venerdì 24 aprile 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (631)

Giuseppe Leuzzi
 
Stare male ma meglio – o se i poveri sono ricchi
La regione con il reddito medio complessivo più elevato è la Lombardia, 30.200 euro. La regione con il reddito medio più basso è la Calabria, 19.020 euro. La ricchezza è ineguale, e la Lombardia è ricca, la Calabria, al confronto, povera. Che è vero in assoluto - la Lombardia è attiva, la Calabria  no, etc . Ma non, p.es., se confrontato con il costo della vita. Che in Calabria è non un terzo, ma infinitamente, inferiore a quello della Lombardia. Il costo della vita del ceto medio, professionale-impiegatizio-commerciale.
Il reddito medio in Calabria, per quanto basso, consente un’abitazione grande, automobili numerose e grandi, consumi alimentari come quelli di Milano, e il risparmio – tanto da mantenere i figli a costosi studi universitari (mille euro al mese?) fuori sede. Mentre a Milano, città ricca, il ceto medio arranca, dall’abitazione ai consumi – pur risparmiando sugli studi (e sulla sanità). E questo tanto più, o tanto peggio, perché Milano è una città “ricca”, molto. Ha il primato mondiale di numero di
superricchi, 115 mila milionari, 1 milionario ogni 12 milanesi. Milanesi per convenienze fiscali, non “milanesi” in realtà, ma con impatto forte sulla città. Centoquindicimila persone che devono avere a Milano una o più residenze milionarie, e inevitabilmente spendono in proporzione. Cento-duecentomila case milionarie rendono l’aria irrespirabile ai molti, per gli affitti ma anche per gli acquisti, per ogni tipo di acquisto.  

La difficoltà di fare quadrare i conti spiega – anch’essa – l’intraprendenza, e la costanza, l’impegno. Ma come altro spiegare in Calabria, che pure si gloria, si gloriava, di avere la “testa dura”, la singolare inerzia, la scarsa applicazione, la scarsa ambizione, e anzi inattività?
 
Quando la Grecia era al Sud
Si è usi pensare la Magna Grecia, dacché la nozione è stata coniata dai primi coloni, che dovevano gloriarsi della loro impresa, come un’estensione della Grecia classica, una periferia, una civiltà d’emigrazione, quindi di seconda mano, e dipendente, per miti, genealogie, filosofie, di vita e di pensiero, fortune. Tutte le connotazioni dell’emigrazione. Mentre il rapporto era distaccato con la madrepatria, e più spesso che non autonomo. Fino anche a qualche guerra, con Siracusa e altre “colonie”.
Più forte era la differenza per la cultura, il blasone nobile della Greca. La filosofia, di Pitagora e degli Eleati. La scuola medica di Alcmeone - a cui fece capo Ippocrate, personaggio poi antonomastico per maestro di medicina.
Pitagora, che lasciò presto la natia Samo in Grecia per stabilirsi a Crotone, vi fece tema di dibattito la capacità femminile di discutere e praticare la politica, e quindi di governare – cosa inaudita nella Grecia continentale (di parità per le donne si comincerà a parlare in Atene un secolo e mezzo dopo, con Epicuro). Molto della civiltà greca detta “jonia” è di fatto elaborazione o sviluppo magnogreco.
 
Il delitto d’onore era greco, per legge
La stessa legge che mise fine, finalmente, alla libertà di assassinio, anzi all’assassinio come dovere sociale, se compiuto per vendicare un torto (la faida), emanata in Atene da Dracone, o Draconte, il politico e giurisperito primo legislatore greco, nel 650 a.C., ammetteva, in via eccezionale ma come un diritto, “omicidio legittimo”, alcuni casi specifici. Tra questi – seguiamo Eva Cantarella, “Gli inganni di Pandora”, p. 68 - “incluse il caso di chi avesse sorpreso nella propria casa un uomo (chiamato moichos) mentre intratteneva un rapporto sessuale con sua moglie, sua madre, sua sorella, sua figlia o la sua concubina libera: in altre parole, con tutte le donne del gruppo familiare. Un’impunità, quella concessa a chi uccideva in queste circostanze, che configura il primo caso di «omicidio per causa d’onore» della storia occidentale”. Durato a lungo “nelle codificazioni moderne” - abolito in Italia solo nel 1981- dopo essere passato inalterato “attraverso il diritto romano e il diritto intermedio”.
Dracone però non inventava, se il delitto d’onore era previsto dal Codice di Hammurabi, mille anni prima di lui.


L’aggiustizia ha stravinto al Sud

Si sarebbe pensato in sede di previsione che il referendum sulla riforma della giustizia avrebbe accumulato i SI soprattutto al Sud, dove chiunque, in vario modo e misura, ne ha sofferto sperimenta ogni giorno, per ogni evenienza, l’inconsistenza o insensatezza dell’apparato repressivo giudiziario – quando non si tratta di corruzione, per il partito, la loggia, o semplicemente il conto in banca (succede anche questo, toccato con mano). E invece no: un’analisi dei flussi elettorali col Metodo Goodman sul voto al referendum confrontato col voto politico del 2022, porta a stimare che a Palermo il 20 per cento dei voti di Fratelli d’Italia, uno su cinque del 2022, e il 30 per cento di quelli di Forza Italia, uno su tre, hanno votato NO. Comprensibile forse per FdI, che ha una componente giustizialista, ma per  Forza Italia, che si attribuisce la paternità trentennale della riforma?
Nel complesso, c’è al Sud un flusso in uscita dal centrodestra al NO. Più accentuato nelle isole. Dove complessivamente ha riguardato poco meno di un quarto dell’elettorato della coalizione nel 2022 - un NO che ha pesato di più per la quota accresciuta di astensione.
Nel complesso il voto al referendum ha rispecchiato il voto delle politiche – il centro-destra ha vinto con meno voti complessivi delle opposizioni, che erano divise. Con un’altra singolare eccezione, oltre quella del Sud, nel “quadrilatero”, un tempo roccaforte della sinistra, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche: qui il SI ha avuto un numero dì suffragi superiore, di un 5 per cento, a quelli del centro-destra alle politiche. Nelle altre macroregioni gli esiti sono più o meno analoghi.   


Cronache della differenza: Milano

“Reiterati insulti dei dirigenti dell’Inter” contro il presidente del Como, l’indonesiano Suwaraso, in un match che poi l’Inter ha vinto. Ma ne abbiamo saputo non dalle cronache, da un post che due giorni dopo il signor Suwaraso ha indirizzato ai tifosi del Como, per giustificare la mancata reazione agli insulti: “Sono nostri ospiti e meritano rispetto”.

Tra Como e Milano, è una storia di lombardi. Ma si vede che il leghismo è becero anche in casa.
 
Ha vinto Brignone ma parla sempre Goggia. Tiene banco, di sci ma anche di guerre, studi, prodotti, promozioni. Goggia è di Bergamo, Brignone di Milano. Anche qui il leghismo gioca in casa, a chi ce l’ha più duro?
 
“Corriere della sera” e “Gazzetta dello Sport” celebrano lo scudetto dell’Inter come una marcia trionfale, con cinque o sei partite ancora da giocare, senza mai menzionare il calciatore Bastoni e l’arbitro La Penna. Senza i quali, simulatore ed espulsore, l’Inter avrebbe tre punti in meno, almeno tre – una sconfitta in un match clou può avere conseguenze. Milano non pratica l’autocritica, ma neanche esercita il senso critico: sarà questo il segreto della ricchezza?
 
Il sindaco Sala scende in campo a difesa dell’indifendibile Bastoni, e dice e ghigna che il vero simulatore è Del Piero (Del Piero?). Il quale gli risponde così: “Ho letto le parole di Sala. Sorpreso, anche perché non avevo parlato di Bastoni. Io ho sempre cercato di rispondere sul campo”, non di fare chiacchiere da tifoso. Silenzio.  
L’oltraggiosità – la spavalderia - contro lo stile, non impareranno mai.
 
Si ascoltano testimonianze incredibili dei rider in città. Del tè con le brioches (a Milano è assolutamente necessario dirle brioches anche se non lo sono, “cornettti” risulta strano) da consegnare a 6,9 km di distanza. E il contenitore del tè si è rotto. Oppure il panino alle 3 e alle 4 di notte. Che superiorità è, sarà stupidità? La ricchezza è legata alla stupidità?
 
Però, alla fine, Milano c’è. Per Ferdinando Scianna, per esempio, riconoscente perché sua città d’elezione - mentre in Sicilia, amico di Sciascia e tutto, autore di “Les Siciliens”, con Sciascia e Dominique Fernandez, e di “La villa dei mostri”, con Sciascia, nessuno se lo fila. O Andrea Branzi, che Milano continua a celebrare, mentre Firenze, dove Branzi provò a lungo, negli anni 1960, ad avviare una scuola di design, quando l’Alta Moda era ancora a Firenze, tace – divenne “Branzi” entrando al Politecnico da professore, con la Domus Academy e gli Archizoom a seguire.
 
Silenzio invece per i cento anni di Dario Fo, della nascita. Se ne occupa solo Roma, il Sistina, il ministero (a gestione di destra) – se ne occupa Matea, la figlia di Jacopo, che ha creato una  Fondazione intitolata ai nonni, Dario e Franca Rame. Se non c’è business, non c’è memoria?
 
"Il nostro popolo, nel suo domestico e spontaneo, mai non diede a sé medesimo il nome geografico e istorico di lombardo” – Carlo Cattaneo,1844, “Notizie naturali e civili su la Lombardia”.
 
È sempre miracolo a Milano. Ora al Piccolo dopo quello di De Sica e Zavattini 75 anni fa. Da un miracolo all’altro, Milano è da dirsi miracolata?
Ma non è Lourdes, la Madonna che lavora per la salute altrui. 
 
Franco Fortini in “Dieci anni 1947-1957. Contributi ad un discorso socialista”, ricorda la città nei suoi primi anni alla Olivetti come epitome dell’Italia che provava a riscattarsi dalla guerra: “Un’altra Italia veniva avanti, avviluppata nei settimanali, bruciata dalla speculazione, coperta di manifesti, piena di colore e di stanchezza coloniale; fatta con la nostra stessa vita e, come un figlio, irriconoscibile. Eppure bisognava impararne l’avvenire”,
 
C’è ora tanta gente in strada, da una decina d’anni pare, post-Esposizione, quando la città diventò meta turistica. Prima non s’incontrava mai nessuno nelle ore di lavoro, cioè per tutta la giornata – e anche la sera chiudeva presto. Ma non si sente mai il milanese. Conciliaboli invece siculo-veneti, napoletani-calabresi, in stretto dialetto congregazionale. La città come un luogo abitato da varie “popolazioni”.
Comunicherà solo con l’italiano – che Bossi il beneamato voleva abolire?
 
“Che l’Italia abbia le bombe atomiche degli Usa è uno scandalo, non lo vuole il popolo, siamo nell’illegalità…, ma questo ci rende il primo obiettivo in caso di guerra nucleare. Non servono per proteggerci. Servono per farci sacrificare per proteggere gli americani”. È una scemenza, del fisico Rovelli, che è un anti-yankee. Ma “7”, il magazine del “Corriere della sera”, gli fa da megafono per il nuovo libro, tutto anti-yankee. Che Rovelli pubblica non più con Adelphi ma con Solferino. Tutta roba dell’editore Cairo, “7”, “Corriere” e Solferino. Se c’è più establishment… Milano si vuole sempre estremista. Non ne azzecca una. Lo fa apposta, per fregare l’Italia?
 
leuzzi@antiit.eu

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