lunedì 27 luglio 2026

Se il Tesoro affida le banche al Crédit Agricole

E dunque, Crédit Agricole con minima spesa si prende due banche in uno. E che banche: Bpm e ora, attraverso la fusione che si prospetta con Mps, del gruppo senese, ricco di Mediobanca e di Generali. Il risiko italiano si conclude a favore del colosso francese. Su indicazione e per volontà del ministero dell’Economia.
Sarebbe finita diversamente se il Tesoro, il ministero dell’Economia, non si fosse intromesso. Se la Lega, il ministro Giorgetti, non avesse impedito l’acquisizione di Bpm da parte di Unicredit. Agitando un inesistente golden power, un non expedit del governo. Giustificato con la “proprietà” straniera di Unicredit – che non c’è. E con una proiezione di Unicredit sul “territorio” insufficiente – anche se è la seconda banca italiana per attivi. Un non expedit molto mazoniano, pretestuoso (e illegale, in termini giuridici).
Un errore? Troppo marchiano. Non da ministero del Tesoro-Economia, che è forse il meglio della burocrazia italiana. È un tentativo della Lega di costituirsi un “sua” superbanca? Non col Crédit Agricole. E neanche un indirizzo di politica economica. Il Tesoro, consenziente o promotore Giorgetti, ha gestito lo scivolamento di Bpm verso l’Agricole invece che verso Unicredit, e ora, attraverso i poteri di indirizzo che ha su Mps, dello stesso complesso Mps-Mediobanca-Generali, verso Bpm, cioè Crédit Agricole.
Sembra insensato e lo è. Ma per quale motivo? Escludendo la corruzione.   

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