sabato 28 marzo 2015

La Repubblica della Destra

Si manifesta nel disarmo una destra ex missina che è il filo invisibile della Seconda Repubblica. Passera viene allo scoperto, che dialogava in segreto con Di Pietro quando era l’assistente di De Benedetti. Lo stesso Passera poi posto da Fini a capo delle Poste. E da Napolitano a garante da destra del tecnocrate Monti. Con i tanti giudici che si sapevano di Fini alla Procura di Milano, e a capo di varia Procure, da Palmi a Pescara e a Firenze. Nonché in Cassazione. Con l’asse ieri Davigo-Bongiorno sul delitto di Perugia. E innumerevoli ufficiali superiori e generali, tra i Carabinieri e la Guardia di Finanza..
Una destra che non ha creato nulla, pur avendo governato molto. Disseminata, litigiosa (Travaglio in lite con DAvanzo, Storace con Fini, Fini con tutti) e tuttavia collegata, nella politica, il giornalismo (sono stati e sono ex Msi i cronisti principe della demolizione, nei migliori giornali, collegati all’apparato repressivo), la Funzione Pubblica. Di ex goliardi del Fuan. Ma anche di occhiuti operatori dell’ordine che dopo venti anni, quasi venticinque, presentano un paese in disordine, e a sentire loro ingovernabile. Succede quando la storia non fa giustizia.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (240)

Giuseppe Leuzzi

Nell’evocazione che Felice Cavallaro è riuscito a proporre sul “Corriere deal sera” delle donne attive e decisive quaranta e trent’anni fa a Palermo contro i Riina - le Battaglia, Giuliana Saladino, Lina Colajanni, Rosanna Pirajno - il nome di Simona Mafai esce come Mafia. Ci è nemico anche il proto - è nel dna del giornale, delle sue macchine, che al Sud c’è solo mafia?
Come capogruppo del Pci al Comune di Palermo dal 1980, Simona Mafai aveva impegnato il partito principalmente nella lotta alla mafia, negli appalti e nella Pubblica Amministrazione.

Il Sud è diverso
Nel racconto di Borges dallo stesso titolo, “il Sud” è “lasciarsi semplicemente vivere”. Al protagonista che ci arriva in treno “tutto era vasto, però nello stesso tempo era intimo e, in qualche modo segreto”. “Diverso” è “anche il treno”: “La distanza e le ore lo avevano trasfigurato”. Un altro mondo: “La solitudine era perfetta e alquanto ostile, Dahlmann poté sospettare che viaggiava al passato e non solo al Sud”. Il Sud è anche passatista (questo è discutibile: è solo indifeso, aperto a ogni contagio). Alla prima tappa al Sud, provocato all’osteria, per un puntiglio di onore il viaggiatore si fa uccidere.
Un insieme di luoghi comuni, ma suggestivi. Sinceri. È Borges che s’immagina morto in “El Sur”, di mano meridionale, violenta – “forse il mio miglior racconto”: Borges si sognava libero dall’intelligenza fantastica, un peón libero nella pampa.

Il rispetto-di-sé
“Un Comune, quello di Roma, nel cui Consiglio sono ormai decenni che non mette più piede quasi nessuna persona disinteressata, appartenente all’élite sociale e culturale della città, desiderosa di offrire le proprie competenze, vogliosa di impegnarsi per il bene pubblico. Niente: da decenni quasi solo vacui politicanti di serie B, faccendieri, proprietari di voti incapaci di parlare italiano, quando non loschi figuri candidati a un posticino a Regina Coeli”. Non lesina Galli della Loggia sul “Corriere della sera” giovedì gli improperi contro Roma. A che effetto? A nessun effetto: sono cose che i romani sapevano da tempo.
Lo storico non fa eccezione, Roma è città vituperata. Ogni giorno. Per un vezzo del “Messaggero”, che le cronache romane dei giornali milanesi, “la Repubblica”  (si fa a Roma ma si vuole “milanese”, padana, diceva Scalfari) e il “Corriere della sera” ripetono. Tutto il peggio vi succede, riferito a Roma: mafie, corruttele, malasanità, abusi, sporcizia, buche. La città se ne cura ma non ne fa un dramma, va avanti come sempre, e resta la metropoli meglio amministrata d’Italia. Meglio cioè di Milano, l’altra metropoli italiana – la terza metropoli, Napoli, è fuori concorso.
Galli della Loggia, storico contemporaneista, sa che questa è la Seconda  Repubblica, quella che ha voluto fare a meno della politica, a vantaggio di giurisperiti, banchieri d’Italia, presidenti della Repubblica per grazia divina, tecnocrati, e altri uomini della Provvidenza, incensati dagli affaristi (i media). Lo dice anche, indirettamente: “Del resto non è a un dipresso così dappertutto? L’Italia del federalismo e dei «territori» non è forse, con qualche eccezione, tutta più o meno nelle mani della marmaglia?”. Ma per farne una colpa al Pd – di suo limitandosi allo sdegno: “Serve il lanciafiamme”.
Lo storico non fa eccezione anche perché chiunque esca di casa a Roma la mattina lo ha già visto di suo. Dopodiché? È anche vero che Roma spesso si avvicina al baratro napoletano: per la circolazione, la pulizia, la criminalità. Ma sempre se ne ritrae a tempo. E resta la meglio amministrata in Italia. Al livello delle città europee con cui si compara, Berlino, Madrid. Ma riuscendo a venire a capo di molte difficoltà specifiche: l’enorme estensione urbana, il tantisssimo verde, l’enorme centro storico e monumentale. È più pulita di Milano. Ha meno buche per strada. Ruba meno: la corruzione vi è diffusa, ma popolare e quasi democratica, egualitaria, e la sommatoria è poca cosa. Ha scuole migliori – gli asili nido e le materne anzi di lusso. Ha una sanità più efficiente. Perfino della Toscana, che si vanta efficientissima. Ha trasporti pubblici insufficienti, ma sa lo stesso muoversi anche se ormai circola un’automobile per ogni abitante. E i pochi mezzi pubblici ha più efficienti, pendolari, metro, tram, bus. Gestisce, con tre milioni di residenti, un milione di ospiti: politici, ecclesiastici, turisti. S’immagini una Milano con in più solo i torpedoni dei turisti. E mantiene a ottimi livelli di qualità una vocazione pluridisciplinare unica: è città religiosa, politica, amministrativa, universitaria, commerciale, industriale, tecnologica.
La cosa non è rilevante per farne il panegirico. Ha ragione anche chi se ne lamenta. La cosa si segnala perché tanta critica e autocritica, anche cattiva, anche spropositata, non ferma la città. Cha appunto sa cavarsela, e anche progredire – è una delle poche grandi città europee in crescita. Come? Con la fiducia in se stessa. Cresciuta nei secoli naturalmente, ma anche attraverso secoli bui, di spoliazioni e abbandono, che sono stati lunghi. E pur essendo città di meteci - oggi di abruzzesi, calabresi, umbro-marchigiani (si dice che i soli romani antichi siano i suoi ebrei, che sono poche migliaia).
La storia c’entra, ma solo in quanto ha consolidato il rispetto-di-sé. Un fondo di fiducia, un minimo anche, ma un substrato ineliminabile di ogni esistenza. Il Sud “non esiste” perché sommerso dall’odio-di-sé.
Il rispetto-di-sé non è una ricetta e non è l’opposto dell’odio-di-sé. Ma ne è l’antidoto. Non bisogna passare naturalmente sopra a tutte  le cause, siano anche non motivate, che alimentano l’odio-di-sé, ma la sua forza demolitrice va contrastata e lo strumento migliore non è tanto il successo o l’apologia, quanto la forza interiore – la coscienza-di-sé.

Napoli
C’è, c’è  stata, un’associazione a delinquere nel calcio: tra i dirigenti della Juventus e un solo arbitro. Per una partita che non interessava la Juventus. Si stenta a crederlo, ma è quanto sostengono i giudici in otto gradi di giudizio, Cassazione compresa. Poi si scopre che sono tutti di Napoli e dintorni, la terra dei miracoli.

Di Calciopoli Moggi può dire, il maggior “colpevole”: “Abbiamo scherzato per nove anni, il processo si è risolto nel nulla, solo tante spese”. Nel nulla no: Narducci è procuratore capo, Beatrice in Cassazione, un paio di giornalisti direttori, e il tenente colonnello generale. Una sua logica la città ce l’ha: Napoli-Torino 5-0. Ma a quale partita?

Va il papa Francesco a Napoli e fa il napoletano. Da subito, si traveste in pochi minuti. Ma ai napoletani la macchietta piace, il cardinale Sepe – per la verità di Caserta – ci guazza.

Gli ultimi tre papi napoletani hanno fatto sfracelli, Bonifacio IX, Giovanni XXIII, quello di Procida, e  Paolo IV Carafa, quello del ghetto.

Rapina e inseguimento a Ottaviano. Tra i rapinati, con concorso di pubblico via via sulla strada, e i rapinatori. L’inseguimento si fa come al cinema, con macchine veloci, svelte, blocchi, sorpassi, deviazioni,  e l’impatto finale. I ladri, che intanto hanno ucciso uno dei due rapinati e ferito grave suo fratello, sono ricoverati per primi in ospedale e se la caveranno.
I carabinieri intervengono all’ultimo, a western finito, perché il piantone agli ospedali deve prendere le generalità dei ricoverati. Ma sono carabinieri anche i rapinatori assassini..

La prima notizia dell’evento sarebbe che i rapinatori assassini sono carabinieri dei reparti speciali. Ma niente si dice di loro. Dei rapinati si dice invece, subito, che sono stati inquisiti, “qualche tempo fa”, per riciclaggio. E assolti evidentemente, ma non si dice. Lo dicono, cioè non lo dicono, i carabinieri.
Si saprà solo per caso, molto più tardi, che uno dei carabinieri felloni, il basista locale, era stato trasferito a Chioggia per motivi disciplinari. Certo non riciclava. O sì? Comunque non era un camorrista. O sì? Ma non bisogna chiederlo ai carabinieri: al Sud sono una tomba.

Si viaggia nelle periferie napoletane tra cumuli di spazzatura. La quale però ora, da qualche tempo, viene ritirata regolarmente. Questi sono cumuli autarchici, spontanei: la gente fa volentieri un breve viaggio in macchina per lasciare rifiuti ingombranti non nel suo quartiere.

È straordinaria la prosopopea della nobiltà napoletana, tutta naturalmente antica, non recente, non degli affari, cioè povera, diventata la cifra della città, e quindi della sua borghesia, soprattutto quella intellettuale. In un’epoca ormai lunga quasi un secolo, a partire dal laurismo, in cui la città è preda dei lazzari. Non per caso: la superbia era per questo un peccato capitale.

Straordinaria è anche l’operosità del ceto medio produttivo, anch’esso vecchio ma vivo. La costanza dell’operosità, anche fare il piccolo ambulante a Roma, cinque ore di treno ogni giorno. L’inventiva sempre fertile. Che viene pervicace a capo dei tanti handicap e ritardi imposti: le mafie, la corruzione, la neghittosità. Artigiani, soprattutto dell’abbigliamento (compresa l’ingegnosissima lavorazione à façon da Saviano – o chi per lui – incongruamente vilipesa), cuochi, camerieri, ristoratori, direttori d’albergo, librai, figurinai, cantori, mimi, attori, virtuosi della finanza. Incomprimibile. Incoercibile. Napoli ce la mette tutta per soffocarli, ma loro niente.

Da Bocchino a Di Maio, e lo stesso De Magistris, Napoli si è specializzata a sfornare politici belli in qualche modo e forbiti, di quelli che “bucano lo schermo”, non fanno mai niente, a scompaiono alla prima elezione. Non se ne può fare colpa alla città, che non se ne può difendere. Bisognerebbe instaurare delle primarie cittadine per chiunque si proponga a parlare in nome della città, un esame d’ammissione.

C’è un porto enorme e vuoto, a Napoli. Commissariato. Di cui la città non sa nulla e non si occupa.

leuzzi@antiit.eu

Il tradimento si vede dalla lingua

“Un uomo può cominciare a bere perché si sente un fallito e così fallire sempre di più per il fatto che beve. È più o meno quello che sta accadendo alla lingua inglese”. Orwell parte con uno scatto di malumore. Non ingiustificato, per usare una brutta frase (l’affermazione per doppia negazione): la lingua “diventa brutta e imprecisa perché i nostri pensieri sono stupidi, ma la trascuratezza della nostra lingua ci rende più facile avere pensieri stupidi”, la cosa è reversibile - il precetto è poi diventato morettiano, nel senso di Nanni Moretti (in Palombella rossa”: Le parole sono importanti. Chi parla male pensa male e vive male”), ma ciò non toglie.
L’argomento non è peregrino: liberarsi dalle cattive abitudini è necessario per “pensare con più chiarezza e pensare con chiarezza è un primo necessario passo verso il rinnovamento della politica” (usiamo la traduzione, molto efficace, di Umberta Masina, free online). Una polemica che Pasolini, viene da pensare, abvrebbe radicalizzato in Italia negli anni 1970. Ma, a ben guardare, su presupposti e con effetti diversi. Non fuori da- e a difesa della politica, ma dentro la politica, a fini di partito. Che è ciò che Orwell depreca.
Orwell scriveva nel 1946, vittima del patriottismo dei vincitori, di bassa lega, e di un ideologismo all’epoca tanto acceso quanto settario, fazioso, e quindi vuoto. L’italiano di oggi è stretto fra tre linguaggi tutti egualmente deteriori: il “mercatismo”, roba da latte alle ginocchia; il talk-showismo, il non dire nulla in bella copia traslato dai divi del cinema e del pallone alla politica – e alle scuole di scrittura; l’inestetismo e la vaghezza della prosa giudiziaria imperante, dei giudici e i loro cronisti – non si capisce mai se uno è colpevole o è vittima, e di che cosa, le imputazioni assommano spesso a centinaia di pagine, migliaia perfino, e gli atti fino a centomila pagine e oltre. Mettiamo che il linguaggio si sia deteriorato, soprattutto in politica, per l’assalto dei fascio comunisti, ma poi il fascio comunismo – l’ubriacatura, la Seconda Repubblica - ha rotto tutto.
Orwell portava cinque esempi, di autori importanti, di prosa non solo brutta – contorta, faticosa – ma anche stantia e incomprensibile. Per l’uso incontrollato di metafore trite, locuzioni senza significato, gerghi, politici, tecnici, scientifici, ampollosità, costruzioni irte. Farne un calco in italiano non sarebbe difficile.
George Orwell, Politics and the English Language, Penguin Classics, pp. 12 € 2
La politica e la lingua inglese, a cura di Umberta Mesina, free online
http://www.archiviocaltari.it/wp-content/uploads/2012/04/orwell_it_politics-and-the-english-language4.pdf

venerdì 27 marzo 2015

I faziosi corretti

Con Crozza andiamo all’orza
Con Litizzetto al ghetto
Nella pozza del già detto

Ombre - 261

La Cassazione, che aveva annullato l’assoluzione di Knox e Sollecito per il delitto Kercher, statuisce ora che non erano colpevoli. Un’assoluzione fa sempre piacere – anche se Meredith Kercher aveva diritto a un po’ di giustizia. Ma è doloroso averlo saputo prima:


Una cosa che colpisce nella tragedia dell’Airbus, marginale ma significativa, è la discrezione sui suoi protagonisti: il comandante, il kamikaze, la fidanzata, la moglie, le famiglie. Fosse avvenuto all’Alitalia sarebbe stato un ludibrio, di dichiarazioni, insinuazioni, indizi, inchieste multiple, accuse. Dice: è il diritto all’informazione. Ma la Germania sta meglio dell’Italia, molto, e non peggio.

Il secondo aspetto, certo più marginale, è la prostrazione, quasi fisica, dei corrispondenti italiani da Berlino davanti a Carsten Spohr. Che può rifiutare ogni responsabilità affermando che i suoi piloto sono i migliori del mondo. Quando ne aveva assunto uno che non aveva completato l’addestramento perché mentalmente disturbato.

Mario Draghi , che non ha fatto nulla per aiutare l’Italia di quanto poteva, anzi l’ha affossata con la famosa lettera dell’agosto 2011, si presenta a Montecitorio e le impartisce una lezione. Ospite di un’altra corretta beniamina della nazione, Laura Boldrini – lei non è andata dai gesuiti, ma solo perché era donna. Morale: merger & acquisitions, il cuore è sempre con le banche d’affari - le imprese sono troppo piccole, le banche troppo pletoriche, la solita lezione.

L’allenatore Mancini vuole l’italianità totale dei giocatori della Nazionale. Ma l’allenatore della Nazionale dove li prende 22 tutti italiani? Se l’Inter, la squadra che Mancini allena, uno dei club più grandi, non ne ha nessuno. Ha Ranocchia, è vero, ma è meglio senza.

Tour guidato in esclusiva alla Cappella Sistina e ai Musei Vaticani, chiusi ai visitatori, privilegio raro, per 150 barboni con i cani. Una mensa e un ricovero Caritas in più no? Che altro si deve inventare papa Bergoglio per andare sul giornale?

Ruby è andata da Berlusconi a novembre o e\o a dicembre. Cascano gli aerei, l’Arabia Saudita fa la guerra al’Iran, e le nostre prime pagine sono sempre su Ruby. Chi gliel’avrebbe mai detto, meglio di Marylin Monroe. E a novembre o a dicembre, vorremmo saperlo con esattezza.

Non solo. Ruby è andata da Berlusconi spegnendo il cellulare. La polizia giudiziaria di Milano ha diffuso per questo un’informativa: “In queste occasioni la ragazza usa l’accortezza di spegnere il cellulare già in fase di avvicinamento”. Ma a quale fase sarebbe utile sapere: che ci siamo persi?

E poi: quante “occasioni”? È importante per le indulgenze.
Poi c’è gente che ce l’ha con la Boccassini, che è una giudice ma tanto divertimento assicura. Altro che “Chi”.

Campione della “fine processo mai” è Sky. Col giudice Grasso. Che però si sa, è un giudice che se la prende comoda. Sky invece è di Murdoch, che quando non lo condannano è perché è troppo corruttore.

“Due buste con poco più di 2.000 euro. I carabinieri del Ros le hanno trovate nascoste dietro alcuni volumi di una libreria. Erano soldi destinati a Incalza”. Magro bottino per i grandi quotidiani martedì.
A Firenze il piatto piange? Sono tre giorni ormai, o quattro, senza intercettazioni.

E 2.000 per ogni busta, o in tutt’e due? Perché Incalza allora sarebbe un poveretto. Una miseria.

Allelluia generale, unanime, di commentatori, giornali e media per Sarkozy. Che ha tenuto testa al lepenismo, etc. Una garanzia, etc. La Francia profonda, repubblicana, etc. Di uno che è stato ministro e presidente incapace, in politica interna (ha creato la questione immigrazione, fino al terrorismo diffuso), e internazionale, antitaliano,  volgare – perfino più di Berlusconi.

“Il generale Haftar assedia Tripoli. L’Onu gli intima di fermarsi”. Ecco per chi dobbiamo fare la guerra in Libia, per l’Is. Che infatti da Tripoli assicura: “Tutto tranquillo”.

A un anno o due dal referendum democratico, iperdemocratico, sacro, dell’acqua bene pubblico inalienabile, si scopre che ce la fanno pagare il doppio di qualche anno fa, e tre volte quanto costa oltralpe. I sindaci famelici e i loro galoppini. Cosa che tutti sapevano, ma non si poteva dire. La corruzione effettivamente è diffusa, molto.

Dunque c’è il doppio binario per le indiscrezioni (intercettazioni): i berlusconiani , anche ex, alla gogna, gli altri rispettati. I carabinieri del Ros sono sensibili a queste cose. Ma questo si sapeva. Il dubbio ora è: ma questi ex berlusconiani perché non si ribellano? Sono anche ministri dell’Interno e dei carabinieri. Ne hanno paura? Cosa ci nascondono?

L’utopia del realista Machiavelli

“Il 23 giugno 2013, quando era papa da tre mesi – vescovo di Roma, come preferiva dire – era in programma un solenne concerto nel’Aula Paolo VI, per l’Anno della fede… Papa Francesco non si presentò al concerto, all’ultimo momento, adducendo «impegni improrogabili». Si mormorò che non volesse fare incontri impropri. Si disse che pronunciasse la frase: “«Io non sono un principe rinascimentale»”. E la conclusione è: “Se non era  vera, era benissimo trovata, nel cinquecentenario del Principe”. Adriano Sofri randomizza l’attualità leggendo Machiavelli. Evita di dire il papa – un gesuita francescano, argentino – machiavellico, Ma, nel bene e nel male, ritorna con lui al Cinquecento, secolo bello e infelice, per la chiesa, e per l’Italia. Una riflessione malinconica. E un modo per “dare spessore” allo squallore. Machiavelli non avrebbe potuto dire altro, né forse meglio.
Il segretario fiorentino si può leggere come un opinionista di oggi, quello che fa l’elzeviro in prima pagina, pensoso e elegante - l’arte più accudita, anche in queste tempi di crisi della lettura - che equanime e profondo dà un colpo di qua e uno di là. L’Italia è “guasta”, cioè corrotta, e anche no, è “nata per risuscitare le cose morte”. Ma, leggendolo, è qualcosa di più. Angustiato, certo, e vendicativo. E isolato - più di un opinionista, al netto delle fedeli professoresse. Ma sempre fattuale. Non è facile: “Il principe”, che si legge in fretta, ottanta paginette, è una boxe violenta, i “Discorsi”, “L’arte della guerra”, le “Istorie”, le “Legazioni e commissarie”, le “Lettere” anche, e le commedie e facezie, sono lente e laboriose. Sofri se ne è dilettato e se ne fa accompagnare per le scorribande nell’anno del quinto centenario del “Principe”, il 2013 - o forse il 2014, o chissà questo 2015.
Un’evocazione prima affascinante ( la Fortuna, cioè la sfortuna), poi invadente. Machiavelli Sofri vede non soltanto nel papa, ma in Warren Buffett, Nazarbayev, i “figli” (Warburg, Pirelli, Sung, Assad, etc.), Michelangelo e il David, i femminicidi, le quote rosa, l’Europa vecchia, la razza rude di montagna (ma: i tedeschi gente di montagna?), Luigi Zanzi, e i Mugabe, gli Afewerke, i Castro, i rivoluzionari dittatori, la demografia, Pol Pot, i No Tav e fra Dolcino. Come una cronaca insorgente sconnessa, su cui mette i punti, di un retroscena, un aneddoto, un accostamento. Un prontuario dell’attualità – l’evento - in chiave machiavelliana. Una riflessione in filigrana da evaso, o da scampato. Sul perché siamo come siamo.
Tutto corretto, nulla di obiettabile. Le donne, per esempio, “vincono i concorsi”. Non fosse per le trecento pagine. Da cui sempre qualcosa rimane fuori - perché, per esempio, camminiamo a due zampe. E per il bisogno di meravigliare. La Fortuna va fottuta. Se recalcitra picchiata: “È uno stupro. L’atto fondamentale della politica è uno stupro”. Che detto nell’anno dei femminicidi va bene. Ma è stupro la politica, o non la non politica, dei cronisti giudiziari, i giudici, i colonnelli dei carabinieri? Di chi semplicemente ce ne vuole privare.
Sofri non si priva neanche di un MacKintosh del 1984, al cui giudizio per Machiavelli “la politica è la continuazione del sesso con altri mezzi” - mackintosh, sarà pseudonimo? E giù la storia come maschilismo acuto. Gli esempi naturalmente non mancano – gli esempi non mancano a nessuna tesi. Parigi Fine Secolo (fine Ottocento – Adriano avrebbe voluto coltivare anche un Fine Novecento, ma glielo hanno impedito), folle di perversioni come già “I promessi sposi”, Krafft-Ebing, etc. Avrebbe potuto aggiungere i sessi plurimi di Rachilde, vigorosa anticipazione dei 53, o 57, generi sessuali ora ufficialmente catalogati. Dopodiché libera le cateratte su ogni argomento.
Allo specchio
Resta, in tralice, una lettura di Machiavelli allo specchio. Della disgrazia, dell’ostracismo. Delle letture amate, dell’innamoramento tardivo, del passeggiatore solitario per i campi e i boschi. La malinconia è forte, e la lettura malgrado tutto lascia vigile. Sofri è un altro che sa “cosa vuol dire avere la vita spezzata”, non successe solo a Machiavelli. Dopodiché “vivere un tempo supplementare”. In cui mendicare un favore dagli stessi che l’avevano torturato e ostracizzato. E altrettanto “prodigo del suo”. Ugualmente “come suddito, repubblicano, come principe , monarchico”. A Machiavelli “successe nel 1512, aveva 43 anni”, che i Medici lo carcerarono, lo torturarono, lo spogliarono e lo zittirono, proibendogli di “voltolare un sasso”. Sofri nel 1989 ne aveva 47, e non fu poi scarcerato. “Oggi il gioco sporco è molto più sporco e vasto”, dice. È da dubitare, al tempo di Machiavelli era sporchissimo. Ma è comprensibile, per chi è stato utopista. Però, è vero che un tempo “si credeva alla fantasia, oggi non si crederebbe alla realtà”, l’abiezione può essere inimmaginabile.
La Principessa del titolo è Caterina Sforza. In realtà solo contessa, figlia naturale di Galeazzo Maria Visconti quando ancora non si era nobilitato, con l’amante poi non sposata Lucrezia Landriani (questo Adriano se l’è perso: il bastardo ha una marcia in più). Una contraddizione in tema: una che si fece tre mariti – non eccezionale, tra altre incontestate virago. 
Tupak è Tupak Shakur, piccolo Cesare Borgia del Novecento, l’uomo nuovo che fece tutto a 25 anni. Compreso vendere 75 milioni di dischi, e denominarsi “Makaveli” avendo visto il film di De Niro in cui se ne parla. A 25 anni venne falciato a pistolettate. Dopo essere stato vittima di una trappola dell’Fbi – come lo erano stati sua madre, e altri delle Black Panthers (altra traccia: l’America non sarebbe piaciuta a Machiavelli?).
La verità fa male, al freddo (Schmitt) come al mite (Sofri). Che però ha più giudizio. L’assunto di Sofri è semplice, in questa epoca giudiziaria, in cui bisogna discolparsi: lo scandalo Machiavelli non è nelle cose che dice – che tutti sanno – ma nel fatto che le dice. “Machiavelli è un traditore”, del potere, “il potere non può dire quello che fa”, e può non fare quello che dice. Con la lettura più sobria – più vera – del “Principe”, l’opera “più intrattabile” del poligrafo Machiavelli. Con un riesame, da pioniere e alfiere della controinformazione, dell’informazione stessa quale viene praticata, dilagante ma  intesa non al vero ma alla spoliazione della privatezza e anzi dell’intimità. Alla riduzione dell’uomo allo stato animale? Peggio, l’animale ha un pudore, che difende.
Il quinto centenario del “Principe” non ha prodotto molte riflessioni. Ci si sarebbe aspettato il contrario, per l’impolitica, l’impasse della politica. Sarà che il trattatello è noto, non solo a Schmitt e Mussolini, come la teoria dello Stato, e gli Stati sono in crisi. Ma questa non doveva essere piuttosto una buona ragione per ragionarci sopra? No, è che non bisogna parlarne, della disintegrazione dello Stato. Della legge, dei diritti della persona. Civili, umanitari, di genere sì, ma della persona no – si veda il mercato delle nascite. Sofri ha capito di che si tratta.
Machiavelli se ne difendeva rivelandosi la notte, al chiuso. Di giorno andava all’osteria, in piazza e per i campi, a menarla come tutti. Non diceva la verità, la scriveva. Al chiuso, a beneficio dei pochi, due o tre, non di più, Vettori, Guicciardini e un paio d’altri, di cui poteva fidarsi. Non per altro, perché parlavano lo stesso linguaggio. E questa è la seconda verità di Machiavelli: che non diceva la verità ma la scriveva – il “Principe” diverrà pubblico postumo. A volte non si può dire.
L’utopista Sofri riflette a lungo, a ogni evento, sul realista per eccellenza. Non è solo, succede con altri – con tutti? Le “tesi politiche sulla politica” di Machiavelli restano inconcluse. Tra il realismo di programma che porta a un impasse, o fine della politica, e il potenziale liberatorio, che equivale a un’utopia. Come se il realismo concludesse all’utopia, e non può essere.
Adriano Sodri, Machiavelli, Tupac e la Principessa, Sellerio, pp. 348 € 14

giovedì 26 marzo 2015

Fine processo mai

Cos’è, la Repubblica del “Processo”, un romanzaccio alla Kafka? È la Costituente degli Sbirri? Con un presidente della Repubblica giudice costituzionale – Supremo Giudice. Con un’opinione piena di sé, di giornalisti elevati a censori. Di demagoghi straripanti, anche non comici. E di comici di regime, perché no? Di un’opinione supponente. Uno legge il “Corriere della sera” o “la Repubblica”, che più dimezzano ogni paio d’anni le vendite più s’incarogniscono, e si dice: ben gli sta. Ci volevano reazionari, ora ci vogliono jettatori? Ma chi si credono di essere?
C’è voluto Renzi, un politicante, anche se col naso fino, che dicesse: “Non si fa”. Altrimenti andava avanti l’apertura della corrispondenza, per mano di carabinieri e poliziotti. Come garanzia di legalità. Di legalità?
Ma ci sarebbe voluta una indagine giudiziaria per una pena superiore ai cinque anni di prigione, frignano i belli-e-buoni. Non sanno, lo sanno tutti, che cinque anni si danno per tutto, eccetto l’assassinio – quello può essere preterintenzionale? Mentre la carissima Autorità Garante della Privacy balbetta: sì però, sarebbe opportuno, nel caso in cui… Per non dare torto ai giudici, fanno presto a metterli sotto inchiesta, con corrispondenza e tutto, per i 220 mila euro l’anno che rubano, a testa.
O la barbarie del “fine processo mai” presentata come conquista di civiltà. Da Sky, la televisione di Murdoch – Murdoch è uno che ha il pelo sullo stomaco alto come un grattacielo. E una conquista pratica no? Del giudice, del procuratore, dell’inquirente: ognuno potrà ora portarsi il processo alla pensione – uno, non due. Con beneficio del colpevole. Anche degli avvocati, locupletati con i rinvii di udienza – “Mani Pulite dei giudici, tasche piene degli avvocati”, era il bon mot di Giovanni Maria Flick, all’epoca avvocato.
Uno si dice: forse è incultura. Ma le “manine” delle mani sulla corrispondenza sono giurisperiti, alcuni sicuramente anche giudici. E sono quelli che nascondono nelle pagine interne, a taglio basso, in breve, gli scandali a valanga del Pd. Un partito che non può, per definizione, essere incolto. I capipartito-capitribù, gli assessori corrotti, i segretari particolari in affari, per conto di chi?, e l’incalcolabile ormai serie di primarie contestate o annullate. Per “infiltrazioni” e “provocazioni”, l’armamentario degli stupidi anni 1970 – Renzi non ha rottamato nulla.
Uno si dice allora: è stupidità. Ma non è piacevole pensarsi in compagnia degli stupidi. Magari dei furbi sì, con qualche accorgimento, ma con la stupidità uno ci rimette sempre – il suo primo effetto è di farlo sentire stupido.
E poi. Guardando fuori dalla finestra, da dove nasce tanta barbarie? All’improvviso, in un paese di antica civiltà? Quanta merda inesauribile produce questa seconda Repubblica, di cronisti giudiziari e giudici felloni? L’intercettazione della corrispondenza era opera di giudici e giornalisti, mica dei primi delinquenti che capitano.

Un papa cristiano

Praticamente inedito in Italia (uscì nel 1968, nella raccolta “Uomini in tempi oscuri” mai ristampata), il ritratto del papa buono è la recensione sulla “New York Review of Books” nel 1965 del “Giornale dell’anima”, il diario del papa da poco defunto, tradotto per la McGraw-Hill da Dorothy White. Col contorno di gustosi aneddoti sul papa al momento del trapasso, raccolti a Roma sembrerebbe dalla stessa filosofa, o allora dalla sua amica Mary McCarthy, che nella capitale aveva eletto residenza. Nulla di eccezionale, e tuttavia un giudizio eccezionalmente acuto, per una non cristiana poi (“difficilmente un incontro potrebbe apparire più improbabile”, Paolo Costa), sulla “santità” di papa Giovanni. Già in vita, e da sempre. Per la fede. Un pegno professato da ragazzo e mai abiurato. Hannah Arrendt ha voluto recensirne il diario, “nulla di eccezionale”, per il fascino della religiosità “autentica” di papa Giovanni.
Umiltà? Sì, ma concludendo nel “tremendo orgoglio e la fiducia in se stesso” del papa santo: “La  statura di quest’uomo può essere abbassata solo se si omette l’elemento dello scandalo”. Degli “«scandali» che essa innocentemente causò”. Un’esperienza unica perché il personaggio era irripetibile. Col papa argentino la chiesa ha rinnovato la scelta di sessant’anni prima, del papa “di provvisoria transizione”, come Giovanni XXIII scriveva di se stesso, e per non sbagliare buon pastore. Ma la differenza è significativa. L’elezione a sorpresa di papa Giovanni – nota “Il giornale dell’anima” e Arendt sottolinea – fu un’avventura per la chiesa, e come un tentativo di riscatto. Riuscito in parte, se ancora dopo cinquecento anni la chiesa vive di rimessa, si direbbe al gioco del calcio, “in risposta a” (il protestantesimo, il modernismo, la desacralizzazione, le ideologie, il sessismo), e non per virtù propria. Non per la fede.
Il titolo originale è meno provocatorio, o parodistico: “Angelo Giuseppe Roncalli: un cristiano sulla cattedra di san Pietro dal 1955 al 1963”.  Leggibile online in inglese, qui è tradotto e prefato da Paolo Costa, il filosofo della Fondazione Bruno Kessler. Fine studioso di Hannah Arendt, Costa ne dà pregni punti di riferimento. Perché un papa tra gli “uomini oscuri”, i compagni d’elezione della sua vita intellettuale: Rosa Luxemburg, Brecht, Benjamin, Karen Blixen? E Perché un “non intellettuale”? Per la “individualità esemplare” DEL PAPA, eccezionale, mai addomesticata, ma sempre corretta. E Per “la sua” propria “convinzione che, con la fine della tradizione, le residue possibilità di illuminazione di una realtà oscura si celino soprattutto nei «frammenti di pensiero»,… e in alcune esistenze autentiche”. Autentica è parola di Costa, ma è il senso della vita di Giovanni XXIII che affascina Arendt: checché l’autenticità sia, gergo haideggeriano, qui è una fede fedele. Nel caso di Angelo Roncalli un’immedesimazione totale nel Cristo.
Con una reprimenda arendtiana agli atei, “sciocchi che pensasno di sapere ciò che nessun uomo può sapere”. E una difesa - sull’autorità apocrifa di papa Giovanni - del “Vicario”, il dramma protorevisinista, e quasi negazionista, di Rolf Hochhuth che allora impazzava, purtroppo anche tra gli ebrei – l’Olocausto come colpa di Pio XII, della chiesa romana..
Hannah Arendt, Il papa cristiano, Edb, pp. 45 € 5

mercoledì 25 marzo 2015

Il mondo com'è (210)

astolfo

Berlino - “Matrigna delle città russe”, la dice Nabokov - come di tutto l’Est.
Bisognerebbe conoscere la Russia, anche per capirne la tristezza.

Guerre civili europee – Non c’è altro continente che ne abbia combattuto, e ne combatta, tante. Sarà effetto della densità della popolazione, ci pestiamo i piedi?. Ma anche l’Asia, benché spaziosa,  è densamente popolata. Sarà l’effetto dell’istinto competitivo? Ma c’è di più competitivo che gli americani, o i cinesi? Sarà un dato caratteriale, un fondo di violenza innato, come la lingua. Alimentato magari dall’inbreeding, non tanto fisiologico quanto culturale: il culto dell’ombelico.
La storia di questi ultimi vent’anni dopo la caduta del Muro sarà stata una storia di infamie, un segmento speciale e diffuso. La Jugoslavia per prima, con dieci anni, poco meno, di guerre civili, volute, innescate, e armate dall’Europa. Subito poi l’Ucraina. Per volere di personaggi poco qualificati, Sarkozy, Angela Merkel, i polacchi senza nome.
Si dice l’anarchia conseguente alla mancanza di leadership, la Germania rifiutandosi di esercitarla. In realtà la esercita, ma al modo di Angela Merkel, troppo poco troppo tardi, cioè sempre il peggio.

Femminicidio – Già Aristotele lo sconsigliava, dice Machiavelli nei “Discorsi”, Libro Terzo, XXVI (“Come per cagione di femine si rovina uno stato”), 10: “Aristotile, intra le prime cause che mette de la rovina de’ tiranni, è lo avere ingiuriato altri per conto delle donne, co sturarle, o con violarle, o con rompere i matrimoni”.
Più “di questa parte”, minaccioso, Machiavelli dice di aver detto al capitolo sulle congiure. Ma al cap. VI dello stesso libro (“Delle congiure”) non ne ha parlato, giusto per dire che “l’onore delle donne” viene subito dopo quello del sovrano. 

Machiavellismo – Machiavelli non fu machiavellico, si sa: non all’origine dell’aggettivo - e neppure, da qualche tempo, più imputato. Fu arma protestante contro le potenze cattoliche. Machiavellica? I protestanti non avevano letto – non ne è rimasto commento – Machiavelli.
Di Innocent Gentillet, calvinista, non è rimastra traccia. E di Federico il Grande di Prussia, del suo “Anti-Machiavelli” – molto lavorato anche da Voltaire, il “negro” del sovrano - la lettura si ripropone come esemplare del “machiavellismo”.
Non si pratica molto da qualche tempo in Italia, nemmeno come offesa. Leopardi ha un “machiavellismo di società”, ma non ha fatto presa. Fu esercitazione di scrittori cattolici, Campanella compreso, nel secondo Cinquecento, che dello scrittore Machiavelli temevano il fondo materialista. 

Pluralismo – Hannah Arendt elaborò il concetto in chiave di democrazia di base, di allargamento della democrazia. Una valvola di sviluppo della libertà politica e dell’uguaglianza sociale. Una forma di “inclusione dell’altro”. Che però non riteneva favorita né garantita dalla istituzioni costituzionali, dalla democrazia rappresentativa. Un pluralismo efficace sarebbe venuto, argomentava, con i consigli e ogni altra forma di democrazia diretta.
Norberto Bobbio lo ha introdotto in Italia riducendolo all’alternanza di governo. Nel solco giolittiano dell’allargamento sociale del potere. Ma sostanzialmente un tributo al Pci, che poteva essere “diverso”, nel “compromesso storico” con la Dc. Solo obiettava alla pretesa comunista di “egemonia”. Non culturale, che in fondo accettava, ma politica.

Tunisia – È un caso di involuzione borghese. Non eccezionale: tutte le “primavere arabe” sono a vari livelli un’automutilazione delle borghesie – urbane, professionali, commerciali. Ma quella tunisina più di tutte, e anzi totalmente.
“La Tunisia si presenta” campeggia a Roma a piazza Venezia sul Vittoriale: una mostra per dire la modernità e la simpatia del piccolo paese. Che fu tra i primi paesi colonizzati ad arrivare all’indipendenza nel 1956, con il movimento indipendentista moderato Neo Destur. Con una modesta rendita petrolifera, ma con una larga classe dirigente, dei Nouira, dei Mestiri, dei Gannouchi, e una leadership, dei Burghiba-Ben Ammar. Molto legato all’Europa. All’apertura del  Ramadan, il mese del digiuno, Burghiba, presidente laico, diceva una preghiera e spiegava che chi lavora può bere, e se necessario nutrirsi anche durante il giorno. Nel mentre che restaurava le grandi moschee di Kairuan, al centro del paese.
Un paese povero  ma dignitoso, e organizzato. Protagonista di una politica mediterranea dell’Europa che fu quasi un “allargamento” al Sud – fu la prova generale, sfortunata, di quello che si sarebbe poi realizzato trent’anni dopo a Est.  Con una produzione agrumicola e olearia integrata a quella europea, siculo-calabrese. I suoi ebrei non disturbavano. Gli investimenti stranieri erano benvenuti, nel turismo, nell’immobiliare, nell’agroindustria. I tunisini emigrati erano modesti e laboriosi, e ovunque bene accetti, da Mazara del Vallo alla Bretagna. Un paese del Terzo mondo che tra i primi avrebbe potuto approdare al benessere. Col turismo, la pulizia, la socievolezza, e anche un principio di industrializzazione. La lavorazione per terzi, di pelletteria e abbigliamento debuttò in Tunisia, prima che in Marocco, in Romania e Turchia.
Il fondamentalismo religioso è arrivato per reazione, di un nazionalismo male inteso, come antitesi all’Occidente, all’Europa confinante. Di una reazione, però, borghese – non classista, non di popolo. Altrove è un episodio della democratizzazione: delle masse popolari che si sostituiscono, al seguito di demagoghi, al costituzionalismo,  cioè alla borghesia urbana. Dall’Iran via via all’Egitto di Morsi. In Tunisia è stato un inviluppo interno alla borghesia, per un’autocoscienza male intesa.
Il velo, scomparso per decenni dalle città, è stato reintrodotto dalle giovani universitarie. Delle grandi famiglie, i Mestiri, i Ghannouchi – Yusra, la figlie prediletta del patriarca Rashid, ne è l’alfiere. Così come l’abbandono del bilinguismo, a favore del’arabofonia: è stato voluto dai giovani colti, affluenti. Tutto naturalmemte con l’ambizione di domare l’islam. D’instaurare una “democrazia islamica” all’insegna delle democrazie cristiane europee. Un po’ come con Erdogan in Turchia: un corpaccione politico di centro. Ma senza la capacità di potere e di controllo.

Ucraina – Suona a Santa Cecilia a Roma il pianista Alexander Romanovski. Giovane, applaudito, triste. È ucraino, russo. Si capisce come l’Europa “democratica” abbia rovinato un popolo, milioni di vite, diecine di milioni di vite. Per niente, non c’è nemmeno niente da rubare in Ucraina. Per stupidità. Si vorrebbe dire per malvagità, ma non c’è nemmeno quella. Angela Merkel non è malvagia. Obama lo è? no. O Donald Tusk, o come si chiama l’imperdibile polacco che sempre ci mette nel sacco.
Al programma di sala che gli sottopone il “questionario di Proust”, alla domanda “La sua idea dell’infelicità?”, l’infelice Romanovsky risponde: “Vivere una guerra circondata da tante menzogne come oggi succede in Ucraina”. Altro che libertà.

astolfo@antiit.eu 

Cesare Borgia era Cavour

Althusser legge Machiavelli come già Rousseau: legge“Il principe” alla luce dei “Discorsi”, repubblicani. Il “radicamento del principe nel popolo per il gioco delle leggi è la condizione assoluta della durata dello Stato e della sua potenza, cioè della sua capacità d’ ingrandirsi”. E ci trova “la politica” - se non proprio “le leggi e le regole oggettive della politica” che diceva Croce – che invece non trovava in Marx. Ha scoperto Machiavelli reduce dalla critica alla “tesi aberrante” della “autonomia del politico”, e nel mentre che trovava in Marx e Engels un altro “limite assoluto”, la loro “incapacità a pensare «la politica»”.
Rousseau, lamentando anche lui di Machiavelli che “questo politico profondo non ha avuto fin  qui che lettori superficiali o corrotti”, stabiliva: “Fingendo di dare lezioni ai Re, ne ha date di grandi al popolo. Il «Principe» di Machiavelli è il libro dei Repubblicani”. Con l’esempio di Roma, aggiunge Althusser, “la repubblica fondata dai re” – “è qui ciò che ha fatto credere agli Enciclopedisti, a Rousseau, a Foscolo e agli altri ideologi del Risorgimento che Machiavelli era repubblicano”: il che è vero, ma di una repubblica diversa, che è Roma. E d’altra parte “i «Discorsi» non parlano di altro rispetto al «Principe»: parlano della stessa cosa”». Di come può nascere e prosperare l’Italia. Con l’esempio della Francia, riferimento costante del “Principe”, e della Spagna.
Un Machiavelli insomma rivoluzionario, seppure mascherato. Lettura non nuova – Chabod fra i tanti l’aveva appena detto, “un’esplosione rivoluzionaria”, o un secolo prima Quinet, che l’ultimo capitolo del “Principe”, della serva Italia, eleggeva a “Marsigliese del sedicesimo secolo”. Ma con novità di sostanza. Il “principe nuovo” non è Cesare Borgia. “Quando Machiavelli scrisse «Il principe», nel 1513, Cesare è sparito dalla scena italiana da sette anni, e alla lettera non resta niente della sua opera. Niente altro che il suo esempio”. Machiavelli ne fa un identikit, che Althusser traccia punto per punto. E questi punti, si può aggiungere, corrispondono a un’identità precisa: il principe nuovo di Machiavelli sarà Cavour. Ma con mezzi non molto diversi. Solo in linea, tre secoli e mezzo dopo, con gli Stati costituzionali. 
Non è un accostamento furbastro. Althusser non si ricorda di Cavour, ma cita lungamente Hegel, che “Sulla costituzione della Germania”, 1802, fa un elogio sperticato di Machiavelli profeta e scienziato dello Stato, della costituzione patriottica – “Sulla costituzione della Germania” si apre con la frase famosa: “Deutschland ist kein Staat mehr”, la Germania non è più uno Stato. Per il resto la disamina di Althusser è coincidente punto per punto. Il principe deve avere un esercito, Cavour ce l’aveva. Deve provvedersi di “ausiliari”, e Cavour ebbe Garibaldi. Usare l’astuzia, Cavour ne fu maestro. Cavour non ebbe la religione, che Machiavelli vuole necessaria al consenso del popolo, e questo fu un male, per l’Italia cavouriana o liberale, e per quella successiva, fascista e repubblicana. La “virtù” di Machiavelli Althusser dice il successo. Di questo Cavour fu sempre conscio, attento infaticabile tessitore, anche nelle sconfitte, e al gioco di negare l’intrigo e di farsi temere intrigante: “essere temuto e non essere odiato”, dice Machiavelli – belle pagine, da ultimo, Althusser dedica a questa ambivalenza.
Il libro segreto
Questo è il libro segreto di Althusser. Che scrisse e riscrisse per almeno un decennio, dal 1962 al 1972, spogliandosi del gergo del Diamat, e senza parlarne con i compagni, senza il parere dei quali per solito non filosofava. Che lascerà però inedito, salvo una sintesi di 19 pagine, “Solitude de Machiavel”, datata 1 luglio 1985. L’edizione francese ha una introduzione circostanziata di Etienne Balibar, l’italianista dell’università di California Irvine, suo inalterabile compagno di ortodossia marxista (continua a leggere Lenin come Platone e Kant), e suo esercitatore principe. E a seguire due saggi di François Matheron, curatore testamentario di fatto di Althusser, e suo traghettatore in questo interminabile day after, “Althusser et l’insituabilité de la politique” e “La recurrence du vide chez Louis Althusser”.
Una passione sbocciata in Romagna, in un viaggio di lavoro-vacanza nei mesi estivi del 1961, ospite a Bertinoro di Franca Madonia, sua traduttrice. Francese d’Algeria, cattolico, allievo di Jean Guitton, Althusser era cresciuto preparato a decrittare Machiavelli. Anche se gli rimarrà, come a tutti, “un enigma”. Su Machiavelli tenne poi il corso 1962 alla École Normale Supérieure, e pubblicò un saggio, “Solitude de Machiavel”. Un scoperta che lo accompagnerà nel turbolento prosieguo della vita e nella riflessione, quasi testimone segreto. Aiutandolo nella scoperta della “politica”, introvabile in Marx, di cui era l’esegeta. Balibar testimonia che “lo scarto degli stili e delle problematiche è propriamente abissale” con la saggistica marxista che negli stessi anni andava pubblicando.
Il problema con Machiavelli, esordisce il filosofo di Marx, è sempre come lo disse De Sanctis, che “ti colpisce all’improvviso e ti fa pensoso”. Che è “avvincente” e “inafferrabile”, Etienne Balibar sintetizza così nella prefazione il suo, e quello del suo amico Althusser, concetto – “Se è chiaro che siamo costantemente davanti a un pensiero teorico di grande rigore, il punto centrale in cui teoricamente tutto si lega sfugge interminabilmente alla ricerca” (citando da uno scritto minore questa riflessione, Matheron ipotizza una identificazione di Althusser in Machiavelli, accomunati dal “salto nel vuoto teorico” di cui il filosofo marxista fa merito al segretario fiorentino, egli stesso concludendo la sua esperienza nel 1982 col “vuoto che è la filosofia stessa”, e quattro anni più tardi col vuoto come “categoria centrale di ogni filosofia”, la scienza incerta e peregrina). Si spiegano così i “fulminati”, tanti: Leo Strauss, Merleau-Ponty e Croce prima di Althusser, e Gramsci, Marx, Hegel, Rousseau, Montesquieu, perfino Spinoza (“verum index sui et falsi”). E gli indifferenti: Carl Schmitt, Bobbio, Arendt – contrari molti, per il “machiavellismo”, da Bodin a Kant.
Il filosofo del fare
Lui ne fa, dopo un primo rifiuto, subito successivo alla scoperta nel 1961, un filosofo. Un politico certamente. Il “libretto”, l’“opuscolo”, “appena 80 pagine”, rileva del “Principe” con meraviglia, venendo dai malloppi della ermeneutica marxiana, ma testo “chiaro, denso, vigoroso e appassionato”, un “atto politico”. E alla fine anche un filosofo. Accreditandogli un “dispositivo teorico” innovatore: quello della “spazio teorico” elaborato duplicemente, come “pura teoria” e come “pratica politica”.
Metodologia e dottrina di Machiavelli Althusser sintetizza apocrifamente in “è male non chiamare il male un male”. Arrivando per questa via a decostruire anticipatamente la “scienza politica”: non le regole universali applicare all’analisi particolare, ma le stesse regole sottoporre alle esigenze del fare. Un’elaborazione di cui Machiavelli ebbe piena coscienza, nell’introduzione ai “Discorsi”: “Mi sono determinato ad aprire una strada nuova”, ritenendo “più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa”.  Niente di meno, spiega Althusser, che “una teoria generale delle leggi della storia”: vedere le cose nella loro effettività, e scoprirne le “leggi”. Senza rifarsi, aggiunge, come tutti ad Aristotele, all’ipse dixit. Mancanza tanto più strana per un classicista. Al più, nota Althusser, si rifà a Polibio, la disamina istituzionale ancorando agli eventi. E non concepisce un contratto sociale – Althusser vuole precisarlo, senza nominare Rousseau, fervido machiavelliano, giusto per differenziarsene.  Le specificità – la “congiuntura” – non sono dei dati da sottoporre al vaglio della teoria, e divengono forze reali e virtuose nella lotta per l’obiettivo storico.
La conclusione sarebbe dunque che Machiavelli non è un filosofo ma un uomo d’azione. Ma il suo retroterra teorico Althusser valuta cospicuo. Analizzando “Il principe”, il filosofo di Marx perverrà agli “scarti”, le aporie e divaricazioni che costituiranno il punto ancora vivo della sua filosofia politica. Tra la teoria e la pratica. Tra il principe e il popolo, “che si presuppongono sempre ma non si identificano mai” (Balibar) - il che comporterebbe “la fine della politica”. Tra le realtà istituzionali e sociali e l’astuzia del politico (“parafrasando Weber”, scrive Althusser, “si potrebbe dire che il potere del Principe riposa sul monopolio dell’astuzia legittima”). Tra la “congiuntura” rivoluzionaria e l’indeterminazione del tempo, il luogo, gli agenti del suo realizzarsi pratico.
Ma il libro segreto si legge soprattutto come una confessione indiretta: un testo autoreferenziale e autocritico. Una sorta di “Machiavelli e io”, dice Balibar. Anche se l’“autonomia del politico” gli resta indigesta, ancora tra le rovine.
Louis Althusser, Machiavelli e noi, manifesto libri, remainders, pp. 168 € 6,50
Machiavel et nous, Tallandier, pp. 235 € 10

martedì 24 marzo 2015

Secondi pensieri - 211

zeulig

Ariani – Sono la cattiva coscienza della filologia. Dell’Europa anche, di una certa Europa, ma della sua filologia. La filosofia , compreso l’ “antropologo” Kant per molti aspetti sollazzevole, se ne tenne lontana – lontana dagli “aria”.
Una cattiva coscienza anche duratura. Basata sulle affinità linguistiche tra popoli geograficamente sparsi. Che si vollero unificare nell’indo-europeo, “popolo di signori”. Una radice e un popolo – una “razza” - che non si trovano. Per evitare le comuni radici semitiche e mediorientali – mesopotamiche. Come solo onesti filologi isolati, quali Semeraro, e ora il protostorico Demoule (“Mais où sont passés les Indo-Européenes”?) osano contestare, e la negletta, semplicissima, incontestabile “Black Athena” di Martin Bernal.
L’ariano o indo-europeo (più spesso indo-germanico) s’impone con la “storia della Grecia”. La quale nasce nel 1840, quando la filologia critica interruppe il filone della storia provvidenziale e se ne fece giudice, libera quindi d’inventare l’“arianesimo”. Che l’università Georgia Augusta di Gottinga, appositamente creata, veniva elaborando da un secolo. Con l’ausilio di Oxford, con seguito di letterati e pensatori, gli stessi Coleridge e Carlyle, spinti dalla romantica riscossa contro la democrazia ugualitaria della Rivoluzione - a lungo fondò la latinità l’ambizione repubblicana di uguaglianza, la grecità la protezione dell’individuo. A un certo punto, dice il modello “ariano” della storia greca, dal Nord arrivano gli elleni, parlanti indo-europeo, e soggiogano la cultura egea.
Rinata dopo la disfatta nel ‘18 a centro meritorio della fisica, con la meccanica quantististica di Heisenberg, Pauli, von Neumann, Oppenheimer e Born, Gottinga è stata per due secoli la culla della storia eretta a scienza grazie all’invenzione della filologia. Con gli “ariani” e la Grecia fu tedesca pure Roma, la letteratura romanza, la storia, la chimica, la filosofia. Incluso il Giordano Bruno italiano, riportato in vita quattro volte nel solo Ottocento, da Adolf Wagner, Lagarde, Lasson, Kühlenbeck – dopo essere stato salvato ai posteri dai re di Francia e d’Inghilterra.

Nel 1770 Blumenthal aveva imposto la prima graduatoria delle razze, inventando il caucasico. Winckelmann la Grecia delle statue patinate quale ideale di bellezza. Tra il 1820 e il 1840 Karl Otfried Müller, il filologo di Gottinga, dà significato culturale e politico alla storia “antica moderna”, con la scoperta dei dori. Era la filologia dei primati – di Ariano vero c’è solo il santo a Venezia, all’isola dei Morti.

Complotto - Quando Kotzebue fu ucciso da Carl Sand i governi della Sant’Alleanza ne approfittarono per liberarsi degli ultimi liberali, anche se ne erano stati aiutati nelle guerre contro Napoleone e la Francia. Lo scrittore Kotzebue, benché antiromantico, antinapoleonico e antirivoluzionario, non era una spia. Lo studente Sand invece, benché liberale, era un fanatico. Non bisogna esagerare coi progetti della storia.

Diario - È ordine: disciplina la memoria, riscontra il modo di essere. Ma in solitudine. Non in dialogo cioè, in conversazione, poiché prevalentemente e parlare di se a se stessi. Anche nel mondo iperconnesso, è un piccolo esercizio di esibizionismo, immune alla critica.

Esilio – Quello “autentico”, o radicale, è da se stessi. Anche se non si è emigrati, cioè, non fisicamente. Non da un paese all’altro, e quindi da una lingua a un’altra. E nemmeno come emigrati dell’interno, quindi fruitori della stessa lingua, tra Nord e Sud, tra campagna e città.
La nozione di esilio implica un punto di origine, un radicamento - la patria, la regione, la città, una natura, un clima, un linguaggio. E la mentalità, il portamento, gli usi alimentari, la festa, il riposo, il ritmo di lavoro. .
È in subordine, in potenza, un ritorno: una possibilità di ritorno, sia pure in forma di esorcismo, per diminuire la violenza del distacco quando si è deciso comunque di recidere il cordone ombelicale.
Si può rifiutare il legame, o trascurarlo, o dimenticarlo, ma allora si è esiliati dall’esilio: si interrompe il legame pur tenue che l’esilio comporta. Inclusa l’esperienza di emigrato interno – dove anzi più facile è il distacco e il rifiuto, per esempio dei meridionali che sono leghisti antimeridionali.

Lingua – È il cordone ombelicale dell’esistenza. Si vede nell’esistenza travagliata dell’emigrazione, interna ed esterna. Il dialetto in chi emigra da capo a capo dello stesso paese, e la diversità di toni, cadenze, pronuncia – chiusa o aperta, sonora o afona, etc. – e le parole stese, a volte intraducibili, nell’uso della lingua nazionale.  La lingua d’origine per i transfrontalieri, anche nelle forme private e privatissime dell’uso familiare. La telefonia cellulare ha irrobustito il legame, gli ha dato sfogo: si vede nelle peggiori condizioni, anche nell’indigenza,  la possibilità di usare la parola di origine viene prima di ogni altra esigenza, di un rifugio, di un pasto. “La parole riportano tutto” dell’origine: il luogo, la gente, la vita, le strade, la luce, il cielo, i fiori, i rumori”, nota la scrittrice Jhumpa Lahiri (“In altre parole”, p. 97), avendo deciso di lasciare la sua lingua, l’inglese, per l’italiano, e le innumerevoli pieghe del significato. È un fatto d’identità, naturalmente, e anche di ossigenazione:  “Quando si vive senza la propria lingua ci si sente senza peso e, allo stesso tempo, sovraccarichi. Si respira un diverso tipo di aria, a una diversa altitudine”.
È la lingua che fa la differenza, più che la fisionomia, il normotipo. La mentalità vi si esprime, la memoria, e la propria ragione di vita, anche se con un movimento riflesso, retrogrado, invece che proiettato su un programma e un futuro.

Gli studiosi dell’emigrazione ci arrivano per esempio Andreina De Clementi, che si rifanno alla corrispondenza, allora non esistevano i telefonini, per quanto sintetica, lenta, spaziatissima, e sgrammaticata, ripetitiva, rituale per lo più, più spesso per interposto scrivano, di grafia e formule fatte,di giovani e non giovani figli e coniugi del secondo Ottocento e primo Novecento.

I sogni non hanno voce. La lingua non si dice ma è nota, tutto scorre significativamente. La lingua è un patrimonio acquisito e condiviso, di significati, la certificazione vocale non è necessaria.

zeulgi@antiit.eu

La metamorfosi di Jhumpa, italiana al risveglio

Una prova di autocreazione – di reincarnazione assistita. Una metamorfosi, dice l’autrice. Scrittrice di qualità e successo in inglese, moglie e madre appagata, Jumpha Lahiri decide a 45 anni di vivere a Roma e pensare e scrivere in italiano. Senza altra ragione che una fascinazione fuggevole in una visita lampo con la sorella a Firenze, quando aveva 27 anni.  “In altre parole” è la prova della reincarnazione riuscita. Un miracolo, di cui fa partecipe con una prosa asciutta e in ogni parola pregna.
Un  libro che si è venuto scrivendo giorno per giorno, dopo un primo anno di disorientamento, e pubblicato in brevi capitoli su “Internazionale”. Come un puerperio. Con momenti difficili, di scoraggiamento, angoscia – di “straniamento”, “disincanto” – ma nel complesso gioioso, poiché c’è il lieto fine. Di una lingua che lei stessa dice “covata”.
Non è il primo caso, ma i precedenti illustri sono diversi. Joyce stesso aveva provato per qualche anno a scrivere in italiano, ma poté “fare Joyce” solo in inglese. Beckett  era da tempo in larga misura francesizzato, quando decise di scrivere in francese. Lo stesso per Conrad – che comunque ha sempre avuto problemi – con l’inglese. Nabokov era cresciuto con l’inglese, ogni famiglia di russi colti aveva una seconda lingua. Lahiri è nata in una famiglia bengali emigrata da Calcutta negli Usa, nella cui lingua è stata cresciuta nell’infanzia, che però non padroneggia, l’inglese era la sua lingua. Nella quale si è formata e ha scritto, prevalentemente narrativa,  riconosciuta e apprezzata, dalla critica e dai lettori. Ha voluto il cambiamento per una sua decisione. Non da ribelle. Scrittrice anzi classica, di buoni sentimenti, dell’integrazione possibile tra mondi diversi – è suo “Il destino del nome”, il racconto delle due generazioni bengali tra India e Usa da cui Mira Nair ha tratto il film una diecina d’anni fa. La decisione è stata una scelta, non un capriccio o un salto di umore. L’esito è per più di motivo una pietra miliare.
È la storia di un amore, di una lingua. Ma di più sarà un trattato di linguistica. Cioè non un trattato, un esperimento in corpore – questa è la reazione di un’esperienza. Con più di una novità sulla maternità glottologica: l’inseminazione, la gestazione, il puerperio, il primo nutrimento. Un test-case di come si entra nella lingua: Non per imprinting, ma come uscendo dal nido, dall’uovo. Né per apprendimento, come “si impara una lingua”, ma per immersione. Affascinante. “Un progetto talmente arduo che sembra sadico”, “un’impresa folle”, riflette l’autrice, e tuttavia un atto di coraggio. L’inculturazione, anche, di cui tanto si blatera per le nostre società polietniche, è questa rinascita.
Un esperimento personale naturalmente, una sfida a se stessa, alla propria creatività. Troppo nuovo, e anche troppo denso, pur nella sua brevità. E un racconto sui generis. Aggraziato, di metafore semplici, evocative e familiari.
La scelta di un’altra lingua, in età matura, senza alcuna costrizione e anzi a dispetto di condizioni di partenza vantaggiose, è una novità assoluta. È un rifacimento di sé, un remake. Come nuotare in mare aperto, a un certo punto Jhumpa Lahiri ha questa impressione, rifiutando per giunta l’acqua che la sorreggerebbe, l’inglese con cui è crescita e di cui è specialista. Ma la traversata è ben governata, con quadranti e timoni. A suo sostegno si possono portare i pareri di Carlo Cattaneo e Karl Marx, che l’India assomigliavano all’Italia (un’identificazione di cui si può leggere a:
http://www.antiit.com/2014/07/il-mondo-come-182.html). Autorevoli, anche se nessuno dei due sapeva nulla dell’India, e Marx niente neppure dell’Italia.
Jhumpa Lahiri, In altre parole, Guanda, pp. 156 € 14