sabato 4 aprile 2026

Ombre - 812

“Spero che stia cercando una via d’uscita”. Non va per parabole il papa americano col presidente degli Stati Uniti, talmente insensata è la guerra. Ma è uno dei pochi americani che sembrano saperlo – a parte il disappunto il sabato mattina quando gli altri americani fanno il pieno di benzina e il gallone costa un dollaro in più.
Non si può dire, il mondo è vario, ma l’aria all’improvviso è da fine impero – che parte dal non capire il mondo là fuori (non sapere e non voler sapere).
 
Una crisi dagli sviluppi impensabili, tutti negativi, si abbatte sull’Europa e molta parte del resto del mondo per la guerra di Trump e Netanyahu. Le psicologie contano, e quelle di Trump e Netanyahu sono autoreferenti – io è il mio Dio. Ma è anche chiaro che questa guerra fa gli interessi degli Stati Uniti, interessi economici – per il dollaro, per i Treasury, e per il fondamentale comparto dell’energia, che ricapitalizza per i necessari investimenti che programmava.
In un mese di guerra l’economia Usa riparte a passo di carica, il resto del mondo resta in surplace.
 
La Francia, che per quarant’anni e passa si è tenuta, polemicamente, fuori della Nato, ora si fa paladina della Nato contro gli Stati Uniti - contro Trump, ma comunque contro gli Stati Uniti. Battimani in Italia. L’ignoranza porta alla stupidità?
 
Trump ha avviato contro l’Iran una guerra che: 1) non può vincere, neanche se (soprattutto se) prova l’invasione da terra; 2) solo per fare un favore al suo amico Netanyahu, 3) la sta perdendo, per gli Stati Uniti e per mezzo mondo. È semplice. Ma non si dice. Anche se Trump non ha mai avuto buona stampa.
 
La guerra, anche questa, è un fatto politico, ma è pianificata, e combattuta, dai militari. Gli Stati maggiori americani sanno benissimo che una guerra contro l’Iran necessiterebbe di una mobilitazione n volte superiore a quella in atto. Ma non hanno detto, e nemmeno fatto, a quel che si vede, nulla. Questo non è il ruolo delle forze armate in una democrazia: se non devono sostituirsi al potere politico, hanno però l’obbligo di tenerlo informato e ammaestrarlo.
 
Di fronte a tanta insipienza uno si chiede come mai l’Europa si senta ancora protetta dall’America. Giusto quando bastava la deterrenza? Ma oggi che le guerre sono possibili e si fanno, una dopo l’altra, anche da parte di uno Stato tutto sommato piccolo e piccolissimo come Israele?  
 
Non è tanto l’adulterio che colpisce nella vicenda Piantedosi, dopo Sangiuliano (e la stessa Meloni),  quanto la pochezza degli scandali cui si espongono. Che governanti, ministri della Repubblica, si lascino irretire da persone di poco conto - sicuramente dotate di attributi, ma non sappiamo quali. E unicamente interessate alla loro posizione di potere.
Se ne è fatto un problema di ministri di destra, quindi di supposto trittico “Dio, patria, famiglia”, ma non è questo il punto, il punto è la capacità di giudizio.
 
O anche: che governanti, ministri, si impiglino in vicende e con persone senza qualità – senza glamour, senza passioni, 
giusto un po’ di notorietà social, di gossip. Un ministro che apprezza il gossip, o non gli si sottrae non è un po’ come il ladro che vuole fare il banchiere?

 
Ogni giorno una carta nuova dalla Procura di Roma contro l’ex sottosegretario Delmastro – hanno saltato giusto il Venerdì di Passione, devono essere buoni credenti, oltre che democristiani (naturalmente del Pd). Dalla Procura anti-Meloni al\i giornalista\i fidato\i. Ma senza convincere – siamo ancora lontani dai colpi di teatro di Mafia Capitale (l’arresto in diretta video, sulla Smart, d’“O’cecato”…). È sempre l’antimafia al servizio delle carriere dei giudici, invece della buona vita. Protetta, purtroppo, dalla politica (di sinistra).

 

Si terremota il calcio solo dopo il terzo Mondiale, dodici anni, di calcio perduto. Sembra. Ma è sempre la stessa manfrina, democristiana: Gravina, Abete, Lotito, Malagò, etc. - e non poteva mancare Renzi. Democristiani di destra e democristiani di sinistra – si dice per dire. Il calcio, la ricerca scientifica, l’energia, lo spazio sono feudi intoccabili.

Si può dire la Dc una scienza, del potere. Sul principio indefettibile “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”, da Lucrezio a Lavoisier.

 

Ha dato all’Inter con la simulazione i tre punti decisivi per vincere il campionato, e con la stessa noncuranza ha affossato l’Italia ai Mondiale – che voleva e poteva andare al Mondiale del calcio, come le spettava. Uno così in altro ambito ne uscirebbe distrutto. Nel calcio italiano no.

 

Domenica delle Palme infausta per i devoti cattolici. A Gerusalemme a opera dei “perfidi ebrei”. A Roma del sindaco Gualtieri, che pure è della parrocchietta: il sindaco ha messo il petto in fuori e ha proibito la circolazione. Ai non milionari – quelli che non hanno le macchine elettriche. Non c’è rimedio, l’irenismo attiva fulmini e soprusi.

A Pilato le chiavi della storia

Caillois, che ha scritto moltissimo, da sociologo e da critico letterario, il suo primo e unico romanzo lo ha scritto tardi, a cinquant’anni, nel 1962, e lo ha fatto inventandosi un Pilato extra large. L’amletismo del suo Pilato facendo però non di poco conto: è nientemeno se fare o non fare la storia, duemila anni di cristianesimo - duemila anni all’oggi, più o meno.
Pilato è quello conosciuto, annoiato e al solito esasperato dagli ebrei litigiosi che gli toccava governare. Ma che in quella mattina fredda, fuori dal pretorio, dato che i grandi sacerdoti pretendevano di non contaminarsi, entrando nel pretorio un giorno di sabato, nel colloquio breve che ha col pregiudicato che gli portavano, lo trova pieno di senso. E anzi ne ricava come delle visioni - come era avvenuto a sua moglie Procula. Fa il suo dovete di prefetto: interroga l’accusato, interroga Giuda, valuta le sue leggi (romane) e la ragione di Stato (mi conviene più se…). E spinto dal sogno-visione della moglie cerca la verità della cosa con un mago caldeo. Che antevede tutto: gli prospetta nientemeno che il futuro del cristianesimo, con la condanna del Cristo.
Il disegno di Caillois romanziere è di elevare il personaggio e il suo ruolo ai destini della storia. Dopo il sogno o visione della moglie Procula o Procla – che, è bene ricordare, è santa per la chiesa greco-ortodossa ed etiope. Il mago non dissipa il dubbio, e anzi lo chiarisce: farsi complice del (di un) disegno divino, oppure imporre il diritto - la ragione e la libertà umane?
Un exploit notevole. Benché di fatto una sintesi della storia quale è già avvenuta. Di arduo, e riuscito, è fare diventare la storia una sorta di premonizione, afflizione, una scelta-non-scelta. E una veduta della religione come è, un fatto storico, non inevitabile.
Nulla di nuovo su tutti i fronti, ma un racconto di premonizioni tenuto su con maestria. In realtà, un racconto dell’inevitabilità della storia – le porte girevoli (sliding doors) sono solo esercizi mentali, un gioco.
Roger Caillois, Ponzio Pilato
, Sellerio, pp. 148 € 12

venerdì 3 aprile 2026

Letture - 610

letterautore 


Antonioni
– “Era soprannomato «il cretino»”, Anna Maria Mori ricorda fra i tanti personaggi che animano il suo ultimo libro, “Disordine”: “Dai suoi colleghi. Fu Monicelli a coniare l’epiteto. Non voleva essere una mancanza di rispetto, ma solo una trovata divertente come era la commedia all’italiana. «Il cretino», si disse, per tutta la vita aveva provato inutilmente a comunicare attraverso l’incomunicabilità”.
 
Brecht – “Con le sue tozze dita da criminale” lo ricorda Frederic Prokosch in “Voci”, 159, al termine di una discussione in birreria a New York, “da ‘Pete’, un piccolo, squallido bar in fondo a Third Avenue”, presente anche Klaus Mann, se Hitler non fosse omosessuale – questione posta da Brecht stesso. “La birra suggerì a Brecht pensieri filosofici. Era un uomo vigoroso, brutto, con una faccia animalesca, gli occhi infossati, grossi zigomi piatti, ciuffi di capelli sulla fronte. Era una faccia medievale, come se un intagliatore l’avesse ricavata da legno di quercia: non la faccia di un santo ma quella di un abate faceto e maligno”.
 
Cinema – “Ricordo ‘Satyricon’. uno dei film più difficili di Fellini: a Torino rimase tre mesi in programmazione. Adesso sarebbe impensabile” – Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra del Cinema di Venezia.
 
Dante – Sapeva di Budda – se non erta buddista in petto, come già “fratello d’amore”? È l’ipotesi di Dario Olivero, che presenta su “Repubblica” il film documentario su Tucci, l’orientalista (“Giuseppe Tucci, sule strade dell’Est”): “I francescani lanciati verso l’India inseguivano il sole che nasce al mondo «come fa questo talvolta di Gange», nelle parole volutamente oscure di Dante (al canto XXI del “Paradiso”, al panegirico dei grandi santi, Francesco e Domenico, n.d.r.) che già aveva visto le affinità tra il poverello di Assisi e la figura di Buddha”.
 
Fontana di Trevi
  Prima di diventare un “oggetto” turistico, viveva d’incanto. Ne “La dolce vita”, e nel ricordo di una notte che Frederich Prokosch vi passò con Dylan Thomas – ora in “Voci”, al racconto “Il calderone”: “La sorpresa maggiore mi capitò un giorno in via Poli…. Torrenti d’acqua uscivano con un rumore di tuono dal fianco di una roccia e si rovesciavano in una cascata spumeggiante tra dèi e cavali marini”. Prokosch ci prese l’abitudine: “Nella calura dell’estate la brezza che si levava dal turbine d’acqua dava un delizioso refrigerio e aveva un meraviglioso effetto musicale”.

Altri effetti miracolosi fa rilevare in altra occasione da “un amico, un uomo grassoccio che alla balaustra si godeva lo spettacolo dei cavalli”, il poeta Dylan Thomas, “un po’ ubriaco naturalmente”: “”Non sono stupefacenti, questi cavalli?... E più li guardo, più diventano misteriosi. La pietra si trasforma in acqua e l’acqua in pietra e i cavalli sono fatti per metà di pietra e per metà d’acqua… E quello che è ancora più strano sono le nuvole che si trasformano in marmo”.
 
Giuda – Uno zelota, un nazionalista ebreo? È l’ipotesi di Carlo Nordio, da vecchio Procuratore della Repubblica, esperto di indagini, in “Processo a Gesù”, la mini-serie pubblicata sul “Foglio” nell’estate del 2025 e ora raccolta nel mini-libro dallo stesso titolo – è l’ipotesi che cuce assieme tutte le (poche) testimonianze, e le (molte) analisi. “Forse fu proprio la delusione di uno o più dei suoi seguaci, inizialmente convinti che il proselitismo del Maestro fosse indirizzato alla rivolta politica, ad abbandonare Gesù e probabilmente a tradirlo”. Il Messia della Bibbia doveva venire con la spada in pugno e redimere il popolo di Israele. I discepoli, ignoranti e non, si affiancarono a Gesù in questa ottica: “La predicazione messianica, nella tradizione giudaica, era intimamente connessa a una affermazione nazionalistica, a maggior ragione quando il popolo gemeva sotto la dittatura straniera”. Che in questa materia era ferrea: “Le ricorrenti rivolte del primo secolo, che culminarono con la distruzione di Gerusalemme da parte di Tito, erano quasi sempre ispirate da predicatori apocalittici”. Nei cui confronti “i romani agivano con rapidità ed efficacia. I nomi di Varo, Coponio e dello stesso Tito sono associati a esecuzioni di massa quali si sarebbero viste, duemila anni più tardi, solo con il nazismo. Durante l’assedio di Gerusalemme le fonti oscillano fra le seicentomila e un milione di vittime, e concordano che non vi erano più alberi per le crocefissioni”.
 
Raffaello - “La scuola di Atene” come una matrioska, un soggetto a vari strati cabalistici. Fr. Prokosch, “Voci”, p. 209, ricorda la poetessa Marianne Moore a un ricevimento, eccitata dall’aver appena ascoltato una conferenza di Edgar Wind sull’affresco: “Secondo la sua interpretazione, ogni particolare aveva un significato cabalistico, e sotto quel significato se ne annidava un altro più profondo che ne nascondeva un altro ancora più profondo”.
Nella conferenza del celebrato iconologo, “un personaggio che univa una straordinaria vivacità d’ingegno a un aspetto ieratico”, commenta Prokosch, il dipinto “era diventato una specie di bambola russa”.
 
Scrivere – “È uno strano, singolare modo di esistere, asociale, solitario, dannato, sì, ha in sé qualcosa di dannato” – “soltanto ciò che si pubblica, i libri, diventano sociali, associabili, aprono una via verso un Tu, verso una realtà disperatamente cercata e a volte raggiunta…. È un atto compulsivo, un’ossessione, una dannazione, una punizione” – I. Bachmann, “Discorso di accettazione del premio della Confindustria tedesca, 2 maggio 1972 (ora nella raccolta “A occhi aperti”).
 
“Lo scrittore – anche questo è nella sua natura – è rivolto con tutto il suo essere verso il Tu, verso un Altro al quale vorrebbe far pervenire la sua esperienza dell’uomo (o la sua esperienza delle cose, del mondo e della sua epoca, sì, anche di tutto questo!), ma in particolare l’esperienza di quell’uomo che egli stesso o gli altri possono essere e delle situazioni in cui egli stesso e gli altri sono esseri umani al massimo grado. Sondando il terreno, cerca a tentoni la forma del mondo, i tratti dell’uomo contemporaneo” – I. Bachmann, “L’uomo può affrontare la verità”. Discorso al premio per radiodrammi Associazione ciechi di guerra, 17 maggio 1965, ora in I. Bachmann, “A occhi aperti”, p.99,
 
Tolstoj – “«Il destino ha voluto», diceva, «che Tolstoj non conoscesse l’ironia»”. Diceva Thomas Mann, in visita alla famiglia Prokosch in Texas un secolo fa, come riportato da Frederic Prokosch in “Voci”, p. 23. E per questo, secondo Th. Mann, “è un miracolo che riuscisse a scrivere così bene”.
 
Davide Maria Turoldo - Ricordando con Gnoli sul “Robinson” i suoi anni difficili a Firenze, 1950-1960, profuga dall’Istria, Anna Maria Mori di positivo dice: “La bellezza asfissiante della città, certo. E alcune prediche di padre David Maria Turoldo nella Santissima Annunziata.  Ricordo la basilica serpe piena e l’uomo alto, biondo, ascetico con una voce profonda che tuonava contro le ingiustizie. Faceva un effetto strano vedere donne ricchissime avvolte nelle pellicce e cariche di gioielli rapite alle sue parole”.
 
Anni Venti – “Un decennio, quello degli anni Venti, che amava i libri”, Frederik Prokosch, “Voci”, p.52.

letterautore@antiit.eu

Ingordigia e malamori

La storia di due amiche, l’una bella l’altra studiosa, nelle spire di una normalità assassina, il disturbo alimentare. Un film didattico, sugli eccessi e i rischi della bulimia nervosa – divorare per vomitare. Sceneggiatura del libro dallo stesso titolo di Maruska Albertazzi, che racconta di centinaia di storie vere. Ed è dedicato a cinque giovani “che non ce l’hanno fatta”.
Di questo “disturbo” psico-alimentare infatti si può morire, di infarto. Figurativamente e in atto. Per inaffettività subite e per divorare il cibo (nel caso in questione anche rubando lo street food dove capita), per poi ributtarlo - piegati sul water. L’una per vivere sola in un ambiente frigido di lusso, l’altra per vivere stiracchiata tra due genitori separati e in lite, l’uno con l’altro, col mondo, con la vita.

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità i morti per disturbi alimentari, anoressia e bulimia soprattutto, sono ogni anno più dei morti per incidenti stradali – solo muoiono in silenzio.
Un bel ruolo per la giovanissima Federica Pala - se solo alle giovani attrici fosse insegnata un po’ di dizione, o altrimenti passarle alle doppiatrici. Isabela Leoni prova a uscire dalla serialità ripetitiva, da pilota automatico, con momenti di grade richiamo.
Isabella Leoni, Qualcosa di lilla, Rai 1, RaiPlay

giovedì 2 aprile 2026

Il mondo è sempre fossile

Tanto parlare di transizione verde (che cosa a tutti gli italiani in bolletta dui 200 euro l’anno) da almeno un decennio, e il mondo dipende sempre dai combustibili fossili, per  l’86,6 per cento dei consumi di energia (“Statistical Review of the World Energy 2025” dell’Energy Institute). La Cina per l’88,2 – con larga parte al carbone. Gli Stati Uniti , l’altro grande mercato, per l’82,2. Anche l’Europa non si porta bene, dipendendo da carbone e idrocarburi per il 73,4 per cento dei consumi.
Le rinnovabili coprono appena il 5,5 per cento. Poco di più del nucleare, 5,1 – con l’idrogeno al 2,7.
L’unico Paese virtuoso si può dire la Francia, che dipende dai fossili per meno della metà dei consumi, il 45,7 per cento Ma questo in virtù della scelta decisamente nucleare fatta cinquant’anni fa, con una cinquantina di centrali nucleari oggi in esercizio, che forniscono una percentuale anche superiore, seppure di poco, a quelle dei fossili, il 46,1 per cento.
Del nucleare, l’Europa e gli Stati Uniti hanno ridotto nell’ultimo decennio il peso sulle fonti di energia. In Europa è sceso dal 32 per cento del 2014 al 23,1 nel 2024. – con una riduzione anche della Francia “tutto nucleare”, dal 17,2 per cento del totale mondiale al 13,5. Il nucleare americano, nel 2014 un terzo del nucleare mondiale, si è ridotto dieci anni dopo di quattro punti, aa 29,2 per cento. Mentre la Cina ha fatto il percorso inverso rispetto a Ue e Usa, passando dal 5,2 del nucleare mondiale al 16.

L’islam non venne dal nulla

 Un primo tentativo di “fare la storia” del regime iraniano, detto “degli ayatollah”, ossia della legge coranica, nella lettura sciita, del sacrificio come legge e meta. Dagli inizi di Khomeiny alla rivolta contro lo scià, al progressivo indurimento di Khomeiny – specie quando fu sfidato dai militanti integralisti di sinistra, i mujahiddin del popolo: nel 1981 fecero saltare in aria il ministero della Giustizia con il Grande Ayatollah Behesti (persona coltissima) che vi studiava l’adattamento della legge coranica alla vita moderna, e assassinarono il presidente Rajai e il primo ministro Bahonar. La lunga guerra contro la tentata invasione di Saddam Hussein. Il passaggio delle consegne di Khomeiny morente dall’ayatollah Montazeri, costituzionalista, ad Alì Khamenei, uomo di non grande dottrina.
Il resto è quasi cronaca, con le repressioni violente dei movimenti di protesta giovanili, le intromissioni in Iraq, nello Yemen (in guerra non dichiarata contro l’Arabia Saudita) e in Libano, l’inimicizia coltivata di Israele, il programma atomico.
Una rassegna dei fatti limitata all’interno. Che prima o poi necessiterà di una messa in quadro internazionale. Molto resta naturalmente da dire – mezzo secolo, quasi, di storia non è poco. Khomeiny non era nessuno, un oscuro ayatollah di poca scienza (auto)esiliato da Qom a Kerbala, altra città santa dello sciismo, in Iraq - una raccolta delle sue fatwa, i pareri giurisprudenziali in materia di etica e di condotta, pubblicata quando già era al potere, fu letta come opera goliardica di oppositori. Recuperato dalla Cia, e installato in un bosco non lontano da Parigi, supercontrollato dal Deuxième Bureau, il servizio segreto francese. Che organizzò per mesi  incontri quotidiani meridiani dell’ayatollah con i giornalisti e provvedeva, insieme con la Cia, alla registrazione e riproduzione in enormi quantità, in audio e videocassette, dei suoi messaggi, e alla loro diffusione immediata a Teheran, il giorno dopo. Un vero e proprio build-up, un’operazione politico-pubblicitaria organizzatissima, e di facile successo. 
Questa “rivoluzione” fu bizzarramente benedetta da Foucault - nelle vesti di teorico del potere. Quando la Francia s’illudeva di poter “entrare” nel petrolio iraniano, da sempre feudo anglosassone, dapprima inglese poi, dopo la guerra, americano. Khomeiny adottò per i primi anni anche un economista franco-iraniano, Abol Hassan Banisadr, come presidente.
Era il tempo che la politica americana agiva di concerto con l’islam jihadista. È finita come si sa.  Cominciando dal “caldo invito” del presidente americano Carter, con l’invio a Teheran anche del gen. Huyser, non un uomo di primo piano, vice-comandante delle truppe Usa in Germania, ma suo uomo di fiducia, per convincere lo scià ad abbandonare il Paese all’islam. È finita cioè con la fine politica anche di Carter: mandò i marines a liberare (chissà come pensava di poterlo fare) i cinquanta e più americani dell’ambasciata fatti prigionieri dagli “studenti della rivoluzione” (organizzati da un giovane mullah, Mussavì Khoiniha) a Teheran, gli elicotteri con le truppe sceltissime d’assalto si insabbiarono, e Reagan stravinse le presidenziali.
“Dedicato alle ragazze iraniane”, come fanno le autrici, è però limitativo, Come se la democrazia in Iran fosse una questione di velo. Un po’ perché c’è una “donna iraniana”, del tutto autonoma, ma riservata, con una sua mentalità e un modo di essere suo proprio e diverso da quello che si vuole “occidentale”. Un po’ perché il fermento anti-regime è prevalentemente politico, e coinvolge tutti, non solo le donne: contestata è la legge coranica, e il potere assoluto della polizia politica. E d’altra parte il regime c’è, dopo mezzo secolo è incistato anche nell’Iran urbano, il più moderno che si possa pensare. L’ultimo film di Panahi, “Un semplice incidente”, involontariamente lo fa vedere: tre giovani oppositori che hanno scoperto e rapito un torturatore di regime non sanno che farsene. Il regime ha tanta opposizione quanto radicamento - l’Iran non è una repubblica delle banane.  
Greta Privitera-Barbara Stefanelli. Gli ayatollah, “Corriere della sera”, pp. 63, gratuito col giornale

mercoledì 1 aprile 2026

Cronache dell’altro mondo – calcistiche (397)

I bosniaci tifosi della loro Nazionale di calcio, che ha espulso l’Italia dal Mondiale americano, potrebbero non poterci andare, in America, a veder giocare la loro squadra. La Bosnia Erzegovina rientra fra i 75 paesi che un decreto di Trump a metà gennaio ha escluso dalla concessione automatica del visto – bisogna fare una pratica per averlo.
Anche i brasiliani si trovano nella stessa situazione.
Altri Paesi qualificati per la Coppa del Mondo nordamericana inclusi nella sospensiva del 15 gennaio sono:  Iran, Colombia, Uruguay, Giordania, Uzbekistan, Haiti, Algeria, Capo Verde, Egitto, Ghana, Costa d’Avorio, Marocco, Senegal, Tunisia, Iraq, Repubblica Democratica del Congo.

Cronache dell’altro mondo – bellico-religiose (396)

Una settimana fa il ministro della Difesa Pete Hegseth ha voluto guidare al Pentagono il servizio religioso, il suo primo dall’inizio della guerra contro l’Iran, invitando alla violenza “contro coloro che non meritano pietà”. E alla preghiera affinché “ogni proiettile colpisca il bersaglio” contro gli avversari della nazione.
La cerimonia si è tenuta in diretta streaming per tutto il personale, civile e militare. Da quando è capo delle forze armate Hegseth, che prima era un presentatore della tv Fox, fa costante riferimento alla sua fede evangelica, e ama parlare degli Stati Uniti come di una “nazione cristiana”, che si fa un dovere di militare contro chi ne menoma i principi.
La preghiera letta nella sua prima celebrazione post-Iran, attribuita a un cappellano militare, chiedeva: “Che ogni proiettile colpisca il bersaglio contro i nemici della giustizia e della nostra grande nazione. Dona ai nostri soldati saggezza in ogni decisione, resistenza per la prova che li attende, unità incrollabile e una violenza d’azione travolgente contro coloro che non meritano pietà”. Concludendo biblicamente con i Salmi: “Ho inseguito i miei nemici e li ho raggiunti, e non mi sono voltato indietro finché non li ho annientati”.

L’amerikano del Grande Israele

“Chi è forte sopravvive”, potrebbe essere la massima di Netanyahu, spiega Frattini in apertura, esumando una copertina di “Time”. Ma più vero è l’inverso: chi sopravvive è il più forte. Il più longevo dei primi ministri israeliani, quasi vent’anni al potere, ha nella durata la sua forza. E in nessun altro aspetto se non il sionismo intollerante, che però, pur praticandolo, nega.
È l’impressione – è la verità del personaggio – dei rapidi tratti che ne dà Frattini. Che tutti portano all’introduzione dell’“americanismo” in Israele, nella politica e negli affari, con l’aria condizionata nei kibbutz, da parte di questo leader israeliano che è a tutti gli effetti un ebreo americano. La disinvoltura in politica e negli affari – fino al processo, che da molti anni con vari accorgimenti evita, per corruzione. I tanti scandali, e le denunce anche degli aiuti domestici, delle intemperanze e  volgarità della moglie e dei figli. Il figlio maggiore Yael che se ne sta a Miami dopo il 7 ottobre, invece di arruolarsi.
Una vera biografia, in breve, per fatti significativi, del primo ministro israeliano più chiacchierato e più duraturo, e più combattivo. Che ha sdoganato l’estremismo sionista del Grande Israele, anzi se ne fa monumento. Nessun dubbio che resterà alla storia come quello che ha gettato le fondamenta fisiche del Grande Israele, distruggendo, più o meno, i palestinesi e i loro alleati e sostenitori, in Libano e nello Yemen. Ha “sistemato” la Siria. Ha comunque dato lezioni memorabili all’Iran, con gli assassinii eccellenti e con i bombardamenti.
Netanyahu, si può aggiungere, non nasce dal nulla. È succeduto, la prima volta a capo del governo, al premier laburista Shimon Peres, Nobel per la Pace, che aveva dotato Israele di un arsenale nucleare. Ha governato muovendosi dal centro sempre più verso l’estrema destra. Per restare al potere ma anche per convinzione, sotto la dissimulazione del moderato. E forse manca l’essenziale, anche in questa breve e polemica bio politica di Frattini, parlando di Netanyahu: l’impreparazione il 7 ottobre, di un Paese e un governo che sanno tutto di tutti – anche dove si trovano i generali iraniani in ogni momento e come possono essere uccisi - con la frontiera di Gaza letteralmente sguarnita, sono solo dovute all’impiego dell’esercito in Cisgiordania. La frontiera con Gaza non era presidiata il 7 ottobre perché l’esercito era impegnato in Cisgiordania, a sostegno della polizia, la quale presidia i territori a sostegno dei coloni, dei più violenti. Ed è un esercito di coscritti, popolare, non di professionisti delle armi dalla pelle dura.   
Davide Frattini, Netanyahu, “Corriere della sera”, pp. 61, gratuito col giornale

martedì 31 marzo 2026

Problemi di base borgesiani (di verità) - 908

spock


“Il tempo è oblio, ed è memoria”, J.L.Borges?
 
“Errare è necessario”, id.?
 
“La speranza, in un certo senso, è una forma d’incertezza, nella quale non si fa che attendere e  attendere….”, id.?
 
“Insistere nel dire sempre la verità è una pedanteria”, id.?
 
“Volere sempre affermare il vero sarebbe un esercizio di vanità e di egoismo”, id.?

spock@antiit.eu

Lo smemorato della Passione

“«Si chiamava Gesù, Gesù il Nazareno, e fu crocifisso non so bene per quale crimine. Ponzio, ti ricordi di quell'uomo?». Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia e si portò la mano alla fronte come chi cerca qualcosa nella propria memoria. Poi, dopo qualche istante di silenzio, mormorò: «Gesù? Gesù il Nazareno? No, non mi ricordo»”.
Nei Campi Flegrei, dove soggiornano per ristorare corpo e spirito, un Pilato ormai vecchio e acciaccato lamenta – a colloquio col filosofo epicureo “Elio Lamia”, amico degli anni in Giudea, che il filosofo amava frequentare per le danzatrici del ventre “siriane” - la fine turbolenta di un’onorata carriera. Vittima delle invidie burocratiche. E in specie del proconsole di Siria Vitellio. Lamia è sempre bel ami, Pilato è invece lagnoso. Lungamente. Di Vitellio e, di più, degli ebrei infidi che gli è toccato amministrare. Nella “triste Gerusalemme, dove gli ebrei mi abbeverano di amarezza e disgusto”, cattivi, infidi – “non potendoli governare, bisognerà distruggerli”.
La sinossi dice tutto. Un po’ poco per un racconto che Sciascia voleva “perfetto (uno dei più perfetti che il genere annoveri)”, e ha voluto tradurre personalmente, guarnendolo di una dotta lettura (ripresa nella più recente riedizione francese del racconto). La vicenda, viene da dire, era altrimenti romanzabile. Che non vuole dire nulla, se non che il personaggio in sé è piatto, un primo caso di banalità del male – o del bene in questo caso, procedendo egli al disegno del Signore?
Nemmeno un Pilato protoantisemita regge, non in questo racconto, dove invece l’amico filosofo può ribattere sugli ebrei tutto il contrario: “Io, che vivevo a Gerusalemme, da curioso, e mi mescolavo al popolo, ho potuto scoprire in questi uomini virtù oscure, che ti furono nascoste. Ho conosciuto ebrei pieni di dolcezza, i cui costumi semplici e il cuore fedele mi richiamavano…”, etc. etc..  
Giusto duemila anni fa, nel 26, Ponzio Pilato era nominato prefetto di Giudea. I Vangeli lo renderanno famoso, e a partire dal III secolo, a mano a mano che prendeva corpo il “deicidio” ebraico, è passato nella memoria popolare come un santo suo malgrado (è santo in cattedra per la chiesa etiopica), insieme con la moglie, quella del sogno premonitore. L’indagine di Carlo Nordio lo ridimensiona non poco: un burocrate romano, che applicò la legge romana, in ogni istante della Passione di Cristo:
http://www.antiit.com/2026/03/pilato-il-primo-procuratore-e-giudice.html
 
France pubblicò il racconto nel 1892. Nella raccolta “L’Étui de nacre”. È un primo approccio di A. France alla storia e civiltà romane, critico. Un primo germe nella fermentazione di un percorso progressivo della storia, che vedrà la luce nel 1905 in “Sulla pietra bianca” (tradotto nel 1960 dalla vecchia Bur): una collezione di dialoghi filosofici su razzismo e antisemitismo, storicismo e cristianesimo, nonché sul processo a san Paolo, la durata delle civiltà, la storia come incontro e conflitto, tra potenti e tra popoli, in una prospettiva già umanitaria, da Società delle Nazioni, o Stati Uniti del Mondo.
Anatole France, Il Procuratore della Giudea, Sellerio, pp. 48 € 7

lunedì 30 marzo 2026

La storia è scritta

Tonino Di Matteo era stato colpito e isolato dalla fama di jettatore. Nessuno gli parlò più alla Posta, dove era impiegato, né fuori in paese. In realtà era uno scrittore, a margine dei timbri e degli infiniti moduli in triplice copia scriveva. Era orgoglioso delle sue storie e le raccontava agli amici. In un racconto immaginò che il monte Antico franasse sul paese, la disgrazia si avverò, e il sospetto cominciò a insidiarlo. Tonino s’incupì, volle tenere fede per rivalsa ai pettegolezzi e s’inventò brutte storie, le quali si avverarono, più spesso che non: la bella moglie fedelissima del farmacista che invece agognava il cognato ufficiale dell’esercito, e con lui se ne fuggì, il benefattore usuraio, la fattura che portò alla demenza e alla morte la fattucchiera. Egli stesso finì per considerarsi un menagramo, concordando a considerare la sua attività non come l’intuito del poeta favorito dagli dei, che vede oltre le forme della luce e ode oltre i suoni, ma come un grumo di odio che s’insinua nell’ordine degli altri e lo scompagina. Finché, non avendo più interlocutori a cui raccontare le storie, perdette anche il piacere di scrivere. Passò prima i dieci, poi i venti anni migliori della vita, i più succosi, quelli in cui l’uomo ingravida e prolifica, nell’atonia: la Posta di giorno, la televisione la notte, Natale e Pasqua a pranzo dalla sorella, agosto a Fiuggi.
A Fiuggi, uscendo un giorno dal Palazzo della Fonte, immaginò distrattamente una storia. Non la scrisse, fu un racconto che si raccontò, goloso di ripetizioni e abbelliture, mentalmente ogni pomeriggio mentre lasciava scorrere le ore fra la pennichella e la cena, al caffè, in piazza o al parco delle Terme. E lei si materializzò. La incrociò una volta, due volte, la seguì, l’aspettò. Anche lei l’aspettava, e la prima volta che si parlarono fu come se si riconoscessero. Era espansiva e calorosa, dell’intenso calore dei febbricitanti, che lo accompagna anche ora, a distanza dal rapido incedere del male che la minava e la stroncò.

Rinascita senza resurrezione

“Un ragno porta guadagno, porta fortuna”. Non sarà il solo inconveniente della famiglia di Roma Nord costretta dalle alterne fortune ad accettare, protestando irriconoscente, la vecchia abitazione in un vecchio paese del vecchio compagno di scuola senza fortune di famiglia e senza fortuna propria, che ora fa il giardiniere al circolo del golf (ex) del milionario sfortunato. Marito dell’ex compagna di scuola che ora fa la collaboratrice scolastica, cioè, per Roma Nord, indefettibilmente “la bidella”.
Dal solito fatto di cronaca, dei ricchi di Roma Nord che perdono risparmi e capitali affidati a money manager truffaldini - in genere senza fantasia: adottano il vecchio “schema Ponzi” (guadagni sempre molto, fino a che non hai perso tutto). E dalla normale situazione di ricchi e poveri alla stessa scuola, un tempo. Un’idea semplice e promettente, che Cortese sceneggia, con Moccia, nei modi più scontati.
Ottimi anche i ruoli: Cucinotta si abbassa a fare la bidella, romanesca, e ne fa un (suo primo?) ruolo brillante, affiancata da un Memphis che sembra nato per quello. Paolo Ruffini e Ilaria Spada fanno i pariolini cretini, e sembrano nati per quello – Ruffini anche con la nasale toscana, per dire la puzza al naso. Ma non si ride – si dicono le solite cose.
Fabrizio Maria Cortese, Poveri noi, Sky Cinema, Now

 

domenica 29 marzo 2026

Ombre - 817

Che tipo di terrorista è il cardinale Pizzaballa, al punto da non consentirgli di celebrare Messa la domenica delle Palme? Certo, Netanyahu non si vergogna di niente – per questo è famoso. Ma non è solo: “un centinaio” gli oppositori in piazza a Gerusalemme, “un centinaio” a Tel Aviv.
Nello stesso giorno l’esercito israeliano uccide tre giornalisti in Libano, a sangue freddo, e gli Houthi geriscono dodici soldati americani in una base sorvegliatissima in Arabia Saudita. Non è un ritratto della guerra, ma lo è: è una guerra nata male che va a finire malissimo. Arrivano i marines, si dice come si diceva quando arrivavano “i nostri”, ma sarebbe un eccidio, di marines – occupare l’Iran, con i marines?

Accade di vedere Fo, Feydeau e Plauto di seguito in teatro, e nessuno ride. E poi di leggere Alberto Barbera, il direttore della Mostra del cinema di Venezia che dice: “Guardo quattromila film all’anno (ma Zalone ancora mi manca?”. E si capisce il perché, non ride neppure lui. O non si capisce, non sappiamo più ridere? 

Non Trump ma Rubio, che ha o ha assunto un’aria diplomatica, riservata, all’uscita dal G 7 con i colleghi dell’Occidente, parla di Zelensky come di un avversario, per giunta bugiardo – “dice, l’ho sentito io, insiste, ripete, ma non è vero”. Manca poco che gli Usa lo mandino al plotone d’esecuzione. La guerra del resto gliel’hanno pagata (e un po’, probabile, gliel’hanno anche fatta, non solo per lo spionaggio). L’America si è accorta che con gli slavi la partita è sempre aperta.
 
Callas contro Rubio al G 7 (G 8, con la Ue invece della Russia?). Callas – Estonia – che accusa gli Stati Uniti di non avere fatto nulla per difendere l’Ucraina. Risposta ovvia. Mah, ci sono anche i  Baltici nella Europa orientale, non solo gli slavi.
 
Il papa americano che per la sua prima visita in Europa sceglie Montecarlo significa che non ha capito nulla di Europa – e con lui il suo cancelliere Parolin,  l’indimenticato autore della mediazione tra Russia e Ucraina (affidata al cardinale di strada Zuppi….). Che in Europa vige l’ipocrisia, come sapeva a praticava il suo predecessore, anche lui americano ma latino.
 
La Norvegia dei colossi, incubo dell’Italia del calcio, che spesso umilia, iene battuta con semplicità dall’Olanda. Da un’Olanda senza più fenomeni. Eccetto uno, Koopmeiners, che invece nella Juventus, dopo averlo pagato, e pagarlo, a caro prezzo, non lo fanno nemmeno giocare, se non per fare numero, tanto è inutile. Sarà questo Koopmeiners un furbo, oppure è il famoso calcio made in Italy?
 
Ma il gruppo Antenna, a cui Elkann ha ceduto Gedi, cioè “la Repubblica”, è un gruppo audiovisivo – di intrattenitori, non di giornalisti. In pratica ha comprato (ha anche pagato, oltre ad assumersi i debiti?) Deejay, Capital e le altre emittenti del gruppo Gedi. Nel quale la sola “Repubblica” ha in organico 250 giornalisti – per fare un giornale da 50 mila lettori (con res e al  50 per cento, essendo un giornale nazionale e non localizzato – non come il ”Corriere della sera” a Milano, “il Messaggero” a Roma, “La Stampa” a Torino, “Il Mattino” a Napoli).
 
Non si celebra Habermas in Germania tanto quanto sui giornali italiani. Qua e là, curiosamente, non si ricorda che è un sopravvissuto, giusto perché suo padre era un clinico e lo salvò dall’incenerimento: nato con una malformazione alla bocca, era destinato al Programma T 4 di Hitler, di “purificazione della razza”. Il destino di cui fu vittima un cugino di papa Ratzinger, portato d’autorità “al sanatorio” e mai ritornato. Mentre capita di leggere in contemporanea, su “7”, il pittore Baselitz, classe 1938, che solo ricorda: “Non conosco nessuna famiglia, davvero nessuna, dove ci fosse resistenza. Solo persone fiere di ciò che stava accadendo. I genitori erano orgogliosi dei loro figli diventati soldati”.
 
Non suscita scandalo, e nemmeno curiosità, che Israele abbia una lista di persone a da uccidere nel mondo. Nemmeno fra i detrattori di Israele. Ci si abitua a tutto? L’odio (la critica si trasforma in dio) si accumula, e si nasconde?
Una bella cosa non è. Nemmeno come tattica bellica - rafforza il Nemico, lo moltiplica.
 
Mentre Netanyahu invade il Libano dopo Gaza (il sud del Libano, fino al Litani), storici e politologi israeliani affermano e documentano anche l’invasione della Cisgiordania. Con la tecnica delle infiltrazioni. Di un’avanguardia di coloni armata, protetta da polizia, esercito e tribunali israeliani. E con l’arresto indiscriminato di giovani e non più giovani palestinesi, possibili terroristi, In un quadro di espulsione in massa. Possibile che in Israele bisogna avere una cattedra universitaria per rendersi conto di cosa succede?


Dopo trent’anni e infiniti lutti lo Stato rientra nelle telecomunicazioni. Era all’avanguardia nella cablatura, col progetto Saturno della Stet-Sip, ha voluto bloccare tutto per privatizzare, e si ritrova in mano una ex Sip fatta di niente, se non del nuovo progetto di cablatura. Dopo trent’anni. Non è la sola privatizzazione sbagliata. Non si discutono in Italia le privatizzazioni, perché volute e operate da Ciampi e Draghi. Ma la buona volontà non basta.

Morte e resurrezione - una Pasqua al cinema

Un Natale, o meglio una Pasqua, in abiti e situazioni borghesi, di (piccole) speculazioni, (piccole) superchierie, (ingenui) battesimi-rivelazioni, e (piccolo) femminismo d’epoca. Un uomo dabbene, solo abbandonato dalla moglie livorosa con la quale condivide l’affido dei figli, è accusato di colpa nella morte accidentale della figlia problematica, lasciata “cinque secondi” sola in canoa per rispondere all’ennesima telefonata intimidatoria della ex moglie. Con richiesta di risarcimento, da parte della ex moglie e dell’altro figlio, che la madre tiene sotto custodia. Si fa per questo un processo, cui l’accusato, che ha abbandonato per senso di colpa compagna e professione, per vivere isolato in un tugurio, una stalla affittata come immobile d’epoca, in una campagna spoglia, non ha nessuna voglia di partecipare per difendersi - ma poi ci va.   
Un racconto tanto semplice che sembra di vita vissuta - ma è anche una situazione comune, a parte la morte accidentale. Sul quale Virzì ha imbastito un piccolo capolavoro. Aiutato anche da un Mastandrea che sembra in ogni espressione la forma michelangiolesca – perfetta – del colpevole-vittima.
Ingegnoso l’innesto, a contrappuntare la miserevole vicenda di odi familiari, di un gruppetto di giovani patiti che vogliono e fanno rifiorire i campi abbandonati, viti, erbe e fiori. Capitanati da una “contessina toscanaccia”, personaggio anomalo, ma Virzì dopotutto è ben toscano, ossia la ragazza adulta. Ruolo per il quale ha dovuto ricorrere alla francese Galatéa Bellugi, che a trent’anni sa fare la ventenne senza pensieri.     
Paolo Virzì, Cinque secondi, Sky Cinema, Now