astolfo
Al-Andalus – La Spagna degli Omayyadi è sempre viva nella poesia e la memoria araba. Araba propriamente detta, e urbanizzata, cioè di Damasco - non del Nord Africa, che pure fu finitimo Al A Andalus, ma ha cultura e anche etnie più complesse. È il regno proclamato dal califfo Abd el-Rahman, dell’ultima progenie della dinastia Omayyade, che governò il secondo califfato islamico di Damasco, dal 651 al 750, quando tutti gli esponenti della famiglia furono massacrati dai rivali Abbassidi. Abd el-Rahman riuscì a salvarsi e sei anni più tardi era in grado di proclamare il dominio omayyade sulla penisola iberica.
In arabo Al Andalus
è un toponimo molto più vasto dell’attuale Andalusia spagnola. Benché la capitale
del nuovo regno fosse nell’attuale Andalusia, a Cordoba. Una capitale che Abd
el-Rahman e i successori modellarono sul ricordo di Damasco. La tenuta di
el-Rusafa, di palme trapiantate, portava lo stesso nome di una analoga tenuta reale
nei pressi di Damasco. E, soprattutto, la nicchia di preghiera della Grande
Moschea era rivola a Sud, come se Al Andalus fosse la Siria, sebbene la Mecca
fosse a est e non a sud di Cordova e della Spagna.
Al Andalus durò pochi
secoli. Minata dalle guerre di successione, dapprima sempre più ridotta, infine
sradicata dall’offensiva cristiana, la Reconquista, conclusa da Castiglia e Aragona
unite lo stesso anno della scoperta dell’America,
il 1492 – lo steso anno dell’espulsione di mussulmani ed ebrei dalla penisola
iberica. Ma quando Al Andalus era ormai ridota al solo emirato di Granada. Resta
nella memoria araba come al watan, la patria perduta. E a lungo nella memoria comune, anche di
Dante, come esempio di “convivenza”, religioso e culturale. Un mito. forse non
artificioso.
Haussmann – Il “barone” Haussman,
George-Eugène, che rifece Parigi, non era architetto né urbanista ma prefetto.
In una delle sue prime sedi, a Nérac, Aquitania, si occupò degli assetti
urbani: aprì strade e scuole comunali, ed ebbe idea di
una piantagione di pini
marittimi che saranno poi alla base della forestazione del dipartimento (Lot-et-Garonne).
Quando Carlo Luigi Bonaparte si proclamò imperatore nel 1852 a Parigi, subito
concepì il disegno di rifare la capitale. Non avendo uno Speer sottomano, l’architetto,
come invece avrà Hitler, decise di affidare il rinnovamento della città a un prefetto,
inteso come organizzatore degli interventi. Diede perciò incarico al suo
ministro dell’Interno, Victor de Persigny, l’incarico di cercare un funzionario
capace, nelle prefetture delle città maggiori, Rouen, Lilla, Lione, Marsiglia e
Bordeaux. Persigny s’incaricò di intervistare personalmente i funzionari, e nelle
sue “Memorie” descriverà così l’incontro con Haussmann – lo scrive ex
post, ma è lui che lo aveva prescelto: “Uno degli uomini più straordinari
del nostro tempo: grande, forte, vigoroso, energico, e al contempo intelligente
e subdolo, con uno spirito pieno di risorse. uomo audace”, che gli racconta “tutti
i traguardi raggiunti nella sua carriera amministrativa, senza dimenticare
nulla”, Preciso anche, oltre che determinato. E l’anno dopo Haussmann era
prefetto della Senna. Presto celebrato per le grandi arterie rettilinee (i boulevard),
i giardini e parchi pubblici, l’edilizia monumentale.
Haussmann ebbe
carta bianca perché Napoleone III volle dissolta la città operaia, detta per
spregio ghetto. Quanto all’edilizia residenziale “signorile”, la rendita urbana
è la ricchezza, l’antica Roma lo sapeva - il suolo non ha valore in sé, non è
scarso, ma in quanto è in mano ai promotori immobiliari, a una rete di idee e
bisogni, più spesso indotti, e di alleanze, più spesso corruttive. Più la
qualità dell’alloggio decresce, più cresce il peso della rendita fondiaria -
una topaia in città sarebbe tutta rendita. Lo stesso per l’omogeneità di
Haussmann - vivere separati e diversi, socialmente promiscui, non nell’edilizia
uniforme, classista, di Haussmann è probabilmente più democratico che vivere in
un falansterio, seppure palaziale.
Napoleone – Se ne può rifare
la storia agevolmente, Uscendo dalla lettura sterminata del “Napoleone” di Stendhal, il progetto
sempre coltivato e mai terminato, era la sua ossessione, si vede quanto la
storia sia micragnosa là dove riluce gloriosa. Di un uomo che vinse giovane per
caso, per avere tirato la cannonata giusta al momento giusto, ed essersi poi
trovato in mezzo alle faide della Rivoluzione, dopo avere fatto la fame. Sarà
la provvidenza, ma si chiama anche caso. Napoleone non ebbe mai, in nessun
momento, un disegno: l’invasione dell’Inghilterra e della Russia erano
scemenze, e in Russia si dimostrò la sua avventatezza. Vinceva le battaglie, ma
per l’indisciplina e la ferocia delle sue truppe, che mandava lacere e pagava
col bottino, mentre veniva confrontato da schieramenti e manovre, la guerra
bella del Settecento che rifuggiva dal macello. Metteva a frutto il capitale di
simpatia della Rivoluzione, sia coi francesi che con i popoli europei, ai quali
la rivoluzione faceva pagare con laute riparazioni. Anche di battaglie, se si
fa il conto, ne perdette più di quante ne vinse. Dove trovò nemici, in Spagna i
preti, in Russia il gelo, si arrese. L’esercito prussiano che lo sconfisse a
Waterloo era di volontari, giovani, letterati, libertari. La storia – la
provvidenza? – ha di queste insensatezze.
Pietro Querini – 1.400
forse-1448, è l’inventore” dello stoccafisso, il merluzzo seccato – detto alla
veneta “baccalà”
(che sarebbe invece il nome appropriato del merluzzo sotto sale. Mercante di
malvasia, navigatore esperto, membro del maggior Consiglio della Serenissima, partì
nel 1431 da Creta, dove possedeva le vigne, per le Fiandre, dove contava di
vendere il vino. Dopo Finisterre in Francia subì una serie di tempeste, fino a
che non si ruppe il timone e la barca non fu più governabile. La abbandonò e
divise l’equipaggio su due scialuppe. Una scomparve, la sua finì alle Lofoten.
A Røst, l’isola più a sud dell’arcipelago. I pescatori locali salvarono i
naufraghi, e nelle loro case Querini scoprì un pesce chiamato stocfisi,
che essiccavano all’aperto – il merluzzo.
Querini è negli annali
per la relazione di viaggio che compilò per la Repubblica, considerata una sorta
di documento etnografico, in anticipo sui tempi della disciplina. Ma anche per
avere introdotto nella Serenissima la passione per lo stoccafisso – di cui
vantava anche i vantaggi: la conservazione nei viaggi, e un cibo magro, buono
per i lunghi tempi della penitenza, venerdì, vigilie, quaresima – il venerdì di
magro sarà fissato successivamente, dal Concilio tridentino.
Jean Robin – Farmacista, erborista
dei re di Francia tra Cinque e Seicento, ha dato il nome all’acacia, pianta “scoperta”
tra Canada e America, diffusa negli Appalachi, che si occupò di trapiantare a Parigi,
- secondo la tradizione nel 1602, la data alla quale si fa risalire l’esemplare
di square Viviani, sulla riva sinistra della Senna a Parigi, davanti a Nôtre Dame,
che tuttora resiste, benché tenuto su col cemento, imponente, 30 m d’altezza e
3,5 di diametro al tronco. Era anche colto: redasse in latino la maggior parte
delle sue opere di botanico. Era stato nominato “arborista ed erborista” da Enrico
III nel 1586, e mantenne l’incarico con Enrico IV e Luigi XIII.
Le ricerche per
conto del re mise a frutto anche con un vivaio, un investimento riuscito, che
sfruttò la passione per i fiori esotici alimentata dalla regina Maria dei Medici,
affidato alle cure del figlio Vespasien, che fece viaggiare in continuazione per
raccogliere piante esotiche e curare una rete di fornitori, in Italia, Spagna,
Inghilterra, Germania, le Fiandre, e le isole di Sâo Tomé e Principe. Del vivaio
redasse anche un catalogo, nel 1601, in cui elenca circa 1.300 specie diverse
di fiori in offerta. Tra di esse la tuberosa, introdotta dal Messico, molto costosa,
e perciò molto richiesta. Vivaio di cui fu gestore geloso, al punto di guadagnarsi
la nomea di “Eunuco delle Esperidi” – anche se il vivaio, vicinissimo al Louvre
e a Nôtre Dame, era aperto e visitato giornalmente da molte persone di rispetto.
Robin non viaggiava
– faceva viaggiare il figlio. Molte specie riceveva dai corrispondenti. È il
caso dell’acacia-robinia, il cui seme avrebbe avuto da un corrispondente inglese,
John Tradescant il Vecchio (il Vecchio perché anche il figlio di Tradescant
viaggiava molto in cerca di nuove specie, e fu in America).
Robinia è un nome
successivo a Robin. È ancora acacia nel catalogo del suo giardino, che pubblicò
nel 1601, e nelle due edizioni, 1620 e 1627, della “Histoire des Plantes
nouvellement trouvées” di Robin figlio: il nome Acacia Americana Robini viene da
una “Plantarum canadinesium historia” del 1635, del botanico Jacques Phiipe
Cornuti, amico dei Robin.
La robinia è un’acacia,
Robinia pseudoacacia, considerata invasiva e “diminutiva”, nemica cioè
della biodiversità, ma usava nei luoghi di origine per la velocità di crescita,
come legna da ardere. È una pianta nordamericana, dal Canada al Messico. Per un
numero di specie non determinato, fra quattro e dieci. La più nota è la Pseduoacacia,
la robinia trapiantata in Europa - non necessariamente in Fancia per prima: nell’orto
botanico padovano un’acacia robinia è attestata nel 1602 (forse via sempre il
britannico Tradescant).
astolfo@antiit.eu
Nessun commento:
Posta un commento