sabato 28 marzo 2026

Il mondo com'è (493)

astolfo


Abate Barruel
– Si può dire il padre del complottismo – dello “stile paranoide” in politica, come lo chiama la Scienza Politica. Il nome che tanto spesso ricorre nei romanzi di Eco è un gesuita espulso dalla Francia nel 1783, per la soppressione dell’ordine da parte del papa Clemente XIV, con la bolla “Redemptor”, che nella città libera di Amburgo vent’anni più tardi, nel 1803, e nel generale contesto di reazione continentale alla Rivoluzione francese, fu in grado di far stampare cinque volumi di “Mémoires pour servir à l’histoire du Jacobinisme”, che divenne subito un classico. Di elaborazione e “prova” della rivoluzione come cospirazione. Un primo caso – il secondo in realtà, l’abate pubblicava dopo l’americano John Robison, che però si era esibito in un solo volume, nel 1798, “Proofs of a Conspiracy against All the Religions and Governments of Europe”. Come Robison (ma con più argomenti e maggiore diffusione: la sua opera fu subito tradotta in inglese e pubblicata sia a Londra che a New York), l’abate denunciava “una cospirazione tripla”. Ordita cioè da anticristiani, massoni e Illuminati – la società segreta di Monaco di Baviera, anni 1770, avversaria e concorrente della massoneria. Contro la religione e la pace. “Dimostreremo ciò che è imperativo far sapere alle nazioni e ai loro governanti”, premetteva l’abate: “A loro diremo: che ogni aspetto della Rivoluzione francese, fin ai crimini più orribili, fu previsto, contemplato, architettato, deciso, decretato; che tutto fu conseguenza della più profonda malvagità, e fu preparato e prodotto da uomini che soli tirano le fila delle cospirazioni intrecciate da tempo nelle società segrete, e che sapevano come scegliere e accelerare i momenti favorevoli ai loro piani. Sebbene nel quotidiano scorrere degli eventi storici siano capitate circostanze che non sembravano in alcun modo effetto di cospirazioni, tuttavia ci fu una causa con i suoi agenti segreti, che provocarono tali eventi, che seppero come approfittare delle circostanze o perfino come far sì che venissero in essere, e che indirizzarono ogni cosa al loro fine principale. Le circostanze possono aver servito da pretesto e da occasione, ma la casa madre della Rivoluzione, dei suoi grandi crimini, delle sue enormi atrocità, fu sempre indipendente e autonoma, e consistette di complotti escogitati già da lungo tempo e profondamente meditati”. Questa è la pagina iniziale, al volume primo.
Manzoni, che lavorò a lungo a una storia della rivoluzione francese in comparazione con la rivoluzione italiana, senza arrivare a una stesura definitiva, di proposito evitò l’abate Barruel e altre pubblicazioni analoghe – Manzoni morirà in odore di giansenismo, se non di eresia, e comunque di sostenitore della Rivoluzione (
la “Civiltà cattolica”, la pubblicazione dei gesuiti, non ne registrò nemmeno la morte, e un anno dopo lo ricordò negativament.  

 
Caboto – Scoprì il baccalà. Ha, in breve, una biografia avventurosissima da Marco Belpoliti in “Nord Nord”, p. 250: “Giovanni Caboto, un veneziano d’adozione, una delle vittime della fama di Colombo, noto in Inghilterra come John Cabot, nato probabilmente a Gaeta, anche se Kurlansky lo dà per genovese e lo suppone conoscente di Colombo, anzi testimone di un suo trionfale ritorno dal secondo viaggio verso le Indie. Caboto lavorava per il re d’Inghilterra ed esplorò le coste settentrionali del Nord America in suo nome aprendo la strada alla colonizzazione di quelle terre…. È lui che scopre la nuova fonte di merluzzo nel 1497. In una lettera di tal Raimondo da Soncino al Duca di Milano si riferisce che Caboto  dice d’aver incontrato un mare che pullula tanto di pesce da eclissare quello dell’Islanda: è la Terra Nuova di cui parla Artusi. Uomo sfortunato, se ne partì di nuovo verso le terre scoperte. Era l’anno 1498. E scomparve forse in mare. Nessun ne seppe più nulla”.
 
Complotto gesuita – Uno, reale, fu quello di Guy Fawkes a Londra nel 1605 contro il Parlamento eletto e contro il re Giacomo I, “La congiura delle polveri” o “Il tradimento dei gesuiti” (The Gunpowder Plot -  The Jesuit Treason). Nel secolo seguente i gesuiti furono risentiti
 ovunque in Europa, anche nei paesi cattolici, Portogallo, Spagna, Francia, Austria, Baviera, come un’organizzazione troppo potente, in parte per essere collegati e influenti presso alcune case regnanti, in parte perché messi nel mirino delle obbedienze massoniche. In Portogallo nel 1759 il marchese di Pombal, massone, primo ministro, soppresse formalmente l’ordine, che l’anno prima aveva accusato di ingerenza politica, e in particolare di essere coinvolti in un attentato al re, Giuseppe I, attentato che forse non aveva avuto luogo, deportando i gesuiti nelle Americhe e confiscandone i beni in Portogallo. Tre anni più tardi, nel 1762, i gesuiti vennero sotto accusa in Francia, alla corte di Luigi XV, aperta agli Illuministi, in quanto “troppo potenti”. Nel 1767, cinque anni più tardi, il re di Spagna Carlo III espulse i gesuiti col pretesto di “disobbedienza” alla Corona – su pressione del partito del “regalismo”, che sosteneva il controllo statale sula chiesa. Lo stesso fecero Giuseppe II a Vienna e il re di Napoli Ferdinando IV. Nel 1773 il papa Clemente XIV soppresse l’ordine, con la bolla “Dominus ac Redemptor”, sotto la pressione delle potenze cattoliche”, Austria, Spagna, Portogallo – verso Prussia, Russia, la stessa Gran Bretagna, e per un breve tempo anche l’Olanda, tutti  paesi non cattolici. Senza argomenti teologici, giusto “per ristabilire la pace nella Chiesa”. Dopo 41 anni, nel 1814, Pio VII ristabiliva l’ordine.

Ma la questione non si risolse con la bolla di Pio VII. Nel 1820 era la Russia a ostracizzare i gesuiti. Altri bandi li colpirono in Spagna, nel 1834 e nel 1932 – saranno riammessi da Franco, nel 1938.
 
Ku Klux Klan – Prese abbigliamento e liturgia dalla chiesa cattolica. Fondato a Natale del 1865, a Pulaski, nel Tennessee,  da un gruppo di Democratici che avevano combattuto la guerra civile con la Confederazione sudista, si pose nell’alveo evo del nativismo, avviato trent’anni prima, in ottica di guerra di religione “nativistica” contro i nuovi immigrati irlandesi, polacchi e austrotedeschi, cattolici. Adottando, Richard Hofstadter spiega ne libello “Lo stile paranoide nella politica americana”, una sorta di liturgia para-cattolica: “Il Ku Klux Klan imitò il cattolicesimo al punto da indossare paramenti sacerdotali, sviluppare un elaborato rituale e un’altrettanto elaborata gerarchia”.
 
Nativismo – Nasce in America con questo nome nel 1844, ma era già pratica corrente da circa un secolo, da molto prima della rivoluzione indipendentista, e s’intendeva a protezione dei coloni, non dei nativi americani. Dei coloni di origine britannica, contro gli immigrati di altra nazionalità dall’Europa. In particolare contro i tedeschi, i cosiddetti Pennsylvania Dutch. Si diffuse nel primo Ottocento, subito dopo la paranoia del complotto massonico, in funzione anticattolica – contro l’immigrazione irlandese e di lingua tedesca, di tedeschi e austriaci. Un movimento contro il cattolicesimo, inteso come una cospirazione contro certi valori, un certo stile di vita.
Due personaggi in particolare l’animarono. Uno era l’inventore del telegrafo, nonché pittore di grido, Samuel Finley Breese Morse – il cui padre, Jedidiah, si era già affermato come denunciatore degli Illuminati, la setta bavarese. L’influenza del cattolicesimo, perniciosa per la “libertà degli americani”, Morse denunciava dappertutto, nel 1835, col libello “Foreign Conspiracy against the Liberties of the United States”. Nel mondo della Restaurazione, l’America si ergeva baluardo di libertà politiche e religiose, e per questo stesso fatto si riteneva – si diceva - bersaglio inevitabile di papi e despoti. Principalmente del principe di Metternich: “L’Austria agisce oggi nel nostro Paese…Fa viaggiare per tutto il Paese i suoi missionari gesuiti, li ha ben riforniti di denaro, ne ha creato una fontana intera perché non sono mai al secco”. Presto qualche rampollo degli Asburgo verrà insediato come imperatore degli Stati Uniti, eccetera.
Sempre contro Metternich, sempre nel 1835, scese in campo anche Lyman Beecher – il padre di Harriett Beecher Stowe, che sarà l’autrice della “Capanna dello zio Tom”. Con un pamphlet che intitolò “A Plea for the West”: La battaglia è stata ingaggiata dai cattolici nel Grande West, argomentava, il futuro del Paese, una vasta marea di immigrati, ostile alle libere istituzioni, occupa il West, moltiplicando le violenze, riempiendo le carceri, affollando gli ospizi, moltiplicando le tasse, mandando “al timone del nostro Paese mani inesperte”. Tutto opera dei gesuiti, organizzati da Metternich. A differenza di Morse, Beecher disapprovava la violazione dei diritti civili dei cattolici e gli incendi dei conventi, ma invitava i protestanti a una più intensa militanza.
L’anno dopo, nel 1836, usciva “il libro probabilmente più letto negli Stati Uniti in quel periodo” (R. Hofstadter,”Lo stile paranoide nella politica americana”), presuntamente di una canadese ventenne, Maria Monk: “Awful Disclosures”. Un concentrato di nefandezze conventuali da “monaca di Monza”, che Maria Monk avrebbe vissuto in prima persona, per sette anni, dai tredici ai venti anni. Libero accesso a preti e monaci, anche attraverso tunnel segreti, gravidanze à gogo, neonati schiacciati, affogati o strangolati alla nascita, poi bruciati etc. Monk cadde presto in disgrazia: subito dopo la pubblicazione del libro, nell’ottobre dello stesso 1836, un editore newyorchese di giornali protestanti, il col. William Leete Stone, fece svolgere un’indagine nel convento teatro delle nefandezze narrate, da cui risultò che l’autrice non c’era mai stata. Ma le “Awful Disclosures of Maria Monk, or The Hidden Secrets of a Nun’s Life in a Convent Exposed” fu il libro più letto negli  Stati Uniti - prima della “Capanna dello Zio Tom”. Tanto da consentire grosse percentuali di diritti d’autore, che scatenarono tra gli aventi diritto, veri o presunti, molteplici cause. Maria Monk, che da ragazza era stata in manicomio, visse e morì in miseria – morì presto, nel 1849, di delirium tremens nell’ospedale del penitenziario di Roosevelt Island, dove era stata carcerata per furto.
 
astolfo@antiit.eu

A Milano è sempre resurrezione

Una resurrezione: Longhi rifà il “Miracolo a Milano” di De Sica e Zavattini, molto diverso da quello “poetico” originale, ma sulla doppia traccia che De Sica stesso enunciava ai cronisti che lo avevano scovato sul set milanese – prima quindi del montaggio del film, della storia come poi si è veduta: “Milano non sa quanta materia di cinema contenga”. E spiegava: “Di cinema realista e poetico: la sua gente, voglio dire, e anche il suo paesaggio, eguale e livellato: questo Prato dell’Ortica, questi treni che passano a ogni minuto, queste baracche rappezzate, con sullo sfondo i falansteri di cemento, zeppi di uomini-formiche”. Montandolo come un dramma, più che come la commediola fiabesca originale. Rimpolpandola come uno storione di Milano quale era e come è cambiata - la città si vuole tipicamente sempre in fase di resurrezione. Nelle statistiche, più volte aggiornate, nei modi (i personaggi), nel linguaggio. La Milano com’era e com’è facendo culminare in un sermoncino della Madunina, scesa dal pinnacolo del Duomo per celebrarla. Celebrare la città e insieme spronarla, nella lingua che ha dimenticato o trascura, e anche, nella stessa lingua, per ammonirla: Milan, laurà e danè, qualcuno dice che abbiamo fatto bum, forse per le bombe, qualcuno dice che nel giro di qualche generazione, dopo la guerra, siamo diventati meno poveri, con il caffè in piedi, i passi svelti, sempre svelti... verso dove? Il futuro... Milano. El center del mund...

Il miracolo di De Sica e Zavattini ripreso a teatro, e molto manipolato da Longhi, per una doppia celebrazione, dei 75 anni del film e degli ottanta (fra un anno) del “Piccolo”, l’istituzione milanese voluta da Paolo Grassi e Giorgio Strehler, il primo teatro stabile d’Italia – oggi forte di ben tre sale, la Grassi e il Teatro Studio Melato oltre al Teatro Strehler, e di una scuola di recitazione ambita. Un’operazione riuscita, in cartellone per un mese, a teatro sempre esaurito.
Sui due binari indicati da De Sica un altro tipo di spettacolo, che ha più del grand opéra che della fiaba originale. Il poetico diventa anche magico, o stregonesco. Il reale, il mondo piccolo dei senza dimora marginalizzato, che diventa invece attore e in qualche modo protagonista del cambiamento – del “miracolo” economico, che la statistica periodicamente accerta e fa valere in scena. Con molti arricchimenti. Totò il Buono, il santo miracoloso del film, è rimpolpato dalle fantasie adolescenziali di Peer Gynt, con Ibsen quindi (Ibsen in ehsilio volontario a Ischia, libero da nebbie e ubbie) sovrapposto a De Sica e Zavattini - una performance straordinaria di Guanciale. 
Sulla base del didatticismo alla Brecht – “vi spieghiamo cosa state vedendo”. Il film era di caratteri, il miracolo di Longhi è di cose - con sconfinamenti inevitabili nella speculazione edilizia, un tormentone (dei cappelli, per la verità sinonimo meridionale di notabili). E con una spruzzata, verbale invece che pittorica, di milanesità (a opera del linguista Gino Cervi - anche quando si tratta di versi di Zavattini, tradotti dal luzzarese: è un recupero, Milano ha dimenticato il dialetto), alla maniera delle figurine di Bruegel il Vecchio, “Proverbi fiamminghi”. Ma nel quadro di una celebrazione eccezionale della città, ieri e oggi.

Uno spettacolo ambizioso, sull’esempio del grand opéra: molta storia e affollati cambi di scena, di personaggi, di situazioni. Una messinscena globale. Con scene, costumi e ritmi alla Brecht, di un teatro che immediatamente si autodenuncia o autodenuda – la solita bugia del “questa è realtà, non finzione”. In una spettacolarizzazione alla Ronconi, alla cui scuola Longhi si ascrive. Per una  recitazione tumultuosa e svelta di tre ore abbondanti. Retta da un cast che non si dà soste, tra cambi di costume, di ruoli, di età, di dizione, di fisico e di psicologia. Attorno al mattatore Lino Guanciale, Totò il Buono, un gruppo ristretto e indiavolato, ognuno con tre-quattro ruoli da rappresentare: Daniele Cavone Felicioni, Michele Dell’Utri, Diana Manea, Mario Pirrello, Sara Putignano, Giulia Trivero. In cima, all’inizio e alla fine, nel ruolo naturalmente di Lolotte, la fatina della favola, Giulia Lazzarini, la sola milanese, novantenne. Gli allievi della scuola di teatro aiutano al “tutto è scena”, che è la verità di Brecht, all’ingresso, nell’intervallo, e soprattutto in scena, ognuno con cinque-sei cambi di personaggio e di costume.  
Con un buonissimo programma di sala (consultabile online liberamente), ricco di molte foto di scena, e di vari saggi, su Zavattini, di Valentina Fortichiari, sua ultima (e unica) specialista, e su Milano.
Claudio Longhi, Miracolo a Milano, Teatro Strehler, Milano
 

venerdì 27 marzo 2026

Problemi di base veritieri - 907

spock

È saggio chi è sciocco?
 
È sciocco chi è saggio?
 
Se non c’è la verità tutto è possibile?
 
Oppure impossibile?
 
È vero quello che è falso?
 
È falso quello che è vero?


spock@antiit.eu


Pilato, il primo procuratore e giudice

Il Procuratore di Venezia, ex, sostituto Procuratore, vecchio Liberale, di quando c’erano i Liberali del Partito Liberale, seppure allo zoo, specie protetta, rifà il processo a Gesù sulle carte otto-novecentesche, di studi, analisi, ipotesi, perplessità e conclusioni non conclusive della vicenda, otto-novecenteschi. Non da storico dilettante, ma da giurista inquirente. Partendo dalla tesi, fra i tanti che se ne sono occupati, “di Weiss e Schweitzer, che Gesù avesse del regno di Dio una concezione esclusivamente escatologica, e che fosse completamente indifferente alle vicende di questo mondo”. Come dire: fate di me quello che volete, non me ne importa (Weiss non si sa, ma Albert Schweitzer sono ben 700 e più pagine per arrivare a questa conclusione).
Una serie di risvolti gialli si susseguono, che non vale rivelare. Ma chi vuole Gesù a morte è detto subito: Ponzio Pilato - prefetto della Giudea e non “procuratore”. Cioè Roma. Soldati romani lo catturarono – addirittura una coorte. E perché nel Getsemani, di notte? Qui altri due gialli si sommano. L’unica cosa che si può dire è che al riesame, semplice, del Vangeli, il “deicidio” sembra invenzione del solo Matteo.
Perché condannare Gesù? Questo si può dire: troppo popolare a Gerusalemme, appena vi era entrato, e poi col passaggio al Tempio. Tutto in pochi giorni, in poche ore. C’era una guerriglia in corso anti-romana, degli zeloti, patrioti ebrei, oggi diremmo terroristi, e Pilato non si fidava. Gesù non può essere stato condannato dal sinedrio ebraico, che le condanne a morte comminava per lapidazione. La crocefissione era “pena capitale tipicamente romana”, e fu operata da soldati romani. L’arresto sul Getsemani era stato operato da una coorte – addirittura – romana. E alle nove del mattino il prefetto Pilato era ad aspettare il reo – “Pilato era già là ad aspettarlo. Era l’ora terza” – all’apertura dell’orario d’ufficio.
La crocefissione, attestata anche da Tacito e Flavio Giuseppe, era pena terribile, oltre che infamante: “Cicerone la definiva «crudelissimum teterrimumque  suppplicium», il più crudele e odioso dei supplizi, Era una morte riservata agli schiavi turbolenti e ai provinciali ribelli”. Con la flagellazione, “che riduceva il corpo a una massa sanguinolenta, idonea ad attirare insetti e rapaci durante l’agonia”. E il sovraccarico del patibulum, “una trave pesante che sarebbe stata posta trasversalmente sul palo”. Fino al “Golgotha, luogo del cranio” - altrimenti ignoto. Romana anche la constatazione della morte, nel caso di Gesù con la lancia infilata nel costato – normalmente si faceva spezzando le gambe delle vittime, per sollecitare eventuali contrazioni spasmiche. La controprova della condanna romana, da parte di Pilato, arriva dopo la morte, quando sarà sempre Pilato ad autorizzare l’onorata sepoltura del crocifisso all’uso ebraico - da parte di Giuseppe d’Arimatea.
Pilato, insomma, un grande imbroglio. “Ad esempio, il gesto di lavarsi le mani è sicuramente una interpolazione, trattandosi di un rituale puramente ebraico estraneo alla mentalità romana” – qui con qualche dubbio: i romani non si lavavano? Ancora peggio gli è andata, aggiunge Nordio, con “gli Acta Pilati e tuti i libelli agiografici fioriti nei decenni successivi, che giunsero alla beatificazione di questo mediocre burocrate arrivista e della moglie visionaria. Se non fosse stato per Gesù, il suo nome sarebbe quasi sparito (è menzionato da Tacito e da Flavio Giuseppe)”.
Non è finita: perché solo Gesù e non anche i discepoli, che pure lo seguivano armati – lo erano anche la notte sul Getsemani? E qui insorge il problema Giuda: un discepolo che si vendeva per 30 denari - comunque non pagati dal Sinedrio, dagli ebrei? Non si sa, ma altre ipotesi sono più convincenti, soprattutto quella politica (era Giuda uno zelota, un militante nazionalista) e quella spionistica.
Un giallo dai molteplici fili, con qualche ricaduta critica sugli stessi Vangeli, su Matteo specialmente, e su Giovanni. Un passatempo, forse, del Procuratore in pensione, ma pieno di cose: il problema Gesù, il problema Giuda, il problema Ponzio Pilato. Di argomentazioni convincenti, seppure di problemi sempre aperti. E pieno di cose, seppure in poche pagine. 
A p. 40 c’è tutto, quello che un buon investigatore deve sapere: “Quando il predicatore arrivò a Gerusalemme, durante il periodo pasquale ricco di fermenti e di tensioni, la vigilanza fu intensificata. Il sospetto diventò certezza quando Gesù, con la sua irruzione al Tempio, entrò in conflitto con l’apparato sacerdotale, e soprattutto quando cominciò a circolare l’avvento di un nuovo regno. Poco importava che nella visione del suo ideatore questa realtà fosse squisitamente spirituale ed escatologica: nella cultura ebraica il Messia era anche un condottiero militare che avrebbe riportato Israele alle sue primitive grandezze”.
Carlo Nordio
, Processo a Gesù, Il Foglio, p. 64 € 1,50

giovedì 26 marzo 2026

C’è della follia nel metodo Trump

Dopo il Venezuela, il Grande Pacificatore Trump è partito all’assalto dell’Iran. Per farne una cittadella democratica? Un avamposto dell’Occidente – senza velo? Un vassallo d’Israele? Per fare un favore alle petromonarchie, sue amiche e benefattrici (i.d. sunniti contro sciiti)? Per far raddoppiare il prezzo della benzina? Non si sa. Forse soltanto fuorviato dai suoi (non eccellenti) servizi segreti. Forse dall’ignoranza (Khamenei come Maduro). Forse dal suo amico Netanyahu. E ora penserà che abbaiando penultimatum spaventa quattro pretonzoli. Mentre si sa, si vede, che più la guerra dura meglio gli ayatollah si sentono.

Si potrebbe anche pensare che il dealer per eccellenza, il venditore di polizze, questa volta ha toppato. Ma non senza conseguenze: un mese di bombardamenti e assassinii eccellenti e niente - solo mezzo mondo nei guai, specie i più poveri e deboli (con la favola delle petromonarchie disvelata - e Kiev? abbandonata alle 3 M, Macron, Meloni, Merz?).

Tanto furbo e fortunato in affari, tanto maldestro, il presidente degli Stati Uniti, nell’universo mondo, che è vasto e vario. L’Iran, attaccato proditoriamente due volte, a giugno e a febbraio, da Trump con Netanyahu, nel mezzo, in teoria, di un negoziato, venderà cara la pelle. Che altro deve fare?
Attaccare il nemico di sorpresa mentre è venuto a trattare non si è mai fatto, e quindi – porterà bene o porterà male?  

LeMay l'incendiario, col napalm e con l’atomica

Come la Usaf, l’aviazione americana, passò dai bombardamenti casuali del primo uso bellico degli aerei nella Grande Guerra, e in quella di Spagna, ad attacchi mirati, diurni e non notturni (terrificanti), da alta quota, di precisione, su stabilimenti nemici di produzione. Una strategia che obbediva a un’idea ancora onorevole della guerra, oggi si direbbe di impegno civile, se non morale. Dei comandi della Usaf negli anni 1930. Autodefinitisi “Bomber Mafia”. Una strategia che si rafforzò nel secondo conflitto, grazie anche a un nuovo e più preciso sistema di puntamento, il Norden. E a un bombardiere, il Boeing B-29, che volava sicuro ad alta quota, benché solo di giorno, e a lungo raggio – sarà quello di Hiroshima e Nagasaki. Ma fu soppiantata negli Stati Maggiori dal generale Curtis LeMay, teorico del napalm. Della distruzione totale e inconsiderata.
“Bomber Mafia” era stato inizialmente una denominazione peggiorativa, tra le forze armate americane, per i diplomati della scuola d’aviazione, la Air Corps Tactical School di Langley, in Virginia, che sapevano, e comunque sostenevano, che la guerra moderna sarebbe stata essenzialmente aerea. Gli stessi però che, alla prospettiva di un’ecatombe di civili provocata dall’alto, provarono a sostituire un piano d’azione basato su attacchi mirati e controllati. Forti, nella seconda guerra mondiale, di un sistema di puntamento affinato, il Norden, e di un bombardiere a lungo raggio e di grande portata, detto Superfortress, il Boeing B-29, per il volo diurno, ad alta quota – lo stesso che bombarderà Hiroshima e Nagasaki.
Alcuni attacchi sull’irraggiungibile Giappone sembrarono efficaci: la conquista delle isole Marianne, su cui costruire piste per i B-29 diretti in Giappone, i raid sulle fabbriche di cuscinetti a sfere per colpire la macchina bellica nipponica, la sorvolata avventurosa del monte Fuji per bombardare e fabbriche dei caccia nipponici.  Senza perdite o quasi. Ma l’America aveva fretta e il 6 gennaio 1945 sostituì i comandi della Bomber Mafia con il generale Curtis Emerson LeMay, 38 anni. Presentato come “eroe dei bombardamenti in Germania”, in realtà teorico e autore della riconquista delle isole del Pacifico con poca spesa, con bombe incendiarie a tappeto. Una tattica omicida, di un generale imberbe, il cui credo era “non ci sono civili innocenti”. Pur sapendo la verità: “Se non vinciamo, saremo criminali di guerra”.
La sua strategia era semplice: replicare dall’alto il terremoto che nel 1923 aveva polverizzato mezzo Giappone, da Tokyo a Yokohama, le scintille delle scosse avendo provocato l’incendio indomabile delle abitazioni, fatte di legno e di cartone, e l’incenerimento degli abitanti. In sette mesi LeMay distrusse in Giappone 64 città con le bombe incendiarie, e Hiroshima e Nagasaki con l’atomica, un milione di morti.
“Gli scienziati, i generali e i piloti che volevano cambiare le sorti della seconda guerra mondiale” è il sottotitolo. Più prosaicamente: il passaggio dell’Usaf al napalm, e alla bomba atomica. Alla vittoria, ma niente di onorevole.
Malcom Gladwell, Bomber Mafia, Utet, pp. 238 € 20

mercoledì 25 marzo 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (628)

Giuseppe Leuzzi


Si celebra Bossi come uno statista. Come quello che ha rinfrescato, rinnovato, il linguaggio politico. Mentre lo ha pornizzato. Ammorbando la politica, ridotta all’interesse del più forte – che altro è la “questione settentrionale” di cui gli si fa merito?
Se ne sono dimenticate le farneticazoni, se ne celebra l’oratoria, sporca, coi coglioni sul piatto.
Che abbia avuto seguito, questo è un fatto. Ma questa è la “questione” – non è un monumento.
 
Capita di rivedere per caso “Aprile”, il film a episodi di Nanni Moretti. Di cui uno è lo Sposalizio del Mare, a Venezia, una dette “sacre” cerimonie della Lega. Folklore. Ma si prendevano sul serio -avevano fatto anche i carri armati, di carta pesta.
 
L’Italia ha portato con sé, fino all’entrata nella cosidd etta modernità, una consapevole tradizione di autonomismi locali in cui il Nord contava ben poco” – Marco Belpoliti, “Nord Nord”, p. 14.
 
Istantanee mafia
Nelle mafie fuori sede, tipo Roma Capitale, e ora il clan Senese, o Delmastro - uno di Biella… - viene sempre fuori una foto compromettente. Non a letto ma a tavola, al ristorante. Ora di Delmastro appunto, biellese, e della ex consigliera del ministero della Giustizia Bartolozzi. Un po’come quella di un uomo dei servizi segreti che si voleva costringere alle dimissioni, Mancini, con Renzi. Ma più complessa: tutti attorno a un tavolo, e il tavolo “aperto”, per una foto che inquadri tutti. Insomma professionale. Non rubata da un cameriere – oppure rubata da un cameriere, ma con arte. Al tempo di Mafia Capitale quella di Buzzi, l’ex galeotto comunista creatore di cooperative di ex carcerati per la Lega delle Cooperative, a tavola col sindaco di Roma ex missino Alemano – poi per questo condannato (Buzzi invece è stato assolto).
Nelle mafie radicate c’è un profluvio d’intercettazioni. Romanzi. Anche storici, per anni e decenni, prima che si proceda con lo scandalo e\o gli arresti – anche qualche condanna, bisogna dire la verità, dopo qualche decennio d’intercettazioni (i mafiosi più che altro sono attori, di una sorta di pantomimo sadico). Fuori sede invece c’è la manina che, sapiente, immortala lo scatto.
Insomma, non è che i tanti corpi antimafia siano collusi o distratti. Hanno i loro tempi e metodi.
 
La lingua del dialetto
Ingeborg Bachmann ha il “dialetto delle lingue”, alla fine del lungo intervento (ora pubblicato come saggio a sé stante nella raccolta “A occhi aperti”) intitolato “Diario in pubblico” e scritto per una rivista letteraria cosmopolita, “europea”, italo-franco-tedesca che poi non ha visto la luce. Prospettando unificante sotto il trilinguismo del progetto, “la fiducia nel dialetto delle lingue, la fiducia di ciò che in esso vi è di traducibile, e in ciò che vi rimane di intraducibile”.
Perché siamo il linguaggio. La cui prima espressione è dialettale. Circoscritta e quindi limitata, poco evoluta e quindi modernizzabile, poiché è il linguaggio di una comunità comunque ristretta, ridotta, e conservativa (ripetitiva) più che innovativa (inventiva). È la radice, una delle radici – il “mio” mondo era ed è Graz, la Carinzia, non Vienna.
Anche la scrittura Bachman vuole “dialettale” invece che cosmopolita – sempre in “Diario in pubblico”,  (“A occhi aperti”, p. 121): “L’unica cosa certa è che lo scrittore cerca un idioma suo proprio all’interno di quelli della lingua, aspira a un suo dialetto e a una dialettica, i quali contano entrambi su di lui come loro possibile rappresentante su cui appoggiarsi”.
 
Milano senza più lingua – e senza più cuore
Milano cura da alcuni anni, da quando il film ha fatto i settant’anni, nel 2012, il recupero come memoria propria della grande opera dei poveri che fu il film di De Sica e Zavattini nel 1951, “Miracolo a Milano”. Che la città allora ricevette di malumore, e anzi osteggiò. Convegni sul film, e su De Sica e Zavattini, si succedono, studi si promuovono, targhe nei luoghi delle riprese e aiuole e piazzette dedicate agli artisti, Paolo Stoppa, Anna Catena etc., si moltiplicano. Da ultimo il direttore del Piccolo di Milano, del teatro e della scuola di teatro, ha voluto onorare i 75 anni del film, e insieme della nascita del Piccolo, con una mega-produzione teatrale delle storie e i tempi del film. Forte della partecipazione della decana dei palcoscenici, Giulia Lazzarini, peraltro milanese doc, di Lino Guanciale nei panni di Totò il buono, il personaggio di Zavattini attorno a cui gira il “miracolo”, e degli allievi della scuola di teatro. Per una composita - seriosa e allegra – riduzione teatrale.
Riduzione per modo di dire. Giacché Guanciale si è assunto, con Paolo Di Paolo, il ruolo del vecchio dramaturg delle corti tedesche del Settecento: ha innestato nella sceneggiatura del film altri elementi: la figura del ragazzo donchisciottesco di Ibsen, “Peer Gynt”, il racconto di Zavattini che è il soggetto del film, “Totò il Buono”, e la corrispondenza tra Zavattini e Totò, che, allora giovane, era la “persona” sulla quale il racconto era stato calibrato. Insieme, Di Paolo e Guanciale hanno anche pubblicato il loro rifacimento – di cui il sito ha già dato conto. E la pubblicazione hanno fatto precedere da una prefazione di Ferruccio de Bortoli. Breve, due cartelle. Ma fulminante, come suole dirsi delle rivelazioni. Ferruccio, che è anche il solo milanese del progetto-riproposta, spiega che Milano non ha più lingua: “Oggi nessuno parla più il dialetto”. Cosa che il viaggiatore anche frettoloso constata: i cinesi si parlano in “cinese”, i siciliani in siciliano, i calabresi in calabrese. Al contrario, p.es., che a Roma, dove tutti, anche l’immigrato dell’ultima ora, propone una sua koiné romanesca.
De Bortoli lo nota per complimentarsi per lo spettacolo, che invece ripropone la milanesità. Questo, nota, “è meraviglioso in sé”. Ma lo nota scoraggiato: “Se potessimo non solo sognare ma anche vivere ogni giorno parlandoci in un dialetto che sembra scomparso – per giunta quello di una città che non è incline a guardare il cielo, a coltivare illusioni – allora si aprirebbe uno spiraglio di civiltà dei sentimenti che abbiamo perduto nel tempo”. La sua nota avendo aperto col viale Tibaldi, dove all’epoca del film “c’era la Centrale del latte e non l’estensione avveniristica della Bocconi….. il campus universitario degli architetti giapponesi Kazuyo Sejima e Ryūe Nishizawa”. Dove, “proprio lì, nell’anonimo viale Tibaldi che il milanese percorre in auto come fosse un’autostrada urbana, un’umanità dolente ma composta si accalca… in coda silenziosa per ricevere un aiuto dai volontari di Pane Quotidiano”. Nella “semiperiferia, grigia, nebbiosa, informe. Brutta”, una “lunga fila di persone, ingrossatasi a dismisura in questi anni di povertà nascosta in una città che non se ne vergogna a sufficienza”. Immigrati, e “nuovi poveri italiani”. Per i quali de Bortoli immagina quanto volentieri volerebbero via, “a cavallo di una scopa, se mai ce l’avessero”. Ma “senza peraltro sorridere”: i poveri degli anni cinquanta “erano tutti uguali, nella buona e nella cattiva sorte”, e “avevano più libertà di sognare”, gli “invisibili” di oggi no, la città non dà al neopovero alcuna opportunità “di risalire la china della disperazione”.  
 
Cronache della differenza: Puglia
Del Salento Goffredo Fofi fa, sorpreso, una lunga lista di intellettuali di peso a fine Novecento in “Arcipelago Sud”, trattando di Rina Durane: Durante stessa, Carmelo Bene, Vittorio Bodini, Oreste Macrì, Tomaso Fiore.
 
Grikò. “Il Salento è stato colonizzato dai Greci e c’è una parte dell’interno che ancora parla questo dialetto che i greci di oggi non capiscono” – G. Fofi, “Arcipelago Sud”, p.\101. Come non capiscono, per la verità, il greco classico, quello che si studia al classico – non nella pronuncia standardizzata per i classici.
Tutto il meridione, non solo il Salento, era “greco”, “colonizzato” dai Greci, prima di diventare “romano”: il Salento è stato più a lungo e con più convinzione bizantino.
 
La “scoperta” del Salento però è recente – roba di due o tre decenni. Il Salento “fino a vent’anni fa”, primi Duemila, “era quasi sconosciuto, nelle mie estati salentine incrociavo solo due milanesi come me (allora arrivavo da Milano), innamorati del Salento: Maria Corti e Vanni Scheiwiller” – G. Fofi, “Arcipelago Sud”, 102 - … Io li conoscevo da Milano e ci si ritrovava, spesso ospiti di un piccolo editore, Piero Manni, regolarmente più o meno a Ferragosto, e ci chiamavano «i milanesi»”.
 
Con Rina Durante, Fofi celebra anche Cecilia Mangini, fotografa e documentarista, partendo dai lavori di Pasolini a Roma, Pratolini a Firenze, Ernesto de Martino in Puglia - “una figura molto insolita nel cinema del tempo, non solo italiano”. Da sola o in collaborazione, in una seconda fase, con Lino Del Fra. Poi ancora da sola: “Essere donne”, “Felice Natale”, sugli eccessi del consumismo, “Tommaso”, il giovane del Sud al Nord, “La scelta” (l’eutanasia), e nel 2013, da ultimo, “In Viaggio con Cecilia”, per mostrare il “grande  balzo” della Puglia.
 
Ne “Il brigante di Tacca del lupo” il bolognese Bacchelli ha dedicato pregevoli brani al Gargano. Con una padronanza della Capitanata come se ci fosse nato. Il titolo originario del racconto, 1936, è “Campagna contro i briganti”, a puntate su “L’illustrazione italiana”. Racconta l’ultima fas e del brigantaggio, 1863-1864. La provincia di Foggia era stata teatro di scontri violenti, che avevano attratto l’attenzione più di altri, dei tanti che si inseguirono nella campagna.  
 
Non ha (più) grande memoria di Rodolfo Valentino. ”il principale attore cinematografico americano, e quindi del mondo”, dell’epoca del muto, “che era di origine pugliese, il bell’italiano che ballava il tango nei ‘Quattro cavalieri dell’Apocalisse’ e in tanti altri film”. Fofi lo ricorda a proposito di Gilda Mignonette, una cantante napoletana rivale di Elvira Donnarumma, che, emigrata in America per cantare alle feste italo-americane, vi “scrisse e cantò una canzone famosa, ‘Povero Valentino’, un lamento per la morte di Rodolfo Valentino”.


leuzzi@antiit.eu

Il sogno della vita

La vita incantata di Will of the Mill – il racconto è già nel titolo originale. Bambino e poi ragazzo nel mulino lungo il fiume sopra la valle, poi stazione di posta, poi rifugio per escursionisti. Curioso dei mondi a valle, tema di tanti racconti dei viaggiatori. Dai quali però, dopo le prime coinvolgenti esperienze, si ritrae. Imprenditore capace. Innamorato. Che all’amore decide di non concedersi, per non farlo deperire. In dialogo costante con le acque, i fiori, gli alberi, le stelle. Fino a che il Cavaliere Morte non gli si para dinnanzi.
Un racconto curioso – specie per l’avventuroso Stevenson: la favola della vita piena sebbene non vissuta. Come se fosse più piena perché non sprecata.
Un racconto che nel fluviale Stevenson è un capolavoro di scrittura, rimeditata: si direbbe la scrittura che prende rilievo sul niente, come suole ma qui piena di un non si sa che cosa che è la vita: Will pratica nei sentimenti la tecnica indiana della ritenzione nel rapporto sessuale, i momenti migliori fermano allo zenit.
Robert Louis Robinson, Will del Mulino, Adelphi, pp. 62 € 5

martedì 24 marzo 2026

Secondi pensieri - 580

zeulig
 
Ambiguità – “È come uno specchio che rifletta uno specchio che rifletta un altro secchio ancora”, è riflessione di Thomas Mann in visita in Texas dal linguista e filologo indo-europeo Prokosch, l’autore di “The History of Indo-European Languages” - in una conversazione raccolta da Prokosch figlio, Frederic, in “Voci”, 125. Specialmente intesa, e rivendicata, per la creazione artistica: “L’opera d’arte deve riflettere l’ambiguità che è nell’anima dell’artista, ma l’ambiguità dell’opera d’arte è ben diversa da quella dell’artista, sebbene l’ambiguità dell’una rispecchi l’ambiguità dell’altro…”.
Ambiguo – l’ambiguità vuole ambiguità?
 
Complessità – È in fisica concetto di forte valenza conoscitiva: è la scoperta- l’esistenza- di equilibri multipli. Basta rompere le “simmetrie delle repliche”, individuare la “simmetria nascosta”. Che sono, matematicamente, infinite – tante quanti i dati, o le ipotesi di ricerca.
Complesso è complicato. Ma anche imprevedibile. E quindi, in fondo, inconoscibile. Una constatazione di irriducibilità della realtà - la materia oscura, anche minima, subatomica. Dell’inafferrabilità della vita. Per la fisica e per la scienza in genere.
L’intelligenza artificiale, che pure si vuole maiuscola, ne è la controprova: un recipiente pieno di cose preesistenti – per quanto numerose, a milioni, a miliardi.
 
Dignità -L’uso della parola dignità (a proposito della “buona morte”, n.d.r.) mi ha sempre irritato”, protesta lo scrittore Michel Houellebcq su “La Lettura”: “La dignità viene evocata di continuo, a sproposito. Si parla di dignità per dire che si è ancora in buono stato, presentabili, insomma non tropo ripugnanti per gli altri. Ma non è affatto il senso filosofico, tradizionale, della dignità. Normalmente la dignità è qualcosa che non si può perdere, quale che sia il proprio stato di salute. Mentre la dignità, oggi, è legata al controllo delle proprie facoltà di espressione”.
Della vita social – altrimenti non è.
 
Egemonia – Quella “culturale” si direbbe una sindrome, a carattere fascistoide, proprio del partito Comunista – io e il mio Dio. Di cui si fa autore Gramsci. Mentre ricorre in Gramsci una sola volta nelle migliaia di pagine dei “Quaderni”, e in funzione del tutto accidentale.
Vale la pena citarne il luogo, per dirne l’incidentalità. È al § 3 del “Quaderno 29”, ca 1935, sotto il titolo: “Focolai di irradiazione di innovazioni linguistiche nella tradizione e di un conformismo nazionale linguistico nelle grandi masse nazionali”: Il conformismo non fa il paio con una “egemonia”, né culturale né politica.
Questa la notazione, come ripresa da Andrea Minuz, “Egemonia senza cultura”: “Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della linga, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale”.
 
Freud – Freud in Africa? Anche in Asia - in India p.es., o in Cina. Anche tra gli alienatissimi coreani o giapponesi.
 
Inadeguatezza – Trova il su acme in Groddeck, “il medico massaggiatore Georg Groddeck, direttore di una clinica di Baden-Baden”. Nella pratica e nel “Libro dell’Es”, per tutto quello che ha scritto “ha sempre avuto in serbo la grande risata dell’inadeguatezza” – Ingeborg Bachmann, appunto pubblicato postumo, nella raccolta “A occhi aperti”, p. 203: “Inadaguatezza come risorsa terapeutica della psicoanalisi?” “Dell’inadeguatezza sua propria”, continua Bachmann, “di quella degli esseri umani, o degli scrittori; di alcuni come Goethe o Ibsen, ha dato splendide interpretazioni irriverenti perché coraggiose”, e sempre rispettose.
 

Intellettualità – Ne senso di privilegio, se non di prevalenza, si direbbe fascistoide, autoritaria - notabilare. Una sorta di patente autorilasciata di autorevolezza. La intelligencja sovietica, da cui è fatta derivare, era un orpello. In regime democratico si presume una prevalenza della riflessione, degli studi, sulla funzione, che dà autorevolezza – capacità di guida, leadership.
 
Intelligenza artificiale – Ma è un digesto, più propriamente un digest, la rimasticazione di quanto è stato detto, o è dicibile attorno a un termine, una questione, un evento, un mondo. L’esperimento del “Foglio”, di far fare il giornale all’intelligenza artificiale, lodato e vantato, non diceva nulla – se non che è inutile leggere il giornale?
È roba da burocrazia - se una pratica risponde agli (innumerevoli) requisiti richiesti. Da compito in classe. Da “conversazione all’inglese” – di rimasticature, laterali (uhm, ehm, il tempo, il tè, il prato).
 
Scienza – È vera, nel senso che i suoi procedimenti sono giusti, corretti, e gli altri sono sbagliati. Ma la verità non è mai evidente. Il probabilismo introdotto da Boltzmann, spiega il Nobel Parisi in “Le simmetrie nascoste”, “il caso molecolare che si “regolamenta” è nelle “possibilità”, per di più “partendo dall’assunto che la condizione iniziale fosse «casuale»….  suscitò critiche feroci di fisici estremamente capaci, tra cui il giovane Max Planck,, che successivamente si convertì al punto di vista probabilistico introdotto da Boltzmann,… Altre critiche furono fatte da fisici – come Ernst Mach, collega di Boltzmann all’università di Vienna e considerato da Albert Einstein un suo ispiratore – che negavano l’esistenza stessa dell’atomo” (mentre la politica gli dava ragione, si diverte a commentare Parisi: nel 1909, a Mosca, in “Materialismo ed empiriocriticismo”, Lenin “attacca Mach difendendo l’atomismo che era all’alba della teoria di Boltzmann”).
 
Perfezione - “La perfezione non è raggiungibile, anche se è stata resa dimostrabile” – I. Bachmann, “Preparazione a un’antologia di poesie di B. Brecht”, appunto manoscritto, ora in “A occhi aperti”, p. 231.
 
Umanità – “L’essere umano è notoriamente un essere oscuro. L’inesplorato restiamo noi. L’Es” – I. Bachmann, “Georg Groddeck”, frammento, ora in “A occhi aperti”, p. 205.
 
zeulgi@antiit.eu

La massa oscura del potere immodificabile

Il giorno che il giornale dei giudici, “la Repubblica”, trionfa col No al referendum, lo stesso giorno viene venduto per la terza o quarta volta, senza prezzo, come un giocattolo arrugginito. Senza autocritica. Ma con un senso evidente, infine, sotto le tante acrobazie. C’è un mondo “conservatore”, che il quotidiano di Scalfari ha imposto come unico e solo, e anche progressista, che una volta si chiamava Democrazia Cristiana, e poi si è suddiviso tra destra e sinistra, Berlusconi e Prodi, Pd e Forza Italia, Pd e Fratelli d’Italia, ma che in certi momenti vota in massa unito, come se ubbidisse a un comando o a una strategia. Oggi viva i giudici, e vaffa i giornali.
Data la massa, e l’evidenza, del movimento, si è tentati di dire che viene agito. Ma da chi? Dalla chiesa no, non più – oggi si saprebbe. È come se fosse agita da un cervello formattato, “democristiano”. Democristiano per dire “di tutto, di più”, come la Rai suo araldo, “ma senza capo” (fecero la festa perfino al mitissimo De Gasperi). Sicuramente si sposta in blocco – chiunque abbia esperienza del voto ammnistrativo, per il sindaco, a contatto stretto con la massa elettorale, lo sa: ci sono fenomeni oscuri, ma sicuri, per cui il voto si sposta in blocco.
Nei referendum il gioco è scoperto. In quello sulla riforma parlamentare il no fu usato per ridimensionare Renzi – poi in effetti scomparso – già beniamino della stessa massa. In questo sulla giustizia non per ragioni di partito ma per mantenere intatto il potere dei giudici. Che è molto mal gestito, non c’è fautore del no che li difenda, ma di questo asse-centro-massa evidentemente è la salvaguardia o fortezza – il partito dei giudici è molto forte, si sa (la riprova è al Quirinale, su ogni altro fronte arcipotente e arcipresente ma non sulla giustizia, di cui cui pure è il capo – Mattarella ha fatto un’eccezione l’altra settimana, caso unico nella storia della Repubblica, per il no alla riforma).
In questo referendum la “massa ignota” di manovra è scoperta al Sud, quasi violenta. Che a Napoli, città di “paglietti”, anti-giudici per definizione, il no sia stato di tre su quattro, o che in Calabria e in Sicilia, governate da Forza Italia, la riforma di Forza Italia sia stata bocciata E in Calabria a nemmeno sei mesi dal trionfo elettorale regionale di Forza Italia. C
on la provincia di Reggio, l’unica che non aveva partecipato al plebiscito per Occhiuto, invece polemicamente per il si. Questo particolare pronunciatissimo no, del Sud, dove peraltro la giustizia è carente sotto ogni aspetto, e anche lamentevole, dice che il “qualcosa” c’è e fa massa. Altrove il voto si discosta poco dalla storia politica: le regioni rosse per il no, il Nord-Est per il sì, il Nord-Ovest oscillante, su margini stretti.

 

Se non ci sono civili innocenti

Sette minuti dopo la mezzanotte del 10 marzo 1945 poco meno di 300 B-29 americani, bombardieri a lungo raggio, noti come Superfortress, occuparono il cielo di Tokyo seminando bombe incendiarie. Per provocare un incendio di fortissimo calore, fino a 2.800 gradi fahrenheit, con la liquefazione dell’asfalto e la vaporizzazione di migliaia degli esseri umani. Circa 100 mila, in un’area di 16 miglia quadrate. Fu la cosiddetta “neve nera”, di fumo e resti bruciati.
Con le Superfortress l’Air Force Usa avviò la pratica cosiddetta degli attacchi “di precisione”, e su obiettivi bellici, militari e industriali, grazia a sistemi di puntamento dichiarati infallibili. Me nell’ottica di evitarsi le accuse di crimini di guerra. Ma il bombardamento del 10 marzo non fu l’unico intenzionalmente annientante. La Missione Neve Nera fu progettata. Sul “disastro di Tokyo e Yokohama” venti anni prima, o Grande Terremoto del Kanto, violentissimo, alle 17,45 dell’1 settembre 1923, epicentro sotto la baia di Sagami, 48 km a sud di Tokyo, di magnitudo 7.9, durato 14 secondi. Tanto da abbattere tutti gli edifici di Yokohama, e scatenare un'onda anomala sull'isola di Honshu con colate di fango che sommersero i villaggi, seppellendo vivi gli abitanti. Ma questo non fu il peggio, il peggio fu il, fuoco, e questo diede l’idea in America del “bombardamento finale” – prima li Hiroshima. Il terremoto del ’23 fu seguito da un incendio incontrollabile. Nelle cronache dell’epoca, nei quartieri residenziali di Tokyo, densamente popolati, costituiti da case di legno, i bracieri a carbone si rovesciarono, i serbatoi di carburante si ruppero, le sostanze chimiche infiammabili nelle farmacie esplosero, e le fiamme coprirono tutto in pochi minuti, alimentate da forti venti alimentarono le fiamme nei vicoli. La rottura delle condutture idriche impedì o rallento l’intervento dei vigili del fuoco. Si contarono 140 mila morti, le distruzioni e lo shock fecero regredire l’attività economica per anni.
Scott fa rivivere il bombardamento incendiario con i ricordi dei sopravvissuti, a Tokyo e nella Air Force, e con gli archivi americani. Ne viene fuori, senza giudizio ma senza più ombre, il generale Curtis Le May. Un’eccezione nella pubblicistica americana – il generale è “esagerato”, un personaggio da cinema, ma non si sono fatti film su di lui, la persona, e la “cosa”, restano prevalentemente tabù. Prima che a Tokyo, teorizzò è usò nel Pacifico le bombe incendiarie. La sua “dottrina” dicendo “omicida”, diretta contro le persone più che contro gli obiettivi bellici. Si fece nominare a capo della base avanzata di Guam, al posto del giovane e brillante generale Haywood Hansell – che liquidò bruscamente. Hansell si limitava a organizzare le missioni, per far tornare il maggior numero di bombardieri alla base. LeMay  applicò anche al Giappone i bombardamenti incendiari. Sul principio che “non ci sono civili innocenti”. In sei mesi distrusse in Giappone 64 città con le bombe incendiarie, “missioni” facili perché le case erano prevalentemente in legno, e Hiroshima e Nagasaki, che erano in cemento,  con l’atomica, un milione di morti. Mentre professava: “Se non vinciamo saremo criminali di guerra” – i grandi criminali sono-fanno i cinici.  
Una rara ricostruzione in America. Non c’è stato finora un ripensamento, né in Gran Bretagna né negli S tati Uniti, sui bombardamenti a tappeto, sul principio della guerra totale. Nemmeno per l’evocazione l’anno scorso dei bombardamenti nucleari – rivissuti dopo 75 anni solo come fatto di cronaca, con nuovi episodi o particolari.

James M. Scott, Black Snow: Curtis Lemay, the Firebombing of Tokyo, and the Road to the Atomic Bomb, Norton, pp. 420 € 17,37

lunedì 23 marzo 2026

Letture - 609

letterautore


America – “In ogni americano c’è un’aria d’incorreggibile innocenza che sembra nascondere un’astuzia diabolica” – Frederic Prokosch, “Voci”, 83: se lo fa dire dal vecchio Housman, filologo classico a Cambridge.
 
Analfabetismo – “Mio nonno aveva la terza elementare”, Sara Lovallo a proposito del nonno Vitantonio, oggi 112nne, quando fu fatto prigioniero dai tedeschi in Grecia dopo l’8 settembre: “Era l’unico del suo Raggruppamento Artiglieria a saper scrivere: si occupava della posta per tutti”. Un Raggruppamento, quindi tre batterie, quindi un centinaio di sodati? In artiglieria, comunque, bisogna saper leggere i numeri, i centimetri, i gradi.
 
Barba – Barba impossibile in campagna? “La prima volta che gli mostrai una foto di mio marito lo colpì la barba”, sempre Sara Lovallo del nonno 112nne: “«Solo gli ingegneri e i medici possono portare la barba», disse, «In campagna non puoi, troppo pericoloso». Mio marito è ingegnere”.
 
Comunismo – “Il comunismo deve essere un lusso, altrimenti non esisterà”, Ingeborg Bachmann annotava, in un foglio che in “A occhi aperti” viene intitolato “I giovani sono sempre i più stupidi” - datato nella raccolta a “non prima dell’autunno 1966”.
 
John Dickson Carr – Frederic Prokosch, “Voci”, p. 28, ricorda un amico eccentrico all’università, lo Haverford College “al confine meridionale di Bryn Mawr”, l’esclusiva università per signorine dove il padre insegnava, che “aveva un compagno di stanza altrettanto eccentrico, di nome John Dickson Carr, una creatura dagli occhi di lemure e con una solida predilezione per i neoromantici. In seguito divenne famoso come autore di romanzi polizieschi, ma a quel tempo scriveva imitazioni di G. K. Chesterston” - l’amico eccentrico era il futuro scrittore John Lineaweaver.  
 
Europa – “Sentirsi europei o sentirsi addirittura cittadini del mondo è diventato una questione privata, almeno quanto, in passato, è stato sul punto di diventare una questione pubblica, un ideale pubblico, e proprio nel momento in cui ci si avviava vero la sua distruzione” - I. Bachmann, “Diario pubblico”. Nel momento del trionfo del “Reich millenario” di Hitler, sembra di dover intendere. Quindi si è migliori europei restando attaccati ognuno alle proprie radici?
“Pensare in modo europeo?”, continua la scrittrice: “Chi non si sentirebbe profondamente imbarazzato, dato che non sappiamo neppure cosa significhi?....Come se, dal momento che è appena nato il Mercato Comune (Bachmann scriveva nel 1963, n.d.r.), il supermarket dell’Europa, e che sono disponibili a tutti il burro europeo, le biciclette europee e i giocattoli dell’intera Europa, dovessimo fondare anche un supermarket dello spirito”.
Non è finita. “Sono finiti i tempi in cui una colta élite, composta di raffinati intenditori, borghesi istruiti e aristocratici al fianco di una élite effettivamente produttiva e fiorente, poteva costruirsi una sua Europa tra le nuvole, con appassionata ammirazione per la letteratura, la pittura e la musica degli altri, tessendo quella delicata trama «Europa» che si è già dileguata dalla nostra coscienza, ma che torna a farsi presente ogni volta che leggiamo diari, memorie e carteggi tra Parigi e Capri, Duino e Zurigo, Londra e Berlino”.
 
Heine – “Durante il regime nazionalsocialista nei testi scolastici la famosa poesia di Heine ‘Die Loreley’ era seguita dall’annotazione ‘autore ignoto” - Barbara Agnese, in nota a I. Bachmann, “A occhi aperti”. Per via dell’ebraismo – ch7e Heine rifiutava.
 
Hölderlin – “Produce un effetto di estraneità” – I. Bachmann, a proposito di Brecht (“produce un effetto id estraneità quanto Hölderlin”), in “A occhi aperti”, p.233.
 
Iran – “Visitai l’Iran nel 1968, guidammo con un amico dall’Inghilterra all’India, su una Mini Minor, piano piano, Turchia, Iran, Pakistan, frontiere aperte. Ricordo le tappe, Tabriz, Teheran, Isfahan, Shiraz, Persepoli. Che gente meravigliosa, civile, colta, aperta” - Salman Rushdie, “I Fantasmi di Rushdie”, intervista con Giani Riotta, “Robinson” 22 marzo.
 
Ironia/umorismo – “In un romanzo l’ironia è come il sale in un passato di piselli. È quello che dà l’aroma, la sfumatura. Senza il sale tutto è insipido”. Così Thomas Mann in visita a casa Prokosch in Texas un secolo fa, come riportato da Frederic Prokosch in “Voci”, p. 23. “Ma l’ironia è una cosa e l’umorismo un’altra”, proseguiva Mann: “In Dickens c’è umorismo ma non c’è abbastanza ironia. Qua e là ne troviamo un accesso, ma subito soffocato dall’umorismo. Non c’è niente di male nell’umorismo. Ce n’è qualche sprazzo perfino in Dante. Ma elevarlo ad arte – lasciamolo fare ad Aristofane”.
 
Thomas Mann – “Detto tra noi”, scrive Joseph Roth a Stefan Zweig il 31 agosto 1933, a proposito dell’autore dei “I Buddenbrook”, “sarebbe capace di riconciliarsi con Hitler. Non lo fa solo perché al momento gli è impossibile. È una di quelle persone che accettano tutto con la scusa di comprendere tutto”.
 
Popolo – “Nessuno ama il popolo meno del popolo che crede di avere così tanto a che fare con il popolo, e non comprende le proprie battute”. I. Bachmann lo nota a proposito di Brecht, di cui progettava l’introduzione a una raccolta di poesie: “Brecht si è ispirato guardando ad esso, ma il popolo non gli ha mai restituito lo sguardo, anzi lo guarda stupito” (“A occhi aperti”, 233”.
Lo stesso può dirsi di Pasolini, oggi amato, letto, commentato nei circoli di lettura, da quella scuola e quella piccola borghesia che disprezzava – mentre nelle borgate non “diceva” nulla (se non  per la pratica del sesso).
 
Proust – “Languido come Maurice Maeterlinck” lo dice una delle insegnanti dell’università femminile Bryn Mawr invitate a pranzo dal padre di Frederick Prokosch, che professava nella stessa scuola, “esili zitelle schizzinose”, per fare corona all’ospite d’onore Thomas Mann: “Puoi dire tutto quello che vuoi, cara Florence, ma io insisto che è decadente”. “Chi, mia cara?” “Marcel Proust”. “Non l’ho letto. Sarà sconveniente, ma non l’ho letto!” “Non leggerlo. È languido come Maurice Maeterlinck. Ma quando leggo Maeterlinck vedo almeno uno sprazzo di luce all’orizzonte, mentre con Marcel Proust mi perdo in una giungla”.
 
Roma – “L’incanto: Roma come città aperta, nessuno dei suo strati può essere considerato a sé stante, Roma mette in gioco tutte le epoche, l’una contro l’altra e l’una insieme all’altra, domani l’antico potrà essere nuovo e il contemporaneo già vecchio.
“La vitalità di Roma, un incanto, l’utopia, il messaggio (in italiano, n.d.r.). Utopica come ogni grande città…
“L’insignificanza del singolo, degli ambienti (id.), questa città se la cava così bene senza persone particolari, e forse perché dimostra costantemente che nessuno ha importanza di per sé, perché non le manca mai un criterio di misura, (assegna) un compito a tutti, e (impartisce) un insegnamento altrimenti impossibile in qualsiasi altro luogo”. I. Bachmann, testo inedito, ripreso dal lascito testamentario in  “A occhi aperti”, p. 180, datato dalla curatrice Agnese “probabilmente negli anni Cinquanta, dopo ‘Quel che ho visto e sentito a Roma’ (1955)”.

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L’ultimo “miracolo del re” - la dignità

Gli ultimi giorni di Luigi XVI in realtà. Che viene progressivamente spogliato di ogni riguardo, nel rifugio-prigione alla Tour du Temple. E non se sembra rendersene conto – o lo dà per scontato, un re non decide la sua vita, vive per gli altri. Mangia con cura. Gioca col figlio. Fa il suo ultimo miracolo “di re”. E si acconcia a tutto. La remissività che ha sempre indispettito la regina – “lui e la sua sorella monaca, la sola sua colpa è di essere re”. Che invece lamenta di non poter incontrare l’amante. La dignità del re, a fronte delle isterie della regina - come dalle fonti storiche.

Al di là delle differenziazioni dei caratteri, delle storie personali, un film “storico”: come finisce un mondo - un non-evento. Senza grandi scene drammatiche (i reali sono rinchiusi alla Torre per proteggerli dal popolame tumultuoso, con due protagonisti “naturalmente” in personaggio – due professionisti francesi, Mélanie Laurent e Guillaume Canet, sempre misurati, veritieri.
Un miracolo riuscito anche a Jodice, già autore di un fascismo qual era, con “Il cattivo poeta”, lo spione messo alle costole di D’Annunzio. Così va la Storia.
Gianluca Jodice, Le déluge – Gli ultimi giorni di Maria Antonietta, Sky Cinema, Now

domenica 22 marzo 2026

Ombre - 816

Se si va, come Netanyahu ci prova, e come le petromonarchie minacciano, a una guerra all oil, il mondo entra in una  crisi “di civiltà” come quella di cinquant’anni fa, a seguito dell’embargo Opec,  e la conseguente moltiplicazione dei costi dell’energia: crisi prolungata, tagli radicali ali consumi elettrici, dagli ascensori all’illuminazione pubblica, e alla circolazione auto, ristrutturazioni, fallimenti, durezze per tutti. A beneficio dei petrolieri, di chi produce o commercia petrolio e gas. Che potranno quindi anche questa volta festeggiare, ma anche loro coi fichi secchi.
Si ridacchia dell’era di Trump, l’apprendista stregone dovunque mette le mani, ma la rovina è gia in atto, tutti i rincari di combustibile. elettricità, gas sono qui per restare.
 
Insistente, umiliante sensazione di squallore delle vicende di governance, col rinnovo delle cariche sociali all’assemblea dopo Pasqua, del gruppo bancario “centrale” dell’Italia, finanziaria e politica  Mps-Mediobanca-Generali. Liste e controliste, di Grandi Azionisti anonimi, tutte ugualmente di ripescaggi e carrierismi (autocandidature), quelle del 20 per cento e quelle dell’1: liste interminabili di candidati - con Delfin (eredi Del Vecchio), l’azionista di riferimento, che potrebbe non esprimersi…. Per fare che? Un posto al sole.
 
È finita male, lo stadio era deluso, ma la partita Roma-Bologna è stata spettacolare. Per la coreografia, per i cori, e per il gioco. Due ore di calcio, con i supplementari, di vero gioco del calcio. Solo perché, la partita giocandosi tra squadre italiane ma in torneo internazionale, l’arbitro non era italiano. On di quelli che fanno la “mamma”, che spiegano, rimproverano, tollerano, s’inalberano. E quindi, miracolo, niente discussioni, e niente simulazioni.
Si dice del calcio italiano che “non esiste” perché giocano solo stranieri. Ma c’era molto di italiano sugli spalti e in campo, di straniero c’era l’arbitro. E tanto è bastato.
 
Trump che invita alla Casa Bianca la premier giapponese, e davanti ai giornalisti la insolentisce con Pearl Harbour, non fa notizia. È invece di gravità eccezionale. Si può sempre considerare Trump un attore, un buffone, un maniaco, tutto il peggio che si vuole, ma è l’America – nessuno ha denunciato lo sgarbo (la “trumpeide” ogni giorno è agguerrita, non gliene passa una).
E la storia americana è anche questa: guerre in continuazione, da un secolo in qua, inframezzate da colpi di Stato, ora assassinii mirati, di questo o quel Nemico, o anche soltanto Antipatico. Dice: l’America non è questa. Sì, ma è anche quella che non trova sconveniente invitare una gentile signora per insolentirla.
 
Fa senso “la Repubblica” he nell’ultimo giorno utile per la propaganda referendaria si affida in prima e in abbondanza a Giuseppe Conte. Che non è nessuno, anche se è stato a capo di due governi. Che ha da insegnarci questo avvocato, nemmeno di chiara fama, che spessore culturale, che idea politica? La massoneria è ridotta all’avvocato Conte?
 
Lacrime e attestati, “grande democratico,” per Umberto Bossi. “De mortuis nihil nisi bonum”, certo. Ma questo ha avvelenato la politica. Ha creato il “lumbrad”, seppure tra mille ridicolaggini, ampolle, matrimoni dell’acqua, padanie, la moneta-marco, e ha incupito-indurito buona metà degli italiani, quelli sopra l’Appennino. Fra tanti commenti non una (semplice) analisi storica. Nulla neanche sulla Lombardia, i Veneti, il Piemonte che quella valanga promossero e alimentano, i più ricchi del paese.
 
Solo Ceccarelli ricorda che “i parlamentari che Bossi si portò nella capitale erano personaggi che allora parvero pazzeschi, senza istruzione né ritegno”. Ma gli concede: “È possibile che anche per lui si troverà un posticino nella storia che non sia legato solo al grottesco”.
 
Curiosamente - curiosamente per Bianconi che fa l’elenco, da persona onesta – la ragione prima del No al referendum è che la giustizia in Italia soffre di molti mali, e che la riforma che va al referendum non ne risolve nessuno. Un’argomentazione ineccepibile, da vero logico - da asino di Buridano.
 
Sono sempre crudeli le cronache, seppure minime, da Israele nei territori che Israele occupa. Ancora in Cisgiordania, e in Libano dopo Gaza. A opera di un esercito di leva, di giovani cioè. Molto criticato in America, specie fra gli ebrei americani. Ma non in Europa. Non in Italia. La politica dello struzzo non è cattiva solo moralmente.
 
Si fa con rispetto la cronaca dell’arresto di un giornalista romano di 48 anni e della sua amante, una insegnante romana di 52, per violenza sessuale aggravata su minori - la figlia e i nipoti dell’insegnante. Lui ha un lunghissimo nome invece della realtà: “Giornalista romano, 40enne, sposato con due figli, passato dalla carta stampata alla vicedirezione di un tg nazionale, quindi a quella della comunicazione di un’importante azienda a partecipazione statale e infine di una società hi-tech”. Auff! tutto pur di non dire il nome. F se fosse stato un politico, un manager, uno sbandato?
 
Il “caso Delmastro”, un vice-ministro della Giustizia che si fa fotografare abbracciato a un mafioso, scoppia l’antivigilia della chiusura della campagna referendaria sulla giustizia. Poi dice che non c’è la giustizia politica, a orologeria. Se si potesse, votando o non votando, cancellare tutto il “sistema” giudiziario, quella sì sarebbe una vera riforma – rivoluzionaria.
Peggio non si potrebbe fare anche senza.
 
Come è insulsa la querelle Giuliuerele uli-utafuoco sla Rssia alaBienale. Noeye ce veder cn la Bienale de  isend, che Rpa di Meana or-Buttafuoco sula Russia alla Biennale. Rispetto alla Biennale del Dissenso, sempre a proposito della Russia, voluta da Ripa di Meana quasi mezzo secolo fa, nell’autunno del 1977. Allora il partito Comunista la avversò, anche allora con molti giornali al seguito, perché, indipendente da Mosca e tutto come diceva, Berlinguer ne negava il totalitarismo – che tutti vedevano e soffrivano. Oggi la situazione si direbbe migliorata – sono solo due camerati, ex, che fanno i burocrati. O era meglio al tempo dell’Urss – e del Pci indipendente dall’Urss?
 
“Perché l’Italia sta trasformando il suo gigante assicurativo in una pedina di politica di potere” è enigma che solo “The Economist” tenta di decifrare. In Italia no – Generali? che squadra è? Che un signore siculo-romano di 80 anni, con una famiglia complicata e eredi non all’altezza, si sia comprato Mps, Mediobanca, Generali e prossimamente Bpm, senza dire che cosa ne vuole fare - in mancanza anche dei “chi”, né figli né collaboratori. E che tutto sia stato creato da Meloni. Alla quale però tutto viene rimproverato, ma non questa (assurda) operazione – Meloni che l’ha costruita con Girogetti (Lega), con la finta asta per le quote Mps e il blocco della finestra aperta da Unicredit sulla sporca faccenda.  

Cronache dell’altro mondo – sessual-sindacali (395)

“Il mio silenzio finisce qui”: Dolores Huerta, leader del sindacato dei lavoratori agricoli, che con Cesar Chavez ha fondato la Unione Farm Workers nel dopoguerra, ha letto un’inchiesta del “New York Times” sulle intemperanze sessuali di Chavez, in particolare sugli stupri di ragazzine di 13 e 12 anni, dalle sue violenze marchiate a vita, e a 95 anni ha fatto outing. “Sono stata violentata anch’io, due volte. La prima volta non mi opposi, era il leader del movimento a cui avevo dedicato anni di vita. La seconda volta”, Huerta aveva 36 anni, “guidò fino a una vigna isolata” e la stuprò.
Dai due stupri sono nate due figlie, che Huerta diede in affido – salvo poi ricostituire con loro un rapporto. Ma intanto aveva sposato il fratello di Chavez, Ricardo, col quale ha avuto quattro figli.
Dolores Pato è un mito americano. E più di lei lo era Chavez, in campo progressista. Da lui Obama prese il motto “sì, se puede” – “yes, we can”, e nel suo nome creò una festa dei braccianti, il 31 marzo – data di nascita di Chavez. Biden, che ebbe grande aiuto in campagna elettorale da una nipote di Chavez, volle il suo busto nello Studio Ovale.
Le rivelazioni hanno prontamente portato alla damnatio memoriae di Chavez, da libri, scuole, targhe, monumenti. Il 31 marzo sarà il Farmworkers Day.  

La buona morte non è un progresso, e non è sociale

“La libertà di morire mi sembra l’unico argomento vero”, Michel Houellebecq spiega in una lunga conversazione con Stefano Montefiori, a proposito della raccolta di poesia appena pubblicata, “Combat toujours perdant”, del disco in uscita con Frédéric Lo, “Souvenez-vous de l’homme”, e del voto in calendario al Parlamento francese sull’eutanasia. Da sempre contrario alla “buona morte”, benché da sempre teorico e pratico della paranoia della fine del mondo – del nichilismo.
“Da dove nasce questo suo impegno contro l’eutanasia, al quale lei dedica pagine bellissime nel suo romanzo «Annientare»?” gli chiede Montefiori. “Parlare di dignità mi pare falso. Pretendere che si tratti di compassione è un’altra falsità…. Compassione è alleviare le sofferenze, non uccidere”. E se tanta gente si batte per farne un diritto, “penso che resista ancora l’argomento della libertà”, quello vecchio del suicidio – “la libertà di morire mi sembra l’unico argomento vero”.
Sul tema circolano molte idee sbagliate, insiste lo scrittore. “I politici”, p. es., “sono sconnessi dai cittadini”. L’eutanasia “di solito viene presentata come un inevitabile e auspicato progresso sociale”, e “una nuova inevitabile battaglia progressista”. A Houellebecq sembra “non sia affatto progressista: l’eutanasia e il suicidio assistito mi appaiono come soluzioni del passato, visto che oggi siamo in grado di combattere il dolore”. La maggioranza dell’opinione comunque è sempre contro. E “quel che è più sorprendente è che tra gli oppositori all’eutanasia ci sono più elettori di estrema sinistra che di estrema destra”, e più giovani, e più abitanti delle città, in particolare i parigini - “tutto l’approccio è falsato”.
Stefano Montefiori, Houellebecq: il mio affetto va all’umanità, “La Lettura” # 747, 22 marzo 2026, pp. 1-5 € 1 (free online, pressreader)