Se il Tesoro affida le banche al Crédit Agricole
E dunque, Crédit Agricole con minima
spesa si prende due banche in uno. E che banche: Bpm e ora, attraverso la
fusione che si prospetta con Mps, del gruppo senese, ricco di Mediobanca e di
Generali. Il risiko italiano si conclude a favore del colosso francese. Su
indicazione e per volontà del ministero dell’Economia.
Sarebbe finita diversamente se il
Tesoro, il ministero dell’Economia, non si fosse intromesso. Se la Lega, il
ministro Giorgetti, non avesse impedito l’acquisizione di Bpm da parte di Unicredit.
Agitando un inesistente golden power, un non expedit del governo.
Giustificato con la “proprietà” straniera di Unicredit – che non c’è. E con una
proiezione di Unicredit sul “territorio” insufficiente – anche se è la seconda
banca italiana per attivi. Un non expedit molto mazoniano, pretestuoso (e
illegale, in termini giuridici).
Un errore? Troppo marchiano. Non da
ministero del Tesoro-Economia, che è forse il meglio della burocrazia italiana.
È un tentativo della Lega di costituirsi un “sua” superbanca? Non col Crédit
Agricole. E neanche un indirizzo di politica economica. Il Tesoro, consenziente
o promotore Giorgetti, ha gestito lo scivolamento di Bpm verso l’Agricole
invece che verso Unicredit, e ora, attraverso i poteri di indirizzo che ha su
Mps, dello stesso complesso Mps-Mediobanca-Generali, verso Bpm, cioè Crédit
Agricole.
Sembra insensato e lo è. Ma per quale
motivo? Escludendo la corruzione.
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