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Arbasino racconta Arbasino
“Nino Alberto” all’anagrafe,
Alberto perché voluto d1alla madre, Nino perché diminutivo del nonno paterno – “Arbasino”
dalla prima riga, minuto e epocale. Il bisnonno (materno) Annibale Manusardi
avendo “«sperperato le sostanze» nelle case da gioco, morte la prima e la
seconda moglie (sorelle), la loro famiglia «gli tolse i figli» (poi
facoltosi)”. Non è finita: “Ma lui, ancora sindaco e presidente dell’Opera di
Lodi in un intervallo della ‘Traviata’ rapì la protagonista (che si chiamava
Anna Magnani) con grave scandalo. Fuggirono; il figlio (mio nonno) fu chiamato
Alfredo; e si stabilì a Voghera dove si era trovato bene come cavalleggere. Un
collega gli mostrò il ritratto di una damigella lodigiana (mia nonna), e lui
andò a chiederla in sposa per sé”.
Una cronobibliobiografia di
Arbasino alla Arbasino. Piena di umori e sorprese. Sempre vivaci, malgrado
(grazia al)la ritrosia, anche le minime. Partendo dalla solita famiglia e vita
borghese di provincia, fra “notabilati locali ai primi del Novecento”, tra
padre e madre “figli e congiunti di avvocati”, primo di tre ragazzi, “Mario, di
cinque anni più giovane, Massimo, nato nel 1938 e mancato in giovane età”. Di
genitori coetanei, e compagni di scuola, al liceo e all’università. Lei laureata
in Lettere classiche “(ma non insegnò mai)”, lui in Chimica industriale – poi
farmacista: “dopo la crisi del ’29, vendendo una vigna sempre rimpianta,
acquistò una farmacia, e poi un’altra” e poi altre. Infanzia in “ambienti
severi, austeri, con arredi spesso neri tra i barocchetti piemontesi”. Tra “le
gentili consorti di ufficiali, medici, notai, ingegneri”. E dopocena, il papà
“con gli altri mariti al Circolo”, a vantare avventure di donne, “inesorabile”
anche per il piccolo Nino Alberto, come per il Gattopardo, “il rosario serale di tutte le donne, con le serve inginocchio e
la radio spenta”. Le tante insegnanti, ricordate una per una, con metodologie
e intelligenze varie, tutte molto "produttive”. I libri naturalmente, in casa e in
biblioteca, con elogio della bibliotecaria. L’estate inesorabile in villa – le
lunghe villeggiature, “in quel di Casteggio per mesi e mesi”. Una vita si
direbbe senza storia. Che però nella memoria, seppure ritrosa, si anima. Dal
“burbero «colonnello» Italo Pietra” (il primo direttore di Arbasino, al
“Giorno”), compagno di scuola e di football “nei cortili” dei ragazzi
Manusardi, gli zii materni, e poi comandante partigiano degli stessi, a
T.S.Eliot e la miriade di incontri celebri. Studi di Medicina a Pavia, per
dire, noiosi e inutili, per un’errata infatuazione della psicoanalisi, ma pranzi
alla mensa con Francesco Alberoni, Umberto Colombo, Elvio Fachinelli – e non per
vezzo di name dropping.
Molti i ritratti, sebbene
fulminei. Di Longhi. Del “celebrato quarto platano a quel rinomato caffè” di
Forte dei Marmi. I sabati a casa Kissinger a Harvard, borsista (preceduto da
Raffaele La Capria, Giovanni Urbani, Desideria Pasolini), tra “John Kenneth
Galbraith alto due metri, lo storico e scienziato politico Arthur Schlesinger
piccolissimo e affabilissimo (ebbero poi mogli bionde altissime)”. Assistente
alla Sapienza del professor Ago (Diritto internazionale) a Scienze politiche,
per lezioni a futuri burocrati poco o punto interessati. Ma con i pranzi alla
Trattoria Romana in via Frattina, tra gente di spettacolo (Bolognini,
Zeffirelli, Tosi, Asti, Betti, cena da Cesaretto - la lista è lunga – e dopocena a
via Veneto, folta di letterati, e di “«personaggi balzachiani», «pittoreschi
produttori», «caratteristici siculi», «Hollywood sul Tevere», e i paparazzi, e
i soprannomi….”. E la scelta di vivere a Roma.
Con un tributo, infine un
riconoscimento, a Bassani, che troppo spesso si dimentica, e alla sua Biblioteca
di Letteratura feltrinelliana – “in un appartamento di via Arenula a Roma, dove
si aveva il privilegio di venir ricevuti da due ragazze splendidissime:
Ludovica Ripa di Meana e Roberta Carlotto. E lì si pubblicavano, in vesti
sobrie, ‘Il Gattopardo’ e Testori e Cassola e Delfini, con Blixen e Borges e
Forster” (anche se poco piacevano “sia il colore lugubre sia quel profilo
«troppo contadinesco»” delle copertine, “scelto tra i Fra Galgario consigliati
da Testori”).
Gli aneddoti scorrono
innumerevoli. Ex allievo di Kissinger a Harvard. ricambiava come gli altri
ex-allievi le cortesie quando, ogni anno, a inizio di estate, Kissinger “faceva
un giro delle capitali europee”. Da Ranieri, bistrot allora semplice e
accurato di via Mario dei Fiori, Arbasino lo invita a pranzo, con Pannunzio,
Gorresio e La Malfa. Discutono “The brutal Friendship” dello storico Deakin,
l’alleanza del Terzo Reich con la Repubblica di Salò - quindi 1963? E poi: Kissinger
aveva chiesto di incontrare Moro. Gli avevano proposto, invece, Morlino. “«Is
than a diminution?», chiese gravemente”.
Tanti i medaglioni. Con le collaborazioni a “Il Mondo”, la pubblicazione di racconti, romanzi, saggi,
le “gite a Chiasso”, nel suo caso innumerevoli, e impegnative. La crono
-autobiografia recalcitrate ha presto preso un paio di centinaia di (fitte) pagine
– il contributo di Manica è marginale.
È la “cronologia”
della vita e delle opere di Arbasino redatta da Raffaele Manica con lo stesso
autore, per la pubblicazione di tutto Arbasino in due volumi dei Meridiani –
prassi eccezionale ma necessaria, per una pubblicazione di classici con
l’autore ancora in vita. Rivista dallo stesso Arbasino, nel lungo lasso di
tempo tra la prima uscita nei Meridiani (2009) e la morte (2020). Sebbene
sempre controvoglia, assicura Manica
nella Premessa, trovando impudica l’esibizione di sé da parte
dell’Autore, ma alla fine molto piena, di persone, ambienti, epoche, eventi,
aneddoti, piccoli e grandi: “Cominciò, diciamo, a rilassarsi quando ebbe la
consapevolezza che questa cronologia alla fine somigliava a tutti i suoi
libri”.
Alberto Arbasino, Autocronologia,
Adelphi, pp. 246 € 16
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