L’invenzione di Oriana
Rileggendole, “nude
e crude” (senza paratesti), si conferma la vecchia impressione alla lettura, di
interviste come pezzi di scrittura, poco o niente trascrizioni di colloqui,
anche tempestosi. “Ritratti” alla maniera di Montanelli, che li aveva
inventati, in forma dialogica, ma senza il tutto tondo, o doppiopesimo, dell’inventore.
La chiave è l’“intervista”
con Khomeiny, forse la più famosa, anche perché l’ayatollah, nella sua albagia,
la ignorò, senz’altro – nessuna fatwa contro Fallaci, come poi invece
contro Rushdie, neanche una protesta, solo silenzio. Né la sceneggiatura
risponde alla modalità iraniana, sempre “sottovoce”. Né nulla di quanto qui si
legge corrisponde al Khomeiny vero, quale è stato per quotidiane frequentazioni,
in Francia e poi a Teheran: poco sicuro di sé e quindi collerico, assolutista –
anche su sciocchezze, come sono (per lui) quelle che Oriana gli propone: la “condizione
della donna”, il “fascismo” (il fascismo?).
Verace invece il “Voi
e Gheddafi”. Non tanto per il ritratto-colloquio col colonnello (per quanto
almeno una delle generalizzazioni retoriche, l’evocazione di Hitler e
Mussolini, in parte gli piaceva – non Hitler, di cui non sapeva, ma Mussolini:
quando “L’Europeo”, o “Panorama”, lo mise in copertiva sul cavallo bianco, come
si compiaceva il Duce romagnolo, ne fece ordinare molte copie: era la consacrazione,
Gheddafi il Duce del Mediterraneo). La narrazione della Libia di Gheddafi è verace,
perché Fallaci dovette passare molto tempo, in attesa della chiamata del rais
(riceveva a ore e in luoghi impensati, come Castro – contro i “tracciatori”
Cia), con un funzionario, Giuma, uno che ha studiato in Italia, e le spiega
come in Libia si stia meglio: in effetti i libici di Gheddafi avevano le tasche
piene di bigliettoni, mai tanti soldi libici sono stati spesi in Libia, per viabilità,
abitazioni, sanità, scuole.
Indigesto è sempre
l’antiarabismo di Fallaci. A volte su obiettivi giusti, ma viscerale, animoso. Servile,
per contrasto, e più per una come lei, che “non poteva non sapere”, l’intervista
con Ariel Sharon, un generale ma anche un politicante estremista: come generale
fresco, nel 1982, dei massacri di Sabra e Chatila in Libano (campi di profughi
palestinesi) – sarà poi primo ministro grazie alla passeggiata oltraggiosa sulla
Spianata delle Moschee, luogo sacro mussulmano, col programma di affossare gli
accordi di pace di Oslo – dopo avere affossato il primo ministro israeliano che
li aveva negoziati e sottoscritti, Rabin, un generale come lui. Non che Sharon
si camuffasse nel 1982, (a proposito della Cisgiordania): “Non si restituisce
ciò che ci appartiene. E la Giudea e la Samaria ci appartengono, da migliaia,
migliaia, di anni. Da sempre. La Giudea e la Samaria sono Israele! E così la Striscia
di Gaza”. E Fallaci: “Generale, lei crede in Dio?”.
Oriana Fallaci, Le
grandi interviste, “Corriere della sera”, pp. 94, gratuito col quotidiano
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