sabato 3 gennaio 2026

Trump sulle orme di Reagan, atto secondo

Il 25 ottobre 1983 aviazione, esercito e marina americani invadevano Grenada, “il secondo più piccolo Stato indipendente del continente americano (dopo Saint Kitts e Nevis)”, un po’ più piccolo di Caracas, su ordine del presidente Reagan – la regina Elisabetta II, capo di Stato di Grenada, non obiettò, e la vittoria fu immediata. Trump lo ha imitato la notte tra il 2 e il 3 gennaio. Anche lui senza l’autorizzazione preventiva del Congresso – come aveva fatto Reagan. Ci potrà essere anche oggi, come nel 1983, una censura congiunta del Congresso, per avere il presidente violato le prerogative costituzionali del Congresso di dichiarare guerra. Ma la guerra non è stata dichiarata, è stata fatta. Come operazione di polizia - narcotraffico, corruzione (proprietà in America), nazionalizzazione interessi americani, emigrazione forzosa.
Trump è sempre più sulle orme di Reagan – come da un copione. Come già con le misure economiche – indebolimento del dollaro, aumento delle esportazioni - analoghe all’accordo del Plaza che Reagan volle e ottenne nel 185. Allora per mettere la museruola al Giappone, oggi alla Cina - con Europa, Canada, Messico etc. “falsi scopi”.
Resta il terzo volet dell’immedesimazione. Reagan, allora il cattivone del “mondo libero”, cioè dell’Europa occidentale, quello che aveva voluto gli euromissili contro la Russia e minacciava lo scudo spaziale, figurarsi, ne è poi diventato il santo, quando il sovietismo scoppiò. A quando Trump santo?

L’anno finisce bene anche a Francini camionista

Chiara Francini è una improbabile camionista, con record di chilometraggio sulle strade e autostrade. Ma sa tenere il ritmo delle inevitabili, e altrettanto improbabili, disavventure per un’ora e mezza. Per la serie Rai dell’ottimismo, ormai di dieci o dodici anni, “Purché finisca bene”.
Ago Panini, La voce di Cupido, Rai 1 RaiPlay

venerdì 2 gennaio 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (619)

Giuseppe Leuzzi
 
Sono sessanta anni, ma senza più nessuna eco, nemmeno femminista (italiani tutti nordisti?), dacché Franca Viola, 17 anni, di Alcamo, rapita, picchiata e violentata da un Filippo Melodia, spalleggiato da 12 (dodici) complici, rifiuta il matrimonio riparatore. Rifiuta e denuncia. La “donna del Sud” che la Grande Firma Gian Antonio Stella ridicolizzerà, benché ancora ragazza.
E non c’era nemmeno il “delitto d’onore”, il codice non lo riconosceva per la figlia o la sorella “disonorata”.


Il culto del toro, non solo topografico (topografico per essere di culto), come non pensarci? Ci pensa Marina Valensise, “Cuore greco. Il ritorno dei classici”, che dice la verità semplice di Pasifae e il toro – di Giove irresistibile in forma di toro. L’amplesso di una ninfa un po’ troietta, Pasifae (Europa)? No, è “la forza incontrollabile del desiderio femminile”. Si svela il mistero di tanta toponomastica – delle figure e le storie (il senso) che la sottendono.

 
Ricordando i sindacalisti vittime di mafia, alla voce “Comparetto” del digesto postumo “Arcipelago Sud”, Fofi ricorda di essere andato “un anno o due” dopo l’assassinio di Placido Rizzotto, “con altri «volontari»”, per un’inchiesta sulla disoccupazione a Corleone, “a intervistare il direttore di un ospedale finito di costruire da poco”, che li accolse “generosamente offrendo caffè e biscotti e negando che a Corleone ci fosse altro che la piccola delinquenza comune”. Scoprirà poi che era il dottor Navarra, socio-rivale del capomafia Liggio, “il medico che aveva ucciso il pastorello portato in ospedale perché sconvolto dall’aver assistito non visto all’assassinio del giovane attivista” Rizzotto.
 
Sudismi\sadismi – o del buongoverno
Non ci sono solo le graduatorie dove si vive bene, che danno le città del Sud Italia infette, o quelle del reddito, ovviamente peggiori, c’è anche una graduatoria (europea) del buon governo regionale-locale. E anche qui per ultimo viene il Sud. Il Sud Italia. La Sicilia nel 2024 era la terzultima della graduatoria, davanti a due modeste regioni bulgare, al 208° posto su 210. In peggioramento: quindici anni prima era al 201° posto. Poco meglio il Molise – che pure, in tutto il Sud, si direbbe parecchio bene amministrato.
Questa “ricerca” non si vuole scientifica - parametrata, su indici molteplici e incrociati, eccetera. È un sondaggio, “European Quality of Government”, che l’università di Göteborg effettua periodicamente. Nel 2024 ha toccato 130 mila soggetti di varia nazionalità. Quindi riflette gli umori. E il Sud naturalmente pensa male di se stesso.
Dell’Italia non si salva niente, solo la Liguria, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia.
Ma non c’è solo il Sud, con la sua cattiva opinione di sé: Italia e Spagna sono sotto la media di qualità, al livello dei paesi dell’Est Europa. Dove l’opinione politica è sempre “polarizzata”, a vita, come per la squadra del cuore, basta che il campione sia prevalentemente di sinistra se il governo è di destra, o viceversa, e la graduatoria è fatta.
 
Miracolo a San Ferdinando: killer alla nascita
“Ammazzare, nel gergo dei mafiosi, si dice ‘astutare’, cioè spegnere. Nei suoi anni da soldato di ‘ndrangheta, Antonio Zagari ne ha ‘astutati’ troppi. Anche per uno come lui, affiliato dalla famiglia di San Ferdinando fin dal giorno del battesimo, quando suo padre Giacomo gli sputò sul colletto (?) mettendogli accanto un coltello e un libro. Se Antonio avesse mosso le sue dita verso la lama sarebbe diventato un mafioso, altrimenti avrebbe avuto un destino da ‘sbirro’. Il neonato non deluse nessuno: sfiorò il coltello”. Lucio Luca, “Il killer che aveva paura del sangue” – “Il Venerdì di Repubblica”, 28 novembre 2025.
Lucio Luca invece non è inventato, esiste. Il suo articolo seguiva sul settimanale con questo 
sommario – era un un servizio promozionale? un blurb?: “Figlio di ‘ndrangheta, assassino spietato, pentito e infine misteriosamente scomparso. Ora la vita di Antonio Zagari è un film di Daniele Vicari. E: “Ammazzare stanca. Autobiografia di un assassino è il film di Daniele Vicari in sala dal 4 dicembre, con Gabriel Montesi”.

Poi il film non si è visto. Non a Roma – è stato al Barberini la sera dell’uscita, col regista e gli attori in sala, ed è scomparso. Era anche stato al festival di Venezia, pare. Vicari è uno e molti, dalla ricca biografia, benché ancorata ai Nastri d’argento, cioè al sindacato critici cinematografici. Che come si sa non vedono i film, scrivono quello che devono scrivere. Anche sullo Zagari del film, a giudicare dalla presentazione del settimanale di “la Repubblica”.
A meno che, se il film è “una storia vera” come si definisce, questo esserci e non esserci non sia un un destino comune. Se il film era anche stato al festival di Venezia, lo era in maschera? anonimo?
 
Quant’è triste la Sicilia di Arbasino, che è tanto ricca
Venuto, si chiede Arbasino viaggiando per la Sicilia, “Passaggio in Sicilia” (in “Passeggiando tra i draghi addormentati”, pp. 178-238), dopo tanti rinvii, giusto “per i Caravaggio e gli Antonelli, i mosaici e i templi”? E si risponde: “E intanto si rinviava, si rinviava, la visita alla vecchia parente malata. Anche perché tutti ripetevano, da decenni, come per i Colli Euganei e la costa ligure e l’amalfitana e Procida: troppo troppo tardi, bisognava andarci molto prima degli sfasci..., adesso rimangono soltanto le sofferenze e le indignazioni sui degradi”. E “oggi infatti (1995, n.d.r.) il paesaggio siciliano è quasi illeggibile, ricoperto di impalcature e cantieri, baracche e bancarelle, macchine e motorini che si affollano in spazi stretti, e immondizie che rivestono i panorami e la natura e le cose. Microcosmo del ‘techno’ o metafora del ‘grunge’ (anche Goethe a Segesta: «tutta la regione dà l’impressione di una fertilità triste»)?”
Però alla fine, scusandosi per il ritardo, si giustifica con una chiamata di correo: “Non sarà un po’ razzista un «ditino alzato » moralista, e dunque magari Settentrionale, che si rifà al pessimismo di Lampedusa e di Sciascia, per abbandonare ogni speranza civile e industriale e commerciale in base alle considerazioni antropologiche degli esperti insulari?”
In effetti tanta self-deprecation, insistita, è eccezionale – scambiata per pessimismo della ragione, ma la ragione non è pessimista. O non sarà, alla Arbasino, l’essere nati a Racalmuto invece che a Parigi – o inetti e impecuniosi alla Lampedusa?
 
L’arcipelago a secco
Goffredo Fofi ha lasciato una raccolta di ritratti di persone e cose, un centinaio, di una-due paginette – eccetto un saggio su Brancati, finalmente una rivisitazione di tutto Brancati (lasciato a mollo dai siciliani, bisogna dire - Sciascia incluso, che se ne voleva discepolo), e uno inevitabile su Eduardo - che intitola “Arcipelago Sud”. Di cose e persone del Sud, del suo Novecento. Ritratti rapidi e sapidi, da Sergio Atzeni a Angela Zucconi. Di cui fa l’antologia sul presupposto che siano d’interesse dei lettori come lo erano stati da ascoltatori (sono “vite” lette in un’apposita rubrica di Radio 3). Ma specialmente dei lettori del Sud, poiché ne sono una celebrazione. Come, è da suppore, nelle intenzioni dell’editore, che ha voluto il volume e lo ha promosso, Feltrinelli. E niente, la disattenzione ha seguito la promozione, pure nutrita e argomentata.
Nulla di male, o di speciale, succede, un libro “funziona” e uno “non funziona”. Se non che la disattenzione è massima al Sud. Da Roma in giù. Napoli compresa, la città “dell’anima” di Fofi, la quale
 pure per i libri ha normalmente buona attenzione, diligente, argomentata. Non una recensione degna di nota, una curiosità, un aneddoto, una qualche forma di interesse.

L’arcipelago è nazionale, di fatto – “Voci e luoghi della cultura italiana” è il sottotitolo. Non è un libro sul Sud, né si può dire visto dal Sud, se non per le saltuarie esperienze di Fofi, a partire, diciassettenne, da quella con Danilo Dolci a Palermo, formativa ma limitata. Né c’è una prospettiva meridionale o meridionalistica in Fofi. Ma ha una bibliografia “essenziale” di otto pagine. Più due di film e documentari. E altri due di teatro e spettacoli. L’indice dei nomi, su due colonne, prende 14 pagine. E niente, non un battito di ciglia.
Dice: il Sud non legge. Ma no, segue Gratteri in tv, da quando Enzo Biagi le ha inventate si regala le vite e storie di mafia, storie nel senso della storiografia, con tanto di note, e se giovane di belle speranze fa volentieri lo stringher di ogni turpitudine per le Grandi Firme dei Grandi Media del Grande Nord. È autocritico, non vuole complimenti, è il non leggere nel caso di Fofi da leggere come un complimento, una qualità surrettizia? Il sadomasochismo in forma geografica, di paralleli, a sud di Roma, perché no – ancora uno sforzo.
“Una tesi cara a Goffredo Fofi”, spiega in apertura Mirko Grasso, che il volume da ultimo ha curato e ben conosceva Fofi, è - 
era - che “la cultura nazionale… ha nei momenti più alti e in una miriade di espressioni meno note, ma ugualmente di grande valore, una forte matrice meridionalista e di tenace ancoramento nel Sud”. Uno potrebbe sempre dire: per questo non riesce involarsi, nemmeno a salpare. Alla fine la verità trionferà, che siamo tutti leghisti.   

leuzzi@antiit.eu

L’Annunciazione a un uomo

Riprogrammato per le feste, puntando al cult, dopo quattro o cinque anni, in qualche misura ci riesce - il racconto è sempre vivo. Una tramina da poco: l’Arcangelo Gabriele, scelto male dal consesso lassù, sbadato e senza esperienze delle cose del mondo, ingravida il primo essere umano in cui s’imbatte. Un uomo, perché la moglie vuole il divorzio. Solo e disperato al bar, e mezzo ubriaco, col suo nuovo compagnone celeste, ma pur sempre un maschio. Una disgrazia? Un miracolo doppio, l’uomo, per quanto benedetto, essendo pur sempre un essere che non potrebbe concepire. Ma senza la greve ironia “laica”.
Non è il solo rovesciamento della “correttezza” degli anni che ci sono capitati. La moglie non vuole alimenti, non vuole la casa, non vuole niente, solo poter andare a letto con un altro uomo. L’arcangelo innocente sarà sedotto da una monacella. E il bambino, benché in epoca d’infertilità ricercata, è atteso da tutti. Le tipicità o modi di essere rovesciati, soprattutto tra maschio e femmina. Un contropelo, ma garbato.
Francesco Amato, Santocielo, Sky Cinema, Now, Canale 5, Infinity

 

giovedì 1 gennaio 2026

Sostituto d’amore

Un maestro di scuola di Pico sposò a Roma la figlia della pescivendola di Ponte Milvio. Donne per bene, anche l’odore era pulito. La ragazza, in carne e eccitabile per la giovane età, sorrideva e parlava con senno. I primi anni furono felici. Ebbero un figlio, il maestro divenne imprenditore, tramite la politica, guadagnarono, e presero casa ai Parioli. La suocera, che non teneva già più il banco del pesce, morì di  tumore.
La crisi data all’incirca da quell’epoca. Lei volle rendersi indi-pendente e si cercò un lavoro di commessa. Lui la spinse a prendere un paio di franchising che le diedero buone soddisfazioni, sia materiali che morali. Intervenne con cautela, poiché lei non l’aveva messo a parte, e sì che non si separavano mai, della sua decisione di lavorare. Ma s’instaurò allora quello che sarà lo schema del loro rapporto: lei brusca, insolente perfino, lui conciliante. Eccetto che per periodi brevi, che potevano durare una settimana, in cui lei sembrava subire i calori animali - se lui ne avesse avuto la forza e la voglia lei si sarebbe detta insaziabile, gli si avvinghiava senza pudore.
0La crisi, per solito muta, a volte durava mesi. Sempre lui riapriva un contatto, il più delle volte tornando agli inizi, alla fresca disponibilità di lei, i risentimenti mettendoli a proprio carico. Ora si diceva assente, ora scortese, ora non abbastanza generoso, e spendeva, in regali anche costosi, pellicce, diamanti. Ma l’esito era transitorio. Spesso anzi ebbe la sensazione che la riconoscenza fosse manierata, che i regali al contrario accrescessero il risentimento. Ogni suo pensiero, dal risveglio alla notte, e sempre più spesso nelle ore del sonno, era ormai indirizzato a sciogliere quel grumo d’incomprensione. Con costanza s’immaginò un aiuto da un medico, un chirurgo famoso, che era stato a scuola con lei e aveva-no ritrovato coinquilino ai Parioli. Ma l’uomo, affascinante, s’incontrava di rado, era di modi spicci, evitava le assemblee e ogni altro problema di condominio. Poi scomparve, si seppe che aveva sposato una principessa. Avvenne in un periodo di amore sfrenato, lei gli faceva quasi paura. 
La crisi si estese con gli anni per periodi più lunghi, durava anche sei mesi. Gli rimproverava perfino il diploma di maestro, per dire che era colto e la metteva nel sacco. Intervennero periodi di separazione. Gli affari non andavano più, mutata la politica, e lui passò sempre più tempo a Pico, dandosi obblighi inutili. Finì naturalmente anche l’erratico contatto carnale. Dell’ultima volta mantenne un ricordo via via più dettagliato, perché avevano appena saputo della morte improvvisa del chirurgo, for-se di cuore, e per un momento era sembrato che la tensione fosse stata spazzata via: lei era stata dolce, innamorata come all’inizio.
Poi lui si gonfiò e perse i denti. E quando la ricerca del grumo gli procurò qualche disturbo mentale lei non volle più vederlo, lasciò che se ne occupasse il figlio, al quale non chiese mai del padre. Del resto, lei trovava il figlio somigliante al grande affascinante chirurgo. Col quale non aveva mai avuto nessun tipo di rapporto.

Morte a Venezia, in musica, a Capodanno

Capodanno triste, malgrado le arie, le romanze e i cori noti e notissimi e popolarissimi. Orchestra senza gioia, garbo, vigore – senza fascino: come una banda di impiegati, maldisposti.  Il teatro specializzato in musica “italiana” si sa che è in lite per la nomina di un direttore artistico, Beatrice Venezi, che si vuole sovranista: i nazionalismi sempre confliggono. Al confronto, subito dopo, su Rai 2, Wiener Phiarmoniker smaglianti – sembravano lucidati anche gli ottori: partecipi, divertiti,  cantanti anche. Per non dire, della Fenice, il coro: accigliato, lugubre, a minimo sindacale – specialmente venendo da una sinfonia n.9 di Beethoven su Sky classica, di Abbado venticinque anni fa con i Berliner, legnosa come si sa, che il coro della Radio Svedese animava a ogni piega, alla gioia recondita.
Peggio ancora il balletto, il solito culturismo gay, esibizionista, con frontali gonfiati opposti alla fragile Abbagnato. Anche qui impietoso il confronto con i balletti del concerto viennese, specie per la Diplomat Polka, lieve, veloce, fantasiosa – su un tema assurdo, le scartoffie impiegatizie.  
Il giovane maestro Mariotti, specialista di arie e cori, a Roma felice direttore artistico dell’Opera, provava invano a rianimare il consesso. Erano della partita perfino gli spettatori: lugubri, mai divertiti, e come fuori posto – la regia Rai ha dovuto rinunciare a inquadrarli, per movimentare la scena è finita a inquadrare il pubblico dall’alto, da dietro. Eppure il biglietto sarebbe costato 1.500 euro, una enormità – erano tutti invitati, “personalità”?
Come già venti anni fa alla Scala, quando cacciarono Muti (all’unanimità…) - e ancora non si sono ripresi, si vede alle prime Rai ogni anno -  i trinariciuti non promettono nulla di buono. Non in musica, la quale non è politicanteria – vuole entusiasmo.
L’unico merito di questa Venezia sarà stato la conferma di Jonathan Tetelman, il tenore americano: finalmente un tenore che canta, non di naso – Mariotti l’aveva già sperimentato a Roma, Cavaradossi trionfante nella “Tosca” del giubileo. Ha perfino una dizione italiana perfetta, che per un americano è un miracolo. E si diverte – e diverte.
Un dubbio è possibile: si voleva il concerto, intitolato al Capodanno perché lo paga la Rai, in realtà una rievocazione-celebrazione di “Morte a Venezia”, il film, di Visconti, sicuro compagno, 45 anni fa? Questa cultura è propensa ai funerali. Ma, allora, perché non ce l’hanno detto, avremmo visto il tutto con altro occhio.
Michele Mariotti, Concerto di Capodanno La Fenice, Rai 1, Raiplay

mercoledì 31 dicembre 2025

Ombre - 805

“Fratelli, figli e anche mogli. La «Dinasty» campana tra eletti, bocciati (e veleni)”. E poltrone. I fratelli Manfredi, i De Luca padre e figlio, i Mastella padre e figlio, i Fiola padre e figlia, i Mensorio padre e figlio.
Tutti Pd. Si sarebbe detto il “familismo amorale” una cosa di destra, ma evidentemente no.
 
Curiosamente, si tace sui trascorsi di due eletti in Campania con la destra – quindi semplici consiglieri regionali non in corsa per assessorati – della “dinasty” campana. Di Ettore Zecchino (Fdi) che è figlio di Ortensio, lo storico che fu ministro dell’Istruzione dei governi D’Alema e Amato. Mentre di Michela Rostan, ora leghista - di cui si dice che è figlia di un sindaco di Melito di Napoli, che non è vero - si tace che è stata per molti anni parlamentare Ds e poi Pd.
Quanto a Melito di Napoli, che ha avuto sindaci sempre di sinistra, è il comune italiano più densamente costruito.
 
Oggi si celebra la “vittoria di Sheinbaum”, la presidente del Messico: “Export record verso gli Stati Uniti”. Eravamo rimasti alla “guerra” che Trump faceva al Messico. La merce è passata di contrabbando? Trump aveva perduto la guerra? Non era vero niente?
 
Più in generale, brindiamo a fine anno col “Foglio”, pur apocalittico: “Il commercio batte i dazi, la povertà diminuisce e anche sull’ambiente ci sono buone notizie”. Con l’aggiunta: “Ma soprattutto le democrazie sono ancora forti”. Perché, si erano indebolite? “Tutti dati che smontano la catastrofica fabbrica delle percezioni”, premette Cerasa. Cioè i giornali.
 
Fondi raccolti pro Palestina sono stati passati a Hamas, e per questo arresti sono stati disposti a Genova. Ma subito Piacente, il Procuratore Capo della stessa Genova, e il Procuratore Nazionale Antimafia Melillo emettono un comunicato per dire che “le risultanze investigative non intendono in alcun modo oscurare la gravità dei crimini commessi contro la popolazione palestinese dopo il 7 ottobre 2023 nel corso delle operazioni militari condotte dal governo israeliano, sui quali è atteso il pronunciamento della Corte Penale Internazionale”. Cioè, non per dire quello che dicono, che è nell’ordine delle cose, ma per dire che loro sono con gli arrestati.
Piacente è in contrasto coi suoi Procuratori? 
E perché non si dimette? E che c’entra l’Antimafia? O c’entra?

Ma, poi, chi sono questi due giudici, che hanno fatto di tanto buono da meritare cariche così alte?
 
Si litiga a destra fra intellettuali di destra, su chi è più bravo: Veneziani, Giuli, Sangiuliano, Guerri. Litigandosi il “vero” Nietzsche, e perfino Marx - che non “ci azzeccano”. Avrebbero molti nomi all’arco, Céline, Pound, Hamsun, oltre il solito Tolkien, ma non si ricorda che li abbiano letti veramente – non ne hanno mai scritto. Si vede che non gli piace leggere – questa non è un’invenzione della sinistra.
 
Un ex parlamentare russo, perseguito in patria con ordine di cattura internazionale per essersi appropriato di un centinaio di milioni di euro dei fondi di solidarietà, e per questo arrestato a Linate,  è “un magnate”, “il magnate”, etc, per il “Corriere della sera” e “la Repubblica”. Trump invece è il “tycoon”, in una mezza dozzina di titoli, ogni giorno – che anche giornalisticamente, come mestiere, è deprecabile: lo stesso termine in più titoli “sbatte”. Ma si vede che la desovietizzazione non è ancora arrivata in redazione.
 
Trump è in Italia inesorabilmente il tycoon, quanto di più spregevole, dal “Foglio al “Manifesto”. Sa di vecchie zie, che non ammettevano in casa dei nonni amici-amiche di scuole se-perché figli-e di commercianti – “negozianti”.
Universale è anche, in Italia, il vilipendio della “borghesia”, mentre non c’è altra classe: l’Italia è, da destra a sinistra, un paese “tipicamente” piccolo borghese - checché voglia dire (acrimonioso?).
 
La Germania scassatissima, in recessione e senza piani (salvo quello cervellotico dello spilungone Merz, che vuole farne una potenza militare – la Germania?), se la prende con la Ue – peggio di Salvini. Il problema dell’Europa non sarà la Germania? È un assunto anche facile da dimostrare, almeno dalla riunificazione in poi – prima, la Germania di Bonn, con i russi a Berlino, aveva bisogno di tutti, perfino dell’Italia. Ma non se ne parla. Neanche come ipotesi.
 
Si celebra Natale a Betlemme, con gli auguri del presidente israeliano Herzog. E un messaggio di auguri anche di Netanyahu. Che, osannato dagli evangelici americani, i più sionisti, può anche dire che i cristiani “solo da noi nella regione possono professare e prosperare”.
 
Naufragio su un barcone al largo della Tunisia, morte “almeno 116 persone”. È la notizia della vigilia di Natale, dopo il papa, Betlemme, la mensa di Sant’Egidio e Zelensky. Centosedici morti, che sono? Sono che l’Europa ha bisogno di immigrati ma non sa ancora, dopo trent’anni che ne ha bisogno, organizzarne i flussi. Dal 1997 ininterrottamente muoiono ogni anno in mare centinaia e poi migliaia di migranti. Anche quattro o cinquemila l’anno tra la Libia, la Tunisia, la Turchia e l’Italia o la Grecia. E niente. Che Europa è questa - o lo è sempre stata, un piccolo uroboro, la “civilizzazione” è solo autoreferente?

Proteste e immigrazione, il pacifista Wilson come Trump

Il presidente americano della “diplomazia aperta” e del pacifismo, professore di Scienze Politiche, promotore del “14 punti” e della Società delle Nazioni, per un nuovo ordine mondiale basato su trasparenza, autodeterminazione dei popoli e cooperazione internazionale, deportava gli immigrati, come fa un secolo dopo Donald Trump. “Nel 1919, dopo anni di sforzi per reprimere l’organizzazione sindacale e le agitazioni socialiste dispiegando truppe federali nelle città americane o appoggiando la formazione di gruppi di vigilanza nativisti, l’amministrazione Wilson ebbe l’idea di radunare e deportare i militanti di sinistra. A partire da quel novembre, il Procuratore Generale A. Mitchell Palmer – con l’assistenza di un ambizioso funzionario ventiquattrenne del Dipartimento di Giustizia di nome J. Edgar Hoover (direttore poi dell’Fbi per quarant’anni, dal 1924, n.d.r.) – organizzò una serie di violente incursioni contro gruppi anarchici, comunisti, socialisti e immigrati, radunando migliaia di persone, anche cittadini americani. Il 21 dicembre 1919 – 106 anni fa – un gruppo di 249 di questi dissidenti politici, tra cui l’anarchica Emma Goldman e il suo amante Alexander Berkman, furono stipati su una nave mercantile e inviati in Unione Sovietica”.
Una ricostruzione del 2011, che la rivista ripropone. Come se, su certi terreni, il dissenso e l’immigrazione, l’America avesse sempre usato la forza. Per la sindrome della cittadella assediata. Ma la ricostruzione è anch’essa “americana”: l’espatrio forzato si risolse in una catastrofe ideale per molti, confrontati dalla realtà sovietica - tra essi Emma Goldstein: questo il succo della ricostruzione di Baker.
Russell Baker, Anarchists and Capitalists, “The New York Review of Books”, 21 dicembre 2025, free online (leggibile anche in italiano, Anarchici e capitalisti)

martedì 30 dicembre 2025

L'alcol libera

Eugenia, amabile donna senz’altra attività che la cura del proprio benessere, si accorse al compimento della media età dantesca, gustando con sorpresa i piaceri rinnovati della vita multiforme, che non amava suo marito se non quando egli si teneva discosto da lei. Il suo problema fu quindi di tenerlo lontano senza rifiutarsi e offenderlo. Finché non addivenne alla soluzione: il dovere adempiva nella ripetizione, senza lasciarsi andare, nel mentre che studiava tempi e metodi. Si accorse così che egli diventava pressante quando non aveva bevuto i suoi tre scotch. Il che avveniva il fine settimana e nelle vacanze. Ma non era la vacanza la causa dell’effetto, bensì la mancanza di alcol, che il marito, morigerato, associava nei feriali al dopo lavoro: finita la giornata, si tirava su con il whisky, che fa bene anche alla circolazione, per non esserle di peso con le angustie rutiniere, e dopo cena si appisolava. Allo stesso effetto conducevano infatti le feste durante le vacanze.
Eugenia prese allora ad approntare scotch in gran numero, poiché voleva bene a suo marito, e presto soddisfazione ebbe doppia: la conferma della sua intuizione e il marito ideale senza il matrimonio.

La vecchiaia del nostro scontento

“Si chiusero gli ultimi cinema, però si sono aperte librerie”. Senonché, le “librerie” sono posti dove bere senza pagare le tasse. E non sono le sole brutte novità. Del resto, libri perché? Non si scrive più, ci pensa il computer, figurarsi.
Un vecchio che è uscito a protestare contro la chiusura del cinema Ideal, in piazza Jacinto Benavente, si racconta. Sorpreso tra i compagni manifestanti da “uno di questi venti intempestivi che ora mi assaltano con frequenza”, da più di uno, incontrollabili, puzzolenti oltre che rumorosi. E poi non ricorda la strada di casa.
Uno scorreggione, involontario, che è di tutte le manifestazioni. Ma non per questo triste, triste è di ritrovarsi sempre più solo, con pochi sopravvissuti, “eravamo appena quattro gatti”, quelli delle belle speranze rivoluzionarie. Da “inguaribile conservatore” (ma “irredento conservatore”, come nell’originale, non suonava meglio, per un orecchio italiano abitato all’irredentismo politico, nazionalistico?)
Un “viaggio del nostro scontento” segue, trascinandosi, tra un marciapiedi, una piazza, un giardino, una panchina. Con i venti che si tramutano in cacca. Tra tutto ciò che gli altri passanti sorpassano senza notare e invece sono paracarri ostili. Le biblioteche chiuse. Niente più arte nelle piazze, all’aperto e al chiuso - l’ultima mostra s’intitolava “Sculture con l’olfatto”. Niente più fidanzatini.
Soprattutto deludono gli “squilibrati”: nati in Giappone mezzo secolo fa, si aggirano promettenti anche per Madrid, ma poi fanno ragionamenti assurdi, perfino vegetariani – una bistecca bella alta… Ma ha infine ritrovato casa, riesce a entrarci pur avendo dimenticato le chiavi, si può ripulire, e godersi anche il terrazzo. Senza problemi, dovesse pure morire.
Un racconto diseguale – lo humour scompare presto. La vecchiaia è brutta, ma ormai si sa, e il mondo pure. Un omaggio alla memoria. Con una breve nota di Claudio Magris.
Mario Vargas Llosa, I venti, Einaudi, pp. 96 € 14

 

lunedì 29 dicembre 2025

Problemi di base amorevoli bis - 894

spock


“Natale è la festa dell’infanzia come l’estate”, Rosella Postorino?
 
“Non si dona per fare il bene, si dona per essere amati”, Annie Ernaux?
 
“È una sciagura terribile quella di non essere amati quando si ama; ma assai più grande è quella di essere amati con passione quando non si ama più”, B. Constant?
 
“Se l’azzeramento delle distanze non abbia ucciso anche il desiderio”, Paolo Rumiz?
 
“I pastori non accarezzano mai i loro cani”, Ferdinand von Schirach?
 
“Le cose migliori non sono cose”, Pietro Terzini?

spock@antiit.eu

L’Africa messa a nudo

“Ho lasciato l’Africa odiandola”. Un libro spaventoso – coraggioso da parte dell’editore, ma terribile. Per molti aspetti oggi “scorretto”, a partire dall’uso del “negro”. Scorrettisimo già all’epoca, 1933, per la violenza verbale, eccezionale per un reportage. Ma onesto – diretto, realista. E infine vero, al di là o al di sotto del colonialismo, per l’occhio ragionevolmente critico che si vuole europeo. Se si conosce anche solo un poco l’Africa - quella ancora di cinquant’anni fa, ma pure quella di oggi.
Un bagno di realtà. Sul colonialismo, sulla foresta e sulla savana, sui riti e miti, e sulla povertà estrema, anche mentale. Di colonizzati e di coloni. Sui tre colonialismi. Belga, iperburocratico. Inglese, semplicemente - si direbbe sportivamente – razzista. E francese, disinvolto. Manca l’italiano, ma non era meno inutile, in Libia ancora nel 1970 alla vigilia dell’espulsione, in Somalia, in Eritrea che l’Etiopia negava, ad Addis Abeba al tempo del “comunista” Menghistù, o del socialismo africano, al club Juventus. Dove ogni perversione, in buona coscienza, è possibile. Specie a carico dei coloni, quelli che non vogliono ammettere l’illusione.
E poi “non c’è una sola Africa. Ce ne sono un’infinità”. Tutte illusorie: “La vera Africa, l’Africa spietata, cattiva, (è) quella per cui la vita di migliaia di uomini non conta niente”. Si paga in banconote, che non si conservano, l’umidità se le mangia – gli africani le regalano, pur di avere in cambio una moneta. Si comprano macchine anche se non c’è la benzina. Le mogli anche si comprano – è la maggiore materia di liti giudiziarie, fra genero e suocero. Fiorente il commercio di “cose inutili”: amuleti e oggetti d’arte - “sculture grossolane…. sedie sbilenche e altro ancora”. “In molti posti votano”. Tutto un po
 fake, si direbbe oggi.

Il capitolo iniziale, “Carichi umani”, è un quadro irripetuto, ancora partecipato, simpatetico, degli emigranti poveri, la terza o quarta classe, nelle grandi navi transoceaniche. Compresi i cinesi, che si giocano tutto. Molti già i “bambini di cinque o sei anni che vbaggiano da soli”. Anche loro “parte della grande confraternita dei migranti”. Che “non sono migliaia, sono milioni”, nel 1933, “quelli che, dall’Oriente fino al Cile, sperano, semrpe, sono milioni quelli che ripartono senza stancarsi”.
Una compilazione originale di Adelphi, nel quadro della pubblicazione del tutto Simenon. Ena Marchi nella postfazione mette il giovane Simenon in collegamento con Colette, che su “Le Matin” lo pubblicava e lo indirizzava. E situa queste prose giornalistiche nell’epoca, gli anni 1932-1933, e in Simenon: “Non sono mai stato tentato dall’esotismo”; “Non è stato certo il viaggio in Africa a farmi diventare anticolonialista. Lo sono sempre stato. Per il semplice fatto che il colonialismo attenta alla dignità dell’uomo”, anche del colono; “Io sono un antirazzista convinto”.
Con un ricco portafoglio fotografico: 41 scatti dei tanti che Simenon fece personalmente e si portò dietro dall’Africa. Di un’Africa nuda, per lo più.
Georges Simenon, L’Africa che dicono misteriosa, Adelphi, pp. 221 € 16

 

domenica 28 dicembre 2025

Letture - 601

letterautore


Courte maladie
 È – era fino a qualche an fa per conoscenza diretta – la causa di morte più frequente negli annunci mortuari che si pubblicavano, numerosi, nei giornali locali nell’Africa occidentale ex francese. Ora si trova in Simenon, nelle sparse corrispondenze che fece dell’Africa nel 1932-33, dell’Africa occidentale, belga e francese – ma senza la menzione courte maladie: frequenti casi di avvelenamento, attraverso pozioni di sciamano, che invariabilmente finiscono in diarrea. Una sorta di colera ad individuum – a Simenon l’Africa non piaceva, gli faceva paura, bianchi e neri (“negri”) insieme, ma il fatto c’era.
 
T.S.Eliot
- “Il poeta fattosi londinese dal nativo Missouri” – Franco Ferrarotti, “1951: Oltre l’Oceano”, 44.
 
Freud – “Nel temperamento slavo come in quello ebraico – corrispondenza singolare – esiste un vero e proprio gusto per la confessione più umiliante possibile”. Corrispondenza non singolare per l’autore, Pierre Pachet, figlio di ebreo russo francesizzato, nel racconto “Autobiografia di mio padre” – non singolare per molti, anche ebrei non erranti. “Per alcuni dei miei vecchi compagni di studi”, Pachet fa proseguire il padre, a Odessa, “ad esempio, la lettura di Dostoevskij aveva agito come una specie di droga, come un siero della verità; ormai non pensavano ad altro se non ad esibizioni deliziosamente mortificanti, a crimini commessi per il piacere di doverli poi confessare, alla comunione più profonda con l’anima bestiale del popolo. La psicoanalisi, per sua sfortuna, partecipa di questa disposizione mentale”.
 
Guerra - Comincia col chiudersi, nota indirettamente Pierre Pachet, letterato francese figlio di ebreo russo immigrato, nella “Autobiografia di mio padre”, come la nave si libera della zavorra, in una sintesi della storia della Francia nel 1939 che in Francia non si fa: “La Francia, come una nave in balia delle onde, sembrava pronta a gettare in mare ogni cosa per evitare il naufragio, innanzitutto gli stranieri, lo straniero: tutto poteva essere sacrificato. La Spagna, la Cecoslovacchia, gli emigrati tedeschi, l’odiosa Europa entrale, Danzica venivano lanciati in pasto agli squali”.
 
Natale – È dickensiano, il Natale di Scrooge, può argomentare la pronipote Lucinda Dicjkens autrice di un “Victorian Christmas”, a luigi Ippolito su “La Lettura”. Anzi vittoriano: “Allora presero avvio i canti di Natale, o l’usanza dell’albero, introdotto dal principe Albert, consorte della regina Vittoria”….. Molte cartoline natalizie han temi vittoriani, le gente pensa sempre al Natale innevato come a quei tempi”, anche se ora la neve è rara in città: “Manteniamo questa immagine del Natale innevato, in gran parte dovuta proprio a Dickens”, e al “grande momento” familiare, al “Canto di Natale”. A Scrooge, dunque. Indirettamente: “Dopo Dickens il Natale è diventato di nuovo il momento della beneficenza”: donazioni, concerti caritatevoli, pasti caldi, celebrativi e non.
Probabilmente è solo in Italia che si celebra ancora – ogni anno tra le resistenze della “correzione” politica – nella forma come dice Niola, del presepe: “La formalizzazione del presepe per come lo conosciamo avviene la notte del 24 dicembre 1223 a Greccio, in Sabina, regista il fraticello di Assisi” – è anche vero, aggiunge l’antropologo, che “da quella prima Natività vivente discendono simboli come contraddizioni di un’identità nazionale”.
 
Odessa – Un focolare e una fucina ebraica brillante, la ricorda Pierre Pachet a inizio Novecento nella “Autobiografia di mio padre” - p.19. Di una Russia ebraica: “A Odessa si concentrava il fior fiore della gioventù giudaica, quei giovanotti erano destinati a diventare capi rivoluzionari, o dirigenti sionisti, o grandi artisti che avrebbero cambiato per sempre il mondo della pittura, del cinema, della letteratura. In loro viveva la Russia: non si accontentavano più dell’Yiddish, alcuni scrivevano in ebraico, tutti leggevano il russo e vi scoprivano tesori”.
 
Adriano Olivetti – “L’uomo che crede nelle idee” – Franco Ferrarotti, “1951: Oltre l’oceano” , 42, in partenza per l’America”: “”Me ne vado. Lascio l’uomo che crede nelle idee, atterrato dal primo infarto”.
 
Palabre – È in francese discussione lunga – per lo più inconcludente – derivata dai conciliaboli o “assemblee” di capi o altri eminenti delle tribù africane, per deliberare come tribunali, in cause civili e penali, oppure su argomenti o interessi comunitari – un paio di casi di palabres giudiziarie si trova in Simenon, “L’Africa che dicono misteriosa”.
La parola il Petit Robert fa derivare dal portoghese palavra, chiacchiera, per lo più inconcludente.
Nella forma palaver la stessa parola portoghese è entrata nell’inglese, attesta il Merriam-Webster. In questa forma fu adottata da Enzensberger nel 1967 per la raccolta di saggi politici sulla forma mediata della comunicazione. Il libro fu famoso per ridicolizzare il “turismo della rivoluzione” – tutti a Cuba. Ma il tema e il saggio principale era “Elementi per una teoria dei media”: un’analisi preventiva dello sviluppo dei media elettronici che ne rilevava il potenziale di condizionamento per fini occulti, di consumo, economico o politico – in contrasto con la radiotherapie di Bertolt Brecht mostrava con esempi di messaggi anonimi e dichiaratamente non politici fossero in realtà pedagogici, per finalità occulte. Palabre come chiacchiera, ma non senza conseguenze.
 
Panettone – Milano era “panettopoli” già per Gadda, nota il linguista Antonelli su “7”. Ed è “tanto usuale a Milano da non essere, per i milanesi, un dolce esclusivamente natalizio”. Antonelli può citare una lettera di Manzoni al figlio Pietro, un 18 luglio del 1850, per chiedergli “un panettone di tre o quattro libbre”  - lamentando anche che “ad Arona”, dove stava”, “con mia sorpresa, non se ne fa altro che per il Natale”. La richiesta serviva per la moglie, Teresa Borri. Che ne era ghiotta tanto da annotare, spiega Antonelli, “qualche anno prima nel suo diario di essersi svegliata «bene panatonata», ovvero abbondantemente nutrita di panettone a colazione”.
 
Vilfredo Pareto – “Il solitario sociologo riparato a Cligny dopo la fuga della moglie con l’autista” - F. Ferrarotti,”1951: Oltre l’oceano”, 19.
 
Rifugiati – “Per chi ama i simboli, e la magia dei nomi, vale la pena di notare che l’inizio della guerra coincise con la morte di due esiliati: Joyce in Svizzera, Freud in Inghilterra”, Pierre Pachet, “Autobiografia di mio padre”, 54 –“due esiliati come tanti altri”.

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Non c’è Cina che tenga, Usa über alles

Contro ogni senso comune – non ci può essere una fine subito, agli inizi, delle potenze se sono “emergenti” - una argomentazione non priva di pezze d’appoggio. Anzi, nella scrittura che lo studioso adotta, una conclusione a cui spingono fatti e dati. Che non mancano.
Il “sorpasso cinese” (sugli Stati Uniti come superpotenza mondiale) era ipotesi fondata nel primo decennio del millennio. Quando il pil cinese balzò da 12 al 41 per cento del pil americano: una progessione impressionante, che avrebbe dovuto portare a pareggiare e superare il divario nei quindci anni successivi.
Negli stessi anni crescevano tutti i Brics: India e Brasile raddoppiavano il loro pil in percentuale di quello americano, e la Russia faceva perfino di più, lo quadruplicava. Nel decennio successivo la rincorsa è continuata, ma a ritmi e in proporzioni più contenute. Il 41 per cento cinese galoppa ancora ma non raddoppia: nel 2020 è al 70 per cento del pil americano. E in declino - nel 2024 è retrocesso al 64 per cento.
E non solo la Cina, scema il peso di tutto il mondo australe nei cofronti dell’economia americana: Africa, America Latina e Sud-Est asiatico riducono il loro pil combinato dal 90 al 70 per cento del pil americano.
La supremazia americana è confermata da tutti gli altri indicatori (Beckley si limita a quelli economici, il confronto militare non si pone nemmeno). I profitti del settore tecnologico sono ameircani per oltre la metà del totale mondiale – sono cinesi per una percentuale minima, il 6 per cento. Il dato più straordinario vede il mercato interno americano, il mercato di consumo, maggiore di quello cinese ed europeo sommati. E poco dipendente dalle esportazioni: l’America è il maggiore mercato al mondo per le esportazioni di ogni altro paese o area, ma dipende poco dal commercio estero, dalle esportazioni: l’export pesa per un decimo sul pil americano, su quello cinese per il 30 per cento - la Cina è vulnerarabilissima ai dazi.
È il saggio di apertura della rivista. Beckley, un professore di Scienza Politica, membro e animatore dell’American Entreprise Institute, un think thank conservatore, trova un dato positivo, favorevole agli Usa, anchne nel debito. Che come si sa è gigantesco, e cresce smodatamente – anche prima del Trump 2. Il debito che conta, che incide sul valore della moneta e sula fiducia dei mercati finanziari, è quello aggregato, pubblico e privato. Che in America è elevato, il 250 per cento del pil (il doppio di quello ialiano, per farsene un’idea), ma la Cina non sta meglio, e anzi molto peggio, col 300 per cento del pil.
Michael Buckley, The Stagnant Order and the End of the Rising Powers, “Foreign Affairs” nov-dic.2025 (leggibile anche in italiano, L’Ordine stagnante e la fine delle potenze emergenti)