sabato 10 ottobre 2026

Letture - 623

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Arte recuperata
– "I nostri tesori archeologici riescono a calamitare il pubblico quando si trovano al Louvre, al Getty, al Metropolitan, ma cadono nell’oblio appena tornano a casa” – Marina Valensise, “Il sole sorge al Sud”. “È successo al Vaso di Eufronio oggi al museo di Villa Giulia, alla Venere di Morgantina, tornata da Malibù ad Aidone, provincia di Enna, e per molti altri capolavori dimenticati”.
 
Beati Paoli
– Un gruppo segreto di “vendicatori”, contro i soprusi e per i diritti, di cui Luigi Natoli ha fatto dei soggetti un po’ mafiosi nel suo romanzo che a loro ha intitolato, attivi si presume a Palermo al tempo del regno normano, Marina Valensise li ritrova in Puglia, nel suo viaggio dentro il Sud, “Il sole sorge al Sud, pp. 237-238. O li fa ritrovare da un interlocutore affidabile, Tommaso Massari, l’ingegnere titolare della Masseria Carestia di Ostuni (una “masseria fortificata d’origine vescovile, restaurata nel Settecento”), dall’ “aria di misticismo operoso”: “Fu questa, infatti, la missione che tre secoli fa spinse quell’uomo di Chiesa affiliato ai Beati Paoli, setta di giustizieri vendicatori che condannavano i soprusi dei nobili e punivano i criminali”. Nel prosieguo la storica, notando che la fortezza sembra piuttosto un tempio – “il tempio di un culto severo e razionale, come provano l’occhio romboidale, il compasso e la stesa, i molti simboli massonici” -  trova anche lei che questi “rinviano in realtà ai Beati Paoli”.  
 
Choderlos de Laclos
- Viaggiando per la Puglia (“Il sole sorge al Sud”, p. 269), Marina Valensise trova a Taranto, sull’isolotto di san Polo, dei due che chiudono il mar Grande, “il vecchio forte Laclos voluto da Bonaparte, che prende il nome dal generale che lo fortificò, Choderlos de Laclos, l’autore delle ‘Liaisons dangereuses’, uno dei romanzi più letti e scabrosi del Settecento". Generale d’artiglieria finito a Taranto nel giugno del 1803, “stremato dalla febbre malarica”. Sopravvisse “sei settimane di febbri  e spossatezza, morì di dissenteria”.
Morì nell’ex convento di San Francesco – dopo che i monaci erano stati sfrattati evidentemente dalle sue truppe. Morì rifiutando il prete, e chiese di essere sepolto nella piazza d’armi davanti al forte sul mar Grande. Bene “accolto e vezzeggiato dai maggiorenti locali”, ancora nel 1814 beneficiava di un preventivo di restauro della tomba di 200 ducati, somma messa a disposizione dal cavaliere Cataldo Galeota. Ma di lì a poco l’imperatore crollò e le spoglie mortali del generale napoleonico vennero gettate a mare, in odio agli invasori francesi”.  
 
Encicliche
- Si leggono (si vendono) nell’ordine delle 500 mila copie, solo in Italia. Quella sull’intelligenza artificiale di Leone XIV, “Magnifica Humanitas”, è destinata a battere ogni record di vita editoriale, stima Giuliano Vigini su “La Lettura” – se “escludiamo il saggio a due mani, il superbestseller ‘Varcare la soglia della speranza’, di Giovanni Paolo II e Vittorio Messori (Mondadori, 1994 – costa poco, € 2,90 nell’edizione Vaticana", peraltro disponibile gratuitamente online). L’enciclica di Leone XIV, pubblicata a metà maggio, è “sempre presente in classifica tra i trenta titoli online), è la più venduta della saggistica, in cinque edizioni (Vaticana, San Poalo, Paoline, Feltrinelli, Edb), e ha battuto o sta per battere il record della ‘Lumen Fidei’ di papa Fr,ancesco, che pure aveva toccato, nelle varie edizioni, il tetto delle 500 mila copie solo in Italia”.
 
Gesuiti - Carlo Muscetta, cattedratico a Catania di Letteratura italiana e direttore per Laterza della collana  “Letteratura italiana. Storia e testi” in venti tomi, volle un Seicento, commissionato al malcapitato ”allievo prediletto” Alberto Asor Rosa, “senza i gesuiti”. “Cosa assurda”, commenta l’altro allievo prediletto Salvatore Silvano Nigro, sul “Robison” del 4 ottobre, “perché quasi tutta la cultura di quel secolo era in mano all’ordine…. Ovviamente Asor Rsa rifiutò il consiglio. Muscetta costrinse Laterza a inserire una nota in cui si diceva che il responsabile culturale non condivideva e bocciava il libro. Il volume uscì con quell’infamia”.
E non fu tutto: “Muscetta inervenne sui giornali”, prosegue Nigro, “per insultare e calunniare l’allievo”. Coniando, e adoperandosi per farlo circolare, anche un epigramma: “C’è una nuova malattia, si chiama asorrosolia”.
 
Manzoni - Lo stesso Muscetta aveva in antipatia anche Manzoni, ricorda Nigro sempre sul “Robinson”, che il maestro aveva incaricato di curare l’Ottocento per la collana laterziana: “Mi aggredì a causa di un saggio sul Manzoni. Disse che avrei dovuto dedicargli al massimo una decina di paginette e largheggiare su Leopardi. Offrendo, oltretutto, una lettura psicoanalitica dei ‘Promessi sposi’ per dimostrare che Manzoni era un impostore”.
 
Malaparte – “La pelle” Marina Valensise può dire “romanzo della Liberazione” – “Il sole sorge al Sud”, p.342.
 
Noia – In letteratura era di Bernanos, tre anni prima di Sartre, 1936 prima del 1939 (Moravia arriverà nel 1960, n.d.r.), nel “Diario di un curato di campagna”. Carlo Ossola, francese ad honorem, medaglia della Francofonia, lo rileva sul “Sole 24 Ore Domenica”: “La mia parrocchia è divorata dalla noia, ecco la parola. Come tante altre parrocchie! La noia le divora sotto i nostri occhi e noi non ci possiamo niente”.
 
Pavese - “Non valeva nulla”. Carlo Muscetta professore a Catania disse un giorno al suo allievo prediletto, Salvatore Silvano Nigro, proponendogli una tesi di laurea: “Mi chiese di laurearmi con lui”, ricorda sempre Nigro sul “Robinson” con Gnoli, “proponendo una tesi Pavese. Una decina di giorni dopo mi convocò dicendomi che Pavese – oltretutto suo amico e collega in casa editrice Einaudi - non valeva nulla. Che era tempo perso occuparsene”.
Con Muscetta Pavese aveva diretto la Einaudi a Roma per alcuni mesi dopo la Liberazione, tra 1945 e 1946. I rapporti tra i due non saranno mai buoni, già a Roma, e dopo. Ma Pavese non ha, nel diario e nella corrispondenza, cenni negativi su Muscetta.
 
“Scotellaro, morto d’infarto a trent’anni, dopo essere stato trattato a pesci in faccia da Cesare Pavese”, Marina Valensise si fa dire da Andrea Di Consoli (“Il sole sorge al Sud”, p.198), in qualità di intellettuale lucano. La cosa non persuase Antonio Martino, che ironicamente dice tutt’altro nel blog Rabatana. Riporta una lettera di Scotellaro a Montale, il 2 marzo 1953, per pregarlo di coinvolgere Mondadori alla pubblicazione nello “Specchio”: “Il libro è già passato dal setaccio redazionale di Einaudi. Pavese mi fu molto amico per invaghirsene”. E ricorda una “stupenda commemorazione di Pavese a noi amici, durante le vacanze di Natale del 1950”, col padre di Scotellaro e un paio di amici del padre: “A questi in particolare Rocco voleva parlare di Pavese, farlo conoscere e lo fece col cuore” – era qualche mese dopo il suicidio, che aveva fatto molto scalpore.
Martino ricorda anche che “al Centro di documentazione di Tricarico c’era, e ci sarà ancora da qualche parte, non ricordo quale libro di Cesare Pavese con la dedica Al Centro di documentazione di Tricarico in omaggio a Rocco Scotellaro, che mi fece pensare che fosse invaghito della poesia di Rocco”.
Franco Vitelli, curatore poi dell’opera di Scotellaro, ha ricostruito in dettaglio la complessa vicenda. Scotellaro aveva avuto avuto una vivace corrispondenza con Carlo Muscetta, responsabile di Einaudi a Roma, al quale, come quasi compaesano, aveva mandato le poesie. Muscetta entusiasta. Progettò una collana di poesia, e fece avere a Scotellaro un contratto, comprensivo di anticipo, 35 mila lire. Poi la collana di poesia non si fece, per motivi di politica editoriale (niente poesia e poca narrativa, non vendono – la collana di poesia si farà nel 1964), e il manoscritto tornò a Scotellaro. Pavese c’entra una sola volta, un biglietto a Muscetta, col quale non aveva buoni rapporti, il 25 giugno del 1949, quando la collana si dava per fatta e Scotellaro evidentemente aveva qualche esitazione: “Per il Tricarico fate quello che volete. Ma, che, come le ragazze di famiglia, prima ecciti il ganzo (G. Einaudi), poi si ritiri e sente gli scrupoli, me lo rende tanto più antipatico”.

letteratore@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo – giudiziarie (433)

Curtis Flowers, nero, processato sei volte nel Mississippi dallo stesso Procuratore bianco, è morto. Aveva 56 anni. La metà passata in prigione in attesa del giudizio.
Aveva 26 anni nel 1997 quando fu arrestato per l’assassinio di quattro persone in un negozio di mobili a Winona, nel Mississippi.
Imputato della strage, è stato condannato quattro volte da giurie bianche o soprattutto bianche, altri due processi sono finiti con l’annullamento, con la giuria divisa. Ogni volta ha appellato la condanna per scorrettezze dell’accusa. Ma ogni volta l’accusatore, il Procuratore distrettuale del Tribunale del Quinto Circuito del Mississippi, Doug Evans, riapriva il caso.
Nel 2019, dopo il sesto processo, con condanna, la Corte Suprema si è investita del caso e ha ribaltato definitivamente la condanna. Il relatore Brett Kavanagh, bianco, giudice dai “rigidi valori conservatori”, nominato alla Corte Suprema da Trump nel 2018, imputò ad Evans “un costante, determinato sforzo a eliminare dalla giuria individui neri”.


Povertà del Milennio

Tutti del Novecento, eccetto Mahsa Amini, la giovane iraniana uccisa dalla polizia a Teheran perché non indossava il velo, i personaggi che il giornale ha scelto per celebrare i suoi 150 anni di vita. Non c’è nessuno del secondo Ottocento, quando il giornale cominciò la pubblicazione.
La scelta va forse con l’affidamento della stesura a giornalisti 40&più. Ma è anche vero che il Novecento è stato un secolo “pikeno”. Di guerre, ma anche di invenzioni e di personalità. Specie al confronto col Millennio, in questo suo primo quarto di secolo. Desolatamente vuoto, d’ingegno, di abilità, di gusto, dallo spritz al trasandato e al tatuaggio come massimi codici espressivi.
150 Personaggi del Mondo
, “Corriere della sera”, pp. 283, gratuito col quotidiano

 

 

 

 

 

venerdì 9 ottobre 2026

Ombre - 838

E quindi andremo a votare alle prossime elezioni con una dievrsa legge elettorale, la quarta in vent’anni – una praticamente diversa a ogni elezione. Turtte complicate. Senza considerare quanto questo influiscacsull'assenteismo - bisogna andare a ripetizione prima di entrare nella cabina.


È curioso come i regimi elettorali siano calibrati nazionalmente, adattati cioè. Il collegio unico maggioritario in Inghilterra, per il principio monarchico, risolutivo benché intiepidito. Il presidenzialismo in Francia, repubblica vedova del re. Il

proporzionale in Germania - come, gira e rigira, in Italia - dopo il fascismo. 

Ma con una differenza: consistente, stabile, democratico in Germania, cioè di lunga e lunghissima durata. In Italia volubile e inconsistente - e ipocrita, mascherato di "più" democrazia.

 
“Già guerra ombra con Mosca”. L’allarme dei servizi tedeschi viene confinato a queste poche parole. Non ci crediamo molto - tanto più che i loro capi passano periodicamente per spie della Russia? O i servizi tedeschi parlano di Russia ma intendono l’Afs – bisogna “aiutare” la democrazia anche con i servizi.
 
Anche dei laboratori chimici tedeschi, che da mesi, se non è un anno, rinviano l'esito degli esami sulla ricina, cioè non ci capiscono, non dovremmo fidarci - i laboratori tedeschi come il Ris di Parma. Ma qui subentra la "macchina" tedesca, la tecnologia, che si rompe più spesso di quella italiana, ma si fa pagare il doppio. La fama è più del fatto. 


Al processo, dopo dieci anni, per bancarotta fraudolenta, con assoluzione,  si scopre che il fallimento Alitalia fu voluto dal sindacato. Ch bocciò l’accordo con Ettihad, la compagnia degli Emirati. Sono tante le stranezze della democrazia in Italia, siamo vaccinati, ma un fallimento provocato dal sindacato mancava – anche il fatto che non se ne sia saputo all'epoca -benché non ci fosse, neanche allora, la censura sui giornali.
 
“L’Europa dice no a Meloni”, titola con evidenza “la Repubblica”, mentre è vero il contrario. Perché? Giornalismo non è. E opposizione? Non con un bugia, non conviene, è pericolosa - si alza una palla all’avversario.

Sempre sopravviene l'impressione che certa stampa incitatoria sia amica del giaguaro. E invece serve - si vede dalla posta dei lettori - un pubblico di sclerotici mentali, ai quali basta ogni giorno qualcosa contro il nemico. Perché la verità è che la stupidità esiste.
 
Gabanelli e Ravizza calcolano sul "Corriere della sera", con i conti del Centro Studi Itinerari Previdenziali di Alberto Brambilla, l’ex sottosegretario leghista al Lavoro, quindi con una fonte governativa, che sterilizzando la contingenza (l'aumento da inflazione) “il governo Meloni ha risparmiato sulle pensioni”, cioè sottratto alle pensioni, “10 miliardi in soli due anni”. Dieci miliardi. Si penserebbe a uno scandalo. No, come non detto.

Questo dopo la solita campagna d'autunno sui redditi certificati (da lavoro dipendente e da pensione) che soli pagano l'Irpef.
 
I servizi britannici non sanno che inventarsi per tenere vivo l'attacco della Russia - "preparate le provviste, e la maschera a gas" - o degli ayatollah ("uno vale no", la filosofia di Grillo?). Prima i ragazzotti britannici senza arte né parte, giusto il fatto di trovarsi su dei camion in una piazza vicina ad una base dell'aeronautica. Poi un ragazzotto amico dei cinque, di origine iraniana. Loro si divertono - i servizi in Inghilterra sono materia di romanzi - ma noi perché li prendiamo sul serio? Stupidità? Provincialismo?

In dieci anni la Brexit ha impoverito e non arricchito la Gran Bretagna, ne ha “europeizzato” la politica con sei governi di breve durata, con la sindrome politica europea, dei Grandi Partiti spazzati via dai malumori, ha radicalizzato le spinte autonomistiche in Scozia e Nord Irlanda, che stavano meglio in Europa.


Il nuovp premier Starmer riconosce che la Ue è necessaria, ma non pensa di riagganciarla, confermando che il progetto europeo è fermo al mercato comune. Altri sviluppi sono stati fatti, con l’euro, che però è un complemento del mercato comune. Mentre sulla politica estera e di difesa procede in ordine sparso. E sullo stesso piano economico, quello fiscale e di bilancio, non si procede affatto – a parte la burocrazia, statistica per lo più.


Si condanna per mafia Hashem Thaci, l’eroe
 nazionale kossovaro, per il quale, per creargli una patria indipendente, l’Italia è andata in guerra nel 1999. Rimettendoci anche qualche morto per l'uso che abbiamo fatto di uranio impoverito.  Mentre si sapeva che Thaci era  un capo mafioso - fu creato e consacrato dai servizi segreti “occidentali".

 
Di nuovo manca il petrolio, i prezzi aumentano, e bisogna risparmiare, sui trasporti, sul riscaldamento. Ma il "Corriere della sera” imperterrito festeggia i suoi 150 anni riproponendo vecchi numeri di Sinner n. 1, tre o quattro superSinner. Niente dei drammi del 1973-74 – ascensori fermi, luci spente, domeniche a piedi, targhe alterne...... Manca la professionalità? Impossibile, fino a questo punto no. Manca la lucidità, ci fantastichiamo tutti tennisti, super.
 
La Festa dello Sport a Trento s’illustra con i (tanti) campioni del Mondo della Juventus, nel 2006 e nel 1982. Proprio mentre tra i trenta e passa convocati per la Nazionale non cè nessun juventino. Sic transit gloria mundi.

La burocrazia non fa spettacolo

Alla terza stagione la serie approda alla realtà della sanità, di cui si vuole terapeutica?, e diventa niosissima, più del telegiornale.  Non abbiamo più un miracolo, per qualche aspetto verosimile - incomprensibile ai più ma spiegatissimo - ogni mezz’ora. Ce ne sono, ma giusto un paio, e sfilacciati – i Bernabei hanno perso il tocco?
Molto, anzi tutto, è ora di pronti soccorsi stracolmi, dei lunedì affollatissimi, di ricoveri in corridoio, di personale insufficiente, di ceffoni ai sanitari, di turni masacranti, senza nemmeno il tempo di un panino – e di scorcio il sanitario (una donna di solito, e anche qui) che invece timbra freddo il cartellino. fa il cartellino. Tutto quello che sappiamo. E invece dei miracoli la burocrazia. Che non ha mai entusiasmato nessuno.
Anche gli attori sembrano fuori posto, come se recitassero interdetti, malvolentieri, Argentero, Gioli, Saurino, Esposito.
Francesco Arlanch-Viola Rispoli, Doc –
Nelle tue mani, Rai 1, RaiPlay

giovedì 8 ottobre 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (644)

Giuseppe Leuzzi


Fa senso incontrare cinque città meridionali tra le dieci più costose per caro-alloggio - per costo medio di un alloggio nel nuovo piano di case popolari. Acireale, fuori quota con un costo medio previsto in 85 mila euro – contro un costo mediano, nei settanta Comuni censiti da Federcase, di 30 mila euro. Bari viene seconda, con 56 mila euro, Ragusa quarta con 50 mila, Siracusa e Palermo seguono, con 45 e 42 mila euro. Non per una differenza di materiali edili e arredi, naturalmente, ma per la rendita urbana. Più poveri più esosi – più garantiti dagli amici, in una società ancora di notabilato.
 
Si leggono da qualche tempo celebrazioni della catena lombarda di pizzerie PizzAut, benemerita perché associa, al servizio, ragazzi autistici – col supporto di “alcuni neurotipici”. L’analogo non fu fatto, e tuttora non si fa, per il “Convivio” di Fiumefreddo Bruzio, che pure è attivo da oltre un decennio, un caffè-ristorante gestito da ragazzi problematici – anche loro con l’assistenza di alcuni “neurotipici”. Perché si fa ma non si dice.
La pubblicità è l’anima del commercio. Però.
 
Fiumefreddo è anche sito noto, un borgo molto speciale, di pietra e d’aria, fra cielo e mare. Non c’è una relazione, ma sempre evoca D. H. Lawrence, la lettera famosa: “A guardar giù, dal Golfo di Salerno, a sud-est, in n giorno turchino, a veder la scura costa del tutto rocciosa, le chiare rocce montane, torna in mente Ulisse, ed è come recuperare un perduto sé, mediterraneo, anteriore a noi”. La bellezza esime da relazioni pubbliche sapienti?
 
“A Sud ci sono ancora le teste”, scopre Marina Valensise chiudendo la memoria grata della sua infanzia a Polistena con cui apriva una dozzina d’anni fa il suo viaggio al Sud, “Il sole sorge al Sud”: “C’è la demografia, c’è l’energia vitale e soprattutto c’è la fame. Allora, criminalità a parte, il vero problema, forse, è una questione mentale e sta nel modo di pensare se stessi. È la mancanza di autostima, la scarsa cura di sé che nasce dall’assenza di fiducia in se stessi e sfibra il Sud fino all’avvilimento. Un male al quale non è impossibile rimediare”. No, impossibile finché l’opinione è fatta dal leghismo. Ma, soprattutto, perché non c’è la “fame”, in senso proprio e in quello figurato.
 
Se l’antimafia è la chiesa
Del famoso scritto che Walter Benjamin turista innamorato dedicò a Napoli sulla “Frankfurter Zeitung” (scritto a quattro mani con la donna di cui pensava di essere innamorato, la virago lettone Asja Lacis), che lo pubblicò il 19 settembre 1925, quello della città “porosa”, uno scritto occasionale che però segna una tappa importante nella storia dello scrittore perché inaugura la riflessione sulle città, che culmineranno a Parigi, non si cita mai l’essenziale. Che è breve ma apodittico: “In nessun luogo questo popolo può vivere secondo la sua ricca barbarie nata nel cuore della stessa metropoli in maniera più sicura che nel seno della Chiesa. Ha bisogno del cattolicesimo perché ad esso è congiunta la leggenda, la festa di un martire che lo legalizza al di là dei suoi eccessi.
“Qui sarebbe nato Alfonso de’ Liguori, il santo che ha reso possibile la prassi della Chiesa cattolica, esperto nel seguire l’opera artigianale di truffatori e prostitute, su cui scrisse un compendio in tre volumi per controllarla con penitenze più severe o più miti.
“Solo la Chiesa – e non la polizia – è all’altezza dell’organizzazione della delinquenza, della camorra”.
Forse ironico. Ma no, non dice una cattiveria.
 
Sudismi\sadismi – il pos dell’antimafia
“Chieda ai commercianti cosa accade quando si paga con la carta: per accettare quei pagamenti si trovano a dover pagare commissioni opache e non di rado alte”. Chi parla, il presidente della Confesercenti? No, è il dottor Piero Cipollone, del comitato esecutivo della Banca centrale europea, già vice-direttore generale della Banca d’Italia – al tempo in cui il pos obbligatorio fu introdotto.
Finalmente, dopo tante chiacchiere sull’antiriciclaggio e l’antimafia per imporre ovunque il pos, un po’ di verità - annegata in un’ampollosa intervista del “Corriere della sera” al dottor Cipollone: un favore fatto alle banche. Non da poco: in forma di centesimi, molti milioni ogni giorno d’incasso per nessun servizio.  
Se la mafia non ci fosse bisognerebbe inventarla? Conviene a talmente tanti che non cessa di stupire.
 
La scoperta del mare, a Brancaleone
La raccolta di racconti e saggi che intitolò “Feria d’agosto”, l’ultima approntata da Pavese prima della morte, si apre con una sezione dal titolo “Il mare”. Ma in questa sezione tutti i testi, compreso quello del titolo, “sono ambientati nella campagna”, nota il curatore dell’edizione Einaudi della raccolta, Elio Gioanola. E si dà questa ragione: il mare di Pavese, uomo terragno, è “il vuoto dell’altrove”.
Il vuoto? Sì e no. Sì perché non ci sono racconti di mare. No, perché il mare è ricorrente in Pavese. Come idea e come vagheggiamento presto, dall’infatuazione poetica per “i mari del Sud”. Di fatto, tardivamente.
Quando Pavese finisce a un mare vero, lo Jonio, al confino, a Brancaleone, ci passerà il tempo davanti, passeggiando, incupito, senza nemmeno guardarlo. Come se ne legge nelle lettere. Fino a un certo punto. Poi il mare lo prende. Ci dialoga – ci fantastica. Non di sirene, non in senso erotico. Ma fantastico, dei miti che ci aleggiano, di sopra e di sotto, di ninfe più che di tritoni.
Al confino, che poi durò nove-dieci mesi, Pavese presto si mise a suo agio, soverchiato dalla “ospitalità” locale, che lui subito collega d’impeto all’antica Grecia, alle leggi dell’ospitalità.
Frequenta la cantina, dà ripetizioni, giacché è stato nominato “il professore” (d’inglese alla figlia del maresciallo che deve controllarlo), chiede a casa e riceve libri, anche di Grecia e di miti. S’inventa personaggi da mitizzare in futuri romanzi (“Il carcere”, scritto nel 1937-38, primo romanzo, titolo iniziale “Memoria di due stagioni”, le due di Brancaleone) e racconti, avvia il famoso diario “Il mestiere di vivere”. A Natale ha completato l’immedesimazione nell’antica Grecia, scrive a casa nella lettera di auguri: “La gente di questo paese è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca”.
Il mito lo prende, una vita fuori dall’esistenza. Che lo porterà fino ai “Dialoghi con Leucò”, a suo dire la sua opera meglio riuscita -  Leucò per Leucotea, ma anche Leucòpetra, località poco distante da Brancaleone.
Del mare i due ragazzini protagonisti del racconto che apre “Feria d’agosto” in realtà “non vogliono informazioni”, nella sintesi di Gioanola, “vogliono leggenda, mythos; per i viaggi che immaginano d’intraprendere non hanno bisogno di mappe, ma di spinte fantastiche”.


Cronache della differenza: Sicilia
Erutta l’Etna, l’aeroporto di Catania (40-42 mila passeggeri/giorno il flusso) si ferma, si ferma la Sicilia orientale, da Messina a Ragusa e Agrigento, servita da Catania, e s’ingolfa anche l’aeroporto di Palermo. Spostarsi da Catania a Palermo peraltro non è agevole: niente treni, le (poche) autostrade sono tutte buche.
Bizzarramente, frequentando l’isola non ci se ne accorge. Di questo stato disastrato dei trasporti. Girando  l’isola si viene riportati indietro nel tempo - quando una strada era comunque un premio, per quanto mulattiera.
 
Emanuele Lauria, il capo redattore del quotidiano “la Repubblica Palermo”, nella presentazione del volume dedicato a Baudo (“E riecco a  voi”) a un anno dalla morte, dopo averne fatto il cimiteriale testimone di un’epoca, col merito “di esportare una Sicilia colta ed educata quando dilagavano ancora gli stereotipi delle coppole, dei mandolini e delle lupare”. Detto oggi non sembra vero. Ma per mezzo secolo, poco meno, la Sicilia era uno come Riina. Che sembra inventato ma è vero.
 
Il “priapismo siciliano” denuncia un Philippe Daverio incattivito quindici anni fa a Marina Valensise che lo interroga per “il Foglio” l'estate del 2011 (la storia si può leggere in “Il sole sorge al Sud”). Consulente semigratuito del Comune per la Cultura per cinque anni, insolentito dall’onorevole Faraone (allora) Forza Italia, e dalla “lega sudista di Raffaele Lombardo”, insomma dalla vecchia Dc: “È il “priapismo filosiciliano, che fa credere agli abitanti di Palermo di essere i migliori del mondo”.
 
Ma non è solo il milanese Daverio. Valensise esuma il principe di Salina del “Gattopardo”, cioè Tomasi di Lampedusa, che così spiega l’isola al piemontese Chevallard: “I siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei sia per origine sia, anche se siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di disturbare la loro compiaciuta attesa del nulla”.
Con una coda, aggiunge Valensise, gattopardesca: “A parte il vezzo dell’auto-denigrazione, perverso sintomo di un complesso di superiorità”.
 
Palermo è la capitale non solo per “l’ombra di Federico di Svevia”, calcola Valensise in “Il sole sorge al Sud”, ma perché è sede della Regione autonoma, “senza la quale la capitale occidentale (la orientale essendo Catania, n.d.r.) nemmeno esisterebbe (il 40 per cento del pil palermitano deriva dal settore pubblico)”.
 
Goethe era perplesso. Uscendo dal palazzo della principessa di Biscari, che si era animata quando apprese che “eravamo tedeschi”, per le conversazioni avute con precedenti visitatori tedeschi, commenta: “La vita di questi isolani ha sempre qualcosa di solitario, e non si ridesta e non si sostiene che in forza di qualche interesse passeggero”. Ha bisogno di diversivi.
 
Gestisce la giustizia politica a Roma e Milano, con due procuratori capo, uno di Palermo e uno di Caltanissetta, “senza guardare in faccia i potenti”. La giustizia interpretando come credo politico. Infatti Lo Voi a Roma sta sulle piste, anche minime, di centro-destra – anche solo per gli articoli di giornale. Viola a Milano su quelle del centro-sinistra, anche solo per articoli di giornale. Non si può dire che la Sicilia sia riservata o omertosa.
 
Al tempo dell e “teste del serpente” palermitano, degli uomini addentro di tutti gli intrighi, anni 1970-1980, due dei tre eletti, Graziano Verzotto, un politicante e un chiacchierone, e Arturo Cassina, un cacciatore di appalti e di titoli (conte, cavaliere di Santo Sepolcro, etc .), con Vito Guarrasi di Alcamo (imparentato con Cuccia, la “Milano Milano”, avevano zii in comune), erano continentali: Verzotto veneto, anche nell’eloquio, Cassina comasco. Dunque, al tempo dalla mafia di Corleone, che tutto e tutti controllava e decimava, il “potere” a Palermo era detenuto da un veneto e un lombardo.
 
Da mesi le cronache di Palermo sono piene di atti intimidatori: incendi, bombe, kalashnikov. L’azienda Sicily by Car ha subito tre attentati in tre mesi, con dodici mezzi incendiati, e varie scariche di kalashkinov. Altrove sarebbe successo qualcosa. A Palermo, no – si faranno indagini, per colpire i responsabili, quando si sarà costruita una “cupola”, et.. Altrove gli attentatori sarebbero stati individuati, cercati e puniti. Inconcepibile tanga delinquenza  impunita, ma è la realtà.
 
“L’Odissea di Hollywood”, fa una pagina derisoria il “Corriere della sera” sull’“Odissea” di Christopher Nolan – molto prima che esca, a Ferragosto. Perché, pare, Elon Musk ne ha parlato male, essendo Elena un’attrice mauriziana, mezza nera. Difficile difendere Musk. E allora, perché tanto astio? Perché (in parte) è stato girato a Favignana.
Chi firma la pagina, Valerio Cappelli, forse non lo sa, ma questo è l’unico motivo. Sottinteso: le Egadi, pensano di fare le scarpe alle Seychelles, alle Maldive – e a Mauritius
 
Lo stesso giornale, lo stesso giorno, commissiona a Felice Cavallaro un articolo per ridicolizzare la mania dei personaggi superpop, da ultimo Dua Lipa, di sposarsi o comunque festeggiare in Sicilia. Invitando vip di tutto il gran mondo. Che forse è solo per l’abilità di qualche wedding planner siculo. O forse per l’albergheria siciliana, che ha grandi tradizioni, fra Palermo e Taormina. No, è chissà perché questi spendono tanti soldi in Sicilia? Cioè: c’entrerà la mafia?
 
Perché Cavallaro, cronista eccellente, e di forte sostanza, sul matrimonio di Dua Lipa ? Perché è l’unica cosa di cui lo fanno scrivere. “Se si tratta di dividerci, la Sicilia è sempre compatta”, Gery Palazzotto può lamentare sul “Foglio” - “Cartoline dall’antimafia”).
 
E tutto è mafia, naturalmente, anche sotto forme avverse – sempre Palazzotto: “Oggi basta aggiungere la parola «legalità» a qualunque progetto, pubblico e privato, che sia mostra o cocktail, film o concertino, parco o aiuola, e il gioco è fatto”. Come giocare all’antimafia.
 
“Mephisto” sul “Sole 24 Ore Domenica” compara i Florio con i Rotschild. Non c’è partita: i Rotschild “non ostentano ricchezze” e accumulano “8potere e ricchezze colossali”, per due secoli, anche tre. I Florio si perdono tra i “salotti e le mondanità”. “Appiccicare loro il soprannome di «Rothschild del Sud»? Formidabile fesseria questa”, decreta il velenoso corsivista. Comprensibile, aggiunge per maggior senso, “in una Sicilia dove la povertà…. sgranava gli occhi di fronte alla mondanità”. Milano invece sgrana gli occhi di fronte alla mondanità per essere ricca?

leuzzi@antiit.eu

La guerra civile fra polacchi e ucraini e altri racconti

Un’accorta, semplice, fenomenologia del paese, negli occhi della gente. Lampi, idee, di racconti. Da giornalista, quello che vive della velocità (chi “copre” prima il fatto ha l’articolo in pagina), della tempestività (non lasciarsi sfuggire la cosa vista, l’idea), della linearità (il taglio giusto, la frase giusta). Che insieme gli danno la misura e la forma mentis. Frammenti di racconti, immagini, lampi, abbozzi di personaggi o semplici enunciati.
Una raccolta postuma, a cura di Arnaldo Frateili, quando i racconti erano in forte domanda. Molta sensibilità per la psicologia dei bambini e degli adolescenti. Con una mistura ricercata delle certezze e delle loro incertezze. “Il ragazzo solitario”, “I fiori dei conventi”, il racconto lungo della sua espulsione a tredici anni dal collegio dei gesuiti a Mondragone, reo di “letture proibite” (non porno)  - il rettore era Lorenzo Rocci, il grecista, ancora giovane, ma già laureato da Carducci. La solitudine dei ragazzi al paese – “i ragazzi non hanno fantasia, o meglio la hanno, la loro fantasia è tutta nelle parole che a noi sembrano tanto comuni” (in due parole il mondo dell’analfabetismo, il tormento del padre Antonio, il maestro del paese).
E un po’ d’avventura: “La guerra civile in Volinia”, fra polacchi e ucraini, col senso vacuo dell’onore, “Il cavallo bianco”, “Sua figlia”, “La sposa”. Un “Piedi scalzi” che è tutt’altro soggetto – “così bella, una doma perché fa la ladra? Per onestà?”
Racconti brevi, di due o tre colonne, di quando i quotidiani li pubblicavano in apertura (a sostegno) della “terza pagina”, quella che si legge aprendo il giornale, posizione privilegiata, fertilizzando il genere – racconti in forma di elzeviro, divagazione.
Corrado Alvaro, 75 racconti
, Bompiani, pp. 523, pp.vv. (da € 13, laFeltrinelli.it)

mercoledì 7 ottobre 2026

Appalti, fisco, abusi (250)

Il governo che "non mette le mani in tasca agli italiani” ha portato la tassazione al 42,9 per cento del pil, quota mai vista. Mentre si nutre anche delle pensioni: sterilizzando l’adeguamento all’inflazione ha sifonato, calcolano Gabanelli e Ravizza, col leghista (ex?) Brambilla, sul “Corriere della sera”, ben 8 miliardi in due anmi.  Nutrirsi dei pensionati, questa ancora si doveva vedere.  


Con l’Inps, bisogna aggiungere da varie segnalazioni, al suo meglio, cioè al suo peggio. A chi toglie 100 euro, a chi 50, da qualche tempo con le insindacabili “ricostituzioni”. Ad libitum, senza cioè una previa decisione motivata per ricalcolare le pensioni, dopo venti o trenta anni. Pensioni “contributive”, cioè pagate – immaginarsi un’assicurazione che, quando avete finito di pagare e siete andati in pensione, vi toglie “qualcosina” del pagato.
 
Non è tutto: l’Inps “ricostituisce” in segreto, operazione che, se fosse onesta, andrebbe invece fatta in contraddittorio – parliamo sempre di pensioni “contributive”, cioè pagate, anticipatamente.
E poi: con quale criterio? Perché sono le più alte? L’Inps dei Robin Hood? No, l’Istituto è il solito feudo dei sindacalisti falliti, che si preparano la mattina il “lavoro” per il pomeriggio, da consulenti caf. Si direbbe uno scandalo, ma non in Italia.
Contro questo Inps di ladroni c’è solo la causa in tribunale, di almeno tre anni. Da qui forse la rabbia leghista, di anticipare la pensione il più possibile – per averte più gente da impallinare?  
 
Federcasa pubblica le stime del costo medio per alloggio popolare da costruire in base al piano del governo per gli alloggi Erp, le case popolari. La cifra mediana è di 30 mila euro. Ma si va dai 15 mila di Macerata ai 56 mila di Bari – fuori lista Acireale, dove costeranno 85 mila l’una, quasi cinque volte Macerata.
Perché tanta differenza? Per la rendita urbana, il costo dei terreni.
 
La rendita urbana, la vera “speculazione edilizia”, non va con la ricchezza media dei territori. I costi più bassi dei nuovi alloggi popolari sono in aree ricche, Grosseto e Prato dopo Macerata. La rendita si fissa su basi speculative, non di mercato - “prendere o lasciare”.
Con la rendita libera non si va da nessuna parte – non nel senso ci controllare l’inflazione.

Il vecchio Gattopardo e il giovane Stendhal

Un autore che si penserebbe a specchio, epocale anche lui, storicizzante, viaggiatore d’istinto (“turista”), che però lascia freddo Tomasi, in questa monografia pure curata per i suoi pochi uditori, figli di amici. Legge per loro tutto Stendhal, compreso quello “minore”.
La partenza è entusiasta: “Tutte le opere di Stendhal hanno un carattere di estremo interesse e sono di primo piano. Anche quelle minori sono impregnate dalla sua originalissima personalità che permea prepotentemente gli schemi più vieti e, a prima vista, infecondi”. Ne elogia tutto, con gusto per l’aneddotico, e per l’esperienza d’autore – la ricostruzione di ogni progetto o bisogno di scrittura. Offre anche spunti per incuriosire i giovani allievi. Ma con riserve per i romanzi: per la loro costruzione e per la filosofia. Senza, p.es., gli entusiasmi per le opere minori. Specie le “turistiche” – le “Promenades dans Rome" sono un capolavoro. Del resto, anche “Stendhal cominciò a pubblicare tardi: aveva circa trenta anni”.
Da che le riserve sui romanzi? La costruzione, i singoli pezzi, i personaggi? La differenza politica. Tra il progressista, comunque “giovanile”, entusiasta, combattivo, e il conservatore, per di più deluso, inquieto (irrisolto) anche nel passatismo.
In questo aiuta l’introduzione, del compianto italianista Philippe Renard. Col paragone fra “la scena del ballo del ‘Rouge’ e quella, famosa, del ‘Gattopardo’: da un lato la tensione tra un passato rivoluzionario e un futuro che si vuole comunque aperto, dall’altra “ori minutamene descritti”, ristori, danze, "con, in sottofondo, la meditazione solitaria di un Principe che nei saloni affollati si apparta per meglio sentire pulsare in sé il gong della morte”.
Un confronto, inevitabile per il lettore. Senza un giudizio – senza pezze d’appoggio per ricevere o dare un giudizio. Senza nemmeno un rimpianto - a fronte, se non altro, dell'iperattivismo o giovanilismo dell'ultratrentenne Stendhal. Non in superficie. 
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Lezioni su Ste
ndhal, Sellerio, pp.83, pp.vv.

martedì 6 ottobre 2026

Il mondo com'è (502)

astolfo


Bassano – Famiglia celebre a Londra nel secondo Cinquecento di musicisti fatti venire con lauti stipendi dall’Italia. Animatori di consort di flauti dolci, e anche di violini e di viole. Il re Enrico VIII, che ammazzava le mogli e volle una chiesa scissa da Roma per potersi risposare a piacimento, era un italianista, come lo sarà la sua figlia Elisabetta, a lungo regina dopo varie turbolenze, e tra i tanti suoi legami con la penisola ne stabilì pure uno musicale: i Bassano, flautisti, saranno influenti a Londra per quattro generazioni.
Battista Bassano emigrò a Londra nel 1540 con quattro fratelli su invito di Enrico VIII. Di famiglia di musicisti – il padre di Battista era un fabbricante di strumenti musicali e suonatore di sakhbut, come era chiamato a Londra il trombone dell’epoca. Tutti stipendiati, con alloggio demaniale in una ex certosa, Charterhouse – ma bel 1552 saranno in grado di prendere casa a Londra, Bisghopsgate,  Nord-Est, un quarztiere dove mti engozianti er ano ityaliani, in gran parte veneziani.. Nel 1545 erano stati riconosciuti “denizen”, a metà cittadini e a metà stranieri (potevano possedere immobili e terreni ma non ereditarli, potevano votare ma non essere eletti, né averef incarichi pubblici, civili o miltari.
Il nome, derivato da Bassano del Grappa, ha fatto pensare che fossero di ceppo ebraico e arrivassero a Londra in qualche modo da rifugiati. Ma le ricerche anagrafiche hanno stabilito di no – a parte il fatto che gli ebrei Enrico VIII non li voleva, mentre a Venezia prosperavano. Emigrarono a Londra semplicemente perché la musica vi era un’attività importante e continua, che interessava la nobiltà e aveva un mercato, nei teatri, mentre a Venezia si suonava per una mercede in rare occasioni pubbliche, e al benvolere di qualche autorità, civile o religiosa. Alla morte nel 1576 di Battista, il capostipite dei Bassano a Londra, l’eredità si trovò cospicua, avendo avuto assicurata a corte una rendita di 30 sterline l’anno - il reddito di un calzolaio a Londra era di 4 sterline l’anno, di un birraio di 10.
L’italianista americana Tamie Targoff (che sposa invece l’ipotesi che i Bassano fossero ebrei, per il nome, comune tra ebrei, e le relazioni con altre note famiglie ebraiche di Venezia – ma a Londra li fa abitare in una Certosa dismessa, e l’esponente poi più in vista della famiglia, Aemilia, illustra come poetessa dei vangeli) li ha trovati ben addentro alla società di corte elisabettiana, nella sua recentissima indagine sulle poetesse a Londra ne secondo Cinquecento, “Le sorelle di Shakespeare”. Battista Bassano, p.es., aveva avuto come compagna (“ritenuta moglie” nel testamento di Battista) una donna inglese, benché di umili condizioni, Margaret Johnson, ed era padre di Aemilia (sposata) Lanyer, la poetessa, in latino e in inglese, e di Angela (sposata) Holland, nobiluomo di corte. Che s’incontravano e poetavano in musica ospiti apprezzate nei lunghi recess della sovrana in estate, che le grandi famiglie a gara ospitavano in estate nelle loro residenze con corposi programmi di svaghi, per lo più intellettuali. Insieme con Battista sei suoi nipoti figurano musici a Londra, figli del fratello Agostino: Alfonso, secondo marito di Aemilia, musicista a corte, e Augustine, Arthur, Andrea, Edward e Jeronimo.
“Battista e i suoi fratelli erano rimasti al servizio della corona”, ricorda Targoff, “nei tumultuosi anni 1550 – indipendentemente dai cambi di regime, i consort di flauti continuavano a suonare - e i Bassano erano elencati come membri della casa reale quando Elisabetta salì al trono. Secondo il fratello di Battista, Agostino, la regina condivideva il gusto di Enrico VIII per i flauti e volle che i fratelli si occupassero di lei su base quotidiana. In una lettera inviata a Elisabetta nel 1588, scritta in italiano, le assicuravano che stavano educando “i bambin ad essere virtuosi in modo che siano capaci di servire vostra maestà”. Tra il 1545 e il 1552, scrive ancor a Targoff, “Battista può avere servito come insegnante di italiano alla giovane principessa, e le insegnò a suonate il liuto. Nel 1565, i libri della contabilità regale lo menzionano donatore alla regina di un liuto veneziano come regalo per il Nuovo Anno”.
“Quando Battista morì”, scrive Targoff, “nel 1576, il legame di Aemilia alla regina fu interrotto bruscamente. Lei e sua madre, Margaret, perdettero gli agganci di Battista con la corte”. Ma le fortune dei Bassano, e della giovanissima Aemilia, sette anni alla morte del padre, si riprenderanno presto – è una delle poetesse che prende più spazio tra “Le sorelle di Shakespeare”.


Nunziante
– Sono due, padre e figlio, entrambi prominenti nella storia dell’Ottocento: il padre Vito per la capacità, militare e amministrativa, al servizio dei Borboni, il figlio Alesandro (uno dei 14 figli avuti da Vito da due mogli, figlio di secondo letto) inviso ai legittimisti neo borbonici, a suo tempo e tuttora, come “novello Caino”, per il ruolo avuto nell’abbandono dell’ultimo re Francesco II, che lo aveva beneficato – ma inviso anche a Torino, dove si ebbe onori e incarichi ma senza  considerazione.
Vito Nunziante, alto forse due metri o poco meno, nato povero a Campagna, nel salernitano, nel 1775, moriva sessant’anni più tardi generale e marchese di San Ferdinando. Fece un balzo nella considerazione e nella carriera, benché sprovvisto di beni e di titoli, da giovane ventenne, al tempo della Repubblica partenopea: raccolse un suo proprio reggimento di fedelissimi del re Ferdinando IV per unirsi alle masse sanfediste del cardinale Ruffo. Durante  il decennio francese, di Giuseppe Bonaparte e poi di Murat, tenne per un periodo Reggio Calabria, una piazza rimasta in mano ai Borboni. Poi, passato in Sicilia, riorganizzò le forze borboniche, in collaborazione con gli inglesi. E sostenne gli inglesi con alcune formazioni nella guerra contro la Francia in Calabria nel 1807-1808. Fu lui a catturare Murat nello sbarco di Pizzo. E a organizzare il tribunale militare affrettato che condannò Murat a morte. Sentenza che però avrebbe voluto non eseguire – Pietro Colletta, murattiano, ne ha buona opinione nella sua storia. Ma la sentenza era diventata un ordine del re restaurato a Napoli.
Alla restaurazione Ferdinando IV, ora Ferdinando I delle Due Sicilie, narra Marina Valensise in “Il sole sorge al Sud”, “gli offrì nel 1818 il titolo di marchese  e una bella proprietà irraggiungibile  nella Calabria Ultra, quella lingua di terra di oltre 800 ettari, completamente incolta e paludosa, che correva sulla sponda sinistra del fiume Mesima, lungo la costa tirrenica. In cambio, avrebbe avuto cinque anni di tempo per bonificarla, riservando un terzo dei terreni al Comune. Infestata dalla malaria e distrutta dal terremoto del 1783, che aveva raso al suolo 109 villaggi, causando la morte di 32 mila persone, la piana di Gioia era all’epoca una zona disabitata. La vicina Rosarno contava solo 780 abitanti. Così, per la bonifica, il generale Nunziante fece venire degli sterratori da Cosenza e arruolò un certo numero di condannati al confino con meno di quattro anni da espiare, i cosiddetti «servi di pena», che finita la bonifica si stabilirono a San Ferdinando”.
Buona parte del marchesato è stato scavato centocinquant’anni dopo per aprire il gigantesco porto transhipment di Goia Tauro.
 
Virgilio Titone – Uno storico, 1905-1989, oggi dimenticato, della “Sicilia spagnuola” e dell’“Illuminismo in Italia”, che ancora fanno testo, protagonista negli anni1960-1970 del polemismo giornalistico, antesignano dei talk-show odierni in tv. Nato e morto a Castelvetrano, cittadina oggi illustrata dalla famiglia Messina Denao, ma ricco centro agricolo (qui s’inventò l’uva Italia), nonché patria di molti cervelli, p.es. Giovanni Gentile. Oltre che studioso, Titone fu polemista, collaboratore, spesso rubrichista, delle pubblicazioni più influenti, dal “Mondo” all’“Espresso” e al “Corriere della sera”.
Professore di  Storia Moderna e Contemporanea all’università di Palermo. Amico di Tomasi di Lampedusa.  Gioachino Lanza Tomasi, il nipote erede dell’autore del “Gattopardo”, lo ricorda abituale frequentatore del tardivo scrittore, nella ristretta cerchia che usava riunirsi ogni mattina per la conversazione nella pausa caffè: “Tomasi di Lampedusa s’incontrava con pochi e selezionati amici: al Caflisch di via Ruggero Settimo, al bar Mazzara, alla libreria Flaccovio. Con Titone v’erano, di solito, lo storico Gaetano Falzone e il barone magistrato amministrativo Enrico Merlo” (“I luoghi del Gattopardo”).
Pio Libero Virgilio all’anagrafe, di famiglia socialista, fu antifascista durante il regime, poi polemista di sinistra, e apodittico più che arguto. Come lo dirà Roberto Ciuni, direttore del “Giornale di Sicilia” dal 1970 al 1974 (finito nelle liste di Gelli), assumendo l’incarico: “Le opinioni di questo storico siciliano dalla vena polemica solitamente nascondono l’amarezza sotto toni bruschi, qualche volta sgradevoli. Ma sono sempre stimolanti, sempre disponibili al confronto, sempre sinceramente provocatorie”.
Teorizzò una “questione settentrionale”. In forma di emigrazione, di persone e di modi, dal Sud al Nord, mafiosità compresa – teoria che Sciascia sintetizzerà nel 1970 sulla “Stampa”, in conversazione con Giampaolo Pansa, come “la linea della palma”, che rimontava la penisola. Non la mafia, una mentalità “mafiosa”. Senza fare sconti al Sud, e non solo per le mafie. Soprattutto anzi, specie per la Sicilia di cui a lungo si occupò con insistenza, per gli sprechi, il vittimismo, la burocrazia inerte o incapace. Con una interessante distinzione tra le “società della conversazione”, curiose, cioè, e aperte al dialogo, al confronto, all’innovazione, allo sviluppo, e le “società del silenzio›”, cioè, non dette, quelle del Sud, chiuse in se stesse e quindi soggette a ogni sorta di degenerazione.
Fu anche, dal punto di vista teorico, un anticipatore del “declino delle ideologie”, già negli anni 1960, post-boom e prima del Sessantotto. Nonché fine analista di Simenon, del suo valore letterario, più che di autore di grandi successi di breve durata.
Finché non si fece animatore di una “cultura di destra”. Nel gennaio del 1973 organizzò a Torino una sorta di Congresso Internazionale della cultura “di destra”. Con Armando Plebe, altro teorico di sinistra-destra, lo scrittore Berto, il commediografo francese Jonesco, Vintila Horia. Si candidò anche, non eletto, alla Camera, per il partito Liberale. L’anno dopo il congresso di Torino lasciò l’università – finendo nel “cono d’ombra”, come Scalfari dirà le opinioni che non fanno opinione.

astolfo@antiit.eu

Gide protofemminista

Visto da lei, visto da lui, visto dalla figlia della coppia. Un rapporto, e quindi una vita, felice e infelice. In tre distinti racconti, “La vita delle mogli”, Roberto”, “Géneviève” (tradotto “Genoveffa”).
Era un’idea di narrazione tra le due guerre, del “punto di vista”, un esercizio che attrasse anche Aragon, e Giono. Con situazioni però diverse, della coppia nel mondo, mentre qui si relativizza l’amore, o il rapporto intimo: il punto di vista seziona il rapporto di coppia e parentale, non i condizionamenti esteriori.
Questo di Gide, tre racconti (di cui il secondo, “Roberto”, o “visto da lui”, è dedicato al famoso filologo Ernest Robert Curtius), o un romanzo in tre parti, che vide la luce dopo una lunghissima gestazione, se le prime bozze risalgono al 1912 e la pubblicazione al 1929, viene iscritto in una sorta di femminismo anticipato, in quanto fra i racconti delle stesse vicende, situazioni, caratteristiche, le messe in quadro della madre e della figlia sembrano vere o più vere.
Il titolo in italiano è quello di Molière. Il titolo originario, “L’école des femmes”, potrebbe sottintendere effettivamente una forma di protofemminismo. Ma l’edizione italiana ha seguito quella originaria, che si è fatta inizialmente in inglese, come “The School of Wives”, pubblicata su una rivista americana che aveva commissionato il racconto, pagandolo anticipato con una somma notevole, 1.500 dollari.
Di un autore che non si pubblica più da fine Novecento – la “letteratura” non ha più mercato? È curioso, la rete, interrogata sul titolo in commercio, dà sei o sette edizioni della commedia di Molière e niente di Gide: Molière è attuale perché il teatro lo è? Siamo un’epoca teatrale – i social, in fondo, questo sono: un piccolo (minimo, micragnoso) teatrino domestico, coi famigli (followers).
André Gide, La scuola delle mogli, Oscar, pp. 203 pp.vv.

lunedì 5 ottobre 2026

Che ce ne facciamo della Russia

L’Europa si arma per fare la guerra alla Russia, dalla quale si vuole assediata. Non che se veda come.
Perché la Russia fa la guerra all’Ucraina, si dice, dopo averla fata ai Ceceni, e ci spia, con gli hacker e con i droni. Ma non è l’Ucraina ad avere cercato la guerra con i russi, con le finte Meidan antirusse, la Nato in casa, e il sabotaggio degli accordi di Minsk raggiunti con la Russia dagli europei nel 2015? Mentre i Ceceni non erano briganti di passo – come hanno mostrato dopo, assoldati dalla Russia in Ucraina? Mentre in fatto di guerre siamo noi che ne facciamo di continuo, e senza costrutto: alla Serbia (in favore di un capomafia, Hashem Thaçi), alla Libia, all’Iraq, all’Afghanistan, alla Siria, e ora all’Iran. E facciamo ammuìna davanti davanti a Kaliningrad, la vecchia Koenigsberg di Kant all’interno dell’odierna Lituania, ora possesso russo sul Baltico.  
La Russia confina con Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Bielorussia, Ucraina, Georgia, Azerbaigian, e attraverso il mar Nero con Turchia, Romania, Bulgaria. Vogliamo cingerla d’assedio? Con la cavalleria polacca? Coi missili Nato – che l’America lesina, e si fa pagar e caro? Con le truppe d’assalto di Macron? Con le sanzioni no, si sa che sono corruzione organizzata – fabbrica di royalties per gli “amici degli amici”, i monopolisti delle famose “triangolazioni”.
La Russia vene da tre secoli, da Pietro il Grande, di storia europea – con la Germania per le arti pratiche, la Francia per la lingua, il cerimoniale e la controrivoluzione, l’Italia per le arti. E da tre secoli di imperialismo all’Est, zarista e bolscevico. In casa dei polacchi, dei rumeni, dei baltici, degli ucraini e dei georgiani – anche in questo copiando dall’Europa, Austria-Ungheria e Germania. In tre secoli molti legami s’intrecciano e sbrogliarli non è facile. Ma è necessario? In genere i popoli si sono giovati dei dominatori – perfino dell’imperialismo straccione italiano, in pochi anni, in Libia e in Africa Orientale. Le permalose repubblica sudamericane ora, dopo due secoli, corrono a frotte verso la Spagna, tanti da rianimarne la demografia languente. E comunque, è saggio estirpare trecento anni, come già i baltici con le leggi, e gli Zelensky con le buone e le cattive – e tanto boiardismo, tante ruberie sulle spoglie del sovietismo.
L’Ucraina non doveva entrare nella Nato, ai termini delle intese Bush-Gorbaciov del 1990, come assodato dai documenti americani pubblicati. Poi si è fatto finta di no. A che scopo?
Per perderla? Ora la guerra d’Ucraina è perduta, e l’hanno pagata, la pagano, la pagheranno gli ucraini – voleva cacciare i russi dal Donbass, e perderà il Donbass. L’America non l’ha difesa, poco e a malincuore. L’Europa non ne è capace.
Per dimostrare l’impotenza dell’Europa? Fatto: la Ue si conferma definitivamente una (piccola) comunità economica. Di grande storia, ma solo buona per il turismo, distruttivo. Con la Russia  sarebbe stata una superpotenza, molto ricca - di materie prime oltre che d’ingegno, e di capacità difensiva (offensiva) – e rispettata.
                  

Francesco o la gioia del creato

Una rilettura del personaggio, in chiave di dinamismo, non di poverismo, e una lettura finale del “Cantico delle creature”, che avrebbe accompagnato Francesco alla morte, nell’angusta Porziuncola, intonato dai “frati”. Nella versione già di Paramont+ quattro anni fa, robusta di innovativa e robusta filologia, sul personaggio, per più aspetti non convenzionale, e sull’opera – preceduta da un breve aggiornamento per le celebrazioni dell’ottavo centenario della morte, sulla persistenza del mito e del rito. 
Il personaggio del Medio Evo più conosciuto nel mondo. Più popolare in Italia. In poco tempo, da solo, e senza apparati ha cambiato i sentimenti umani del mondo – è successo nella storia dell’umanità tre o quattro volte.
Anche il nome è una novità. Si chiamava Giovanni. Ma era giovane di mondo, andava in Francia, alle fiere, col padre, e parlava francese. Fu per lui inventato dagli amici il nome Francesco – ora probabilmente il più diffuso.
Il primo ambientalista, naturalista, animalista, femminista, pacifista. Anche il primo “frate”, invenzione lessicale di suo conio - prima si usava monaco, monaci.
Il “poverello di Assisi”? No, questo è il Francesco di Bonaventura da Bagnoregio, tutta una invenzione. Anche i suoi compagni, erano tutti notabili, notevoli per patrimonio e intemperanze,  conosciuti in città e fuori.
“E dovranno chiamarvi minori, ultimi. Ma dovete essere contenti, giullari di Dio felici, e ringraziare, questa è la vostra letizia”.
Novità integrale una “società” di laici. I “frati” non erano preti, non erano monaci.
Il primo miracolo con Innocenzo III, il papa. Temibile potentissimo controllore della politica in Europa – fino a scomunicare il re d’Inghilterra, reo d’insubordinazione. Ascoltò lo sconosciuto Francesco, arrivato da Assisi con i suoi “frati” laici, e se ne lasciò convincere, autorizzandone la regola.
Inncenzo III autore da cardinale del “De Contemptu Mundi”, come fu ed è chiamato il trattato “De miseria humanae conditionis”, tre libri di miserie, del corpo umano, delle ambizioni umane, del decadimento fisico e la morte. Tutto l’opposto di Francesco, la gloria del creato.
Così poi Sandro Penna, altro umbro: “Il mondo che vi pare di catene\ tutto è tessuto d’armonie profonde”. Verso la natura non un sentimento ecologico, ma una immedesimazione. Una nuova primavera del mondo. Contro la fame, l’oppressione, la guerra, la guerra, la guerra.
La stella del mattino del Rinascimento italiano. Il Cantico delle creature ottocento anni fa una rivoluzione: della lingua, la prima poesia in volgare italiano, e del messaggio, la gioia del creato.
Roberto Benigni, Francesco – il Cantico, Rai 1, RaiPlay


domenica 4 ottobre 2026

Problemi di base storici - 934

spock
 
Tutto passa, eccetto il passato?
 
Tradire per tramandare?
 
Tradizione tradimento?
 
“Il futuro siamo noi”, passim?
 
“La storia siamo noi”, passim?
 
“La storia non si può cancellare, è embedded con noi ”, passim?

spock@antiit.eu

L'antisemitismo come falso scopo

L’antisemitismo è di comodo - quello che in artiglieria si dice "falso scopo"? Con chi poteva prendersela la Germania dopo la sconfitta – non la Francia, non considerata, chi nel grande mondo? “Se nemiche dell’umanità fossero state dichiarate le razze anglosassoni, il loro sabotaggio si sarebbe limitato alle isole britanniche e agli Stati Uniti d’America. Avendo invece scelto gli ebrei quali vittime della propria demagogia, il nazionalsocialismo si è tenute le mani libere contro tuti i popoli del mondo e tutte le classi sociali”. Un’analisi acuta, potrebbe tornare utile, su un odio ancora poco decifrabile, sebbene sicuramente nel quadro del “capro espiatorio”, ma dalla Germania al tempo di Hitler accortamente scelto. Un bersaglio anche facile, da briganti e non da potenza: un nemico "indifeso e dunque perfetto, oltre che perfettamente a portata di mano, gli ebrei. Gli ebrei non hanno leggi che li proteggano, né eserciti che li difendano, e sono quindi un bersaglio facile per l'ira dei deboli e dei vinti".

“Prima del 22 giugno 1941”, spiega la nota editoriale, di Claudia Zonchetti, che cura anche questa pubblicazione di Grossman, cioè prima dell’invasione tedesca, nell’Unione Sovietica “vivevano circa cinque milioni di ebrei. Più della metà fu sterminata”. Tra essi, si può aggiungere, tutti quelli dell’Ucraina, poveri nella gran massa oltre che esposti. Grossman non aveva ancora cognizione, quando scrisse nel 1943, dei campi di sterminio, seppe subito della persecuzione violenta, spiega Zonchetti in nota, con “la strage di Babij Jar a Kiev”, dove “tra il 29e il 30 settembre 1941 furono uccisi più di trentatremila ebrei”, e con “i settemila ebrei uccisi a Kerč il 30 dicembre 1941”. Ma “la stampa sovietica reagì lentamente alle notizie”, venendo da tre anni di alleanza stretta con Hitler, per la spartizione dell’Europa orientale. Ancora nel 1943, quando Grossman ne scrisse in questi articoli, il suo giornale, “Stella Rossa”, non glieli pubblicò. Uscirono a fine anno, “su due giornali a tiratura molto più limitata”, “Per la patria” il 20 novembre 1943, e “Unità”, in yiddisch, settimanale del Comitato ebraico antifascista.

È un testo molto preciso, documentato. Nessun dubbio sulla volontà di sterminio. Anche se Grossman non ne sa l’organizzazione. E gli assassinii in massa attribuisce all’accusa, o sospetto, di avere in qualche modo, una persona, una famiglia o un villaggio indifferentemente, al capriccio dei comandanti,  aiutato la Resistenza contro l’invasione. Anche se sa, e li documenta, di interi villaggi ebraici bruciati e gli abitanti, tutti, bambini compresi, sterminati.  
Un testo che non rivela nulla più di quanto si sa, ma si fa leggere per la vivezza del racconto. Dell’articolazione (l’elenco delle tante professioni, p.es., invece che dei nomi, delle persone vittime degli eccidi). E della vista acuta sulla guerra tedesca. Teorico (e denunciatore), finora unico fra gli storici, dell’“eccezionalismo” che connota un secolo abbondante della Germania (nel quadro dei “primati” del nazionalismo ottocentesco, si può aggiungere), che si riteneva sopra a tutto e tutti – la categoria “eccezionalismo” è in uso nella Scienza politica per la
 politica e la storia dell’America: “Il nazionalismo non ha generato nulla di nuovo, ha solo fissato, cristallizzato e usato a proprio vantaggio tratti del popolo tedesco che sono sempre esistiti”.

E ciò può dire per esperienza – a proposito del futuro quesito storico-giuridico, “se i tedeschi sapevano”. Avendo parlato a “decine di prigionieri di guerra tedeschi, e in mezzo alle rovine e agli eccidi”, in nessuno ha trovato “un senso di vergona o di disperazione”. Tutti al contrario “convinti del buon diritto della Germania”. Per “una forza amorale che tutto incenerisce…. Nata dall’eccezionalismo della razza germanica, dalla profonda convinzione dei tedeschi d’oggi di essere il popolo eletto”.
Nessuna menzione, probabilmente per patriottismo sovietico, dei tanti ucraini che assecondarono i tedeschi negli Einsatzkommados per lo sterminio degli ebrei su piazza, radunandoli in grandi gruppi, come un gregge, e poi decimandoli col mitra e le bombe. Allo stesso modo, sapendo e non sapendo, ma comprensibilmente, essendo la patria l’Urss, di cui l’Ucraina era una parte, nessuna menzione Grossman fa dei tanti ucraini volontari dell’esercito e delle Ss combattenti tedesche (anche in Italia), per l’odio combinato anticomunista e antirusso.
Vasilj Grossman,
Ucraina senza ebrei, Adelphi, pp.74 € 7