Fofi extralarge e i classici al cinema
Fofi al cinema è
al centro del mercato editoriale – si può dire il suo lascito più importante, a
un anno dalla morte. La Cineteca di Bologna completa col quarto volume (856 pagine,
26 euro) ”L’avventurosa storia del cinema italiano”. “Storia” avventurosa soprattutto
per la concezione, che Fofi ideò e realizzò con Franca Faldini, la vedova di
Totò: un secolo di cinema è “storicizzato” con le dichiarazioni degli stessi
suoi interpreti, registi, produttori, attori, con proprie dichiarazioni se
viventi, con vecchie dichiarazioni o interviste se deceduti. Un’impresa, già alla
terza edizione, dopo la Feltrinelli e la Mondadori. Mentre La Nave di Teseo
riedita “Cinema e bizzarrie”, altro volume corposo, di oltre 600 pagine, con le
125 schede trascritte della trasmissione di Fofi su Rai Radio 3 “Zazà” tra il 2019 e
il 2021 sul Sud (“La letteratura, la musica, lo spettacolo, il teatro, i radio
documentari, il racconto e l’approfondimento sui temi della società meridionale
e mediterranea. Uno spazio di ragionamento e visibilità sulla vitalità
culturale del Mezzogiorno italiano”), chiacchierate per qualche motivo, anche
difetto, interessanti, stimolanti. Queste redatte per l’“Internazionale” sono
divagazioni su film d’autore in qualche modo riproposti - un libro, un dvd, un film restaurato dalla Cineteca di Bologna (questi soprattutto e sopra tutti
pregiati): “registi, film, ricordi
e racconti del grande schermo”.
Fofi procede al
solito disinibito, ma di gusto sicuro. E sorprendente. Il truce “Todo modo” di
Petri ”prussiano”. Kurosawa ispiratore di Sergio Leone, Peckinpah e “Brancaleone”.
Il “free cinema” britannico stagione breve ma intensa. Dreyer e la sua ricerca,
“Ordet” specialmente, “di un linguaggio che potesse unire cinema (racconto
immagine movimento) e spirito (fino all’inesprimibile) nel modo più evidente e immediato”.
Il prodigo Wajda, 50 film. Una vindicatio di Lattuada. Una apologia di Flaiano,
“grande scrittore, grande critico, grande umorista, grande personaggio e anche grande
sceneggiatore” a proposito di un film non visto del 1945 e riedito, “Roma città
libera” – basato su un racconto di Flaiano, ”La notte porta consiglio”. Milos Forman,
conoscenza occasionale di gioventù a Venezia, gentile, versatile, testimone delle
speranze degli anni Sessanta. Ingmar Bergman, la cui forza è innovare la
tradizione, dei cui film, uno per uno, sono rintracciate le radici – “non è solo
alla storia del cinema a lui precedente che Bergman si riallaccia, ma alla cultura
popolare della Svezia, alla cultura religiosa della riforma, alla più intima essenza
della cultura svedese e scandinava”.
A volte esagerato.
“La rivoluzione di Godard” – da capolavoro in capolavoro: “Nel cinema ci sono
stati Pasolini per l’Italia, Godard per la Francia”, in quanto “«fratelli
maggiori» radicali e provocatori” (ma, poi, con qualche riserva su Pasolini, invidioso). Solitamente disinibito e solidamente rétro,
col gusto dello storico. Con sorprese estemporanee o illuminazioni: “Molti attori
comici furono usati in quegli anni (1950, n.d.r.) in film molto seri”, Rascel,
Nino Taranto, Walter Chiari, Totò, Aldo Fabrizi –“i bravi comici sono bravi sempre
– è cosa nota - anche in ruoli drammatici, mentre non è quasi mai vero il contrario”
(forse il solo Gassmann). Con un cara memoria di Bernardo Bertolucci - malgrado il molto osannato "Novecento". E un lungo saggio, da antologia, su Fellini.
Goffredo Fofi, Storie
di cinema, Internazionale Extra Large, pp. 92 € 7
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