi di “amalfitani” che facevano il commercio a Gioia. Nel film “Comandante” il regista De Angelis fa parlare veneto Salvatore Todaro, il protagonista, il comandante di sommergibile autore di un avventuroso salvataggio di equipaggio nemico nell’Atlantico. Mentre il Cappellini del sommergibile da Todaro capitanato, “Comandante Cappellini”, figura livornese. Come in effetti era (anche lui “amalfitano”?). Dacché il sentimento di spoliazione, malgrado la forte tensione del film? Un tempo non avrebbe fatto differenza. Le “radici” sono nozione infetta? Todaro, nato a Messina, a dieci anni si era spostato a Chioggia, dove il padre, sottufficiale di artiglieria, era stato trasferito. Magari parlava veneto. Sicuramente anzi, altrimenti perché gravarlo di questa caratterizzazione?
Le radici – il sentimento, il riconoscimento, la ricerca, la rivendicazione – sono fenomeno indiscusso da mezzo secolo, dal romanzo con lo stesso titolo di Alex Haley, lo scrittore afroamericano, che ne impose la voga. Il radicamento implica qualcosa che è comunque un capitale, tanto più prezioso quanto antiquario o anche solo antiquato. Per cui da allora tutti gli italoamericani, p.es., anche di terza e quarta generazione, si gloriano delle radici italiane, per quanto umili o occasionali.
Il tema è anche filosofico, oggetto di riflessione in particolare di Simone Weil. Se non che, subito dopo Haley, emergeva Bossi, e il leghismo. Delle radici come sopraffazione. In una interminabile partita o braccio di ferro. Anche manzoniana, tra vasi di coccio e vasi di ferro, ma spietata. In che misura si può essere diversi dagli altri? In linea di massima non c’è metro prestabilito, e nemmeno criterio di misurazione. Ma a Milano evidentemente sì.   
 
Nord e Sud uniti nella lotta, contro lo Stato
Esordiva polemico Malaparte, nell’autoesilio parigino, il 30 giugno 1947, nel “Giornale di uno straniero a Parigi”: “È la prima volta dopo quattrodici anni, dopo il 1943, che dormo senza problemi, senza angoscia, di un sonno giovane e libero. Amo l’Italia, amo il mio Paese, difenderò sempre gli italiani, prenderò sempre le loro parti, è in virtù del fatto che non tradirò mai il mio Paese, che posso dire la verità sul mio Paese. L’Italia è un miserabile Paese di schiavi. Un Paese di uomini sempre esposti, giorno e notte, alle violenze della polizia, della magistratura, della delazione. Che sia Giolitti, o Mussolini, o De Gasperi, lo Stato disprezza il cittadino, la giustizia lo schernisce, la polizia lo minaccia. Che importa se l’italiano è, individualmente, un uomo libero? Dentro di sé può pensare quello che vuole, se non teme la delazione. Può darsi tutte le arie che vuole: in realtà è schiavo, sia dello Stato, sia degli altri italiani. Se non ha amici potenti al potere, è alla mercé della polizia, della cattiveria, della gelosia dei vicini, della debolezza, della codardia, della corruzione della magistratura, del suo asservimento all’esecutivo e ai partiti. Sono stato arrestato undici volte in vent’anni, non posso dormire tranquillo da nessuna parte, in Italia”.  
La malattia è vecchia, costitutiva. Nord e Sud uniti, per una volta, nella lotta?
 
Cronache della differenza: Sicilia
Si arrestano una dopo l’altra le sorelle, tre o quattro, di Messina Denaro. Un latitante al quale veniva data la caccia ogni giorno per trenta o quarant’anni. Ma senza sorvegliare le sorelle? Che, se vengono arrestate, sono colpevoli di favoreggiamento personale - non alla cieca.
L’antimafia per ogni aspetto è curiosa.
Ma non solo in Sicilia.
 
Si diffonde in Italia negli ospedali l’uso di ancorare le carrozzine per invalidi a una moneta di due euro, come col carrello del supermercato, in maniera da averi sempre in ordine, per l’utilizzo immediato in caso di bisogno, e non abbandonate dove capita. Ma i due euro, restituibili al riaggancio, fanno scandalo, con inviati speciali, quando si adottano in un ospedale della Sicilia.


“I nemici della Sicilia sono soprattutto in Sicilia”. Polito, amareggiato da troppe incompiute che ha trovato in un pacifico trekking da Palermo ad Agrigento, arriva a questa conclusione: sono i siciliani,  soprattutto, a farsi male, tra di loro. P.es. con la “notizia” delle carrozzine per invalidi all’ospedale.


A proposito dell’opera, praticamente inedita, di Karol Szymanowski, “Król Roger”, re Ruggero (d’Altavilla), Arbasino ricorda nella “Autocronologia” la “rarissima opera” vista al londinese Sadler’s Wells come una storia dell’insorgenza di Dioniso, “in un finale tra Baccanti, in un teatro greco decadentissimo”. Per Arbasino, cosmopolita eminente, il Sud e la Grecia sono terra incognita  - si è avventurato tardi, a 65 anni, in Sicilia, e solo per celebrare il mezzo secolo delle note di viaggio di Berenson.   


Notevole la categoria dei siciliani di Milano, di Belpoliti in “Nord Nord”, da Ferdinando Scianna e Vincenzo Consolo, Aldo e Guido Ballo, giù giù fino a Verga. Grandi amici, complici, di Belpoliti, spregiatori non provocati degli ambienti-mondi di partenza.

La “tellurica Messina” nota Goffredo Fofi, “Arcipelago Sud”, a proposito della poetessa Jolanda Insana. E recupera un “antico poeta”, che “aveva scritto, dopo un terremoto: «Deh, come è gran pietate\ de le donne di Messina\ a vederle scarmigliate\ trascinar pietra e calcina!”. Se ne è ispirato Vittorini per “Le donne di Messina”? “Portatrici di vita”, le dice Fofi, a proposito di Jolanda Insana, “ostinate ricostruttrici di una società affranta ma allo stesso tempo continuamente in lotta con le sue storture”.


La Salette a Catania, come Giostra a Messina, erano quartieri poveri, borgate, che i salesiani curavano negli anni 1950, per una ricostruzione difficile, dopo terremoti e bombardamenti. Come terre di missione. Anche i salesiani dei collegi ne erano fieri, fieri di poter contribuire, un sabato o una domenica. Ora il parroco della Salette), salesiano, don Sapienza, pretende di onorare il grande mafioso Nitto Santapaola in morte, perché era “andato a scuola dai salesiani”. Che è sensato, e nemmeno sospettabile, che gliene può venire? Lo dice senza essere stupido, se è parroco, o colluso: perché non ha giudizio politico. La politica è ai molti sconosciuta in Sicilia, preti compresi.
 
“Sia a Palermo che a Roma”, racconta sul “Corriere della sera” il sovrintendente dell’Opera di Roma Giambrone, già sovrintendente a Palermo, “abbiamo organizzato un tir” per portare l’opera nelle borgate: “La gente portava la sedia da casa. La prima volta a Palermo il pubblico era formato da soli dieci bambini. Le madri restarono fuori dalle transenne. Poi vennero i mariti e le donne entrarono”.

leuzzi@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo – evangeliche (406)

Erano i grandi sostenitori di Trump e, da oltre mezzo secolo, del Grande Israele, ora lo sono ancora, ma in misura ridotta – secondo i sondaggi dimezzata. Per ragioni apparentemente diverse, fra Trump e Israele, ma poi, al fondo, sempre la stessa, la guerra.
Una buona metà dei circa 80 milioni di evangelici americani, delle 4.200 chiese evangeliche ultimamente censite, fedeli di Trump e sostenitori a oltranza del Grande Israele, la Terra Promessa della Bibbia, sarebbero all’improvviso delusi (da Trump) e scettici (sul biblismo di Israele).
La rilevazione, di Pew Research e altri sondaggi, è importante perché il movimento evangelico cristiano è un forte sostegno, anche finanziario, sia di Trump che di Israele. Un sondaggio meno recente, 2017, di Life Way, rilevava una percentuale maggiore, l’80 per cento dei cristiani evangelici convinti che la nascita di Israele nel 1948 fosse un adempimento della profezia biblica che avrebbe portato al ritorno di Cristo.
Il governo israeliano sostiene ufficialmente il sionismo cristiano. Nel 1980 è stata aperta una Ambasciata Cristiana Internazionale - a Gerusalemme, sede privilegiata, e non a Tel Aviv. L’ambasciata si è segnalata per la raccolta fondi destinati al finanziamento della immigrazione in Israele dall’Unione Sovietica e poi dall’ex Urss. E ha assistito i coloni israeliani in Cisgiordania.  

Di infertile resta il femminismo

Lui infertile, lei al terzo o quarto esito negativo del test dell’attesa gravidanza, s’incontrano per caso, si lasciano andare senza riserve dati i reciproci limiti, e subito aspettano un figlio. Molti equivoci amareggeranno la lieta novella, perché lei è, come si dice, “ferocemente femminista” – non vorrebbe di mezzo un padre.
Un aneddoto semplice. Su cui Bruno monta una parodia dell’affliggente femminismo delle generazioni post Sessantotto-fine Novecento – che ancora (in Italia, non in Francia, non in Germania) occupa le piazze. Non un preconcetto è saltato, ma autoesposti – la critica è lieve, nei fatti.   
Una commediola, il genere Lucisano, ormai marchio di fabbrica. Con tutti gli stereotipi (o quasi, sono tantissimi) del femminismo di piazza, assolutista e confuso. Ritagliata su Leo e Pandolfi, l’uomo mite e la donna aggressiva. Con caratterizzazioni molteplici, affidate a Crescentini, Cifola, Lundini, Silvestri, Colangeli, Gian Marco Tognazzi.  
Massimiliano Bruno,
Due cuori e due capanne, Sky cinema, Now

martedì 26 maggio 2026

Letture - 614

letterautore


Bino Binazzi
– Poeta e prosatore di Fine Secolo, dapprima a Prato e Firenze, poi a Bologna nel giornalismo, è personalità “eccellente” in tutto per Malaparte, che lo ricorda in una pagina, la 187, del  “Giornale di uno straniero a Parigi”. Dove lo avvicina al meglio della cultura fiorentina anteguerra, Papini, Soffici, “La Voce”. Ricordato a Prato da una targa, è soprattutto noto per essere stato insegnante di Malaparte al ginnasio liceo “Cicognini” di Prato, di latino e greco. 87
 
Censura
– Spesso è, è stata, autocensura, dei produttori, degli editori. Per molti film e per qualche libro. Per scene di sesso, per lo più, o di atrocità. Singolare è quella toccata al “Giornale” di Malaparte a Parigi, documentata da Michelangelo Fagotti nelle Note al testo della riedizione Adelphi, p.370, a protezione della magistratura (in corsivo le parti sopresse nella precedente edizione):
“L’italiano, se non ha amici potenti al potere, è alla mercé della polizia, della cattiveria, della gelosia dei vicini, della debolezza, della codardia, della corruzione della magistratura… L’Italia è un povero paese ridotto in schiavitù da una banda di poliziotti,  da una comitiva di magistrati pavidi, da delatori professionisti…..(etc., per altre sei righe, n.d.r.)…  Le leggi, la magistratura, la polizia, tutto è pronto ad avventarsi contro l’individuo….La polizia entra nelle case, perquisisce, arresta, colpisce, condanna …”
 
Francia
– È chiacchierona. Da Parigi, dove s’era autoesiliato, e rimarrà tra il 1947 e il 1948, Malaparte ha una specie di rigetto della Francia (“Giornale di uno straniero a Parigi”, passim, e in particolare p.63): “La gente, in Europa, è stanca di vedere ridotto ogni suo problema a bavardage, in Francia. L’arte per eccellenza perpulchra dei francesi, come diceva  Lully, è di volgarizzare, rendere agréable, comprensibile, alla portata di tutti, di saloniser, di mettere alla moda, le teorie, i problemini, le idee degli altri popoli. Di ridurre in profumo la crotte di certi pesci. È sempre Le Newtonianisme pour les dames dell’Algarotti. Sartre ha scritto L’existentialisme pour les dames….
 
Giornalista
– “Avvocato, deputato, impiegato e giornalista, tra le creazioni borghesi dell’Ottocento, sono le quattro che il Novecento ha più ostentato di disprezzare. Ma da qualche tempo in qua, in questa corsa al disonore, il giornalista sta riportando, di gran lunga, la palma” – Silvio d’Amico, “Regina Coeli”,98.
 
Intellettuali
– Materia essi stessi proliferante di studi li trovava Edward W. Said nelle sue Reith Lectures alla Bbc nel 1993 – ora in “Representations of the Intelellectual”, pp. 40-41: “La proliferazione degli intellettuali si è estesa anche nel grandissimo numero dei campi nei quali gli intellettuali – probabilmente al seguito delle pioneristiche ipotesi di Gramsci nei “Quaderni del carcere”, che forse per la prima volta vedeva gli intellettuali, e non le classi sociali, come centrali  alle evoluzioni della società moderna – sono diventati oggetto di studio. Basta mettere le parole «di» e  «e» accanto alla parola «intellettuali» e immediatamente una intera biblioteca di studi sugli intellettuali si ergerà”.
 
Israele
– “La radio più ascoltata di Israele è quella dell’esercito” – Davide Frattini, “Corriere della sera”, 25 maggio.
 
Pirandello
– Antifascista invece che fascista? Sempre, in ogni modo, in ogni risvolto della sua opera, Malaparte lo vuole antifascista, in un lungo inciso del suo “Giornale di uno straniero a Parigi”, pp. 65-66. Contro le generalizzazioni francesi, italiani = fascisti, Malaparte dapprima rivendica un antifascismo generalizzato nel mondo letterario: “La questione della letteratura engagée è una vecchia questione, in Italia. Essa non è certo nata con la liberazione. Durante venticinque anni gli scrittori italiani si sono rifiutati di s’engager, con una resistenza sorda, continua, intelligente, abile, surnoise talvolta, sempre gratuita, cioè non dettata da preoccupazioni politiche, di partiti, che in certi momenti ha assunto forme drammatiche”. Su questa tela di fondo antifascista, “il più nobile esempio di resistente non fu, come si potrebbe credere, Benedetto Croce, ma Luigi Pirandello. Della sorda, tenace, onesta, severa resistenza di Pirandello alla pressione fascista si potrebbero dare esempi bellissimi: e basterebbe la sua morte, il suo testamento (di cui Mussolini proibì la pubblicazione, e l’esecuzione) a porre nella sua vera luce il nobilissimo atteggiamento di Pirandello nei confronti del regime fascista, e della «politica letteraria» del fascismo. Pirandello era fascista, iscritto al Partito fascista, aveva grande stima di Mussolini, e non l’ha mai nascosta. Ma sul terreno dell’arte fu intransigentissimo, e non cedé mai, né alla paura né alle lusinghe. Mussolini tentò tutto, con lui, per addomesticarlo. Pirandello obbediva agli ordini che non fossero di natura letteraria, e restava sordo a ingiunzioni, a lusinghe. Mussolini lo nominò accademico d’Italia; Pirandello accettò la nomina, cui aveva diritto, come il riconoscimento ufficiale della sua opera letteraria. Sul terreno nazionale Pirandello era con Mussolini. Ma sul terreno letterario no. Il fascismo vedeva di mal occhio l’arte di Pirandello, fondata, grosso modo, sul dubbio, poiché non poteva ammettere l’esistenza del dubbio nella vita italiana, nella società. e perciò nell’arte, del tempo fascista. I giornali del fascismo estremista attaccavano Pirandello, il pubblico stesso, inquinato dalla propaganda, rimaneva freddo davanti al teatro pirandelliano, anche quado l’immenso successo di Pirandello a Parigi suscitò dei dubbi sulla verità della propaganda fascista contro Pirandello”.
L’antifascismo di Croce non si discute, prosegue Malaparte, “sia pure esercitato con la necessaria prudenza”. Ache se, “con apparente contraddizione, votò per ben due volte, al Senato, dopo memorabili discussioni, per Mussolini, per il suo governo, e per la sua politica” (uno fu il voto di fiducia il 24 giugno 1924, due settimane dopo il delitto Matteotti, che tenne in vita il governo Mussolini, ancora non totalitario, n.d.r.). Né, fra i due, si può dire che Croce, la sua filosofia, “influisse molto sui giovani: che erano tutti fascisti e profondamente antiliberali (come si vede oggi)”.  
 
Politica
– “La politica in un’opera letteraria è come un colpo di pistola sparato nel bel mezzo di un concerto, qualcosa di forte e volgare, a cui è impossibile non prestare attenzione”, è massima di Stendhal. Del grande scrittore, e fra i più continui, che più di ogni altro si è mischiato nella politica attiva, con Napoleone e anche dopo.
In questa forma la ripete nella “Certosa di parma”, per introdurre il racconto dell’assassinio del principe che Bruno, l’uomo di fiducia del conte Mosca, si appresta a fare alla Sanseverina. Ma il concetto aveva già usato ne “Il rosso e il nero”, per la “Nota segreta” che Stendhal immagina in forma di dialogo tra l’autore e il suo editore. E prima ancora in “Racine e Shakespeare”, 1823, come contraria ai “piaceri delicati”. E poi in “Armance”, il primo romanzo, 1827, dopo un breve colloquio tra Octave e Armance, di considerazioni sui poteri dell’aristocrazia: “Non è senza pericolo che siamo stati storici accurati. La politica venendo a troncare un racconto così semplice può fare l’effetto di un colpo di pistola nel mezzo di un concerto”.
È il criterio di base della sua narrativa, annota Stendhal nei diari ancora nel 1835: procedere svelti per non annoiare il lettore - “Il romanzo deve raccontare, è questo il genere di piacere che gli si richiede”.
 
Racine
– Racine, secondo i tedeschi, è il poeta della Selbstvernichtung, della distruzione di sé” – C. Malaparte, “Giornale di uno straniero a Parigi”, p.203.
 
letterautore@antiit.eu

O Babele o la Città di Dio

“La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e lʼumanità abitano insieme”. La torre di Babele o la città di Dio, va subito al punto il papa venuto da Chicago. L’alternativa naturalmente è sempre quella, tra il bene e il male, ma nella specie attuale, “Sulla condizione della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”, come la sua enciclica recita nel sottotitolo (un tempo si sarebbe detto “persona” e basta, ma papa Prevost non si vuole “scorretto”, sa di stare sui cocci a molti).  
47 fittissime pagine, corredate di 224 note. Per la sua prima enciclica il papa rinnova la “Rerum novarum”, di cui ricorre il 135mo anniversario, di papa Leone XIII, di cui ha voluto dirsi seguace, della Chiesa nel mondo. Impegnato a capire. Nella convinzione che, se Cristo è Via, Verità e Vita, il mondo non può tradire.
Un papato felicemente proiettato all’esterno delle Mura.  Dal grido per la pace all’impegno per individuare il bene e indirizzarvi il mondo. Il nuovo Leviatano è l’Intelligenza Artificiale? È sempre minima la distanza fra il diabolico e l’angelico.
Leone XIV, Magnifica  Humanitas, in libera lettura online

lunedì 25 maggio 2026

Il mondo com'è (497)

astolfo
 
Paolo De Flotte
– Un vandeano divenuto garibaldino: “Fine moduloDe Flotte, nobile figlio della Francia, era uno di quegli esseri prediletti, che un solo Paese non ha diritto di appropriarsi”, lo celebra Garibaldi nel “Discorso funebre per il garibaldino francese Paul De Flotte”. Nobile, esploratore, inventore, ufficiale di Marina, morto a 43 anni a Solano, alle pendici dell’Aspromonte, in uno scontro con la Guardia borbonica, dopo aver tentato di creare una testa di ponte per i Mille nel continente, a Favazzina, presso Scilla.
Era di famiglia bretone nobile, e vandeana, di militanti per tutto il corso della Rivoluzione tra gli Chouan cattolici e reazionari, contrari alla leva obbligatoria. Era entrato in Marina perché il nonno era stato ammiraglio, alla Restaurazione dopo la caduta di Napoleone.
Aveva riunito a Palermo, dopo l’entrata dei Mille, un gruppo di agitatori francesi. Che Alexandre Dumas finanziava e anche organizzava – provvedendo al vettovagliamento e anche all’armamento.
 
Flavio Mitridate
– “Quella fioritura improvvisa e sorprendente” degli studi cristiani sulla Cabbala, annota Saverio Campanini, lo specialista di lingua e letteratura ebraica a Bologna, presentando Gershom Scholem, “Cabbalisti cristiani” (p. 136), quella fioritura in ambito cristiano nel Cinquecento, dopo le “900 Tesi” di Pico della Mirandola (da lui preparate a Roma nel 1486, per un congresso filosofico universale che poi non si tenne), “doveva moltissimo all’opera abbastanza oscura di un ebreo convertito, il siciliano Flavio Mitridate”. Di cui “oggi sappiamo molto più di quanto ne sapesse Scholem sulla personalità e le molteplici reincarnazioni dell’ebreo Shmuel ben Nissim Abulfarag, alias Raimondo Moncada, meglio noto sotto il nom de plume di Flavio Mitridate”. Se non che, a fronte di altri convertiti, a Scholem “parve che Mitridate non avesse falsificato i testi che doveva tradurre in latino, o aggiungendovi interpretazioni o interpolazioni cristiane” – “in Spagna operava una vera e propria fabbrica di falsi, gestita, guarda caso, da ebrei convertiti”.
Detto anche “di Girgenti”, essendo nato a Caltabellotta, Moncada conte di Paternò è il cognome del padrino di battesimo di “Flavio Mitridate”. Segnalato a 25 anni ancora all’università di Messina. Poi  a Napoli. E nel 1477 a Roma, invitato e protetto dal cardinale Cybo – poi papa Innocenzo VIII. L’anno dopo era a Tubinga (si ricorderà suo allievo a Tubinga il teologo svedese Summerhart). Poi sarà di nuovo a Roma, professore di teologia alla Sapienza, dal 1482. Dove progetta la traduzione in più lingue del “Corano”, sull’esempio della “Bibbia poliglotta” – lasciandone brani di traduzione in latino. Era un’autorità, oltre che della Cabbala, dell’arabo e dell’ebraico, nonché dell’aramaico.
Due anni più tardi risulta chiamato da Marsilio Ficino a Perugia. Nel 1489 figura professore a Viterbo, alla corte di Alessandro Farnese. E nello stesso anno dichiarato anche in arresto, per un reato non specificato, a Roma, privato dei benefici papali, e ostracizzato. Si reca dapprima a Colonia, dove nel 1484 aveva fatto pubblicare il trattatello “Dieta septem sapientium”. Quindi a Lovanio. In entrambe le città insegnò. A Lovanio ebbe allievi poi illustri: Giovanni Agricola, che sarà influente teologo, e Johannes Reuchlin, il filosofo tedesco che molto mediò l’ebraismo e la Cabbala.
Le notizie su di lui si perdono dopo il 1489 – qualche anno dopo, il 31 marzo 1492, i re di Spagna decreteranno l’espulsione degli ebrei.
Come già sapeva Scholem, le “Tesi” di Pico della Mirandola dovevano molto alla mediazione di Flavio Mitridate. Che attraverso Pico influenzò anche, con le sue traduzioni e le testimonianze, la cultura fiorentina – tracce ne sono state individuate anche nell’opera di Marsilio Ficino.
Manoscritti di sue traduzioni e interpretazioni, in latino e in ebraico, redatte per Pico si trovano negli archivi Vaticani.
 
Mégève – “Megève significa Cattivo Ebreo”, Malaparte si fa dire da un dottor Picaud, alla cena al Rotary Club di Chamonix, il 4 marzo 1948, annotando l’etimologia nel suo “Giornale di uno straniero a Parigi”, p.106: “Mi dice che le valli attorno al Monte Bianco hanno subito, nel XIImo secolo, un’invasione di ebrei”. E gli fa anche dire, non correlato con “l’invasione degli ebrei” ma subito dopo: “Guardiamo il Monte Bianco come se guardassimo un morto, un cadavere. Solo un medico, abituato a vedere i morti, può capire il Monte Bianco, le montagne. È un cadavere”.
Il dottor Picaud Malaparte introduce tra i tanti altri commensali alla cena del Rotary, senza più. Lo nomina più volte, ma senza qualificarlo.
Gli ebrei nell’Alta Savoia e nelle Alpi Marittime, i dipartimenti sud-orientali della Francia, in prossimità dell’Italia, fanno l’oggetto di molti studi, e di (almeno) uno studio dettagliato degli anni che potevano avere interessato l’interlocutore di Malaparte, i 1940. Soprattutto in quelli dell’occupazione italiana di quella parte della Francia, 1940-43, fino all’8 settembre (uno dei tanti è
https://www.researchgate.net/publication/30455230_Les_politiques_antisemites_dans_les_Alpes-Maritimes_de_1938_a_1944).
Il regime di Vichy, che governava buona parte della Francia, tentò di applicare la normativa e la pratica antiebraiche della Germania nazista. Ma non ci riuscì in Savoia e nelle Alpi Marittime, regioni occupate dall’Italia dopo il 10 giugno 1940, dopo l’entrata in guerra. Che divennero invece un rifugio e un polo d’attrazione per gli ebrei delle altre zone della Francia, dato che Mussolini non volle applicate (in Francia come in Grecia e in Jugoslavia) le cacce tedesche all’ebreo. Questo fino all’8 settembre 1943, quado la Germania subentrò all’Italia nel controllo di quelle aree, che quindi finirono per essere una trappola.
Chie era il dr. Picaud di Malaparte a Chamonix, stizzoso antisemita? Un dr. Picaud è negli annali. A Cannes, sempre Alpes Maritimes, di cui fu pure sindaco per qualche mese dopo la Liberazione, che lo onora di un viale, Avenue Docteur Raymond Picaud, e di qualche targa. Medico dei poveri. Un repubblicano e democratico anti-tedesco, fino a dirsi “comunista” in guerra. Morto di 68 anni nel 1950.
È il dr. Picaud medico dei poveri l’antisemita di Malaparte? Sarebbe la copia di Céline - con in più il viale dedicato: medico dei poveri, anarcoide proletarista e antisemita.
 
Pons de Verdun – “Giurista e poeta nella Rivoluzione” lo consacrano gli storici. Il traditore per eccellenza lo vuole Chateaubriand nelle “Memorie”, IX, cap. XVI. I repertori sono apprezzativi: un letterato, poi avvocato, quindi personalità cospicua nella Rivoluzione. Philippe-Laurent Pons, detto Pons de Verdun
. Chateaubriand lo ricorda in altro modo: “L’istigatore del massacro delle ragazze di Verdun fu il poetastro regicida Pons de Verdun, accanito contro la sua città natale”- uno dei pilastri del parigino “Almanacco delle Muse”: “Ciò che l’«Almanacco dele Muse» ha fornito di agenti del Terrore è incredibile; la vanità delle mediocrità in sofferenza  produsse altrettanti rivoluzionari quanto l’orgoglio ferito degli storpi e degli omuncoli: rivolta analoga delle infermità dello spirito e di quelle del corpo”.

Avvocaticchio e poetastro come lo vuole Chateaubriand, Pons fece carriera nell’apparato giudiziario della Rivoluzione. E subito poi in quello politico. Deputato della Montagna (i radicali) per il dipartimento della Meuse, fu il solo della delegazione dipartimentale, uno su otto, a votare la decapitazione del re. E, successivamente, a votare contro la messa in stato d’accusa di Marat. Nel 1795 s’illustra – nelle biografie conciliatorie - per richiedere, e ottenere, la grazia per le donne incinte in attesa della ghigliottina. Diventa poi napoleonico, per tutti i 17 o 18 anni dell’ascesa imperiale. Proscritto alla Restaurazione, riesce a recuperare i titoli e anche i beni.
L’“Almanach des Muses” fu una pubblicazione letteraria annuale (17655-1833), famosa per i molti contributi di Voltaire, con una pletora di nomi dimenticati.
Il martirio delle “Vergini di Verdun”, la città natale di Pons, di cui Chateaubriand l’accusa, è il ghigliottinaggio nel 1794 di 35 fra donne sposate e ragazze di Verdun, colpevoli di avere offerto fiori e confetti nel 1792 alle truppe prussiane, nelle guerre con la Fancia. Il fatto è così sintetizzabile. Nel 1792, nella guerra contro l’Austria e la Prussia, l’esercito prussiano, comandato dal duca di Brunswick, aveva posto nel mese di agosto l’assedio a Verdun. Il consiglio comunale dopo qualche giorno decise di lasciare la città. Per evitare il saccheggio, le “buone donne”  pensarono d’ingraziarsi gli assedianti. Un corteo fu organizzato, per offrire agli assedianti fiori e mandorle zuccherate. Guidato da una Baronessa de la Lance, fu formato da signore tra i quaranta e i sessanta anni, accompagnate da alcune giovani ragazze.
La battaglia di Valmy, il 20 settembre, la prima vittoria della Francia rivoluzionaria contro la Prima coalizione, poi decise anche le sorti di Verdun, che fu ripresa dai francesi il mese successivo.


astolfo@antiit.eu


La storia d’amore (un po’ censurata) che vinse la mafia

Una storia d’amore. Di due adulti, reduci da unioni non soddisfacenti: i giudici Giovanni Falcone e Francesca Morvillo. Di cui già sappiamo la conclusione, poiché saranno vittime di un attentato mafioso, ma del genere militare. Una storia tenera dapprima, ma senza le smancerie di rito – forse con lei troppo giovane. Poi incalzante. In un’epoca, non molti anni fa, in cui si uccidevano uno dopo l’altro commissari di Polizia e magistrati, Cassarà, Giuliano, Terranova, E se ne sa, gli stessi magistrati lo apprendono dal telegiornale: nessuna rete protettiva, perlomeno informativa. Poi viene il pool antimafia, un primo raccordo. E il successo in Tribunale contro gli intoccabili del crimine. Infine, la vendetta – ma non la vittoria.
È difficile drammatizzare cose arcinote, già tema di molti racconti. La collaborazione alla sceneggiatura di Felice Cavallaro assicura un ottimo equilibrio, senza le facili generalizzazioni postume, e quindi un senso di freschezza. Con una sola concessione all’enfasi: di Paolo Borsellino avvicinato a Falcone dall’infanzia, una comunanza rionale – genere “Amica geniale”. Mentre erano due mondi diversi e anche distanti. E una mancanza – probabilmente non di Cavallaro, che della cosa ha certamente memoria storica: la lunga, assidui e grave campagna di delegittimazione di Falcone condotta dalla sinistra del compromesso storico contro Falcone – che pure sarebbe stata ottimo ingrediente per il dramma (anche criterio storico di valutazione dell’antimafia, e per opposto del sacrifico personale di Francesca e Giovanni). Condotta da Leoluca Orlando e Alfredo Galasso, allora animatori della Rete, una Dc di sinistra, dai microfoni di Santoro alla Rai, non contradetti, per i quali Falcone era un mafioso in petto, non processando Andreotti. E del Pci, politicamente già disfatto dal 1989, ma sempre settario e monolitico, con la copertura di “Repubblica” e “Corriere della sera”, i giornali sostenitori, contro la candidatura di Falcone alla Procura Antimafia, da lui stesso proposta e istituita, con accuse sempre loffie. Una delegittimazione che ha un nome preciso nel gergo, anche se inglese, nel gergo mafioso: to single out, mettere nel mirino. Il sacrificio di Giovanni e Francesca - e poi di Paolo – e dei tanti uomini della loro protezione, era proprio necessario per procedere finalmente contro la mafia?
Simona Izzo-Ricky Tognazzi, Francesca e Giovanni - Una storia d’amore e di mafia, Sky Cinema, Now

domenica 24 maggio 2026

Una guerra a perdere

Non hanno fatto un deserto e lo chiamano pace. Semplicemente, hanno rimesso in piedi un regime traballante. Uccidendone alcune migliaia di cittadini incolpevoli. Hanno mostrato i limiti della loro superiorità e albagia. Hanno creato il caos nei rifornimenti energetici. E probabilmente, anzi sicuramente, tra le monarchie del Golfo, già solide, e ora insonni. 

L’America, non solo Trump, non esce bene da Hormuz, la catena di comando, il deep state. Che si è lasciato trascinare dal levantinismo. Prestandosi a fare quello che Israele vuole fare, disorganizzare il Medio Oriente – l’Israele di Netanyahu, ma non ce n’è un altro da un quarto di secolo ormai. Che poteva anche passare per un atto di realpolitik – provare o accettare le cose come vanno senza attenersi a strategie e programmi – ma si è rivelato al terzo o quarto giorno, esauriti i bombardamenti, un miraggio. Disorganizzare il Medio Oriente è un gioco a cui gli ayatollah sono imbattibili. 

All’iniziale sorpresa si poteva anche pensare, per dare un filo all’insensatezza, che l’obiettivo fosse il Resto del Mondo: America First come una scrollatina al mondo. In parte lo è stata, ma a beneficio di pochi, seppure potenti – l’industria americana dell’energia. Però a carico anche dell’America, sia la spesa che l’economia, e presto probabilmente la politica. Con i rincari su tutto per tutti, una minaccia d’inflazione che manterrà alto il costo del denaro (investimenti), e uno scadimento della fiducia dell’elettorato. Con quanto ciò potrà significare per Trump e i suoi, e per il “sistema” democratico.

La normalità distrugge

La rivolta femminile fatta in cucina – il tema è quello del racconto-romanzo della Nobel coreana Han Kang, dallo stesso titolo (quello che l’ha fatta conoscere a tutto il mondo e ai giurati scandinavi). La casalinga buonannulla che scopre quanto sia turpe e deleteria l’alimentazione carnivora, svuota il freezer di ogni traccia animale, e si lancia in una nuova vita.
La riduzione teatrale di Deflorian e Francesca Marciano presenta l’eroina in controluce: non parla, viene parlata. Dal marito dapprima, mediocre e sprezzante, “mia moglie è del tutto insignificante”, e poi alla svolta, che si limita a un “ho fatto un sogno”, dai familiari, la sorella, il cognato, e dalle istituzioni, psichiatriche. Su una scena vuota e grigia i quattro personaggi, tre più uno in realtà, la “vegetariana”, si alternano a illustrare il fenomeno moglie-sorella, nella sua nullità, e nella folle velleità di rifare il mondo. Tranquillamente, nel mezzo del dramma, come se fosse un caso da curare-reprimere, con saggezza anche se non con tatto. Nello sgranarsi della giornata normale, rutiniero: il letto, sul quale dormire, fare l’amore, svegliarsi, e poi apparecchiare, sparecchiare, portare giù la differenziata, e rassettare, s’immagina, lavare, stirare. La normalità fatta inanimata, e quindi sordida. Naturalmente “ben ragionata”, ogni tanto uno dei tre affettuosi carnefici si sbraccia a dire e difendere il perché e il come. La distruttività della “normalità”, delle buone ragioni.
La “normalità” è distruttiva – può esserlo. Nulla di nuovo, o di rivoluzionario. In teatro resta una sfida. Deflorian vi si esercita come in una sfida doppia, anche a se stessa – il testo di Han Kang è un pretesto. Per una sorta di teatro parlato del silenzio. Ossimoro ora comune e diffuso, una tentazione, ma – per questo? – poco rappresentabile. Deflorian ne fa un dramma della presenza-assenza. Di una rivoluzione che si impone col meccanismo (rifiuto, diniego, cancellazione) della negazione.  
Un’idea semplice. Per uno spettacolo ambizioso: di contenuti netti (messaggio) nella figurazione e non nella parola. La recitazione senza dizione Deflorian (La Fabbrica dell’Attore) vuole anche svelta e sottovoce, un mormorio. Per un dramma sdrammatizzato. come una sagra del buonsenso, dei vari buonismi, solleciti e sordi, deleteri, in una serie di monologhi.
Un’esercitazione beckettiana, i dialoghi tra sordi. Nella quale si esercitano la giovane Monica Piseddu, per lo più nuda, quando avvia la sua muta rivoluzione, con la stessa Deflorian, Paolo Musio e Gabriele Portoghese. Per un pubblico numeroso e corrivo ma perplesso. L’abitudine al teatro resta forte, ma l’innovazione, piccola o grande che sia, va spiegata, con presentazioni (anche se i media non si prestano più), programmi di sala, pure minimi, note di regia, interpreti a tre dimensioni, fuori dall’anonimato.
Daria Deflorian,
La vegetariana, Teatro Vascello, Roma