L’intellettuale è meglio organico, ma anticonformista
“Il mondo è più affollato
che mai di professionisti, esperti, consulenti – di intellettuali, la
cui funzione principale e di fornire autorevolezza col loro lavoro, traendone
grande profitto”. Il problema è di definire la funzione “intellettuale”, non è
proprio il caso di denunciarne\celebrarne la scomparsa.
Said comincia con Julien
Benda, naturalmente, col canonico “Tradimento degli intellettuali” un secolo fa.
Ma prima ancora con Gramsci, seppure succintamente, e i suoi due intellettuali,
l’“organico”, nuovo\innovativo, integrato nella società, critico e propositivo, profittevole, e quello
tradizionale - insegnante, prete, scrittore. L’intellettuale di Benda è fatto di
“personaggi simbolici”. Con gli esempi che porta di Voltaire nel “caso Calas”
(un protestante accusato di avere ucciso il figlio perché voleva farsi
cattolico), e di Maurice Barrès come persona, per il romanticismo che ha perseguito delle virtù borghesi. Se non che, nota Said secco, Voltaire si fabbricò le prove
a discarico nel caso Calas. E Barrès fu un ultranazionalista, antisemita, anti-intellettuale.
Di Benda facciamone a meno, l’intellettuale dev’essere radicato, “organico”, ma
libero, intellettualmente e politicamente. Un outsider – oggi di direbbe
un underdog, che però ha un che di vendicativo: diciamo un anticonformista.
Il titolo originale è diverso,
“Representations of the Intellectual”, corrispondente alle lectures,
problematiche e non assertive, su un tema, che la Bbc usava confidare ogni anno a una personalità,
le Reith Lectures, poi riunite in questo volume. Rappresentazioni, cioè didascalie
e ruoli, teatrali, maschere. Autorappresentazioni anche, influenti solo se
suggestive. Non poteva essere altrimenti, fa notare nella riedizione inglese Isabella
Hammad, la scrittrice anglo-palestinese: “Per tutta la sua vita Said fu legato
al suo status di esiliato”, di americano-e-non, “e trovò nell’incomodo della estraneità il risvolto
positivo della flessibilità critica”. Said stesso del resto ricorda e cita
Theodor Adorno: “È parte della moralità non essere a casa nella propria casa”.
E dunque l’intellettuale è e deve essere un outsider, un non integrato
si diceva una volta, un underdog oggi, un po’ sfigato e quindi insoddisfatto e critico.
Tradotto subito, all’uscita
della raccolta inglese, nel 1994, in chiave politica, di schieramento, benché
in epoca ormai di “riflusso” generalizzato, come un don Chisciotte (riferimento
costante di Said, in negativo) dei mulini a veto, riacquista oggi sapore, in piccolo
nella diatriba a destra sul “vero” intellettuale, e in grande nel silenzio profondo
dell’opinione a fronte delle guerre avventurose che si vanno scatenando attorno
e vicino a noi, in Ucraina, Israele, Gaza, Cisgiordania, Libano, Iran. Solo coperte
dalla mobilitazione, acritica. Per distrazione, per incompetenza anche, tra
tanti esperti, e per inconsistenza: se l’intellettuale aveva uno status, politico
o semplicemente di saggezza, ora non ce l’ha più. E comunque non si sente. Giusto
se ne possono fare “rappresentazioni dell’intellettuale”.
Questo è l’inquadramento
che Said dà al tema. Che poi diversifica, in quanto “coscienza critica”. Del nazionalismo
e delle tradizioni. Del professionalismo e del dilettantismo. Da fuori della mischia
ma non da arbitri: da espatriati e marginali, comunque indipendenti, autonomi. Nonché,
da ultimo, vittime essi stessi, del mainstream, della verità stabilita –
e dell’imperialismo culturale, di quello economico, di quello militare. Con la
sola riserva, al più, di “dire la verità al potere”. Quasi a nessun effetto pratico.
Said non tratta l’“impegno”.
Forse per un fondo di estraneità, o inutilità - la condizione mentale di cui
dice Hammad, l’autoesilio. Ma lo sottintende. Con se stessi, con l’onestà se
non con la capacità.
Edward Said, Dire
la verità. Gli intellettuali e il potere, Feltrinelli, pp. 128 € 20
Representations of
the Intellectual,
Fitzcarraldo, pp.1\40 € 18,50
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