sabato 31 gennaio 2026
Ombre - 809
Droga e alcol alla guida non sono una aggravante in
caso di incidente, se non “si dimostra” che hanno costituto un pericolo. È una
sentenza, degna del repertorio satirico di Manzoni, ma della Corte Costituzionale
italiana, anno 2026. La stupidità legale, anzi costituzionale.
Quando la Russia era tutti noi
Sprofondando alla tv nelle tre ore e mezza del “drammone”
di David Lean viene fatto di chiedersi: dove eravamo? Non molto tempo fa, peraltro.
Se oggi quella stessa Russia è radiata dall’Occidente, e anzi dall’Europa, e
anzi dall’umanità. Il russista Carrère può assicurare: “Tutti i cliché sulla Russia”,
cioè tutti i pregiudizi, “sono veri”. E si isolano i suoi sportivi, si rifiutano
i suoi artisti, e qualcuno ci prova anche con la letteratura. Un romanzo e un
film dove si assicura che “nessuno ama la poesia più dei russi”. E il generale
bolscevico Alec Guinness può lamentare “la nostra maledetta capacità di soffrire”.
Sperimentata peraltro, con Napoleone e con Hitler. E tutto questo la sera dopo
la Giornata della Memoria, il giorno in cui l’Armata Rossa scoprì e documentò
Auschwitz.
Un disorientamento acuito dal ricordo che quando uscirono
il romanzo e il film che commossero tutti era il periodo della massima tensione
– invasioni, repressioni, minacce nucleari – tra la Russia e l’Occidente. Ma nessuno
poneva la Russia fuori dal mondo. Potenza dei partiti comunisti (sovietici) attivi
in Occidente? Forse in Italia, ma altrove?
Un romanzo del poeta Pasternak, prima (e meglio) del
film, in cui l’amore regola la vita.
David Lean, Il dottor Živago, 27 Twenty Seven,
Infinity
venerdì 30 gennaio 2026
Trent'anni di niente – di guai
Sul “Foglio” che ripubblica per i suoi trent’anni la prima uscita campeggiano,
pur nell’understatement che caratterizza la grafica del giornale, Ernesto
Pascale con la Sip-Stet, la Olivetti di De Benedetti, anche lui aggrappato (“sogna
la Stet”), “Kohl alle prese col «modello renano» (deficit troppo alto e troppi
disoccupati)”, la Germania di ieri come quella di oggi, e il filosofo Lucio Colletti
sul liberalismo.
Che vuoi, dice Colletti, il marxista caduto da cavallo da un quindicennio
sulla via del liberalismo, al suo amico Giuliano Ferrara, “scrivo sempre di liberalismo
ma, in fondo, mi inganno”. Mentre Ernesto Pascale aveva avviato cablatura
di tutta Italia, negli anni 1990, che ci avrebbe reso la vita facile su internet.
mentre adesso siamo in ritardo su tutto e tutti – si fa la cablatura adesso, a
spese dello Stato.
Una vicenda sintomatica di malfunzionamento della democrazia in Italia,
tropi “interessi costituiti”, questa della rete – già raccontata su questo sito, ma merita
di essere richiamata. Sip-Stet, di cui Tim è oggi l’erede quanto impoverito, aveva
in atto un progetto
Socrate, Sviluppo Ottico Coassiale Rete Accesso Telecom: il cablaggio
dell’intera penisola a fibra ottica. Un piano da 13 mila miliardi di lire,
partito infine nel 1995. Ma presto bloccato. Prima perché i Comuni
volevano poter decidere ognuno per sé, a chi dare l’appalto e come – il
business del sottogoverno: Bologna, Venezia, Roma, Torino. Sollecitati da
gruppi concorrenti, che ambivano a una parte della rete anche se non
spendevano: Cable & Wireless, un consorzio anglo-italiano, la Olivetti di
De Benedetti, British Telecom, France Telecom. Poi perché la Sip andava
privatizzata – data a privati che non ne avevano voglia, hanno spopolato quanto
potevano, e l’hanno ridotta a un’agenzia di fatturazione (la carriera politica
di Grillo è decollata vent’anni fa dichiarando sul suo blog impunemente la Telecom
un morto vivente, un’azienda fallita).
Se psichiatri e assistenti sociali fanno gli sbirri
C’è solo Susanna Tamaro a occuparsene ma per fortuna che è lei, con la
sua autorevolezza almeno se ne parla, benché isolata, sul “Corriere della sera”:
la deriva dell’assistenza sociale e della psichiatria verso forme distorte: dannose
per i soggetti coinvolti (diventano vittime per essere protette….), e nocive dell’interesse
pubblico. Mondi e persone stimabili che si possono processare e sequestrare, “almeno
per ancora cinque mesi, portando così a compimento la devastazione”. Perché non
si conformano alla norma. Che dovrebbe essere quella della legge, ma non nel loro
caso. I cinque mesi sono quelli della perizia, cioè della mafia giudiziaria,
per quanto piccola – tanto più spregevole in quanto corruzione spicciola, miserabile.
Gli-le assistenti sociali non sono poliziotti, gli psichiatri non sono
giudici. La deriva delle due professioni verso l’autoritarismo caratterizza la
Funzione Pubblica non più o non soltanto come sacerdozio laico del benessere comune,
ma nell’assetto primitivo delle società non acculturate, dove l’autorità è dello
sbirro, del bastone.
Paesaggi dentro
“Dentro di me ci sono paesaggi\ che visito di rado”.
Matičetov, poeta sloveno quarantenne debutta in lingua italiana - con gli originali a fronte – con questa che è la sesta raccolta pubblicata. Da poeta già di nome in Slovenia.
Di uno sguardo limpido sui “paesaggi” esterni, di cui quelli interni mantengono
lo stesso grado di luminosità e di nettezza – Matičetov è di Sesana, sul litorale
al confine con Trieste, di cui è prossima, il centro più importante dell’altopiano
carsico, con Opicina. Procedendo per versi prosastici, didascalici. Di memorie,
di immagini. La gita a Recanati, a trovare il suo Leopardi. La visita ogni sette
anni dello stesso luogo – Itacaré, lontano, Bahia del Brasile: “Ogni sette
anni, quando le cellule del corpo si rinnovano,\ vado nello stesso luogo”. Una cerimonia
fine a se stessa.
Una poesia costante, di un mondo retroflesso, dentro
di sé. Più spesso, in questa fase, in questa raccolta, a due, con la compagna
di vita. Con generosità. “Dentro di te la vera ricchezza.\ Le cose intorno a te le hai contate e
nominate.\ La ricchezza dentro di te, invece, è ancora\ sconosciuta persino a te”.
Da girovago stabile. Come le piante: “Le piante sono come animali.\ Amano stare
insieme”. Come i fiori: “Guardo i fiori nel soggiorno.\ Mi tranquillizzano”.
Poesia di una realtà modesta, familiare: “Dentro le
case ci sono persone.\ Ogni casa è un mondo a sé,\ anche se somiglia molto all’altra”.
Sapendo di non sapere: “Cosa sappiamo? La premonizione di qualcosa non
esiste.\ Quando mi sveglio al mattino\ non posso prevedere il risultato della partita notturna”.
Tradotto da Mitja Petronio e Piera Matteo. Con una silloge posta sulla
culla del figlio “ancora prima che parlasse”: “Sono un neonato.\ Ma vecchio quanto l’umanità”. Una poesia piana, di verità, semplici.
Marko Matičetov, Ci sono paesaggi dentro, gattomerlino,
pp. 109 € 14
giovedì 29 gennaio 2026
Letture - 605
letterautore
Avanspettacolo – “Una grande storia che ha
innervato il cinema, il teatro di rivista e, secondo alcuni, per esempio
Fellini, alle origini del neorealismo c’è il documentario di Rossellini, i film
di guerra di Rossellini, ma c’è anche la
tradizione dell’avanspettacolo. Non a caso in ‘Roma città aperta’, il film che
dà il via alla grande storia del cinema italiano del dopoguerra, i protagonisti
sono Magnani e Fabrizi, che sono due vecchie volpi del teatro di rivista” –
Goffredo Fofi, “Famiglia Maggio”, in «Arcipelago Sud», p.162.
Brancati – “Vitaliano Branacti era
di Catania (era nato non lontano di lì, a Pachino, morirà a Torino nel 1954,
ancora assai giovane”), che nei suoi romanzi chiama Nataca, almeno nei primi” –
Goffredo Fofi, “Arcipelago Sud”, p. 21 sgg., che di Brancati ha grande stima. No, era nato lontano cento
km o poco meno, che nell’isola sono molti, allora moltissimi – un altro mondo
(tale, per esempio, che Catania non lo ama, non molto - ma neanche Pachino, molto
meno, anzi affatto). È però vero che muore di nemmeno cinquant’anni. Avendo attraversato
due guerre mondiali, quattro o cinque con la Libia, l’Etiopia e la Spagna, e scritto
di tutto, molto.
“Il gogolino di Catania”: Fofi
ricorda che lo chiamavano così “i suoi contemporanei, critici importanti”, per
la vena soprattutto satirica. E ne cita anche i film, che definisce “capolavori”:
le sceneggiature per due film di Zampa, “Anni difficili”, tratto da uno dei suoi
racconti sul fascismo, “Il vecchio con gli stivali”, e “Anni facili” – mentre di
qualche film successivo di Zampa, sulle stesse tematiche ma senza Brancati, si
è persa la memoria.
Fofi lo ricorda anche per “tre
piccoli libretti”, per i quali prova “riconoscenza”: “I fascisti invecchiano”,
oltre a “Il vecchio con gli stivali”, e “Le due dittature”. E dice “interessanti
e molto istruttivi” gli scritti “del Brancati moralista” raccolti dopo la sua
morte nel volume “Il borghese e l’immensità”.
Uno dei suoi quattro romanzi
(oltre cioè i tre per cui ebbe qualche fama, un successo ”etnico”: “Don Giovanni
in Sicilia”, “Il bell’Antonio”, “Paolo il caldo”), “Gli anni perduti”, sembra
un’anticipazione della “storia” del Ponte sullo Stretto, che anch’essa ha
alcuni decenni di vita: un catanese che torna nella sua città di origine progetta
con un amico una torre da cui si veda dall’Etna al mare e fino a Siracusa, e la
realizzano anche, ma non ottengono il permesso di farla visitare, e quindi di
utilizzarla.
Céline - Ora che, otre ai manoscritti, si liberano anche le
foto di Céline, lo si vede sorridente e confidente, anche in pose di sfida, mite,
alla Arbasino, o alla James Dean, E nella medianità o quotidianeità, la voga
del momento, alla Cary Grant.
Cronaca nera -Prende il nome dal
“mattinale” della questura, spiegano Castronovo e Tranfaglia , “La stampa
italiana nell’età liberale”: era un brogliaccio dalla copertina nera, che i
cronisti potevano liberamente consultare.
Declino
– Arnold J. Toynbee, seguace e poi critico di Spengler,
lega lo sviluppo a fattori culturali e religiosi, e il declino delle civiltà al
deterioramento o cedimento interno – “le civiltà muoiono per suicidio, non per
assassinio”.
Due culture – “Galileo e Darwin scrivevano da Dio, Leopardi è pieno di Cartesio e di
Galileo stesso” – Gian Luigi Becacria, “la Repubblica” venerdì 23.
Effetto
Zalone – Negli anni 1980 e 1990, quando ancora c’erano le
librerie (le librerie “indipendenti”, col libraio vero), i librai aspettavano l’uscita
di un Eco e poi di un Camilleri, per “riempire la libreria” – per rilanciare le
vedute. Lo stesso aviene con “Ceccho Z alone”, atteso d agi esercenti: dopo i record
del suo ultimo film, le sale cinematografiche hanno avuto un gennaio discreto,
anzi buono, con aumento del numero degli spettatori - un film indigesto
(serioso) come “La grazia” di Sorrentino, è diventato milionario in pochi giorni
di programmazione.\
Lutto
– “Il lutto è diverso (da dolore per la perdita dei
propri cari, nd.r.). Il dolore non ha distanza. Il dolore viene in onde, parossismi,
improvvise apprensioni che indeboliscono le ginocchia e accecano gli occhi e
obliterano la quotidianeità della vita. Virtualmente, chiunque ha mai
sperimentato il lutto menziona questo fenomeno delle «onde»” - Joan Didion, “L’anno
del pensiero magico”, 27.
Monachesimo – “Nei grandi
sommovimenti della storia (il millennio tra la caduta dell’impero romano e la
nascita degli Stat, n.d.r.) è rimasto l’essenziale portatore non solamente della
continuità culturale, bensì soprattutto dei fondamentali valori religiosi e
morali, degli orientamenti ultimi dell’uomo, e in quanto forza pre-politica e
sovra-politica divenne portatore delle sempre nuovamente necessarie rinascite”,
card. Ratzinger, poi papa Benedetto XV, conferenza alla Biblioteca del Senato, 13
maggio 2004, “La necessità dell’Europa in un mondo globalizzato”, ora in “L’Occidente
vincerà”.
L’abbazia di Benediktbeuren, sotto Garmisch, in Baviera, nella quale
sono stati ritrovati nell’Ottocento i “Carmina
burana”, gestì a lungo, dal IX secolo in poi, una fascia di territorio
che dalle pendici delle Alpi bavaresi si estendeva fino alla pianura padana,
Milano compresa – l’area oggi più ricca dell’Europa.
Pangramma – La frase di
senso compiuto che contiene tutte le lettere dell’alfabeto più famosa è quella
– in uso anche per collaudare dispositivi di scrittura o esemplificare i vari font,
i caratteri tipografici – in inglese: “The quick brown fox jumps over the lazy
dog”,
la rapida volpe bruna salta sul cane
pigro. L’uso più famoso ne è stato per avviare il “telefono rosso” (allarma pre-atomico)
tra Stati Uniti e Russia dopo la crisi dei missili a Cuba nel 1962.
Ce n’è in ogni lingua. In italiano si utilizza spesso un pangramma
alternativo, “pranzo d’acqua fa volti sghembi”.
Piemonte – L’architrave del
secondo Novecento letterario: lo introna Gian Luigi Beccaria parlando con l’altro
piemontese Crosetto ai suoi novant’anni su “la Repubblica”: “Sarò campanilista
ma le colonne del tempio son i nostri grandi piemontesi: Pavese, Primo Levi,
che più passa il tempo più diventa un gigante, non soltanto il maggiore testimone
del lager ma uno scrittore totale, assoluto. E quel selvatico di Fenoglio,
talento allo stato brado….. E naturalmente il monumentale Calvino, nato a Cuba
ma torinese a tutti gli effetti, che ricordo all’Einaudi sempre al lavoro, sempre
alla scrivania” – solo Gilio Einaudi non era all’altezza, “oltremodo sgradevole”.
Socialismo – Ratzinger cardinale,
non ancora papa, lo voleva cattolico: “In molte cose il socialismo democratico
era ed è vicino alla dottrina sociale cattolica, in ogni caso esso ha considerevolmente
contribuito alla formazione di una coscienza sociale” – conferenza alla Biblioteca
del Senato,13 maggio 2004, ora in “L’Occidente vincerà”.
letterautore@antiit.eu
Un anno di lutto
Un titolo fantasioso per una lunga elaborazione del
lutto, dettagliata, inventiva. Duplice, per il marito dell’autrice morto
d’infarto e delle sue opere, anche lui scrittore, John Gregory Dunne, e per la
figlia, minata nel fisico, in lunghi trattamenti ai vari piani di vari
ospedali, dentro e fuori la terapia intensiva (minata dagli abusi, nd.r.).
Una elaborazione che dura un anno, molto costruita.
Della morte come innaturale, abusiva. Con molti materiali, ricordi, luoghi,
oggetti, eventi, sogni anche, per tendere la corda del lutto – uno a pagina
mediamente, quindi un paio di centinaia. Quando riflette, senza “pezze”,
l’autrice non sa saprebbe che dire – non c’è tensione. Non c’è nemmeno un pezzo
importante della storia vissuta prima dei lutti, che la scrittrice tenne sotto
forma di diario ed è stato poi pubblicato postumo, come “Diario per John”.
Presto detto il capolavoro della scrittrice. Ma una
forma di new journalism - di narrazione di cose viste e vissute, di cui
Didion è stata una delle maggiori interpreti - profusa. Non page turner ma
questo è il meno: costruita, golosamente ripiena, di pagine inventive ma
ripetitive, non in crescendo.
Con l’Alcesti di Euripide, Philippe Ariès, e altri
classici della morte. Con citazioni qua e là
memorabili, di poeti e scrittori. E con molte anamnesi, ipotesi,
diagnosi, terapie, cliniche, ospedali, ambulanze, degenze, terapie intensive -
decine di sigle, lavoro improbo per la traduzione.
Un morto all’improvviso e una lunga agonia, ma la
narratrice è solo capace di compiangersi e non di addolorarsi, di compiangere.
Per scoprire, verso la fine, che tutto era stato detto, in mezza pagina, da C.S
.Lewis.
Joan Didion, L’anno del pensiero magico, Il
Saggiatore, pp. 240 € 19
mercoledì 28 gennaio 2026
Secondi pensieri - 577
zeulig
Ambiguità
-
L’ambiguità è un passepartout – un
ruolo, una psicologia, una chiave letteraria – del riduzionismo intellettuale.
Tipico della cultura urbana, che ininterrottamente fa la cultura dal
Settecento, dall’unificazione cioè della cultura, fra colta e popolare, in un
genere medio, borghese, regolato, con canoni classificabili e per questo
semplificati. Per tutte le esperienze cancellate della narrazione – della
rappresentazione – si supplisce con l’ambiguità: specchio, doppio, mimetismo,
ermafroditismo. E per l’antico vezzo di celarsi.
Controversia – Un modo retorico, anche
filosofico, di servire la verità, se i contendenti hanno lo stesso scopo – nei “dialoghi”
di Platone. Tra rivali è solo lite mascherata
Inadeguatezza
– È il disturbo in voga nella psicoterapia, specie
fra i “creativi” – specie oggi ampia: una insoddisfazione che emerge come incapacità.
Ma non contemporanea, non un dato psicologico nuovo. La conformazione migliore
si trova forse nel ritratto che il “New Yorker” ha dedicato ad agosto, per la
penna di Adam Gopnik, al suo redattore-scrittore della seconda metà del
Novecento Joseph Mitchell, autore di un solo romanzo, “Joe Mitchell’s Secret”,
nel 1964. “Mitchell era l’uomo più discretamente elegante del mondo, vestito con un
abito – una lobbia, un gilet di maglia, una giacca di tweed – che sembrava
immutato dagli anni Trenta, e parlava con un dolce ma sicuro accento della
Carolina del Nord. Una volta, durante un pranzo al Grand Central Oyster Bar, il
suo preferito, gli chiesi cosa avessero in comune A J Liebling, S T. Clair
McKelway e altri della sua cerchia. «Beh, nessuno di
loro sapeva scrivere», sussurrò. «E nessuno di loro aveva il minimo senso della grammatica». Sfatando quel mito, aggiunse: «Ma ognuno... ognuno aveva una sua personale, selvaggia
esattezza». Una selvaggia esattezza! Riassumeva
allora, e lo fa ancora, tutto ciò che chiediamo alla scrittura del New
Yorker: un amore per i fatti e i dettagli fini a se stessi, con una folta
ondata di passione a renderli significativi”. Uno scrittore, dunque, conscio
dei suoi mezzi, dei mezzi per fare letteratura. Ma non scriveva, non più: “Insieme al mistero delle frasi di Mitchell, si celava un
altro enigma: il silenzio perpetuo che caratterizzò i suoi ultimi anni alla
rivista. Sebbene arrivasse ogni giorno in ufficio e la sua macchina da scrivere
funzionasse sicuramente, non pubblicò nulla sulla rivista tra il 1964 e la sua
morte, nel 1996. Cosa lo fece tacere? Sebbene ci sia molto da dire a favore di
un programma di abbondanza nella scrittura – amiamo coloro che muoiono con
l'armatura addosso, come Updike e Dickens – il ritiro non è necessariamente
nevrotico”.
La spiegazione può essere questa: “Mitchell… aveva un
gusto perfetto, e sospetto che fosse diventato sospettoso – forse ingiustamente
– della propria capacità di raggiungere l’obiettivo che aveva in mente”.
Intuito - “Delle azioni umane non piangere, non ridere, non indignarsi, ma
capire”, Spinoza pare abbia detto. Piangere no ma ridere sì, e indignarsi, e
capire. Non è vero che non si capisce. Forse con la ragione, altrimenti si
capisce: non c’è la logica complessa detta intuizione, derivata
dall’indecifrabile istinto? Sanno tutti che succede.
Nichilismo
- Può darsi
che, se il vuoto è il pieno, il nulla sia tutto. Si capirebbe allora che Luigi
XVI, il giorno della presa della Bastiglia, abbia potuto annotare nel diario:
“Nulla”.
Realtà – Schiller il
grande stile vuole arte del tipico e del generale. Ma questo è Salgari, che
sempre ama e esalta il coraggio, la lealtà, l’amicizia fedele, la cortesia, pur
in mezzo alle avventure, anche violente. Ecco perché uno vorrebbe trovarsi in
un romanzo di Salgari, dove tutto è elevato, sublime, eroico, perché pura è
l’intenzione di chi viene raccontato. Ma la realtà è mutevole, se trentatré
variazioni sono possibili, con la mano sinistra, su un walzer, non famoso. O
lagnarsi tacendo in cinquanta canzoni diverse. Mentre la forza delle idee è
grande.
O non lo è? Volendo, il Novecento, e l’Ottocento,
sono tutti in Bentham. Che, dice l’enciclopedia, “argomentò a favore della
libertà personale ed economica, la separazione di stato e chiesa, la libertà
di parola, la parità di diritti per le donne, il divorzio, i diritti degli
animali, la fine della schiavitù, l’abolizione delle punizioni fisiche, il libero scambio, la difesa
dall’usura, restrizioni ai monopoli, tasse di successione, pensioni e assicurazioni sulla
salute. Ideò un nuovo tipo di prigione, che chiamò Panopticon. Creò l’Università di Londra, la prima laica,
distinta cioè dalle tradizionali università inglesi, religiose, di oxford e Cambridge”.
Ma pensare non basta, e può servire da scusa. Grigia è la teoria, verde
l’albero della vita, questo il contadino lo sa, prima di Goethe e Mefistofele.
E non è che uno sciocco, dice il poeta, chi
esita a varcare il fiume aspettando che l’acqua smetta di scorrere.
Reticenza – Kojève ne fa
una ermeneutica: un enunciato va letto per ciò che non dice più che per ciò che
dice, per il mimetismo dell’autore. Un’avvertenza non inutile, attorno al
fregolismo della verità.
Sionismo -
Pierre Pachet, “Autobiografia di mio padre” p. 77, esuma l’“apporto dello
psicologo e psichiatra Max Nordau alle teorie di Herzl” – cui si fa ascendere
l’origine e la formulazione del sionismo, o della patria ebraica: “Secondo lui
l’ebraismo europeo soffriva di una degenerazione fisica e morale dovuta alle
condizioni di vita e al distacco dall’ambiente agricolo e campagnolo, per sua
natura nutritore. Alcuni aspetti del carattere ebraico ne erano usciti
ipertrofizzati; altri, più vitali, si erano affievoliti. Di qui la speranza di
rigenerare il popolo ebreo - popolo e non «razza» - a contatto con la
terra di Israele”.
Il movimento dei “coloni” s’inquadrerebbe in questo “ritorno”? Ma non
ritenendosi parte di una razza invece che di un popolo, non altrimenti (storia,
lingua, mentalità) legato che dalla filiazione materna - nemmeno più la
religione contando, e i riti, se non giusto per la parte cerimoniale?
Il movimento dei “coloni” s’inquadrerebbe in questo “ritorno”? Ma non
ritenendosi parte di una razza invece che di un popolo, non altrimenti (storia,
lingua, mentalità) legato che dalla filiazione materna - nemmeno più la
religione contando, e i riti, se non giusto per la parte cerimoniale?
Però
è vero che l’ebreo si contraddistingue, nella millenaria migrazione dei popoli,
forzata o volontaria, per un fatto
biologico – non nazionale (stanziale), linguistico, storico. Questo è proprio
del nomadismo. Che nel caso di Israele (sionismo) approda alla stanzialità.
La
costituzione di Israele – l’approdo del sionismo – che ultimamente ne ha preso
atto è giudicata negativamente da molti storici, anche israeliani. Ma è la
presa d’atto di una verità.
Storia
-
Si lega per un fine filamento diabolico, la
periodica insorgenza dell’argomentazione impropria, inconclusiva, che esclude
la ragione e la realtà. Da un secolo e mezzo per esempio in forma di
dialettica, che non porta in nessun posto ma si vuole sistema del mondo e del
reale.
La storia è il reale, da Gaza a Teheran e a
Minneapolis. Ma forse non in Ucraina. Il reale non è quello che appare, l’interpretazione
lo è - l’interpretazione come lettura del reale, non l’acrobazia logica.
La storia di se stessi è certo il proprio reale.
La storia sono i fatti, non la logica.
È la fine che dà senso alla storia, se la storia deve avere una fine.
zeulig@antiit.eu
Oscar annunciato, all black
Due fratelli gemelli, arricchitisi a Chicago lavorando
per Al Capone, tornano al paese nel Delta del Mississippi per organizzare una
grande festa notturna per i compaesani neri, dove poi succederà di tutto. Siamo
in una terra di “Jim Crow”, di segregazione razziale, crotali e Ku Klux Klan.
Un Quentin Tarantino all black. Metà sul
genere “C’era una volta l’America”, con ottimo blues. Metà vampiresco,
alla Bud Spencer-Terence Hill.
Coogler, arrivato al cinema quindici anni fa con uno
sceneggiato tipo Minneapolis di questi giorni, “Prossima fermata Fruitvale Station”,
su Oscar Grant, un giovane ucciso dalla polizia di Oakland, all’alba del
capodanno 2009, qui prova il tutto per tutto. Che stanca più che coinvolgere,
anche nella prima parte, malgrado l’ottimo blues.
“Sinners” nell’originale, peccatori qualsiasi, non particolarmente
segnalati.
Con un doppio ruolo (i gemelli) per Michael B.
Jordan, probabile Oscar – ma il film, forte del successo commerciale (non in Italia),
ha ben sedici nominations agli Oscar il 15 marzo, un record.
Ryan Coogler, I peccatori, Sky Cinema, Now
martedì 27 gennaio 2026
Cronache dell’altro mondo –costituzionali (379)
La forma e la portata del Secondo Emendamento è da sempre materia di
vasta giurisprudenza negli Stati Uniti. Di sicuro è che è stato ratificato il
15 dicembre 1791, uno dei dieci emendamenti che due anni prima, il 25 settembre
1789, erano stati discussi e approvati dal primo Congresso dopo l’indipendenza,
rubricati come Carta dei Diritti degli Stati Uniti d’America.
Di questo atto esiste la versione originaria, come approvata dal Primo
Congresso. Ed è quella che fa testo per la Corte Suprema, e per il Delaware - gli altri Stati la recepiscono variamente, per
punteggiatura, e minuscole\maiuscole: “A well regulated Militia, being
necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and
bear Arms, shall not be infringed”, essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una
ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi
non potrà essere violato.
Il sostenitore più influente della norma , rispetto a James Monroe e a John Adams,
fu James Madison, il sostenitore del federalismo, che la volle come correttivo dello strapotere federale. Nel n. 46 di “The Federalist”
criticava i regni europei, “titubanti a fidarsi di cittadini armati”, e prospettava
le milizie locali come antidoto all’esercito federale – “in grado di respingere
il pericolo” rappresentato da un esercito federale.
Cronache dell’altro mondo – armate (378)
La National Rifle Association e la Gun Owners of America, le due associazioni
che difendono la libertà di armamento dei cittadini americani, condannano l’assassinio
di Alex Petti, l’infermiere armato durante le manifestazioni di protesta a Minneapolis,
da parte della polizia anti-immigrati (Ice) sulla base del diritto di un cittadino
di portare armi nelle manifestazioni.
Altrove si direbbe il contrario: portare armi nelle manifestazioni è
rischioso, la presunzione che si intenda utilizzarle per attaccare più forte di
quella per difendersi, e in entrambi i casi funesta. Ma non in America: la legge
consente di muoversi liberamente fuori abitazione con le armi, anche in caso di
manifestazioni di protesta. Secondo le forme e le modalità di uso che sono materia
locale, comunale o regionale.
Ne 2023 una legge dello stato di New York che proibiva il porto di armi
in “luoghi sensibili” (Times Square, i trasporti pubblici, gli impianti
sportivi, le case di culto, le scuole), è stata contestata da associazioni,
singoli, entità amministrative, anche in sede giudiziaria, e infine alla Corte
Suprema - dove due giudici si sono già pronunciati personalmente contro,
Clarence Thomas e Samuel Alito.
La memoria sì, i beni no
La memoria sì, ma i beni, e le posizioni professionali
no. Perlomeno non senza fatica, e sempre un po’ rimediate. Le leggi razziali del
1938 comportarono per gli ebrei italiani la fuoriuscita dalla Funzione
Pubblica, e dagli organismi dirigenziali privati, e per i molti la perdita dell’avviamento
commerciale, o comunque un ridimensionamento, dovendo compartecipare l’attività
con soci “di razza italiana” – e poi dei beni visibili, di ogni tipo, dopo l’8
settembre. Peggio è andata per gli ebrei, oltre che in Germania, nella Francia
occupata, e in Ungheria. Ma anche in Italia alcuni effetti delle leggi razziali
sono stati permanenti. Bidussa nella prefazione fa il caso di qualcuno che è
rientrato alla liberazione e ha ripreso il suo posto. E di altri che invece non
sono rientrati, per non aver riavuto il posto (Arnaldo Momigliano): “La restituzione
dei beni si rivelò un processo lungo e complesso”. E più che di “restituzioni”
si è trattato di “misure riparatorie”.
La sintesi numerica di Bidussa parla da sola: “In
confronto ai circa 48 mila ebrei italiani e 10 mila stranieri registrati da
censimento razziale nell’agosto del 1938 (molti ebrei tedeschi avevano cercato
rifugio in Italia, n.d.r.), alla fine del 1945 la popolazione ebraica in Italia
si aggira intorno alle 30 mila unità. Mancano: circa 8 mila deportati, 4 mila
convertiti, 6 mila emigrati”.
Maifreda, storico dell’economia
d’impresa, fa un excursus storico degli ebrei nella storia economica dell’Italia.
Nel piccolo commercio e come prestatori del microcredito. In questa qualità su appalto,
licenza o concessione ufficiale di principi e Comuni, da negoziare periodicamente,
a favore dei più poveri – ogni prestito a un costo essendo lungamente proibito
dalla morale cristiana. E successivamente, dal Seicento in poi, di una sorta di
monopolio dei traffici internazionali, sempre come agenti di principi e repubbliche,
nella prima globalizzazione, per la conoscenza delle lingue, per l’abilità di gestione
finanziaria, per l’origine spesso, e le abitudini e parentele cosmopolite.
La breve storia è assortita
da otto esperienze, di famiglie e persone in vista negli anni 1930, e di come
sono sopravvissuti alle leggi razziali. Tra essi Oscar Sinigaglia, il padre della
siderurgia italiana, che nel dopoguerra ebbe la possibilità di rilanciare la Stet-Telecom
- essendo anche diventato cattolico fervente, e democristiano. O gli Ascarelli,
grandi commercianti di tessuti, che fecero grande il Napoli calcio negli anni
1930. O Camillo Castiglione, triestino, broker finanziario e di affari, “per
decenni uno degli uomini più ricchi e influenti d’Europa”. O Togo Mizrahi, “regista
italiano egiziano” (di Alessandria).
Con una bibliografia “sommaria” ma nutrita.
La storia in dettaglio è stata ricostituita dalla “Commissione
Anselmi”, 1998-2001, una commissione parlamentare istituita dal governo D’Alema
“per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le
attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi
pubblici e privati”. Chiusa con un “Rapporto generale” di circa 600 pagine. Caduto
nella disattenzione - solo due giornali ne hanno fatto menzione, in breve.
Gennaro Maifreda, La memoria restituita, “Il Sole
24 Or e, pp. 208 € 12,90
lunedì 26 gennaio 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (622)
Giuseppe Leuzzi
Sosteneva Silone che l’apporto del Sud alla cultura
nazionale era soprattutto di “eretici”. In effetti, se ne può fare una lista lunga:
Campanella, Bruno, anche Vico, e poi i moralisti del Novecento, da Salvemini a Sciascia. Volendo,
sono “meridionali” anche Carlo Levi e Pasolini, per le loro attività maggiori.
Enzo Sellerio teneva appeso alla porta del suo studio, in casa editrice, un cartello: “Vietato l’ingresso ai mendicanti e ai bagarioti”. Cioè a Ferdinando Scianna, altro fotografo eccellente, con cui era in lite, di Bagheria. La provenienza geografica si preferisce al Sud nella forma latina, -ano, e francese, -ese. Quella in -oto, che pure è greca, è spregiativa, diminutiva. Bagarioti erano all’epoca anche Guttuso, Buttitta padre (Ignazio) e la villa Valguarnera dei Maraini, Dacia compresa, e poi Tornatore, il regista, sicuramente non dei provinciali.
Harry, niente pietà per il Sud
“Harry, niente pietà per il Sud” è il titolo della rubrica
“posta e risposta” del quotidiano “la Repubblica” il 23 gennaio - “Harry” è il nome
del ciclone che ha devastato la Sicilia tirrenica, la Sardegna di Sud-Est e la
Calabria jonica.
Caro Merlo, ho (ri)scoperto che
esiste l’indifferenza nei confronti del Meridione. In Sardegna, Calabria
e Sicilia sono state distrutte dal devastante ciclone spiagge, strutture
economiche e commerciali, interi quartieri delle città. La triade geografica
del sud non è come l’Emilia Romagna: nessuna mobilitazione dei partiti, delle
associazioni, nessuna sottoscrizione indetta dai quotidiani (anche la Repubblica,
il mio quotidiano che leggo dal 1978) e, infine, notizie riportate nelle pagine
interne e nelle tv solo spazio marginale. È già tutto dimenticato. Quale
amarezza. È la sedimentazione razzista che appare e ritorna quando si tratta
del Sud?
Antonio Testini — Bolzano
Risponde per il giornale Francesco Merlo,
titolare della rubrica:
“Ha ragione a indignarsi: la disgrazia al Centro e al Nord
fa esplodere gli animi e stimola la fraternità e le sottoscrizioni, mentre la
disgrazia al Sud provoca rassegnazione e diffidenza, addolorate alzate di
spalle, una stanca pietà che mai diventa solidarietà, aiuto e partecipazione.
Un po’ perché nel nostro disgraziato Sud la disgrazia è considerata endemica,
il prolungamento della normalità. E un po’ perché prevale l’idea che è meglio
farsi gli affari propri, evitare di aiutare il Sud imprevedibile, inaffidabile,
sprecone, confusionario, corrotto, mafioso, dove anche l’aiuto chissà poi dove
andrebbe a finire: persino nella pietà si può bagnare il becco. Da tempo ho
smesso di pensare che il buon giornalismo possa cambiare il mondo. Sono però
sicuro che il cattivo giornalismo lo danneggia. Buon giornalismo sarebbe
chiederci, raccontare, spiegare perché quelle terribili immagini di distruzione
del ciclone Harry, che ha colpito il Sud, fanno più paura che pena”.
Testini è nome lombardo – apulo-lombardo.
Di comodo?
Merlo scriveva al suo giornale – che pure
ha ancora, nel naufragio, una redazione (molto buona, che non fa né paura né pena) a Palermo?
Sudismi\sadismi – La corruzione è meridionale
L’associazione Libera pubblica “un report impietoso e a tratti imbarazzante” sulla corruzione –mazzette, appalti, specie per le Grandi Opere, concorsi, voto di scambio: “Italia sotto mazzetta”. In “forte crescita” nel 2025: dal primo gennaio al primo dicembre sono state avviate otto indagini giudiziarie al mese, in media, in materia, da parte di 49 Procure della Repubblica, in 15 regioni, in media 8 indagini al mese, in 15 regioni, e 1.028 indagati, quasi il doppio rispetto ai 588” del 2024. Di cui il rapporto fa colpa soprattutto al Sud: “Sud e isole primeggiano con 48 indagini, seguite dal Centro con 25 e dal Nord con 23. La Campania è «maglia nera con 219 persone indagate, seguita dalla Calabria con 141 e dalla Puglia con 110».
Sotto indagine anche “concorsi
universitari truccati”. E soprattutto “lo scambio politico elettorale col
coinvolgimento di un migliaio di amministratori, politici, funzionari, manager,
imprenditori, professionisti vari e mafiosi”. Tra i politici “la classifica «premia»
di nuovo le regioni del Sud: per politici indagati, al primo posto ci sono
Campania e Puglia con 13, chiude il podio la Sicilia con 8”. Manca l’applauso,
ma si sente lo stesso.
Il
rapporto trascura allegro la sostanza. La corruzione si persegue su denuncia,
quindi è il Sud che denuncia di più – l’uso è di denunciare ogni appalto “perduto”,
poi se la vedono i giudici. Le denunce non sono condanne. Insinuando il sospetto
di mafia si attivano le speciali Procure antimafia, più “organiche” e più
attive al Sud. E, poi, i procedimenti e gli indagati sono raddoppiati, ma con che
esito? Gratteri, p.es., il Procuratore Capo di Napoli, è famoso per
il ridimensionamento in Tribunale dei suoi rinvii a giudizio, con carcerazione,
dai due terzi ai tre quarti degli indagati.
Il problema vero del Sud è che le associazioni come Libera, create per “liberare
il Sud”, ne vivono – vivono del tuttomafia. A spese dello Stato, e del Sud. E senza
“mazzette”. Anzi, applausi.
Aspromonte (non) è
francese
Si opinava nel 1992, “Fuori l’Italia
dal Sud”, che il toponimo Aspromonte fosse un misto di latino e greco, aspros,
bianco e mons. essendo il suo versante jonico – essendo stato fino alle
recenti forestazioni - brullo, spoglio, calcinato.
Ma è anche vero che il
toponimo non ha echi nella classicità, non nella geografia di Strabone, pure
puntigliosa, né altrove. Si era perciò presa poi in considerazione l’italianizzazione
del francese Aspremont, provenzale, occitanico, per montagna aspra. Anche
perché il toponimo ricorre per la prima volta nel poema anonimo dallo stesso
titolo, che localizza le gesta carolingie sulla Montagna calabrese, a partire da
Risa (Reggio Calabria). Un poema cantabile, in decasillabi rimati, del XIImo
secolo. Anonimo. Ordinato probabilmente dai re normanni di Palermo per la Crociata in partenza
da Messina, la “crociata dei re”, 1188-1190 – oppure, ipotesi oggi considerata più
probabile, in preparazione della crociata successiva, parte dell’appello all’unione
di tutte le forze cristiane d’Europa.
Ma il poema è scritto in antico
normanno, cioè il francese del Nord, langue d’oïl. Con molti
riferimenti alla Normandia. Dove non ci sono monti – come invece al Sud, in
Provenza, dove il toponimo Aspremont ricorre. E l’etimologia greco-latina si
ripropone.
Già nel 1890 il lessicografo
Giovan Battista Marzano, che quell’anno pubblicava un “Dizionario etimologico
del dialetto Calabrese”, registrava una commistione latino-greca per molti
lemmi. Non a proposito dell’Aspromonte (Marzano lavorava “sul campo” in pianura,
il suo dizionario non recepisce il toponimo della montagna), e nella fattispecie sul cognome Asprea. Che derivava non da aspros ma da ásporos,
non seminato.
La commistione di greco e
latino in nomi e toponimi ha molti casi, la popolazione, la religione e
l’idioma greco-grecanico nella Calabria Ultra (reggino) mescolandosi nei secoli
con genti, riti e idioma latini. Policastro p.es. – kastra essendo, secondo il grecista Nisticò, “Controstoria
della Calabria”, p.37) una parola greca derivata dal latino, nel senso non di accampamento
ma di fortezza. O Nicastro, Iermanata, Mussomeli, Panopoli. O la città albanese
di Argirocastro, il posto dell’argento.
Cronache della
differenza: Puglia
Il maestro Muti, col
caratteristico humour da ragazzo impenitente, spiega che è nato a Napoli
invece che a Molfetta, perché la madre, napoletana, voleva “più rish-petto”.
C’è sempre un più e un meno,
anche nel Sud che pure non avrebbe molto da spartire.
Si va in Africa, nel 1933, nel
reportage di Georges Simenon, “L’Africa che dicono misteriosa”, in aereo dal Centro
Europa facendo scalo a Brindisi. Poi da Brindisi al Cairo.
“Puglia, la convivenza dei «due
papi», Decaro-Emiliano. L’uno presidente della Regione l’altro assessore e viceversa.
E si dimentica il paterno Emiliano, giudice e presidente, che l’improvvido Decaro
dai contatti mafiosi ha tirato fuori dai guai. Una politica dell’amicizia. Tra
galantuomini. Un secolo dopo Salvemini.
Questo
si rifletteva prima che Decaro, pupillo
e delfino di Emiliano alla Regione Puglia, desse a Emiliano, giudice integerrimo,
l’incarico di consigliere giuridico, per non fare niente, per 130 mila euro
l’anno. Si potrebbe perfino sospettare tra i due un patto diabolico. Ma è solo
il comparaggio come politica – un nepotismo elastico, non legato al sangue. Un modo
di governo molto comune nell’ex Terzo mondo.
Ha avuto l’onore, con la Calabria, di ospitare Carlo Magno.
Nella “Chanson de Roland”, vv. 370-371 (ediz. Cesare Segre, Ginevra, Droz,
2003), Blancandrino lo segnala a Ganellone (Gano di Maganza): “Merveilus hom
est Charles,\ Ki cunquist Puille et trestute Calabre!”
Una voce ricorrente: già Eginardo, “Vita di Carlo Magno”,
cap. 15, lo faceva in Puglia. Seguito dal cronista dell’Abbazia di Sant’Andrea
del Monte Soratte. Che è anche il primo che attribuisce a Carlo Magno un viaggio
in Oriente, dopo essere passato per la Puglia e la Calabria – poi ripreso, fine
XIImo secolo, nel “Pantheon” di Goffredo da Viterbo, il cronista che molto girò
l’Europa per conto di Federico Barbarossa.
Carmelo Bene Goffredo Fofi
incorona, “Arcipelago Sud”, “il più grande dei grandi teatranti del nostro
Novecento, anzi di tutto il Novecento”. E “di un secolo che oso chiamare ‘meridionale’
piuttosto che italiano, per la particolare storia del nostro Sud, di quel ‘Sud
del Sud dei santi’ che fu proprio lui, con pochi altri, a far conoscere a un’Italia
che ne ignorava pressoché tutto”.
È vero che è stata una regione
molto teatrale. Basta, con Bene, il nome di Eugenio Barba, di Gallipoli-Brindisi,
poi allievo di Grotowski, e creatore dell’Odin Theatret in Scandinavia.
E Matteo Salvatore, altro santificato da Fofi, “uno dei personaggi più singolari che ho avuto modo di conoscere nel Sud”. Che da Apricena passò a Roma, “posteggiatore in viale Trastevere”, alle pizzerie. Finché il regista Peppe De Santis, per un film che aveva in progetto (“Non c’è pace tra gli ulivi”), gli propose di girare a sue spese in Puglia col registratore e raccogliere dei canti popolari, di contadini. Detto fatto: “I canti popolari in Puglia non c’erano, il massimo era ‘Bandiera rossa’”, Salvatore confiderà a Fofi, “e allora siccome Peppe mi pagava anche bene li ho scritti io. Ne ha scritti “circa 200, in chiave comica, di lotta, religiosa, erotica, di tutti i generi, con vena poetica interminabile”.
Si fa in fretta a ribaltare la geografia
economica. La Puglia era il granaio d’Italia, con la Capitanata, e il ponte sul
Mediterraneo, con la Fiera del Levant e. Poi il grano e la Capitanata sono
andati in bassa fortuna, e il Levane è scomparso dall’orizzonte – proprio quando
diventava ricco e ricchissimo. Poi il Gargano è uscito dall’ombra, luogo di
elezione. E il Salento. E le masserie. E gli eventi”, il carnevale di Putignano,
la pizzica e la taranta a Melpignano. Basta la narrazione.
leuzzi@antiit.eu
La verità viene a galla, in Svizzera
Un criminologo francofono indaga a Moncaldo nel
ticinese sulle motivazioni di chi sorride e ride accanto al dolore e al male.
Qual è il meccanismo psicologico? Allo stesso modo prova ad andare a fondo sul
modo di essere di chi ha commesso una violenza estrema. Una delle recluse, Elisa,
si presta. Condannata per avere ucciso con crudeltà la sorella bruciandone il
corpo, e avere tentato lo stesso con la madre. Eventi di cui però non ricorda
nulla, ancora dopo dieci anni di carcere. Accettando di parlarne col
criminologo, la verità le sovviene. Insieme col senso violento di inadeguatezza e frustrazione,
di figlia che si sentiva fallita a fronte della sorella generosa, del fratello
protettivo e del padre imprenditore amorevole. Ma vittima della madre, che sempre
le rimprovera di essere nata – “non ti volevo, mi piegavo dalla fatica, facevo
le scale su e giù, sei stata prepotente….”
Un duello verbale, tra Barbara Ronchi, sempre
smarrita, e un suadente Roschdy Zem. Basato su un saggio dei criminologi
Ceretti e Natali, “Io volevo ucciderla”. La verità viene a poco a poco a galla.
Fa senso vedere il film, reduce dalla Mostra di Venezia, il giorno in cui l’Italia,
sdegnata per la scarcerazione di Moretti, ha dichiarato guerra alla Svizzera,
la svergognata. Perché, se in Svizzera le prigioni sono quella dove sta Melissa,
in un parco, in bungalow a due letti, aperta alle visite, controllata da un
solo guardiano - nella Svizzera italiana, poi – la guerra è perduta in partenza.
Leonardo Di Costanzo, Elisa, Sky Cinema
domenica 25 gennaio 2026
Problemi di base - 897
spock
La democrazia
non c’è, si fa?
La politica si
fa, giorno per giorno?
La politica è
una meta o un punto di partenza?
Quello non è l’ideologia?
La democrazia
siamo noi?
La verità si
può uccidere, ma non muore?
spock@antiit.eu