giovedì 13 agosto 2026

Se gli Usa sono al carro degli ayatollah

La portaerei senza acqua né cibo, gli arsenali vuoti per i bombardamenti sull’Iran – e per avere venduto all’Europa, perché li venda all’Ucraina, missili anti-missili e altra roba del genere. I generali che criticano il loro ministro, e ance il Presiidente. Il Presidente che dice di volere solo pace e moltiplica i bombardament, nelo Yemen, in Iran e dove capita – indiscriminati, come sono e non possono non essere tutti i bombardamenti aerei, anche se i media li vogliono “mirati”, donne e bambini non esclusi (anzi obiettivi che significano la pelle salva per il pilota). Gli Stati Uniti sono soliti all’autoflagellazione, salva la coscienza – “siamo poveri, disarmarti, mal guidati, cattivi e perdenti” – e questa all’Iran non fa eccezione. Ma questa volta con più riscontri.
È un fatto che la guerra all’Iran, che il Pentagono sapeva ­ - come lo sa chiunque sia mai stato in Iran, pre e post-khomeinista (un Paese troppo grande per le bombe aeree, e inattaccabile da terra) - non doversi mai fare, per nessun motivo, è sta fatta, due volte, ed è perduta. A tutti gli effetti: politicamente, militarmente, economicamente. Per gli Stati Uniti, per gli europei incolpevoli (colpevoli di non contare), e per le petromonarchie, già suddite americane felici e contente che ora scappano da tutte le parti.
Si vule che Trump sia stato subornato da Netanyahu, per i troppi affari della sua famiglia in Israele. Puo’ darsi, ma questo non spiega l’errore Iran. Ben più vasto – la guerra è un affare serio - e soprattutto ben noto in Israele, al governo e nella intelligence. Una diplomazia che sa tutto di tutti, e una potenza militare senza eguali nel mondo intrappolatì da una squadra di ayatollah, sia pure eredi di una cultura plurimillenaria degli affari del mondo, è una situazione, se non già di cordoglio, molto imbarazzante. Molto: le conseguenze non sono ancora chiarite, ma già molte cose sono cambiate, a Hormuz e nella penisola arabica, negli approvvigionamenti energetici, e per l’Europa, specie per i Paesi petrodipendenti come l’Italia.

 

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