venerdì 24 aprile 2026

Arbasino racconta Arbasino

“Nino Alberto” all’anagrafe, Alberto perché voluto d1alla madre, Nino perché diminutivo del nonno paterno – “Arbasino” dalla prima riga, minuto e epocale. Il bisnonno (materno) Annibale Manusardi avendo “«sperperato le sostanze» nelle case da gioco, morte la prima e la seconda moglie (sorelle), la loro famiglia «gli tolse i figli» (poi facoltosi)”. Non è finita: “Ma lui, ancora sindaco e presidente dell’Opera di Lodi in un intervallo della ‘Traviata’ rapì la protagonista (che si chiamava Anna Magnani) con grave scandalo. Fuggirono; il figlio (mio nonno) fu chiamato Alfredo; e si stabilì a Voghera dove si era trovato bene come cavalleggere. Un collega gli mostrò il ritratto di una damigella lodigiana (mia nonna), e lui andò a chiederla in sposa per sé”.
Una cronobibliobiografia di Arbasino alla Arbasino. Piena di umori e sorprese. Sempre vivaci, malgrado (grazia al)la ritrosia, anche le minime. Partendo dalla solita famiglia e vita borghese di provincia, fra “notabilati locali ai primi del Novecento”, tra padre e madre “figli e congiunti di avvocati”, primo di tre ragazzi, “Mario, di cinque anni più giovane, Massimo, nato nel 1938 e mancato in giovane età”. Di genitori coetanei, e compagni di scuola, al liceo e all’università. Lei laureata in Lettere classiche “(ma non insegnò mai)”, lui in Chimica industriale – poi farmacista: “dopo la crisi del ’29, vendendo una vigna sempre rimpianta, acquistò una farmacia, e poi un’altra” e poi altre. Infanzia in “ambienti severi, austeri, con arredi spesso neri tra i barocchetti piemontesi”. Tra “le gentili consorti di ufficiali, medici, notai, ingegneri”. E dopocena, il papà “con gli altri mariti al Circolo”, a vantare avventure di donne, “inesorabile” anche per il piccolo Nino Alberto, come per il Gattopardo, “il rosario serale di tutte le donne, con le serve inginocchio e la radio spenta”. Le tante insegnanti, ricordate una per una, con metodologie e intelligenze varie, tutte molto "produttive”. I libri naturalmente, in casa e in biblioteca, con elogio della bibliotecaria. L’estate inesorabile in villa – le lunghe villeggiature, “in quel di Casteggio per mesi e mesi”. Una vita si direbbe senza storia. Che però nella memoria, seppure ritrosa, si anima. Dal “burbero «colonnello» Italo Pietra” (il primo direttore di Arbasino, al “Giorno”), compagno di scuola e di football “nei cortili” dei ragazzi Manusardi, gli zii materni, e poi comandante partigiano degli stessi, a T.S.Eliot e la miriade di incontri celebri. Studi di Medicina a Pavia, per dire, noiosi e inutili, per un’errata infatuazione della psicoanalisi, ma pranzi alla mensa con Francesco Alberoni, Umberto Colombo, Elvio Fachinelli – e non per vezzo di name dropping.
Molti i ritratti, sebbene fulminei. Di Longhi. Del “celebrato quarto platano a quel rinomato caffè” di Forte dei Marmi. I sabati a casa Kissinger a Harvard, borsista (preceduto da Raffaele La Capria, Giovanni Urbani, Desideria Pasolini), tra “John Kenneth Galbraith alto due metri, lo storico e scienziato politico Arthur Schlesinger piccolissimo e affabilissimo (ebbero poi mogli bionde altissime)”. Assistente alla Sapienza del professor Ago (Diritto internazionale) a Scienze politiche, per lezioni a futuri burocrati poco o punto interessati. Ma con i pranzi alla Trattoria Romana in via Frattina, tra gente di spettacolo (Bolognini, Zeffirelli, Tosi, Asti, Betti, cena da Cesaretto - la lista è lunga – e dopocena a via Veneto, folta di letterati, e di “«personaggi balzachiani», «pittoreschi produttori», «caratteristici siculi», «Hollywood sul Tevere», e i paparazzi, e i soprannomi….”. E la scelta di vivere a Roma.
Con un tributo, infine un riconoscimento, a Bassani, che troppo spesso si dimentica, e alla sua Biblioteca di Letteratura feltrinelliana – “in un appartamento di via Arenula a Roma, dove si aveva il privilegio di venir ricevuti da due ragazze splendidissime: Ludovica Ripa di Meana e Roberta Carlotto. E lì si pubblicavano, in vesti sobrie, ‘Il Gattopardo’ e Testori e Cassola e Delfini, con Blixen e Borges e Forster” (anche se poco piacevano “sia il colore lugubre sia quel profilo «troppo contadinesco»” delle copertine, “scelto tra i Fra Galgario consigliati da Testori”).
Gli aneddoti scorrono innumerevoli. Ex allievo di Kissinger a Harvard. ricambiava come gli altri ex-allievi le cortesie quando, ogni anno, a inizio di estate, Kissinger “faceva un giro delle capitali europee”. Da Ranieri, bistrot allora semplice e accurato di via Mario dei Fiori, Arbasino lo invita a pranzo, con Pannunzio, Gorresio e La Malfa. Discutono “The brutal Friendship” dello storico Deakin, l’alleanza del Terzo Reich con la Repubblica di Salò - quindi 1963? E poi: Kissinger aveva chiesto di incontrare Moro. Gli avevano proposto, invece, Morlino. “«Is than a diminution?», chiese gravemente”.
Tanti i medaglioni. Con le collaborazioni a “Il Mondo”, la pubblicazione di racconti, romanzi, saggi, le “gite a Chiasso”, nel suo caso innumerevoli, e impegnative. La crono -autobiografia recalcitrate ha presto preso un paio di centinaia di (fitte) pagine – il contributo di Manica è marginale.
È la “cronologia” della vita e delle opere di Arbasino redatta da Raffaele Manica con lo stesso autore, per la pubblicazione di tutto Arbasino in due volumi dei Meridiani – prassi eccezionale ma necessaria, per una pubblicazione di classici con l’autore ancora in vita. Rivista dallo stesso Arbasino, nel lungo lasso di tempo tra la prima uscita nei Meridiani (2009) e la morte (2020). Sebbene sempre controvoglia, assicura Manica  nella Premessa, trovando impudica l’esibizione di sé da parte dell’Autore, ma alla fine molto piena, di persone, ambienti, epoche, eventi, aneddoti, piccoli e grandi: “Cominciò, diciamo, a rilassarsi quando ebbe la consapevolezza che questa cronologia alla fine somigliava a tutti i suoi libri”.
Alberto Arbasino, Autocronologia, Adelphi, pp. 246 € 16

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