Secondi pensieri - 574
zeulig
Consapevolezza – Un lusso, Dostoevskij lo fa dire dal
memorialista delle sue “Memorie del sottosuolo”, a inizio racconto. E una condanna,
dopo un certo punto: la consapevolezza ci vuole, dice il narratore di Dostoevskij,
ma fino a un certo punto. Quella, p.es., “di cui vivono tutte le cosiddette persone
spontanee e gli uomini d’azione”. Quanto basta per (soprav)vivere e agire, modestamente.
“Sì, perché l’autentico, diretto, immediato frutto della consapevolezza è
precisamente l’inerzia”.
L’attivismo in particolare è stolido: “Lo ripeto, con forza anzi lo ripeto tutte
le persone spontanee e gli uomini d’azione sono tali appunto perché sono ottusi
e limitati”.
La filosofia allora? Come dire che la conoscenza (qui chiamata
consapevolezza) non ha senso né valore. Non buono. Una negazione inattuabile,
se non che, successivamente – successivamente a Dostoevskij - c’è stata la
conoscenza in forma di psicanalisi. E l’analisi, la psicoanalisi, non farà più
danni di quanti benefici (terapeutici) possa comportare? Dostoevskij – il suo
narratore - sapeva già di sì: “Forse che la persona consapevole può avere il benché
minimo rispetto di sé?”
P.es.: “La consapevolezza del torto subito tramutandosi in spirito di vendetta
riduce l’uomo a un vendicativo isolamento”.
Dostoevskij, certo, potrebbe parlare per sé, della tentazione, o del beneficio,
di isolarsi dopo l’ingiusto confino?
Intercultura – S’intende, più o meno scopertamente,
accettazione, se non pratica, di fedi diverse – fedi religiose. Di religioni
cioè, che invece sono patrimoni molto caratterizzati, quasi esclusivi, per
impianto e, soprattutto, per concezione storica, di molteplici eventi, accaduti
o procurati, azioni e reazioni. Come dialogare non nel senso di conoscere ma di
appropriarsi, fare proprie, realtà che sono per natura, per conformazione e
sviluppo, diverse e anche antitetiche, e molto spesso dichiaratamente ostili,
nei propositi o nella conformazione.
Irrazionale – S’intende tutto ciò che non è scientifico.
Mentre è “nativamente”, in radice, inizialmente, illogico, inconseguente,
assurdo, e anche volontaristico - voler uscire dal consequenzialismo, anche soltanto
dall’abitudine, dal modo di essere. Una conformazione che fa della razionalità non
l’innervazione del mondo, ma un cantuccio, o un circoletto, dentro una grande
nuvola, una meteora, una galassia.
Male – “Unde malum”, l’eterna questione di chi crede
in un Dio creatore-salvatore, può risolversi come la scrittrice Flannery O’Connor
argomenta nei suoi racconti – e nella corrispondenza: il male è il mondo, da
cui ci si salva per la grazia di Dio. Il
male come un sostrato, un campo, o un mezzo divino per essere benedetti da Dio,
prescelti, folgorati dalla sua grazia – dal suol arbitrio.
Che spiega il male (ne dà una spiegazione), ma annienta Dio, la creazione.
Il male resta l’anti-creazione.
Stupidità –
È il nostro substrato, della psiche e dell’esistenza, giacché si procede
per trials and errors.
Il libero arbitrio è farcito di (è la voce della) stupidità.
“Signori, poniamo che l’uomo non sia stupido” – Dostoevskij, Memorie del
sottosuolo”, § VIII – “e in effetti, che egli sia stupido non lo si può proprio
dire, se non altro per l’unica ragione che, se fosse stupido lui, chi rimarrebbe
più da potersi dire intelligente?” (ed. Oscar, p. 44).
Verità – Resta -residua – dalle religioni. Ma anche lì con
dubbi.
È il contrario della confusione (mentale, emotiva), o della furbizia, per
quanto introiettata, e quindi indismissibile. Accertabile (esistente) benché
latitante, in dipendenza da “ordinamenti” storici.
Volontà - È
per natura incerta – volubile. “Se davvero si riuscisse un giorno a scoprire la
formula di tutti i nostri desideri e i nostri capricci, ovvero ciò da cui essi
dipendono, e le leggi precise per le quali essi si producono, e il modo in cui
essi effettivamente si appagano, e ciò a cui tendono nella tale e nella
tal’altra occasione, ecc. ecc., se si riuscisse cioè a scoprire la loro vera
formula matematica, magari allora l’uomo potrebbe anche smettere di volere, e
anzi, smetterebbe di certo” - F. Dostoevskij, “Memorie del sottosuolo”, § VIII,
Oscar p. 40.
zeulig@antiit.eu
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