sabato 28 febbraio 2026

L'azzardo di Trump lo isola

Lo scià ha perso il trono, e l’Iran, non per la modernizzazione forzata, e forzatamente laica (che poi era la militarizzazione dei maestri rurali, per obbligare all’alfabetizzazione, e il lavoro alle donne, retribuito, in pubblico), ma per il colpo di Stato, ora si dice regime change, della Cia nel 1953 contro il premier eletto Mossadeq, da lui abbandonato. Aveva fatto il Paese potente e ricco, e niente: trentacinque anni dopo lo scià “triste” si ritrovò solo, oscurato da un ayatollah di terz’ordine - “portato” dai servizi segreti francesi e americani. L’Iran non è un “paese del Terzo mondo” (non è l’Iraq, creazione di Gertrude Bell un secolo fa), ha storia e memoria. Nessuno, nemmeno i familiari delle migliaia, decine di migliaia, di giovani e manifestanti contro il regime il mese scorso, sosterrà un colpo di mano israelo-americano. Anche se - tanto più se - liquidasse Khamenei.

L’attacco sarà comunque un “divide” tra Europa e Usa. Vero questa volta, non come la commedia dei dazi. L’attacco è stato organizzato da Israele - stamani lo annunciava perfino sul “Foglio”. Con la protezione americana, il formidabile schieramento aeronavale americano di copertura. E questo, nei concitati scambi tra le cancellerie europee questa mattina, che non ne sapevano nulla, è già due fatti: Trump, per un qualche motivo, è subordinato a Netanyahu, gli Stati Uniti non hanno più potere negoziale, non in Medio Oriente e neppure in Ucraina. Questa voltala sorpresa di Trump è vista come un azzardo - un colpo di Stato dallesterno.

Sono inoltre attesi contraccolpi tra i principati della penisola arabica. Sia che il regime change fallisca sia, peggio, che riesca. Sono regimi personali, familiari (“stati patrimoniali” nel vecchio diritto), che si reggono con la protezione americana, per i quali la protezione, che ha portato agli “accordi di Abramo, potrebbe ora risultare ingombrante – l’Arabia Saudita si è già aperto varchi in altre direzioni.
L’attacco, seppure indiretto, all’Iran mentre con l’Iran era aperto un negoziato a Mascate, potrebbe anche aprire una crisi nella “diplomazia personale” di Trump. Con dimissioni o proteste al Dipartimento di Stato, se non con le dimissioni del ministro degli Esteri Rubio.
 

Ungaretti poeta dell'amore

Coraggiosa rivisitazione del “massimo poeta italiano del Novecento” – cosa non vera, ma al cinema dei personaggi tutto deve essere eccezionale.
Popolizio dà spessore alla rievocazione facendo di Ungaretti soprattutto un poeta dell’amore – del figlio morto come delle attrazioni fatali. In parallelo, quasi una stessa vicenda, col lavoro dell’attore, dell’impersonazione di cose e persone come identificazione, ma ripetuta e ripetitiva – “parole, parole”, che altro, come in poesia. Ma si scontra, lui o la produttrice-ideatrice Gloria Giorgianni, con un materiale documentario irrisorio. Malgrado tutto, il focoso Ungaretti era riservato.
Notevoli naturalmente i commenti critici, per essere entusiasti. Ma sopra tutto le testimonianze a sorpresa delle ottantenni, quasi, Iva Zanicchi e Enrica Bonaccorti, piene di aneddoti, vivaci come ragazzine. Insieme con Bruna Bianco, lei con tutti i suoi ottanta, benché più bella di prima, che con Ungaretti condivise l’ultima fiammata di amore fisico, lui di 78, lei di 26, a partire dal 1966. Ma purtroppo non le ha viste quasi nessuno - Rai 3 spende i suoi gioielli come tappabuchi. 
Massimo Popolizio, Vita di un uomo. Giuseppe Ungaretti, Rai 3, RaiPlay

venerdì 27 febbraio 2026

Secondi pensieri - 579

zeulig


Identità Screditata per ragioni politiche, nella polemica politica, ma solo chi ha radici è, può essere, cittadino del mondo – l’apolidismo, lo statuto del primo Novecento per i senza patria, quasi onorario, una medaglia al petto, non è più negli ordinamenti, e anzi è svanito, sostituito dallo statuto di profugo, che invece è qualifica identitaria. La ragione politico-legale innestando sulla condizione identitaria. Simone Weil lo spiega diffusamente lungamente in “Enracinement”, il radicamento (tradotto come “La prima radice”), scritto nel 1942 in esilio forzato. Ernesto De Martino allarga l’orizzonte alla società: solo chi ha radici, chi viene da un posto preciso e si collega a una comunità, interagisce nella società.
Ma, poi, nella stessa polemica politica si nega l’identità per affermare i diritti (l’identità) altrui – si nega una identità per affermarne un’altra.
 
Integrazione – Pasolini, sul “Corriere della sera”, il grande quotidiano della grande borghesia, il 15 giugno 1975 abiurava solenne dalla “Trilogia della vita”, i tre film sui racconti classici, cui aveva dedicato tre o quattro anni d’intensa attività e di vita: “Io penso che, prima, non si debba mai in nessun caso temere la strumentalizzazione da parte del Potere e della sua cultura. Basta comportarsi come se questa eventualità pericolosa non esistesse. Ciò che conta è anzitutto la sincerità e la necessità di ciò che si deve dire….  Ma penso anche che, dopo, bisogna rendersi conto di quanto si è stati strumentalizzati, eventualmente, dal potere integrante. E allora se la propria sincerità o necessità sono state asservite e manipolate, io penso che si debba avere addirittura il coraggio di abiurarvi. Io abiuro dalla ‘Trilogia della vita’, benché non mi penta di averla fatta”.
 
“Eventualmente”, Pasolini non vuole cortocircuitarsi, ama il suo pubblico. “Sincerità” e “necessità”, Pasolini è sempre stato un ideologo autoreferente – giustificazionista di se sesso, la realtà reinterpretando e risistematizzando a ogni giro di tempo o di strada – da vero Autore, senza mai darsi una pausa. L’integrazione è tema degli anni 1960-1970. Italiano, per via dell’ideologia “marxista-leninista”, in realtà comunista, del partito Comunista Italiano. Oggi dissoltasi, con la dissoluzione del Potere – dapprima militare (monopolio della violenza), poi militare-industriale (Galbraith), oggi tecnologico, nelle cose, impalpabile, benché non celato.
Due culture distinte, del potere e del non potere? Pasolini razzolava nelle “contraddizioni”, erano il fieno del polemismo, del giornalismo d’assalto.
 
Intellettuale - Si cerca e non si trova, in Italia come in Francia, Spagna, Germania, i paesi dell'intelligentsja, l’intellettuale di destra. Alberto Castoldi ha lasciato una dettagliata antologia degli “Intellettuali e Fronte Popolare in Francia”, nel1936-1938, in cui non trova posto per Céline. Né c’è posto oggi per Houellebecq, sì come autore poiché “funziona” ma non come intellettuale di destra – “non merita il Nobel perché è di destra”. Anarcoide di destra, come Céline – o sempre nel Novecento, Pound, Hamsun. E in Italia, ciascuno di loro a suo modo, anche Malaparte, Berto, lo stesso Gadda, antimussoliniano, o Pirandello. Mentre alcuni degli intellettuali più influenti del primo Novecento sono inequivocabilmente di destra – oltre i Céline, Pound e Hamsun, Mircea Éliade, Ionesco, Cioran. O il futurismo, anche nelle sue applicazioni sovietiche.
 
Stato – “Una formazione che ha avuto un’evoluzione diversa, lacerante, nelle nazioni latine”? È la lezione dell’allora cardinale Ratzinger alla Biblioteca del Senato il 13 maggio 2004: “Con la Rivoluzione Francese per la prima volta in assoluto nella storia sorge lo Stato puramente secolare, che abbandona e mette da parte la garanzia divina e la normazione divina dell’elemento politico, considerandole come una visione mitologica del mondo e dichiara Dio stesso come affare privato, che non fa parte della vita pubblica e della comune formazione del volete. Questa viene ora vista solamente come un affare della ragione, per la quale Dio non appare chiaramente conoscibile: religione e fede in Dio appartengono all’ambito del sentimento, non a quello della ragione”. Ne è derivata una frattura – “un nuovo scisma”. Non risentito in Germania, “perché qui si è ripercosso più lentamente”. Ma radicale nel mondo latino: “Questa lacerazione negli ultimi due secoli è penetrata nelle nazioni latine come una frattura profonda, mentre il cristianesimo protestante in un primo tempo ebbe vita facile nel concedere spazio alle idee liberali e illuministe all’interno di sé, senza che la cornice di un ampio consenso cristiano di fondo dovesse in tal modo venire distrutta”,
 
Virtuosismi – Restano nelle arti legati solo musica, una prerogativa, dei pianisti e violinisti, forse per contagio dal jazz, ma era già un virtuoso Pagani, come Liszt, ed è rimasta arte di esecuzione – l’arte per eccellenza degli esecutori. Nel pianismo non c’è più, p.es., la serena classicità, naturale ma studiata, di Rubinstein o Benedetti Michelangeli, intesa a rendere, riprodurre, al meglio l’originale, come concepito dagli autori, Chopin, Schubert, Beethoven, ma un subisso di note, “interpretative”, variazioni sul tema, che unicamente testimoniano la bravura dell’esecutore – l’autore resta come pretesto, un tema del virtuosismo. Di creatività fanciullesca, di moltiplicazione-semplificazione di accordi, temi, arie, di costruzioni in forma di variazioni. E precarie, improvvisazioni, non ripetibili; per una impressione di meraviglia, per natura fuggevole, comunque di realizzazione volutamente passeggera – di cui resti la memoria ma non l’opera.
L’esecutore si vuole sempre più autore. Un personaggio, non solo un esecutore, ma per “quella” esecuzione, come una sorte d ri-creazione – in entrambi i sensi.

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È la fine del mondo ma niente paura, la vita è moltitudine

Il teatro al cinema, partendo dalla fine. Un film a scatole cinesi, affascinante – sobrio, sui toni colloquiali, quotidiani, ma sempre sorprendente. Una storia anche a ritroso, contro tutti i canoni, che comincia dalla fine. E un film come un teatro, niente inseguimenti, al più dialoghi a distanza col telefono. E con l’ultimo atto recitato per primo.
Il terzo atto, la fine del mondo, se la raccontano, ignari, un insegante e la sua ex, una infermiera, che le notti solitarie si telefonano. Si raccontano una giornata strana, in cui sembra che la, faglia del Nord California si sia attivata, incendi indomabili si sono sprigionati qua e là negli States, e alluvioni, a Livorno le acque hanno invaso la città, e frane, voragini, traffico bloccato, gente che arriva esausta a casa, a piedi, la mattina dopo, consigli inutili su come evitare il blocco del traffico, volendo ancora andare a lavorare, o recuperare la macchina nell’intasamento. La normalità nell’anormalità. Su cui si proietta come beffarda, a ogni piega a ogni sguardo, una pubblicità, “Grazie Charles “Chuck” Krantz per i 39 anni fantastici”. Come una pubblicità politica, di uno che si candida – a sindaco, a senatore – di cui però nessuno ha mai sentito.
Ma al secondo atto “Chuck” è vivo. Cioè, è morto, ma esiste: la scritta onnipresente è il ricordo della moglie e del figlio affezionati, che lo ringraziano di aver vissuto 39 fantastici anni, per sé e per loro. Si prosegue sempre a ritroso, con Chuck adulto col figlio. Poi con i nonni, ai quali è stato affidato infante per la morte incidentale dei genitori. Sempre a ritroso, col divieto del nonno di entrare nella soffitta. Dove da ultimo Chuck si troverà morto.
Con una morale. Una vita breve, destinata alla morte, come tutti, la vita è sempre breve, ma molteplice: Chuck, come tutti, avrà vissuto contenendo-vivendo “moltitudini”. La storia è cominciata con Walt Whitman storpiato dagli scolari ignoranti o svogliati, il verso “contengo moltitudini”, dal “Canto di me stesso”.  
Non è un thriller, la curiosità si accende a mano a mano con lo sviluppo del racconto – non c’è una fine, una causa, un mistero da indovinate. Dal racconto “La vita di Chuck” di Stephen King (nella raccolta “Se scorre il sangue”).
Chiwetel Eijofor, l’insegnante solitario del primo atto, e Annalise Basso, l’infermiera, danno il tono “ordinario” alla fine del mondo che è l’attrattiva del film.  Che poi “Chuck” da ultimo e da giovane, Tom Hiddleston e Jacob Tremblay, perpetuano.
Mike Flanagan, The Life of Chuck, Sky Cinema, Now

giovedì 26 febbraio 2026

Problemi di base variabili - 903

spock


Ora gli arbitri vogliono fare la tv?
 
Ma gli arbitri sono mai andati al cinema, sanno come si fa?
 
O la tv: l’hanno mai vista, loro che si vogliono ora padroni dell’immagine?
 
Che ci stanno a fare gli arbitri, non è meglio un regista di cinema?
 
O un montatore, anche un cineoperatore – uno che se ne intenda della vaghezza delle immagini?
 
Si guardano gli arbitri, un po’ calvi, un po’ con la pancetta, che si sono impossessati del calcio per farsi registi tv, uno dice: ma è vero? e com’è possibile, che potere hanno?

spock@antiit.eu

Appalti, fisco, abusi (245)

Il governo che “non mette la mani in tasca agli italiani” ha raddoppiato col nuovo prontuario farmaceutico il numero dei medicinali passati a parafarmaci, per escluderli dalla copertura assicurativa e dalla deducibilità fiscale. O li esclude dalla copertura sanitaria - farmaci di largo uso, come l’esomepreazolo e, pare, le statine. Il cui prezzo raddoppiato nella circostanza, e va pagato tutto subito.
Nel silenzio dell’opposizione – muta nel frangente. Quanto è forte la Big Pharma della Little Italy.
 
Lo stesso governo, che “giammai penserà a una patrimoniale”, ne ha imposta una, senza dirlo, come suo primo atto, tre anni fa: una spesa di 52 euro a bimestre per “oneri di sistema” sull’elettricità anche quando la casa è chiusa. Circa 200 euro l’anno di sovrattassa, giusto per avere la proprietà della casa.
Non molto, certo, una “patrimonialina”. Su sette milioni di “unità abitative” – non tutte di ricchi, la maggior parte carichi familiari.
Anche questa senza la minima critica, né mediatica né politica.
 
Luxottica vende un modello, “Nuance”, come “apparecchio acustico a conduzione aerea”, che nessuna assicurazione né l’Agenzia delle Entrate riconoscono come supporto acustico – vendeva, perché dopo pochi mesi li ha messi “in offerta”. Una furbata, da 1.100 euro. Che Agcom non considera pubblicità ingannevole.
 
A Roma “Città Giudiziaria tra topi, crolli e degrado. Dopo due anni di lavori di ristrutturazione, e 16 milioni di spesa. Disagi, stanze inagibili, feci di ratti sui faldoni, nei piani alti riscaldamento intermittente, e secchi per raccogliere l’acqua piovana, troppi palazzi imprigionati da impalcature dove nessuno lavora”. Lamenta un giudice: “Due anni col naso turato, con un cantiere ipertrofico, e nulla funziona”. Spiritoso: “Sequestriamo locali pubblici per molto meno”.

Una bellezza da amare

Cazzullo sfida Sanremo col solito catalogo di reperti d’arte belli e bellissimi - e con la guida del solito Dante. E ci riesce. Con immagini tutte per qualche aspetto “nuove” – meglio illuminate, meglio colorate, più vive, da vicino e da lontano, meglio didascalizzate. E per il commento, che Cazzullo ha detto col taglio giusto, esilarato e insieme rapido, efficace.  
Auditel gli dà solo un 3,2 per cento di share - per 652.000 spettatori. Ma, nella serata, è meglio di tutti - eccetto ovviamente il festival e Ccanale 5, e le cariatidi immutabili di “Chi lha visto?”.
Aldo Cazzullo, Una giornata particolare - “Italia la grande bellezza”, La 7

 

mercoledì 25 febbraio 2026

L’Europa prigioniera delle faide slave

“Quale sarà il destino dei milioni di ucraini che vorrebbero il proprio Paese nel «mondo russo» e non europeo? Potranno tornare a votare partiti filorussi, parlare russo?” è la domanda. La risposta di Michailo Podolyak, “consigliere della presidenza ucraina”, è: “Se a qualcuno piace può andare a vivere in Russia, finché esisterà. Non ci sarà alcun «mondo russo» in Ucraina”.
C’era prima della guerra, prima della Crimea, delle “rivoluzioni arancione”, cioè nazionaliste ucraine, e ora non ci sarà più. È comprensibile dopo quattro anni di guerra. Ma è anche una faida, come ce ne sono sempre state e se ne preannunciano a ogni curva, tra gli slavi: nella ex Jugoslavia, a partire dalla sanguinosa caccia agli italiani in Istria, e poi alla dissoluzione, nel 1992-1993, nel Kossovo, ora in Ucraina, domani in Moldavia. Con la Polonia che ha più di un conto in sospeso con la stessa Ucraina, compresa Lviv-Leopoli, e con qualche paese baltico. La Polonia che ottant’anni dopo la guerra, e dopo essersi presa un quinto o un quarto della Germania, e averne cacciato gli otto milioni di tedeschi che lo abitavano, vuole dalla Germania i danni di guerra - un governo li chiede e uno ci rinuncia, ma il sentiment è revanscista.
Il futuro dell’Europa all’ora slava è, al meglio, lo stallo – la composizione di conflitti. Anche gravi, come ora l’amputazione della Russia.

La sagra del democristianesimo

Un rito. Il solito bombardamento di venti-trenta canzoni, per lo più di sconosciuti – come tenere a mente la pletora di rapper, di versi senza poesia, di melodie da prosa piana? Con i suoi indefettibili, almeno per le prime ma lunghissime tre ore, tredici milioni di italiani - meno, pare, dell’anno scorso, ma pur sempre tanti.
Una sagra. Per quella che è ormai una “cerimonia”, un rituale, una cresima (confermazione). Quest’anno in chiaro, avendone l’onesto conduttore Conti spiegato in anteprima la natura: il festival è “cristiano e democratico”. Da regime politico? No, il festival si ripete uguale perché è la storia della repubblica. Insipida e-ma autoreferente.
Carlo Conti, 76° festival della canzone italiana, Rai 1

martedì 24 febbraio 2026

Letture - 607

letterautore


Artiste – “Nella ‘Storia dell’arte italiana’ di Giulio Carlo Argan, su cui ho studiato, non era citata neppure una donna!”, Maria Grazia Chiuri. Argan sindaco comunista di Roma, 1976-1979: la sua “Storia” è del 1968, quando già da oltre mezzo secolo, 1913, Longhi aveva “scoperto” Artemisia Gentileschi.
 
Asciugatori delle Pareti – O inquilini asciugatori,”Trockenmieter” nella parlata di Berlino, in uso nella Berlino guglielmina, che cresceva troppo, troppo in fretta: “Si era diffusa l’abitudine di affittare gli appartamenti quando l’intonaco non era ancora asciugato a inquilini che per la scomodità dell’ambiente pagavano una pigione ridotta” – Saverio Campanini lo spiega, a proposito dello stesso Scholem, nel lungo saggio con cui presenta gli studi di Gershom Scholem su Pico della Mirandola e le sue fonti in materia di Qabbalah, “Cabbalisti cristiani”.  
 
Caratteri nazionali – “All’America devo i favori della fortuna”, spiega Peer Gynt ai compagni di avventure in Marocco, all’atto quarto: “La biblioteca ben fornita proviene dalla giovane scuola tedesca (siamo negli anni 1860. n.d.r.); la Francia mi ha dato l’abito, i modi, e quel pochino di spirito, l’Inghilterra l’assiduità al lavoro e la acuta percezione del mio interesse. Dagli ebrei ho imparato l’arte di aspettare, dagli italiani il piacere del dolce far niente…”.
I caratteri nazionali erano in voga nel secondo Ottocento, l’epoca dei nazionalismi – Ibsen scriveva “Peer Gynt”, a Casamicciola e poi a Sorrento, nell’estate del 1867. Ma non si pensa diversamente oggi.
Il primo volume, oltre mille pagine, della “Storia d’Italia Einaudi” del 1972, sei volumi, dieci tomi, i curatori Romano e Vivanti hanno intitolato “I caratteri originali”.
 
Complessità – La follia – nell’accostamento di Guido Paduano, che ci ha scritto sopra un trattato, “Follia e letteratura”, nella sintesi che ne fa a Gnoli su “Robinson”? “Non c’è un denominatore comune nella follia. Per parafrasare una celebre frase: tutti i sani sono uguali alla stessa maniera, mentre ogni folle è diverso a suo modo. Re Lear e don Chisciotte sono quasi contemporanei e rappresentano il punto più profondo al quale la follia si è spinta nell’abisso della complessità”.
 
Dante – La “Commedia” “di base è un’autobiografia” - la stilista Maria Grazia Chiuri, costumista per l’opera “Inferno” di Lucia Ronchetti all’Opera di Roma. Un selfie ante litteram? È per questo, continua Chiuri, che “nei versi ci si può identificare ancora adesso. Sottolinea l’importanza dell’amore come motore universale, parla di etica e di decadenza politica, di esilio e sradicamento”.
Per Lucia Rnchetti “la ‘Divina Commedia’ è una Bibbia studiata e ristudiata, il primo libro erotico e horror avuto tra le mani”.
 
Etna –“L’unico vulcano femmina della nostra Penisola”, Marco Belpoliti, “Nord Nord” - attribuito a Nadia (Ballo?).
 
Gaza Dreamland – Il sogno di Trump era già di “Peer Gynt”, nella sua fantasia in Marocco, al bordo del Sahara, all’atto quarto: “Gli balena un’idea” nelle note di scena, annaffiare il deserto - una cornucopia segue, di ogni bene e meraviglia.  
 
Kafka – Cosa ne resta a Praga? “È diventato una fonte di guadagno per un’intera città, fra gadget, guide, musei, caffè. c’è sempre più Kafka a Praga, ma è sempre meno vivo. Questo mi ha spinto a guardarlo dalla prospettiva di oggi”, Agnieszka Holland del suo ultimo film, “Franz”.
Holland aveva studiato a Praga, alla Scuola del Cinema, all’epoca della “Primavera” politica, 1968, quando Cecoslovacchia, Polonia et al. erano parte dell’impero sovietico. E ricorda: “Milan Kundera insegnava storia della letteratura. Trasmetteva il fascino di Kafka e della letteratura di lingua tedesca. Parlava di Broch, Musil e altri autori di quel mondo. In Cecoslovacchia all’epoca erano sconosciuti. Io in Polonia li avevo letti”.
 
Lotteria – Il lotto, che il Devoto fa derivare dal gotico “klauts”, sorte, Marco Belpoliti in “Nord Nord”, p.214, si compiace di associare a Lorenzo Lotto, che in Ancona, in tarda età, “ridotto in miseria”, accudito dai frati domenicani, ne organizzò una: “La mise in piedi nell’agosto del 1550, per vendere sedici quadri e trenta cartoni che aveva preparato per le tarsie di Bergamo, ma vendette quasi nulla”.
 
Mutilazioni di guerra – Molto praticate dagli italiani in guerra, soprattutto nella Grande Guerra, secondo gli alti comandi, da arte dei soldati per sfuggire al fronte, sono prassi normale nel “Peer Gynt” di Ibsen, 1867, in aperura dell’atto terzo, dove il coboldo protagonista di fughe oniriche “vede” tra i suoi esseri immaginari un ragazzo che “s’è mozzato netto il dito. Un dito insostituibile! Tutto il dito! Senza che nessuno lo obbligasse!” E poi si piega il perché: “Ah adesso mi ricordo… È l’unico modo per liberarsi dal servizio del re. Dev’essere così. Volevano mandarlo in guerra e lui, si capisce, non voleva partire. Ma mutilarsi….? Per sempre?”.
 
Lucio Piccolo – “Teneva concioni interminabili”, Belpoliti in “Nord Nord” , p. 80, sa fa dire da Vincenzo Consolo, “Enzo”, che lo aveva praticato in gioventù – “un suo maestro diceva lui”.
 
Poeti maledetti – Ma è solo una definizione di Verlaine perseguitato dall’alcol e dagli ufficiali i giudiziari. Lo ricorda Piero Boitani recensendone la riedizione nella Pléiade. Era il titolo che appose all’antologia di Corbière, Rimbaud e Mallarmé, con se stesso nel ruolo di curatore, con lo pseudonimo “Pauvre Lélian”, nel 1884.  
 
Russia-Urss – L’ultimo impero europeo? Ma con “il capovolgimento completo dei valori che avevano costruito l’Europa” – card. Ratzinger (poi papa Benedetto XVI), “Conferenza alla Biblioteca del Senato”, 13 maggio 2004, ora in “L’Occidente vincerà”). Per “il modello totalitario”, che “si collegava a una filosofia della storia rigidamente materialistica e ateistica”. Dopo la “rottura” operata dall’Illuminismo: “Non ci sono più valori indipendenti dagli scopi del progresso, tutto può, in un dato momento, essere permesso e persino necessario… Anche l’uomo può diventare uno strumento”. Ed è un fatto che “i sistemi comunisti sono naufragati innanzitutto per il loro falso dogmatismo economico”. Non per il totalitarismo, per il pil  - è la lezione che Deng Hsiao Ping aveva tratto dai fallimenti del maoismo, e su cui ha impiantato il robusto impero cinese, seppure sempre comunista, strumentale - semplicemente, rilevava Ratzinger vent’anni fa, “i veterocomunisti sono diventati senza esitazioni liberali in economia”.

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L’assegno unico non fa una politica natalista

L’assegno unico universale, introdotto a fine 2021 dal governo Conte II, di sinistra-destra, che avrebbe dovuto rilanciare la famiglia e la natalità – insieme con l’aumento di asili nido-scuole materne, non ha avuto l’effetto sperato, se la denatalità continua a crescere, verso record sempre negativi.
Ha funzionato sessant’anni fa in Francia, col governo Pompidou, che riuscì a interrompere una denatalità secolare, ma ora molte cose sono cambiate. Per almeno cinque fattori, quali sono emersi nelle tavole rotonde di demografi, giuslavoristi, economisti etc., attivate al dicastero della Famiglia, la natalità e le pari opportunità. La ritardata nuzialità-procreazione per effetto degli studi: molte più persone studiano ancora nei loro anni venti. Si è generalizzato il lavoro femminile, in tutti i tipi e i gradi di qualificazione. La famiglia, sempre informale, è sempre più “plurireddito” – non può più fare a meno di un reddito. E contemporaneamente patrimonializzata – in beni mobili e immobili, a spese elevate costanti. La natalità diventa una pausa molto ardua in questa situazione.
Il quinto elemento dissuasivo è opera dello stesso mondo imprenditoriale che più lamenta la denatalità, la scarsità di manodopera. È la pratica aziendale ancora diffusa di scoraggiare la maternità, con misure anche esplicite - dimissioni in bianco, contratti a termine non rinnovabili in caso di licenza prolungata, difficoltà ai permessi parentali, disparità di retribuzione.  

La salvezza viene dall'Ucraina nel paradiso di La Ciotat

Enzo, 16 anni, fa l’apprendista muratore in un cantiere edile. Non ha voluto studiare, e non ha voglia d’imparare il mestiere, che pure si è scelto. Non sa spiegarsi col padre professore, che pure vorrebbe in qualche modo aiutarlo, né con la madre ingegnera, meno intromettente ma sempre attenta. Ha i suoi approcci con una ragazza, nella piscina della villa di famiglia vista mare – siamo a La Ciotat. Ma è la frequentazione di due ucraini tuttofare, che lavorano nella stessa impresa, che gli apre un orizzonte. I due, cottimisti sul lavoro, anche il sabato e la domenica, e spensierati fuori orario, devono ora tornare in patria per fare la guerra. Cioè, uno dei due vuole tornare, l’altro ha deciso di no. Finché, con Enzo, non cambia idea.
La solita parabola del ragazzo “strano”, perché ha e non lo sa pulsioni omosessuali. Col solito sogno di ogni pederasta, che il ragazzo s’innamori dell’adulto. Ma girato con grazia - da Campillo in sostituzione di Cantet, che il film ha ideato e sceneggiato ma non ha fatto in tempo a dirigere. Ambientato in un luogo di tutti e di nessuno – Enzo, all’italiana, è il nome originale del protagonista. Con un attor giovane, esordiente, Eloy Pohu, che non lascia immaginare un altro “Enzo” possibile. E un contorno sempre misurato, come una ripres  dal vero: Favino, il padre, la madre Élodie Bouchez, e i due “ucraini”, Nathan Japy e Vladyslav Holyk.
Laurent Cantet-Robin Campillo, Enzo, Sky Cinema, Now

lunedì 23 febbraio 2026

Ombre - 812

L’Olanda terza per medaglie vinte all’Olimpiade invernale - un Paese di pochi, e d’acqua. È che, come in tutte le cose, anche negli sport alpini ci vuole pazienza e sapienza. P. es. attirare ogni anno a Amsterdam un milione di visitatori per l’ennesima, annuale, mostra speciale su Van Gogh (ora per il suo “Yellow”. O anche solo organizzazione. Magari facendo fare sport ai ragazzi a scuola, dove invece in Italia si ritiene non necessario e forse insalubre - scoliosi, et.
 
Sergio Cusani evoca in un suo libro di memorie, si legge sul “Corriere della sera”, il Procuratore di “Mani Pulite” Borrelli che nel 2011 avrebbe detto: “Non valeva la pena d buttare all’aria il mondo precedente per cascare in quello attuale”. Verosimile, è nel personaggio Borrelli, vero andreottiano – quello che non c’è mai: non ci pensa nemmeno che il “mondo attuale” lo ha creato lui.
 
Uno vede Atalanta-Napoli e stralunisce – tanto più dopo l’horror Inter-Juventus: ma come è possibile che gente così mediocre, Rocchi, Gravina, Mastrandrea, Chiné “regolino” il calcio? Lo facciano e lo disfacciano. Per far vincere l’Inter? Ma da dove gli viene tanto potere? Niente, muti e tetragoni. Ci hanno anche fatto perdere due Mondiali, e ora ci minacciano il terzo, ma sono immutabili.
Magari non sono nemmeno corrotti. È sempre il vecchio potere, “democristiano”, altro che Seconda e Terza Repubblica.
 
“Difficile la rottura dei legami commerciali tra Stati Uniti e alleati”. Diamine, ci vuole il governatore della Banca d’Italia per spiegarlo.
Difficile per tutti, si penserebbe, ma tra alleati poi – da quasi un secolo?
 
Senza studi, senza conoscenze quali che siano degli affari internazionali, senza nemmeno l’inglese (“zoppica”, dicono i sicofanti, cioè dice alcune frasi a memoria), Luigi Di Maio è stato ministro degli Esteri, in due governi, da tre anni è Rappresentante Speciale della Ue nel Medio Oriente, che non si sa cosa vuole dire ma implica un congruo appannaggio, e ora è Professore al King’s College di Londra, ateneo di buon prestigio. È solo un fatto di fratellanza? È la nuova Italia.
 
Putin non vince la guerra pur provando a distruggere fisicamente l’Ucraina con continui bombardamenti. Che le tattiche del pazzo Trump l’abbiano messo le spalle al muro? Ha cessato ormai da tempo gli aiuti l’Ucraina, che invece dura e resiste, e come può essere?
 
C’è malessere per la morte del piccolo Domenico a Napoli, per il trapianto sbagliato. Per il dolore certo della madre, e per un generico senso di amarezza, per una salvezza che si è trasformata in una trappola. Per di più a fronte della dedizione dell’ospedale, testimoniata dalle quattro infermiere che per due anni lo hanno accudito per 24 ore. Ma anche perché, senza attendere di sapere dove e da chi è stato commesso l’errore fatale, l’avvocato della madre con greve accento usa toni minacciosi.  
Viene perfino da pensare che un errore è sempre possibile anche in chirurgia, come in tutta la medicina. I risarcimenti – la triste pratica americana degli avocati a percentuale - hanno cambiato tutto. E non per il meglio.
 
“Nella storia della nostra serie A mancava un giocatore delle Fær Øer”, può titolare “il Foglio” serioso. Con le Fær Øer sono112 i Paesi a cui la serie A ha attinto e attinge calciatori. Poi dice che l’Italia non va ai Mondiali, non si qualifica. Si riempiono le squadre di stranieri perché costano meno? No, costano di più. No, si comprano perché i loro agenti sono stranieri, in genere nei paradisi fiscali, comunque fuori dalla portata della Guardia di Finanza. Più che costruire squadre forti, si fano compravendite.
 
Un arresto eccellente in casa reale, solo per fare un interrogatorio, senza garanza di un giudice, nel diritto sassone un’eccezione, una manna per i media. Un fatto storico: la giustizia made in Italy ha  contagiato o abolito l’Habeas Corpus millenario – prima ti arresto poi ti dimostro, se ci riesco, che sei colpevole.
 
“Se il fisico Rovelli è maestro
Di geopolitica, e il giudice
Mastrandrea di giustizia
Perché non saremmo noi
Il vero Shakespeare?
Aperto è il cammino
Della speranza.
 
“Ilary tra denunce e ricorsi ha fatto causa all’ex marito per ben 15 volte”. Mentre se la godeva a Milano, in costanza di matrimonio, con questo e quell’amante di suo piacimento. Si può azionare la giustizia a capriccio? I procedimenti sarebbero stati avviati se denunce e ricorsi li avesse fatti lui, l’uomo? Certo, la giustizia è femminile.
 
“Giovanni Paolo II è stato il più grande”: il novantacinquenne cardinale Ruini va ancora veloce e non ha dubbi. Ma è solo, nessuno se lo fila, in Italia. Dove il sovietismo è ancora molto forte – nei media: tutti reduci. Di che poi, della vergogna di avere assassinato una rivoluzione? O così vogliono – gli conviene – i padroni furbi del vapore, per mettere in scacco il governo, qualsiasi governo.
 
Qualcuno, un funzionario consolare italiano, prendeva in Bangladesh due milioni di euro per favorire i visti immigrazione. Non è il solo, probabilmente, ma già da solo dà l’idea del valore del traffico.
Roma, p.es. è piena di mendicanti africani, giovani. maschi e femmine, collocati ai supermercati, bar, monumenti non primari, chiese, banche, marciapiedi, dai rom ogni mattina. E dotati di cellulare. Come ci sono arrivati?
 
Tuona tronfio, Giove tonante, il presidente dell’Inter Marotta, sotto le insegne auguste della Federazione Italiana Gioco Calcio, tesse l’elogio del simulatore Bastoni, bravo ragazzo, sbertuccia Saviano, “chi è?”, e minaccia la Juventus, di cui è stato a capo per molti anni, di svelare segreti inconfessabili. È ridicolo ma fa paura, ai giornalisti.

Milano-Cortina, la Rai si riprende gli eventi

Uno spettacolo ricco. Anche sportivo, con le ultime premiazioni. E senza sbavature: ben ritmato tra suoni, luci, movimenti, tra canti e balletti, per qualche aspetto evocativi, e comprese perfino le esecuzioni degli inni. Raccolto, pur nell’ambiente dispersivo dell’areena di Verona. Con la sola sbavatura forse di un folletto in costume che si voleva Rigoletto, che si aggirava in tv per oscure fondamenta – per ricordare che l’opera è italiana? Bastavano i due pezzi di Puccini, il coro muto e “Butterfly”, da pelle d’oca.
Un’ottima ideazione, fantasiosa e misurata. Che la Rai, tra impostazione e regia, ha tutto sempre minutamente sincronizzato. Per uno spettacolo “spettacolare” in tv forse più che dal vivo, di stacchi, movimenti, pause canore o discorsive, e tagli, luci, colori – nel giorno in cui i critici della concorrente La 7 la davano per spacciata (“meglio Eurosport….”). Tre ore di diretta con decine se non centinaia di spostamenti di scena, e tutto perfettamente sincronizzato.
Cerimonia di chiusura giochi olimpici invernali di Milano Cortina 2026,
Rai 1, RaiPlay

domenica 22 febbraio 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (625)

Giuseppe Leuzzi


Una Olimpiade invernale è necessariamente una Olimpiade del Nord. Ma in questa di Milano-Cortina lombardo-veneta lo è anche in modo ideologico. Non solo perché gli atleti sono lombardi, veneti e valdostani. Si inneggia al Nord-Nord sotto le specie della Norvegia: tutti giganti. Nel senso dei due metri. Che non vuole dire nulla –abbiamo anche noi centravanti di due metri che non sanno giocare, mentre Haaland è un’altra cosa. Mentre la Norvegia – che è nostro incubo anche nel calcio, non solo sulla neve, noi che siamo tri-campioni del mondo – ha da quarant’anni uno statuto speciale per lo sport dei bambini, dai 6 ai 12 anni. Che consente a tutti di fare sport, in campagna come in città, con e senza soldi. E nove, quasi dieci, bambini su dieci lo praticano - normalmente più di uno.
 
Con cadenza mensile, se non ora settimanale, “Il Sole 24 Ore” affligge il lettore con le classifiche del meglio e del peggio, dove si vive meglio, dove ci si cura meglio, dove l’aria è migliore, etc. Che è la maniera milanese di celebrare il Nord: sono graduatorie per cristallizzare le “inferiorità” del Sud. Ma l’ultima è curiosa. Per tutti gli esami clinici la regione peggiore (dove più lunga è l’attesa) è l’Abruzzo – solo per cardiologia e colonoscopia fa peggio la Puglia. Mentre dove tutto fila liscio è il Veneto - eccetto per l’ecodoppler dei tronchi sovraortici: qui viene prima Trento.
Solo per ortopedia viene primo - peggio – il Friuli Venezia Giulia. Cioè una regione di montagne.
 
Rocco Scotellaro “è vissuto molto poco ma ha dato tantissimo ed è rimasto un personaggio mitico nella cultura italiana e meridionale. Quello che ha fatto nella sua breve vita (è morto di trent’anni, n.d.r.) è bastato a farne um mito, perché?”, si chiede Goffredo Fofi in “Arcipelago Sud”. E si risponde: “Perché figlio di gente molto povera cresciuto in un paese di contadini”. E perché “ha avuto una madre di grande forza, come spesso nel Sud, che ha raccontato e pianto suo figlio”. La famigerata “donna del Sud”.
 
E l’uomo del Sud – sempre di Fofi, a proposito di Sellerio marito? “Enzo Sellerio, palermitano di forte ceppo ispanico e liberalmente barocco, era un uomo e un artista di forte carattere, un individualista vero, come ho avuto la fortuna di conoscerne pochi (come Sciascia, come Levi, come Pasolini, come la Morante e la Ortese)”.
 
Il Settentrione si capisce dal Meridione
“Forse adesso ti starai chiedendo”, dice Belpoliti a “Nord Nord” illustrando Villa Palagonia all’ipotetico interlocutore con cui sviluppa la narrazione, “perché sto qui a scrivere del Meridione in un libro che s’intitola ‘Nord Nord’”. E gli risponde. “Credo che tu sappia bene come il Settentrione lo si capisca solo attraverso il suo contrario, il Meridione”. Certo, si è il Nord di un Sud – anche Milano, poi, così piena di sé, è un Sud, in Europa e nel mondo. E si spiega così, sempre Belpoliti col suo interlocutore, la “Lombardia siciliana” di Sciascia, “sulla scorta di Vittorini” – che, “nato a Siracusa, nella Magna Grecia, …s’era trasferito anche lui (come Ferdinando Scianna, il fotografo, n.dr.) a Milano e del tutto identificato con il Nord odierno, industriale, pragmatico”.
E dunque, com’è il Nord visto da Sud? “Secondo Vittorini, spiega Sciascia, il Nord si presenta come una forma d’ordine anche quando è scosso da conflitti; è in contrapposizione all’Isola, che invece è sempre caos, dispersione, negazione della Storia”.
Bisognava pensarci, a questo Nord “creato” dal Sud. Come un complesso di colpa. Una impossibilità. Un’impotenza.
Altrimenti, anche geograficamente la distinzione si complica. Risalendo alle sorgenti della Drava, “il più lungo fiume nato in Italia”, Belpoliti poi ricorda che fluisce nel Danubio, e quindi nel Mar  Nero, e si chiede: “Allora il Mar Nero dov’è: a nord o a sud? È a est, anche se nel suo percorso il Danubio dopo Budapest sembra flettere verso sud: attraversa la Serbia e la Bulgaria, poi si rialza un poco e sbocca un po’ più in alto”. Ma “il Mar Nero comunque non è a nord” – suona orientale.
È come al militare, ai quesiti della prova per ufficiale di complemento: è più a est Trieste o Napoli, è più a sud Napoli o Bari. E la verità è che l’Italia è come la diceva Churchill, sta nel Mediterraneo non come un pene eretto ma come uno flaccido. Per concludere – sempre Belpoliti col suo anonimo interlocutore: “L’avrai già capito anche tu: il Nord non esiste, o meglio è qualcosa di fluttuante, legato a fattori di varia natura, non solo geografici, ma anche linguistici e storici. Per cui tutto è relativo e dipende da come si guardano le cose” – tanto più considerando che “anche la bussola, indispensabile per orientarsi, è alla fine solo un punto di vista”.
Non è una conclusione, ma Belpoliti se la “fa bastare”. L’aveva avanzata con il Meridione, di Dante e di Petrarca. Non c’era allora, aveva notato, il Nord – non un “cosa” italiana. Ma solo la connotazione geografica, di Settentrione e Meridione. E non tra una parte e l’altra dell’Italia, si può aggiungere – l’Italia era una, e ben definita dalle Alpi, benché non ”esistesse”.
 
Sudismi\sadismi - Mafia Capitale
L’ex inchiesta Mafia Capitale, poi ribattezzata Mondo di Mezzo (dopo che la Cassazione ha decretato l’assenza di metodi mafiosi), continua a sgonfiarsi. I giudici della prima sezione penale di Roma hanno dichiarato, nell’ultimo rivolo dell’inchiesta con venti indagati, il non doversi procedere per intervenuta prescrizione per Salvatore Buzzi. Assoluzione con formula piena, invece, per l’ex segretario del Pd romano, e capogruppo al Consiglio comunale, Francesco D’ausilio.
D’Ausilio allora giovane, nel 2014, viene assolto dopo undici anni e una carriera politica troncata dall’accusa di mafia in un processo farlocco con cui si immortalarono alcuni giudici siciliani, che non vedevano l’ora di avere la mafia a capo della Città Eterna. Si penserebbe che la guerra alla mafia si faccia circoscrivendone l’influenza e la disseminazione. Invece, e questo non è il solo caso, ci si compiace nel vederla ovunque.
Tra le tante vittime, questa antimafia ha fatto le cooperative sociali. Di ex detenuti in varie attività.  Che Buzzi, condannato a venti o trenta anni per assassinio, ma plurilaureato, in Lettere prima e poi in Legge, a Rebibbia, attivista per la riorganizzazione delle carceri, graziato da Scalfaro nel 1994, aveva creato nel quadro della Lega delle Cooperative. Attive a Roma in molti servizi, e tutti efficienti. Poi svanite nel nulla – centinaia di ex carcerati senza più un’attività. Non difese dal Pd né dalla Lega, il sospetto di mafia è cancerogeno.
 
Cronache della differenza: Sicilia
Nell’ampio affettuoso medaglione che fa di Vincenzo Consolo siciliano di Milano, “Enzo”, nel suo “Nord Nord”, Marco Belpoliti lo ricorda anche spietato giornalista - corrispondente da Milano de “L’Ora” di Palermo – a proposito del suicidio di Franco Verga, un notabile democristiano milanese figlio di siciliani, “nel suo articolo ‘Morte d’un samaritano fra cinismo e kitsch’”.
Canis canem non est”, cane non mangia cane, si diceva in antico. Ma evidentemente  siciliano morde siciliano.
 
Il “Meridione-del-Meridione” la vuole lo stesso Belpoliti, raccontando di Ferdinando Scianna, la sua Bagheria rifiutata, e la “mostruosa” Villa Palagonia.
 
Vincenzo Ferrea, palermitano, è di casa nei teatri di Napoli. Roberto Andò, palermitano, è direttore del Mercadante a Napoli – città cui ha dedicato due o tre dei suoi film. Alfio Scuderi, palermitano, è regista importante a Napoli. Le Due Sicilie si fanno, tardi, a teatro.
 
“Quando vivevo a Palermo”, Goffredo Fofi ricorda nella galleria di personaggi che ha lasciato intitolata “Arcipelago Sud”, “dovetti accompagnare in giro per la città il sindaco (o il vice-sindaco?) di Oslo, insieme a una traduttrice, e questo signore voleva vedere due cose della Sicilia. La prima: i fichi d’India, perché aveva letto Grazia Deledda!” – la seconda i casini (“voleva sapere come fa uno Stato a prendere dei soldi su ogni coito, le cosiddette «marchette»”).
 
Ricordando Vittorio De Seta, il cineasta di “documentari bellissimi di venti minuti o poco più”, dedicati al Sud, specie alla Sicilia, “Isole di fuoco” (Eolie), “Lu tempu di li pisci spata”, lo Stretto, “Contadini del mare”, contadini in certi periodi, in altri pescatori, Fofi aggiunge la sua testimonianza, sui pescatori siciliani che non sapevano nuotare: “Un fatto che mi sbalordì quando vivevo tra Partinico e Trappeto, non sapevano nuotare, i loro figli spesso sì, ma loro no, dei vecchi nessuno sapeva nuotare, anche se di notte andavano in mare a pescare, anche in modi pericolosi,  perché, per esempio, il pesce spada non era facile da catturare”.
 
“Quasi tutte le città siciliane hanno sante patrone: Agata, Rosalia, Lucia, Barbara, Venera”, Francesco Merlo, “Posta e riposta”, la rubrica dei lettori di “la Repubblica”  - e Febronia, Catena, l’Immacolata, l’Assunta, la Madonna della Lettera, dell’Alemanna, Nera del Tindari, quella di Capo d’Orlando… 
 
Il catanese Verga “fu il maggiore narratore italiano del Novecento, come asseriva Elsa Morante”, ricorda Fofi, sempre in “Arcipelago Sud”. E aggiunge che “non era solo a reggere la bandiera della nuova letteratura”, citando gli altri catanesi, De Roberto, Capuana, Brancati, “i girgentini Pirandello e Sciascia”, “il nisseno Savarese”, Tomasi di Lampedusa, Consolo. Ai quali si possono aggiungere Martoglio e Ignazio Buttitta, perché no? E Natoli (“Wiliam Galt”). E Vittorini, Quasimodo, Piccolo, Bufalino, Camilleri, Jolanda, Insana, Terranova, la stessa “Luisa Adorno”.


Influenzò anche gli studi ebraici, in materia di Qabbalah, spiega ammirato Gershom Scholem, della Qabbalah massimo studioso, in “Cabbalisti cristiani”, 77 segg.: l’umanista “Flavio Mitridate”, Shemuel ben Nissim Abulfarag, figlio del rabbino di Agrigento, che da cattolico prese il nome di Raimondo Guglielmo di Moncada. Scholem lo dice “di straordinaria erudizione e solerzia, che tradusse in latino, parola per parola, un’intera biblioteca di opere cabbalistiche”, in almeno cinque grossi in folio ora alla Vaticana,indulgendo non di rado in autoelogi tutt’altro che ingiustificati”.


leuzzi@antiit.eu

Ibsen pìcaro in Italia

Una anticipazione del più noto – più lieto, rapido, inventivo – “Orlando” di Virginia Woolf. Peer Gynt è un folletto che attraversa a balzelloni il tempo e 1a geografia. In un caleidoscopio di fantasie, memorie, avvenimenti, familiari, nazionali, epocali, e polemiche, personali e letterarie.
Un racconto teatralizzato. Costruito come un sogno affollato e asintattico, atemporale, in versi - in un originale irto, pare, benché in versi e in rima, quindi cantabile: di danese con molte iniezioni già di norvegese. Si parte con Peer Gynt ragazzo scioperato, che inquieta la povera madre e il villaggio, dove si vuole arbitro dei destini di ogni ragazza – infaticabilmente alla ricerca di un marito. Che poi s’immortala alla corte di un re di troll o coboldi, della cui figlia si dice padrone. Quindi giovane imperatore di un Marocco di deserti e giardini ubertosi – che poi trascolora in Egitto. Infine vecchio in un fiordo nel Mare del Nord, dopo essere stato cercatore d’oro in California, con altri vecchi.
Un racconto frammentato anche in un numero sterminato di figuranti e personaggi, molti di una-due battute. Che alla lettura sembra rendere il dramma non rappresentabile, e invece è uno dei più rappresentati di Ibsen secondo le statistiche, e con più continuità. Forse per le musiche di scena che Ibsen commissionò a Grieg dopo l’insuccesso della prima rappresentazione, che ne fanno un po’ l’identificazione - come le musiche di Nino Rota per i film di Fellini. “La canzone di Solvejg” non solo, molte melodie di Grieg del “Peer Gynt” sono molto note – Solvejg, la più intelligente delle ragazze con cui Peer Gynt si confronta, e la più risolut-a-iva, è figlia di “contadini immigrati”.
Un dramma che si può leggere come una féerie, tumultuosa, affollata, tra fiordi e deserto. O un viaggio picaresco, senza meta e senza ordine. Sugli umori adolescenziali, di un ragazzo che sa tutto di se stesso, poiché parla in nome proprio, tra montagne remote, deserti zampillanti, ragazze al seguito, gentili, regali, ostili, come in un paradiso islamico, mentre è un buonannulla, chiacchierone, anche ubriacone – così lo dice la madre, l’amata. Si può scambiarlo per l’eterno adolescente, che fantastica molti futuri - ma con molta buona volontà.
Oppure, più verosimilmente alla lettura attenta, è una fantasia ma non del tutto: una una sorta di autodifesa, in forma fantastica, una autobiografia, con confessione di colpa, mezza confessione di colpa. Subito dopo “una giornata estiva al Nord”, una mezza paginetta sull’infanzia, in un Egitto che la pagina prima era Marocco, così la rappresentazione procede. Dopodiché: “Ho sciolto l’enigma del mio destino….a buon diritto e  mi sento me stesso, l’uomo Peer Gynt, detto anche «imperatore della vita umana», io rialzo il capo…”. Dopo avere qua e là riflettuto: “Che innocenza nella vita degli animali…! Ciascuno si attiene agli ordini del Creatore, conserva la sua impronta incancellabile, è sempre se stesso, nella lotta e nel gioco, se stesso come nel primo giorno in cui fu creato”. Che non è una dichiarazione d’innocenza, ma d’impunibilità.
Si può leggere come un’autodifesa, contro la Norvegia, dall’Italia dove l’autore si era “rifugiato”. Contro i compromessi, e compresi i liberi fidanzamenti. Una avocazione della libertà del creativo: “Essere a tuti i costi se stessi, questo sì che si chiama cristianesimo!”. O, in alternativa, un semplice “divertissement”? Troppo sconnesso – il divertissement ha una logica interna. Di certo d’insopportabile verbosità. Filerà in versi, in rima, nell’originale, ma a leggerlo in piano  interminabile, ripetitivo, e alla fine sempre vago. Comunque, un soliloquio, in forma dialogica in realtà dell’autore con se stesso, in ambienti o situazioni e con interlocutori finti. Con un finale di riflessione nichilista, dostoevskjana: “Lo spirito è avaro e la natura è prodiga… Fu male donare asilo e luce a mia madre…è caro pagare con la vita la propria nascita”. Ma in realtà con l’orgoglio della negazione, non con la disperazione. Con Solvejg risolutrice, breve e rara ma salvatrice, “mia madre, mia sposa, donna senza colpa”, la Madonna.
Una commedia-farsa. Senza unità di nessun genere – si vaga per luoghi impensati, impensabili, per età diverse, per compagni composite. Se ne parla in chiave realistica. Ma il personaggio è emintemente romantico, come è di tutti gli adolescenti, fantastico, e il quadro è di ambienti, paesaggi, situazioni che si sognano. Di un ballista anche – “sono un po’ matto” - mentre pensa tra di sé: “Poter piantare un chiodo nella pancia di tutta questa gente!”. Una commedia-farsa in versi. Un “Faust” de noantri, alla buona, a come viene viene. Senza tormenti, anzi svagato.
Sicuramente è un Singspiel, alla maniera del “Flauto magico”, sul figlio sognatore e scioperato di una madre vedova sotto esecuzione forzata, che si sogna – in questa forma sì - eroe di infinite (dis)avventure. Una sorta di “Miracolo a Milano”, senza l’unità di tempo e luogo - a un certo punto si segue pure “una donna, a cavallo di una scopa” (la madre bisbetica, cioè no, preoccupata, in ansia). In questo senso, curiosamente, Claudio Longhi ne annuncia una contaminazione nella ripresa di “Miracolo a Milano”, il film di De Sica-Zavattini, in forma teatrale al Piccolo di Milano - per dare a Toto il buono, il personaggio del film, anche un po’ della fantasia adolescenziale di Ibsen, trabordante la borgata.
Una fantasia concepita e realizzata da Ibsen nel primo soggiorno italiano (1864-1868), nel 1867, tra Roma e il Golfo di Napoli, dove si era rifugiato per sfuggire alla calura estiva, dapprima a Casamicciola poi, dopo un terremoto, a Sorrento. Il secondo dramma “italiano” di Ibsen dopo “Brand”, anch’esso concepito e scritto nello stesso periodo del lungo esilio volontario – anche questo in versi ma con assetto drammatico definito: il pastore luterano Brand, fermo credente nella forza della volontà, ha tratti astiosi e duri, e finirà solo, chiedendo al suo Dio: “Non è dunque sufficiente tutta la volontà di un uomo a conseguire una sola parte di salvezza?” – per avere la risposta: “Dio è carità”.
Nel lungo esilio volontario di oltre vent’anni, Ibsen risiedette in Italia per due periodi, 1864-1868 e 1878-1885 – per prima cosa seguendo un corso intensivo, si direbbe oggi, di italiano, a Venezia. Preferiva l’Italia alla Germania, dove però soggiornò per periodi più lunghi, per facilitarsi il lavoro in patria. Se ne era allontanato nel marzo 1863, dopo il fallimento del teatro di Kristiania (Oslo) di cui era direttore, deluso dall’insensibilità politica. Dichiarando: “Il mio piccolo figlio non apparterrà mai a un popolo la cui aspirazione è di diventare inglesi invece che esseri umani”. Una indignazione un po’ a metà – teatrale?
In edizione unicamente in questa traduzione del 1959, di Anita Rho. Introdotta da un saggio anch’esso stagionato, di un Rolf Fjelde, per il quale Ibsen è in realtà Hegel. Per lunghe insistite tirate. Del tipo: “La disastrosa guerra del 1864 tra la Danimarca e la Prussia, alla quale la commedia di Ibsen era una risposta diretta (sic!), trovò una replica nel confronto tra l’ultimo dei grandi filosofi esistenzialisti, il tedesco Hegel, e il primo degli esistenzialisti contemporanei, il danese Kierkegaard”. Con una filiazione del sogno in teatro che ignora Shakespeare – o Schikaneder per il Singspiel - e si riproduce in Strindberg, Stanislavsky, Jarry, Artaud, Beckett, Ionesco e Genet, e mai, neppure per caso, in Pirandello.
Henrik Ibsen, Peer Gynt, Einaudi, pp. 141 € 13,50