lunedì 8 dicembre 2025

Secondi pensieri - 574

zeulig


Consapevolezza – Un lusso, Dostoevskij lo fa dire dal memorialista delle sue “Memorie del sottosuolo”, a inizio racconto. E una condanna, dopo un certo punto: la consapevolezza ci vuole, dice il narratore di Dostoevskij, ma fino a un certo punto. Quella, p.es., “di cui vivono tutte le cosiddette persone spontanee e gli uomini d’azione”. Quanto basta per (soprav)vivere e agire, modestamente. “Sì, perché l’autentico, diretto, immediato frutto della consapevolezza è precisamente l’inerzia”.
L’attivismo in particolare è stolido: “Lo ripeto, con forza anzi lo ripeto tutte le persone spontanee e gli uomini d’azione sono tali appunto perché sono ottusi e limitati”.
La filosofia allora? Come dire che la conoscenza (qui chiamata consapevolezza) non ha senso né valore. Non buono. Una negazione inattuabile, se non che, successivamente – successivamente a Dostoevskij - c’è stata la conoscenza in forma di psicanalisi. E l’analisi, la psicoanalisi, non farà più danni di quanti benefici (terapeutici) possa comportare? Dostoevskij – il suo narratore - sapeva già di sì: “Forse che la persona consapevole può avere il benché minimo rispetto di sé?”
P.es.: “La consapevolezza del torto subito tramutandosi in spirito di vendetta riduce l’uomo a un vendicativo isolamento”.
Dostoevskij, certo, potrebbe parlare per sé, della tentazione, o del beneficio, di isolarsi dopo l’ingiusto confino?
 
Intercultura
– S’intende, più o meno scopertamente, accettazione, se non pratica, di fedi diverse – fedi religiose. Di religioni cioè, che invece sono patrimoni molto caratterizzati, quasi esclusivi, per impianto e, soprattutto, per concezione storica, di molteplici eventi, accaduti o procurati, azioni e reazioni. Come dialogare non nel senso di conoscere ma di appropriarsi, fare proprie, realtà che sono per natura, per conformazione e sviluppo, diverse e anche antitetiche, e molto spesso dichiaratamente ostili, nei propositi o nella conformazione.
 
Irrazionale – S’intende tutto ciò che non è scientifico. Mentre è “nativamente”, in radice, inizialmente, illogico, inconseguente, assurdo, e anche volontaristico - voler uscire dal consequenzialismo, anche soltanto dall’abitudine, dal modo di essere. Una conformazione che fa della razionalità non l’innervazione del mondo, ma un cantuccio, o un circoletto, dentro una grande nuvola, una meteora, una galassia.
 
Male – “Unde malum”, l’eterna questione di chi crede in un Dio creatore-salvatore, può risolversi come la scrittrice Flannery O’Connor argomenta nei suoi racconti – e nella corrispondenza: il male è il mondo, da cui ci si salva per la grazia di Dio.  Il male come un sostrato, un campo, o un mezzo divino per essere benedetti da Dio, prescelti, folgorati dalla sua grazia – dal suol arbitrio.
Che spiega il male (ne dà una spiegazione), ma annienta Dio, la creazione.
Il male resta l’anti-creazione.
 
Stupidità –  È il nostro substrato, della psiche e dell’esistenza, giacché si procede per trials and errors.
Il libero arbitrio è farcito di (è la voce della) stupidità.
 
“Signori, poniamo che l’uomo non sia stupido” – Dostoevskij, Memorie del sottosuolo”, § VIII – “e in effetti, che egli sia stupido non lo si può proprio dire, se non altro per l’unica ragione che, se fosse stupido lui, chi rimarrebbe più da potersi dire intelligente?” (ed. Oscar, p. 44).
 
Verità – Resta -residua – dalle religioni. Ma anche lì con dubbi.
È il contrario della confusione (mentale, emotiva), o della furbizia, per quanto introiettata, e quindi indismissibile. Accertabile (esistente) benché latitante, in dipendenza da “ordinamenti” storici.
   
Volontà - È per natura incerta – volubile. “Se davvero si riuscisse un giorno a scoprire la formula di tutti i nostri desideri e i nostri capricci, ovvero ciò da cui essi dipendono, e le leggi precise per le quali essi si producono, e il modo in cui essi effettivamente si appagano, e ciò a cui tendono nella tale e nella tal’altra occasione, ecc. ecc., se si riuscisse cioè a scoprire la loro vera formula matematica, magari allora l’uomo potrebbe anche smettere di volere, e anzi, smetterebbe di certo” - F. Dostoevskij, “Memorie del sottosuolo”, § VIII, Oscar p. 40.

zeulig@antiit.eu



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