martedì 23 dicembre 2025

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (618)

Giuseppe Leuzzi


La “mala del Brenta”, ricorda “La Lettura”, sembrava temibile e invincibile ed è finita, molto presto, nel nulla. Come Vallanzasca. O l’Anonima Sarda, che naturalmente era fatta di persone, note – svanita anche la balentìa e altre mitizzazioni, dei figuranti sardi come Cossiga, pure ministro dell’Interno. Bastano i Carabinieri. Al Sud invece non succede, c’è un motivo?
La Sacra Corona unita però sì, quella è scomparsa poco dopo che si voleva nata - i servizi segreti hanno optato per il tutto ‘ndrangheta.
 
Nelle polemiche d’inizio 1975 sull’aborto, Pasolini (contrario) ha a bersaglio fra i tanti il giurista Alfredo De Marsico, ministro della Giustizia di Mussolini, parlamentare neo fascista. Del quale, a somma ingiuria, dice: “D’altra parte De Marsico è un meridionale piccolo e fragile: naturale quindi in lui una specie di patologico (e infine omosessuale) culto della virilità”. Omosessuale rimosso, cioè, e meridionale: il peggio del peggio.
 
Il Nord vince sempre, anche quando perde
Sugli aiuti finanziari Ue all’Ucraina, col debito comune invece che con la confisca degli attivi della banca entrale russa in deposito a Bruxelles, i “nordici” che hanno perso – mai debito comune – invece hanno vinto.  Lo certifica il “Corriere della sera”. Senza pregiudizio nordico – il Nord vince sempre, d’autorità.  
E il tutto, ancora “Corriere della sera”, per merito del solerte cancelliere tedesco Friedrich Merz, personaggio straordinario, eccetera. Il Nord vince sempre, tutte le battaglie.
Merz, insieme con Ursula von der Leyen, Commissione di Bruxelles, aveva già pronti tutti i piani e li ha portati all’approvazione del consiglio europeo, per manomettere il tesoro russo.
Merz è il cancelliere che vede il suo partito, la Democrazia Cristiana, surclassata nei sondaggi dopo ottant’anni da un partito di estrema destra, Afd.
 
Al Sud le università migliori, ma non diciamolo
Silenzio sui media, in tema di graduatorie “dove si vive meglio”, eccetera, si scopre per caso che il rapporto Censis, cui ogni anno riservano attenzione particolare (quest’anno sugli italiani che a letto lo fanno spesso, e penserebbero solo a quello), fa una valutazione delle università italiane, e assegna il primo posto quest’anno, dopo due anni consecutivi al terzo posto, a Unical, l’università della Calabria a Cosenza-Rende.
Silenzio totale anche sul fatto che tra le prime diciotto (università statali), la metà sono meridionali.
È la graduatoria delle “grandi università”, cioè con un numero di iscritti compreso tra 20 e 40 mila. Al quinto posto viene Cagliari, al sesto Salerno. Al dodicesimo posto Messina. E quindi, dal quindicesimo in poi, Campania Vanvitelli, Bari, Chieti e Pescara, Catania.
Unical è primissima per le borse di studio, col punteggio di 110 su 110 – un primato assoluto, anche davanti ai “mega atenei” (sopra i 40 mila iscritti, Padova, Bologna, la Sapienza). Questo in virtù di intese con la Regione Calabria – di cui beneficiano anche, con ottimi parametri, l’università Mediterranea di Reggio Calabria (110) e la Magna Grecia di Catanzaro (108).
Nella categoria servizi, che vede ancora Unical al primo posto, si tiene soprattutto conto dei pasti erogati e degli alloggi per studenti, compresi i contributi per l’alloggio degli studenti. Nonché dei  contributi alla mobilità internazionale, delle rassegne culturali, e dei luoghi e momenti di aggregazione e socialità – cinema e attività sportive. Alla voce “internazionalizzazione” Unical assomma un buon 78, mentre a quella “comunicazione e servizi digitali” sale al 94.  
Il coefficiente più curioso è della “occupabilità”, dei laureati che trovano lavoro a un anno dal titolo: il tasso sale dai 70 punti del 2023 a 75 nel 2024. Un dato notevole per una università che si qualifica soprattutto come “ascensore sociale”: tre su quattro sono i primi laureati in famiglia.
 
Del tribalismo, o delle radici
“Tribalismo e localismo. Ritrovarti coi materiali che sono disponibili nel tuo ambiente”. E l’ambiente è agreste, un po’ simile a quello della coppia a cui in Abruzzo i Carabinieri hanno tolto i bambini e la patria potestà. “Ho viaggiato molto, ho sviluppato un talento per fare casa e sentirmi a posto dappertutto. …Ora vivo della terra, in una comunità, facciamo crescere il raccolto, abbiamo i polli, le mie radici stanno entrando profondamente nella terra, sono davvero locali, non più internazionali, sono una fan di tutto ciò che è locale. Perché penso che ciò che è locale trovi soluzioni per i problemi generali”. È materia di autenticità. Comunque di autoriconoscimento, e solidità. Di socievolezza, infine.
“la Repubblica” consente il panegirico di sé a Oona Chaplin, in realtà Oona Castilla, perché nipote di Charlie Chaplin, figlia della figlia Geraldine, ma non è senza fondamento. L’ubi consistam, se non il “conosci te stesso”, o dell’autenticità, checché essa voglia dire, questa forza è data dalle radici. E radicamento è nascita, da una madre sicuro, anche spesso da un padre, fanciullezza, espressione – la prima lingua, “naturale”, familiare e locale, il dialetto. E tornare indietro è comunque garanzia di esistere. Senza complessi.  Senza auto-rimproveri (self-deprecation), per il mal  vissuto o il mal fatto. È anche una necessità. Un diritto-dovere all’esistenza. Contro i legami di ogni sorta, intervenuti successivamente – ma pure contro i tribalismi aggressivi: un arroccamento, se si vuole, ma come obbligo di difesa.
 
La questione della lingua
La perdita di sé, l’abbandono del Sud, nasce con la questione della lingua, cioè del dialetto. Comune in varia misura un po’ a tutta l’Italia, ma al Sud in forma incisiva, radicale - “costituzionale”. Una normalità che implica la perdita di “tutto”: il suono (soprattutto la vocalità), la sintassi, la grammatica, la saggezza o rappresentazioni di sé (modi di dire, cadenze, tonalità). La normalizzazione interviene – è il compito della scuola – contro ogni origjnalità espressiva e con l’impoverimento della stessa. Che sarà sempre risentito come un limite, anche se non detto, nemmeno a se stessi.
Fabrizio Bentivoglio, “Piccolo almanacco dell’attore”, raccoglie anche memorie di esperienze, utili come lezione. Un ricordo entra diretto in tema: ”Giorgio Strehler, quando vede un attore in difficoltà su una battuta, gli chiede di tradurla nel suo dialetto d’origine e poi, dopo averne colto l’autenticità del suono e del significato, di tradurla nuovamente in italiano mantenendo quell’impronta”.
 
Sudismi\sadismi – Gioia Tauro è una piaga
Presto, nel 1975, prima ancora del porto, prima ancora che si parlasse di scavare un porto, Gioia Tauro, uno dei posti più ricchi e intraprendenti dell’Italia, era un cesso. Lo ricorda a futura memoria Pasolini in uno dei suoi famosi articoli sul “Corriere della sera”, il 19 settembre 1975 (
poi non ripreso nelle due collettanee della sue collaborazione al quotidiano milanese, ora in “Pasolini e il «Corriere della sera» 1960-1975”, p. 313 segg). A proposito di un’intervista del ministro dell’Industria Donat Cattin, rilasciata a Piero Ottone, il direttore del “Corriere della sera”, e da questi relegata al settimanale “Il Mondo”, “senza commenti e senza nemmeno didascalie”. In cui afferma di possedere “documentazione degli abusi e degli intrallazzi intorno a Gioia Tauro”. Documentazione, sintetizza Pasolini, “che egli ha passato a un settimanale, e che questo settimanale non ha pubblicato «perché sono coinvolti i socialisti»”. Pasolini si meravigliava che un ministro democristiano potesse accusare di corruzione chicchessia. E che le sue accuse mandasse ai giornali, il ministro, e non a una Procura della Repubblica”. Ma, a parte il macostume politico, è un episodio che conferma la natura pregiudiziale della “narrazione del Sud”.

Nella stessa intervista, non richiesto, Donat Cattin fa invece l’elogio di Angelo Rovelli. Un faccendiere trasformato in industriale chimico, per poter usufruire con la sua Sir dei fondi pubblici, soprattutto in Calabria. Uno famoso come il “Clark Gable della Brianza nelle balere”, poi diventato un intermediario dei traffici finanziari pubblici (ma Scalfari progettò “la Repubblica” a un certo punto, il “Le Monde” italiano, proprio con lui, sostenuto a quel punto da Andreotti) – in competizione con un Raffaele Ursini, ex giovanotto di Reggio Calabria figlioccio a Milano di Michelangelo Virgillito, un muratore che vinceva in Borsa, con l’aiuto pare della Madonna di Paternò, provincia di Catania (allievo però di Attilio Marzollo da Vicenza, il commissionario di Borsa che sparì con la grana, facendo impazzire Milano). Insomma, la crema. Per Rovelli, per poter finanziare Rovelli “a prescindere”, la Dc farà arrestare tre anni dopo, poco più, il vertice della Banca d’Italia, il governatore Paolo Baffi (non andò in carcere per l’età) e il direttore generale Mario Sarcinelli. Il cinismo non difetta.
Il curatore di “Pasolini e il «Corriere della sera»” lega questa accusa di Donat Cattin ai progetti per “la creazione di un 
centro siderurgico, mai realizzato, e l’ampliamento del porto”. Ma questi sono progetti successivi – il porto è un progetto del tutto nuovo, non c’era porto a Gioia Tauro, i pescatori erano anche pochi, non si praticava la pesca.

 
Cronache della differenza: Sicilia
“Si trova in California la città dove si parla ancora siciliano”, trova “Men’s Health”: Monterey, da un secolo. Dalle prime migrazioni siciliane negli Stati Uniti. “Un luogo dedito alla pesca, soprattutto di sardine. I siciliani vi introdussero la «lampara»”. La gente originaria della Sicilia negli anni 1940 era un terzo della popolazione. Hanno continuato a parlare siciliano, e hanno tramandato gli usi tradizionali, la cucina, le celebrazioni, in vita e in morte, e il dialetto.
Una città di pescatori narrata da scrittori, Steinbeck, “Cannery Row” il più famoso. Luogo di molti film, “Voglia di tenerezza”, “Basic Instinct”, “Forrest Gump”.
 
“Io sono siciliano”, Alain Elkann fa dire a Alfio, un suo personaggio di “Il silenzio di Pound”, un giovane amico dell’autore che è andato a Venezia giusto per incontrare il mutangolo Pound, e ne è confidente, in lunghe conversazioni al caffè: “Io sono siciliano”, gli fa dire, “non sono americano o protestante. Non credo nell’etica del lavoro, nei doveri e negli obblighi”. O non è al contrario, etica del lavoro compresa?
 
Alice Valeria Oliveri evoca “gli «ulissidi», come diceva Vincenzo Consolo, nato vicino a Messina e morto a Milano, dei siciliani che se ne vanno a cercare il loro futuro altrove, sia volontariamente che involontariamente, ma hanno un po’ sempre quella pulsione verso il nostos, il ritorno a casa, che non è semplice perché nel frattempo l’isola è andata avanti”.
 
Quella di Sciascia è quella della “stanza dello scirocco”. Lo spiega Marcelle Padovani, che con Sciascia fece il libro intervista di grande successo “La Sicilia come metafora”, sul “Robinson”: “Sciascia raccontò che i nobili siciliani e le famiglie agiate scavavano nella roccia in prossimità delle fondamenta, per realizzare la «stanza dello scirocco», uno spazio senza finestre dove rifugiarsi per proteggersi dalla sabbia, dal vento e dall’afa. Una metafora del carattere” dei siciliani.
 
Il carattere “dei siciliani” come lo era di Sciascia? Sempre Padovani ricorda in particolare: “Mi colpì di quell’uomo schivo e malinconico il fatto che nelle tante volte che ci eravamo rivisti non mi avesse mai chiesto niente di me. Era come se la mia vita ai suoi occhi non esistesse. O non gli interessasse”. “Forse per discrezione”? “Non credo che si sentisse in imbarazzo, infatti parlava molto di sé”. 
 
Tanto scandalo del “Corriere della sera”, del suo columnist principe, Gian Antonio Stella, su Agrigento capitale della cultura, e si tace che la città ha un teatro Pirandello, che programma una dozzina di messinscena
 l’anno, ed è affidato a una milanese, Roberta Torre. O che il sito archeologico è classificato anche quest’anno il meglio custodito e valorizzato, in Italia e in Europa – il più grande anche, d’Europa e del Mediterraneo, 1.300 ettari.


leuzzi@antiit.eu

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