sabato 16 maggio 2026
Cronache dell’altro mondo – produttive (405)
La produttività (misurata in prodotto per ore lavorate) è tornata a crescere
negli Stati Uniti, dopo la lunga pausa intervenuta con la crisi finanziaria del
2007. Nei dodici ani successivi era stata o stagnante, oppure in crescita limitata,
dell’1-1,5 punti percentuali. Come negli anni1970, della crisi del Vietnam e del
dollaro. Dal quarto trimestre del 2019 al primo trimestre del 2026 l’incremento
si è quasi raddoppiato, al 2,1-2,2 - s’intende del “settore non agricolo”.
Questo secondo i rilevamenti dell’US Bureau of Labor – e del Congressional
Data Office. Secondo gli analisti che hanno elaborato i dati, la produttività
ancora non risente dei benefici attesi dall’Intelligenza Artificiale – l’IA non
è entrate nei processi produttivi, se non marginalmente.
Dopo la crisi finanziaria globale del 2007-2009, la crescita della
produttività nei paesi industriali si è mediamente dimezzata. E in alcune economie
è stata praticamente nulla. Specie quelle europee - tra esse anche l’Italia.
Tanto più per questo il dato americano è apprezzato, di un’economia matura che
si fa più redditizia.
L‘emozione è magia
C’è un ostacolo? Imprevisto, imprevedibile,
inabituale? No problem, la coscienza si attiva, e pescherà nel suo
profondo una difesa-rimedio. Si? Ma non come intelligenza artificiale, non pesca
in un deposito, un datacenter. No, è inventiva: un “atto libero”: l’emozione
è una strtaegia, difensiva ma anche offensive, d’attacco, che la coscienza mette in moto a
fronte di eveneto\atto\persona che appare nuovo e forse anche minaccioso. Si direbbe
una strategia, di difesa ma anche di attacco – basti dire l’innamoramento. Qualcosa
di molto simile all’immaginazione – tema di altra riflessione di Sartre, “Immaginazione”appunto,
che la precedente traduzione della “Teoria delle emozioni” (Bompiani) pubblicava
congiuntamente.
La conclusione è un po’ empirea – irta,
scimmiottando il linguaggio di Heidegger: l’emozione “è la totalità del rapporto
della realtà umana con il mondo. Il passaggio all’emozione è una modificazione
totale dell’essere nel mondo secondo le leggi particolarissime della magia”.
La collera, la paura passiva
(chiudere gli occhi, svenire), la tristezza passiva, la tristezza attiva, che
si vuole fare compiangere, la gioia? Tutte manifestazioni di difesa, per una
sensazione di pericolo o di minaccia – compresa la gioia-emozione, uno “stato
d’impazienza”, non la gioia-sentimento: istantanee, non organizzate (istruite,
argomentate, preparate). L’emozione è “una condotta magica”. Un trattato breve,
e una metodologia introduttiva alla psicologia, che come tale ha formato più
generazioni in Francia, alle magistrali e all’università.
Sartre ne progettò il debutto nel
1936, con un trattato, “La Psyché”. Le “Idee” sono i materiali metodologici,
pubblicati due anni dopo come “Abbozzo di una teoria delle emozioni” –
precedute nello stesso 1936 da “L’immaginazione”, e nel mezzo, nel 1937, da “La
trascendenza dell’Ego”. Il tutto, sembra, di malavoglia. L’anno successivo
Sartre debutterà con più convinzione nella narrativa, con “La nausea”, cui
seguiranno nel 1939 i racconti de “Il muro”, e poi molto teatro.
Il capitolo iniziale
dell’abbozzo, “Le teorie classiche”, è un lungo Janet vs. William
James – Pierre Janet è uno psichiatra, che la gloriola francese considera
anticipatore della psicologia dinamica e della psicanalisi. Segue la novità, la
fenomenologia. Fenomenologicamente, il “mondo”, o essenza, della psicologia è
la coscienza. La quale “esiste nella misura esatta in cui è coscienza di
esistere”. C’è quindi “prossimità assoluta della coscienza in rapporto a se
stessa”. I due termini dei “fati psichici”, l’uomo e il mondo, coincidono:
“L’esistente di cui dobbiamo fare l’analisi è noi stessi. L’essere di questo
esistente è mio” (Heidegger, Essere e tempo”, p. 41). Senza
illusioni: la fenomenologia è lo studio dei fenomeni, non dei fatti: “Esistere per
la coscienza è apparirsi, secondo Husserl”. Con l’avvertenza che la
fenomenologia è agli inizi, e ancora non s’è fatta un’antropologia.
Una coscienza autoreferenziale è
tautologica: si conosce perché si conosce. Ma l’esercizio vale come saggio
letterario, Sartre stesso si accontenta
di poco. L’emozione? Per uno scrittore è facile, è come scrivere: “Per esempio,
in questo momento scrivo, ma non ho coscienza di scrivere”. Che non è tracciare
dei segni, per abitudine o pratica: “Sarebbe assurdo. Ho forse l’abitudine di
scrivere, ma non queste parole in questo ordine”.
Del resto, “l’atto di scrivere non è affatto incosciente, è una struttura
attuale della mia coscienza”. La particolarità è che “non è cosciente di se
stesso. Scrivere è prendere una coscienza attiva delle parole che
nascono sotto la mia penna”. Sapendo che “le parole che io scrivo sono
delle esigenze” – “l’azione come coscienza spontanea irriflessa
costituisce un certo strato esistenziale nel mondo”.
Analogamente, un’emozione è come
una febbre, “lo sconvolgimento volgare e totale del corpo”. Oppure è “una
trasformazione del mondo”. Le argomentazioni sono di questo tipo, apodittiche -
o forse da manuale scolastico. Il mondo ha “carattere duplice”: “È da una parte
un oggetto nel mondo e dall’altra il vissuto immediato della coscienza”. Su di
esso la coscienza si proietta come “un fenomeno di accettazione”: “La coscienza
non si limita a proiettare dei significati affettivi sul mondo che l’attornia:
essa vive il mondo nuovo che ha costituito”. Gli altri sbocchi
essendo sbarrati, “la coscienza si precipita sul mondo magico delle emozioni”.
Con esiti sorprendenti: attraverso le emozioni la coscienza (intesa
evidentemente come ratio) si degrada: “L’origine delle emozioni è
una degradazione spontanea e vissuta della coscienza di fronte al mondo. Ciò
che essa non può sopportare in certo modo, tenta di impadronirsene in altro
modo, dormendo, avvicinandosi alle coscienze del dormiveglia, del sogno e
dell’isteria”. I sovvertimenti fisiologici non sono “nient’altro che
l’accettazione vissuta dalla coscienza”. Insomma, “la coscienza vittima
della sua propria trappola”. E, poi, l’emozione è “magica” – il magico essendo
“lo spirito serpeggiante tra le cose” di Alain. O “una sintesi irrazionale di
spontaneità e passività”, eccetera.
L’abbozzo si ricorda per la
contestazione della psicanalisi: “L’interpretazione psicanalitica concepisce il
fenomeno cosciente come la realizzazione simbolica di un desiderio rimosso
dalla censura”. Se così è, “bisogna rinunciare integralmente al cogito cartesiano
e fare della coscienza un fenomeno secondario e passivo”. La fenomenologia
delle emozioni deve “fare a meno di queste contraddizioni”. Tutta farina del
suo sacco – per quello che che le “Idee” valgono? Sartre non sapeva quanto Heidegger,
se non Husserl, disprezzava Descartes e il “cogito”, oppure si adeguava?
Jean-Paul Sartre, Idee per una teoria
delle emozioni, Il Saggiatore, pp. 96 €
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venerdì 15 maggio 2026
Letture - 613
letterautore
Comunismo – “Le origini del totalitarismo” fu impubblicabile in Francia per 22 o 23
anni dopo l’uscita, e Hannah Arendt, benché avesse vissuto e operato a Parigi per
una decina d’anni, poco meno, persona non grata, perché “serva dei padroni” –
“Le origini dell’imperialismo” era “un attacco diretto contro l’Unione Sovietica,
finanziato nientemeno che dalla Cia!” – Hannah Arendt. “Una lucida pensatrice”,
p. 114.
Fausto Coppi – Nell’autunno del 1992 l’“Autocronolgia” di Arbasino registra, nello
Stadsschouwburg di Amsterdam, “l’imbarazzante commedia musicale locale ‘Fausto’,
di autori olandesi, sul «leggendario» Fausto Coppi”.
Cremlino – “È come il Vaticano”, Malaparte, “Giornale di uno straniero a Parigi”, fa
dire all’ambasciatore Quaroni, che di ritorno da Mosca fa visita al papa, Pio
XII, “suo amico personale”. Alla domanda del papa su che ne pensasse del regime
sovietico, gli avrebbe risposto: “Ogni volta che entro al Vaticano trovo la stessa
atmosfera del Cremlino”.
Hitler – Un criminale, non un cretino – B. Brecht: “I
grandi criminali politici…. non sono grandi criminali politici, ma uomini che
hanno commesso grandi crimini politici, il che è qualcosa di completamente
diverso. Il fallimento di Hitler non indica che fosse uno sciocco” (Note a
“L’irresistibile ascesa di Arturo Ui”).
Manzoni – Uno “scultore
greco” lo vuole Silvio d’Amico nel memoriale “Regina Coeli” (sul mese di ottobre
1943 da lui passato in prigione, p.53) al confronto di Dostoevskij: “Quanto ad
arte i ‘Karamazov’ stanno ai ‘Promessi sposi’ come l’opera di un geniale,
gagliardo, potente sbozzatore può stare a quella del più perfetto e spirituale
scultore greco”.
Giansenista? No, arguisce lo stesso D’Amico, commentando “La storia del giansenismo
in Italia” di Jemolo, lettura del carcere fornitagli dal cappellano-bibliotecario:
“La spirituale ferocia del Giansenismo italiano, la sua nobile disperazione, la
sua religiosità piuttosto stantia, certo tendente a un ascetismo individuale meglio
che a una diffusa carità, mi paion tutte cose, quale più quale meno, sostanzialemnte
lontane da quello che fu il largo pensiero, la sennata comprensione, l’umanità
caldissima e consolante del Manzoni maturo”.
Mia Eccellenza – Silvio D’Amico
prende per buono, in “Regina Coeli”, il racconto della sua carcerazione post-8
settembre, “la storiella inventata dai maligni sul conto del compianto Luigi
Siciliani, che quand’era sottosegretario delle Belle Arti, a chi gli chiedeva
per telefono «con chi parlo?» rispondeva: «lei parla con Mia Eccellenza Luigi
Siciliani»”.
Nonfinito – La
“riscrittura”, che inalbera come metodo di lavoro, Arbasino la collega a un certo
punto (“Autocronologia”, p. 124) a Michelangelo. Parlando di “Fratelli
d’Italia”, riscritto per l’ennesima volta, spiega che si propone “di evitare i
lineamenti mortuari del finito” – a tale fine “la struttura viene tenuta
decisamente frammentaria, mai sistematica. La parola dovrebbe apparire non già
funzionale, ma soprattutto espressiva” – poetica, mallarmeana?
Parigi – Già nel 1933
era diventata una sorta di capitale culturale austro-tedesca, ospitando Brecht,
Heinrich Mann, Joseph Roth, Hannah Arendt, Arthur Koestler, Stefan Zweig, Lion
Feuchtwanger, Alfred Döblin, Manès Sperber, Walter Benjamin.
Proust – È “la Francia
che non esiste più, che comincia a non esistere più nelle pagine di Proust”,
per Malaparte, nel 1948, “Giornale di uno straniero a Parigi”, p. 81: “Proust
scriveva infatti su carta assorbente, la scrittura si è a poco a poco estesa, è
penetrata nella carta, non è ormai che una pallida macchia di inchiostro di
china, una sorta di palinsesto su cu le impressioni, i ritratti, i ricordi si
sovrappongono, si mescolano in un ricamo d’ombra di rami come un bosco nella
nebbia”.
Regina Coeli – “«Er Coëli
pronunciano”, della prigione romana, “con la c dura e la dieresi, i bulli
della malavita romanesca” - Silvio D Amico, “Regina Coeli”.
Riccardo Cuor di Leone – “Non proprio un inglese”, Barbara Tuchman lo diceva nel 1956 nel suo bestseller
sulla mania inglese per il Mediterraneo e i Luoghi Santi, e quindi per la
Crociate, “Bible and Sword”: “La figura del solo Riccardo assorbe le tradizioni
e la gloria dell’Inghilterra alle crociate. E tuttavia con difficoltà si può dire
un inglese, la sua Regina non mise mai piede in Inghilterra, e lui steso passò
non più di sette mesi dei dodici anni di regno nel paese di cui portava la
corona”. Era bello e valoroso ma “fu la Palestina che ne fece un eroe inglese…
Fu in Palestina che divenne Riccardo Cuor di Leone e in Palestina che fu trasformato
dal litigioso, irruento, incosciente figlio dell’Aquitania e dell’Anjou nel
primo eroe inglese dal tempo di Alfredo… Che ne sapeva l’Inghilterra di lui
come re valoroso? Un’apparizione imponente, rossa di pelo, al tintinnio della
spada, col temperamento furioso degli Angevini che sbarcavano nel paese solo per
esservi coronati e per esigere dai locali ogni esigibile penny per pagare la
sua crociata”. Andava così di fretta che l’Inghilterra si accorse a stento di
lui, se non per la pioggia di tasse che precipitò per pagare la crociata, che
finì solo per dilagare nuovamente quando dovette essere riscattato dalla prigione
dell’imperatore (Enrico VI, n.d.r.), a cui Leopoldo d’Austria lo aveva consegnato”.
Nella via per la Terra Santa, a Messina liberò la sorella Giovanna,
vedova del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, rinchiusa dai successori in un
castello per non restituirle la dote. E fu raggiunto dalla promessa sposa Berengaria
di Navarra, o Berengaria Sanchez – che sposò poi a Cipro, quando ebbe occupato l’isola.
Meno fortunato che a Cipro fu a Gerusalemme. Ma si divertì molto: “Si batteva,
perlomeno in Palestina, per divertimento, non per la libertà. Il resto, forse
il novanta per cento della sua vita adulta, lo spese combattendo su e giù per
la Francia contro suo padre o il re di Francia o altri rivali feudali, ma questo
si dimentica per il ricordo brillante della sua crociata. La favola si
compiacque di consideralo un secondo re Artù, cui niente lo avvicinava”. Fece amicizia col Grande Saladino, il condottiero curdo che si era fatto
signore del Medio Oriente, dal Cairo a Sanaa e Damasco, e concepì anche il
piano di sposare Giovanna al fratello di Saladino, e alla coppia assegnare il regno
di Gerusalemme – “il cortese e diplomatico Saladino prolungò i negoziati con
grande capacità oratoria e un costate flusso di doni”.
Virgilio – Malaparte lo
fa celta, a preferenza che etrusco, di ascendenza gallica – in una articolata
riflessione nel “Giornale di uno straniero a Parigi”, pp. 96-97. Mantova era
“città etrusca”, ma “ai tempi di Virgilio circondata da campagna abitata da popolazioni
galliche…. In città aristocrazia etrusca
e aristocrazia gallica si erano fuse, e vivevano in buoni rapporti. Virgilio proveniva
da una famiglia di ricchi contadini, di piccoli proprietari probabilmente gallici”.
Malaparte non sa circostanziare la sua deduzione, se non per la poesia di
Virgilio: “Tutto, nella poesia di Virgilio, rivela che era di origine gallica.
Il suo sentimento della natura, la sua dolcezza, e quella specie di poesia en
plein air che, non diversamente dalla pittura en plein air decisamente francese
scaturisce con ogni probabilità dal sentimento della natura così tipico dei
Galli…. Virgilio è un impressionista”. Etc.: Virgilio è “il poeta della luna”,
Virgilio è il poeta della natura, “per la prima volta, con Virgilio, la natura
fa il suo ingresso nella poesia antica: la natura nel senso moderno”, degli
impressionisti francesi. Degli antichi Galli “non conosciamo poemi, né pitture,
né sculture”, ma era un popolo che “viveva nella natura, con i suoi cavalli”, e
aveva “come insegna l’allodola (e l’allodola è il fiore dei campi, è l’uccello
del mattino, è la natura ancora umida di rugiada)”.
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