sabato 4 febbraio 2017

Il mondo com'è (294)

astolfo

Bastiglia – Si sa che la sua presa fu la scintilla della rivoluzione farncese, tuttora celebrata. Si sa che ospitava in tutto sette detenuti. Ma non si dice chi erano, che è la cosa più golosa: un attentatore di Luigi XV, non giustiziato per grazia del re, un pazzo rinchiuso dalla famiglia, il conte Jacques-François Xaver de Whyte de Malleville, un altro conte rinchiuso dalla famiglia, il conte Solanges, perché di tendenze incestuose, e quattro falsari che si dileguarono all’apertura dei cancelli, Jean Béchade, Jean Lacorrège, Bernard Larroche e Jean-Antoine Pujade.

Cekà – Non ha fatto un secolo la rivoluzione d’ottobre, lo fa – o farà tra un paio d’anni – la sua polizia politica, la Cekà. Fu la prima cosa che Lenin creò una volta preso il potere, eliminando i socialisti. Un organismo che attraverso varie denominazioni si mantiene fino ad oggi, col nome di Fsb. L’Fsb festeggia tuttora la creazione della Cekà, e nei suoi uffici si brinda al suo creatore, Feliks Deržinski.

Femminismo – Nasce da un difetto della storia – della storiografia? È quello che sospettano le storiche italiane in questi giorni, riunite a Pisa in congresso. Anche della storia, per i diritti politici e civili post-1789, che la borghesia si appropriò, la quale era tutta maschile (una borghesia tutta maschile è argomento da approfondire, ipotesi gravida). Ma la colpa è più della storiografia: passati l’Otto e il Novecento della dittatura borghese non ci sono altre cesure nella storia. Le donne governavano, sgovernavano, facevano guerra e facevano pace, si divorziavano, abbandonavano figli e famiglie, oppure le imponevano, soprattutto i figli, maschi. Il campionario è ricco, solo la storia (storiografia) è carente. Quante regine decisive in Francia, per esempio, per lo più italiane - a petto di quanti re altrettanto decisivi? O in Inghilterra. O in Russia. O tra i principati tedeschi, Hohenzollern esclusi, ma inclusi gli Asburgo, a partire dalle donne che formarono e imposero Carlo V. Thatcher e Merkel, intransigenti e assolutiste, vengono da lontano, non sono l’esito delle “battaglie femministe”.
Non ci si capacita che tanta storia sia stata cancellata, sia stato possibile cancellarla, nell’Otto-Novecento. Ma è avvenuto. E anzi, per questo aspetto, il Novecento ha una coda curiosa nel Millennio: non si sono riscritti i libri di storia, si sono aggiunte delle note, tra il languoroso e il politicamente corretto, seppure in chiave autocritica, e br evi, insignificanti. Il Novecento non ci molla?

È una reazione all’Otto-Novecento più che a una condizione antropologica o millenaria. All’epoca borghese della storia. Preparata, in parallelo con la “nascita” maxweberiana dello “spirito” capitalistico, dalla caccia alle streghe. Le streghe si perseguitavano anche prima, parte del fenomeno “eretico”. La caccia alle streghe fu di massa e di genere (ne saranno vittima anche uomini ma in aree marginali, Islanda, Estonia, Russia, in situazioni contingenti). Si vede dalla tempistica, e dai reati che ne furono oggetto: la gestione femminile della procreazione, la rivendicazione esplicita della libertà sessuale. Quello che si chiamerà la diversità. Manifestazioni analoghe erano state identificate in precedenza, le Baccanti, le Amazzoni, la Gnosi, ma non sanzionate. Nel Cinque-Seicento furono fronte di guerra: centomila “processi” fanno ben un olocausto.

Iran-Usa – L’Iran, uno dei sette paesi islamici ostracizzato per quattro mesi da Trump, ha oltre 16 mila studenti negli Usa. Non in Europa, dove gli studi costerebbero molto meno: negli Usa. Malgrado gli Usa siano il nemico per eccellenza della propaganda e l’opinione pubblica in Iran, anche non khomeinista.
L’Iran ha sempre mantenuto un contatto costante con gli Stati Uniti, anche negli anni peggiori del khomeinismo, un rapporto che data dai tempi dello scià, quando l’influenza americana si sostituì a quella inglese – nel 1953 lo scià rovesciò il governo filocomunista di Mossadeq con l’aiuto della Cia. L’inglese parlato a Teheran è americano, l’emigrazione iraniana è quasi tutta negli Usa, con poche appendici in Germania e Francia - molto meno dei tempi dello scià in Italia, e residuale, non c’è più nuova immigrazione.
Il rapporto si mantiene stabile anche sotto i provvedimenti restrittivi che l’Occidente ha preso e mantiene, su pressione Usa, contro l’Iran. Malgrado l’Iran sia, da quasi cinquant’anni ormai, inadempiente sui diritti umani e civili. Specie in Iran, dove l’ordine pubblico e la giustizia sono gestiti autoritariamente, senza rispetto per le procedure e i diritti. Ora, per esempio, è sotto pena capitale un cittadino iraniano da tempo trapiantato in Italia, dove è dottore e ricercatore in Piemonte, condannato senza giudizio – senza scandalo.

Populismo – Era populista la rivoluzione russa prima di Lenin. Erano eredi del populismo russo, con largo seguito nelle campagne, i Socialisti Rivoluzionari, maggioritari nel governo menscevico e nel paese, prima che Lenin sbarcasse alla stazione Finlandia. All’Assemblea Costituente eletta dopo il colpo di mano di Lenin, nel novembre 1917, che Lenin scioglierà, i Socialisti erano in netta maggioranza rispetto ai bolscevichi.

Nella lunga e osannante prefazione a Lenin, “Che fare?”, per Einaudi nel 1971, Vittorio Strada lega il populismo russo all’anarchismo, come le due influenze maggiori sul giovane Lenin, sulla sua formazione. Certo, Trump non è Lenin, ma un certo radicalismo è lo stesso.

Era populista, naturalmente, Mussolini. Anche Hitler.

Resistenza – È ora tradizionalista. Contro la globalizzazione per la sovranità. Contro l’etica della licenza. Contro le immigrazioni di massa. Negli Usa con Trump, in Francia coi Le Pen, in Gran Bretagna con la Brexit. In Italia anche, dove sarebbe maggioritaria, se Grilo si mettesse con la Lega e con la nuova vecchia sinistra. Anche in Germania non c’è male, benché Merkel sembri poterla governare.
È una forma politica che sembra improprio definire resistenza. Poiché non si oppone a un totalitarismo, anzi prospera nella libertà d’opinione Ma si oppone al cosiddetto pensiero unico, rafforzato dal politicamente corretto. Per cui si privilegia l’immigrato più del disoccupato, il rom più del povero nazionale, e ogni minoranza, anche esigua, a spese della maggioranza e contro di essa. Per un’errata – soverchiante, deflagrante – lettura dei diritti umani e delle minoranze: come una leva per scardinare, come un hedge – giusto la denominazione della speculazione che ci sta distruggendo – o una scheggia, una piccola fessura, brandita per attaccare e dissolvere la città, dicendola la frontiera, il nuovo, il futuro, inarrestabile.

Rivoluzione – “Le rivoluzioni sono destinate tutte ad essere archiviate, a volte anche demonizzate”, Luciano Canfora, “La Lettura” 29 gennaio: “Quella francese fu recuperata solo un secolo dopo il suo scoppio”. E dopo tante ricostruzione non benevole , tra esse quella di Manzoni, peraltro convincente.
Ancora Canfora: “Le rivoluzioni son tappe fondamentali nella modernizzazione dei Paesi dove si producono”, la Russia, la Cina, “perfino il Messico”.

Russia – È l’unico posto che non ha fatto l’esame d coscienza al comunismo dopo la caduta. A Stalin sì, ma poi con riserva – è pur sempre l’eroe della epocale resistenza a Hitler e alla Germania, l’artefice della vittoria. Ma ad altri con più luci che ombre. Yeltsin ci ha provato, da un punto di vista liberale, ma è fallito.
Putin a suo modo lo recupera, nell’assillo di consociare la continuità nazionale, che è il trademark della sua politica, nazionalista-imperialista, seppure non sovversiva – il comunismo sovietico fu pur sempre un forte nazionalismo, più di quelli noti, il tedesco, il francese. Da subito, la fase putiniana della lotta alla corruzione e al dissolvimento dell’unità nazionale sotto le spinte localistiche di ras politici e profittatori della desovietizzazione. Consolidata attorno al 2005, quando furono avviate le “rivoluzioni colorate” ai suoi confini europei. Col nazionalismo in senso proprio, della difesa della comunità russa, specie se minoritaria.  
Lenin rimane col suo monumento, ma nessuno ne parla, né per il male né per il bene. Il 7 novembre smette di essere un giorno festivo. Sostituito da un 4 novembre che forse non ci fu, la vagheggiata cacciata dei polacchi da Mosca nel 1612.

astolfo@antiit.eu

“No, we cannot” sia il nostro motto

Tesi impegnativa: non si scherza con l’imbecillità. Su una materia, poi, così d’attualità. Cipolla è il riferimento d’uso, come quello più popolare. Ma la lista è lunga: da Fruttero e Lucentini a Marrone (che però argomentava la fine del telefonino, vent’anni fa..), Odifreddi, Ponte di Pino, Accatino, De Conciliis, et al., sembra che non ci sia trattatista che non si ponga la questione. Forse non significativamente, poiché “stupido è (etimologicamente) chi si stupisce”, e se la filosofia, come vorrebbe Jeanne Hersch, nasce dallo stupore – tesi che Ferraris liquida brutale: “Stupida è anzitutto la leggenda della filosofia che nasce dalla meraviglia”. Ma più della trattatistica s’impone l’attualità, o il fatto.
Il tradimento della ragione fu specialmente acuto e diffuso negli anni 1930, testimoniato dalla storia come si sa, e da un’altrettanto consistente denuncia, di Ortega y Gasset, Benda, E.R.Curtius, Th. Mann (“Fratello Hitler”), Husserl, Musil. Siamo oggi allo stesso punto, anche se le denunce non sono così autorevoli? Manca “il fanatismo” di quegli anni, “una forma particolarmente acuta di stupidità”. Oggi semmai siamo dissolutori per essere ipercritici, anzi complottisti, decifratori instancabili di segreti e occultismi, “corpi separati” eccetera (corpi “separati”?), agenti imperterriti delle fake news, della manipolazione dell’informazione, che anzi più sono balle più ci piacciono – è il difetto della rete, mezzo a libero accesso, in linea col vecchio detto meridionale: “Tempo d’alluvione, pure gli stronzi vengono a galla”. Per sfinimento. Impossibilitati a capire, perché non si può ragionare. Per dissoluzione, gioiosa – basta seguire i partiti politici. E perché siamo corretti - non vorremmo all’indice “Huckleberry Finn” e “Il buio oltre la siepe” per razzismo, benché siano racconti propriamente antirazzisti? 
Il libro è serio, con molte note. La bibliografia è lunghissima, in nota al § 3, il tema non è stato trascurato, a partire dal secondo Ottocento. Joseph de Maistre variamente. Flaubert, Baudelaire, Dostoevskij, analisti fini e insieme soggetti d’analisi. Horckheimer e Adorno, che “La dialettica dell’illuminismo” chiudono con “La genesi della stupidità”. Adorno, che poi si eserciterà sulle  “Stelle”, l’astrologia, e sull’“Inautenticità” – per non dire una parola più volgare – di Heidegger. Altri se ne possono citare, Voltaire, Jean Paul, Rochefoucauld, i grandi comici, Molière, Rabelais, Plauto, Aristofane. Il capolavoro dell’imbecillità Ferraris peraltro esemplifica con un volume di un anno fa del suo stesso editore, Holger Afflebach, “L’arte della resa. Storia della capitolazione”.
Il filosofo vuole il suo saggio una “rapsodia”, non un trattato. Una sorta di rassegna. Ma di suo non è rassegnato: assesta molti colpi, a destra e a manca – di più a manca, con l’aiuto di sferzanti reazionari. “C’è un rischio enorme”, premette, “propriamente da imbecilli, che ci si assume parlando di imbecillità”. È anzi temerario. Esordisce con una decalogo non si sa se imbecille o “imbecille”. Del tipo: “Andate a scuole repressive”, “Non esagerate con le idee”, “Copiate, non create”, “Classificate non costruite”. Antifrastico? Pesantuccio. Vuol dire che si esce dalla stupidità coltivando la mediocrità? Come si coltiva la mediocrità?
Poi, però, si diverte e diverte, lieve e gustoso. Con l’“Imbecillità di élite”, dei “Venerati maestri” – “con effetti anche politici se i maestri sono anziani e tedeschi” – e i “Colpi d’imbecillità” – il Walter Benjamin che si suicida perché non ha avuo il permesso di entrata in Spagna dall’alcalde, che glielo avrebbe dato il giorno dopo. Contro il correttismo, il conformismo: “Conoscere l’attrito del reale, la difficoltà dei mutamenti, e soprattutto la strepitosa imbecillità umana, è la sola maniera per poter trasformare il mondo.  Dire invece «Yes, we can» è un modo per mettersi l’anima in pace”. E con l’SSS, il Soggetto Supposto Sapere. Le  “idiozie luciferine di Bacone o di Heidegger”. O la denazificazione di Heidegger. Anzi, i suoi successi: “La singolare operazione di traghettare nella sinistra postmoderna parole d’ordine, termini e concetti” nazisti. Anche Wttgenstein è insolentitio, q.b. - liquidato avrebbe detto Stalin.Con un po’ di Nietzsche, ovviamente. Ma più per il “lato umano”, l’aneddotica, non quello che ci si aspetterebbe di uno che ha scritto “Perché sono intelligente” – in apertura a un “Ecce Homo” che avrebbe potuto intitolarsi “Specchio”, o “Tentativo di una valutazione di se stesso”. E senza il supponente Schopenhauer, o Kierkegaard – mentre l’“imbecille delle Prealpi” Heidegger è bersaglio comodo, rinchiuso nella polemica antinazista.
Che far(n)e? “La dialettica dell’imbecillismo racconta una storia di dannazione certa e di redenzione dubbia”. Siamo sempre qui, si sa, nella valle di lacrime. Il filosofo dice poi la redenzione “eppure sempre possibile”. Ma da ottimista, anche se non candido?
La tesi è impegnativa. È il rovesciamento di Rousseau, del “Contratto sociale”: l’uomo nasce libero, vive in catene , e il perché lo ignoro. Coi colpi di maglio di Voltaire vecchio. E con lo spirito sardonico di Joseph de Maistre, vecchio anche lui e reazionario, alla demolizione di Rousseau, di  Bacone, di Locke. Una fenomenologia del Witz proponendo alla fine: dello spirito ma caustico.
Lui stesso vorrebbe essere inquietante: “Non conosciamo”, realizza a un certo punto in polemica con Heidegger, “un solo animale povero di spirito, mentre la povertà di spirito sembra essere il passo costitutivo dell’umano”.  Ma poi si trattiene – troppo rischioso essere apodittico? La “dialettica dell’imbecillismo” non sfocia a nessun lido.
Umberto Eco apre e chiude il libro. All’apertura è l’Eco di qualche giorno prima della morte che, stufo della rete, dichiara il mondo pieno di imbecilli. Non una grande scoperta, per la verità, anche prima di internet. E non molto allegro. Alla chiusa torna un Eco ancora lontano dalla fine, ma da essa avvinto, che fa argomentare a Socrate una buona morte se solo ci si convince che il mondo è pieno di imbecilli. Un omaggio a Eco bonario, del fondo di malinconia “all’origine del suo incontenibile buon umore”. Rimestando la vecchia “parentela che unisce il ridicolo al sublime”. Ma con un che di non libero, anzi di scherzo a denti stetti. Da reduce che non si dà pace, di una guerra che non sa vincere, forse perché non sa combatterla – ci vuole fegato a essere reazionari, antidemocratici, incoscienza.  
Non detta, è l’impraticabilità della scena politica, italiana. Occupata, oltre che dai soliti “lupi e agnelli”, “falchi e colombe”, pesantemente dal “popolo bue”. Si fanno temi a scuola sulla traccia “La mamma dei cretini è sempre incinta”, o degli idioti, gli stupidi, gli imbecilli, ma, si vede, a nessun effetto, o altrimenti moltiplicatore.  È un’esercitazione contro “il farisaismo, la dissidenza immaginaria rispetto a quello che non va, e la dissidenza reale tra il dire e il fare” delle élites culturali. In questo senso si può dire la rapsodia coraggiosa - se la leggono, per esempio, al giornale di Ferraris, “la Repubblica”, epitome e esempio massimo del libello (quale élite più élite)?
Maurizio Ferraris, L’imbecillità è una cosa seria, Il Mulino, pp. 129 € 12

venerdì 3 febbraio 2017

Secondi pensieri - 294

zeulig

Arte – “Senza scopo” la dice Benjamin Constant, “Journal intime”, “perché ogni scopo snatura l’arte. Ma l’arte raggiunge lo scopo che non ha”. È la ricerca della felicità.

Cristo – Il Cristo-Carità o Amore non è invenzione dei due papi, Ratzinger e Bergoglio: c’è anche in Poe, “Marginalia”, una delle prime annotazioni, § IX: “Un solido argomento in favore della religione di Cristo è questo – che le offese contro la Carità sono quasi le sole che gli uomini sui loro letti di morte ammettano . non per capire – ma per sentire – come una colpa”.

Fato – Non c’è nell’“Iliade”, la Τυχη, fortuna.

Felicità – È il fatto estetico? Non un compimento, una tensione. Ma pur sempre consolante. Borges, pur premettendo che “la felicità non è meno sfuggente nei libri che nella vita”, non trova al fatto estetico altra ragione: “La presentazione di una gioia, di un destino che si compie nella felicità, è forse il godimento più raro (nelle due accezioni della parola: quella di insolito e quella di prezioso)  che l’arte può dispensarci”.

Globalizzazione – Vista nella temperie culturale del momento, invera Heidegger: “Un destino mondiale… in assenza di Heimat”, di patria (“Lettera sull’umanismo”, 1946). Per l’avvento di “nomadi semiti” (“Quaderni neri”, 1939).

Immortalità – Perché non sarebbe della materia? Le specie viventi muoiono, certo. Ma vige sempre la legge di Lavoisier, “nulla si crea, nulla si distrugge tutto si trasforma”.

Infinito – Anzitutto è non-finito.

Rete – Eco prima di morire: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano messi subito a tacere, ora hanno lo stesso diritto di parola di un premio Nobel. È invasione degli imbecilli”. Ora il tormentone delle fake news, non una novità. Mentre twitter è il nuovo palazzo del governo: Trump governa all’alba con un tweet. E facebook inemendabile impone il falso come rappresentazione. La rete ripete il vecchio detto meridionale “Tempo d’alluvione, pure gli stronzi vengono a galla”.
C’è un lato liberatorio nella rete, un gradino più su del bar di Eco: bisogna chiudere le frasi , non limitarsi alle interiezioni, le argomentazioni sono a seguire, per quanto balorde, e non sovrapponibili, le identità hanno un minimo di spessore, seppure nell’anonimato. Ma è un veicolo dissolutore per privilegiare i bassi istinti: siamo dissolutori per essere ipercritici, anzi complottisti, decifratori instancabili di segreti e occulterie, corpi separati eccetera. Per sfinimento. Impossibilitati a capire, perché non si può ragionare. Per dissoluzione, gioiosa – bastano come esempio i partiti politici, anche i giornali.

Lusso – Non ha cattiva stampa presso gli economisti, anche se i molti ne hanno fatto oggetto di pena,come spesa suntuaria. Né nella storia e la vita pubblica: l’evergetismo è tuttora in auge,  il mecenatismo. Rimosso dalla riflessione (non dall’antropologia), se non per la condanna dei moralisti. Ma non dalla liturgia e la pratica religiose, e dalla pratica sociale (feste, celebrazioni, riti civili). È popolare perché è democratico: alla portata di tutti e non discriminante, nell’intimo se non nelle apparenze? Borges, “Ancora la metafora” (in “L’idioma degli argentini”, 60), lo definisce “il commento visibile di una felicità”.

Materia – Non ne sappiamo nulla, o quasi – solo il 5 per cento, opinano i fisici e gli astrofisici.

Metafora – È il modo del pensiero,  per rappresentazioni e idee, e il loro collegamento. È vecchia polemica antisensista, anti-Hobbes, ma è dubbio che l’anima (spirito) sia un’entità separabile, che possa cioè operare senza le rappresentazioni che i sensi mediano.

Un modo per essere mondo, parteciparne la complessità o grandezza, se non condividerla, la dice Borges, “L’idioma degli argentini”. E un lusso, che tutti possiamo per metterci – un lusso democratico.

È l’unico senso del reale. Le cose non hanno senso, ancorché abbiano una funzione – l’acqua, il sole, etc. Il colore, il suono, e ogni altro oggetto-effetto dei sensi. Non hanno senso figurato o poetico: le stelle o la luna lo sono agli occhi dell’uomo, la fede nell’animo del martire. E del resto vale costatazione grammaticale, di Remy de Gourmont: “Allo stato attuale delle lingue europee, quasi tute le parole sono metafore”.

Nichilismo – Niente o nulla vengono come opposizioni, non-essere: nec entem propriamente il primo, secondo il Devoto, dal latino medievale, dal latino nullus il secondo, ne ullus. Il nada castigliano, come probabilmente il nothing inglese, è derivazione da nata, creata. E anticamente equivaleva a cosacosa nata, creata. L’italiano e lo spagnolo usano il niente-nada insieme con altra negazione, senza negarla: “Quest’uomo non serve a niente”. Hanno preso significato con la ripetitività, per il contesto cioè, con l’intenzione certo di affermare qualcosa ma solo come negazione indistinta, anche contro il senso grammaticale – una sorta di significato d’uso.
È ardua la sostantivazione del non-essere. Non è concetto “originario”, nato col linguaggio? È un adattamento.

Poesia – “Cospirazione fatta da uomini di buona volontà per onorare l’essere”, Borges, “Il culteranesimo”(in “L’idioma degli argentini”, 64).
La poesia del “suo” Schopenhauer, l’arte di azionare l’immaginazione mediante la parola, Borges dice arte del bilanciamento in realtà, tra immaginazione e parola. E prosegue: ultimamente – Novecento, ma anche Ottocento – si aziona questa a discapito di quella. La poesia vorrebbe creare un mondo attraverso la parola, ma di fatto lo appiattisce, nell’indistinto dello stato d’animo, malinconia, idillio, ira, angoscia. Mentre mondi più immaginativi hanno creato i romanzieri, che si ricordano.

Trattino – E.A.Poe aveva in programma una “Filosofia del Punto”. Non sentendosi abbastanza maturo, tratteggia quella della “lineetta”, o trattino. Reduce da un’inflazione – “i poeti byroniani erano tutti lineetta” – vi si esercita sopra. Giungendo alla conclusione che “il segno rappresenta una secondo pensiero – una correzione”. Un ripensamento, o non una sottolineatura, seppure indicata, non imposta?
Ma perché allora non riflettere, e proporre una proposizione definitiva? La lineetta, argomenta Poe, segna un’indecisione dell’autore, e lascia al lettore la scelta della versione migliore.

zeulig@antiit.eu

Neo realismo, stanco, a Teheran

Si comincia con un palazzo che va sgomberato perché a rischio crollo. E si continua con una serie di disgrazie, naturalmente non volute, ma siamo in una valle di lacrime, e per lo spettatore non c’è difesa. Nella vita di coppia, poi, immaginarsi: mai una gioia. In ambienti sempre minimi: il garage, i ballatoi, un teatrino off-off, appartamenti troppo piccoli, troppo pieni o troppo vuoti - non si riesce ad alzare lo sguardo.
Premio sceneggiatura e premio miglior attore protagonista a Cannes. Ci possono stare, ma l’impressione è che i festival, a Cannes come altrove, facciano decisioni “politiche”: un premio americano, meglio se “indipendente”, uno europeo, uno delle nuove cinematografie.
Il cinema iraniano è cresciuto con la caratteristica rappresentazione per “volute”, di visi e dialoghi ripetitivi, insistiti, limitati, come se fossero vita vissuta. Ma con due effetti diversi: se applicata al mondo rurale ne ricava la bellezza del remoto, del diverso, se applicata alla vita urbana si appesantisce dell’indistinto. Questa è forse l’unica possibilità di fare cinema a Teheran sotto il khomeinismo, ma l’effetto in questo secondo caso è di un neo realismo stanco.
Dell’evento che innesca la vicenda, il palazzo a rischio crollo dopo che è stato ricostruito per la seconda volta, un fatto non inconsueto in un regime di affaristi, non si parla, la censura non lo consentirebbe. Solo se ne può derivare una storia intimistica, sulla falsariga della “Morte di un commesso viaggiatore”, il dramma di Arthur Miller, che i protagonisti approntano e recitano da dilettanti. Anche questo, nel lungo film, stanca.
Asghar Farhadi, Il cliente

giovedì 2 febbraio 2017

Problemi di base europei - 312

spock

L’Europa dà lezioni di democrazia agli Usa? Di accoglienza? Di buona politica?

Ma come faremo a fare guerra all’America, col piffero?

O gliele abbiamo già suonate con l’euro svalutato, furbi?

Perché i corrispondenti italiani a Berlino sono tutti ciechi e sordi? C’è un’epidemia? Sono selezionati?

Perché la Germania è piena di economisti, informati, perspicaci, pratici, e l’Italia no?

Dunque, i polacchi vogliono tornare a Mosca, o anche soltanto a Pietroburgo?

Kiev non gli basta? E Vilnius?

Dobbiamo votare a destra per andare a sinistra o come?

“Magnanima menzogna, or quand’è il vero\ sì bello che si possa a te preporre?” – T.Tasso, “Gerusalemme liberata”, II, 22

spock@antiit.eu 

Il mondo (è) di Putin

Non solo Depardieu tiene i conti a Mosca, Grillo e Salvini ne hanno fatto la loro capitale, e Farage con Le Pen. E Trump. E Fillon. E Sarkozy. Non per soldi, malgrado le tante malignità. E benché la Russia sia impoverita dagli embarghi e anzi “allo sbando”.
È anche una mania. Putin ha gestito la campagna presidenziale americana, nell’immaginario di un certo Occidente. Ora sta gestendo quella francese: Fillon è un suo protégé,  anche Sarkozy, insieme con Le Pen. E chissà che non ci abbia messo lo zampino nella Brexit – prima o poi non mancheranno indizi. .
Ma qualcosa ci dev’essere sotto, di più solido. Perché il fatto c’è: Putin, debole, sole e tutto, è in questo momento al centro delle più importanti questioni mondiali, militari, diplomatiche, politiche, religiose, e perfino, malgrado la vulnerabilità in questo campo della Russia, economiche.
La resistenza tradizionalista
Il mensile americano “The Atlantic” ne dà una lettura politica che vale la pena scorrere, sotto il titolo “È il mondo di Putin” – sottotitolo: “Come il presidente russo divenne l’eroe ideologico dei nazionalisti ovunque”:
Putin, personalità “comunque di statura fuori misura”, e il faro e la calamita del populismo – da intendersi come insoddisfazione generica: “Ha ottenuto questa prominenza perché ha anticipato la rivolta populista globale e ha contribuito a darle forma ideologica. Con la sua critica apocalittica dell’Occidente – che gioca anche con le paure di una risposta della cristianità debole al terrorismo islamico – Putin è diventato una mascotte della resistenza tradizionalista”.

Appalti, abusi, fisco (98)

La Corea del Sud, con due presidenti di fila sotto accusa per corruzione, esautorati dal loro aprtito e dal Parlamento, dopo una dittatura paramilitare di trent’anni, governata dai chaebol, “i clan ricchi”, e si taccia della minaccia nucleare che subisce dalla Corea del Nord, ha un rating di prim’ordine, la duplice AA, poco sotto il massimo. Mentre l’Italia è posta all’orlo del fallimento. La Corea del Sud è più sicura dell’Italia?
È vero che la Corea del Sud ha un debito pubblico ridotto, il 40 per cento del pil. Ma il debito è, in teoria, un fatto e non un numero.

La batteria dell’auto muore di colpo, senza nessun preavviso. E dura sempre meno: da cinque anni di vita le batterie sono passate a tre, e anche a due.
Le vecchie batterie segnalavano l’usura in vari modi, e si ricaricavano. Le nuove no, si “smaltiscono” – a un costo per l’ambiente. Tutto questo sotto l’egida della protezione dell’ambiente.

Villa Pamphilj, il più grande parco di Roma, 184 ettari, uno dei più grandi d’Europa, è occupata da una trentina di dormitori e bivacchi di barboni di varia specie, anche di prostitute: una breve indagine sul luogo è bastata a Maria Egizia Fiaschetti, “Corriere della sera-Roma”, per accumulare un dossier fotografico memorabile. La villa è accudita da 11 giardinieri. Erano 82 prima che venisse affidata alle coop di Buzzi, il faccendiere della Lega delle Cooperative sotto processo a Roma.

Le finte coop di servizi sono uno dei tanti – ora miliardari – imbrogli del volontariato o terzo settore. Che ruba per piccole cifre, ma nel complesso ora plurimiliardarie.
La corruzione del terzo settore è a danno della spesa sociale e dei suoi assistiti: poveri, immigrati, anziani, drogati, down, il verde pubblico, l’assistenza domiciliare, e tanti altri rivoli di spesa.

Nota a tutti, la corruzione del terzo settore è però tollerata. È perseguita a Roma in un’altra ottica: un tentativo di rubricarla come mafia. In sostanza di sviare l’attenzione, riducendola a un cancro localizzato estirpabile. Mentre è “esercizio” normale, quotidiano, di ogni operatore del settore.

Luca Odevaine, ex Legambiente, Veltroni, Zingaretti, colonna del Coordinamento accoglienza richiedenti asilo al ministero dell’Interno, è esplicito al processo romano “Mafia Capitale”. Lavorava come “facilitatore” e “risolutore” per le pratiche più lucrose, l’accoglienza degli immigrati e dei rom, presso prefetture e questure. A favore equamente delle Coop rosse e di quelle bianche, della Cascina.

Odevaine “lavorava” a un costo altissimo: pretendeva di tangente più di quanto Buzzi guadagnava personalmente come dirigente della Lega Coop a Roma. Il business del volontariato ha evidentemente margini ampi. 

Il nazismo è nato con la rappresentazione del nazismo

La cosa più sorprendente, di questa sorprendente galleria di immagini, è che Hitler è fotografato – ideato, presentato – in modo creativo. Come sarà poi, nel caso più famoso, con la regista Leni Riefenstahl. Ma questo già agli inizi, quando non era nessuno. E anzi aveva appena cominciato a occuparsi di politica, a trent’anni e più. Da smobilitato senza arte né idee. Dopo una lenta giovinezza di dissipazione: velleitaria, confusa. Da parte di operatori e fotografi anonimi, ma con una certa visione della politica e della vita. Il nazismo è nato con la coreografia, con la rappresentazione del nazismo.
Giorgio Galli potrebbe trarne la conferma alla sua tesi che Hitler era socio di società occulte e occultiste, o da esse portato. Tesi che qui ribadisce, e non manca naturalmente di convalidare con infiniti indizi – eccetto questo, il più evidente. Non persuasivamente – è incerto pure lui. Hitler Galli dice “una personalità tra le più complesse della storia, la cui formazione intellettuale rimane un problema”. Ma è tutto detto chiaro in “Mein Kampf”, che bisogna forse leggere per intero, per quanto indigesto”. Il mensile americano “The Atlantic”, nel numero di marzo del 1932, pubblicato a febbraio e scritto a gennaio, nella campagna presidenziale in cui Hitler sfidava il venerabile Hindenburg, dà una lettura molto semplice e molto precisa di quello che Hitler era e faceva e avrebbe detto e fatto.
Hitler purtroppo non è un mistero. Non è nemmeno occulto – ha solo perso la guerra.

Galli, del resto, non manca alcuni punti solidi. Hitler era un incorrotto – conta? conta molto, anche se non sempre per il bene. E fu il prodotto della povertà, della crisi che investì la Germania in conseguenza del crac di Wall Street a ottobre del 1929: prima non arrivava al 3 per cento, benché disponesse di squadracce molto bene organizzate ed equipaggiate, in tutta la Germania. 
Giorgio Galli (a cura di), Hitler e il nazismo. Album del Terzo Reich, Rizzoli, pp. 303, ill. € 16

mercoledì 1 febbraio 2017

La terra promessa dell’islam

C’è l’immigrazione povera dai paesi islamizzati e malgovernati, dalla Nigeria alla Somalia e al Sudan. Per non dire dell’Iraq e della Siria, che l’Occidente ha messo in guerra perpetua. C’è l’immigrazione di classe, delle buone (ex) borghesie dell’Iran, in specie, della Turchia, del Nord Africa. E c’è quella intellettuale, la più sorprendente. Gli Stati Uniti sono la terra promessa dell’islam.
Le università americane sono care, costano almeno 50 mila dollari l’anno, ma sono le preferite all’estero dei paesi più islamizzati. L’Iran khomeinista, che da quasi mezzo secolo fa professione di americanismo ha ogni anno 16 mila visti per studio.
Le università europee costerebbero molto meno con la stesso livello di studi, ma America first è la frontiera dell’islam. La Libia ha da molti anni duemila visti l’anno negli Usa per studio. Ce li aveva anche la Libia di Gheddafi, che a lungo fu ostracizzata per terrorismo: le relazioni diplomatiche erano interrotte, ma nella vecchia ambasciata Usa a Tripoli un portoncino blindato con grata serviva a presentare le domande e ritirare i visti, serviti da nerboruti funzionari americani.
Dello stesso ordine, duemila visti l’anno per studio, sarebbero ora gli ingressi di paesi come lo Yemen e il Sudan. Che si riterrebbero non in grado di affrontare gli studi negli Usa. Quindi con finanziamenti evidentemente pubblici, locali e americani.  

L’immigrazione negli Usa è un’altra cosa

Gli americani, dunque, approvano Trump, il bando all’immigrazione – temporaneo, limitato ad alcuni paesi. L’uomo non piace, ma le restrizioni all’immigrazione sì. Ci sono alcuni possibili perché.
Il numero. Con una popolazione che è poco più della metà di quella europea, 320 milioni contro 507, e un pil uguale, sui 17 mila miliardi di dollari, gli Stati Uniti continuano a essere le terra d’elezione degli immigrati: 43 milioni ne sono arrivati nei quindici anni del millennio, legali e illegali, a fronte dei 21,1 entrati nella Ue, più o meno forzosamente. Gli immigrati, di prima e seconda generazione, sono oggi il 13,3 per cento della popolazione Usa. Un’incidenza superiore a quella di qualsiasi paese europeo.
La provenienza. Gli immigrati arrivano negli Usa soprattutto dal Sud America. Non come rifugiati, non per motivi politici.
Il rifiuto. Non solo gli usi e i modi di essere, anche le leggi in troppi casi non vengono applicate dagli immigrati. Per questo aspetto la comunità più inadempiente è quella islamica.
“Siamo tutti immigrati” è lo slogan anti-Trump negli Usa. Ma è vero solo in parte. Per quattro secoli, fino a Martin Luther King, gli Stati Uniti erano un paese ex coloniale, degli immigrati bianchi – e anche qui con distinzioni, tra i gli anglosassoni bianchi e gli altri. A spese degli indiani d’America, dai Grandi Laghi alle mesas del Sud,  e dei neri. E d’altra parte è senza precedenti un’immigrazione che non viene grata ma supponente e ingiuriosa.

Il rifiuto dell’integrazione

Rifiutare l’integrazione si può, è un diritto. Proteggersi è anzi un dovere, come unità (personale, familiare), come etnia, come religione, come minoranza.
Il rifiuto islamico però è opportunista. In due maniere: rifiuta l’integrazione mentre pretende l’immigrazione, che presenta come un diritto. Per motivi umanitari, si dice, che però in nove casi su dieci non ci sono – lo statuto di rifugiato politico è legato a criteri precisi: pericolo, persecuzione, dittatura. .
Si accetta l’integrazione per quanto concerne l’uso dei servizi gratuiti o privilegiati: scuola, sanità, abitazione, anche il lavoro a certe condizioni. Ma non se ne accetta la pedagogia, spesso neanche la lingua, che si ritiene di non dover apprendere o praticare. Non se ne accetta il diritto civile, per quanto concerne la famiglia e la proprietà, la protezione dei minori, la protezione della donna. Si rifiuta cioè essenziale.
È un’immigrazione che si ritiene portatrice di diritti e non di doveri. E anzi arriva e si prosptta con un senso di sfida. Questo non era mai successo nella storia dell’emigrazione. Non nel caso di emigrazioni epocali, di massa, per bisogno. E forse non è accettabile. Non lo è comunque per il comune cittadino, di fronte al quale perché l’immigrato può pretendersi privilegiato e\o ostile?

Il re è nudo, o dire le cose come stanno

L’impresentabile Trump raccoglie in America consensi, più che dissensi, come è possibile? Forse perché dice le cose come stanno – è il semplice di Andersen che dice che il re nudo è nudo.  Qualche assaggio.
Trump, non ancora presidente, alla “Bild Zeitung”, il protovangelo tedesco: la Ue è “un veicolo della Germania”. Obiezioni?
Peter Navarro, l’economista presidente del National Trade Council, ora al “Financial Times”, protovangelo europeo: la Germania vuole l’euro “esageratamente sottovalutato”, per “sfruttare” gli Usa e i partner europei. Obiezioni? Il surplus commerciale tedesco è quasi uguale a tutte le esportanioni italiane.
Lo stesso: l’euro è “un marco tedesco implicito”, meno forte di quello storico, quanto basta alla Germania. Obiezioni? Chi è il protezionista-mercantilista?
Esattamente Navarro dice: “Un grande ostacolo a vedere il TTIP (il trattato commerciale inter-atlantico) come un accordo bilaterale è la Germania, che continua a sfruttare gli altri paesi nella Ue così come gli Usa con un «Deutsche Mark implicito» che è esageratamente sottovalutato. Lo sbilancio strutturale tedesco nel commercio col resto della Ue e con gli Usa sottolinea l’eterogeneità economica all’interno della Ue – ergo, questo è un accordo multilaterale in vesti bilaterali”. Obiezioni?
Sally Quillian Yates, la ministra pro tempore della Giustizia che si è opposta al blocco trumpiano degli immigrati e si vorrebbe proporre a icona della resistenza, è una giudice figlia di giudice. Questo non va bene negli Usa, è contro l’etica, la carriera all’università, all’ospedale pubblico e in tribunale trasmessa da padre in figlio.  
Veniamo dal crollo delle ideologie – su questa traccia muove il filosofo Ferraris, “L’imbecillità è una cosa seria” - e di apertura tecnologica delle conoscenze a tutti, un “nesso tra cultura ed esempio individuale”, e questa è una buona cosa. “La cattiva è che il fariseismo, la dissidenza immaginaria rispetto a quello che non va e la dissidenza  tra il dire e il fare, non scompare certo con un cambio di generazione”.

Vendere il Real Madrid nel deserto

La Banca Nazionale dell’Abu Dhabi si è comprata con 50 milioni in tre anni la rimozione della crocetta dal logo del Real Madrid. La squadra era stata creata nel 1920 dal re di Spagna, la quale allora aveva un re, e per questo piace ai padroni di Abu Dhabi, che un po’ hanno il complesso di non essere re, come quelli di Bahrein, o dell’Arabia Saudita, ma solo principi.
“Questo accordo”, sostiene il presidente madridista, il benemerito Florentino Peres, “aiuterà il club a conquistare definitivamente i cuori dei nostri tifosi negli Emirati Arabi”. Che non arrivano al milione, e ancora meno in Abu Dhabi – i più in quei deserti sono arabi e asiatici immigrati, i poveri che fanno il lavoro dei beduini, i quali non lavorano, e gli impiegati egiziani e libanesi che tengono i conti. Né la Banca Nazionale di Abu Dhabi, che  sborsa i 50 milioni, ha nulla da vendere, solo si è comprata la rimozione della crocetta.  
Lo stesso la squadra di Saronni, il ciclista, patron dell’ex Lampre. Saronni ha tentato prima di venderla ai cinesi di Tj Sport, poi ha trovato disponibile l’emirato, e subito ha ribattezzato l’équipe Uae Abu Dhabi. Saronni non aveva croci da offrire, ma ha impegnato i suoi atleti all’astinenza dall’alcol – come se gli emiri non bevessero.
Il Vaticano potrebbe pensarci. Ora, questo papa non è venale, e quindi non cerca sponsorizzazioni. Ma sai quante croci potrebbe vendersi la Santa Sede?

Ombre - 352

Emiliano, Fitto, D’Alema, proliferano i partiti, a sinistra come a destra. Ma tutti in terra di Puglia: c’è un radice del Capo nel tacco dello stivale, tra Foggia e Otranto?

“Soltanto quando l’uccello del paradiso prende il volo”, dice “o direbbe” qualche poeta, annota Poe in uno dei suoi “Suggerimenti”, il XII, “vediamo tutta la bellezza delle sue penne; e soltanto quando un uomo politico sta per essere rovesciato si sveglia al senso della situazione”. Intendeva dire di Renzi? Che però tanto “risvegliato” non sembra.

Schwazer si sarà dopato a Capodanno un anno fa, ma quanta mafia nell’antidroga dell’atletica! La esibiscono impuniti i giudici che l’hanno condannato: la provetta del prelievo non era anonima, ma pazienza; l’esame è stato fatto con molto ritardo (quando Schwazer s’era qualificato all’Olimpiade, n.d.r.) per “debolezze nella catena di custodia” delle provette;  sì, ci sono stati “fattori di confusione nel referto”; sì, Schwazer era minacciato, ma la minaccia è “plausibile, sia da parte di atleti che di allenatori”. Da non credersi se non fosse vero.

Lo stesso Cas, Consiglio di Arbitrato per lo Sport, ha invece riabilitato Pierre-Yves Garnier e Jane Boulter, già squalificati (per la forma, tre e sei mesi…) per aver avallato la sistematica violazione russa dell’ antidoping. Garnier e Boulter sono alti dirigenti dello stesso Cas.

“E pluribus unum” è il motto nazionale degli Stati Uniti. Che Trump vuole rimettere in discussione, dopo i tanti secoli. Ma c’è questa unità? Con gli islamisti delle stragi? Tra poliziotti bianchi e ragazzi neri? Come già col blocco degli italiani e dei dagos in genere? E gli indiani del New England? E quelli dei laghi, delle mesas, del West?

Si esecra Trump per la discriminazione contro gli islamici. Ma Trump non ha bloccato l’immigrazione islamica, ha bloccato l’immigrazione da alcuni paesi, temporaneamente.  “Da quello che posso rendermi conto”, è uno dei “Suggerimenti” di Poe, lo scrittore, “«l’amore per i nostri nemici» implica l’odio per i nostri amici”.

Dal’11 settembre gli Stati Uniti, e l’Europa, sono assediati dall’islam – l’Europa anche da prima, la Francia per esempio. La rappresaglia di Bush jr. è stata sbagliata e ha aggravato la debolezza occidentale. Trump raccoglierà qualche risultato buttando le reti più larghe? È sempre una strategia non mirata.

S’indigna l’Europa per il blocco all’immigrazione di Trump. Che però i muri ancora non li ha costruiti, come invece l’Europa ha fatto, in pieno inverno, gli immigrati respingendo in massa e non selettivamente.

Si fanno infine i primi arresti sul traffico di esseri umani, di africani sopratutto, e di asiatici. Infine, cioè dopo quarant’anni di mercato libero, benché delittuoso. Di prostitute nigeriane, non di un paese confinante, di un paese remoto, trasportate con visto in aereo. Della manovalanza della droga, sterminata. Di ambulanti, i vu cumprà. Ora di mendicanti, i giovani dell’Africa Occidentale. Traffici di bassa lega. Ma evidentemente protetti – ignorati, si dice.

Si comincia a pagare subito il conto del referendum: il costo del debito pubblico è raddoppiato, e presto triplicherà. Ma questo non si può dire – lo spread ora è variabile esogena…. La Costituzione  è sacra.

La Costituzione è sacra sopratutto ai costituzionalisti, ex, Zagrebelski, De Siervo, Pace et al. Che alla Consulta hanno preso per dieci e dodici anni più del presidente della Repubblica. Con chauffeur, e ufficio in stile con segretarie Per non fare nulla tutto il giorno. E ora hanno il vitalizio, straordinariamente ricco ma non tassabile, non straordinariamente – le pensioni dei giudici sono intoccabili, quelle degli altri no.

Prosegue senza vergogna l’occupazione dei nullafacenti di Grillo della cosa pubblica. Virginia Raggi non solo non è riuscita a fare una giunta, il che non le interessa molto, ma ha assunto una caterva di amici e conoscenti, ex missini per lo più, architetti, ingegneri, avvocati, in qualità di consulenti. Tanti in sei mesi quanto il famigerato Marino in tre anni.

Marino voleva rinnovare l’amministrazione capitolina, troppo corrotta e neghittosa. Ha nominato quindi degli esterni, anche se in misura contenuta. Raggi prometteva di “valorizzare le competenze” dell’amministrazione. Di quelli che le compilavano i dossier contro Marino, che pretendeva di farli lavorare. Poi questi consiglieri glieli hanno messi al gabbio, troppo avidi, sarà per questo che fa le nomine esterne. Bisogna compatirla?

La sindaca Raggi accusa la deputata Lombardi di aver fatto assumere alla Camera come sua assistente la baby sitter. Non è vero, pare, ma il fatto è questo: è twitter che cambia il modo di vivere, di rapportarsi con gli altri e con la realtà, o sono i grillini, le grilline – le due militano entrambe col comico?

Nel 2016 i processi penali “esauriti” sono balzati da 51 mila a 58 mila, del 15 per cento – e quelli pendenti sono diminuiti di seimila. Per un miracolo, per un caso? Ai giudici è scappato di lavorare?

È “duello Davigo-Canzio sulla riforma della giustizia”. Che spavento.

Non si può più fare politica. Un giudice di Roma, di cui purtroppo non viene tramandato il nome, manda a processo l’ex sindaco Marino per aver assimilato i 5 Stelle a una mafia. I 5 Stelle si sono querelati. La Procura ha chiesto il non luogo a procedere. Il giudice innominato ha deciso diversamente. Bisognerebbe saperne il nome, per evitare a Grillo il reato di voto di scambio, o interesse privato, quando il giudice si proporrà per senatore – è giù successo con Morra. 

Si va tranquillamente al proporzionale senza partiti – senza organizzazione, regolamenti, disciplina. Ne avremo Camere-mercato, mercato delle vacche: un mercanteggiamento e una mafia costanti, a spese del governo e dell’Italia. Nel nome della coscienza, certo. Ma nessun costituzionalista emerito lo dice, difensore della Costituzione. Cosa c’è di onorevole nella teoria non solo togliattiana del tanto peggio tanto meglio? 

La poesia è un piacere

Uno scrittore e saggista che non si può leggere senza latino, era la sua seconda lingua. Da Orazio e Virgilio, naturalmente, a sant’Agostino. Con un po’ di greco – la poesia è creazione, ποίησiς. E di ebraico. Un critico militante, su un vasta serie di libri del giorno, e un quasi accademico. Si veda il  saggetto su Shelley. Quello sorprendente sul dramma greco, melodramma “in tutti i sensi”: per l’insulsaggine dei casi e gli argomenti, per i soggetti e personaggi, eccessivi, e per la musica e la coreutica che li sostanzia. O “Il razionale del verso”, trattazione pedante, sulla prosodia greca e latina e la prosodia francese e inglese.
Un critico militante polemico più che condiscendente. “Il principio poetico” immortala molti contemporanei presto dimenticati – e l’edizione Mondadori, 1949, l’unica che se ne sia fatta, non ha una sola nota esplicativa delle migliaia di riferimenti: erano i lettori settant’anni fa in grado di supplire da soli? Ma sempre con varie chicche: nel “Principio” c’è anche Boccalini, “Ragguagli di Parnaso”, nei “Marginalia” Marco Antonio Flaminio, che anche lui poetava in latino.
Sempre personale nel giudizio. Ossessionato dal plagio, di Longfellow trova che ha copiato da Tennyson, Tasso da Lucano e Sulpicio, e innumerevoli altri meno noti scova. Petrarca dice non grande poeta, ma patriota e repubblicano sì, e umanista benemerito, applicato alla ricerca dei classici da salvare. “George Balcombe” ripetutamente decreta il miglior romanzo. Ma leggeva e apprezzava Dickens, Hawthorne e altri contemporanei degni, Defoe, molto Settecento francese.
Poe-poesia è gioco di parole banale, e anche sbagliato. Poe ha vissuto solo quarant’anni, di cui venti attivi, ma è come se ne avesse vissuti quattrocento: è uno e molteplice, questa raccolta di scritti critici lo propone in varie sfaccettature. Educato in Inghilterra. Poeta riconosciuto – spesso lo si trascura. Narratore innovativo, per i racconti di orrore e di suspense, per cui fu subito famoso, anche in Europa. Drammaturgo. Giornalista fertile, e di molteplici iniziative. In certo senso dominava la scena letteraria, per le polemiche che provocava. Nutrì del resto interessi anche poco letterari: per la fisica (col poema “Eureka” anticipava il Big Bang…), il mesmersimo, la crittografia, l’arredamento – ha scritto una “Filosofia dell’arredamento” nel 1840, un secolo prima di Praz.
I “Marginalia”, che danno il titolo alla raccolta, assortiti da una cinquantina di “Suggerimenti”, sono 225 frammenti di riflessione, brevi e lunghi, dei suoi ultimi anni, 1845-1849 – quelli tormentati dall’alcol e dall’oppio, dopo la morte di Virginia, la cugina sua moglie. Alcuni saggi precedenti, di arte letteraria, fanno loro da corona. “La filosofia della composizione” è una sorta di lezione di scrittura, che Poe esemplifica col suo poemetto “Il Corvo”, “che in genere è il più conosciuto”. “Il principio poetico” scandaglia la “natura” della poesia. Venirne a capo dice impresa non semplice e forse non possibile. Ma sa che non è “terra nebulosa della metafisica”, e anzi “per un decimo forse dipende dall’etica, ma di certo per nove decimi si riallaccia alla matematica”. E che  “il verso ha per origine il piacere che l’uomo trova nell’uguaglianza, nella proprietà” – “la percezione d’un piacere nell’uguaglianza dei suoni è il principio della Musica”.
Edgar Allan Poe, Marginalia

martedì 31 gennaio 2017

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (315)

Giuseppe Leuzzi

Non ha vinto solo il Sud al referendum, ha vinto anche la Nuova Italia del reddito di cittadinanza, 700-800 euro al mese. Senza giustificativo. La vecchia pensione d’invalidità che al Sud non si negava a nessuno, seppure di 100-150 euro, che tante barricate ha suscitato al Nord, produttivo, concreto, onesto. È il Sud che ha invaso l’Italia, come diceva Sciascia? No, e come potrebbe? IlSud è vittima dell’Italia.

Ci sono poeti legati a un luogo, Alvaro è legato alla Calabria. È e fa molte cose, ma infine resta legato alle origini – e lui stesso alla fine le privilegia. Camilleri, Sciascia alla Sicilia, per scelta – Tomasi di Lampedusa è pure lui “siciliano”? Eduardo a Napoli. Ma non è colpa del Sud: molti scrittori – tutti – sono legati alle origini, familiari, linguistiche, ambientali.

“Nella scuola media di Narsaq c’è una stanza delle emergenze, dove l’istituto ospita  ragazzi anche di notte, per proteggerli dai genitori”. Narsaq in provincia di Canicattì - sarà un errore di stampa? No: “Il numero dei suicidi tra i minorenni è tra i più alti in Groenlandia: quattro in un mese nella scorsa primavera”.
In Groenlandia i suicidi sono record, all’Est del paese, quello che conosce primavera e estate: un ragazzo su quattro, tra i 15 e i 25 anni, tenta o ha tentato di togliersi la vita. È l’innocenza del Nord.

I processi a Berlusconi, un centinaio, o sono falsi o sono veri. Se sono veri è un mafioso: non c’è reato che non gli sia stato imputato, compresi l’associazione mafiosa e le stragi. Se sono falsi, è mafiosa la giustizia a Milano. Sempre Milano è. 

“Dite a una canaglia, tre o quattro volte al giorno, che è il fior fiore della probità e farete di lui in buona fede la perfezione della «rispettabilità». D’altra parte, accusate un uomo onorato con ostinazione di essere un furfante, lo riempirete della perversa ambizione di mostravi che non siete affatto nel torto”. E.A.Poe, “Marginalia”, § XCVI.

Si vive meglio al Sud
In termini reali, il salario rovescia il divario: il Sud è meglio retribuito del Nord - a parità di retribuzione, questa vale di più al Sud, compra di più. È l’esito di una ricerca di Andrea Guarnero, economista all’Ocse, sull’applicazione e gli effetti dei contratti nazionali di lavoro. I lavoratori garantiti da contratti nazionali, i dipendenti pubblici e quelli dell’industria e dei servizi (banche,  assicurazioni, ristorazione, alberghi) hanno al Sud salari reali, confrontati cioè al costo della vita, di un decimo superiori a quelli del Nord, dall’Appennino in su.
Di fatto il divario è maggiore. La popolazione del Sud essendo ancora in prevalenza extraurbana, beneficia di alloggio quasi gratuito, ereditato o comunque a basso costo, non essendo gravato dalla rendita urbana. E di prodotti alimentari spesso on gravati dai costi della distribuzione.
Si vive meglio al Sud? Le graduatorie dicono di no, anzi dicono che si vive malissimo. Ma l’aria certamente è meno inquinata. L’acqua – volendolo – pure. Mentre la sanità e l’istruzione sono di livello e costo mediamente nazionale. Manca al Sud un orizzonte: glielo hanno scippato - il Sud condiscendente e anzi collaborazionista.

Come sarebbe Napoli
Vuota e silenziosa. Inanimata.  Mero fondale per storie da sceneggiato. In genere di solitudini. Anche nel sesso, che pure si pratica ogni venti minuti. In case di bellezza, interna ed esterna, abbagliante, anche quelle dei poveri cristi. Dove la gente è generosa, sempre. E la disgrazia è un pensiero sfuggente, raro – anche le colpe si risolvono, senza colpa. In un mondo rarefatto, di luce, ordine, polizia, efficienza: il commissariato, la questura, l’ospedale, l’università, il palazzo di giustizia. Della luce compatta di paradiso. Anche  i bassi, pochi, sono attraenti.
È tutta falsa la Napoli di Carlei, per il suo sceneggiato “I bastardi di Pizzofalcone” su Rai 1. Che non sono bastardi ma gente pratica, in affari e al lavoro come negli affetti. Senza soggezione – Carlei, californiano di Nicastro, non può averne verso Napoli, come ogni calabrese: per scelta. È probabilmente una sfida della Rai a Sky, alla Napoli ferrigna di “Gomorra”, digrignante, senza un lampo di luce. È anche un segno dell’ipocrisia della Rai, che esibisce nudi, sesso e sangue senza un avviso per i quattordici o dodicenni, per fare i suoi sette milioni di audience. Un gusto dell’epoca, venendo Carlei dopo Sorrentino, si può pure individuare per il lato bello delle cose, per anticonformismo o voglia di essere – che il napoletano Sorrentino ipostatizza in Roma, “La grande bellezza”, “The Young Pope” (anche quella una città di negazioni….), e il calabrese Carlei nell’odiosamata Napoli. Ma è anche un suggerimento, affascinante.
Cosa impedisce a Napoli di essere quello che è? Viverlo no, è impossibile, la città fa di tutto per impedirlo. Ma essere, vedersi, come si è formata nei secoli e millenni, prima di farsi preda della sua avidità, della stupidità anche della sua borghesia, compiaciuta e inetta – ora anche piagnona.

Crescere con la bellezza
Il 25 gennaio 1504 i consoli dell’Arte della Lana a Firenze chiamano a raccolta ventuno artisti presenti in città per decidere dove collocare il David di Michelangelo, appena sbozzato e subito assurto a capolavoro, a giudizio concorde di chi l’ha visto, e segnatamente dei governanti della città repubblicana, il gonfaloniere Pier Soderini, il cancelliere Niccolò Machiavelli. Sono: Pietro Perugino, Leonardo da Vinci, Sandro Botticelli, Cosimo Rosselli, Piero di Cosimo, Filippino Lippi, Andrea della Robbia, Giuliano da Sangallo, Lorenzo di Credi, Andrea Sansovino, Davide Ghirlandaio,  e un’altra diecina. La bellezza è il fondamento della storia, e anche della ricchezza se non della potenza.
Banana Yoshimoto, intervistata dallo yamatologo Amitrano sul potere seduttivo del bello in Giappone, per “tutti, non importa di quale categoria”, ha una risposta semplice: “Il segreto per imparare ad apprezzare la bellezza è alla portata di tutti: con la bellezza bisogna entrare il più possibile in contatto. Prenderne visione, gustarne a volontà”. La scrittrice fa il parallelo con l’Italia, dove anche tutti crescono a contato con la bellezza, della natura e dell’arte.
Ambiente e storia, arte, non c’è un tale concentrato altrove come nel Sud d’Italia. Che però non fruttifica. Non perché non ha avuto i secoli d’oro di Firenze, da Dante a Michelangelo, ma perché della bellezza non ha il gusto: non ne ha consapevolezza, non ci crea cultura, non ne fa la scintilla del progresso e dell’accumulo che è altrove. Anzi tende, anche con impegno, e comunque con molta spesa, a  disintegrala e distruggerla.
Il mancato dialogo con la bellezza, il mancato rispetto della bellezza, ancorché democratico e impegnato, è la chiave dell’insuccesso del Sud. Del fallimento costante, della preminenza delle sue sporie malariche e malsane. Che è all’origine un rifiuto di sé, il cosiddetto odio-di-sé.

Numero zero
“I giornali scrivono sempre operaio calabrese assale il compagno di lavoro e mai operaio cuneese assale il compagno di lavoro”: è il direttore del giornale “Domani” (“Domani”-mai), il giornale che non si farà dell’esilarante “Numero zero”, l’ultimo romanzo di Umberto Eco. Non è una filosofia, è una deontologia, sono i ferri del mestiere.
D’accordo, dice il direttore alla redazione, “si tratta di razzismo”. Ma il viceversa, spiega prodigo, non ha senso: “Immaginate una pagina in cui si dicesse operaio cuneese eccetera eccetera, pensionato di Mestre uccide la moglie, edicolante di Bologna commette suicidio, muratore genovese firma un assegno a vuoto, che cosa gliene importa al lettore?” Bisogna “tener conto della sensibilità di un lettore milanese”, e il “Domani”-mai è milanese. Soprattutto bisogna avere sensibilità giornalistica, attenzione al contesto: “Se stiamo parlando di un operaio calabrese, di un pensionato di Matera, di un edicolante di Foggia e di un muratore palermitano, allora si crea preoccupazione intorno alla malavita meridionale e questo fa notizia…”.
Il contesto è giusto, giustissimo. Ma chi viene prima, la malavita meridionale oppure il contesto della malavita meridionale, e più in generale il “discorso su”, sul Sud? Perché il meridione è pure mitezza, arrendevolezza, pavidità, rispetto delle leggi, bontà (è l’altra faccia della malavita: c’è malavita perché c’è pavidità), ma di questo non si dà – non si crea - il contesto. Il Sud è un discorso irreparabile, una condanna a morte.

leuzzi@antiit.eu

L’autore solitario è triste

“A quel tempo vivevo solo, per mia beatitudine e tormento”. Terzo titolo francese, dopo “La bière du pécheur” e “Rien va”, per dare corpo alle moralità del narratore, poeta e traduttore. Prose datate , anni 1960 – “La nostra civiltà (nel senso più lato possibile, il nostro pensiero stesso) è schiava del criterio quantitativo…”. E prose personalizzate, sofferenti: “”Vivere si può solo lasciandosi minuto per minuto la vita stessa; tagliando i ponti, anche se poi dovesse avvenirci di ripassare in fretta il fiume  a nuoto…”.
Un calendario caleidoscopio mensile, da novembre 1963 ad aprile 1964. Di riflessioni, incidenze, enigmi – “C’è qualcosa di impavido nel sonno dei morti” chiude il diario. E la consueta ritornante excusatio, di uno che visse fuori degli schemi per il vizio del gioco – “È possibile fare checchessia senza recar danno a qualcuno? Sfido chi si voglia a dimostrarlo possibile. Il nostro bene è dunque un male, quand’anche fosse il minore”. Con l’elogio – “segreta fraternità” lo dice l’editore: perché segreta? – della gatta in cortile.
Un riproposta in un certo senso consolante, oltre che disperante: nel 1964 si pubblicavano i pensieri sparsi di uno scrittore come Landolfi, mancando er la stagione la prosa o la poesia nuova, c’era un pubblico.
Tommaso Landolfi, Des mois, Adelphi, pp. 169 € 19

lunedì 30 gennaio 2017

Letture - 290

letterautore

Don Chisciotte – Cervantes ne nobilita le gesta nobilitandone la campagna “all’italico modo”. La
Mancia è – era – brulla e acquitrinosa, Cervantes ne modifica i ì connotati come se fosse una campagna italiana.

Followers – “No Indian prince has to his palace\ More followers than a thief to the gallows”, è distico del 1664, di Samuel Butler, “Hudibras”, parte II, Canto I, versi 2723-4: nessun principe indiano ha nel palazzo\ più seguaci di un ladro alla forca..

Germania - La tentazione stand alone che cresce nella campagna elettorale era già in un segnale di fumo di Camilleri alcuni anni fa: “Mi chiedo: se l’Europa non si fonda sulla solidarietà economica, su cosa si fonda? Sull’assicurare tranquillità ai tedeschi?”
Il “segnale” cominciava così: “Mi pare che i tedeschi abbiano troppo in fretta dimenticato quanto l’Europa ha fatto per loro, prima per la riunificazione tra le due Germanie, e poi con l’aiuto e le agevolazioni economiche ricevuti durante la loro grande crisi alla fine del secolo scorso”. E nella guerra fredda?

Note – Si prende nota per ricordare o per dimenticare? “Ciò che metto su carta”, diceva Bernardin de Saint-Pierre, “rimuovo dalla memoria, e di conseguenza lo dimentico”. Poe, costante frenetico annotatore, che i libri comprava coi margini larghi per poterli assediare di note (e quando finiva i margini aggiungeva striscioline d carte), invece si assolve – alla prima nota dei “Marginalia”, raccolta di note: “Tutto questo può dirsi un capriccio, e abitudine non solo comune ma anche oziosa; tuttavia persisto, perché mi dà piacere; e questo è profitto, a dispetto di Bentham e, al suo carro, Mill”.   

Pirandello – Un secolo è passato ma lui è sempre qui – “dal Medioterraneo al Giappone”, nota Walter Pedullà (“Il mondo visto da sotto”), “che con «Rashomon» riscrive il «Così è (se vi pare)»”.
Anche questa non è male: “Chi l’avrebbe detto che la Lunga Marcia di Mao conducesse al comunismo capitalista che ha trasformato una nazione contadina in una dele maggiori potenze industriali della Terra? Questo non l’ha detto Pirandello, ma l’evento a occhio nuovo pare pirandelliano”.

Pornografia È rivoluzionaria? Lo è già stata, ora è anche tradizione e storia. Lo argomentano Gabutti su “Sette” e Andrea Di Consoli sul Corriere della sera” 
recensendo il romanzo “Candore” di Mario Desiati, pubblicato da Einaudi, e “Porno di carta” di Gianni Passavini, su “Vita, morte e miracoli di Saro Balsamo. L’uomo che diede l’hardcore all’Italia”. Se rivoluzione è girotondo, come dice la parola, non c’è dubbio. Ma che cos’abbia liberato che già non si sapesse e praticasse questo è dubbio. A parte il “comune senso del pudore” del codice penale.
“Men” e “Le ore”, le “grandi invenzioni” di Balsamo, erano stampati peraltro a Milano nella cattolicissima tipografia del “Giorno”, allora dell’Eni, gestita dal piissimo Giuseppe Restelli, ex capo del personale dell’Eni che voleva imporre il grembiule nero alle donne in ufficio. “Il Giorno” era nato nel 1955 su iniziativa di Cino Del Duca, che lo gesti per i primi anni, un editore che a Parigi sarà anch’egli editore del porno.

“L’aspetto globale più interessante, però, è che il porno è consumato anche nel mondo arabo”, nota Consoli. No, il pornovideo è nato nel mondo islamico. Soprattutto della penisola arabica: fu uno dei primo boom che l’acquisita ricchezza della guerra del petrolio innescò, nel Kuwait, in Abu Dhabi e nella stesa Arabia Saudita, dove la dogana in entrata non ricercava altro dei viaggiatori, inevitabilmente maschi, che copie di “Playboy” e “Penthouse”. Dubai e il Qatar forse no, ma perché erano allora troppo poveri, crick di pescatori e contrabbandieri di cabotaggio con l’India. Si fecero pure matrimoni, più o meno di comodo, miliardari con “attricette”, come si diceva allora.

Postmoderno - È classicista, cioè manierista.

Proust – Si legge la “Ricerca”come il documento di un’epoca? Come si è letto a lungo, poi definitivamente non più, il “Paradiso perduto” di Milton? Di cui Poe, in avvio del saggio “Il principio poetico”, concludeva: “Se per conservare la sua Unità (totalità d’effetto o d’impressione) leggiamo come si dovrebbe in una sola seduta, il risultato è solo una continua altalena di eccitazione e abbattimento… Ne consegue che l’effetto finale  totale, assoluto, anche del miglior poema epico che sia mai stato scritto equivale a zero”.

Poe era prevenuto, contro Milton come contro Shakespare, e in generale la “poesia metafisica”. Del resto, leggere d’un fiato la “Ricerca” non è possibile, ma nemmeno il “Paradiso perduto” – più ostico. No, di seguito. 

Riforma – “Se in qualche punto ho receduto da quanto comunemente è accettato”, dice Bacone, “è stato alo scopo di procedere melius e non in aliud”, per il meglio e non contro. La riforma non è una lite.

Selfie – L’alluvione necessita a questo punto di un pubblico specifico. Si pensava che il genere dilagasse perché vendeva, che a molti lettori interessasse sapere cosa ha fatto e fa l’autore, come fa a letto, che famiglia ha, o non ha, se beve o come mangia, se viaggia, se dorme o è insonne, etc., chi frequenta, cosa pensa. Ma pare di no. Il genere dilaga nel discorso comune, ma in libreria accumulerebbe invenduti. Anche le presentazioni, che l’io dell’autore inevitabilmente impregna, non sarebbero più produttive: una volta si comprava per avere la firma dell’autore ora, pare, non più.
Già qualche anno fa Camilleri proponeva gli “ascoltatori professionisti”, per autori e non: “Pagati dallo Stato ma al servizio del cittadino, anonimi, mischiati nella folla, ascoltano, partecipano, rispondono a tono, rasserenano, trovando per ognuno le parole attese”. Ma è pure vero che non ci sono tanti selfie in giro quanti quelli di Camilleri.

Superlativo – In forma iterativa – il cielo azzurro azzurro – Borges dice proprio “delle donne, dei bambini, dei semiti”.

Viaggiare – Detesto i libri di viaggi” è l’esordio di Lévi-Strauss a “Tristi tropici”, il suo rimo libro, di viaggi. Fa il paio col “viaggiare è uno dei piaceri più tristi della vita” con cui Madame de Staël, altra viaggiatrice, apre “Corinna, o dell’Italia”, libro (anche) di viaggi.

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