sabato 20 giugno 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (636)
In termini regionali, “nel
solo online, ogni residente in Campania, neonati compresi, ha «investito» 2.527
euro; in Sicilia 2.472 euro, in Calabria 2.436, in Molise 2.288. “L’ultima delle
province per abitanti”, Isernia, è “la prima
per quanto giocato nel solo online, nella fascia d’età 18-74anni”, 4.074 euro
– “quasi quattro volte le province venete di Vicenza, Belluno e Rovigo” messe
assieme. Subito dopo, “poco sotto i 4.000, le province siciliane di Messina, Siracusa
e Palermo. Nei primi dieci seguono Caserta, Reggio Calabria, Vibo Valentia,
Salerno, Napoli e Catania”.
Ammazzare stanca lo spettatore
"Autobiografia di
un assassino” è il sottotitolo. L’assassino essendo un improbabile figlio di un
mafioso calabrese cresciuto urbanizzato nel varesotto, lombardizzato, nell’eloquio e nella mentalità, bravo
operaio in fabbrica, innamorato, corrisposto, di una giovane dottoressa, niente
di meno, ma killer a comando del padre, quando qualcuno non paga il pizzo. Che
disprezza il padre ma gli obbedisce, limitandosi a una vendetta autoriale, “Le
memorie di Antonio Zagari”, le sue memorie.
Una trama inconsistente
– una trama come un’altra. Per un film alla Tarantino – che fa(ceva) film all’italiana?
Gli assassinii sono figurativi, inventivi, il resto arranca. Un film dell’orrore?
Ma si vuole d’autore – è stato portato a Venezia. C’è cura filologica, sugli
attori, gli ambienti, le figurazioni dei caratteri, il parlato, la pochezza, il
selvaggiume, ma tutto accavallato, ammassato, senza carattere.
Molto la narrazione deve anche
alle trame annuali di ‘ndrangheta di Gratteri e Nicaso. Con abbondanza quindi
di “sante”, “giuramenti di sangue”, “battesimi”, “unzioni”, di un’ipotetica
Calabria di fede e di violenza. In cui i Carabinieri non ci sono, se non per qualche
ufficiale bizzarro. Solo a tratti viene fuori l’opportunismo dei mafiosi, la loro
inconsistenza, caratteriale e sociale.
Un’inconsistenza
narrativa che più risalta a fronte delle ottime prove d’attore, di Vinicio
Marchioni, gelido padre, e Gabriel Montesi, il figlio emigrato anche mentalmente
e linguisticamente ma incapace. In ruoli, però, da burattino, da maschera.
Una
megaproduzione, pare. Ma quando il padre arcimafioso diventa nonno, e al neonato
affianca un coltello, per vedere se la manina avvicinerà la lama, buon segno di
malandrinaggio, nella casa e tra i parenti e gli invitati della nuora, un ambiente buona borghesia, uno capisce che siamo in una trama di Gratteri e
Nicaso, e questo è tutto.
Daniele Vicari, Ammazzare
stanca, Sky Cinema Uno, Now
venerdì 19 giugno 2026
La prima volta dell’Italia
La reazione è probabilmente stata eccessiva, si sa che Trump parla “colorito”.
Ma c’è stata, dalla presidenza della Repubblica a quella del consiglio e al
ministero degli Esteri, poco ci manca per una “crisi diplomatica”, con ritiro
degli ambasciatori. Anche perché Trump non si scuserà – e nessuo dei suoi oserà.
È la prima volta che l’Italia entra in crisi con gli Stati Uniti dall’8
settembre 1943 – non lo fece nel caso dell’“Achille Lauro” (Sigonella) né in quello
della mancata eliminazione di Gheddafi - Reagan rispettava le forme. Del resto
Craxi (le due crisi, Sigonella e Gheddafi) è stato il governante europeo che ha
validato come Nato il progetto reaganiano degli euromissili, che ha portato alla
resa l’Unione Sovietica.
L’Italia è il Paese che più di ogni altro nella Nato è sempre stato sottomesso
agli Stati Uniti, e tra i più “volenterosi”
delle guerre americane di “pacificazione”. In Libano negli anni 1980 (Reagan) e
in Somalia nei 1990 (Clinton), aiutando in entrambi i casi i marines a
districarsi da situazioni a imbuto, con perdite anche numerose. E poi, dopo l’11
settembre, in Afghanistan e in Iraq e perfino in Libia – contro i propri
interessi - e nella vigilanza anti-jihadista, efficace. Facendone anche il mercato
più importante del made in Italy, anche questo è vero.
Che succederà è impossibile dire, Trump non ha mai chiesto scusa per le intemperanze,
sottintendendole scherzose, e i suoi marciano compatti, senza autonomia. È possibile
che la bolla si sgonfi, Trump è solito bollare tutti. Ma è improbabile: il
Quirinale e la Farnesina hanno fatto mosse diplomatiche importanti, più
consistenti che le “battute”.
In certo modo, anche, gli Stati Uniti si sono inimicati Roma. Il
Vaticano oltre che palazzo Chigi. Roma è
poca cosa, forse. Ma non strategicamente. Per la posizione della penisola, con
le isole, nel Mediterraneo. E per il voto dei cattolici: sanguinosi i dileggi.
E probabilmente degli italoamericani, colti in piena riscoperta delle “radici”.
Ma, poi, dopo il voto del 4 novembre, Trump non sarà più Trump.
Tutti contro tutti, al campionato sovranista
Al di là del ridicolo, da vajsse, pettegole di strada - sia lui,
il padrone del mondo che tutti offende, Meloni dopo Starmer, dopo Merz, dopo Macron
ripetutamente, perfino col suo socio in affari Netanyahu, salvo quelli che gli
rompono i denti, da Pechino a Teheran, sia lei. A cui pure Trump aveva sollevato
una palla per uno smash imprendibile, bastava trattarlo con sufficienza,
da coatto, senza farne una causa nazionale. I nazionalismi odierni, nell’epoca
del sovranismo social, del linguaggio semplicistico, sono diversi perché competitivi,
incompatibili l’uno con l’altro.
Finito il secolo delle indipendenze, da metà Ottocento a metà Novecento,
il nazionalismo ha perduto ogni carica innovativa, è solo stracca ripetizione, di
ognuno contro il mondo. Non ci può essere amicizia, perché non c’è comunanza,
di ideali o di semplici intenti. Difficile che ci siano, o allora ad hoc,
per scopi limitati e occasionali. Il giorno in cui Marine Le Pen arrivasse al potere Salvini, se ancora ci sarà, non sarà più suo amico ma il suo
potenziale avversario - a Bruxelles, alla frontiera per gli immigrati, sulle
questioni industriali (le “sorelle latine” sono storicamente gelose l’una dell’altra).
Il nazionalismo ha varie forme, irredentistico, politico,
resistenziale, o semplicemente misoneistico. Come usa oggi, ribattezzato sovranismo, è del tipo populista:
non ha una consistenza progettuale o ideale se non il tifo calcistico, per la patria
come se fosse la squadra di calcio – patria è esagerato, è termine nobile, oggi
inviso, o ignoto, diciamo un qualcosa di avversativo: si fa il tifo soprattutto
contro. Ogni evento è una partita decisiva, nel nobile campionato
di calcio.
La povertà era miseria a Napoli
In parallelo con
Pasquale Villari, suo amico e mentore, ma con decisione, e molto acume, Jessie
White si avventurava un secolo e mezzo fa in un’indagine sulla povertà a Napoli
– nella città più che nel “napoletano”, campano o meridionale che si
intendesse. Con una veduta già sociologica, oltre che storica e politica come
quella che in contemporanea sviluppava lo storico calabrese. Frutto probabilmente
della lunga esperienza inglese in fatto di indagini sulla povertà urbana, e sui
rimedi. Prodroma delle future indagini parlamentari, come la Franchetti-Sonnino
– che molto devono a questa sua ricerca. Fatta in prima persona, con qualche
documento e molte cose viste e sentite, visitando, parlando, interrogando. Senza
“rispetti”, o covenzionalità – la ricerca è sulla “miseria”, non sulla “povertà”,
come sarebbe stato opportuno nel “politicamente corretto” dell’epoca.
Una ricerca che resta,
benché ovviamente reliquia storica, di lettura interessante, piena di fatti e
di condivisibili letture. Partendo subito, alla seconda pagina, con un “segreto”
di cui ancora si discute, quello della democrazia inglese: “Molti si
meravigliano perché l’aristocrazia in Inghilterra mantenga ancora tanta
autorità e tanta influenza, là dove da trent’anni il quadro del diritto e dell’uguaglianza
ha fatto più progresso che in altri paesi, in cui essi ebbero culla. La
spiegazione è facilissima. L’aristocrazia inglese vive osservatrice vigile,
scrutatrice profonda dei segni del tempo, e dell’umore giornaliero della nazione.
Quando sa di dover cedere sopra un dato punto, essa cede prima di riceverne l’intimazione,
e cede con tanta grazia e buon garbo, che spesso figura d’essere lei l’iniziatrice
della desiderata riforma o della concessione”. Idilliaco, ma ben fondato, dell’arte
del governare.
La grande patriota
risorgimentale parte spiegando le condizioni di vita dei più poveri, con la
vivacità delle cose viste. Una seconda parte dedica all’assistenza – in parte in
analogia con Villari, che individuava nell’appropriazione della manomorta il crollo
del sistema borbonico di assistenza ai poveri, malati, etc. Nelle ultime due sezioni
prova a illustrare i rimedi possibili. Soprattutto basandosi sulle esperienze
inglesi di filantropia e legali, delle leggi contro la povertà della prima metà
dell’Ottocento.
A cura di Pietro
Finelli, che inquadra l’opera nel rapporto fraterno della vulcanica White Mario
con Pasquale Villari.
Jessie White
Mario, La miseria in Napoli,
Edizioni di Storia e Studi Sociali, pp. 207 € 16
giovedì 18 giugno 2026
Ombre - 827
Si resta interdetti sfogliando il memorandum
d’intesa Usa-Iran, sulla sua vaghezza, come una professione d’ignoranza da
parte americana. P.es. sul disarmo dei proxies di Teheran, le forze che ha
creato e arma, Hezbollah, Houthi, le milizie irachene, e anche Hamas. Ignoranza
non può essere, gli Usa hanno servizi diplomatici e d’informazione come nessun
altro al mondo. Superficialità? Forse. Ma soprattutto: chiudere la vicenda, senza
ammettere l’errore, la sconfitta.
Peggio ancora le ipotesi che si incoraggiano
a margine del memorandum. P. es. sui destini del Libano, di cui Trump vorrebbe che
se ne “occupi” la Siria. Non sa che la Siria vuole la Bekaa, il cuore del
Libano, agricolo, culturale e perfino sciistico – come Israele ne vuole il Sud,
(almeno) fino al Litani?
Un memorandum d’intenti è una promessa
di negoziare, non un trattato di pace, e tuttavia di Hormuz – che sarebbe propriamente
Ormuz – non si dice nulla. Cioè sì, sarà riaperto, ma come? Anche un semplice dazio
che Teheran possa pretendere è un insulto, e un cappio, per i Paesi arabi del Golfo:
Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati, compreso Dubai. E in parte anche Arabia Saudita
e Oman, che dovranno crearsi o potenziare nuovi sbocchi, fuori del Golfo.
Bugiardo poi il parlottare che si fa –
che Trump ha lasciato si facesse a Evian – sugli europei e gli italiani pronti
a sminare. Come se l’Iran lo concedesse.
Si fa scandalo dei rimpatri di immigrati
illegali, con la giudice Albano e le colleghe dell’apposita sezione del Tribunale
di Roma impegnate a impedirli, e poi si scopre che i rimpatri ci sono stati soprattutto
con i governi Conte, quello di sinistra-destra, e quello di sinistra: il 34,4
per cento degli sbarcati, uno su tre, nel 2018, e il 65 per cento, due su tre,
nel 2019 – gli altri anni i rimpatri vanno dal 3 al 10 per cento. Dov’era la giudice Albano
nel 2018-2019? Sempre a Roma.
Il primo giorno del G 7 a Evian vedeva soprattutto
il cancelliere Merz ballonzolare attorno a Trump – sempre rivolto a Trump anche
quando la conversazione era a tre e quattro. La Germania più che l’Italia resta
aggrappata alla garanzia americana, nucleare e non solo. Più dell’Italia ha
guardato e guarda con paura ai progetti di Trump di ridurre la presenza militare
americana in Europa. Le due guerre, Ucraina e Iran, forse hanno una logica in questo,
far toccare all’Europa con mano la sua inettitudine.
Si irride Trump che festeggia il compleanno
con uno spettacolo di lotta. Ma non in A merica, dove pure i media sono
generalmente e diffusamente anti-Trump. Niente rispetto alle irrisioni sull’insegna al
Kennedy Center che un giudice ha fatto rimuovere, o sulla sala da ballo alla Casa
Bianca, o sul progetto di un arco di trionfo, anche questo a lui intestato. La
lotta, anche selvaggia, sarà – è – al fondo dell’animus americano non effetto
dei western all’ultimo sangue, o delle guerre in continuo, ma la causa.
Il Pd ha bloccato la nuova più generosa
legge Roma Capitale e il sindaco Gualtieri non sa come farla riprendere – anche
perché “Milano” ne ha approfittato per dire che se Roma va finanziata specialmente,
allora anche Milano. Prova a sciogliere il nodo il cardinale Matteo Zuppi, ex parroco
a Trastevere. invocando “il metodo Giubileo” – “può contribuire alla
valorizzazione”. Cioè il metodo degli appalti suddivisi, metà ai costruttori di
sinistra e metà a quelli di destra.
Approda l’antifascismo alla Fiera del libro
di Rma, “Più liberi più libri”: per entrare bisogna fare professione di antifascismo.
Una mostra che l’Associazione degli Editori organizza. Di cui è a capo Innocenzo
Cipolletta. Che era il direttore generale della Confindustria – di cui l’Aie è
parte. Niente di rivoluzionario. Ci fu il fascismo degli industriali, ci sarà l’antifascismo
degli industriali – non stanno mai all’opposizione?
Santanché vince la causa contro il giudice
Esposito, ex supremo giudice di Cassazione, che si era querelato per diffamazione.
Si vede che proprio era nel torto, non c’era partita in partenza fra la donna “libera
e bella” contro un giudice figlio di giudici nipote di giudici (che succede,
anche qui, solo in Italia, anzi forse
solo a Napoli). Che questo giudice abbia utilizzato il suo turno nella sessione
feriale per condannare Berlusconi, questo fa parte della sua soggettività (si
dice così? insomma autonomia) di giudice?
"Negozi di quartiere priorità per 6 italiani
su 10”. Un capitale enorme dissipato con la liberalizzazione voluta da Bersani
nel 1999. In favore dei Centri Commerciali – “risparmio e nuovo spirito di
comunità”. E come no. Forse Bersani non ha mai fatto la spesa. Però sapeva bene
cosa faceva.
Si possono distruggere a scuola arredi
e manufatti, non per incidente ma con le mazze, senza pagare il danno. Anche
rilevante nella fattispecie, di 10 mila euro. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato,
supremo aeropago della giustizia amministrativa. Che fa il paio con la Corte
dei Conti. L’uno al chiuso di palazzo Spada, sontuosa, regale residenza. L’altro
prepotente proprietario di via Baiamonti, di cui s’è fatto un garage privato.
Che non difendono lo Stato ma solo i loro privilegi, 200 mila euro l’anno l’uno.
Più le consulenze, anche con enti controllati. Chi rompe computer, fotocopiatrici,
lavagne magnetiche a scuola può essere sanzionato disciplinarmente ma non deve
pagare il danno - quello lo paghiamo noi, mezzo milione solo a Roma, ogni anno.
“Afghanistan, la rivolta delle donne: «I
talebani ci vietano tutto, ora basta»”. Ora, dopo sette anni di talebani, cui
il buon cattolico Biden ha confidato il Paese, che le donne hanno confinato dal
primo giorno. Perché si fanno cronache politiche scontate, tanto per riempire
gli spazi? Si dice tanto per dire? L’informazione come chiacchiera non è (solo)
dei social.
Macron e Merz si accordano con Starner
per avviare una loro mediazione nella guerra in Ucraina. Mandando i loro
ambasciatori a Mosca. Una iniziativa un po’ ridicola che Mosca naturalmente ha
sbeffeggiato. Ma non c’è di meglio in Europa, questo residuo di Vecchie Potenze
- che si chiamano assi, altro brutto termine. Un
diplomatico di terza categoria avrebbe spiegato che per mediare bisogna avere
credito da entrambi le parti in guerra. Essere forti, anche soltanto di stima.
Perché Cipriani e Minetti fanno causa a
New York? Perché la trappola uruguagia li ha danneggiati con l’avviamento
economico e con il credito negli Usa. Può essere. Ma certamente perché in Italia
non vincerebbero mai la causa. In Italia la giustizia è politica - roba, si
diceva quando si poteva dire, da Terzo mondo, da amici degli amici, da capataz
e caciques, tutti naturalmente intemerati, onesti, puliti, democratici.
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L’invenzione della buona fede
“I costruttori hanno seguito le regole
ed erano in buona fede”. Assoluzione piena per questo dal Tribunale milanese della
giudice monocratica Paola Braggion – ci ha perso pochi minuti in camera di
consiglio, aveva già steso il dispositivo. Per chi ha costruito un grattacielo,
una quarantina di appartamenti, come “ristrutturazione” di due casupole. La “buona
fede” del reo è invenzione strepitosa della giudice Braggion. Anche se, bisogna
dire, l’invenzione non è sua ma della prima gip del caso, Sonia Mancini. Rafforzata
dal Tribunale del Riesame, Paola Pendino, Francesca Ghezzi e Vincenza
Papagno.
O non sarà questa invenzione strepitosa
opera femminile, le giudici essendo tutte donne prima che amiche o compagne del
sindaco Sala? No, perché in gara con Pendino-Ghezzi-Papagno concorre all’invenzione
strepitosa il trio Carla Galli-Monica Amicone-Alberto Nosenzo. Giudice influente,
quest’ultimo. Come da celebrazione dell’IA: “Galli, Nosenzo e Amicone sono i
giudici della Sezione 12 Penale del Tribunale del Riesame di Milano,
noti per aver annullato i sequestri e dissequestrato diversi importanti
cantieri ed edifici legati alle inchieste milanesi sull'urbanistica,
riconoscendo la «buona fede» degli acquirenti e dei costruttori coinvolti”.
I giudici si racconta(va)no
Forse il libro più
onesto su Mani Pulite - impresa disperata – e sugli altri “fronti giudiziari”
aperti, dalla mafia, e l’antimafia, all’ambiente: lasciando parlare i giudici.
Nove giudici, allora di “prima linea”, che si raccontano: Almerighi, Borrelli,
Bricchetti, Caselli, Cesqui, Cordova, Priore, Siclari, Vigna.
La storia di Borrelli,
come da lui raccontata, è proprio “italiana”, meridionale, napoletana: familiare, si è giudici di padre in figlio. Che sarebbe anatema in America, anche in
Inghilterra, ma a Napoli con orgoglio.
La vicenda di Cordova
- di cui si tace che era e si voleva della destra, allora Msi - Calabrò non riesce
però a fargliela concludere bene, con l’allora ministro della Giustizia Martelli.
Col quale ha un lunghissimo colloquio, dalla mattina alle 15 del pomeriggio. Che
Martelli conclude lealmente, spiegando che lo ha sostenuto per la Superprocura
Antimafia, ma vuole sapere perché nelle sue indagini a Palmi in Calabria infila
sempre esponenti socialisti, il senatore Zito e l’onorevole Principe. E gli
obietta, testualmente, nel ricordo che ne fa Cordova: “Il ministro Martelli
insiste che nella vicenda siciliana dell’onorevole Mannino non era stata contestata
l’associazione mafiosa, e che si poteva procedere solo per il reato elettorale.
Aggiunge ancora che i politici in questione erano rovinati e che il danno era
enorme”. Come si è visto per Mannino, dopo trent’anni, o quaranta.
Maria Antonietta
Calabrò, In prima linea,
Sperling&Kupfer, pp. 224 pp.vv., da € 9,40
mercoledì 17 giugno 2026
Il mistero delle strategie belliche Usa
Resta un mistero, dopo questa guerra all’Iran come già dopo i bombardamenti
di un anno fa, e la lunga sequela di guerre avviate e non vinte nel dopoguerra,
la strategia militare americana. Come essa viene elaborata per le diverse
ipotesi belliche, e poi come viene gestita, sui vari fronti.
Si critica Trump come presidente troppo presidenzialista, e quasi un dittatore,
ma troppi presidenti prima di lui hanno avviato troppe guerre, senza nemmeno
coprirsi con la necessità. Quindi il rapporto è costituzionalmente sbilanciato
in materia di guerra, tra Casa Bianca e Congresso. Ma i militari, gli stati maggiori,
che normalmente esistono per preparare piani strategici, per ogni ipotesi bellica,
anch’essi in America sembrano spuntati. Nel senso che gli stati maggiori sono
inefficaci o incapaci. Si veda Hormuz: la chiusura dello Stretto, possibile
con imbarcazioni da diporto, e un minimo impegno di personale e armi, non era
ipotizzata – non è stata prevenuta – dopo i massicci bombardamenti Usa-Israele?
Le sanzioni non sono una strategia
“Secondo il «Wall Street Journal» Washington consentirà a Teheran di vendere
petrolio subito dopo la firma”. Ma l’Iran ha sempre venduto petrolio, malgrado le
sanzioni, anche dopo i bombardamenti recenti di America e Israele. Cosa che
tutti sanno.
Si dice che è una novità nell’ambito della dottrina americana delle sanzioni.
Con la quale si consolida la più vasta dottrina americana del controllo del mondo
intero - sanzionando gli Stati dopo averli dichiarati “canaglia”. Anche se a
nessun effetto – nessuno si è mai arreso per le sanzioni. Se non di arricchire
i mediatori, i volenterosi delle ricche triangolazioni.
È strano che non si faccia ancora un bilancio di questa guerra, un’altra
persa a ogni evidenza dagli Stati Uniti. Col concorso questa volta di Israele,
malgrado i fuochi d’artificio degli assassinii mirati: un militantismo islamico
invece che arabo ne è l’esito, molto più vasto, e la percezione per la prima volta che Israele
non sa più vincere le guerre, come aveva fatto con Giordania, Egitto e Siria, se
dopo tre anni e mezzo è ancora mobilitato contro Hamas e Hezbollah, “formazioni
terroristiche”, mentre perde sostegno internazionale.
Di Pietro santo
Un’agiografia,
come è nel Dna delle Paoline. E nello stile del giornalista – allora non “padanista”,
non odiatore: “Il giudice terremoto. L’uomo della speranza”, un po’ come quello
della provvidenza.
Un libro pieno di
mamma. Tre anni di seminario – da dove scappa ma vabbè. Fa la scuola di perito elettrotecnico,
è rimandato in quinta ma vabbè. Se ne va in Germania, dove fa l’operaio, il manovale:
E forse è vero, anche se “in Germania uno così non s’è mai visto”. Ma poi è
inutile insistere, è tutto come dicono le Paoline: “La storia vera e seducente”
del “magistrato che con la sua intelligenza, il suo coraggio e la sua tenacia
sta facendo tremare l’Italia”. Ma non, a Milano dove operava, andrebbe aggiunto,
l’Opera del Duomo, l’arcivescovado, all’epoca il più grosso immobiliarista della
capitale morale. Tutto un “Grazie Di Pietro”, “Forza Di Pietro”, “Avanti Di
Pietro”.
Un cimelio. Il documento
non di un’epoca ma di un mondo sì, quello dei preti, a cui tutto scivola
addosso.
Il repertorio è
sempre quello, del genere: “Nonno Giovannino e Nonna Pazienza, il furto dei cavalli,
la guerra, i genitori Peppino e Annina, le sorelle, la masseria, la stalla, le
mucche e le pecore. Il seminario, il diploma, Elsa il primo amore, il lavoro in
Germania, il concorso, la laurea, la polizia, la magistratura, i figli, “il
fedele Rocco” – sarà il cane?
Un modello, se
non un santo. Ma manca quando, a Bergamo, andavano a “farsi le poliziotte”. Moncalvo
è pio ma è leghista, Bergamo non si tocca.
Gigi Moncalvo, Di Pietro, Edizioni Paoline, pp. 238
pp.vv., da € 4
martedì 16 giugno 2026
Secondi pensieri - 586
zeulig
Anima – Tommaso d’Aquino ci ha scritto sopra dunque 1.000 pagine - quelle che ora si ripubblicano. Dove discute
peraltro di trattazioni pregresse, oltre che di Aristotele – che tutte le questioni
ha posto: da Democrito a Empedocle, da Talete ad Anassagora, da Platone a sant’Agostino,
da Seneca a Tertulliano e Boezio. Scomparve per essere stata troppo arata?
Dio - “Dio è un ente solo per i peccatori”,
spiega Meister Eckhart, per la convenienza del devoto, che “segue Dio come un
cane segue la donna che porta le salsicce”. Mentre il destino è individuale e
non si sfugge, si è soli al mondo.
Occidente
– È creazione europea beninteso, di Colombo prima di
Toynbee. Ma anche dell’Oriente. Soprattutto arabo. Un mondo che per cinque secoli
non ha contato. Alla caduta di Granada, che hanno perduto
per faide loro, e alla sconfitta di Lepanto, una scaramuccia, l’islam turco e
gli arabi avevano un terzo dell’Europa, con Costantinopoli e il Mediterraneo, e
non hanno saputo che farsene. Finendo per non contare, se non giusto come
pirati, predoni.
L’Occidente non è quello degli imperi, che si
rispettavano, è il nemico, e nasce con la Eastern Question, la divisione del
Medio Oriente. La verità è che gli arabi sono tribali, e quindi predoni e
mercanti. Senza i persiani, i copti, i berberi, i turchi non avrebbero una
storia, sanno solo accumulare – anche oggi, accumulano arte, sport, moda che
non praticano. Dei tanti aspetti controversi di Israele uno certo è che ne ha
messo a nudo la natura, d’incostanza e (relativa) insussistenza.
Passione – È necessaria? “Chi si perde nella propria passione perde meno di chi perde la passione”, lo attesta sant’Agostino.
Scienza
– Non ha il senso del limite, del ridicolo o funesto.
La scienza non ha il senso del ridicolo,
con tutte le sue scoperte, le profondità della psicologia, per esempio, o della
biologia, così piatte. Potrebbe essere una buona tecnica, la scienza, e per
tale va presa. Per esempio nella alchimia del potere, che si vuole arcano tanto
è miserevole, si autodistrugge forse più di quanto distrugge.
Spinoza – “Un trucco
vagamente disgustoso, alla Spinoza” ha all’improvviso un personaggio del
romanziere Houellebecq in “Annientare”, all’immagine che si forma di un “sabba
di Yule” che sua moglie starebbe celebrando con una comunità buddista-tibetana.
Per dire del panteismo, dell’“idea di divinizzare la natura”.
Storia – “La storia è
qualunque cosa diciamo che è storia”. J. L. Borges, “Pierre Menard, autore del
Chisciotte”.
Demostene era spia del re di Persia. Il
severo difensore della patria ateniese era al soldo del nemico. Alessandro
Magno lo scoprì quando aprì gli archivi persiani. Non per questo Demostene era
stato meno patriota per Atene contro Filippo, il padre di Alessandro. Ma sono
più greci i macedoni, che combattono i persiani, o l’ateniese Demostene che ai
persiani invece si allea, contro Sparta e i macedoni? Ermia, nobile amico di
Aristotele, cui diede in moglie la Pizia, sua amante e forse sorella, doppiogiochista,
messo in croce ebbe queste ultime parole: “Dite agli amici e compagni che non
ho commesso nulla che non convenisse alla filosofia e alla dignità”. Per Ermia crocefisso
Aristotele scrisse una bella poesia.
Verità – Sfuma nell’irrealtà
quando tutto è “sedicente” – sedicente è
l’atomica, il papa, la giustizia. Ma si conferma che i tempi sono mutati.
Incontestata è quella dei misteri – che si può anche dire
dell’“Oriente”, dell’orientalismo.
Che origina in Plutarco. Che attribuisce a Iside l’istituzione dei misteri,
grandi e piccoli, o verità esoteriche riservate agli iniziati, nonché in
Erodoto, Platone, Apuleio e perfino in Aristotele. Una serie di finzioni ne
germinò, culminata in Orapollo, l’autore dei Hyerogliphica che in realtà non sapeva nulla dei geroglifici.
Avverso
alla verità non è il dubbio o l’errore, è l’inganno.
Il resto è ricerca
– “per tentativi ed errori”.
La verità Gregorio Palamas, il teologo santo bizantino, differenzia dalla falsità solo per pochi
tratti. E ancora, essi sono rilevabili, definibili, solo eticamente: dipende da
ciò che si vuole.
Rovesciare
la realtà è prova d’ingegno, ma la prima diavoleria fu, nel paradiso terrestre,
dire bene il male e male il bene. La logica, anche del giallo, è semplice.
Sherlock Holmes sa la verità, non la deve dedurre, cioè dimostrare – se non per
fare rigaggio. Non ci vuole molto per capire. Il complotto è la politica,
organizzata nei dettagli, governata, con tiranti, redini, frusta, annunciata,
spiegata perfino. Il totalitarismo è furbizia prima che forza, e disegno
divino. La bugia è inafferrabile se il suo autore ne è pure regista: Epimenide
cretese, Amleto - non nel caso del bugiardo semplice attore: Pinocchio. Per
questo sono inestricabili gli intrighi degli sbirri. Però sono manifesti.
zeulig@antiit.eu
L’Inghilterra si è fatta povera come il Mississippi
“Un caso di studio
di autosabotaggio” è il sottotitolo: l’impoverimento come un scelta, dunque. Della Brexit? In parte. Della politica di accoglienza e integrazione? In parte. E in parte del sistema
sociale, rimasto pubblico dopo il thatcherismo, il passaggio dell’economia
produttiva d’un colpo al mercato.
Il Regno Unito
è diventato povero, e non lo sa? “Gli ultimi 18 anni, un lasso di tempo
sufficiente per la nascita e la crescita di un'intera generazione perduta, non
hanno prodotto altro che stagnazione e disillusione di massa. Nel 2007, prima
della crisi finanziaria globale, la Gran Bretagna era al suo apice
post-imperiale. Il reddito medio delle famiglie aveva appena superato quello
della Germania. Una sterlina valeva più di 2 dollari e Londra stava
probabilmente soppiantando New York come centro della finanza internazionale. Da
allora, però, “è un crollo, continuo.
Il pil pro capite è
ora di poco superiore a quello del Mississippi, lo stato più povero degli
Stati Uniti, e questo lieve vantaggio è stato raggiunto solo grazie a Londra.
Al di fuori della capitale, nelle zone non frequentate dai turisti, il tenore
di vita è ben al di sotto di quello del Mississippi.
“I britannici che
visitano gli Stati Uniti scoprono che la loro sterlina si è svalutata, al punto
che oggi vale solo circa 1,35 dollari. I salari britannici sono rimasti molto
indietro rispetto a quelli statunitensi, ma anche a quelli di Germania,
Francia, Paesi Bassi e Danimarca: una volta tenuto conto dell'inflazione, la
loro crescita è stata pressoché nulla. Entro il prossimo decennio, se le
tendenze attuali dovessero continuare, il tenore di vita del cittadino polacco
medio sarà pari a quello del cittadino britannico medio.
“Una generazione
fa, la Gran Bretagna era una grande potenza mondiale; oggi è una potenza di
medio livello, stretta nella morsa della sclerosi. La tassazione è a livelli
altissimi, ai massimi dopo la Seconda
Guerra Mondiale, eppure i servizi pubblici sono peggiorati. Il Servizio
Sanitario Nazionale (NHS), il celebre pilastro dello stato sociale britannico «dalla
nascita alla morte», ha un arretrato di sei milioni di pazienti, quasi un
decimo della popolazione, in attesa di cure. E in ambito ostetrico, per
esempio, spende più per risarcire i danni da malasanità che per fornire
effettivamente assistenza alla maternità. Molti britannici non possono
permettersi un appuntamento col dentista, né pubblico né privato. A un sondaggio
del 2023, uno su dieci ha dichiarato di ricorrere al fai-da-te per le cure
dentistiche, in casi estremi estraendosi i denti da soli o incollando corone
rotte”.
Da europei, continentali
cioè, si è tentati di dire: “L’avete voluto”, con la Brexit. Ma il panorama che
ne emerge, a un’inchiesta nemmeno molto approfondita, è che il problema è generale,
di “decadenza”. Della rappresentanza politica. Delle istituzioni, a partire
dalla monarchia. Della partecipazione o fiducia pubblica, dopo l’allargamento
della base demografica con la politica di generosa inclusione, dei cittadini ex
del Commonwealth e anche oltre. Del diminuito ruolo di Londra come centro di affari
e degli stili di vita. Della deindustrializzazione, una pesante eredità (che si
trascura nelle celebrazioni) del thacherismo. Soffrono perfino le grandi università,
Oxford, Cambridge, fno a ieri regine dei fondi Ue per la ricerca, sopravanzate
nelle graduatorie da molte istituzioni accademiche europee, americane, cinesi.
Idrees Kahloun, How
Britain became as poor as Mississippi, “The Atlantic” online – leggibile anche
in italiano)
lunedì 15 giugno 2026
Il mondo com'è (498)
astolfo
Assassinii mirati – Non solo i
generali iraniani, la Guida Suprema Khamenei e tutti i capi di Hamas, una lunga
lista di assassinii mirati di varie personalità non militari ha la scrittrice
anglo-palestinese Isabella Hammadi nella prefazione a Edward W. Said, “Representations
of the Intellectual”: Bassel El Araji, assassinato dagli israeliani nel 2017, a
33 anni, “«intellettuale attivista», o «martire istruito», riconoscibile per la
scheletricità e i grandi occhiali che lavorava da farmacista nel campo
rifugiati di Shu’fat, e teneva corsi
in Cisgiordania sulla storia della resistenza palestinese”. E gli scrittori e
pensatori di Gaza, come il poeta e accademico Rifaat el-Ariir, o Sufyan Tayeh,
prominente scienziato e ricercatore di fisica teorica, il poeta e narratore
Selim el-Naffar, l’accademico e commediografo Jihad el-Baz, e molti altri”.
Oriente – È travalicato in
Europa, orientale è Parigi, Malaparte ha questa illuminazione nel 1947 (“Giornale
di uno straniero a Parigi”, pp.135-136) mentre assiste a scioperi e proteste rituali, nell’indifferenza, senza più “il garbo degli scioperanti” e la sorridente
amicizia dei parigini”. ¨I volti sono tristi, le labbra mute, questa folla sporca,
mal vestita, mal nutrita, subisce lo sciopero con un distacco feroce, quasi con
una sorta di disperazione muta, tetra. C’è qualcosa delle folle turche, nella
folla di Parigi. La passività delle folle orientali, di Smirne, di
Costantinopoli, l’accettazione passiva di tutto quel che accade, e che è ai
miei occhi non tanto il fatalismo religioso dei mussulmani, ma quello dei
popoli che non vivono più nella storia. È chiaro che dopo il 1918 questo fatalismo storico travalica
ormai, nelle folle turche, il fatalismo mussulmano. Parigi è una città turca,
la Francia è la Turchia d’Occidente? Le folle turche non sono rumorose, turbolente,
scorrono un po’ affaccendate, in silenzio…”.
Un’impressione che
Malaparte si corrobora ripensando all’Oriente di Montesquieu, di Gaspare Gozzi,
che invece gli si rivelava puro Occidente: “L’Oriente, quale lo immaginavano
Montesquieu, Gaspare Gozzi, o Voltaire, era un Oriente molto parigino. Costantinopoli
era una sorta di Parigi, dove gli eleganti e le preziose erano sostituiti dagli
eunuchi e dalle odalische. L’harem appariva come una sorta di salotto letterario,
dove si discuteva di politica, di scandali mondani, di pettegolezzi, di letteratura,
dove di beveva caffè e si mangiavano rahat-lokums. Il fatto è che nel
XVIIImo secolo l’Oriente, benché in piena decadenza, credeva ancora di vivere
nella storia, aveva conservato il senso della storia. L’Oriente era vivo.
Andate oggi in Oriente. È sempre Parigi, ma fuori dalla storia, con folle
rassegnate a non svolgere più alcun ruolo storico. Parigi, come gran parte dell’Europa,
subisce in questo momento la crisi che l’Oriente ha già subito: quella del
passaggio dal mondo vivo e attivo della storia al mondo tetro, passivo, rassegnato
del fatalismo storico. L’Europa, è evidente, sta diventando un grande paese
levantino, ma senza il sole e il cielo azzurro”.
Frances Perkins - È
stata la prima donna ministro negli Stati Uniti. Al dicastero del Lavoro nelle
tre presidenze F.D.Roosevelt, dal 1933 al 1945 – l’unica a conservare la titolarità
nei dodici anni di F.D.Roosevelt (insieme con un Harold Ickes di cui non resta
memoria). A lei si devono innovazioni fondamentali nel mondo del lavoro: il Social
Security Act, legge sulla sicurezza sociale, che ha introdotto il salario minimo
e le indennità di disoccupazione; le pensioni sociali; la proibizione del
lavoro infantile; una vasta normativa a protezione contro gli incidenti sul lavoro.
La sua fu una nomina
molto contrastata. Praticamente da tutto il partito Democratico, il partito di
F.D Roosevelt. Benché ne avesse titoli: era sociologa, ed aveva già gestito il
lavoro nello stato di New York, come Commissario Industriale. Ma era, appunto,
newyorchese, quindi invisa ai molti in America. Più di tutti la nomina fu contestata,
in quanto donna, dai sindacati. E del resto, come scrisse un giornale dell’epoca,
di New York, “la signora Perkins non gode di alcun sostegno a livello regionale
e non ha cercato l’incarico. Anzi, non lo desiderava. La sua famiglia vive a
New York, la scuola di sua figlia si trova lì e suo marito, per via del suo
lavoro, deve rimanervi per la maggior parte del tempo. Anche la sua propria attività
professionale, dal 1909, si è svolta principalmente a New York. Lei e la sua
famiglia possiedono una casa nella parte alta della città, una casa per il fine
settimana in Connecticut e una fattoria nel Maine per le vacanze più lunghe. La
famiglia e gli amici sono molto importanti per lei”. Non è neanche femminista,
continuava il giornale, “si firma col suo nome da nubile per non intralciare il
marito, dato che entrambi lavorano nella politica locale di New York, ma all’estero
e nelle occasioni ufficiali è Mrs. Paul C. Wilson”, il nome del marito.
L’allarme contro la nomina fu generale nel
partito Democratico e tra i leader sindacali: “La sola idea di una donna come
Segretario del Lavoro era una bomba a orologeria. L’unico democratico influente
che sembra davvero desideroso di avere la signorina Perkins come Segretario del
Lavoro è il signor Roosevelt”. Si scatenò “un putiferio. William E. Green,
presidente della Federazione Americana del Lavoro, dichiarò alla stampa che la
signorina Perkins era una donna adorabile, ma che come Segretario del Lavoro
sarebbe stata del tutto inaccettabile per i sindacati e che la Federazione non
avrebbe voluto avere nulla a che fare con lei. La signorina Perkins rispose con
calma che lei e il signor Green erano vecchi amici e che, se lui non si sentiva
libero di andare nel suo ufficio a Washington, sarebbe andata lei nel suo”.
Radio Cairo – È stata all’origine
dell’arabismo, presto poi in declino, di un nazionalismo comune alle varie popolazioni
arabe, e anche del panarabismo, di un ideale di unità politica tra i paesi
arabi. Di conio e gestione dei rais egiziano Gamal Abdel Nasser, la
mente del rovesciamento della monarchia egiziana nel 1952, e presto successore del
generale Naguib, l’uomo di facciata degli ufficiali insorti. Al potere a metà
1956, e preso leader internazionale con la nazionalizzazione del Canale
di Suez e la sfida vincente, con l’aiuto degli Stati Uniti, contro Francia e
Gran Bretagna che gestivano il canale, e Israele che le appoggiava, elaborò e promosse,
benché a capo di un Paese relativamente marginale nel mondo arabo, una forma di
revanscismo comune, di nazionalismo panarabo. Per tutti gli anni 1960, anche
dopo la sconfitta umiliante patita da Israele nella guerra dei Sei Giorni nel
1967, Nasser elaborò è praticò l’arabismo anche nelle forme unitarie (da lui
estese alla Siria, come Repubblica Araba Unita, e poi alla Libia di Gheddafi),
avvalendosi della tribuna di radio Cairo. Che in tutto il mondo arabo si
ascoltava, in chiaro o al coperto, essendo in alcuni Paesi ritenuta eversiva. E perfino nei deserti, con
la diffusione dei transistor. Coniando una koiné araba, una parlata
comune – prima poteva accadere che un libanese non capisse un algerino.
Russi - Uno dei primi
resoconti della Moscovia, a metà Seicento, che pure da oltre due secoli si
riteneva e voleva la Terza Roma, custode della “vera fede” dopo la caduta di
Costantinopoli in mano ai Turchi, quello di Adam Olearius, lo scrittore-
viaggiatore tedesco del Seicento, che la visitò tre volte, nel 1634, nel 1636 e
nel 1643, per motivi commerciali, ne trae nei suoi ricordi, “Moskowitische und
persische Reis”, un’immagine primitiva - dei tempi, si direbbe, ancora di Ivan
il Terribile, metà Cinquecento, quale Eizenstein li ha raffigurati nei suoi
film , “Ivan il Terribile”, “La congiura dei Boiardi”:
“Le case
d’abitazione della città di Mosca… sono di legname o di pinastri accatastati
gli uni sugli altri o di travi d’abete. I tetti sono coperti da assicelle su
cui sono sovrapposte cortecce di betulla, e in parte da zolle erbose…
“In nessuna casa,
né di poveri né di ricchi, si vede alcun ornamento di vasellame esposto in
bell’ordine, ma soltanto le nude pareti, presso la gente di riguardo coperte di
stuoie, ed un paio di santi dipinti.
“Hanno poche
coltri, i più nessuna, e riposano su cuscini, paglia, stuoie, o anche sui loro
vestiti. Dormono su panche, e d’inverno… sulla stufa, che è come un forno di
pane, superiormente piatto, con il quale si aiutano tutti insieme, uomini,
donne, ragazzi, servi, fantesche”.
Un “volgare tenore
di vita” per Olearius. Che ne apprezza “la bella acutezza di mente”. E ne
depreca la mancanza di curiosità - l’assenza del “desiderio di indagare la
natura delle altre nazioni”.
Olearius, oggi dimenticato, anche il Germania, fu nel Seicento (1600-1671) il primo orientalista tedesco. Un poliglotta che maturò conoscenze di prima mano di Russia e Persia, al servizio di Federico III duca di Holstein-Gottorp, per il quale lavorò a stabilire rotte e accordi commerciali. Fu a Mosca per alcuni mesi tra il 1633 e il 1634, in Persia a lungo tra il 1635 e il 1639. Di passaggio di nuovo a Mosca nel 1636, dove poi tornò nel 1639. Viaggi che raccontò in memorie intitolate “Moskowitische und persische Reis”. Con le quali si conquistò la nomea di iniziatore della letteratura d’avventura tedesca.
astolfo@antiit.eu
L’amore tossico
Un’insegnante di francese,
di mezza età, a Torino, che vive in casa dei genitori, s’innamora di un liceale
bello e perverso, attore, ballerino, gigolò, dinambosessi? che da lei vuole ripetizioni. Che sia cattivo lo sapremo dopo
ma lo indoviniamo subito, fa di tutto il peggio. E poi è troppo bello lui, un Saul Nanni angelico, troppo
goffa lei, una Golino imbruttita: la conquista aggiustando gli occhiali sul naso.
Una storia vera, compresa
la fine, ripercorsa probabilmente tal quale. Un racconto quindi onesto forse,
ma l’amour fou - di questo si tratta, volendo fare in un fatto di cronaca
una storia – non decolla. Resta invece come storia di personaggi e situazioni ordinarie fuori dall'ordinario, un film originale.
Nicolangelo
Gelmini, La gioia, Sky Cinema, Now
domenica 14 giugno 2026
Ma la patrimoniale c’è, per tutti
Chissà perché, la cosa è periodica, infuria la battaglia sulla
patrimoniale. Intendendosi per patrimoniale una tassa speciale sui ricchi. Quando
invece la patrimoniale propriamente detta, una tassa ricorrente sui beni
posseduti, dai ricchi e dai non ricchi, mobili e immobili, c’è da tempo. E
questo governo che non mette le mani in tasca agli italiani, ci ha aggiunto un quarto
– o un terzo - del totale che ogni famiglia è chiamata a pagare.
È una “patrimonialina”, nel senso che è frantumata in una mezza dozzina
di rivoli. Ma c’è, si aggira sui duemila euro. Ogni anno. E colpisce tutti,
ricchi e poveri – il procedimento che il fisco preferisce, pochi ma per tutti,
e sicuri.
Il canale principale è la seconda casa. Vittime i due milioni e mezzo d
famiglie che ne hanno una – più spesso ereditata. Su di essa gravano Imu e Tari.
E da un paio d’anni la tassa sui “non” consumi ininterrompibili di energia (l’elettricità).
Indipendentemente cioè dal consumo.
Considerando che una seconda casa si abiti per due mesi l'anno, il prelievo
forzoso sui non consumi è di circa 500 euro.
In totale, fra Imu, Tari e bolletta elettrica, sulla seconda casa si paga
una patrimoniale di mediamente 2 mila euro l’anno. Imu, Tari, Oneri di sistema,
Trasporto, Gestione del contatore etc. vengono chiamate non patrimoniali ma imposte
di scopo. Che però non è vero: non c’è servizio (Tari compresa, per dieci mesi
l’anno) in rispondenza del prelievo.
Più contenuti, ma su una base molto più larga, di 48 milioni di titolari,
sono le imposte di bollo sui conti correnti, 32 euro l’anno, e quelle sul conto
titoli (necessario, se non altro, per custodire i Bot), 100 euro.
Ma quanto era turpe Mani Pulite
“Biografia non
autorizzata”, da parte di un antipatizzante, pubblicata dalla Mondadori di Berlusconi, un nemico, che trent’anni fa
faceva un’altra storia di Di Pietro, che è come dire l’anima di Mani Pulite,
non fa storia, ovvio. Ma non risulta oggetto di una delle 250 cause per
diffamazione e danni, o sono 300, vinte dal non più giudice. Del quale invece
racconta cose turpi. Come i cento milioni ricevuti da questo e quell’indagato e
poi restituiti in scatole da scarpe, in contanti. Milioni di lire, ma vabbè. O
la Mercedes in regalo, questa non restituita in nessun modo. O l’appartamento
in piazza Scala in comodato, gratuito. E altre facezie, peraltro note. Compresa
la disponibilità a fare il ministro della Giustizia di Berlusconi. E l’uso
disinvolto, “sceso in politica” anche lui, del finanziamento pubblico.
Su una restituzione
di cento milioni a un indagato in contanti in una scatola di scarpe si ricorda la
lettura stranita di una intera pagina di giornale su una traghetto italiana di
ritorno dalla Grecia. Stranita perché il “Corriere della sera” si limitava a
pubblicare la conferma dell’allora Tonino nazionale. Come una smentita.
Non si sapeva
nemmeno che c’era una biografia del genere, di primario editore, in grado di
pagare milioni di risarcimenti, che raccontava, documentate, talmente tante
turpitudini, se non ci si imbatteva per caso.
Di Di Pietro si
aspetterà che sia lui a decidere, quindici o venti anni dopo, sempre per l’uso
“disinvolto” dei fondi pubblici, che era stanco e voleva essere lasciato in
pace. Novello Cincinnato. Aveva – ha – tanto potere?
Filippo Facci, Di Pietro, Mondadori, pp. 370, ril.
pp.vv., da € 11
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