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lunedì 3 agosto 2026

Fofi extralarge e i classici al cinema

Fofi al cinema è al centro del mercato editoriale – si può dire il suo lascito più importante, a un anno dalla morte. La Cineteca di Bologna completa col quarto volume (856 pagine, 26 euro) ”L’avventurosa storia del cinema italiano”. “Storia” avventurosa soprattutto per la concezione, che Fofi ideò e realizzò con Franca Faldini, la vedova di Totò: un secolo di cinema è “storicizzato” con le dichiarazioni degli stessi suoi interpreti, registi, produttori, attori, con proprie dichiarazioni se viventi, con vecchie dichiarazioni o interviste se deceduti. Un’impresa, già alla terza edizione, dopo la Feltrinelli e la Mondadori. Mentre La Nave di Teseo riedita “Cinema e bizzarrie”, altro volume corposo, di oltre 600 pagine, con le 125 schede trascritte della  trasmissione di Fofi su Rai Radio 3 “Zazà” tra il 2019 e il 2021 sul Sud (“La letteratura, la musica, lo spettacolo, il teatro, i radio documentari, il racconto e l’approfondimento sui temi della società meridionale e mediterranea. Uno spazio di ragionamento e visibilità sulla vitalità culturale del Mezzogiorno italiano”), chiacchierate per qualche motivo, anche difetto, interessanti, stimolanti. Queste redatte per l’“Internazionale” sono divagazioni su film d’autore in qualche modo riproposti - un libro, un dvd, un film restaurato dalla Cineteca di Bologna (questi soprattutto e sopra tutti pregiati): “registi, film, ricordi e racconti del grande schermo”.

Fofi procede al solito disinibito, ma di gusto sicuro. E sorprendente. Il truce “Todo modo” di Petri ”prussiano”. Kurosawa ispiratore di Sergio Leone, Peckinpah e “Brancaleone”. Il “free cinema” britannico stagione breve ma intensa. Dreyer e la sua ricerca, “Ordet” specialmente, “di un linguaggio che potesse unire cinema (racconto immagine movimento) e spirito (fino all’inesprimibile) nel modo più evidente e immediato”. Il prodigo Wajda, 50 film. Una vindicatio di Lattuada. Una apologia di Flaiano, “grande scrittore, grande critico, grande umorista, grande personaggio e anche grande sceneggiatore” a proposito di un film non visto del 1945 e riedito, “Roma città libera” – basato su un racconto di Flaiano, ”La notte porta consiglio”. Milos Forman, conoscenza occasionale di gioventù a Venezia, gentile, versatile, testimone delle speranze degli anni Sessanta. Ingmar Bergman, la cui forza è innovare la tradizione, dei cui film, uno per uno, sono rintracciate le radici – “non è solo alla storia del cinema a lui precedente che Bergman si riallaccia, ma alla cultura popolare della Svezia, alla cultura religiosa della riforma, alla più intima essenza della cultura svedese e scandinava”.
A volte esagerato. “La rivoluzione di Godard” – da capolavoro in capolavoro: “Nel cinema ci sono stati Pasolini per l’Italia, Godard per la Francia”, in quanto “«fratelli maggiori» radicali e provocatori” (ma, poi, con qualche riserva su Pasolini, invidioso). Solitamente disinibito e solidamente rétro, col gusto dello storico. Con sorprese estemporanee o illuminazioni: “Molti attori comici furono usati in quegli anni (1950, n.d.r.) in film molto seri”, Rascel, Nino Taranto, Walter Chiari, Totò, Aldo Fabrizi –“i bravi comici sono bravi sempre – è cosa nota - anche in ruoli drammatici, mentre non è quasi mai vero il contrario” (forse il solo Gassmann). Con un cara memoria di Bernardo Bertolucci - malgrado il molto osannato "Novecento". E un lungo saggio, da antologia, su Fellini.
Goffredo Fofi, Storie di cinema, Internazionale Extra Large, pp. 92 € 7

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