sabato 20 dicembre 2025
La Manovra del nulla
I giornali si vendono, e non trovano compratori. Se non esoterici – una famiglia greca, uno dei troppi figli del self-made man Del Vecchio, qualche riccastro criptocorrentista. Perché, in realtà cosa si vende, a parte bilanci in perdita, non colmabile? Una informazione nel formato riforma Rai 1975, come messa in pratica da Andrea Barbato al TG 2, tutta puntata sulla politica, la prima metà del giornale o del telegiornale. E quindi pagine su pagine su ogni scena e fuoriscena di ogni partito e di ogni politico, ora ccupate dai mostruosi self col telefonino, e le battute standard, lunghe dieci secondi, quindici, trenta, su ogni questione, anche la più irrilevante o ininteressante, che si decide sia “del giorno”. Come il pesce fresco ma di interesse per nessuno. Oppure semplificatrici, e ripetitive, di temi e arcani specialistici, che necessiterebbero invece di onestà, applicazione e cultura. Oggi le guerre, p.es., o il tesoro russo all’estero.
Natale made in Italy
Non più il solito Bach per Natale, ma lo Scarlatti che
fece scuola all’Europa ma di cui si è dimenticato il tricentenario, insieme con due
padani, Vivaldi e Corelli – il veneziano fece a Roma una redditizia “opera in carnovale”,
il ravennate di Fusignano (come Arrigo Sacchi, l’allenatore) fece di Roma la
sua terra promessa - e il riscoperto Manfredini, pistoiese, come per dire che “tutte
le strade portano a Roma”, o una sorta di Natale made in Italy. Con
questi ingredienti il maestro Quarta, ricercatore emerito e specialista della
musica barocca, che per l’Accademia Filarmonica Romana, fondata e ‘presieduta da
Paolo Baratta, ha creato lìensemble Concerto Romano, ha catturato il teatro
romano, pieno in ogni settore, uno dei più capienti d’Italia. Fino ad appassionarlo,
cosa non facil, alla musica barocca. Anche
per l’ausilio esperto e fresco, nell’arduo gorgheggio che infioretta il canto
barocco, della giovane soprano Carlotta Colombo - una lombarda felicemente valorizzata
a Roma.
Alessandro Quarta, Concerto di Natale, Teatro
Argentina, Roma
venerdì 19 dicembre 2025
Macron vuole un'altra Europa, più italiana
Scrive Macron al “Financial Times” una lettera che
potrebbe essere stata scritta da Roma: rafforzare il mercato unico (liberalizzarlo),
“liberare il risparmio europeo” (mercato europeo dei capitali, cioè debito europeo).
Concetti che ribadisce nella seconda parte della lettera, sui rapporti con la
Cina. L’asse franco-tedesco che ci governa non è più d’interesse?
Sotto il titolo: “Abbiamo urgente bisogno di riequilibrare le relazioni
UE-Cina.
Per risolvere gravi squilibri commerciali saranno necessarie
cooperazione e azioni coordinate”,
il presidente francese, di ritorno da una visita di Stato a Pechino, fa
questa analisi-proposta del futuro immediato della Unione Europea:
“Il surplus commerciale della Cina con il resto del mondo ammonta ora a
ben 1.000 miliardi di dollari. Il suo surplus con la UE è quasi raddoppiato,
raggiungendo i 300 miliardi di euro in 10 anni. La combinazione tra dazi
statunitensi e consumi interni ridotti fa sì che le esportazioni cinesi stiano
ora inondando l'Europa.
“Questa situazione non è sostenibile, né per l’Europa né per la
Cina. Tuttavia, imporre dazi e quote sulle importazioni cinesi sarebbe una
risposta poco collaborativa. Dobbiamo riconoscere che questi squilibri sono il
risultato sia della debole produttività della UE sia della politica cinese di
crescita trainata dalle esportazioni.
“Continuare in questa direzione comporta il rischio di una grave disputa
commerciale, ma sia la Cina che la UE hanno i mezzi per invertire gli
squilibri. Rafforzare il mercato unico e liberare il risparmio europeo
stimolerebbe l’innovazione e la crescita nel continente. Livellare le
condizioni di investimento nelle due regioni aumenterebbe la quota della
domanda interna come fonte di crescita. “Per quanto riguarda la UE, la prima
cosa che dobbiamo fare è attuare una nuova agenda economica basata sulla
competitività, l’innovazione e la protezione. Per aumentare la
competitività, l’Europa deve completare il suo mercato interno nei settori dell’energia,
della salute e del digitale, oltre a investire massicciamente in innovazione,
ricerca e tecnologie dirompenti in settori ad alto potenziale di crescita.
Anche la riduzione del rischio in tutti i materiali critici, nelle tecnologie
fisiche e digitali dovrebbe essere parte di tale agenda. Dobbiamo anche
facilitare alle aziende la crescita e la competitività con i loro competitor
globali. Non dovremmo vergognarci di una “preferenza europea”, purché ciò
significhi sostenere la produzione strategica – nei settori automobilistico,
energetico, sanitario e tecnologico – all’interno dei nostri confini. La
protezione dalla concorrenza sleale è il fondamento della resilienza. Non
dobbiamo essere ingenui: una strategia di protezione credibile richiede che
disponiamo dei mezzi per difenderci da chi infrange le regole. Per questo
motivo disponiamo di una serie di strumenti di protezione commerciale, tra cui
tariffe doganali e misure anticoercitive. Nessuno dovrebbe avere dubbi sulla
nostra volontà di utilizzarli.
“In secondo luogo, per finanziare gli investimenti di cui abbiamo
bisogno, l’Europa deve fare leva sul suo bacino di circa 30.000 miliardi di
euro di risparmi. Ogni anno 300 miliardi di euro vengono investiti all’estero.
È ora che noi europei ci assumiamo il rischio di investire nelle nostre
aziende. La semplificazione della regolamentazione, la cartolarizzazione e la
vigilanza unificata libereranno capitali tanto necessari. L’attuazione
dell'Unione del Risparmio e degli Investimenti garantirà la libera circolazione
dei risparmi europei per finanziare l’innovazione e la crescita.
L’Europa dovrebbe inoltre cercare di rafforzare il ruolo internazionale
dell’euro, attraverso lo sviluppo di stablecoin e l'introduzione di un euro
digitale, nonché la creazione di attività sicure e liquide per finanziare la
difesa e le tecnologie. Infine, la competitività europea non dovrebbe essere
vittima del deprezzamento del dollaro e del renminbi.
“In terzo luogo, la Cina deve affrontare i suoi squilibri interni. Una
politica fiscale più favorevole, volta a ridurre il risparmio e a promuovere i
consumi interni e lo sviluppo di un'economia dei servizi, è essenziale per la
sua crescita a lungo termine. In quarto luogo, è essenziale riequilibrare i
flussi di investimenti diretti esteri. La Cina beneficia da tempo degli
investimenti diretti esteri (IDE) e della cooperazione europea, anche in ambito
tecnologico. L’UE ha investito quasi 240 miliardi di euro in Cina, mentre la
Cina ne ha investiti meno di 65 miliardi nell'UE. Oggi è leader nella
transizione energetica e nelle tecnologie per la mobilità pulita, mentre l’Europa
continua a essere leader in molti settori dei servizi.
“Un quadro ottimale per le nostre due regioni è quello della
cooperazione. L’UE deve rimanere aperta agli investimenti della Cina nei
settori in cui è leader, a condizione che i cinesi contribuiscano a generare
occupazione e innovazione e a condividere la tecnologia. Allo stesso tempo, il
settore dei servizi europeo deve continuare a investire e svilupparsi nel
mercato cinese. Durante il mio ultimo viaggio in Cina, ho chiarito che o
riequilibramo le relazioni economiche in modo cooperativo – coinvolgendo Cina,
Stati Uniti e Unione Europea in un autentico partenariato – oppure l’Europa non
avrà altra scelta che adottare misure più protezionistiche. Preferisco di gran
lunga la cooperazione, ma sosterrò il ricorso a quest'ultima se necessario.
“Sono tuttavia convinto che, tenendo realmente conto delle esigenze e
degli interessi reciproci, possiamo definire un'agenda macroeconomica
internazionale che andrà a vantaggio di tutti. Ecco perché è così urgente
rafforzare la competitività, l’innovazione e la protezione dell’UE. Ciò implica
anche la difesa della sovranità regolamentare dell’UE, anche nei confronti
degli Stati Uniti.
“La risoluzione degli squilibri globali sarà al centro dell’agenda della
presidenza francese del G7 del prossimo anno” (in agenda a metà giugno).
Riconoscersi nell’irriconoscibilità, il paradosso del divismo
Piccoli ricordi, formato tascabile, di una vita in scena.
Di una professione il cui scopo non è affermarsi ma celarsi: “Non è la riconoscibilità,
ma esattamente il suo contrario”. O, come dell’attore dice Jeremy Irons, nella breve
postfazione di Mario Sesti, di una professione di precariato: “Abitare nella
vita di un’altra persna, a tempo determianto”. Di una persona, si può aggiungere,
che è un personaggio, variabile – un monumento d’aria, trasmutabile.
Prossimo ai settanta, Fabrizio Bentivoglio, “Fabrizietto”,
esuma ricordi gradevoli o utili. Per z
aneddoti rapidi, sapidi. Qualcuno stupefacente: l’idolo Volontè che non
si perde “La vera storia della signora delle camelie”, il film di Bolognini,
anche se nella lavorazione si manifesta un tumore al polmone, che opera
immediatamente.
Memorie d’esperienze anche, utili come lezione.
“Giorgio Strehler, quando vede un attore in difficoltà su una battuta, gli
chiede di tradurla nel suo dialetto d’origine e poi, dopo averne colto l’autentictà
del suono e del significato, di tradurla nuovamente in italiano mantenendo quell’impronta”.
O la messinscena originale della “Gatta Cenerentola”, 1976, irrecuperabile, se
non per pochi frammenti, vissuta come lezione del maestro Roberto De Simone – un
ricordo, in effetti, quella prima edizione, incancellabile.
Coi problemi del mestiere, dall’invisibilità alla ripetitività.
Ferruccio Soleri che per una vita fa l’Arlecchino di Strehler. O “fare cinema”.
“Un set cinematografico non ha quasi niente di sacro. Arrivi ore prima, vieni truccato,
vestito…. e poi parcheggiato in un camerino ad aspettare” che la “scena” sia pronta:
“Queste attese possono essere interminabili”, non si sa quando si va in scena, e
la scena “ha la durata di un ciak: pochi minuti, a volte secondi”.
Ma, poi, la “non riconioscibiltà” è il premio del
bravo attore, non la condanna: “Il vero obiettivo di un attore non è la ricoscibilità
ma esattamente il suo contrario – megliose ottenuta con poco”, un tic, un paio
di baffi, un’andatura. Un “paradosso del divismo” se ne potrebbe ricavare.
Il tutto qui sintetizzato raccontato nel volumetto
invece per fatti, arguzie, persone.
Fabrizio Bentivoglio, Piccolo almanacco dell’attore,
le Formiche, pp.pp. 139 €15
giovedì 18 dicembre 2025
Usa vs. Cina in tre mosse – anzi quattro
C’è la Cina al primo posto della nuova “Strategia di difesa” Usa. La marginalizzazione dell’Europa ne è una conseguenza. C’è la Cina soprattutto al Pentagono. Dove l’opinione
ormai è comune che i veri dominus strategici sono i vice del segretario alla
Difesa Hegseth – di suo poco più di un bell’uomo, venendo dall’intrattenimento
televisivo. E tra i vice il più accreditato di autorevolezza è Elbridge Colby.
Nipote di William Colby, capo della Cia negli anni1970, cresciuto in Giappone,
fino all’università, studioso e analista di politica internazionale, già al dipartimento
della Difesa (assistente di un vice-segretario) col primo Trump. Autore nel 2021
di un libro, “The strategy of Denial”, nel senso di negare o prevenire la possibilità
che la Cina si faccia potenza egemone.
Questa la “dottrina Colby”, desunta dal suo libro. La Cina è il solo attore
internazionale nella posizione di minacciare seriamente gli interessi vitali
americani. Altri paesi come la Russia e l’Iran sono potenzialmente dannosi e sono
più aggressivi. Ma sono potenze più piccole, e con vicinati in grado di controbilanciarne
l’aggressività.
L’Asia è la più importante regione economica nel mercato mondiale e la
posizione della Cina dentro l’Asia le offre l’opportunità di imporre la sua egemonia.
La politica americana di difesa dovrebbe prevenire l’egemonia della Cina con alleanze
anti-egemoniche.
Per dare credibilità a queste alleanze gli Stati Uniti devono dare loro
la priorità rispetto ad altri teatri, e cioè il Medio Oriente e l’Europa.
Per essere efficaci, queste alleanze devono essere dichiaratamente
difensive – gli Stati Uniti non devono attentare al governo cinese né prevenire
lo sviluppo della Cina. Ma il Giappone è sulla strada per diventare la terza potenza militare mondiale, dopo Usa e Russia. Senza contare il riarmo che Trump ha deciso di Taiwan.
Il vero racconto dietro il flauto magico di Mozart
L’ultima opera di Mozart è in realtà una non-opera, è
un Singspiel, all’uso germanico: un teatro cantato, che alterna canto e
recitazione. Comprensivo di arie, duetti, terzetti, quintetti, ma fondamentalmente
recitato: un dramma o commedia in musica – qui piuttosto una favola.
Schikaneder, che fornì a Mozart il libretto, era uomo
di teatro. Di giro, non di corte. Con un ruolo vario o tuttofare, di attore,
adattatore (di Shakespeare, Schiller, Goethe), nonché autore in proprio, di drammi,
operette e commedie musicali. Il racconto che Mozart volle musicare è dell’“unione
degli opposti”, della luce e la tenebra, del cielo e la terra, del maschio e la
femmina, e quindi dell’amore. In uno scenario “orientale”, egiziano. Un mondo
fiabesco perché ingenuo, infantile, per una sorta di “musica per bambini” (Ingmar
Bergman ne ha fatto un film per e con i bambini), o della favola bella.
L’idea di riproporre il testo come opera a sé stante è
di Gian Piero Bona, che ne dà anche la traduzione, a fronte dell’originale. Con
un saggio di Citati, “La luce della note”, su Schikaneder, il suo rapporto con
Mozart, e il senso recondito, esoterico, della favola. E uno di Jurgen Baltrušaitis,
inedito in Italia, “L’Egitto dell’opera lirica e della massoneria”.
Emanuel Schikaneder, Il flauto magico, Adelphi,
pp. 274 € 16
mercoledì 17 dicembre 2025
Il drone ci guarda, e ci bombarda
Le due guerre, in Palestina e in Ucraina, hanno consacrato l’uso dei droni
quale arma. Con funzioni sostitutive di vasto impiego nell’aviazione (osservazione
e caccia) e in artiglieria (aggiustamento e tiro). Israele li ha subiti, di fabbricazione
iraniana, in uso agli Hezbollah e ai Pasdaran. Ma poi li ha utilizzai
diffusamente, per la sorveglianza di Gaza e del Libano, e in funzione operativa
nei bombardamenti dell’Iran e della stessa Gaza. In Ucraina sono stati
probabilmente l’arma di difesa più efficace per Kiev, in terraferma, nel mar
Nero, in territorio russo.
I droni hanno sostituito i ricognitori classici: l’aviazione leggera e, in artiglieria, gli osservatori sul campo. L’Ucraina, che allo scoppio della guerra
ne era sprovvista, se non per una trentina di “avvistatori” di fabbricazione
turca, con i quali ottenne alcuni successi in Crimea e contro la flotta russa, ne
ha fatto un uso decisivo per bloccare l’“Operazione Speciale” russa. Sviluppando
una propria capacità di produzione, e strategie nuove di impiego, specie in territorio
russo. Lo stesso ha fatto la Russia, utilizzando dapprima i droni iraniani Shahed,
droni”suicidi”, senza ritorno, poi producendoli in proprio, con adattamenti.
La Russia ha sviluppato soprattutto droni First Person View (Fpv),
pilotabili a distanza, forniti di registrazione radiocomandata delle immagini, e
anche di cariche esplosive in grado di penetrare le corazze dei mezzi pesanti a
terra - entro un raggio d’azione ancora limitato, fino a 30 km. Usatissimo da
Israele a Gaza, Gerusalemme e Cisgiordania. L’altro tipo di droni, droni “suicidi”,
funziona come un missile, è cioè a perdere, anche se per un raggio d’azione ampio,
fino a 2.000 km, e con esplosivo però ridotto, di 4-50 kg. Ma costa poco, 35 mila
dollari – il costo minore di un missile, anche del missile anti-aereo, come
quello in uso in Israele, varia tra 1 e 2 milioni di dollari.
Cronache dell’altro mondo – militari (374)
Da tempo gli Stati Uniti non
proteggono più militarmente l’Occidente. Fa scandalo la nuova Dottrina Strategica
della presidenza Trump, ma essa è nei fatti da tempo. Il dossier del Pentagono
dei militari in servizio attivo conta le truppe all’estero in 177 mila. Non una
grande c0ifra. Di essi solo un terzo sono ancora stazionati nella Ue: Germania
34.5347, Italia 12.332, Spagna 3.627, Belgio 1.060, Olanda 416, Grecia 415,
Polonia 329 - una presenza in molti paesi figurativa.
Gli Stati Uniti garantiscono l’“ombrello
nucleare” (10 mila militari sono stazionati in Gran Bretagna), ma le basi eurpee
sono in disarmo.
Restano forti invece le basi in Asia:
Giappone 52,793 unità, Corea del Sud 22.844, Guam 6.795, Bahrain 3.368.
E martedì sinistra
Immagini di Meloni
o di Salvini che dicono una cosa, in genere urlata, da comizio, comunque con
sonoro antipatizzante, e un ospite in studio critica, per cinque e anche dieci
minuti. Un’immensità. Ospiti Bersani, Gratteri, Christillin (con Meloni e Salvini
si alterna anche Trump, Cristillin sa l’inglese), Padellaro, con incursioni di Casalino,
fino a dove si è retto – ma va avanti per due ore e passa, sempre lo stesso
schema. Uno dopo l’altro, uno si alza ed esce, l’altro entra e si siede - qualche
volta si vedono in due, a metà schermo – forse uno è a casa, o dietro le
quinte, in attesa di entrare. Non è nemmeno propaganda, è solo noia – si capisce
che il Pd, e anche i 5 Stelle di Conte, abbiano l’aria stantia. Ma questo “spettacolo”
è seguito da un milione e mezzo di persone, senza defezioni nelle due-tre ore, uno
share del 9 per cento, un record per La 7. Mah!
Sembra il tiro al
bersagio del Luna park, tra svago e penitenza. O il gioco delle freccette. A
chi becca il bersaglio, ora sull’occhio, ora in fronte, ora sulla bocca. Aizzati
dal conduttore con l’ironia fissa in bocca, sembra un rictus. A bersaglio comunque
fermo, anche se si agita. Non è informazione e non è nemmeno critica.
Capita una sera in
cui né le reti generaliste né Sky offrono altro, eccetto “Sandokan”. Di cadere
su un talk-show, genere evitato da qualche lustro. Il problema è la tv,
italiana? Ma la sinistra, possibile che non riesca a cambiare, le stesse facce,
gli stessi toni, lo stesso ghigno?
Giovanni Floris, Di
Martedì, La 7
martedì 16 dicembre 2025
Cronache dell’altro mondo – populiste (373)
Il tour “Fighting Oligarchy” delle vedettes
democratico-socialiste Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez ha avuto poco
successo. Il sindaco eletto di New York Zohran Mamdani, altro socialista, è
invece passato dall’1 per cento dei primi sondaggi a oltre il 50 per cento dei
voti alle elezioni, con la promessa di ridurre i prezzi alimentari e di
congelare gli affitti.
Uno dei grandi misteri dell'ascesa
del populismo, sia negli Stati Uniti che in Europa, è il motivo per cui ne abbia
beneficiato la destra politica invece che la sinistra. Per anni, i progressisti
americani hanno cercato di mobilitare il voto sulle disuguaglianze economiche. Senza
effetto. E si torturano: “Come è possibile che gi americani si arrabbino così
tanto con gli immigrati e non con i miliardari?”
La psicologia alla base del populismo
contemporaneo ha altre visioni. Il populismo odierno è una rivolta contro
le élites cognitive, non contro quelle economiche. Il suo fulcro è l’affermazione
del buon senso rispetto alle teorie intellettuali. Puntando su disuguaglianze e
oligarchia le sinistre puntano su astrazioni, un approccio che rischia più di
alienare che di coinvolgere l’elettore medio.
I
prezzi dei generi alimentari, o delle cure mediche, hanno un altro impatto che
i diritti. Un anno fa l’assassinio mirato a Manhattan di un dirigente dell’assicurazione
UnitedHealthcare ha innescato un incendio populista, scatenando una diffusa
venerazione per l’assassino, Luigi Mangione.
(Joseph
Heath, professore di Filosofia, “In Due Course”, post su Substack)
L’Intelligenza Artificiale sarà intelligente – e provvida
“Una nuova
Rivoluzione Industriale?”, si chiede il Fondo Monetario in questo numero di fine
anno della sua rivista, l’anno che ha visto l’ingresso in forze nei processi
produttivi dell’intelligenza artificiale. E una rivoluzione da temere? È già già successo
con la prima rivoluzione industriale, della metallurgia e la meccanica, con la
seconda, della ferrovia e il vapore, nell’Ottocento, e a fine Novecento con l’Ict,
l’industria dell’informazione e le comunicazioni. Senza danni, solo adattamenti.
In un cammino ascendente della ricchezza globale, e della sua distribuzione.
“Da Atene agli
Abbasidi fino all’odierna Anglosfera, creatività e commercio guidano la
grandezza”. Ogni rivoluzione industriale, dacché l’Inghilterra ha introdotto la
tecnologia nella storia, è guardata con sospetto e con paura, esordisce Norberg,
l’autore di “Open. La storia del progresso umano”, e prima ancora di un “Manifesto
capitalista”, o “Come il libero mercato salverà il mondo”. Un liberista
trinariciuto. Che riprende e riadatta le vecchie riflessioni di Adam Smith. Con
meno filosofia e più dati. Ma in forma di monito, contro la politica americana dei
dazi.
Il ragionamento è
semplice. Gli imperi hanno prosperato aprendosi al mondo. Come per gli Abbassidi
a Baghdad nel IX secolo che programmarono la città e la politica per farsi centro
del mondo, aprendosi alle culture e ai commerci, e prosperarono immensamente per
secoli, la “mentalità aperta è una delle chiavi del successo di sette grandi
civiltà che abbracciano due millenni e mezzo”. Gli insegnamenti pratici di
queste culture, è la conclusione, non potrebbero essere più importanti oggi,
mentre i paesi scelgono ancora una volta di isolarsi – fisicamente,
economicamente, digitalmente e dalle nuove idee.
Johan Norberg, Why Civilizations
Flourish and Fail, Imf “F&D – Finance and Develoment”, dicembre 2025 (leggibile
anche in italiano, Perché le civiltà prosperano e falliscono)
lunedì 15 dicembre 2025
Problemi di base letterari - 892
spock
Si scrive per i lettori?
E perché scrivere se non si hanno
lettori?
Perché scrivere se i lettori
sono assenti?
Perché scrivere?
Un grande scrittore scrive per
scrivere, e basta?
E uno piccolo?
spock@antiit.eu