sabato 16 maggio 2026
Cronache dell’altro mondo – produttive (405)
La produttività (misurata in prodotto per ore lavorate) è tornata a crescere
negli Stati Uniti, dopo la lunga pausa intervenuta con la crisi finanziaria del
2007. Nei dodici ani successivi era stata o stagnante, oppure in crescita limitata,
dell’1-1,5 punti percentuali. Come negli anni1970, della crisi del Vietnam e del
dollaro. Dal quarto trimestre del 2019 al primo trimestre del 2026 l’incremento
si è quasi raddoppiato, al 2,1-2,2 - s’intende del “settore non agricolo”.
Questo secondo i rilevamenti dell’US Bureau of Labor – e del Congressional
Data Office. Secondo gli analisti che hanno elaborato i dati, la produttività
ancora non risente dei benefici attesi dall’Intelligenza Artificiale – l’IA non
è entrate nei processi produttivi, se non marginalmente.
Dopo la crisi finanziaria globale del 2007-2009, la crescita della
produttività nei paesi industriali si è mediamente dimezzata. E in alcune economie
è stata praticamente nulla. Specie quelle europee - tra esse anche l’Italia.
Tanto più per questo il dato americano è apprezzato, di un’economia matura che
si fa più redditizia.
L‘emozione è magia
C’è un ostacolo? Imprevisto, imprevedibile,
inabituale? No problem, la coscienza si attiva, e pescherà nel suo
profondo una difesa-rimedio. Si? Ma non come intelligenza artificiale, non pesca
in un deposito, un datacenter. No, è inventiva: un “atto libero”: l’emozione
è una strtaegia, difensiva ma anche offensive, d’attacco, che la coscienza mette in moto a
fronte di eveneto\atto\persona che appare nuovo e forse anche minaccioso. Si direbbe
una strategia, di difesa ma anche di attacco – basti dire l’innamoramento. Qualcosa
di molto simile all’immaginazione – tema di altra riflessione di Sartre, “Immaginazione”appunto,
che la precedente traduzione della “Teoria delle emozioni” (Bompiani) pubblicava
congiuntamente.
La conclusione è un po’ empirea – irta,
scimmiottando il linguaggio di Heidegger: l’emozione “è la totalità del rapporto
della realtà umana con il mondo. Il passaggio all’emozione è una modificazione
totale dell’essere nel mondo secondo le leggi particolarissime della magia”.
La collera, la paura passiva
(chiudere gli occhi, svenire), la tristezza passiva, la tristezza attiva, che
si vuole fare compiangere, la gioia? Tutte manifestazioni di difesa, per una
sensazione di pericolo o di minaccia – compresa la gioia-emozione, uno “stato
d’impazienza”, non la gioia-sentimento: istantanee, non organizzate (istruite,
argomentate, preparate). L’emozione è “una condotta magica”. Un trattato breve,
e una metodologia introduttiva alla psicologia, che come tale ha formato più
generazioni in Francia, alle magistrali e all’università.
Sartre ne progettò il debutto nel
1936, con un trattato, “La Psyché”. Le “Idee” sono i materiali metodologici,
pubblicati due anni dopo come “Abbozzo di una teoria delle emozioni” –
precedute nello stesso 1936 da “L’immaginazione”, e nel mezzo, nel 1937, da “La
trascendenza dell’Ego”. Il tutto, sembra, di malavoglia. L’anno successivo
Sartre debutterà con più convinzione nella narrativa, con “La nausea”, cui
seguiranno nel 1939 i racconti de “Il muro”, e poi molto teatro.
Il capitolo iniziale
dell’abbozzo, “Le teorie classiche”, è un lungo Janet vs. William
James – Pierre Janet è uno psichiatra, che la gloriola francese considera
anticipatore della psicologia dinamica e della psicanalisi. Segue la novità, la
fenomenologia. Fenomenologicamente, il “mondo”, o essenza, della psicologia è
la coscienza. La quale “esiste nella misura esatta in cui è coscienza di
esistere”. C’è quindi “prossimità assoluta della coscienza in rapporto a se
stessa”. I due termini dei “fati psichici”, l’uomo e il mondo, coincidono:
“L’esistente di cui dobbiamo fare l’analisi è noi stessi. L’essere di questo
esistente è mio” (Heidegger, Essere e tempo”, p. 41). Senza
illusioni: la fenomenologia è lo studio dei fenomeni, non dei fatti: “Esistere per
la coscienza è apparirsi, secondo Husserl”. Con l’avvertenza che la
fenomenologia è agli inizi, e ancora non s’è fatta un’antropologia.
Una coscienza autoreferenziale è
tautologica: si conosce perché si conosce. Ma l’esercizio vale come saggio
letterario, Sartre stesso si accontenta
di poco. L’emozione? Per uno scrittore è facile, è come scrivere: “Per esempio,
in questo momento scrivo, ma non ho coscienza di scrivere”. Che non è tracciare
dei segni, per abitudine o pratica: “Sarebbe assurdo. Ho forse l’abitudine di
scrivere, ma non queste parole in questo ordine”.
Del resto, “l’atto di scrivere non è affatto incosciente, è una struttura
attuale della mia coscienza”. La particolarità è che “non è cosciente di se
stesso. Scrivere è prendere una coscienza attiva delle parole che
nascono sotto la mia penna”. Sapendo che “le parole che io scrivo sono
delle esigenze” – “l’azione come coscienza spontanea irriflessa
costituisce un certo strato esistenziale nel mondo”.
Analogamente, un’emozione è come
una febbre, “lo sconvolgimento volgare e totale del corpo”. Oppure è “una
trasformazione del mondo”. Le argomentazioni sono di questo tipo, apodittiche -
o forse da manuale scolastico. Il mondo ha “carattere duplice”: “È da una parte
un oggetto nel mondo e dall’altra il vissuto immediato della coscienza”. Su di
esso la coscienza si proietta come “un fenomeno di accettazione”: “La coscienza
non si limita a proiettare dei significati affettivi sul mondo che l’attornia:
essa vive il mondo nuovo che ha costituito”. Gli altri sbocchi
essendo sbarrati, “la coscienza si precipita sul mondo magico delle emozioni”.
Con esiti sorprendenti: attraverso le emozioni la coscienza (intesa
evidentemente come ratio) si degrada: “L’origine delle emozioni è
una degradazione spontanea e vissuta della coscienza di fronte al mondo. Ciò
che essa non può sopportare in certo modo, tenta di impadronirsene in altro
modo, dormendo, avvicinandosi alle coscienze del dormiveglia, del sogno e
dell’isteria”. I sovvertimenti fisiologici non sono “nient’altro che
l’accettazione vissuta dalla coscienza”. Insomma, “la coscienza vittima
della sua propria trappola”. E, poi, l’emozione è “magica” – il magico essendo
“lo spirito serpeggiante tra le cose” di Alain. O “una sintesi irrazionale di
spontaneità e passività”, eccetera.
L’abbozzo si ricorda per la
contestazione della psicanalisi: “L’interpretazione psicanalitica concepisce il
fenomeno cosciente come la realizzazione simbolica di un desiderio rimosso
dalla censura”. Se così è, “bisogna rinunciare integralmente al cogito cartesiano
e fare della coscienza un fenomeno secondario e passivo”. La fenomenologia
delle emozioni deve “fare a meno di queste contraddizioni”. Tutta farina del
suo sacco – per quello che che le “Idee” valgono? Sartre non sapeva quanto Heidegger,
se non Husserl, disprezzava Descartes e il “cogito”, oppure si adeguava?
Jean-Paul Sartre, Idee per una teoria
delle emozioni, Il Saggiatore, pp. 96 €
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venerdì 15 maggio 2026
Letture - 613
letterautore
Comunismo – “Le origini del totalitarismo” fu impubblicabile in Francia per 22 o 23
anni dopo l’uscita, e Hannah Arendt, benché avesse vissuto e operato a Parigi per
una decina d’anni, poco meno, persona non grata, perché “serva dei padroni” –
“Le origini dell’imperialismo” era “un attacco diretto contro l’Unione Sovietica,
finanziato nientemeno che dalla Cia!” – Hannah Arendt. “Una lucida pensatrice”,
p. 114.
Fausto Coppi – Nell’autunno del 1992 l’“Autocronolgia” di Arbasino registra, nello
Stadsschouwburg di Amsterdam, “l’imbarazzante commedia musicale locale ‘Fausto’,
di autori olandesi, sul «leggendario» Fausto Coppi”.
Cremlino – “È come il Vaticano”, Malaparte, “Giornale di uno straniero a Parigi”, fa
dire all’ambasciatore Quaroni, che di ritorno da Mosca fa visita al papa, Pio
XII, “suo amico personale”. Alla domanda del papa su che ne pensasse del regime
sovietico, gli avrebbe risposto: “Ogni volta che entro al Vaticano trovo la stessa
atmosfera del Cremlino”.
Hitler – Un criminale, non un cretino – B. Brecht: “I
grandi criminali politici…. non sono grandi criminali politici, ma uomini che
hanno commesso grandi crimini politici, il che è qualcosa di completamente
diverso. Il fallimento di Hitler non indica che fosse uno sciocco” (Note a
“L’irresistibile ascesa di Arturo Ui”).
Manzoni – Uno “scultore
greco” lo vuole Silvio d’Amico nel memoriale “Regina Coeli” (sul mese di ottobre
1943 da lui passato in prigione, p.53) al confronto di Dostoevskij: “Quanto ad
arte i ‘Karamazov’ stanno ai ‘Promessi sposi’ come l’opera di un geniale,
gagliardo, potente sbozzatore può stare a quella del più perfetto e spirituale
scultore greco”.
Giansenista? No, arguisce lo stesso D’Amico, commentando “La storia del giansenismo
in Italia” di Jemolo, lettura del carcere fornitagli dal cappellano-bibliotecario:
“La spirituale ferocia del Giansenismo italiano, la sua nobile disperazione, la
sua religiosità piuttosto stantia, certo tendente a un ascetismo individuale meglio
che a una diffusa carità, mi paion tutte cose, quale più quale meno, sostanzialemnte
lontane da quello che fu il largo pensiero, la sennata comprensione, l’umanità
caldissima e consolante del Manzoni maturo”.
Mia Eccellenza – Silvio D’Amico
prende per buono, in “Regina Coeli”, il racconto della sua carcerazione post-8
settembre, “la storiella inventata dai maligni sul conto del compianto Luigi
Siciliani, che quand’era sottosegretario delle Belle Arti, a chi gli chiedeva
per telefono «con chi parlo?» rispondeva: «lei parla con Mia Eccellenza Luigi
Siciliani»”.
Nonfinito – La
“riscrittura”, che inalbera come metodo di lavoro, Arbasino la collega a un certo
punto (“Autocronologia”, p. 124) a Michelangelo. Parlando di “Fratelli
d’Italia”, riscritto per l’ennesima volta, spiega che si propone “di evitare i
lineamenti mortuari del finito” – a tale fine “la struttura viene tenuta
decisamente frammentaria, mai sistematica. La parola dovrebbe apparire non già
funzionale, ma soprattutto espressiva” – poetica, mallarmeana?
Parigi – Già nel 1933
era diventata una sorta di capitale culturale austro-tedesca, ospitando Brecht,
Heinrich Mann, Joseph Roth, Hannah Arendt, Arthur Koestler, Stefan Zweig, Lion
Feuchtwanger, Alfred Döblin, Manès Sperber, Walter Benjamin.
Proust – È “la Francia
che non esiste più, che comincia a non esistere più nelle pagine di Proust”,
per Malaparte, nel 1948, “Giornale di uno straniero a Parigi”, p. 81: “Proust
scriveva infatti su carta assorbente, la scrittura si è a poco a poco estesa, è
penetrata nella carta, non è ormai che una pallida macchia di inchiostro di
china, una sorta di palinsesto su cu le impressioni, i ritratti, i ricordi si
sovrappongono, si mescolano in un ricamo d’ombra di rami come un bosco nella
nebbia”.
Regina Coeli – “«Er Coëli
pronunciano”, della prigione romana, “con la c dura e la dieresi, i bulli
della malavita romanesca” - Silvio D Amico, “Regina Coeli”.
Riccardo Cuor di Leone – “Non proprio un inglese”, Barbara Tuchman lo diceva nel 1956 nel suo bestseller
sulla mania inglese per il Mediterraneo e i Luoghi Santi, e quindi per la
Crociate, “Bible and Sword”: “La figura del solo Riccardo assorbe le tradizioni
e la gloria dell’Inghilterra alle crociate. E tuttavia con difficoltà si può dire
un inglese, la sua Regina non mise mai piede in Inghilterra, e lui steso passò
non più di sette mesi dei dodici anni di regno nel paese di cui portava la
corona”. Era bello e valoroso ma “fu la Palestina che ne fece un eroe inglese…
Fu in Palestina che divenne Riccardo Cuor di Leone e in Palestina che fu trasformato
dal litigioso, irruento, incosciente figlio dell’Aquitania e dell’Anjou nel
primo eroe inglese dal tempo di Alfredo… Che ne sapeva l’Inghilterra di lui
come re valoroso? Un’apparizione imponente, rossa di pelo, al tintinnio della
spada, col temperamento furioso degli Angevini che sbarcavano nel paese solo per
esservi coronati e per esigere dai locali ogni esigibile penny per pagare la
sua crociata”. Andava così di fretta che l’Inghilterra si accorse a stento di
lui, se non per la pioggia di tasse che precipitò per pagare la crociata, che
finì solo per dilagare nuovamente quando dovette essere riscattato dalla prigione
dell’imperatore (Enrico VI, n.d.r.), a cui Leopoldo d’Austria lo aveva consegnato”.
Nella via per la Terra Santa, a Messina liberò la sorella Giovanna,
vedova del re di Sicilia Guglielmo II il Buono, rinchiusa dai successori in un
castello per non restituirle la dote. E fu raggiunto dalla promessa sposa Berengaria
di Navarra, o Berengaria Sanchez – che sposò poi a Cipro, quando ebbe occupato l’isola.
Meno fortunato che a Cipro fu a Gerusalemme. Ma si divertì molto: “Si batteva,
perlomeno in Palestina, per divertimento, non per la libertà. Il resto, forse
il novanta per cento della sua vita adulta, lo spese combattendo su e giù per
la Francia contro suo padre o il re di Francia o altri rivali feudali, ma questo
si dimentica per il ricordo brillante della sua crociata. La favola si
compiacque di consideralo un secondo re Artù, cui niente lo avvicinava”. Fece amicizia col Grande Saladino, il condottiero curdo che si era fatto
signore del Medio Oriente, dal Cairo a Sanaa e Damasco, e concepì anche il
piano di sposare Giovanna al fratello di Saladino, e alla coppia assegnare il regno
di Gerusalemme – “il cortese e diplomatico Saladino prolungò i negoziati con
grande capacità oratoria e un costate flusso di doni”.
Virgilio – Malaparte lo
fa celta, a preferenza che etrusco, di ascendenza gallica – in una articolata
riflessione nel “Giornale di uno straniero a Parigi”, pp. 96-97. Mantova era
“città etrusca”, ma “ai tempi di Virgilio circondata da campagna abitata da popolazioni
galliche…. In città aristocrazia etrusca
e aristocrazia gallica si erano fuse, e vivevano in buoni rapporti. Virgilio proveniva
da una famiglia di ricchi contadini, di piccoli proprietari probabilmente gallici”.
Malaparte non sa circostanziare la sua deduzione, se non per la poesia di
Virgilio: “Tutto, nella poesia di Virgilio, rivela che era di origine gallica.
Il suo sentimento della natura, la sua dolcezza, e quella specie di poesia en
plein air che, non diversamente dalla pittura en plein air decisamente francese
scaturisce con ogni probabilità dal sentimento della natura così tipico dei
Galli…. Virgilio è un impressionista”. Etc.: Virgilio è “il poeta della luna”,
Virgilio è il poeta della natura, “per la prima volta, con Virgilio, la natura
fa il suo ingresso nella poesia antica: la natura nel senso moderno”, degli
impressionisti francesi. Degli antichi Galli “non conosciamo poemi, né pitture,
né sculture”, ma era un popolo che “viveva nella natura, con i suoi cavalli”, e
aveva “come insegna l’allodola (e l’allodola è il fiore dei campi, è l’uccello
del mattino, è la natura ancora umida di rugiada)”.
letterautore@antiit.eu
Plauto, a dispetto dei critici
Una commedia vera,
plautina – o dell’equivoco. Di motti, lazzi, agnizioni, sparizioni, scemi
fortunati e furbi beffati, e non mancano i cattivi addolciti, e quasi santi, e perfino
i morti viventi, o apparenti. Per la cinematografia semplice dei Lucisano.
Siani osa ancora cimentarvisi,
e interpreta e gestisce le pieghe della comicità con i tempi giusti, al secondo,
senza sbavature, ogni scena una sorpresa. Anche la scenografia, che non è più
la sua Napoli e dintorni greve di vecchi odori ma una Sicilia fresca di mare e
cielo, a capo Milazzo e Cefalù. Lasciando la critica interdetta, che non sa leggere
il comico. Ma non il pubblico: la “non partita” Lazio-Inter gli è stata
preferita, ma ha pure collazionato due milioni e mezzo di spettatori – in aggiunta
ai sei milioni di Natale, che ne hanno fatto il filma delle feste.
Si penserebbe, leggendo
le critiche, che il comico non sia più comprensibile - non tatuandosi, non
procedendo cuffiato? O allora solo per lo sketch, la stand-up comedy
- il vecchio cabaret a portata di smartphone, come lo sport
ridotto agli highlights. Chi lo sa. Ma
evidentemente c’è un pubblico per il comico, ignaro ai critici.
Alessandro Siani, Succede
anche nelle migliori famiglie, Rai 1, Raiplay
giovedì 14 maggio 2026
Il mondo com'è (496)
astolfo
Varian Fry – Giornalista,
americano, fu l’organizzatore nell’ultima guerra di un Emergency Rescue Committee,
una rete di aiuto agli sfollati, che fu specialmente attiva a Marsiglia e in
Portogallo per procurare passaporti e visti d’ingresso a molte persone in fuga
dall’occupazione tedesca. Nonché dell’organizzazione materiale dei passaggi per
mare, da Marsiglia e da Lisbona per New York.
Marie de
l’Incarnation –
Donna colta del XVII secolo, francese, suora, fondatrice del primo convento di
Orsoline in Nord America, missionaria tra gli indiani d’America, di cui ha scritto,
“ma non un’erudita, ha costruito da sola i suoi saperi e i suoi obiettivi
(Natalie Zemon Davis, che ne è stata biografa in “Donne ai margini. Tre vite
nel XVIImo secolo”- ma in realtà non ai margini, tutt’e tre “realizzate”). Autrice
di molti testi, “dal religioso al biografico”, e “di un’opera importante di argomento
teologico scritta non in francese ma in algonchino, per gli Indiani”. Nonché di
una “Storia sacra”, a sfondo anche questa teologico, pur non sapendo di latino:
“Ha dichiarato che è stato Dio a «infondere » il latino nella sua testa (perché
lei non lo aveva mai studiato!)” – “una donna priva di istruzione”, insiste
Zemon Davis, che ha “osato scrivere di questioni teologiche tanto audaci e
dotte”, e lo ha fatto “in algonchino”.
È stata
canonizzata nel 2014, dal papa Francesco. Era diventata religiosa tardi, a 32
anni. Dopo un matrimonio a 17 anni, un figlio a venti, e poi l’accudimento del
figlio. Facendo la donna d’affari. Dapprima nell’opificio da setaiolo del
marito presto morto, poi nella piccola impresa di trasporti fluviali della
sorella e del cognato. Sempre tentata di prendere i voti da ritornanti
“visioni”, si decide a farlo quando il figlio ormai dodicenne, può entrare in
collegio, dai gesuiti.
Montauban – È la località
occitana, del Sud-Ovest della Francia, dove nel Duecento il conte di Tolosa
fondò una struttura difensiva, oggi una città di 60 mila abitanti, che per
alcuni mesi nel 1940-41 divenne un rifugio per tutti quelli che fuggivano da
Parigi e altri luoghi della Francia occupata, ebrei, tedeschi emigrati politici,
apolidi, dopo la capitolazione dell’esercito francese, Per un fatto molto
semplice: la collaborazione tra il sindaco protestante e il vescovo cattolico.
Fu un rifugio
anche per molti dei francesi confusi dalla disfatta, sfollati non sapevano neanche
loro dove, solo che dovevano andare a Sud.
Montauban era
stata rifugio anche per centinaia di spagnoli, altrove non molto graditi, prima
della guerra, in fuga dalla Spagna dopo la vittoria di F anco – tra essi l’ultimo
presidente della Repubblica spagnola, Manuel Azaña, che vi morì.
Antoine Porot – Scoprì che gli
algerini non avevano cervello - gli arabo-algerini. Psichiatra influente, franco-algerino,
tra le due guerre, creatore di una accreditata Scuola di Algeri di Psichiatria,
ma attivo anche, e influente, nel dopoguerra (nato nel 1876, è morto nel 1965):
razzista “scientifico”, teorico del “primitivismo”. Oggi ricordato solo perché
lo menziona Frantz Fanon, “I dannati della terra”, citandone polemicamente un
estratto, la dove dice il “nativo” dominato da “istanze diencefaliche”, cioè unicamente
diencefaliche, quindi con una piccola porzione dell’encefalo. Influenzò molto a
suo tempo il giovane Angelo Bravi (1911-1943), oggi dimenticato ma già illustre
esponente della “psichiatria coloniale” italiana.
Porot non era isolato,
agiva in un ambito culturale già molto arato. Che prima della Grande Guerra, si
poteva riunire a Tunisi in un Congresso degli Alienisti e Neurologi di Francia
dedicato alla cura dei malati di mente nelle colonie. Un congresso considerato di
fondazione della psichiatria coloniale. Porot e la sua Scuola di Algeri si
dedicarono alla “mentalità indigena”. Nel 1918 pubblicò una prima conclusione, “Note
sulla psichiatria musulmana”, che il “musulmano nordafricano” dichiara bugiardo
e calunniatore, fannullone e ladro, idiota isterico, soggetto a improvvisi
impulsi assassini, e il Maghreb incapace di attività superiori, morali e
intellettuali.
In particolare,
nel prosieguo dell’attività, Porot s’impegnò con la sua Scuola di Algeri a
dimostrare l’“impulsività criminale tra gli algerini”, appunto “diencefalici”: “L'indigeno
nordafricano, la cui corteccia cerebrale è poco sviluppata, è un essere
primitivo la cui vita essenzialmente vegetativa e istintiva è regolata
principalmente dal diencefalo…. L’algerino non ha corteccia, o, per essere più
precisi, è dominato, come nei vertebrati inferiori, dall’attività del
diencefalo”. E così via: il “primitivismo” è spiegato da un’architettura del
cervello nella quale predominano le funzioni diencefaliche.
Oltranzista, e in parte
politicizzato, Porot non era però isolato. Si muoveva lungo la linea di ricerca
della “mentalità primitiva”, che un ancora stimato antropologo, Lévi-Burhl, ha
teorizzato nel 1910, uno dei fondatori dell’antropologia francese. Il concetto
di “mentalità primitiva” ebbe larga influenza in Francia, su Durkheim e anche
su Bachelard - solo nel dopoguerra Lévi-Strauss lo ha criticato (ma se ne è anche
servito).
Russia – “Russia =
Persia”, ha Malaparte all’improvviso, riflettendo nel “Giornale di uno straniero
a Parigi”, alla data 23 ottobre 1948, sulla somiglianza che si veniva facendo, in
Francia e altrove, sulla situazione internazionale, poi detta occidentale, tra
Stati Uniti ed Europa, degli Stati Uniti come l’antica Roma combattente,
imperiale, e dell’Europa come la Grecia “capta”, il centro della
cultura, anche nei secoli romani. Qui ha l’equazione “Roma = Grecia, Russia =
Persia”. Imperiale cioè in senso stretto, il Paese di un autocrate. E qui
sovviene che nei primi mesi in Iran dopo il regime change il debutto
politico di Khomeiny si fece con un simulacro di pluralismo, nominando al vertice
dello Stato, come presidente in sostituzione dello scià, un laico, l’economista
Abol Hassan Banisadr, un émigré, sotto lo scià, a Parigi (fu Banisadr a
trarre Khomeiny fuori dall’anonimato, e convincere i francesi a portarlo in Francia
e dargli un pulpito, vicino Parigi). Presidente per tutto il 1980, fino alla
metà del 1981, Banisadr era il destinatario di suppliche di ogni tipo, che i segretari
debitamente raccoglievano, e quelle “popolari” erano delle suppliche, allo sciainscià.
Yitzhak Shamir – Il rispettabile primo
ministro di Israele, a capo di due governi, 1983-1984 e 1986-1992, in alternanza
coi governi laburisti di due Nobel per la Pace, Shimon Peres e Yitzhak Rabin, era
stato a capo di un gruppo terrorista prima della guerra. Che si distinguerà
poi, nel 1948, nella guerra per l’indipendenza, nel massacro di Deir Yassin, un
villaggio di palestinesi pacifici (già in urto con le bande armate), dove fece 107
morti. E aveva progettato, nella guerra, di aiutare le potenze dell’Asse contro
gli Alleati – contro l’Inghilterra, che governava su mandato la Palestina.
Polacco di nascita,
era emigrato nel 1935, a vent’anni, in Palestina. Subito parte del gruppo
Irgun, organizzato e gestito da Menachem Beguin, altro futuro primo ministro di
Israele. Che ufficialmente era una formazione paramilitare del “sionismo revisionista”,
non eccessivamente nazionalista – ma sarà corresponsabile del massacro di Deir
Yassin.
Dopo la guerra e
la creazione di Israele Shamir aveva lavorato per il Mossad, il servizio israeliano
di controspionaggio, per dieci anni, dal 1955 al 1965. Scoppiata la guerra nel
1939, Shamir si era unito al coetaneo Avraham Stern col disegno di patrocinare
lo schieramento dell’Irgun contro i britannici, e quindi con la Germania. Stern,
poeta e letterato, era anche stato in Italia nel 1934-1935, con una borsa di studio
della Hebrew University di Gerusalemme, per conseguire a Firenze come fuori
corso la laurea in Lettere Classiche (facendo valere, debitamente tradotti e
certificati, gli studi già effettuati a Gerusalemme).
A un anno dall’inizio
della guerra, nel settembre 1940, Stern e Shamir fondarono quella che sarà
chiamata la “banda Stern”, anti-britannica – ufficialmente Lehi, Lohamei Herut
Israel, Combattenti per la Libertà di Israele. Stern morirà presto, due anni
dopo, colpito dalla polizia britannica mentre tentava di sfuggire a una perquisizione.
Dopo essersi proposto per un’alleanza, che però non ebbe, a Mussolini e a
Hitler.
Negoziare con l’Asse
per salvare gli ebrei (gli ebrei erano discriminati, in Germania e in Italia,
ma non era ancora partita la “soluzione finale”) proponendosi come forza
anti-britannica era uno dei punti del programma di Shamir e Stern. Il programma
partì con un passo falso: un tranello, in cui Stern cadde, armato dai servizi
britannici per fargli credere a un negoziato con Mussolini, per poi
smascherarlo, e screditare la “banda Stern”. E una proposta, a dicembre 1940,
subito dopo la fondazione di Lehi, inoltrata a personalità tedesche per
proporre uno scambio: la lotta contro gli inglesi, finanziata e armata dall’Asse,
contro la proclamazione del diritto degli ebrei a uno Stato in Palestina, senza
più limiti (come invece li imponeva l’amministrazione britannica) all’immigrazione.
Una proposta che secondo Stern e Shamir avrebbe dovuto incontrare le politiche
di “pulizia etnica” dell’Asse e insieme favorire la nascita di Israele. Che però non ebbe
risposta – se non fu intercettata dagli inglesi (della proposta non c’è traccia
documentale, solo orale).
Della “banda Stern”
la memoria è duale. Di simpatia per le capacità poetiche e organizzative di Stern,
di riserva per l’ideologia del movimento che Stern aveva attivato con Shamir.
Un mix, si dice, di comunismo e di fascismo. Ossia di universalismo combinato
col razzismo. Esplicito nei confronti degli arabi. I testi scritti del gruppo
conterrebbero riferimenti espliciti, secondo vari storici, agli ebrei come “razza
superiore” e agli arabi come “nazione di schiavi”. Di sicuro Lehi sostenne l’espulsione
di massa, verso la Siria o altrove, di tutti gli arabi della Palestina e della Transgiordania.
astolfo@antiit.eu
Il giallo della verità divisa
L’inverno del 2018
è contrassegnato in Francia dal movimento dei gilets jaunes, un movimento
spontaneo di protesta – fiscale, politica, pensionistica, etc. – che ogni sabato
occupa i centri città, specialmente Parigi, autostrade, incroci, distruggendo il
distruggibile. Con la primavera-estate il movimento va in vacanza. Riprende nel
tardo autunno 2019, ma è interrotto dal covid. Undici morti e 26 mila feriti, circa,
più duemila poliziotti. Il film è sull’ispettorato di polizia incaricato di vagliare
le denunce di abusi della polizia sessa. La commissaria incaricata indaga a fondo
un caso probabile di violenza gratuita di un gruppo di poliziotti della Crs, la
polizia anti-sommossa, formata e organizzata militarmente.
Un film “civile”?
Di denuncia di abusi del potere? Non si direbbe. Le indagini sono femminili, gli
indagati tutti uomini. E anche i comandanti delle quattro forze di polizia. Ma
sono personaggi femminili sia chi prova ad accertare l’abuso, sostenuta da una
testimone chiave, sia chi lo impedisce. E della commissaria, tanto impetuosa
nelle indagini, si mostrano solo lati personali di debolezza. Lo stesso con i gilets
jaunes: sono spensierati in cerca di svago il sabato, compresa la “gita a Parigi”,
e violenti e violentissimi – non si vedono che disastri: incendi, carcasse,
distruzioni ammonticchiate, con le ruspe al lavoro il giorno dopo (sena contare
che per un pubblico italiano i gilets jaunes di sabato sembrano dare
ragione a Salvini: il sabato vacanza-con-libertà-di-distruggere). Ma il film è
costantemente raccomandato dal giornale, da un mese, da quando è uscito, ogni
giorno, nella modesta rubrichetta dei film raccomandati, tre o quattro, “da non
perdere”. E in cartellone nello stesso periodo al cinema di Nanni Moretti a
Roma l’unico film che proietta la sua unica sala. Qualcosa vorrà dire. Ma cosa?
Un film
“e..e”, “sia…sia”? Funziona solo come legal thriller - Moll è autore
noto per un film “hitchcockiano” di successo, “Harry, un amico vero”. Della verità
che si dipana tortuosamente. In questo sostenuto anche dal ritmo incalzante, la
maschera, l’intensità della protagonista, Léa Drucker.
Dominik Moll, Il
caso 137
mercoledì 13 maggio 2026
Ombre - 823
In Ucraina non si sa se apprezzare l’Autorità
anti-corruzione oppure se considerarla parte del gioco “sporco” politico. Fatto
sta che la corruzione che denunzia sta attorno al presidente Zelensky. È possibile
che tutti i suoi più stretti collaboratori, le persone di sua fiducia,
siano dei ladri, di pubbliche risorse?
Il “Corriere della sera” spiega che,
dopo che gli Stati Uniti hanno bloccato le forniture di armi, l’Ucraina sta vincendo
la guerra. Con titolo incomprensibile
https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera/20260512/281685441472663
e con taglio basso, è vero, come se ne
vergognasse – di una notizia pure così importante.
Le notizie di guerra sono pubblicità
che non paga.
“Netanyahu è riuscito ancora a ottenere
dai giudici di rinviare la sua testimonianza nel processo per corruzione a Tel Aviv”,
l’onesto Frattini spiega sullo stesso giornale: Nei quasi tre anni di guerre permanenti
ha evitato di presentarsi in aula con la giustificazione delle questioni di
sicurezza. Ieri ha accorciato di tre ore e mezza l’obbligo di rispondere alle domande
perché ha convocato un consiglio di sicurezza”.
Ma il Libano è piccolo, come farà Netanyahu
tra qualche giorno? Ancora una guerra all’Iran?
Non è notizia invece il tribunale militare
speciale per i palestinesi accusati di essere di Hamas. Dopo l’introduzione della
pena di morte per i non ebrei. Ormai Israele non desta più nemmeno scandalo? Presieduto
peraltro da un giurisperito, Herzog, figlio di un due volte presidente altrettanto giurisperito, laburista.
Tre partire di fila, Juventus, Roma e Arsenal,
in due o tre giorni, in campionati diversi, “fatte” letteralmente dagli
arbitri, tramite Var. Cioè non si gioca più al calcio. Il campo verde è ora uno
schermo piatto.
Tutt’e tre le partite falsate dagli
arbitri. Tre coincidenze fanno una prova, ma di che cosa? Stupidità (il calcio
fatto dalla tv)? Corruzione?
Sull’intelligenza artificiale “in
America si è gonfiata una bolla speculativa che vale il 2,3 per cento del pil”,
Giovanni Ferrero, padrone e capo della Ferrero. Solo il 2,3? C’è un’aria assurda
di ottimismo, in mezzo a crisi ricorrenti, e al ristagno, tutto sommato, dell’economia.
Come una danza scherzosa sul vulcano. La pubblicità è sempre più l’anima. Non del
commercio, della vita in comune – dei mercati “aperti”.
Lo scrittore ungherese Krasznahorkai dice
su “La Lettura” un sacco di castronerie. “Fino agli anni Sessanta la letteratura
era in grado di influenzare la società”. La letteratura al potere del
Sessantotto? “”Ora dove sono i libri di valore, e quanti li leggono?”. Ma sono
molti di più, e di più valore, del Sessantotto. “Dove sono Senofonte,
Dostoevskij, Kafka?” E prima, dov’era Senofonte? “Non ho dubbi: tutto il mondo della
letteratura scomparirà”. Tutti muti, presto.
Senza obiezioni, anzi in ottica
promozionale. Ma, allora, la letteratura è già scomparsa – il Nobel ungherese compreso,
parlava dall’aldilà?
Le cronache delle celebrazioni russe della
vittoria nel 1945 si fanno pro Ucraina, e va bene. Ma nessuno ricorda che l’Ucraina
fece la guerra con Hitler, e che le SS combattenti erano in gran parte ucraine.
Come si è saputo quando la Repubblica Federale di Germania cominciò a pagare le
pensioni. E come sapevano bene nel Triveneto, tra il 1944 e il 1945 – i
“migliori” anche lì, più determinati dei tedeschi, nella caccia agli insorti della
Resistenza.
La nuova indagine dei Carabinieri e della
Procura di Pavia sull’assassinio di Chiara Poggi potrà finire nel nulla, come
sembra probabile, ma i comportamenti dei giudici e gli inquirenti del passato
processo che emergono, dagli atti, le corrispondenze, le intercettazioni, sono sconcertanti.
Sono quello che si immagina del mondo della giustizia, più turpe che non.
Nordio, cavalleresco con Ranucci, il giornalista
di Rai 3, fa causa invece a Mediaset – anche a Bianca Berlinguer ma per poter
fare causa a Mediaset. È la conferma: i Berlusconi manovrano per mettersi nella
“riserva della Repubblica” – hanno già avuto tutto quello che volevano da
Meloni.
Si moltiplicano gli sfregi, a Gerusalemme
e nel Libano occupato da Israele, di israeliani, militari e civili, contro persone
e simboli cristiani. Voluti, non di ubriachi, e diffusi, in rete, che si sappiano.
Senza reazione. Per le ruberie nel Libano
si minacciano sanzioni, ma si continua a rubare, anche roba ingombrante, non trasportabile
da soli, divani, televisori.
O l’intento è di fare di tutti i
libanesi, anche i cristiani, degli Hezbollah?
Sono tre o quattro anni ormai che il mondo
della ginnastica è tormentato da accuse, e anche cause, di abusi di ogni tipo.
Nella parte femminile del settore, tra i maschi non ci sono abusi? O è diverso
il metro di valutazione?
Però, la Biennale che nessuno si filava,
un rituale, di nomi ignoti e ignorati, ora è diventata un “evento”: cronache
quotidiane, chi c’è e chi non c’è, e magari anche cosa “vogliono dire”. Una
promozione senza pari, alla fine, sarà stata la Russia – non ce ne liberiamo.
Si tiene in Armenia nell’indifferenza
un vertice che si dirà “storico”? Di 48 paesi “europei”, più di quanti l’Europa
ne contenga, che fanno una falce, un artiglio, attorno alla Russia.
Si arriva a 48 aggiungendo ai 27 Ue i candidati:
Turchia (dal ‘99), Macedonia del Nord (dal 2004),
Montenegro, Serbia, Albania, Ucraina, Moldavia, Bosnia-Erzegovina. I non
candidati Georgia e Kosovo. La Bielorussia, nella persona dell’oppositrice del presidente
eletto. La Gran Bretagna. L’Islanda. Le Far Oer e la Groenlandia per fare numero.
E la solita Polinesia francese? Insomma, non se ne tiene il conto. In compenso
c’è pure il Canada. Putin è avvisato.
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Vivaldi (quasi) innamorato
Le “ruote” dei monasteri
hanno ogni giorno sorprese, a Venezia, nel Settecento, di neonati. Che usa
lasciare con un biglietto stracciato a metà, di cui la madre conserva una parte,
per il caso che possa riuscire a riprendersi il figlio. Le bambine vengono cresciute
in convitti legati alle chiese, istruite nei lavori domestici, il canto, la
musica. E le chiese fanno a gara la domenica con le messe musicate ad
accaparrarsi i fedeli, che saranno poi benefattori. In attesa che le ragazze siano
richieste in matrimonio, che si riesca a combinarne uno.
Tiziano Scarpa ci
ha costruito sopra un racconto di impianto attraente: Cecilia, una ragazza dallo
spirito vivace, cresciuta nel Pio Ospedale della Pietà, è anche violinista di grande
talento. Tanto da attrarre il burbero maestro Vivaldi, richiamato per carità
come maestro di cappella dal Pio Ospedale, dopo una serie di imprese fallimentari.
Anzi, quasi lo innamora, benché il maestro sia, per difetti di nascita, impotente
a tutto, solo capace di musica. Ansiosa di libertà, che si figura con la madre
che viene a riprendersela, ogni volta che una madre si presenta al pio
istituto, la brillante violinista Cecilia, promessa a un nobile in guerra
contro i turchi, lo rifiuta spiritosamente al di lui ritorno a Venezia a guerra
finita. Non finirà bene.
Il romanzo vuole comunque
Cecilia vittoriosa, perché, rifiutato il matrimonio, può finalmente lasciare il
convitto – anche se ne viene cacciata: “riacquista la libertà”. Michieletto va oltre,
con tanta buona musica e grandi suggestivi costumi e ambienti, a partire dalla laguna,
e compresa qualche isola non di repertorio. Ma soprattutto doma i due protagonisti,
due attori molto autoreferenti, quasi caratteristi, Riondino e Pennacchi. Contrappuntati
dalla fresca disingenuità di Tecla Insolia, la giovanissima cantante-attrice,
già educanda-diavolessa della serie “L’arte della gioia”.
Damiano
Michieletto, Primavera, Sky Cinema, Now
martedì 12 maggio 2026
Se la statregia Usa diventa l’erraticità
Scema la quota estera del debito
americano, spiega Morya Longo sul “Sole24 ore”, l’investimento nei titoli di
Stato Usa: nel 2008 era al 49 per cento del debito Usa, ora è al 30. Ma non
perché il resto del mondo ha disinvestito. È il debito americano che è
cresciuto: “Dal 2008 a oggi i titoli di Stato Usa sono aumentati da 6.400 a
31.400 miliardi di dollari”, sono quintuplicati. E gli investimenti esteri si
sono fermati – per le guerre? i mutui con ipoteche di sesto e settimo grado?
l’erraticità politica?
Il mondo, condotto dall’America a una ricchezza
come non mai, improvvisa e generale, nel primissimo millenni, con la
globalizzazione, cammina ora nell’incertezza. Ma più, ancora, nel timore. Per
l’erraticità politica intervenuta.
Per tutto il Novecento l’America ha
marciato con strategie politiche considerate e vincenti. Con errori – Cuba, il
Vietnam, il radicalismo islamico. Ma con ravvedimenti, per tornare al “piano” vincente.
La seconda presidenza Trump
sembra accreditare l’erraticità come una strategia.
E l’America restò sola
Trump non vuole – non può – fare una guerra all out, ma non sa
come uscirne. E gli iraniani sanno come impedirglielo, sono di vecchissima
scuola. Né il presidente cinese gli darà una mano, anche questo è certo – a meno
di un “futuribile”, uno scambio di cortesie, Taiwan contro Iran.
Per Trump è come rimescolare le carte in una partita incerta. Senza
sapere nemmeno quale sarebbe poi la carta giusta. Soprattutto ora, in questo stallo
prolungato, la nostra diplomazia guarda con distacco il dimenarsi scomposto
americano. Gli Stati Uniti hanno fatto guerra senza nemmeno la cortesia di avvisare,
e la partita Usa-Ue hanno loro stessi ribaltato in favore della Ue.
La guerra all’Iran ora più che mai non convince. Che certo non è più gesto sfuggito di mano - non per una dipendenza di Trump da Netanyahu, come si
dice, né per una “follia” dello stesso Trump
(si fanno piani per queste cose). Qual è la ratio di questa
guerra?
Non è l’atomica: Teheran ci aveva già rinunciato una dozzina d’anni fa. Si
può ritenerla come l’ultimo atto di una strategia di sgonfiamento dell’islamismo
militante – il ribaltamento della vecchia strategia di radicalizzazione dell’islam,
elaborata negli anni 1970 per circoscrivere il sovietismo nell’“Arco della Crisi”,
il Medio Oriente esteso, dal Nord Africa all’Afghanistan. Avviata dopo l’11
settembre. A mano armata – con la parentesi obamiana (ma di Hillary Clinton) delle
“primavere arabe nel 2011, il tentativo di domare l’islamismo con i Fratelli mussulmani,
il sunnismo-wahabismo moderato, presto chiuso con i soliti generali. Ma allora
mal considerato.
La guerra – quale che ne sia l’esito - ha solo effetti negativi. Ha destabilizzato
le petromonarchie della penisola arabica. Ha messo gli Usa in posizione
svantaggiata di fronte alla Cina, e perfino alla Russia. Crea problemi
all’Europa e all’ex Terzo mondo.
Con l’Europa gli esiti potrebbero essere perfino
di divisione. Cioè il contrario dello stimolo a una presenza internazionale più
attiva, quale era, o sembrava essere, l’aggressività minacciata da Trump, al
fianco degli Stati Uniti.
I divini mondani – o i cortigiani di una cortigiana
Il “Misantropo” di
Molière ha come sottotitolo “o l’atrabiliare amoroso”. Vincenzo Zingaro, che del
misantropo Alceste in questo suo adattamento è anche l’interprete, torce la commedia
piuttosto acida e irriverente di Molière verso “il sogno di Alceste”. Il sogno
di un’umanità meno smancerosa e superba, o stupida.
Alceste non è più l’“innamorato
atrabiliare”, l’odiatore dell’umanità suo malgrado caduto preda di un capriccio
amoroso o di una follia, ma l’onest’uomo deluso, da superficialità e cattiveria. Che nel testo di Molière ci sono – la “commedia”
non fu ben ricevuta all’epoca, il teatro era dei nobili e degli snob, e la
critica alla superficialità dei tanti snob-cortigiani in scena era ed è evidente.
Di cortigiani peraltro di una cortigiana – una giovane vedova che si diletta a farsi
mantenere.
Zingaro fa Alceste
in questo adattamento ora invischiato nella ragnatela della cortigiana, ora osservatore
disincantato, tanto è critico. Un ruolo non ruolo, di (quasi) osservatore, che
gli consente di montare un teatrino arguto dei linguaggi, non perenti, che si
vogliono aristocratici, da “divini mondani” – da puzza al naso, à la page, smorfiosi,
saputi, insomma snob. Allo spettatore, oggi come al tempo di Molière, lo
spettacolo buffo della vanità per una cortigiana.
Molière, Il misantropo,
Teatro Arcobaleno, Roma
lunedì 11 maggio 2026
Problemi di base di bellezza - 914
spock
“La rosa è
senza perché”, Angelo Silesio?
“La felicità è
posta dentro di noi”, Severino Boezio?
“L’amore è
l’atto con cui un evento, un incontro fortuito con qualcuno, si trasforma a
posteriori in un a priori della propria esistenza”, Günther Stern?
La bellezza si
rinnova – Freud?
La bellezza
non tramonta – Rilke?
Ma sfiorisce?
spock@antiit.eu
Salieri avvelenato – dai Mozart
Ma Salieri non
avvelenò Mozart. Si disse all’epoca a Vienna per il gusto cittadino delle chiacchiere
- e del Witz, della battutina, per ridere. Puškin ne fece il pretesto per la
più famosa, probabilmente, delle sue “piccole tragedie”, “Mozart e Salieri”, e da
allora il compositore veronese (di Legnago), presto passato anche di moda nel
repertorio operistico, non si è più ripreso. Peter Shaffer ha riscritto nel
1978 per la scena la “piccola tragedia” di Puškin, sotto il titolo “Amadeus”.
Un impianto semiserio che Milos Fornan ha ripreso nel film famoso. E la fama
nera lo ha seppellito, ha seppellito Salieri.
Salieri, spiega Ross,
musicologo apprezzato della rivista, ora rivalutato da Muti, Cecilia Bartoli e
molta musicologia, nonché dai repertori operistici, è stato musicista principe
a Vienna, oltre che Kapellmeister imperiale (di un imperatore, Giuseppe II, musicista
e musicologo), non senza titolo. Fu scelto da Gluck in cattiva salute nel 1787 come
suo degno erede e continuatore, sempre a Vienna. Dove era stato maestro, tra i tanti,
di Beethoven e lo sarà di Schubert, Czerny, Liszt. Beethoven che a lui deve più
di qualcosa - anche se ebbe l’occasione poi di litigare anche con lui, sui proventi
di un concerto. Così come, secondo Ross, lo stesso Schubert, e anche Rossini. Lavorò
da giovane con Metastasio, e procurò a Lorenzo Da Ponte in fuga da Venezia l’incarico,
presso l’imperatore Giuseppe II, di “poeta di corte”. Insomma, “una persona
amabile e onorevole”. Per di più, nelle opere, “con opinioni su genere e razza
che erano notevolmente, seppur imperfettamente, in anticipo sui tempi”. Da Vienna
passato provvisoriamente a Parigi, in sostituzione di Gluck, ne divenne la vedette.
E allora, unde malum?
La risposta è una grossa novità – anche se si doveva ben sapere. “Piuttosto che
un assassino, Salieri è stato una vittima… un passante travolto da un camion di
pettegolezzi malevoli”. Originati dai Mozart, questa la novità della lettura di
Ross, da Leopold soprattutto ma anche da Wolfgang: “Mozart e suo padre avevano
mostrato una certa tendenza alla paranoia. Anche se, poi, l’accusa più grave
che Leopold Mozart riuscì a muovere contro Salieri fu quella di avere ‘complottato’
contro «Le nozze di Figaro» del figlio”. Autore, bisogna aggiungere, lui stesso
Salieri, quasi in contemporanea, di un adattamento operistico del Figaro di
Beaumarchais.
Un testo del 2019
del musicologo apprezzato della rivista, riesumato per un altro “ritorno” del “Mozart
e Salieri” di Puškin”. Sempre nell’adattamento di Schaffer e Forman, “Amadeus”.
Ora in forma di serie tv, sempre col titolo di Schaffer.
Alex Ross, Antonio
Salieri’s Revenge, “The New Yorker Classics”, free online, leggibile anche
in italiano, La vendetta di Antonio Salieri)
domenica 10 maggio 2026
Cronache dell’altro mondo – assassine (404)
“Qualcuno dovrebbe farlo”. Non si dice che qualcuno dovrebbe uccidere
Trump. Ma ci vanno vicino.
“Qualcuno dovrebbe farlo” e le sue varianti sono diventati meme semrpe
più popolari in rete.
Sono influencer prgressisti, giovani, il cui grido dilaga, come incitamento.
Il “lo” che bisogna fare nonviene specificato, ma l’obiettivo è chiaro.
(The Washington Post”)
Carrère fa la festa alla madre
“Da piccolo ho amato
mia madre come mai nessuno in vita mia”. Normale si direbbe, tra madre e primo
figlio, e figlio maschio. La foto di copertina sembra confermarlo: una buona
madre, oltre che bella. E il titolo: in casa Carrère madre e figli, Emmanuel e
le due sorelle, minori, chiamavano “fare kolkhoz”, la fattoria comune
sovietica, l’assemblamento la notte sul letto matrimoniale, se il padre era
assente, o i lettini dei bambini portati sotto il letto matrimoniale. La dedica
del racconto maternale alle due sorelle è un’altra conferma. Ma “da piccolo”
che vuole dire, che “da grande” l’ha poi odiata? Odiata certo no, ma si deve a
lui l’aneddoto ora famoso, della sua confidenza a un amico Hervé: “Mia madre,
se anche le chiedi solo l’ora, ti mente”.
Di kolkhoz e
non solo Hélène Carrère d’Encausse è stata specialista per mezzo secolo, gli
anni del sovietismo postbellico e del doposovietismo. La slavista maggiore, in
Europa e anche fuori, per l’aspetto socio-politico. Oltre che una madre, come
si vede, consapevole e materna. Inventiva e affettuosa. Come quando Emmanuel
infante arranca carponi, di prova, su per un cuscino, in cima al quale avrebbe
poi trovato, prova e riprova, gli occhi ridenti della madre che se ne faceva schermo.
Ma non c’è solo questo. Hèlène è una donna che più che altro si direbbe
sublime, più che aneddoti meriterebbe un inno, il più possibile dolente, se è
vero che ha rinunciato all’“amore della vita” intervenuto a un certo punto, per
rispetto del marito, il quale minacciava di suicidarsi – un marito e padre, di
cui sappiamo in apertura del racconto, che più che di altro si dilettava di
araldica (di professione era assicuratore), morto, anche lui diligente in
amore, cinque mesi dopo la moglie.
A due anni dalla
morte della madre Emmanuel Carrère, tra i tanti suoi altri impegni, di
giornalista e di autore “in campagna promozionale”, ha scritto e pubblicato
quattrocento pagine su di lei. Si penserebbe riconoscenti, affettuosi. Il genere
tira sul mercato, ci si sono provati on successo Franchini e Arundhati Roy, ma
un po’ all’incontrario, affettuosi per essere critici, anche cattivi. Del tipo:
mia madre non era una santa, e ora vi dico perché. Di colpe della madre qui non
ce ne sono molte, forse, non detta, solo di ave ceduto alla vanagloria e aver
fatto l’europarlamentare per i gollisti, quando non aveva più molto da fare,
crollata l’Urss – i gollisti non fanno tendenza.
Un racconto godibile,
ma con un’impressione di non detto - dell’autore più che della madre narrata. E
se anche fosse stata una carrierista, dopo la rinuncia all’amore? Carrère è narratore
esimio di vite degli altri, Philip K. Dick, Limonov, il nonno materno. Qui si
appropria della madre. Ma, curiosamente, non sa che farsene. Non ne trova cioè
il punto debole. La messa in piega sempre in ordine? L’autorevolezza? L’Accademia
presto, e sopra ogni cosa – anche addossarsi il fardello della segreteria? A 94
anni, solo un mese prima di finire in casa di cura per morirvi, accelera la
nona edizione del vocabolario dell’Accademia e presiede i lavori fino all’ultima
parola, “zygomatique”. Facile l’accostamento col suo nome impossibile da
nubile, che le rese l’infanzia in Francia un tormento, a scuola e con le amichette:
Zourabischwili.
Leggendo si ha la
sensazione che la ricerca del punto debole, che dovrebbe avvicinarci il personaggio,
trascuri invece i punti forti – che comunque restano anche fuori della memoria
del figlio: la rinuncia all’amore per la famiglia, da parte di una persona
ancora giovane, la capacità di lettura del mondo sovietico, senza dover essere
antirussa, la mancata imposizione ai figli delle genealogie proprie – Carrère
d’Encausse è titolo di nobiltà minore.
I titoli di nobiltà lo
scrittore li lascia a Macron, al funerale: “Dice che nel sangue di nostra madre
scorrevano tutti i fiumi d'Europa, tra il Volga e il Reno, che tra i suoi
antenati c'erano principi russi e baroni baltici, un generale prussiano, la
traduttrice di George Sand in georgiano, una damigella d'onore dell'ultima
imperatrice e almeno un regicida”.
Una “festa della madre”
piena di aneddoti, ma con un che di irrisolto, cioè di antipatico. È la sua cifra di narratore, di fare ambigui i personaggi che ri-crea? Di grande
lettura anche per questo: qual è il mistero del narratore, semplice non può
essere?
Emmanuel Carrère, Kolkhoz,
Adelphi, pp. 398 € 22
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