mercoledì 3 giugno 2026

L’intellettuale è meglio organico, ma anticonformista

“Il mondo è più affollato che mai di professionisti, esperti, consulenti – di intellettuali, la cui funzione principale e di fornire autorevolezza col loro lavoro, traendone grande profitto”. Il problema è di definire la funzione “intellettuale”, non è proprio il caso di denunciarne\celebrarne la scomparsa.
Said comincia con Julien Benda, naturalmente, col canonico “Tradimento degli intellettuali” un secolo fa. Ma prima ancora con Gramsci, seppure succintamente, e i suoi due intellettuali, l’“organico”, nuovo\innovativo, integrato nella società, critico e propositivo, profittevole, e quello tradizionale - insegnante, prete, scrittore. L’intellettuale di Benda è fatto di “personaggi simbolici”. Con gli esempi che porta di Voltaire nel “caso Calas” (un protestante accusato di avere ucciso il figlio perché voleva farsi cattolico), e di Maurice Barrès come persona, per il romanticismo che ha perseguito delle virtù borghesi. Se non che, nota Said secco, Voltaire si fabbricò le prove a discarico nel caso Calas. E Barrès fu un ultranazionalista, antisemita, anti-intellettuale. Di Benda facciamone a meno, l’intellettuale dev’essere radicato, “organico”, ma libero, intellettualmente e politicamente. Un outsider – oggi di direbbe un underdog, che però ha un che di vendicativo: diciamo un  anticonformista.
Il titolo originale è diverso, “Representations of the Intellectual”, corrispondente alle lectures, problematiche e non assertive, su un tema, che la Bbc usava confidare ogni anno a una personalità, le Reith Lectures, poi riunite in questo volume. Rappresentazioni, cioè didascalie e ruoli, teatrali, maschere. Autorappresentazioni anche, influenti solo se suggestive. Non poteva essere altrimenti, fa notare nella riedizione inglese Isabella Hammad, la scrittrice anglo-palestinese: “Per tutta la sua vita Said fu legato al suo status di esiliato, di americano-e-non, e trovò nell’incomodo della estraneità il risvolto positivo della flessibilità critica”. Said stesso del resto ricorda e cita Theodor Adorno: “È parte della moralità non essere a casa nella propria casa”. E dunque l’intellettuale è e deve essere un outsider, un non integrato si diceva una volta, un underdog oggi, un po’ sfigato e quindi insoddisfatto e critico.    

Tradotto subito, all’uscita della raccolta inglese, nel 1994, in chiave politica, di schieramento, benché in epoca ormai di “riflusso” generalizzato, come un don Chisciotte (riferimento costante di Said, in negativo) dei mulini a veto, riacquista oggi sapore, in piccolo nella diatriba a destra sul “vero” intellettuale, e in grande nel silenzio profondo dell’opinione a fronte delle guerre avventurose che si vanno scatenando attorno e vicino a noi, in Ucraina, Israele, Gaza, Cisgiordania, Libano, Iran. Solo coperte dalla mobilitazione, acritica. Per distrazione, per incompetenza anche, tra tanti esperti, e per inconsistenza: se l’intellettuale aveva uno status, politico o semplicemente di saggezza, ora non ce l’ha più. E comunque non si sente. Giusto se ne possono fare “rappresentazioni dell’intellettuale”.  
Questo è l’inquadramento che Said dà al tema. Che poi diversifica, in quanto “coscienza critica”. Del nazionalismo e delle tradizioni. Del professionalismo e del dilettantismo. Da fuori della mischia ma non da arbitri: da espatriati e marginali, comunque indipendenti, autonomi. Nonché, da ultimo, vittime essi stessi, del mainstream, della verità stabilita – e dell’imperialismo culturale, di quello economico, di quello militare. Con la sola riserva, al più, di “dire la verità al potere”. Quasi a nessun effetto pratico.
Said non tratta l’“impegno”. Forse per un fondo di estraneità, o inutilità - la condizione mentale di cui dice Hammad, l’autoesilio. Ma lo sottintende. Con se stessi, con l’onestà se non con la capacità.
Edward Said, Dire la verità. Gli intellettuali e il potere, Feltrinelli, pp. 128 € 20
Representations of the Intellectual, Fitzcarraldo, pp.1\40 € 18,50

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