Autoritratto - si dice Fanny, s'intende Ingeborg
Come
una bella donna viene manipolata, fino all’autodistruzione. Dapprima da un signor
Goldmann, che si presenta come teatrante, e ne fa una attrice da leggenda, ma è
un ebreo unicamente interessato agli affari. Poi, fino all’alcol e alla
demenza, da un giovane provinciale austriaco di nessuna qualità che la
appassiona alla follia per otto lunghi anni, mentre ha altri amori, e si
sposa anche, tentandole tutte a Vienna, fino a improvvisarsi romanziere – di un
romanzo “scritto” da Fanny. La storia di un assassinio. Seppure nella forma
dello sfruttamento e dell’abbandono.
Un
romanzo rimasto allo stato di frammento – neanche di progetto. Segue, mentre
Fanny muore, una gara fra l’Austria, colta, garbata, signorile, e la goffa,
primitiva Germania, nella forma di due scrittori, quello di Fanny e uno di Germania
che vive di tecnologia - e di “tutto cattivo”: aria, cibi, eloquio, amori,
donne.
Titolo
faulkneriano per un racconto molto austriaco - a tratti con sintassi alla
Bernhard, alla Dürrenmatt. Con dentro la Colpa, il dissidio Austria-Germania, il
maschio avvoltoio. E un sospetto di autobiografia: la relazione di Bachmann con
Paul Celan (conclusione: “Non venire a Parigi per me”, “mi fai sentire una miserabile” - per poi dirne, dopo il suicidio: “Era la mia vita, l’ho amato più della mia vita”), il poeta ebreo, e prima/poi con lo scrittore Max Frisch, finita con vaste
recriminazioni (il cattivo “Gantenbein” di Frisch, 1964, veniva dopo cinque anni di turbolenta convivenza). Nel quadro della Colpa che in Bachmann è ricorrente, perché
familiare – mentre la bellezza di Fanny è quella di Ingeborg, “delle spalle”.
Un
racconto “scritto”, ma in forma di bozza: avrebbe dovuto lievitare nel secondo
volume del ciclo di tre romanzi che Bachmann aveva ideato dopo l’esordio nella
narrativa con i racconti de “Il trentesimo anno”, 1961. Un ciclo cui aveva dato un
nome, “Cause di morte”, e una scansione: “Malina”, poi pubblicato nel 1971, questo
“Requiem", rimasto frammentario, e “Il caso Franza” recentemente recuperato, anch’esso
non concluso ma articolato – voluminoso. Di una donna bella e generosa ma figlia
della Colpa – di uno dei tanti austriaci hitleriani, che qui per questo, quando della
violenza tedesca ha la prova, con l’ Anschluss,
l’annessione brutale dell’Austria alla Germania, si suicida.
Originale
l’impianto, sebbene solo abbozzato, fuori dagli schemi, da quello che poi si
sarebbe detto il politicamente corretto. Molto pesa, alla partenza, la Colpa, sebbene
in sordina. Ma anche l’anti-Colpa, le pieghe del semitismo – non polemica, ma
vigile, per il cinismo del signor Goldmann, affarista-gentiluomo, che si approfitta
delle grazie di Fanny. Senza diventare un racconto femminista - Bachmnn, di
formazione filosofa, diffidava dell’“impegno”: altre donne sono carrieriste,
qual è l’uso.
In
questa forma il racconto è stato messo a punto dalle curatrici dell’opera omnia di Bachmann (al vol. III dei
quattro volumi dell’editore monacense Piper, 1978), Christine Koschel e Inge von
Weidenbaum.
Ingeborg
Bachmann, Requiem per Fanny Goldmann,
Adelphi, pp. 73 € 7
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