mercoledì 18 febbraio 2026

La debolezza è doppia per Khamenei

L’Iran di Khamenei tratta con Trump da una doppia debolezza, militare ed economica. Khamenei non è messo in discussione perché conta sull’esercito-polizia, e una rete ormai molto vasta di connivenze con le pratiche più dure del regime. Ma dopo la guerra di Gaza non se ne teme più la capacità di fare male, non con le armi né con altri mezzi – radicalizzazioni, terrorismo (perfino sulla Palestina, da sempre la sua bandiera, raccoglie solo diffidenza e ostilità nel movimento pro-Palestina). E da un anno – un anno almeno – è in crisi economica. Tale da alienare al regime il ceto finanziario-mercantile (i “bazarì”) e quello professionale – la piccola-media borghesia urbana, che è stata il suo fondamento sociale. Il budget 2026 presentato a Natale dal presidente (capo del governo) Pezeshkian, che nella dialettica di regime si inscrive tra i “riformisti”, denuncia un’inflazione incontenibile. E tenta di arginarla con la svalutazione – ma ormai il rial non ha più valore, il dollaro, qualsiasi valuta è privilegiata), e con tagli alla spesa pubblica. Tagli specialmente elevati, dieci miliardi di dollari, sono nei sussidi finora erogati ai beni di consumo largo, la benzina e gli alimentari.
L’economia non è migliorata per la legge di bilancio, e le condizioni sono anzi peggiorate in questo mese e mezzo, per l’embargo che Trump ha accentuato sull’export di petrolio.
Mascherando il malcontento, ma sottolineandolo, si fanno da qualche tempo raffronti con la finitima Turchia. Che ha lo stesso potenziale demografico e capacità di formazione, e la stessa struttura produttiva dell’Iran, senza la rendita petrolifera, e cinquant’anni fa aveva lo stesso standing economico, mentre ora la Turchia è una potenza, industriale e politica, locale e internazionale, e l’Iran è isolato, e fuori dai mercati internazionali.
 

Problemi di base sportivi - 901

spock
 
S’inaugura dunque un codice Mastrandrea, che punisce gli innocenti, seppure acclarati?
 
Si dice questo Gerardo Mastrandrea consigliere di Stato, nel senso che consiglia lo Stato – poveri noi?
 
Ma questo Mastrandrea che punisce gli innocenti è giudice e pure sportivo?
 
Campione di punching-ball?
 
Voleva fare l’arbitro, anche lui?
 
Meglio arbitro, dunque, che consigliere di Stato - si guadagna di più, si va su giornali, si è temuti?

spock@antiit.eu

Elogio del coltello - Borges vecchio maranza

Fatti di sangue per questioni di onore - non di donne, non necessariamente, non prevalentemente. Compreso un fratello maggiore che uccide il minore per essere il numero uno degli assassini. Imprese disperate, per lo più anche criminali. Di vite destinate alla violenza e non sanno perché – non se lo chiedono. In una Buenos Aires, una Argentina di individualità, così le fantastica il poeta, per questo violente, per quanto minori, marginali, escluse, e soggette al destino. In versi veloci, cantabili: quartine di ottonari, scansionate da una rima semialternata, secondo e quarto verso. 

Storie d’altri tempi, dell’onore, della dépense in termini antropologici, di cuchilleros, gente di coltello, una sorta di maranza d’epoca, non altrimenti definibili che per la spavalderia, senza altro orizzonte che l’obbligo di fare fronte, come la vecchia guapperia a Napoli, ”petto a petto, faccia a faccia”, anche senza odio o passione: “Tra le cose ve n’è una\ della quale mai nessuno\ può pentirsi. Questa cosa\ è esser stato valoroso. \\ Il coraggio vince sempre,\ la speranza non è vana” (p. 79).
Ce n
’è per tutti. Anche per i morenos, i mori venuti dall’Africa, e per gli orientali - questi però da intendersi uruguaji, fratelli separati della vecchia provincia Orientale. L’onore, inteso come onore delle armi, è sempre stato all’orizzonte, luminoso, incendiario, dello scribacchino Borges alla scrivania di Palermo a Buenos Aires, da giovane e da vecchio. Quando non può che recriminarne la scomparsa “Dove sono quegli audaci\\... Cosa fu di tanto ardire\ Cosa fu di quel coraggio?” (pp. 19, 21). Il poeta supplisce cantandolo, immortalandolo con la poesia: “Canti storie la chitarra\ di coltelli luccicanti\\ Canti imprese del passato\ che dilettino i più semplici;\ Il destino non fa accordi\ e nessuno lo condanni” (p.15) – col tema ricorrente in Borges della predestinazione.

Non manca la ripetizione della storia, con quella dei destini. Nella “Milonga di due fratelli” “la storia di Caino\ che in eterno uccide Abele” (p.17). O la caducità del tutto: “Dove sono quegli audaci\\... cosa fu di tanto ardire?\ Cosa fu di quel coraggio?\ Li ha annientati tutti il tempo\ li ricopre tutti il fango” (p. 21). Anche se  “il tempo è oblio ed è memoria” (p. 59).
Il genere milonga è sempre stato amato e coltivato da Borges. Amava la milonga e disprezzava il tango, il canto per chitarra e non quello per bandoneon, il tango alla Gardel. Contribuì nel 1965 a un disco poi famoso, “El Tango”, con musiche di Astor Piazzolla. Che però cantava di Borges quattro milonghe. Più una “Ode intima a Buenos Aires”, scritta per l’occasione e poi mai raccolta in volume, e un balletto ispirato al racconto “Uomo all’angolo della casa rosa” (in “Storia universale dell’infamia”). Il disco conteneva anche la poesia “Il tango”, pubblicata l’anno prima da Borges nella raccolta “L’altro, lo stesso”, che però non ne è la celebrazione. 

Un piccolo capolavoro di Tommaso Scarano, che ha provveduto alla traduzione salvando il ritmo. A tratti gli ottonari facendo pure marcianti, alla Sor Pampurio. Ne esce evidenziata la lieve ironia dei tanti ricordi che Borges ama evocare - lironia in Borges, di cui pure si compiace, è tema vergine. E mette in chiaro in breve la quaestio annosa milonga-tango-Borges. Solo gli è mancato che Piazzolla è bandoneista anche lui e non chitarrista, come si vorrebbe del narratore di milonga, e allievo, il prediletto, del vituperato tangueiro Gardel. E non era Piazzolla un progressista, poco o anti peronista? Non dobbiamo riequilibrare il conservatorismo di Borges - peraltro anti-peronista eroico, resistenziale?

Jorge Luis Borges, Per le sei corde, Adelphi, pp. 90 € 5

martedì 17 febbraio 2026

Se forcaiola è la sinistra

Il “Corriere della sera” ripesca, per il No al referendum, Massimo D’Alema. Il quale, sempre sarcastico, nota: “La destra mi sembra un po’ forcaiola”. Mentre forcaiola è la sinistra – al carro del furbo Scalfari, ma pur sempre sinistra: da Tortora, qarant’anni fa, a Sofri, Mani Pulite, la “berlusconeide”, con vette da commedia dell’arte, fino a Mafia Capitale e a Sgarbi ricettatore d’arte, tutti processi “montati”, cioè politici, a opera di giudici di sinistra – che si dichiarano tali, comunque, perché è il solo modo di fare carriera  Basti per tutti la storia di Falcone e di Borsellino, osteggiati dall’ancora Pci fino a metterli nel mirino.
La giustizia che si vuole politica non è onorevole ed è anzi, in regime democratico, costituzionale, il vero “fascismo”. Il potere cioè assoluto e incontrollabile. Poi, alla fine, siamo bene in regime costituzionale, o no?, arrivano le assoluzioni. Ma il gioco dei furbi è evidente. Anche quando vittime sono pure esponenti di sinistra, come il povero Francesco D’Ausilio, già segretario Pd a Roma, assolto dopo dodici anni. Come pure, perché no?, Salvatore Buzzi, l’assassino neo compagno, creatore delle efficienti cooperative sociali, seppure assolto per prescrizione. Immolati al piedistallo di due giudici Pd, Pignatone e Prestipino. Mentre per lo stesso reato, “Mafia Capitale”, è rapidamente finito in carcere, e ci rimane, Alemanno, perché è di destra.

Se Dracula diventa lei, Matilda

“Un racconto d’amore” è il titolo originale – in inglese, Besson gira per il mercato americano. Si comincia con una serie vertiginosa di amplessi in tutte le posizioni, in primo e primissimo piano, tra il principe Vlad di Transilvania e la consorte Elisabetta. Richiamato al dovere dai suoi generali, il principe si dimostra anche valente condottiero, e salva l’Europa dall’invasione mussulmana. Ma perde la moglie, colpita da un nemico. Una perdita a cui non si rassegnerà. Per quattro secoli. Che vivrà succhiando sangue. Fino a che, fine Ottocento, alle celebrazioni del centenario della Rivoluzione francese, non la ritroverà nelle sembianze di Mina, l’amica amorevole di una Maria-Matilda De Angelis animatrice dei festeggiamenti. Non finirà bene, ma l’amore del conte Dracula non morirà.
Besson, ideatore, produttore e regista di film da grande pubblico, ripropone la vicenda del nobile vampiro transilvano, e dell’altrettanto sanguinaria sua sposa Elisabetta, come un dramma borghese, di amore eterno e invincibile, nei secoli - solo (un po’) nutrito col sangue. Col ruolo maschile ancora eroico, fino al sacrificio di sé quando infine ritrova viva l’amata, per salvarla – per riaprire a lei le porte del paradiso. Con molti gesti estremi a poco sangue. Con ruoli tradizionali molto forti: maschili, Dracula e il prete esorcista che gli dà la caccia (Caleb Landry Jones e Christoph Waltz), e femminili, la regista della storia e l’amata ritrovata (De Angelis e Zoë Bleu) – De Angelis senza freni, pazza, finta pazza, tessitrice d’inganni, amica sincera, etc., un grande ruolo.
Luc Besson, Dracula – L’amore perduto, Sky Cinema, Now

lunedì 16 febbraio 2026

Ombre - 811

Dopo un anno e passa di gloom and doom sull’economia americana, come neanche ai tempi della “Pravda”, mascherato da pareri esperti, il “Corriere della sera” scopre che il dollaro è forte, e gli Stati Uniti pure. Lo scopre con due battitori liberi, Bertolino e Gabanelli, non con i suoi direttori specializzati e collaboratori illustri. Sembra impossibile, ma è così.
 
Lo stesso giornale si accorge solo oggi, alla vigilia della presa di possesso di Bpm da parte di Crédit Agricole, degli “aspetti che appaiono grotteschi” del “Golden power esercitato dal governo di Roma contro l’italiana Unicredit” quando lanciò l’opas su Bpm, “mentre il medesimo governo ha silenziosamente avallato l’entrata e la crescita nel capitale della banca milanese di un soggetto a tutti gli effetti francese”.
Già, “il governo di Roma”, non il ministro milanese leghista Giorgetti - col fido Stefano di Stefano.
 
Fa senso vedere la foto del calciatore Bastoni raggiante che “dice” ai compagni con le mani, col ghigno, con l’occhio furbo: “Ce l’ho fatta, li ho fregati”. Dopo avere simulato un attacco atomico. Ghigna davanti all’arbitro, che invece di punire la simulazione la premia. Non ci sono “errori” nel calcio. Non se ne vuole prendere nota ma è l’evidenza, per troppi casi. Quello stesso arbitro non era stato sospeso per malaffare?
 
Si guardano con sgomento le rovine di Gaza, di cui tornano le immagini perché i bombardamenti proseguono malgrado la tregua, ma anche con ammirazione. Di edifici di sei, otto, dieci piani che ancora stanno in piedi, non solo con la struttura, anche con le mura intatte, benché minati e sventrati alle fondamenta. A Roma, in Italia, non sarebbero che polvere – cascano per niente. Bisogna rivalutare pure il levantinismo, il Medio Oriente.
 
Due manager della Juventus, Comolli e Chiellini, si prendono in tv il post-partita con l’Inter per protestare contro l’arbitro – Comolli, francese, in un inglese incomprensibile, ma il volto dice tutto. E uno pensa che hanno comprato a caro prezzo, nella sessione estiva, quando si può scegliere, due centravanti che è come se in campo non ci fossero, mentre Napoli e Roma obbligate dagli infortuni hanno dovuto ricorrere a ripieghi, Hojlund e Malen, rifiutati dai rispettivi club, che da soli fanno squadra. Non ci sono “errori” nel calcio. E a questi livelli non può essere stupidità.
 
“Gaza, uomini armati in ospedale”. Fa tenerezza “Il Sole 24 Ore”, il giornale degli affari, che la domenica non cessa di ricordare Gaza e la Cisgiordania. Col cardinale Pizzaballa questa domenica che spiega: “Anche se oggi se ne parla meno, ogni giorno si continua a morire”. Netanyahu non è un grande personaggio, ma nella vendetta è proprio biblico.
Pizzaballa è “preoccupato” anche per le annessioni israeliane di pezzi della Cisgiordania. Ma qui non è che non se ne parli per imposizione di Netanyahu, o della “lobby ebraica”, è solo per ignoranza, superficialità.
 
“Passione come amore, ma anche passione come dolore”, riflette sul “Sole 24 Ore” Ali Reza  Arabnia, imprenditore automotive (Geico): “L’imprenditore italiano è straordinario per la passione. Ed è l’unico ad affrontare difficoltà che altrove non sono nemmeno pensabili….La durezza e l’irrazionalità regolamentari, la rigidità delle banche che finanziano soltanto chi ha già i soldi, la diffusa cultura antindustriale”.
 
Piero Sansonetti ha fatto campagna per anni contro Gratteri, con asprezza, per il vezzo del giudice di carcerare centinaia di persone per mafia, che poi, magari dopo aver perso i beni (i prefetti sono immediati con i sequestri e la cessione dei beni degli accusati di mafia ai mafiosi dei beni sequestrati), venivano liberati, spesso senza processo. Ora invece è il solo che non pubblica le sciocchezze di Gratteri - mafioso chi vota sì al referendum - e anzi raccoglie commenti a difesa. Effetto “l’Unità”, memoria della doppia verità? Ma questa “L’Unità” che Sansonetti dirige non è di Alfredo Romeo (salvata all’asta giudiziaria), l’imprenditore già arrestato a Roma per gli appalti dieci anni fa, e ora sub judice a Napoli, dove è Procuratore Capo Gratteri, condannato in prima battuta a sette anni e mezzo?
 
Stupefacente scoperta sui file Epstein: tra i chiamanti assidui Noam Chomsky e moglie, coppia certo non da bordello. Poi magari si scoprirà che tutti frequentavano Epstein perché, oltre che ricco e bravo gestore d’affari, era “affidabile”. Solo si è trovato al passaggio delle ragazze “pronte a tutto” dai “regalini” alle denunce. Il delitto cioè non è nella prestazione, volontaria, ma nella percezione della cosa, e nell’uso giudiziario.
Bisogna pensarci, non è riflessione sessista. È come nel calcio - giusto per fare chiarezza: da sport di contatto a teatro di distruzioni  anche a un’ombra di contatto, dacché i regolamenti lo puniscono.
 
Si ascoltano a Monaco, alla Conferenza per la Sicurezza, prima il cancelliere tedesco Merz, quasi svogliato, o come se non ricordasse quello che voleva o doveva dire, e il giorno dopo il segretario di Stato Rubio, una lezione di eloquenza, e di cultura. Dell’America all’Europa. Che non sa o non capisce.
 
Curioso, emerge nella vicenda del comico Pucci che la comicità è, può essere, solo “di sinistra”. Cioè si deve qualificare “di sinistra
, altrimenti non può essere – non può prodursi, esibirsi. Tanto più curioso oggi che il Pci è morto, da una trentina d’anni – il partito marcava stretta ogni forma di opinione, sospettava perfino di Scola, un “trinariciuto”. E – sulla scia del partito? – la commedia all’italiana subiva la riprovazione di Pasolini e di Calvino. Ancora nel 1986 il “Tango” di Staino era sospetto. L’accettazione arriva, con “Cuore”, nel 1989, per alleviare la “caduta”.

Prima era vietato ridere, la comicità era di Guareschi, quanto vituperato, Longanesi, Flaiano, quanto sospetto e isolato, “Candido”.
 
“la Repubblica” apre il suo settimanale con dieci pagine contro Trump. Di cui otto dedicate a una sua nipote che deve capitalizzare con un libro l’odio familiare contro lo zio. Ma davvero il lettore (ex) di Eugenio Scalfari vive di Trump – dell’odio contro Trump? Non è possibile. Però, magari è un fatto.
 
“Tortora, i 40 anni di un errore giudiziario”, Bellocchio annuncia la sua miniserie riparatrice. Ma non fu un errore. Questo è il problema: si può infierire su un sicuro innocente, farsene una croce al merito, e fare carriera.
 
Stefano di Stefano, il megadirettore delle Finanze indagato per insider trading, si dimette da consigliere di Mps. Mentre avrebbe dovuto dimettersi da direttore del ministero – era in Mps non a titolo personale ma per conto del ministero, azionista del banco senese. Ma a Roma vige sempre Andreotti – “il potere logora chi non ce l’ha”.
 
Di Stefano di Stefano perfino questo sito aveva potuto segnalare la non limpida attività al ministero,  gestore della vendita “accelerata” (Accelerated Book Building) di Mps agli “amici della parrocchietta”, e subito poi del golden power contro Unicredit per l’opas su Bpm. Ma non da solo: per l’Abb lo ha favorito la Consob di Savona, nominato da Salvini, e contro Unicredit è stato lo sherpa della decisione, che si prende a palazzo Chigi.
 
L’As Roma, la squadra di calcio, riempie lo Stadio Olimpico, 60 mila posti, per qualsiasi partita. La SS Lazio, l’altra squadra cittadina, lo stadio trova invece sempre vuoto, per protesta contro il presidente-padrone Lotito. Che però fu scovato – aveva una semplice azienda di pulizie – e obbligato al passo da Geronzi, l’ultimo banchiere romano, che provava a coagulare nella capitale un mercato di capitali: non c’era niente di meglio.
L’As Roma Geronzi riuscì solo ad addebitarla a oscuri, all’origine, investitori americani (che poi l’hanno traghettata a un family business Usa specialista di affari col calcio europeo). Una capitale di capitali da “pezze al culo”.

Jane Austen transetnica

Nell’Inghilterra Regency, pre-vittoriana, una trama Jane Austen, di amicizie e amori tra diseguali, parroci di campagna e relative figlie, signorotti con etiche rigide, cugini londinesi à la page ma per qualche verso inaffidabili, su un aneddoto anche attraente: il ricco signore concupito cerca una moglie che risponda a una sua segreta lista di requisiti. Ma non si ride e non si piange - il fim si continua a vdere per curiosità.
Il Lord ricco, concupito ed eccentrico è di pelle nera e riccioluto. La sua madra-matrona è  mezzosangue, con taglio asiatico agli occhi. Le amicizie femminili diseguali sono tra un’attrice indiana a una anglo-ugandese. Con due bianchi un po’ coglioni, una zia sciocca isterica e un cugino che fa il femminella.
Forse un nuovo genere, transetnico, espressione di un’Inghilterra multietnica, ma dall’effetto conventuale, edificante. Improbabile, e anche un po’ ridicolo.
Emma, Holly Jones, La lista del signor Macolm, tv2000

domenica 15 febbraio 2026

Cronache dell’altro mondo – costituzionali (385)

Per la prima volta, con le ultime nomine che risalgono alla prima presidenza Trump, la Suprema
Corte degli Stati Uniti, l’istituzione americana “più rispettata” (meno soggetta al giornalismo
d’assalto), è a maggioranza non wasp (white anglo-saxon protestant): sei dei nove giudici sono cattolici, cinque di essi di ascendenza afro, oppure italiana e irlandese.
John G. Roberts, 70 anni, è di origini irlandesi-gallesi per parte di padre e slovacco-ungheresi di
madre. È a capo della Corte Suprema dal 2005.
Clarence Thomas,78 anni, è afroamericano.
Samuel A. Alito,75 anni, è italo-americano di seconda generazione – il nonno paterno immigrato dalla Calabria, quello materno dalla Basilicata.
Brett M. Kavanaugh, 56 anni, è di famiglia irlandese.
Amy Coney Barrett, 53 anni, è di famiglia franco-irlandese.
Neil. M. Gorsuch, 58 anni, non ha ascendenze etniche, è cattolico di famiglia.
La sei nomine non establishment sono dovute ai presidenti repubblicani di questi anni Duemila, tre (Roberts, Thomas e Alito) a G.W.Bush, e tre (Gorsuch, Kavanaugh e Barrett) a Trump.

Ipotesi di Eurafrica

L’unica apertura di credito, politico ed economico, alla sterminata Africa, è dell’Italia, cui la Oua, Organizzazione per l’Unità Africana, si aggrappa ad Addis Abeba invitando Meloni alla sua assemblea annuale.  L’unica apertura d’interesse che l’Africa, dopo tanti decenni di appelli inevasi, ha ricevuto è infatti attraverso Meloni, il suo “Piano Mattei”.
I media hanno trascurato o denigrato la cosa. Dicendo il Piano Mattei il piano dei poveri, del poco o niente, pochi soldi, poche iniziative, partnership inferiori a quelle che l’Africa ha con la Germania, con la Francia, con gli Stati Uniti – e con la Cina?  Ma questo è parte della partita politica interna, che fa ormai l’unico atto di esistenza in vita dei media. La verità è che ne due anni dal lancio questo piano ha attivato iniziative e progetti per una decina di miliardi. Non è molto, ma prima nn c’era niente. Per l’attivazione di progetti di formazione in loco, in vista di un’immigrazione qualificata e regolare. Con modalità varie. Dalle scuole professionali dei salesiani a moderni istituti tecnologici – in Algeria. E per alcune infrastrutture multiregionali – le infrastrutture sono il peggiore, forse ineliminabile, handicap dell’Africa, in uno schema di sviluppo tradizionale, agricoltura-industria-esportazione.
La cosa insomma c’è – nei limiti delle risorse italiane. Ma di più conta l’approccio: Francia, Germania, Gran Bretagna, se non gli Stati Uniti, trattano l’Africa sempre col paradigma coloniale. Il Piano Mattei su un piede di parità, con la partecipazione cioè attiva dei Paesi coinvolti. Non di questo o quell’interesse della ex madrepatria.
È un cammino lento e lungo, perché l’Africa è quella che è: un mondo di potentati, praticamente senza mobilitazione e strutture politiche, istituzionali. Ma è l’unica via per lo sviluppo, accertata dopo oltre settant’anni di teorie e pratiche dello sviluppo, dalla Decade degli Aiuti, anni 1960, alle teorie e critiche dello “scambio ineguale”: l’Africa deve crescere al suo interno.
L’approccio italiano ha peraltro mobilitato l’inerzia europea nei confronti del Mediterraneo, la “sponda Sud” dell’Italia, dopo un quarto di secolo di disattenzione – dagli accordi preferenziali con il Maghreb – e con la infausta guerra alla Libia nel 2011. E ha stimolato una prima manifestazione d’interesse per l’Africa nel suo insieme. Era una vecchia – pia? – illusione, questa dell’Eurafrica -  per i primi autori del “risveglio” africano o dell’“Africa delle indipendenze”, dopo la guerra, di Senghor, Houphouët-Boigny, Burghiba, Nyerere, ‘Nkumah. L’Europa non ascoltò, era pur sempre ancora, o si riteneva, coloniale, imperiale. Ora ha bisogno dell’Africa, a ancora non lo sa.

L’aggiustizia del calcio

Gli arbitri di calcio non sono garantiti dalla costituzione, e quindi non ci sarà un referendum sugli arbitri di calcio. Ma è sicuro che lì si vincerebbe: non c’è giustizia più odiata, tanto più per essere a capriccio e inappellabile, degli arbitri di calcio. Ma, invece, inattaccabile: protetta dalla sacralità dello sport, l’offa dei poveri (di spirito) più inattaccabile di qualsiasi costituzione.
Ieri tre milioni di spettatori hanno seguito, a pagamento, Inter-Juventus – e una decina di milioni fuori d’Italia. Dove un arbitro La Tella doveva e voleva condurre a vittoria una squadra e lo ha fatto, dall’inizio, ammonendo quelli che dovevano perdere, i calciatori chiave, non ammonendo quelli che dovevano vincere, anche quando lo insultavano (un certo Barella spiritato, dopato?, lo insultava per una rimessa laterale…), e quando, sempre, bloccavano le “ripartenze” avversarie col “fallo tattico”, che il regolamento vuole punito con l’ammonizione, ma non per La Tella. Finché non ha completato l’opera, decretando l’espulsione, in un fallo di simulazione, non del simulatore ma dell’incolpevole avversario. Altero, sprezzante – napoleonico, come ogni buon giudice italico. Anche se tutti vedevano, anzi per questo: che si sapesse che lui faceva vincere chi doveva vincere.
I sicofanti dei vincenti, variamente distribuiti tra Sky, Dazn, i postpartita e i giornali, hanno cercato di giustificare la pastetta con l’errore. Senza dire che l’errore c’è in quasi ogni partita, sempre determinante, e sempre a favore della stessa squadra.
La corruzione c’è nel calcio. Lo sanno tutti. In molte forme.
Questo La Tella fu anche sospeso, per un anno o più, per vari abusi. Ma qui non si tratta di La Tella: lui interpreta il canone. Che è il famoso arbitro Collina. Uno che si creò un personaggio intoccabile come punitore della Juventus, la squadra che i due terzi degli italiani odiano, su questo si creò una claque, fortissima alla Rai, che lo incoronava ogni domenica il miglior arbitro del mondo, e gestiva arbitrariamente il campionato, la partita che arbitrava e quelle in calendario (ammoniva o espelleva chi non doveva giocare la-le partita-e seguente-i). Consultandosi ogni settimana senza pudori con l’addetto del Milan agli arbitri, al ristorante. Con un contratto pubblicitario, mentre ancora arbitrava, con la Opel, sponsor del Milan. Un fulgido esempio di carriera per la specie – che poi culminò alla Uefa, quella che si era liberata dell’incorruttibile Platini, accusandolo di ogni obbrobrio, per affidarsi a un certo, malleabile, Ceferin (e lucrare con i potentati della penisola arabica, che pagano in lingotti d’oro, non tracciabili).

Grand’Italia dei Comuni

Manufatti e modi di vita, documentati con una larga messe di immagini, illustrano la nascita del sentimento cittadino. Di come le popolazioni di mezza Italia nel Medioevo si sono costruite quelle insigni realtà che poi saranno chiamate dei Comuni. Non un saggio storico, o non uno in senso stretto di storia: molte le figurazioni, con ampi estratti di cronache o riflessioni d’epoca, di questo o quell’avvenimento, che costruiscono la tela dell “città”: mura per difendersi dai nemici, dalla natura, dagli imprevisti, e forti costruzioni simboliche comuni, chiese, conventi, palazzi di città, di governo, giardini, monumenti ricordo o celebrativi, che cementano la comunità, come oggi si direbbe. Nela specificità di ognuno, di mestiere, di pratica, di ambizione. Da Milano a Perugia e Siena. Napoli compresa, ma non per molto – presto sarà tagliata fuori, poco dopo i Boccaccio.
È un revival. Si recuperano gli studi e i mondi che l’insigne medievista rivitalizzò in vita - per lo più trascurati in vita, il mondo di cui si occupava forse più che il lavoro suo proprio. E si leggono con stupore: possibile che potesse passare così underrated – lei e/o il suo campo di studi? E si sa la risposta – non era “in linea”. L’Italia l’ha scampata, ma a che pezzo? E tuttora che scuse deve inscenare mentre gli epigoni del passato regime culturale ancora imperversano— saldi sempre ai posti di comando?
“Sentimenti e immagini del Medio Evo” era – ed è restato - l’anodino sottotitolo dell’opera, quasi l’editore chiedesse venia per l’intrusione in libreria. È invece uno spaccato della vita urbana emergente, civile e politica, che ha fatto la specificità del Centro-Nord della futura Italia – ed è forse il crinale dirimente fra Nord e Sud, l’origine e la causa della “questione meridionale”. Dell’impossibilità per il Sud, che è largamente incapacità, di recuperare il gap sociale ed economico col Nord – molto più, sicuramente, delle politiche postunitarie (che probabilmente, a una sommatoria, sarebbero a favore del Sud).
Una riedizione, superba di illustrazioni, delle opere di Chiara Frugoni che Il Mulino viene recuperando. “Una lontana città” è prima apparso nel 1983, uno degli ultimi titoli della vecchia collana “Saggi” di Einaudi.
Chiara Frugoni, Una lontana città, Il Mulino, pp. 290, ril,, ill. € 39