sabato 20 giugno 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (636)

Giuseppe Leuzzi


Il buio è “nordico”, nella sfiziosa ricerca che Paolo Mauri aveva fatto quindici anni fa, “Buio” (sul buio), e ora si ripubblica. La luce è invece meridionale, non c’è bisogno di dirlo, si sa – anche se il Nord ha le estati col sole di mezzanotte, pallido. E ha quindi – avrebbe, dovrebbe – caratura positiva, rinvigorente. Anche se la “oscurità” Leopardi considera di valore poetico.
 
“Mio padre pensava che dopo tredici anni di Parigi mia madre”, il regista Edoardo Winspeare confida a Natalia Aspesi sul “Venerdì di Repubblica, “avrebbe voluto una città. Invece lei scelse il Salento. Diceva che voleva vivere vicino a Costantinopoli. Strano, visto che stavano in Puglia. Per lei il Sud aveva questa dimensione di confine, di Oriente, di mondo antico”.
 
Fa senso, curiosamente, scorrere in parallelo le due ricerche quasi contemporanee, dopo l’unità, nel 1877 e 1878, sulla povertà a Napoli, le “Lettere meridionali e altri scritti sulla questione sociale in Italia” di Pasquale Villari, e “La miseria in Napoli” di Jessie White Mario. Un cattedratico, conservatore, e una vulcanica attivista risorgimentale “progressista” – tra Mazzini e Garibaldi. Che impietosamente, sebbene non senza fondamento, intitola la sua ricerca “miseria” e non “povertà”. Termine rispettoso - a cui peraltro era adusa, dalle leggi contro la povertà che il suo Paese, l’Inghilterra, per prima aveva adottate.
 
L’Italia (del Sud) dei prefetti
Esisteva un regime dei prefetti, è esistito nella storia d’Italia documentato da Giovanni Spadolini nella veste di giovane grande storico, nei lunghi anni di Giolitti – in grado anche di “orientare” il voto. E c’è al Sud d’Italia da qualche anno, sotto la specie dell’antimafia, del business dell’antimafia.
Un fatto che non ha storici, benché grave, fare un business dell’antimafia. Ma c’è, documentato recentemente da Alessandro Barbano in un volume corposo, “L’inganno”, sempre in libreria, evidentemente ben venduto nell’Universale Feltrinelli, e incontestato. È il potere prefettizio di commissariare gli enti locali per sospetto di mafia. Discrezionale, e incontestabile – non amministrativamente, ci si può solo tutelare in sede penale, quindi nell’arco di quindici-venti anni. La discrezionalità è solo limitata, in genere, dalla disponibilità in prefettura di funzionari e impiegati a cui delegare i diciotto mesi di pacchia. Cioè di commissariamento, con indennità di trasferta e autista, un giorno a settimana – gli altri quattro della settimana lavorativa vanno a conguaglio.
Non bastando evidentemente i Comuni mafiosi, o forse per aprire un filone di incarichi più prestigiosi e più opimi, un anno fa a Reggio Calabria la prefettessa Clara Vaccaro ha pensato di commissariare la Fondazione Corrado Alvaro. Fondazione letteraria, di studi, che però ha sede nel paese natale dello scrittore, San Luca, terra di ogni magagna. Che però è – era – gestita da due galantuomini di forte e incontestabile spessore: Aldo Maria Morace, professore di molti studi e molti incarichi all’università di Sassari, e Tonino Perna, rimpianto presidente-fondatore del Parco dell’Aspromonte, professore all’università di Messina, parlamentare Pci-Pds. Nominando al loro posto Luciano Gerardis e Zaccaria Sica, un giudice in pensione, come ora usa (per pararsi le terga, giudice non mordendo giudice? altra qualifica non si vede), e un vice-prefetto. Che un paio di settimane fa alacri hanno insediato un nuovo consiglio d’amministrazione – per escludere l’associazione di professionisti locali “Il nostro tempo e la speranza”, dal titolo dell’ultima pubblicazione di Alvaro, che la Fondazione aveva inventato e realizzato. Solo un paio di giorni prima, però, che il Tar desse ragione a Morace e Perna – i due accademici, ben assistiti, sono riusciti a perforare la non sindacabilità amministrativa delle prefetture.
E ora, come non detto? Non si può dire, i prefetti hanno sempre ragione.
 
Il Regno delle scommesse
Il gioco d’azzardo è una piaga, il gioco d’azzardo online è una piaga soprattutto al Sud. “Il libro nero dell’azzardo”, la rilevazione (quasi) annuale che Federconsumatori e Cgil Modena fanno dell’“investimento” nell’azzardo dà al Sud un primato imbattibile.
Campania, Sicilia e Calabria capeggiano la classifica regionale. Con puntate complessive, online e fisiche, di 21,6 miliardi in Campania, di 16,3 in Sicilia, di 6,17 miliardi in Calabria.
Napoli e provincia (la “città metropolitana” di Napoli) è la capitale indiscussa dell’azzardo, con 11,65 miliardi – Roma la supera, 12,8 miliardi, ma con un cinquanta per cento di popolazione in più, 5,3 milioni contro un po’ meno di 3. 
Palermo, Salerno e Caserta esibiscono “dati annuali”, dicono gli estensori del rapporto, eccessivi: Palermo ha “investito” 4 miliardi e mezzo, Salerno 4,2, Caserta 3,8.

In termini regionali, “nel solo online, ogni residente in Campania, neonati compresi, ha «investito» 2.527 euro; in Sicilia 2.472 euro, in Calabria 2.436, in Molise 2.288. “L’ultima delle province per abitanti”, Isernia, è “la prima per quanto giocato nel solo online, nella fascia d’età 18-74anni”, 4.074 euro – “quasi quattro volte le province venete di Vicenza, Belluno e Rovigo” messe assieme. Subito dopo, “poco sotto i 4.000, le province siciliane di Messina, Siracusa e Palermo. Nei primi dieci seguono Caserta, Reggio Calabria, Vibo Valentia, Salerno, Napoli e Catania”.
Passando dalle province, o città metropolitane, ai capoluoghi la classifica è sempre la stessa: primo il comune di Isernia, con 6.307 euro pro capite in età maggiorenne. Seguita dai comuni di Messina, Siracusa, Crotone, Reggio Calabria, Vibo Valentia e Catania, tutti al di sopra dei 4.000 euro pro capite.
C’è tanto risparmio, dunque, nel Sud? E tutto va nelle scommesse? Come una voglia di dissoluzione, il cupio dissolvi classico. Ognuno è causa del suo male? Non se ne può essere certi. Però.
Un risparmio di 4-5 mila euro l’anno, in una famiglia di due-tre adulti, farebbe un cospicuo capitale. Si vuole del Sud che sia risparmioso e cocciuto, è invece volubile, e sprecone.
 
Cronache della differenza: Milano
Ha del fantastico l’assoluzione piena e pronta dei costruttori milanesi che hanno innalzato un grattacielo di 82 metri e 24 piani al posto due casette di due piani con una semplice Scia (Segnalazione certificazione d’inizio attività), come una ristrutturazione. Con l’invenzione della “buona fede” tra le attenuanti dirimenti. Ma è nelle cose: Milano non morde Milano, altro che omertà  – è la grandezza di Milano, che sempre si assolve, in buona fede.
 
Sempre più al vento degli affari, sempre più volatile in Borsa: i titoli salgono e scendono come in una qualsiasi Borsa del Terzo mondo, del 5 e 6, e perfino dell’8, per cento. Per un fatto tecnico certamente, la scarsità di flottante a fronte della liquidità, della disponibilità – che non è colpa di Milano, è la debolezza del sistema Paese, fatto di piccole e micro aziende. Ma è questo che fa soprattutto la ricchezza di Milano: in questo tipo di mercato basta un minimo di accortezza per moltiplicare il denaro. Milano è ricca di poco?
 
“La Lettura” di fine maggio dedica molto spazio alla città che “non c’è più”. E alla città come la vivono due suoi scrittori, due “giallisti”: Gian Andrea Cerone, ligure trapiantato, e Alessandro Robecchi. Cerone, nel libro in uscita, “L’incertezza del domani”, ha ambientato due delitti nel Bosco Verticale: “Per capire com’è ci ho persino dormito. Sembra di stare in un ospedale lituano”. Trovando l’ambientazione impossibile, ha riunito i personaggi “attorno a una comunità di lavoro: a Milano si lavora sempre”. Robecchi non ci si trova più: “Dal ponte di corso Lodi l’orizzonte non lo si vede più”.
 
Si lamenta molto, nel dibattito tra i due romanzieri, l’indebolimento (impoverimento) del ceto medio, imprenditoriale, impiegatizio, professionale. Ma nel “canone di autori milanesi” mettono Bianciardi, Testori, Beppe Viola, naturalmente Scerbanenco, Buzzati e anche Umberto Saba. Ma non Gadda né Arbasino, che di quel ceto individuarono per tempo le debolezze.
 
Da molti anni ormai rinuncia al Giro d’Italia, che era “meneghino”. Anche alla Scala, a parte la  finta passerella di “celebrities” della prima Rai (condotta da Vespa…) non c’è più attenzione – progetti, passione (alla direzione musicale trova solo Myung-Whun Chung, 73 anni, “ho poche energie”, che a 39 anni è sbarcato in Europa come direttore musicale, ma all’Opéra di Parigi). Si direbbe una società senz’anima.
Anche delle squadre di calcio, la passione è extraurbana. Il leghismo non stringe niente, dissecca.
 
«I tempi non aiutano, però voci importanti si stanno affievolendo. Trenta, quarant’anni fa c’era maggiore coesione tra i ruoli apicali della società», il sindaco Sala lamenta col settimanale “7”, che conclude con lui una serie di reportages su Milano oggi. Dacché il malessere? Il sindaco non lo dice ma si sa: il leghismo è un virus, che non risparmia i leghisti.
 
“Milano città che sale, lo diciamo da inizio ‘900, città delle opportunità, dei grandi eventi, poi Milano città esclusiva, dal mercato immobiliare inaccessibile, dalla sicurezza sfilacciata”, così “7” sintetizza la sua serie di articoli su Milano. Veramente la “sicurezza” a Milano è sempre "sfilacciata”, dai poveracci di “Miracolo a Milano” agli hooligan, quando la città cominciò a sentirsi una piccola Londra, ai terroristi – e prima ancora agli squadristi. Ma forse è una percezione - è sempre “dagli all’untore”.
 
Le baby gang imperversano, fanno anche morti. Con invocazioni alla polizia. Mentre è un fenomeno sociale, di ragazzi lasciati a sé stessi. Il milanese non ha tempo e non ha voglia di occuparsene. A difetto di polizia, la colpa è della scuola. La realtà è un disturbo a Milano.
 
Sabato la milanese Bpm si compra Mps e tutta Mediobanca-Generali. Domenica se li ricompra Intesa. Era un po’ da ridere in effetti l’ascesa di Roma (Siena ne è da sempre succursale) al cuore di Milano, che è monetario e finanziario. Che quando il gioco si fa duro (Mediobanca? Generali?) è in grado di reagire con due sberle.
 
“La stanza proibita nella Milano segreta” – la “Milano da bere” non si pone limiti: “Fruste, corde, catene, manette” per incontri sadomaso, “in uno spazio di 50mq, affittato a ore nel cuore della città. In condominio. Forse qualcuno si domanda il motivo del viavai, ma nessuno ha mai chiesto niente”. Bocche cucite, ma non è mafia, sono affari.
 
“La città è molto cambiata. Il ceto medio del centrodestra è stato praticamente «espulso» dalla città – se scientificamente o ideologicamente non lo so – e a dominare c’è un mondo di sinistra radical chic”. Lo dice La Russa, il presidente leghista del Senato, ma è la verità. Un tempo la città si governava con i socialisti perché era operaia. Poi è diventata impiegatizia, e quindi leghista. Ora, dopo tanto leghismo celodurista, è senz’anima, se non l’immobiliare.
 
Non si fanno statistiche né indagini sociologiche, ma ha il record da qualche anno delle violenze giovanili, in rapporto agli abitanti e in assoluto: stupri, agguati, assassinii. Non sempre di giovani figli di sudamericani. Ma non ne fa un problema, non studia rimedi. Né c’è un ceto dirigente cui fare capo, per critiche o iniziative – Gadda e Arbasino non saprebbero chi irridere. Il sindaco Sala  rappresenta solo se stesso, e gli immobiliaristi. 

leuzzi@antiit.eu

Ammazzare stanca lo spettatore

"Autobiografia di un assassino” è il sottotitolo. L’assassino essendo un improbabile figlio di un mafioso calabrese cresciuto urbanizzato nel varesotto, lombardizzato, nell’eloquio e nella mentalità, bravo operaio in fabbrica, innamorato, corrisposto, di una giovane dottoressa, niente di meno, ma killer a comando del padre, quando qualcuno non paga il pizzo. Che disprezza il padre ma gli obbedisce, limitandosi a una vendetta autoriale, “Le memorie di Antonio Zagari”, le sue memorie.
Una trama inconsistente – una trama come un’altra. P
er un film alla Tarantino – che fa(ceva) film all’italiana? Gli assassinii sono figurativi, inventivi, il resto arranca. Un film dell’orrore? Ma si vuole d’autore – è stato portato a Venezia. C’è cura filologica, sugli attori, gli ambienti, le figurazioni dei caratteri, il parlato, la pochezza, il selvaggiume, ma tutto accavallato, ammassato, senza carattere.

Molto la narrazione deve anche alle trame annuali di ‘ndrangheta di Gratteri e Nicaso. Con abbondanza quindi di “sante”, “giuramenti di sangue”, “battesimi”, “unzioni”, di un’ipotetica Calabria di fede e di violenza. In cui i Carabinieri non ci sono, se non per qualche ufficiale bizzarro. Solo a tratti viene fuori l’opportunismo dei mafiosi, la loro inconsistenza, caratteriale e sociale.
Un’inconsistenza narrativa che più risalta a fronte delle ottime prove d’attore, di Vinicio Marchioni, gelido padre, e Gabriel Montesi, il figlio emigrato anche mentalmente e linguisticamente ma incapace. In ruoli, però, da burattino, da maschera.
Una megaproduzione, pare. Ma quando il padre arcimafioso diventa nonno, e al neonato affianca un coltello, per vedere se la manina avvicinerà la lama, buon segno di malandrinaggio, nella casa e tra i parenti e gli invitati della nuora, un ambiente buona borghesia, uno capisce che siamo in una trama di Gratteri e Nicaso, e questo è tutto.    
Daniele Vicari,
Ammazzare stanca, Sky Cinema Uno, Now

venerdì 19 giugno 2026

La prima volta dell’Italia

La reazione è probabilmente stata eccessiva, si sa che Trump parla “colorito”. Ma c’è stata, dalla presidenza della Repubblica a quella del consiglio e al ministero degli Esteri, poco ci manca per una “crisi diplomatica”, con ritiro degli ambasciatori. Anche perché Trump non si scuserà – e nessuo dei suoi oserà.
È la prima volta che l’Italia entra in crisi con gli Stati Uniti dall’8 settembre 1943 – non lo fece nel caso dell’“Achille Lauro” (Sigonella) né in quello della mancata eliminazione di Gheddafi - Reagan rispettava le forme. Del resto Craxi (le due crisi, Sigonella e Gheddafi) è stato il governante europeo che ha validato come Nato il progetto reaganiano degli euromissili, che ha portato alla resa l’Unione  Sovietica.
L’Italia è il Paese che più di ogni altro nella Nato è sempre stato sottomesso agli Stati Uniti, e tra  i più “volenterosi” delle guerre americane di “pacificazione”. In Libano negli anni 1980 (Reagan) e in Somalia nei 1990 (Clinton), aiutando in entrambi i casi i marines a districarsi da situazioni a imbuto, con perdite anche numerose. E poi, dopo l’11 settembre, in Afghanistan e in Iraq e perfino in Libia – contro i propri interessi - e nella vigilanza anti-jihadista, efficace. Facendone anche il mercato più importante del made in Italy, anche questo è vero.
Che succederà è impossibile dire, Trump non ha mai chiesto scusa per le intemperanze, sottintendendole scherzose, e i suoi marciano compatti, senza autonomia. È possibile che la bolla si sgonfi, Trump è solito bollare tutti. Ma è improbabile: il Quirinale e la Farnesina hanno fatto mosse diplomatiche importanti, più consistenti che le “battute”.
In certo modo, anche, gli Stati Uniti si sono inimicati Roma. Il Vaticano oltre che palazzo Chigi.  Roma è poca cosa, forse. Ma non strategicamente. Per la posizione della penisola, con le isole, nel Mediterraneo. E per il voto dei cattolici: sanguinosi i dileggi. E probabilmente degli italoamericani, colti in piena riscoperta delle “radici”. Ma, poi, dopo il voto del 4 novembre, Trump non sarà più Trump.

Tutti contro tutti, al campionato sovranista

Al di là del ridicolo, da vajsse, pettegole di strada - sia lui, il padrone del mondo che tutti offende, Meloni dopo Starmer, dopo Merz, dopo Macron ripetutamente, perfino col suo socio in affari Netanyahu, salvo quelli che gli rompono i denti, da Pechino a Teheran, sia lei. A cui pure Trump aveva sollevato una palla per uno smash imprendibile, bastava trattarlo con sufficienza, da coatto, senza farne una causa nazionale. I nazionalismi odierni, nell’epoca del sovranismo social, del linguaggio semplicistico, sono diversi perché competitivi, incompatibili l’uno con l’altro.
Finito il secolo delle indipendenze, da metà Ottocento a metà Novecento, il nazionalismo ha perduto ogni carica innovativa, è solo stracca ripetizione, di ognuno contro il mondo. Non ci può essere amicizia, perché non c’è comunanza, di ideali o di semplici intenti. Difficile che ci siano, o allora ad hoc, per scopi limitati e occasionali. Il giorno in cui Marine Le Pen arrivasse al potere Salvini, se ancora ci sarà, non sarà più suo amico ma il suo potenziale avversario - a Bruxelles, alla frontiera per gli immigrati, sulle questioni industriali (le “sorelle latine” sono storicamente gelose l’una dell’altra).
Il nazionalismo ha varie forme, irredentistico, politico, resistenziale, o semplicemente misoneistico. Come usa oggi, ribattezzato sovranismo, è del tipo populista: non ha una consistenza progettuale o ideale se non il tifo calcistico, per la patria come se fosse la squadra di calcio – patria è esagerato, è termine nobile, oggi inviso, o ignoto, diciamo un qualcosa di avversativo: si fa il tifo soprattutto contro. Ogni evento è una partita decisiva, nel nobile campionato di calcio.

La povertà era miseria a Napoli

In parallelo con Pasquale Villari, suo amico e mentore, ma con decisione, e molto acume, Jessie White si avventurava un secolo e mezzo fa in un’indagine sulla povertà a Napoli – nella città più che nel “napoletano”, campano o meridionale che si intendesse. Con una veduta già sociologica, oltre che storica e politica come quella che in contemporanea sviluppava lo storico calabrese. Frutto probabilmente della lunga esperienza inglese in fatto di indagini sulla povertà urbana, e sui rimedi. Prodroma delle future indagini parlamentari, come la Franchetti-Sonnino – che molto devono a questa sua ricerca. Fatta in prima persona, con qualche documento e molte cose viste e sentite, visitando, parlando, interrogando. Senza “rispetti”, o covenzionalità – la ricerca è sulla “miseria”, non sulla “povertà”, come sarebbe stato opportuno nel “politicamente corretto” dell’epoca.
Una ricerca che resta, benché ovviamente reliquia storica, di lettura interessante, piena di fatti e di condivisibili letture. Partendo subito, alla seconda pagina, con un “segreto” di cui ancora si discute, quello della democrazia inglese: “Molti si meravigliano perché l’aristocrazia in Inghilterra mantenga ancora tanta autorità e tanta influenza, là dove da trent’anni il quadro del diritto e dell’uguaglianza ha fatto più progresso che in altri paesi, in cui essi ebbero culla. La spiegazione è facilissima. L’aristocrazia inglese vive osservatrice vigile, scrutatrice profonda dei segni del tempo, e dell’umore giornaliero della nazione. Quando sa di dover cedere sopra un dato punto, essa cede prima di riceverne l’intimazione, e cede con tanta grazia e buon garbo, che spesso figura d’essere lei l’iniziatrice della desiderata riforma o della concessione”. Idilliaco, ma ben fondato, dell’arte del governare.
La grande patriota risorgimentale parte spiegando le condizioni di vita dei più poveri, con la vivacità delle cose viste. Una seconda parte dedica all’assistenza – in parte in analogia con Villari, che individuava nell’appropriazione della manomorta il crollo del sistema borbonico di assistenza ai poveri, malati, etc. Nelle ultime due sezioni prova a illustrare i rimedi possibili. Soprattutto basandosi sulle esperienze inglesi di filantropia e legali, delle leggi contro la povertà della prima metà dell’Ottocento. 
A cura di Pietro Finelli, che inquadra l’opera nel rapporto fraterno della vulcanica White Mario con Pasquale Villari.
Jessie White Mario, La miseria in Napoli, Edizioni di Storia e Studi Sociali, pp.  207 € 16

giovedì 18 giugno 2026

Ombre - 827

Si resta interdetti sfogliando il memorandum d’intesa Usa-Iran, sulla sua vaghezza, come una professione d’ignoranza da parte americana. P.es. sul disarmo dei proxies di Teheran, le forze che ha creato e arma, Hezbollah, Houthi, le milizie irachene, e anche Hamas. Ignoranza non può essere, gli Usa hanno servizi diplomatici e d’informazione come nessun altro al mondo. Superficialità? Forse. Ma soprattutto: chiudere la vicenda, senza ammettere l’errore, la sconfitta.
 
Peggio ancora le ipotesi che si incoraggiano a margine del memorandum. P. es. sui destini del Libano, di cui Trump vorrebbe che se ne “occupi” la Siria. Non sa che la Siria vuole la Bekaa, il cuore del Libano, agricolo, culturale e perfino sciistico – come Israele ne vuole il Sud, (almeno) fino al Litani?
 
Un memorandum d’intenti è una promessa di negoziare, non un trattato di pace, e tuttavia di Hormuz – che sarebbe propriamente Ormuz – non si dice nulla. Cioè sì, sarà riaperto, ma come? Anche un semplice dazio che Teheran possa pretendere è un insulto, e un cappio, per i Paesi arabi del Golfo: Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati, compreso Dubai. E in parte anche Arabia Saudita e Oman, che dovranno crearsi o potenziare nuovi sbocchi, fuori del Golfo.
Bugiardo poi il parlottare che si fa – che Trump ha lasciato si facesse a Evian – sugli europei e gli italiani pronti a sminare. Come se l’Iran lo concedesse.
 
Si fa scandalo dei rimpatri di immigrati illegali, con la giudice Albano e le colleghe dell’apposita sezione del Tribunale di Roma impegnate a impedirli, e poi si scopre che i rimpatri ci sono stati soprattutto con i governi Conte, quello di sinistra-destra, e quello di sinistra: il 34,4 per cento degli sbarcati, uno su tre, nel 2018, e il 65 per cento, due su tre, nel 2019 – gli altri anni i rimpatri vanno  dal 3 al 10 per cento. Dov’era la giudice Albano nel 2018-2019? Sempre a Roma.
 
Il primo giorno del G 7 a Evian vedeva soprattutto il cancelliere Merz ballonzolare attorno a Trump – sempre rivolto a Trump anche quando la conversazione era a tre e quattro. La Germania più che l’Italia resta aggrappata alla garanzia americana, nucleare e non solo. Più dell’Italia ha guardato e guarda con paura ai progetti di Trump di ridurre la presenza militare americana in Europa. Le due guerre, Ucraina e Iran, forse hanno una logica in questo, far toccare all’Europa con mano la sua inettitudine.
 
Si irride Trump che festeggia il compleanno con uno spettacolo di lotta. Ma non in A merica, dove pure i media sono generalmente e diffusamente anti-Trump. Niente rispetto alle irrisioni sull’insegna al Kennedy Center che un giudice ha fatto rimuovere, o sulla sala da ballo alla Casa Bianca, o sul progetto di un arco di trionfo, anche questo a lui intestato. La lotta, anche selvaggia, sarà – è – al fondo dell’animus americano non effetto dei western all’ultimo sangue, o delle guerre in continuo, ma la causa.
 
Il Pd ha bloccato la nuova più generosa legge Roma Capitale e il sindaco Gualtieri non sa come farla riprendere – anche perché “Milano” ne ha approfittato per dire che se Roma va finanziata specialmente, allora anche Milano. Prova a sciogliere il nodo il cardinale Matteo Zuppi, ex parroco a Trastevere. invocando “il metodo Giubileo” – “può contribuire alla valorizzazione”. Cioè il metodo degli appalti suddivisi, metà ai costruttori di sinistra e metà a quelli di destra.
 
Approda l’antifascismo alla Fiera del libro di Rma, “Più liberi più libri”: per entrare bisogna fare professione di antifascismo. Una mostra che l’Associazione degli Editori organizza. Di cui è a capo  Innocenzo Cipolletta. Che era il direttore generale della Confindustria – di cui l’Aie è parte. Niente di rivoluzionario. Ci fu il fascismo degli industriali, ci sarà l’antifascismo degli industriali – non stanno mai all’opposizione?
 
Santanché vince la causa contro il giudice Esposito, ex supremo giudice di Cassazione, che si era querelato per diffamazione. Si vede che proprio era nel torto, non c’era partita in partenza fra la donna “libera e bella” contro un giudice figlio di giudici nipote di giudici (che succede, anche qui,  solo in Italia, anzi forse solo a Napoli). Che questo giudice abbia utilizzato il suo turno nella sessione feriale per condannare Berlusconi, questo fa parte della sua soggettività (si dice così? insomma autonomia) di giudice?
 
"Negozi di quartiere priorità per 6 italiani su 10”. Un capitale enorme dissipato con la liberalizzazione voluta da Bersani nel 1999. In favore dei Centri Commerciali – “risparmio e nuovo spirito di comunità”. E come no. Forse Bersani non ha mai fatto la spesa. Però sapeva bene cosa faceva.
 
Si possono distruggere a scuola arredi e manufatti, non per incidente ma con le mazze, senza pagare il danno. Anche rilevante nella fattispecie, di 10 mila euro. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato, supremo aeropago della giustizia amministrativa. Che fa il paio con la Corte dei Conti. L’uno al chiuso di palazzo Spada, sontuosa, regale residenza. L’altro prepotente proprietario di via Baiamonti, di cui s’è fatto un garage privato. Che non difendono lo Stato ma solo i loro privilegi, 200 mila euro l’anno l’uno. Più le consulenze, anche con enti controllati. Chi rompe computer, fotocopiatrici, lavagne magnetiche a scuola può essere sanzionato disciplinarmente ma non deve pagare il danno - quello lo paghiamo noi, mezzo milione solo a Roma, ogni anno.  
           
“Afghanistan, la rivolta delle donne: «I talebani ci vietano tutto, ora basta»”. Ora, dopo sette anni di talebani, cui il buon cattolico Biden ha confidato il Paese, che le donne hanno confinato dal primo giorno. Perché si fanno cronache politiche scontate, tanto per riempire gli spazi? Si dice tanto per dire? L’informazione come chiacchiera non è (solo) dei social.
 
Macron e Merz si accordano con Starner per avviare una loro mediazione nella guerra in Ucraina. Mandando i loro ambasciatori a Mosca. Una iniziativa un po’ ridicola che Mosca naturalmente ha sbeffeggiato. Ma non c’è di meglio in Europa, questo residuo di Vecchie Potenze - che si chiamano assi, altro brutto termine.
 Un diplomatico di terza categoria avrebbe spiegato che per mediare bisogna avere credito da entrambi le parti in guerra. Essere forti, anche soltanto di stima.

 
Perché Cipriani e Minetti fanno causa a New York? Perché la trappola uruguagia li ha danneggiati con l’avviamento economico e con il credito negli Usa. Può essere. Ma certamente perché in Italia non vincerebbero mai la causa. In Italia la giustizia è politica - roba, si diceva quando si poteva dire, da Terzo mondo, da amici degli amici, da capataz e caciques, tutti naturalmente intemerati, onesti, puliti, democratici.

L’invenzione della buona fede

“I costruttori hanno seguito le regole ed erano in buona fede”. Assoluzione piena per questo dal Tribunale milanese della giudice monocratica Paola Braggion – ci ha perso pochi minuti in camera di consiglio, aveva già steso il dispositivo. Per chi ha costruito un grattacielo, una quarantina di appartamenti, come “ristrutturazione” di due casupole. La “buona fede” del reo è invenzione strepitosa della giudice Braggion. Anche se, bisogna dire, l’invenzione non è sua ma della prima gip del caso, Sonia Mancini. Rafforzata dal Tribunale del Riesame, Paola Pendino, Francesca Ghezzi e Vincenza Papagno.
O non sarà questa invenzione strepitosa opera femminile, le giudici essendo tutte donne prima che amiche o compagne del sindaco Sala? No, perché in gara con Pendino-Ghezzi-Papagno concorre all’invenzione strepitosa il trio Carla Galli-Monica Amicone-Alberto Nosenzo. Giudice influente, quest’ultimo. Come da celebrazione dell’IA: “Galli, Nosenzo e Amicone sono i giudici della Sezione 12 Penale del Tribunale del Riesame di Milano, noti per aver annullato i sequestri e dissequestrato diversi importanti cantieri ed edifici legati alle inchieste milanesi sull'urbanistica, riconoscendo la «buona fede» degli acquirenti e dei costruttori coinvolti”.

I giudici si racconta(va)no

Forse il libro più onesto su Mani Pulite - impresa disperata – e sugli altri “fronti giudiziari” aperti, dalla mafia, e l’antimafia, all’ambiente: lasciando parlare i giudici. Nove giudici, allora di “prima linea”, che si raccontano: Almerighi, Borrelli, Bricchetti, Caselli, Cesqui, Cordova, Priore, Siclari, Vigna.
La storia di Borrelli, come da lui raccontata, è proprio “italiana”, meridionale, napoletana: familiare, si è giudici di padre in figlio. Che sarebbe anatema in America, anche in Inghilterra, ma a Napoli  con orgoglio.
La vicenda di Cordova - di cui si tace che era e si voleva della destra, allora Msi - Calabrò non riesce però a fargliela concludere bene, con l’allora ministro della Giustizia Martelli. Col quale ha un lunghissimo colloquio, dalla mattina alle 15 del pomeriggio. Che Martelli conclude lealmente, spiegando che lo ha sostenuto per la Superprocura Antimafia, ma vuole sapere perché nelle sue indagini a Palmi in Calabria infila sempre esponenti socialisti, il senatore Zito e l’onorevole Principe. E gli obietta, testualmente, nel ricordo che ne fa Cordova: “Il ministro Martelli insiste che nella vicenda siciliana dell’onorevole Mannino non era stata contestata l’associazione mafiosa, e che si poteva procedere solo per il reato elettorale. Aggiunge ancora che i politici in questione erano rovinati e che il danno era enorme”. Come si è visto per Mannino, dopo trent’anni, o quaranta.
Maria Antonietta Calabrò,
In prima linea, Sperling&Kupfer, pp. 224 pp.vv., da € 9,40

mercoledì 17 giugno 2026

Il mistero delle strategie belliche Usa

Resta un mistero, dopo questa guerra all’Iran come già dopo i bombardamenti di un anno fa, e la lunga sequela di guerre avviate e non vinte nel dopoguerra, la strategia militare americana. Come essa viene elaborata per le diverse ipotesi belliche, e poi come viene gestita, sui vari fronti.
Si critica Trump come presidente troppo presidenzialista, e quasi un dittatore, ma troppi presidenti prima di lui hanno avviato troppe guerre, senza nemmeno coprirsi con la necessità. Quindi il rapporto è costituzionalmente sbilanciato in materia di guerra, tra Casa Bianca e Congresso. Ma i militari, gli stati maggiori, che normalmente esistono per preparare piani strategici, per ogni ipotesi bellica, anch’essi in America sembrano spuntati. Nel senso che gli stati maggiori sono inefficaci o incapaci. Si veda Hormuz: la chiusura dello Stretto, possibile con imbarcazioni da diporto, e un minimo impegno di personale e armi, non era ipotizzata – non è stata prevenuta – dopo i massicci bombardamenti Usa-Israele?   

Le sanzioni non sono una strategia

“Secondo il «Wall Street Journal» Washington consentirà a Teheran di vendere petrolio subito dopo la firma”. Ma l’Iran ha sempre venduto petrolio, malgrado le sanzioni, anche dopo i bombardamenti recenti di America e Israele. Cosa che tutti sanno.
Si dice che è una novità nell’ambito della dottrina americana delle sanzioni. Con la quale si consolida la più vasta dottrina americana del controllo del mondo intero - sanzionando gli Stati dopo averli dichiarati “canaglia”. Anche se a nessun effetto – nessuno si è mai arreso per le sanzioni. Se non di arricchire i mediatori, i volenterosi delle ricche triangolazioni.
È strano che non si faccia ancora un bilancio di questa guerra, un’altra persa a ogni evidenza dagli Stati Uniti. Col concorso questa volta di Israele, malgrado i fuochi d’artificio degli assassinii mirati: un militantismo islamico invece che arabo ne è l’esito, molto più vasto, e la percezione per la prima volta che Israele non sa più vincere le guerre, come aveva fatto con Giordania, Egitto e Siria, se dopo tre anni e mezzo è ancora mobilitato contro Hamas e Hezbollah, “formazioni terroristiche”, mentre perde sostegno internazionale.

Di Pietro santo

Un’agiografia, come è nel Dna delle Paoline. E nello stile del giornalista – allora non “padanista”, non odiatore: “Il giudice terremoto. L’uomo della speranza”, un po’ come quello della provvidenza.
Un libro pieno di mamma. Tre anni di seminario – da dove scappa ma vabbè. Fa la scuola di perito elettrotecnico, è rimandato in quinta ma vabbè. Se ne va in Germania, dove fa l’operaio, il manovale: E forse è vero, anche se “in Germania uno così non s’è mai visto”. Ma poi è inutile insistere, è tutto come dicono le Paoline: “La storia vera e seducente” del “magistrato che con la sua intelligenza, il suo coraggio e la sua tenacia sta facendo tremare l’Italia”. Ma non, a Milano dove operava, andrebbe aggiunto, l’Opera del Duomo, l’arcivescovado, all’epoca il più grosso immobiliarista della capitale morale. Tutto un “Grazie Di Pietro”, “Forza Di Pietro”, “Avanti Di Pietro”.
Un cimelio. Il documento non di un’epoca ma di un mondo sì, quello dei preti, a cui tutto scivola addosso.
Il repertorio è sempre quello, del genere: “Nonno Giovannino e Nonna Pazienza, il furto dei cavalli, la guerra, i genitori Peppino e Annina, le sorelle, la masseria, la stalla, le mucche e le pecore. Il seminario, il diploma, Elsa il primo amore, il lavoro in Germania, il concorso, la laurea, la polizia, la magistratura, i figli, “il fedele Rocco” – sarà il cane?
Un modello, se non un santo. Ma manca quando, a Bergamo, andavano a “farsi le poliziotte”. Moncalvo è pio ma è leghista, Bergamo non si tocca.
Gigi Moncalvo, Di Pietro, Edizioni Paoline, pp. 238 pp.vv., da € 4

 

martedì 16 giugno 2026

Secondi pensieri - 586

zeulig


Anima – Tommaso d’Aquino ci ha scritto sopra dunque 1.000 pagine  - quelle che ora si ripubblicano. Dove discute peraltro di trattazioni pregresse, oltre che di Aristotele – che tutte le questioni ha posto: da Democrito a Empedocle, da Talete ad Anassagora, da Platone a sant’Agostino, da Seneca a Tertulliano e Boezio. Scomparve per essere stata troppo arata?
 
Dio - “Dio è un ente solo per i peccatori”, spiega Meister Eckhart, per la convenienza del devoto, che “segue Dio come un cane segue la donna che porta le salsicce”. Mentre il destino è individuale e non si sfugge, si è soli al mondo.
 
Occidente È creazione europea beninteso, di Colombo prima di Toynbee. Ma anche dell’Oriente. Soprattutto arabo. Un mondo che per cinque secoli non ha contato. Alla caduta di Granada, che hanno perduto per faide loro, e alla sconfitta di Lepanto, una scaramuccia, l’islam turco e gli arabi avevano un terzo dell’Europa, con Costantinopoli e il Mediterraneo, e non hanno saputo che farsene. Finendo per non contare, se non giusto come pirati, predoni.
L’Occidente non è quello degli imperi, che si rispettavano, è il nemico, e nasce con la Eastern Question, la divisione del Medio Oriente. La verità è che gli arabi sono tribali, e quindi predoni e mercanti. Senza i persiani, i copti, i berberi, i turchi non avrebbero una storia, sanno solo accumulare – anche oggi, accumulano arte, sport, moda che non praticano. Dei tanti aspetti controversi di Israele uno certo è che ne ha messo a nudo la natura, d’incostanza e (relativa) insussistenza.  


Passione – È necessaria? “Chi si perde nella propria passione perde meno di chi perde la passione”, lo attesta sant’Agostino.


Scienza – Non ha il senso del limite, del ridicolo o funesto. La scienza non ha il senso del ridicolo, con tutte le sue scoperte, le profondità della psicologia, per esempio, o della biologia, così piatte. Potrebbe essere una buona tecnica, la scienza, e per tale va presa. Per esempio nella alchimia del potere, che si vuole arcano tanto è miserevole, si autodistrugge forse più di quanto distrugge.

Spinoza – “Un trucco vagamente disgustoso, alla Spinoza” ha all’improvviso un personaggio del romanziere Houellebecq in “Annientare”, all’immagine che si forma di un “sabba di Yule” che sua moglie starebbe celebrando con una comunità buddista-tibetana. Per dire del panteismo, dell’“idea di divinizzare la natura”.
 
Storia – “La storia è qualunque cosa diciamo che è storia”. J. L. Borges, “Pierre Menard, autore del Chisciotte”.
 
Demostene era spia del re di Persia. Il severo difensore della patria ateniese era al soldo del nemico. Alessandro Magno lo scoprì quando aprì gli archivi persiani. Non per questo Demostene era stato meno patriota per Atene contro Filippo, il padre di Alessandro. Ma sono più greci i macedoni, che combattono i persiani, o l’ateniese Demostene che ai persiani invece si allea, contro Sparta e i macedoni? Ermia, nobile amico di Aristotele, cui diede in moglie la Pizia, sua amante e forse sorella, doppiogiochista, messo in croce ebbe queste ultime parole: “Dite agli amici e compagni che non ho commesso nulla che non convenisse alla filosofia e alla dignità”. Per Ermia crocefisso Aristotele scrisse una bella poesia.
 
Verità – Sfuma nell’irrealtà quando tutto è “sedicente” – sedicente è l’atomica, il papa, la giustizia. Ma si conferma che i tempi sono mutati.


Incontestata è quella dei misteri – che si può anche dire dell’“Oriente”, dell’orientalismo. Che origina in Plutarco. Che attribuisce a Iside l’istituzione dei misteri, grandi e piccoli, o verità esoteriche riservate agli iniziati, nonché in Erodoto, Platone, Apuleio e perfino in Aristotele. Una serie di finzioni ne germinò, culminata in Orapollo, l’autore dei Hyerogliphica che in realtà non sapeva nulla dei geroglifici.
 
Avverso alla verità non è il dubbio o l’errore, è l’inganno.
Il resto è ricerca – “per tentativi ed errori”.

La verità Gregorio Palamas, il teologo santo bizantino, differenzia dalla falsità solo per pochi tratti. E ancora, essi sono rilevabili, definibili, solo eticamente: dipende da ciò che si vuole.

Rovesciare la realtà è prova d’ingegno, ma la prima diavoleria fu, nel paradiso terrestre, dire bene il male e male il bene. La logica, anche del giallo, è semplice. Sherlock Holmes sa la verità, non la deve dedurre, cioè dimostrare – se non per fare rigaggio. Non ci vuole molto per capire. Il complotto è la politica, organizzata nei dettagli, governata, con tiranti, redini, frusta, annunciata, spiegata perfino. Il totalitarismo è furbizia prima che forza, e disegno divino. La bugia è inafferrabile se il suo autore ne è pure regista: Epimenide cretese, Amleto - non nel caso del bugiardo semplice attore: Pinocchio. Per questo sono inestricabili gli intrighi degli sbirri. Però sono manifesti.

zeulig@antiit.eu

L’Inghilterra si è fatta povera come il Mississippi

“Un caso di studio di autosabotaggio” è il sottotitolo: l’impoverimento come un scelta, dunque. Della Brexit? In parte. Della politica di accoglienza e integrazione? In parte. E in parte del sistema sociale, rimasto pubblico dopo il thatcherismo, il passaggio dell’economia produttiva d’un colpo al mercato.
Il Regno Unito è diventato povero, e non lo sa? “Gli ultimi 18 anni, un lasso di tempo sufficiente per la nascita e la crescita di un'intera generazione perduta, non hanno prodotto altro che stagnazione e disillusione di massa. Nel 2007, prima della crisi finanziaria globale, la Gran Bretagna era al suo apice post-imperiale. Il reddito medio delle famiglie aveva appena superato quello della Germania. Una sterlina valeva più di 2 dollari e Londra stava probabilmente soppiantando New York come centro della finanza internazionale. Da allora, però, “è un crollo, continuo.
Il pil pro capite è ora di poco superiore a quello del Mississippi, lo stato più povero degli Stati Uniti, e questo lieve vantaggio è stato raggiunto solo grazie a Londra. Al di fuori della capitale, nelle zone non frequentate dai turisti, il tenore di vita è ben al di sotto di quello del Mississippi.
“I britannici che visitano gli Stati Uniti scoprono che la loro sterlina si è svalutata, al punto che oggi vale solo circa 1,35 dollari. I salari britannici sono rimasti molto indietro rispetto a quelli statunitensi, ma anche a quelli di Germania, Francia, Paesi Bassi e Danimarca: una volta tenuto conto dell'inflazione, la loro crescita è stata pressoché nulla. Entro il prossimo decennio, se le tendenze attuali dovessero continuare, il tenore di vita del cittadino polacco medio sarà pari a quello del cittadino britannico medio.
“Una generazione fa, la Gran Bretagna era una grande potenza mondiale; oggi è una potenza di medio livello, stretta nella morsa della sclerosi. La tassazione è a livelli altissimi, ai massimi dopo la  Seconda Guerra Mondiale, eppure i servizi pubblici sono peggiorati. Il Servizio Sanitario Nazionale (NHS), il celebre pilastro dello stato sociale britannico «dalla nascita alla morte», ha un arretrato di sei milioni di pazienti, quasi un decimo della popolazione, in attesa di cure. E in ambito ostetrico, per esempio, spende più per risarcire i danni da malasanità che per fornire effettivamente assistenza alla maternità. Molti britannici non possono permettersi un appuntamento col dentista, né pubblico né privato. A un sondaggio del 2023, uno su dieci ha dichiarato di ricorrere al fai-da-te per le cure dentistiche, in casi estremi estraendosi i denti da soli o incollando corone rotte”.
Da europei, continentali cioè, si è tentati di dire: “L’avete voluto”, con la Brexit. Ma il panorama che ne emerge, a un’inchiesta nemmeno molto approfondita, è che il problema è generale, di “decadenza”. Della rappresentanza politica. Delle istituzioni, a partire dalla monarchia. Della partecipazione o fiducia pubblica, dopo l’allargamento della base demografica con la politica di generosa inclusione, dei cittadini ex del Commonwealth e anche oltre. Del diminuito ruolo di Londra come centro di affari e degli stili di vita. Della deindustrializzazione, una pesante eredità (che si trascura nelle celebrazioni) del thacherismo. Soffrono perfino le grandi università, Oxford, Cambridge, fno a ieri regine dei fondi Ue per la ricerca, sopravanzate nelle graduatorie da molte istituzioni accademiche europee, americane, cinesi.
Idrees Kahloun, How Britain became as poor as Mississippi, “The Atlantic” online – leggibile anche in italiano)

lunedì 15 giugno 2026

Il mondo com'è (498)

astolfo 

Assassinii mirati – Non solo i generali iraniani, la Guida Suprema Khamenei e tutti i capi di Hamas, una lunga lista di assassinii mirati di varie personalità non militari ha la scrittrice anglo-palestinese Isabella Hammadi nella prefazione a Edward W. Said, “Representations of the Intellectual”: Bassel El Araji, assassinato dagli israeliani nel 2017, a 33 anni, “«intellettuale attivista», o «martire istruito», riconoscibile per la scheletricità e i grandi occhiali che lavorava da farmacista nel campo rifugiati di Shu’fat, e teneva corsi in Cisgiordania sulla storia della resistenza palestinese”. E gli scrittori e pensatori di Gaza, come il poeta e accademico Rifaat el-Ariir, o Sufyan Tayeh, prominente scienziato e ricercatore di fisica teorica, il poeta e narratore Selim el-Naffar, l’accademico e commediografo Jihad el-Baz, e molti altri”.
 
Oriente – È travalicato in Europa, orientale è Parigi, Malaparte ha questa illuminazione nel 1947 (“Giornale di uno straniero a Parigi”, pp.135-136) mentre assiste a scioperi e proteste rituali,  nell’indifferenza, senza più “il garbo degli scioperanti” e la sorridente amicizia dei parigini”. ¨I volti sono tristi, le labbra mute, questa folla sporca, mal vestita, mal nutrita, subisce lo sciopero con un distacco feroce, quasi con una sorta di disperazione muta, tetra. C’è qualcosa delle folle turche, nella folla di Parigi. La passività delle folle orientali, di Smirne, di Costantinopoli, l’accettazione passiva di tutto quel che accade, e che è ai miei occhi non tanto il fatalismo religioso dei mussulmani, ma quello dei popoli che non vivono più nella storia. È chiaro che dopo il 1918 questo fatalismo storico travalica ormai, nelle folle turche, il fatalismo mussulmano. Parigi è una città turca, la Francia è la Turchia d’Occidente? Le folle turche non sono rumorose, turbolente, scorrono un po’ affaccendate, in silenzio…”.
Un’impressione che Malaparte si corrobora ripensando all’Oriente di Montesquieu, di Gaspare Gozzi, che invece gli si rivelava puro Occidente: “L’Oriente, quale lo immaginavano Montesquieu, Gaspare Gozzi, o Voltaire, era un Oriente molto parigino. Costantinopoli era una sorta di Parigi, dove gli eleganti e le preziose erano sostituiti dagli eunuchi e dalle odalische. L’harem appariva come una sorta di salotto letterario, dove si discuteva di politica, di scandali mondani, di pettegolezzi, di letteratura, dove di beveva caffè e si mangiavano rahat-lokums. Il fatto è che nel XVIIImo secolo l’Oriente, benché in piena decadenza, credeva ancora di vivere nella storia, aveva conservato il senso della storia. L’Oriente era vivo. Andate oggi in Oriente. È sempre Parigi, ma fuori dalla storia, con folle rassegnate a non svolgere più alcun ruolo storico. Parigi, come gran parte dell’Europa, subisce in questo momento la crisi che l’Oriente ha già subito: quella del passaggio dal mondo vivo e attivo della storia al mondo tetro, passivo, rassegnato del fatalismo storico. L’Europa, è evidente, sta diventando un grande paese levantino, ma senza il sole e il cielo azzurro”.
 
Frances Perkins - È stata la prima donna ministro negli Stati Uniti. Al dicastero del Lavoro nelle tre presidenze F.D.Roosevelt, dal 1933 al 1945 – l’unica a conservare la titolarità nei dodici anni di F.D.Roosevelt (insieme con un Harold Ickes di cui non resta memoria). A lei si devono innovazioni fondamentali nel mondo del lavoro: il Social Security Act, legge sulla sicurezza sociale, che ha introdotto il salario minimo e le indennità di disoccupazione; le pensioni sociali; la proibizione del lavoro infantile; una vasta normativa a protezione contro gli incidenti sul lavoro.
La sua fu una nomina molto contrastata. Praticamente da tutto il partito Democratico, il partito di F.D Roosevelt. Benché ne avesse titoli: era sociologa, ed aveva già gestito il lavoro nello stato di New York, come Commissario Industriale. Ma era, appunto, newyorchese, quindi invisa ai molti in America. Più di tutti la nomina fu contestata, in quanto donna, dai sindacati. E del resto, come scrisse un giornale dell’epoca, di New York, “la signora Perkins non gode di alcun sostegno a livello regionale e non ha cercato l’incarico. Anzi, non lo desiderava. La sua famiglia vive a New York, la scuola di sua figlia si trova lì e suo marito, per via del suo lavoro, deve rimanervi per la maggior parte del tempo. Anche la sua propria attività professionale, dal 1909, si è svolta principalmente a New York. Lei e la sua famiglia possiedono una casa nella parte alta della città, una casa per il fine settimana in Connecticut e una fattoria nel Maine per le vacanze più lunghe. La famiglia e gli amici sono molto importanti per lei”. Non è neanche femminista, continuava il giornale, “si firma col suo nome da nubile per non intralciare il marito, dato che entrambi lavorano nella politica locale di New York, ma all’estero e nelle occasioni ufficiali è Mrs. Paul C. Wilson”, il nome del marito.
L’allarme contro la nomina fu generale nel partito Democratico e tra i leader sindacali: “La sola idea di una donna come Segretario del Lavoro era una bomba a orologeria. L’unico democratico influente che sembra davvero desideroso di avere la signorina Perkins come Segretario del Lavoro è il signor Roosevelt”. Si scatenò “un putiferio. William E. Green, presidente della Federazione Americana del Lavoro, dichiarò alla stampa che la signorina Perkins era una donna adorabile, ma che come Segretario del Lavoro sarebbe stata del tutto inaccettabile per i sindacati e che la Federazione non avrebbe voluto avere nulla a che fare con lei. La signorina Perkins rispose con calma che lei e il signor Green erano vecchi amici e che, se lui non si sentiva libero di andare nel suo ufficio a Washington, sarebbe andata lei nel suo”.

Radio Cairo – È stata all’origine dell’arabismo, presto poi in declino, di un nazionalismo comune alle varie popolazioni arabe, e anche del panarabismo, di un ideale di unità politica tra i paesi arabi. Di conio e gestione dei rais egiziano Gamal Abdel Nasser, la mente del rovesciamento della monarchia egiziana nel 1952, e presto successore del generale Naguib, l’uomo di facciata degli ufficiali insorti. Al potere a metà 1956, e preso leader internazionale con la nazionalizzazione del Canale di Suez e la sfida vincente, con l’aiuto degli Stati Uniti, contro Francia e Gran Bretagna che gestivano il canale, e Israele che le appoggiava, elaborò e promosse, benché a capo di un Paese relativamente marginale nel mondo arabo, una forma di revanscismo comune, di nazionalismo panarabo. Per tutti gli anni 1960, anche dopo la sconfitta umiliante patita da Israele nella guerra dei Sei Giorni nel 1967, Nasser elaborò è praticò l’arabismo anche nelle forme unitarie (da lui estese alla Siria, come Repubblica Araba Unita, e poi alla Libia di Gheddafi), avvalendosi della tribuna di radio Cairo. Che in tutto il mondo arabo si ascoltava, in chiaro o al coperto, essendo in alcuni Paesi  ritenuta eversiva. E perfino nei deserti, con la diffusione dei transistor. Coniando una koiné araba, una parlata comune – prima poteva accadere che un libanese non capisse un algerino.
 
Russi - Uno dei primi resoconti della Moscovia, a metà Seicento, che pure da oltre due secoli si riteneva e voleva la Terza Roma, custode della “vera fede” dopo la caduta di Costantinopoli in mano ai Turchi, quello di Adam Olearius, lo scrittore- viaggiatore tedesco del Seicento, che la visitò tre volte, nel 1634, nel 1636 e nel 1643, per motivi commerciali, ne trae nei suoi ricordi, “Moskowitische und persische Reis”, un’immagine primitiva - dei tempi, si direbbe, ancora di Ivan il Terribile, metà Cinquecento, quale Eizenstein li ha raffigurati nei suoi film , “Ivan il Terribile”, “La congiura dei Boiardi”:
“Le case d’abitazione della città di Mosca… sono di legname o di pinastri accatastati gli uni sugli altri o di travi d’abete. I tetti sono coperti da assicelle su cui sono sovrapposte cortecce di betulla, e in parte da zolle erbose…
“In nessuna casa, né di poveri né di ricchi, si vede alcun ornamento di vasellame esposto in bell’ordine, ma soltanto le nude pareti, presso la gente di riguardo coperte di stuoie, ed un paio di santi dipinti.
“Hanno poche coltri, i più nessuna, e riposano su cuscini, paglia, stuoie, o anche sui loro vestiti. Dormono su panche, e d’inverno… sulla stufa, che è come un forno di pane, superiormente piatto, con il quale si aiutano tutti insieme, uomini, donne, ragazzi, servi, fantesche”.
Un “volgare tenore di vita” per Olearius. Che ne apprezza “la bella acutezza di mente”. E ne depreca la mancanza di curiosità - l’assenza del “desiderio di indagare la natura delle altre nazioni”.

Olearius, oggi dimenticato, anche il Germania, fu nel Seicento (1600-1671) il primo orientalista tedesco. Un poliglotta che maturò conoscenze di prima mano di Russia e Persia, al servizio di Federico III duca di Holstein-Gottorp, per il quale lavorò a stabilire rotte e accordi commerciali. Fu a Mosca per alcuni mesi tra il 1633 e il 1634, in Persia a lungo tra il 1635 e il 1639. Di passaggio di nuovo a Mosca nel 1636, dove poi tornò nel 1639. Viaggi che raccontò in memorie intitolate “Moskowitische und persische Reis”. Con le quali si conquistò la nomea di iniziatore della letteratura d’avventura tedesca. 

astolfo@antiit.eu

L’amore tossico

Un’insegnante di francese, di mezza età, a Torino, che vive in casa dei genitori, s’innamora di un liceale bello e perverso, attore, ballerino, gigolò, dinambosessi? che da lei vuole ripetizioni. Che sia cattivo lo sapremo dopo ma lo indoviniamo subito, fa di tutto il peggio. E poi è troppo bello lui, un Saul Nanni angelico, troppo goffa lei, una Golino imbruttita: la conquista aggiustando gli occhiali sul naso.
Una storia vera, compresa la fine, ripercorsa probabilmente tal quale. Un racconto quindi onesto forse, ma l’amour fou - di questo si tratta, volendo fare in un fatto di cronaca una storia – non decolla. Resta invece come storia di personaggi e situazioni ordinarie fuori dall'ordinario, un film originale.
Nicolangelo Gelmini, La gioia, Sky Cinema, Now

domenica 14 giugno 2026

Ma la patrimoniale c’è, per tutti

Chissà perché, la cosa è periodica, infuria la battaglia sulla patrimoniale. Intendendosi per patrimoniale una tassa speciale sui ricchi. Quando invece la patrimoniale propriamente detta, una tassa ricorrente sui beni posseduti, dai ricchi e dai non ricchi, mobili e immobili, c’è da tempo. E questo governo che non mette le mani in tasca agli italiani, ci ha aggiunto un quarto – o un terzo - del totale che ogni famiglia è chiamata a pagare.
È una “patrimonialina”, nel senso che è frantumata in una mezza dozzina di rivoli. Ma c’è, si aggira sui duemila euro. Ogni anno. E colpisce tutti, ricchi e poveri – il procedimento che il fisco preferisce, pochi ma per tutti, e sicuri.
Il canale principale è la seconda casa. Vittime i due milioni e mezzo d famiglie che ne hanno una – più spesso ereditata. Su di essa gravano Imu e Tari. E da un paio d’anni la tassa sui “non” consumi ininterrompibili di energia (l’elettricità). Indipendentemente cioè dal consumo.  Considerando che una seconda casa si abiti per due mesi l'anno, il prelievo forzoso sui non consumi è di circa 500 euro. 
In totale, fra Imu, Tari e bolletta elettrica, sulla seconda casa si paga una patrimoniale di mediamente 2 mila euro l’anno. Imu, Tari, Oneri di sistema, Trasporto, Gestione del contatore etc. vengono chiamate non patrimoniali ma imposte di scopo. Che però non è vero: non c’è servizio (Tari compresa, per dieci mesi l’anno) in rispondenza del prelievo.
Più contenuti, ma su una base molto più larga, di 48 milioni di titolari, sono le imposte di bollo sui conti correnti, 32 euro l’anno, e quelle sul conto titoli (necessario, se non altro, per custodire i Bot), 100 euro.

Ma quanto era turpe Mani Pulite

“Biografia non autorizzata”, da parte di un antipatizzante, pubblicata dalla Mondadori di  Berlusconi, un nemico, che trent’anni fa faceva un’altra storia di Di Pietro, che è come dire l’anima di Mani Pulite, non fa storia, ovvio. Ma non risulta oggetto di una delle 250 cause per diffamazione e danni, o sono 300, vinte dal non più giudice. Del quale invece racconta cose turpi. Come i cento milioni ricevuti da questo e quell’indagato e poi restituiti in scatole da scarpe, in contanti. Milioni di lire, ma vabbè. O la Mercedes in regalo, questa non restituita in nessun modo. O l’appartamento in piazza Scala in comodato, gratuito. E altre facezie, peraltro note. Compresa la disponibilità a fare il ministro della Giustizia di Berlusconi. E l’uso disinvolto, “sceso in politica” anche lui, del finanziamento pubblico. 
Su una restituzione di cento milioni a un indagato in contanti in una scatola di scarpe si ricorda la lettura stranita di una intera pagina di giornale su una traghetto italiana di ritorno dalla Grecia. Stranita perché il “Corriere della sera” si limitava a pubblicare la conferma dell’allora Tonino nazionale. Come una smentita.
Non si sapeva nemmeno che c’era una biografia del genere, di primario editore, in grado di pagare milioni di risarcimenti, che raccontava, documentate, talmente tante turpitudini, se non ci si imbatteva per caso.
Di Di Pietro si aspetterà che sia lui a decidere, quindici o venti anni dopo, sempre per l’uso “disinvolto” dei fondi pubblici, che era stanco e voleva essere lasciato in pace. Novello Cincinnato. Aveva – ha – tanto potere? 
Filippo Facci, Di Pietro
, Mondadori, pp. 370, ril. pp.vv., da € 11