sabato 28 marzo 2026
A Milano è sempre resurrezione
Una resurrezione: Longhi rifà il “Miracolo a Milano” di De Sica e Zavattini, molto diverso da quello “poetico” originale, ma sulla doppia traccia che De Sica stesso enunciava ai cronisti che lo avevano scovato sul set milanese – prima quindi del montaggio del film, della storia come poi si è veduta: “Milano non sa quanta materia di cinema contenga”. E spiegava: “Di cinema realista e poetico: la sua gente, voglio dire, e anche il suo paesaggio, eguale e livellato: questo Prato dell’Ortica, questi treni che passano a ogni minuto, queste baracche rappezzate, con sullo sfondo i falansteri di cemento, zeppi di uomini-formiche”. Montandolo come un dramma, più che come la commediola fiabesca originale. Rimpolpandola come uno storione di Milano quale era e come è cambiata - la città si vuole tipicamente sempre in fase di resurrezione. Nelle statistiche, più volte aggiornate, nei modi (i personaggi), nel linguaggio. La Milano com’era e com’è facendo culminare in un sermoncino della Madunina, scesa dal pinnacolo del Duomo per celebrarla. Celebrare la città e insieme spronarla, nella lingua che ha dimenticato o trascura, e anche, nella stessa lingua, per ammonirla: “Milan, laurà e danè, qualcuno dice che abbiamo fatto bum, forse per le bombe, qualcuno dice che nel giro di qualche generazione, dopo la guerra, siamo diventati meno poveri, con il caffè in piedi, i passi svelti, sempre svelti... verso dove? Il futuro... Milano. El center del mund...”
Il
miracolo di De Sica e Zavattini ripreso a teatro, e molto manipolato da Longhi,
per una doppia celebrazione, dei 75 anni del film e degli ottanta (fra un anno) del “Piccolo”,
l’istituzione milanese voluta da Paolo Grassi e Giorgio Strehler, il primo teatro
stabile d’Italia – oggi forte di ben tre sale, la Grassi e il Teatro Studio
Melato oltre al Teatro Strehler, e di una scuola di recitazione ambita. Un’operazione
riuscita, in cartellone per un mese, a teatro sempre esaurito.
Sui
due binari indicati da De Sica un altro tipo di spettacolo, che ha più del grand
opéra che della fiaba originale. Il poetico diventa anche magico, o stregonesco.
Il reale, il mondo piccolo dei senza dimora marginalizzato, che diventa invece
attore e in qualche modo protagonista del cambiamento – del “miracolo” economico,
che la statistica periodicamente accerta e fa valere in scena. Con molti
arricchimenti. Totò il Buono, il santo miracoloso del film, è rimpolpato dalle
fantasie adolescenziali di Peer Gynt, con Ibsen quindi (Ibsen in ehsilio volontario
a Ischia, libero da nebbie e ubbie) sovrapposto a De Sica e Zavattini - una performance straordinaria di Guanciale. Sulla base
del didatticismo alla Brecht – “vi spieghiamo cosa state vedendo”. Il film era di caratteri, il miracolo di Longhi è di cose - con sconfinamenti inevitabili nella speculazione edilizia, un tormentone (dei cappelli, per la verità sinonimo meridionale di notabili). E con una
spruzzata, verbale invece che pittorica, di milanesità (a opera del linguista
Gino Cervi - anche quando si tratta di versi di Zavattini, tradotti dal luzzarese:
è un recupero, Milano ha dimenticato il dialetto), alla maniera delle figurine
di Bruegel il Vecchio, “Proverbi fiamminghi”. Ma nel quadro di una celebrazione eccezionale della città, ieri e oggi.
Uno
spettacolo ambizioso, sull’esempio del grand opéra: molta storia e affollati
cambi di scena, di personaggi, di situazioni. Una messinscena globale. Con
scene, costumi e ritmi alla Brecht, di un teatro che immediatamente si
autodenuncia o autodenuda – la solita bugia del “questa è realtà, non finzione”.
In una spettacolarizzazione alla Ronconi, alla cui scuola Longhi si ascrive.
Per una recitazione tumultuosa e svelta
di tre ore abbondanti. Retta da un cast che non si dà soste, tra cambi di
costume, di ruoli, di età, di dizione, di fisico e di psicologia. Attorno al
mattatore Lino Guanciale, Totò il Buono, un gruppo ristretto e indiavolato,
ognuno con tre-quattro ruoli da rappresentare: Daniele Cavone Felicioni, Michele Dell’Utri, Diana
Manea, Mario Pirrello, Sara Putignano, Giulia Trivero. In cima, all’inizio e alla
fine, nel ruolo naturalmente di Lolotte, la fatina della favola, Giulia
Lazzarini, la sola milanese, novantenne. Gli allievi della scuola di teatro
aiutano al “tutto è scena”, che è la verità di Brecht, all’ingresso, nell’intervallo,
e soprattutto in scena, ognuno con cinque-sei cambi di personaggio e di
costume.
Con un buonissimo programma di sala (consultabile online
liberamente), ricco di molte foto di scena, e di vari saggi, su Zavattini, di Valentina
Fortichiari, sua ultima (e unica) specialista, e su Milano.
Claudio Longhi, Miracolo
a Milano, Teatro Strehler, Milano
venerdì 27 marzo 2026
Problemi di base veritieri - 907
spock
È saggio chi è
sciocco?
È sciocco chi
è saggio?
Se non c’è la
verità tutto è possibile?
Oppure
impossibile?
È vero quello
che è falso?
È falso quello
che è vero?
spock@antiit.eu
Pilato, il primo procuratore e giudice
Il
Procuratore di Venezia, ex, sostituto Procuratore, vecchio Liberale, di quando
c’erano i Liberali del Partito Liberale, seppure allo zoo, specie protetta,
rifà il processo a Gesù sulle carte otto-novecentesche, di studi, analisi, ipotesi,
perplessità e conclusioni non conclusive della vicenda, otto-novecenteschi. Non
da storico dilettante, ma da giurista inquirente. Partendo dalla tesi, fra i
tanti che se ne sono occupati, “di Weiss e Schweitzer, che Gesù avesse del
regno di Dio una concezione esclusivamente escatologica, e che fosse
completamente indifferente alle vicende di questo mondo”. Come dire: fate di me
quello che volete, non me ne importa (Weiss non si sa, ma Albert Schweitzer
sono ben 700 e più pagine per arrivare a questa conclusione).
Una
serie di risvolti gialli si susseguono, che non vale rivelare. Ma chi vuole
Gesù a morte è detto subito: Ponzio Pilato - prefetto della Giudea e non
“procuratore”. Cioè Roma. Soldati romani lo catturarono – addirittura una
coorte. E perché nel Getsemani, di notte? Qui altri due gialli si sommano. L’unica
cosa che si può dire è che al riesame, semplice, del Vangeli, il “deicidio”
sembra invenzione del solo Matteo.
Perché
condannare Gesù? Questo si può dire: troppo popolare a Gerusalemme, appena vi
era entrato, e poi col passaggio al Tempio. Tutto in pochi giorni, in poche
ore. C’era una guerriglia in corso anti-romana, degli zeloti, patrioti ebrei,
oggi diremmo terroristi, e Pilato non si fidava. Gesù non può essere stato
condannato dal sinedrio ebraico, che le condanne a morte comminava per
lapidazione. La crocefissione era “pena capitale tipicamente romana”, e fu
operata da soldati romani. L’arresto sul Getsemani era stato operato da una
coorte – addirittura – romana. E alle nove del mattino il prefetto Pilato era ad
aspettare il reo – “Pilato era già là ad aspettarlo. Era l’ora terza” –
all’apertura dell’orario d’ufficio.
La
crocefissione, attestata anche da Tacito e Flavio Giuseppe, era pena terribile,
oltre che infamante: “Cicerone la definiva «crudelissimum teterrimumque suppplicium», il più crudele e odioso dei
supplizi, Era una morte riservata agli schiavi turbolenti e ai provinciali
ribelli”. Con la flagellazione, “che riduceva il corpo a una massa
sanguinolenta, idonea ad attirare insetti e rapaci durante l’agonia”. E il
sovraccarico del patibulum, “una trave pesante che sarebbe stata posta
trasversalmente sul palo”. Fino al “Golgotha, luogo del cranio” - altrimenti
ignoto. Romana anche la constatazione della morte, nel caso di Gesù con la
lancia infilata nel costato – normalmente si faceva spezzando le gambe delle
vittime, per sollecitare eventuali contrazioni spasmiche. La controprova della
condanna romana, da parte di Pilato, arriva dopo la morte, quando sarà sempre
Pilato ad autorizzare l’onorata sepoltura del crocifisso all’uso ebraico - da
parte di Giuseppe d’Arimatea.
Pilato,
insomma, un grande imbroglio. “Ad esempio, il gesto di lavarsi le mani è
sicuramente una interpolazione, trattandosi di un rituale puramente ebraico estraneo
alla mentalità romana” – qui con qualche dubbio: i romani non si lavavano? Ancora
peggio gli è andata, aggiunge Nordio, con “gli Acta Pilati e tuti i libelli
agiografici fioriti nei decenni successivi, che giunsero alla beatificazione di
questo mediocre burocrate arrivista e della moglie visionaria. Se non fosse stato
per Gesù, il suo nome sarebbe quasi sparito (è menzionato da Tacito e da Flavio Giuseppe)”.
Non
è finita: perché solo Gesù e non anche i discepoli, che pure lo seguivano
armati – lo erano anche la notte sul Getsemani? E qui insorge il problema Giuda:
un discepolo che si vendeva per 30 denari - comunque non pagati dal Sinedrio,
dagli ebrei? Non si sa, ma altre ipotesi
sono più convincenti, soprattutto quella politica (era Giuda uno zelota, un
militante nazionalista) e quella spionistica.
Un
giallo dai molteplici fili, con qualche ricaduta critica sugli stessi Vangeli,
su Matteo specialmente, e su Giovanni. Un passatempo, forse, del Procuratore in
pensione, ma pieno di cose: il problema Gesù, il problema Giuda, il problema
Ponzio Pilato. Di argomentazioni convincenti, seppure di problemi sempre
aperti. E pieno di cose, seppure in poche pagine.
A
p. 40 c’è tutto, quello che un buon investigatore deve sapere: “Quando il
predicatore arrivò a Gerusalemme, durante il periodo pasquale ricco di fermenti
e di tensioni, la vigilanza fu intensificata. Il sospetto diventò certezza
quando Gesù, con la sua irruzione al Tempio, entrò in conflitto con l’apparato
sacerdotale, e soprattutto quando cominciò a circolare l’avvento di un nuovo
regno. Poco importava che nella visione del suo ideatore questa realtà fosse
squisitamente spirituale ed escatologica: nella cultura ebraica il Messia era anche
un condottiero militare che avrebbe riportato Israele alle sue primitive
grandezze”.
Carlo
Nordio,
Processo a Gesù, Il Foglio, p. 64 € 1,50
giovedì 26 marzo 2026
C’è della follia nel metodo Trump
Dopo il Venezuela, il Grande Pacificatore Trump è partito all’assalto dell’Iran. Per farne una cittadella democratica? Un avamposto dell’Occidente – senza velo? Un vassallo d’Israele? Per fare un favore alle petromonarchie, sue amiche e benefattrici (i.d. sunniti contro sciiti)? Per far raddoppiare il prezzo della benzina? Non si sa. Forse soltanto fuorviato dai suoi (non eccellenti) servizi segreti. Forse dall’ignoranza (Khamenei come Maduro). Forse dal suo amico Netanyahu. E ora penserà che abbaiando penultimatum spaventa quattro pretonzoli. Mentre si sa, si vede, che più la guerra dura meglio gli ayatollah si sentono.
Si potrebbe anche pensare che il dealer per eccellenza, il venditore di polizze, questa volta ha toppato. Ma non senza conseguenze: un mese di bombardamenti e assassinii eccellenti e niente - solo mezzo mondo nei guai, specie i più poveri e deboli (con la favola delle petromonarchie disvelata - e Kiev? abbandonata alle 3 M, Macron, Meloni, Merz?).
Tanto furbo e fortunato in affari, tanto maldestro, il presidente degli
Stati Uniti, nell’universo mondo, che è vasto e vario. L’Iran, attaccato
proditoriamente due volte, a giugno e a febbraio, da Trump con Netanyahu, nel
mezzo, in teoria, di un negoziato, venderà cara la pelle. Che altro deve fare?
Attaccare il nemico di sorpresa mentre è venuto a trattare non si è mai
fatto, e quindi – porterà bene o porterà male?
LeMay l'incendiario, col napalm e con l’atomica
Come
la Usaf, l’aviazione americana, passò dai bombardamenti casuali del primo uso bellico
degli aerei nella Grande Guerra, e in quella di Spagna, ad attacchi mirati, diurni
e non notturni (terrificanti), da alta quota, di precisione, su stabilimenti
nemici di produzione. Una strategia che obbediva a un’idea ancora onorevole della
guerra, oggi si direbbe di impegno civile, se non morale. Dei comandi della Usaf
negli anni 1930. Autodefinitisi “Bomber Mafia”. Una strategia che si rafforzò nel
secondo conflitto, grazie anche a un nuovo e più preciso sistema di puntamento,
il Norden. E a un bombardiere, il Boeing B-29, che volava sicuro ad alta quota,
benché solo di giorno, e a lungo raggio – sarà quello di Hiroshima e Nagasaki. Ma
fu soppiantata negli Stati Maggiori dal generale Curtis LeMay, teorico del
napalm. Della distruzione totale e inconsiderata.
“Bomber Mafia” era
stato inizialmente una denominazione peggiorativa, tra le forze armate
americane, per i diplomati della scuola d’aviazione, la Air Corps Tactical
School di Langley, in Virginia, che sapevano, e comunque sostenevano, che la
guerra moderna sarebbe stata essenzialmente aerea. Gli stessi però che, alla
prospettiva di un’ecatombe di civili provocata dall’alto, provarono a sostituire
un piano d’azione basato su attacchi mirati e controllati. Forti, nella seconda
guerra mondiale, di un sistema di puntamento affinato, il Norden, e di un bombardiere
a lungo raggio e di grande portata, detto Superfortress, il Boeing B-29, per il
volo diurno, ad alta quota – lo stesso che bombarderà Hiroshima e Nagasaki.
Alcuni attacchi sull’irraggiungibile
Giappone sembrarono efficaci: la conquista delle isole Marianne, su cui
costruire piste per i B-29 diretti in Giappone, i raid sulle fabbriche di
cuscinetti a sfere per colpire la macchina bellica nipponica, la sorvolata avventurosa
del monte Fuji per bombardare e fabbriche dei caccia nipponici. Senza perdite o quasi. Ma l’America aveva fretta
e il 6 gennaio 1945 sostituì i comandi della Bomber Mafia con il generale Curtis
Emerson LeMay, 38 anni. Presentato come “eroe dei bombardamenti in Germania”,
in realtà teorico e autore della riconquista delle isole del Pacifico con poca
spesa, con bombe incendiarie a tappeto. Una tattica
omicida, di un generale imberbe, il cui credo era “non ci sono civili innocenti”.
Pur sapendo la verità: “Se non vinciamo, saremo criminali di guerra”.
La sua strategia
era semplice: replicare dall’alto il terremoto che nel 1923 aveva polverizzato
mezzo Giappone, da Tokyo a Yokohama, le scintille delle scosse avendo provocato l’incendio
indomabile delle abitazioni, fatte di legno e di cartone, e l’incenerimento
degli abitanti. In sette mesi LeMay distrusse in Giappone
64 città con le bombe incendiarie, e Hiroshima e Nagasaki con l’atomica, un milione
di morti.
“Gli
scienziati, i generali e i piloti che volevano cambiare le sorti della seconda
guerra mondiale” è il sottotitolo. Più prosaicamente: il passaggio dell’Usaf al
napalm, e alla bomba atomica. Alla vittoria, ma niente di onorevole.
Malcom
Gladwell, Bomber Mafia, Utet, pp. 238 € 20
mercoledì 25 marzo 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (628)
Giuseppe Leuzzi
Si celebra Bossi come uno statista. Come quello che ha
rinfrescato, rinnovato, il linguaggio politico. Mentre lo ha pornizzato.
Ammorbando la politica, ridotta all’interesse del più forte – che altro è la “questione
settentrionale” di cui gli si fa merito?
Se ne sono dimenticate le
farneticazoni, se ne celebra l’oratoria, sporca, coi coglioni sul piatto.
Che abbia avuto seguito,
questo è un fatto. Ma questa è la “questione” – non è un monumento.
Capita di rivedere per caso
“Aprile”, il film a episodi di Nanni Moretti. Di cui uno è lo Sposalizio del
Mare, a Venezia, una dette “sacre” cerimonie della Lega. Folklore. Ma si prendevano
sul serio -avevano fatto anche i carri armati, di carta pesta.
L’Italia ha portato con sé,
fino all’entrata nella cosidd etta modernità, una consapevole tradizione di
autonomismi locali in cui il Nord contava ben poco” – Marco Belpoliti, “Nord
Nord”, p. 14.
Istantanee mafia
Nelle mafie fuori sede, tipo
Roma Capitale, e ora il clan Senese, o Delmastro - uno di Biella… - viene sempre
fuori una foto compromettente. Non a letto ma a tavola, al ristorante. Ora di Delmastro
appunto, biellese, e della ex consigliera del ministero della Giustizia Bartolozzi.
Un po’come quella di un uomo dei servizi segreti che si voleva costringere alle
dimissioni, Mancini, con Renzi. Ma più complessa: tutti attorno a un tavolo, e
il tavolo “aperto”, per una foto che inquadri tutti. Insomma professionale. Non
rubata da un cameriere – oppure rubata da un cameriere, ma con arte. Al tempo
di Mafia Capitale quella di Buzzi, l’ex galeotto comunista creatore di
cooperative di ex carcerati per la Lega delle Cooperative, a tavola col sindaco
di Roma ex missino Alemano – poi per questo condannato (Buzzi invece è stato
assolto).
Nelle mafie radicate c’è un profluvio
d’intercettazioni. Romanzi. Anche storici, per anni e decenni, prima che si
proceda con lo scandalo e\o gli arresti – anche qualche condanna, bisogna dire
la verità, dopo qualche decennio d’intercettazioni (i mafiosi più che altro
sono attori, di una sorta di pantomimo sadico). Fuori sede invece c’è la manina
che, sapiente, immortala lo scatto.
Insomma, non è che i tanti
corpi antimafia siano collusi o distratti. Hanno i loro tempi e metodi.
La lingua del
dialetto
Ingeborg Bachmann ha il
“dialetto delle lingue”, alla fine del lungo intervento (ora pubblicato come saggio
a sé stante nella raccolta “A occhi aperti”) intitolato “Diario in pubblico” e
scritto per una rivista letteraria cosmopolita, “europea”, italo-franco-tedesca
che poi non ha visto la luce. Prospettando unificante sotto il trilinguismo del
progetto, “la fiducia nel dialetto delle lingue, la fiducia di ciò che in esso
vi è di traducibile, e in ciò che vi rimane di intraducibile”.
Perché siamo il linguaggio.
La cui prima espressione è dialettale. Circoscritta e quindi limitata, poco evoluta
e quindi modernizzabile, poiché è il linguaggio di una comunità comunque ristretta,
ridotta, e conservativa (ripetitiva) più che innovativa (inventiva). È la radice,
una delle radici – il “mio” mondo era ed è Graz, la Carinzia, non Vienna.
Anche la scrittura Bachman
vuole “dialettale” invece che cosmopolita – sempre in “Diario in pubblico”, (“A occhi aperti”, p. 121): “L’unica cosa certa
è che lo scrittore cerca un idioma suo proprio all’interno di quelli della lingua,
aspira a un suo dialetto e a una dialettica, i quali contano entrambi su di lui
come loro possibile rappresentante su cui appoggiarsi”.
Milano senza più lingua
– e senza più cuore
Milano cura da alcuni anni, da
quando il film ha fatto i settant’anni, nel 2012, il recupero come memoria
propria della grande opera dei poveri che fu il film di De Sica e Zavattini nel
1951, “Miracolo a Milano”. Che la città allora ricevette di malumore, e anzi
osteggiò. Convegni sul film, e su De Sica e Zavattini, si succedono, studi si
promuovono, targhe nei luoghi delle riprese e aiuole e piazzette dedicate agli
artisti, Paolo Stoppa, Anna Catena etc., si moltiplicano. Da ultimo il direttore
del Piccolo di Milano, del teatro e della scuola di teatro, ha voluto onorare i
75 anni del film, e insieme della nascita del Piccolo, con una mega-produzione
teatrale delle storie e i tempi del film. Forte della partecipazione della
decana dei palcoscenici, Giulia Lazzarini, peraltro milanese doc, di Lino
Guanciale nei panni di Totò il buono, il personaggio di Zavattini attorno a cui
gira il “miracolo”, e degli allievi della scuola di teatro. Per una composita -
seriosa e allegra – riduzione teatrale.
Riduzione per modo di dire.
Giacché Guanciale si è assunto, con Paolo Di Paolo, il ruolo del vecchio
dramaturg delle corti tedesche del Settecento: ha innestato nella sceneggiatura
del film altri elementi: la figura del ragazzo donchisciottesco di Ibsen, “Peer
Gynt”, il racconto di Zavattini che è il soggetto del film, “Totò il Buono”, e
la corrispondenza tra Zavattini e Totò, che, allora giovane, era la “persona” sulla
quale il racconto era stato calibrato. Insieme, Di Paolo e Guanciale hanno anche
pubblicato il loro rifacimento – di cui il sito ha già dato conto. E la
pubblicazione hanno fatto precedere da una prefazione di Ferruccio de Bortoli.
Breve, due cartelle. Ma fulminante, come suole dirsi delle rivelazioni.
Ferruccio, che è anche il solo milanese del progetto-riproposta, spiega che Milano
non ha più lingua: “Oggi nessuno parla più il dialetto”. Cosa che il
viaggiatore anche frettoloso constata: i cinesi si parlano in “cinese”, i siciliani
in siciliano, i calabresi in calabrese. Al contrario, p.es., che a Roma, dove
tutti, anche l’immigrato dell’ultima ora, propone una sua koiné romanesca.
De Bortoli lo nota per complimentarsi
per lo spettacolo, che invece ripropone la milanesità. Questo, nota, “è
meraviglioso in sé”. Ma lo nota scoraggiato: “Se potessimo non solo sognare ma
anche vivere ogni giorno parlandoci in un dialetto che sembra scomparso – per
giunta quello di una città che non è incline a guardare il cielo, a coltivare
illusioni – allora si aprirebbe uno spiraglio di civiltà dei sentimenti che
abbiamo perduto nel tempo”. La sua nota avendo aperto col viale Tibaldi, dove
all’epoca del film “c’era la Centrale del latte e non l’estensione avveniristica
della Bocconi….. il campus universitario degli architetti giapponesi Kazuyo
Sejima e Ryūe Nishizawa”. Dove, “proprio lì, nell’anonimo viale Tibaldi che il
milanese percorre in auto come fosse un’autostrada urbana, un’umanità dolente
ma composta si accalca… in coda silenziosa per ricevere un aiuto dai volontari
di Pane Quotidiano”. Nella “semiperiferia, grigia, nebbiosa, informe. Brutta”,
una “lunga fila di persone, ingrossatasi a dismisura in questi anni di povertà
nascosta in una città che non se ne vergogna a sufficienza”. Immigrati, e
“nuovi poveri italiani”. Per i quali de Bortoli immagina quanto volentieri
volerebbero via, “a cavallo di una scopa, se mai ce l’avessero”. Ma “senza
peraltro sorridere”: i poveri degli anni cinquanta “erano tutti uguali, nella
buona e nella cattiva sorte”, e “avevano più libertà di sognare”, gli “invisibili”
di oggi no, la città non dà al neopovero alcuna opportunità “di risalire la
china della disperazione”.
Cronache della
differenza: Puglia
Del Salento Goffredo Fofi fa,
sorpreso, una lunga lista di intellettuali di peso a fine Novecento in
“Arcipelago Sud”, trattando di Rina Durane: Durante stessa, Carmelo Bene, Vittorio
Bodini, Oreste Macrì, Tomaso Fiore.
Grikò. “Il Salento è stato colonizzato dai Greci e c’è una parte dell’interno
che ancora parla questo dialetto che i greci di oggi non capiscono” – G. Fofi,
“Arcipelago Sud”, p.\101. Come non capiscono, per la verità, il greco classico,
quello che si studia al classico – non nella pronuncia standardizzata per i
classici.
Tutto il meridione, non solo il
Salento, era “greco”, “colonizzato” dai Greci, prima di diventare “romano”: il
Salento è stato più a lungo e con più convinzione bizantino.
La “scoperta” del Salento però
è recente – roba di due o tre decenni. Il Salento “fino a vent’anni fa”, primi
Duemila, “era quasi sconosciuto, nelle mie estati salentine incrociavo solo due
milanesi come me (allora arrivavo da Milano), innamorati del Salento: Maria
Corti e Vanni Scheiwiller” – G. Fofi, “Arcipelago Sud”, 102 - … Io li conoscevo
da Milano e ci si ritrovava, spesso ospiti di un piccolo editore, Piero Manni,
regolarmente più o meno a Ferragosto, e ci chiamavano «i milanesi»”.
Con Rina Durante, Fofi celebra
anche Cecilia Mangini, fotografa e documentarista, partendo dai lavori di
Pasolini a Roma, Pratolini a Firenze, Ernesto de Martino in Puglia - “una
figura molto insolita nel cinema del tempo, non solo italiano”. Da sola o in collaborazione,
in una seconda fase, con Lino Del Fra. Poi ancora da sola: “Essere donne”,
“Felice Natale”, sugli eccessi del consumismo, “Tommaso”, il giovane del Sud al
Nord, “La scelta” (l’eutanasia), e nel 2013, da ultimo, “In Viaggio con
Cecilia”, per mostrare il “grande balzo”
della Puglia.
Ne “Il brigante di Tacca del
lupo” il bolognese Bacchelli ha dedicato pregevoli brani al Gargano. Con una
padronanza della Capitanata come se ci fosse nato. Il titolo originario del
racconto, 1936, è “Campagna contro i briganti”, a puntate su “L’illustrazione
italiana”. Racconta l’ultima fas e del brigantaggio, 1863-1864. La provincia di
Foggia era stata teatro di scontri violenti, che avevano attratto l’attenzione
più di altri, dei tanti che si inseguirono nella campagna.
Non ha (più) grande memoria di Rodolfo Valentino. ”il
principale attore cinematografico americano, e quindi del mondo”, dell’epoca
del muto, “che era di origine pugliese, il bell’italiano che ballava il tango
nei ‘Quattro cavalieri dell’Apocalisse’ e in tanti altri film”. Fofi lo ricorda
a proposito di Gilda Mignonette, una cantante napoletana rivale di Elvira Donnarumma,
che, emigrata in America per cantare alle feste italo-americane, vi “scrisse e
cantò una canzone famosa, ‘Povero Valentino’, un lamento per la morte di Rodolfo
Valentino”.
leuzzi@antiit.eu
Il sogno della vita
La
vita incantata di Will of the Mill – il racconto è già nel titolo originale.
Bambino e poi ragazzo nel mulino lungo il fiume sopra la valle, poi stazione di
posta, poi rifugio per escursionisti. Curioso dei mondi a valle, tema di
tanti racconti dei viaggiatori. Dai quali però, dopo le prime coinvolgenti esperienze,
si ritrae. Imprenditore capace. Innamorato. Che all’amore decide di non
concedersi, per non farlo deperire. In dialogo costante con le acque, i fiori,
gli alberi, le stelle. Fino a che il Cavaliere Morte non gli si para dinnanzi.
Un
racconto curioso – specie per l’avventuroso Stevenson: la favola della vita
piena sebbene non vissuta. Come se fosse più piena perché non sprecata.
Un
racconto che nel fluviale Stevenson è un capolavoro di scrittura, rimeditata: si
direbbe la scrittura che prende rilievo sul niente, come suole ma qui piena di
un non si sa che cosa che è la vita: Will pratica nei sentimenti la tecnica indiana
della ritenzione nel rapporto sessuale, i momenti migliori fermano allo zenit.
Robert
Louis Robinson, Will del Mulino, Adelphi, pp. 62 € 5
martedì 24 marzo 2026
Secondi pensieri - 580
zeulig
Ambiguità – “È come uno specchio che rifletta uno
specchio che rifletta un altro secchio ancora”, è riflessione di Thomas Mann in
visita in Texas dal linguista e filologo indo-europeo Prokosch, l’autore di
“The History of Indo-European Languages” - in una conversazione raccolta da Prokosch
figlio, Frederic, in “Voci”, 125. Specialmente intesa, e rivendicata, per la creazione
artistica: “L’opera d’arte deve riflettere l’ambiguità che è nell’anima dell’artista,
ma l’ambiguità dell’opera d’arte è ben diversa da quella dell’artista, sebbene
l’ambiguità dell’una rispecchi l’ambiguità dell’altro…”.
Ambiguo – l’ambiguità vuole ambiguità?
Complessità – È in fisica concetto di forte
valenza conoscitiva: è la scoperta- l’esistenza- di equilibri multipli. Basta
rompere le “simmetrie delle repliche”, individuare la “simmetria nascosta”. Che
sono, matematicamente, infinite – tante quanti i dati, o le ipotesi di ricerca.
Complesso è complicato. Ma anche imprevedibile. E quindi, in fondo,
inconoscibile. Una constatazione di irriducibilità della realtà - la materia
oscura, anche minima, subatomica. Dell’inafferrabilità della vita. Per la
fisica e per la scienza in genere.
L’intelligenza artificiale, che pure si vuole maiuscola, ne è la controprova:
un recipiente pieno di cose preesistenti – per quanto numerose, a milioni, a miliardi.
Dignità -L’uso della parola dignità (a proposito della “buona
morte”, n.d.r.) mi ha sempre irritato”, protesta lo scrittore Michel Houellebcq
su “La Lettura”: “La dignità viene evocata di continuo, a sproposito. Si parla
di dignità per dire che si è ancora in buono stato, presentabili, insomma non
tropo ripugnanti per gli altri. Ma non è affatto il senso filosofico,
tradizionale, della dignità. Normalmente la dignità è qualcosa che non si può
perdere, quale che sia il proprio stato di salute. Mentre la dignità, oggi, è
legata al controllo delle proprie facoltà di espressione”.
Della vita social – altrimenti non è.
Egemonia – Quella “culturale”
si direbbe una sindrome, a carattere fascistoide, proprio del partito Comunista
– io e il mio Dio. Di cui si fa autore Gramsci. Mentre ricorre in Gramsci una
sola volta nelle migliaia di pagine dei “Quaderni”, e in funzione del tutto
accidentale.
Vale
la pena citarne il luogo, per dirne l’incidentalità. È al § 3 del “Quaderno 29”,
ca 1935, sotto il titolo: “Focolai di irradiazione di innovazioni linguistiche
nella tradizione e di un conformismo nazionale linguistico nelle grandi masse
nazionali”: Il conformismo non fa il paio con una “egemonia”, né culturale né
politica.
Questa
la notazione, come ripresa da Andrea Minuz, “Egemonia senza cultura”: “Ogni
volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della linga, significa
che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e allargamento
della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri
tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia
culturale”.
Freud – Freud in Africa? Anche in Asia - in India p.es., o in
Cina. Anche tra gli alienatissimi coreani o giapponesi.
Inadeguatezza – Trova il su acme in Groddeck, “il
medico massaggiatore Georg Groddeck, direttore di una clinica di Baden-Baden”.
Nella pratica e nel “Libro dell’Es”, per tutto quello che ha scritto “ha sempre
avuto in serbo la grande risata dell’inadeguatezza” – Ingeborg Bachmann, appunto
pubblicato postumo, nella raccolta “A occhi aperti”, p. 203: “Inadaguatezza
come risorsa terapeutica della psicoanalisi?” “Dell’inadeguatezza sua propria”,
continua Bachmann, “di quella degli esseri umani, o degli scrittori; di alcuni
come Goethe o Ibsen, ha dato splendide interpretazioni irriverenti perché
coraggiose”, e sempre rispettose.
Intellettualità – Ne senso di privilegio, se non di prevalenza,
si direbbe fascistoide, autoritaria - notabilare. Una sorta di patente autorilasciata
di autorevolezza. La intelligencja sovietica, da cui è fatta derivare,
era un orpello. In regime democratico si presume una prevalenza della riflessione,
degli studi, sulla funzione, che dà autorevolezza – capacità di guida, leadership.
Intelligenza artificiale – Ma è un digesto,
più propriamente un digest, la rimasticazione di quanto è stato detto, o
è dicibile attorno a un termine, una questione, un evento, un mondo.
L’esperimento del “Foglio”, di far fare il giornale all’intelligenza artificiale,
lodato e vantato, non diceva nulla – se non che è inutile leggere il giornale?
È roba da burocrazia - se una pratica risponde agli (innumerevoli)
requisiti richiesti. Da compito in classe. Da “conversazione all’inglese” – di rimasticature,
laterali (uhm, ehm, il tempo, il tè, il prato).
Scienza – È vera, nel senso che i suoi procedimenti sono giusti,
corretti, e gli altri sono sbagliati. Ma la verità non è mai evidente. Il probabilismo
introdotto da Boltzmann, spiega il Nobel Parisi in “Le simmetrie nascoste”, “il
caso molecolare che si “regolamenta” è nelle “possibilità”, per di più
“partendo dall’assunto che la condizione iniziale fosse «casuale»…. suscitò critiche feroci di fisici estremamente
capaci, tra cui il giovane Max Planck,, che successivamente si convertì al punto
di vista probabilistico introdotto da Boltzmann,… Altre critiche furono fatte da
fisici – come Ernst Mach, collega di Boltzmann all’università di Vienna e
considerato da Albert Einstein un suo ispiratore – che negavano l’esistenza stessa
dell’atomo” (mentre la politica gli dava ragione, si diverte a commentare
Parisi: nel 1909, a Mosca, in “Materialismo ed empiriocriticismo”, Lenin
“attacca Mach difendendo l’atomismo che era all’alba della teoria di Boltzmann”).
Perfezione - “La perfezione non è raggiungibile,
anche se è stata resa dimostrabile” – I. Bachmann, “Preparazione a un’antologia
di poesie di B. Brecht”, appunto manoscritto, ora in “A occhi aperti”, p. 231.
Umanità – “L’essere umano è notoriamente un essere oscuro.
L’inesplorato restiamo noi. L’Es” – I. Bachmann, “Georg Groddeck”, frammento,
ora in “A occhi aperti”, p. 205.
zeulgi@antiit.eu
La massa oscura del potere immodificabile
Il giorno che il giornale dei giudici, “la Repubblica”, trionfa col No
al referendum, lo stesso giorno viene venduto per la terza o quarta volta, senza
prezzo, come un giocattolo arrugginito. Senza autocritica. Ma con un senso evidente,
infine, sotto le tante acrobazie. C’è un mondo “conservatore”, che il
quotidiano di Scalfari ha imposto come unico e solo, e anche progressista, che
una volta si chiamava Democrazia Cristiana, e poi si è suddiviso tra destra e
sinistra, Berlusconi e Prodi, Pd e Forza Italia, Pd e Fratelli d’Italia, ma che
in certi momenti vota in massa unito, come se ubbidisse a un comando o a una strategia.
Oggi viva i giudici, e vaffa i giornali.
Data la massa, e l’evidenza, del movimento, si è tentati di dire che
viene agito. Ma da chi? Dalla chiesa no, non più – oggi si saprebbe. È come se
fosse agita da un cervello formattato, “democristiano”. Democristiano per dire “di
tutto, di più”, come la Rai suo araldo, “ma senza capo” (fecero la festa perfino
al mitissimo De Gasperi). Sicuramente si sposta in blocco – chiunque abbia esperienza
del voto ammnistrativo, per il sindaco, a contatto stretto con la massa elettorale,
lo sa: ci sono fenomeni oscuri, ma sicuri, per cui il voto si sposta in blocco.
Nei referendum il gioco è scoperto. In quello sulla riforma parlamentare
il no fu usato per ridimensionare Renzi – poi in effetti scomparso – già beniamino
della stessa massa. In questo sulla giustizia non per ragioni di partito ma per
mantenere intatto il potere dei giudici. Che è molto mal gestito, non c’è fautore
del no che li difenda, ma di questo asse-centro-massa evidentemente è la salvaguardia
o fortezza – il partito dei giudici è molto forte, si sa (la riprova è al
Quirinale, su ogni altro fronte arcipotente e arcipresente ma non sulla
giustizia, di cui cui pure è il capo – Mattarella ha fatto un’eccezione l’altra
settimana, caso unico nella storia della Repubblica, per il no alla riforma).
In questo referendum la “massa ignota” di manovra è scoperta al Sud,
quasi violenta. Che a Napoli, città di “paglietti”, anti-giudici per
definizione, il no sia stato di tre su quattro, o che in Calabria e in Sicilia,
governate da Forza Italia, la riforma di Forza Italia sia stata bocciata E in
Calabria a nemmeno sei mesi dal trionfo elettorale regionale di Forza Italia. Con la provincia di Reggio, l’unica che
non aveva partecipato al plebiscito per Occhiuto, invece polemicamente per il si. Questo
particolare pronunciatissimo no, del Sud, dove peraltro la giustizia è carente
sotto ogni aspetto, e anche lamentevole, dice che il “qualcosa” c’è e fa massa. Altrove il voto si discosta poco
dalla storia politica: le regioni rosse per il no, il Nord-Est per il sì, il Nord-Ovest
oscillante, su margini stretti.
Se non ci sono civili innocenti
Sette minuti dopo la
mezzanotte del 10 marzo 1945 poco meno di 300 B-29 americani, bombardieri a lungo
raggio, noti come Superfortress, occuparono il cielo di Tokyo seminando bombe
incendiarie. Per provocare un incendio di fortissimo calore, fino a 2.800 gradi
fahrenheit, con la liquefazione dell’asfalto e la vaporizzazione di migliaia degli
esseri umani. Circa 100 mila, in un’area di 16 miglia quadrate. Fu la
cosiddetta “neve nera”, di fumo e resti bruciati.
Con le Superfortress
l’Air Force Usa avviò la pratica cosiddetta degli attacchi “di precisione”, e su
obiettivi bellici, militari e industriali, grazia a sistemi di puntamento
dichiarati infallibili. Me nell’ottica di evitarsi le accuse di crimini di guerra.
Ma il bombardamento del 10 marzo non fu l’unico intenzionalmente annientante.
La Missione Neve Nera fu progettata. Sul “disastro di Tokyo e Yokohama” venti
anni prima, o Grande Terremoto del Kanto, violentissimo, alle 17,45 dell’1 settembre
1923, epicentro sotto la baia di Sagami, 48 km a sud di Tokyo, di magnitudo 7.9,
durato 14 secondi. Tanto da abbattere tutti gli edifici di Yokohama, e scatenare
un'onda anomala sull'isola di Honshu con colate di fango che sommersero i
villaggi, seppellendo vivi gli abitanti. Ma questo non fu il peggio, il peggio
fu il, fuoco, e questo diede l’idea in America del “bombardamento finale” –
prima li Hiroshima. Il terremoto del ’23 fu seguito da un incendio incontrollabile.
Nelle cronache dell’epoca, nei quartieri residenziali di Tokyo, densamente
popolati, costituiti da case di legno, i bracieri a carbone si rovesciarono, i
serbatoi di carburante si ruppero, le sostanze chimiche infiammabili nelle
farmacie esplosero, e le fiamme coprirono tutto in pochi minuti, alimentate da forti
venti alimentarono le fiamme nei vicoli. La rottura delle condutture idriche
impedì o rallento l’intervento dei vigili del fuoco. Si contarono 140 mila
morti, le distruzioni e lo shock fecero regredire l’attività economica per
anni.
Scott fa rivivere
il bombardamento incendiario con i ricordi dei sopravvissuti, a Tokyo e nella Air
Force, e con gli archivi americani. Ne viene fuori, senza giudizio ma senza più
ombre, il generale Curtis Le May. Un’eccezione nella pubblicistica americana – il
generale è “esagerato”, un personaggio da cinema, ma non si sono fatti film su
di lui, la persona, e la “cosa”, restano prevalentemente tabù. Prima che a
Tokyo, teorizzò è usò nel Pacifico le bombe incendiarie. La sua “dottrina” dicendo
“omicida”, diretta contro le persone più che contro gli obiettivi bellici. Si
fece nominare a capo della base avanzata di Guam, al posto del giovane e brillante
generale Haywood Hansell – che liquidò bruscamente. Hansell si limitava a organizzare
le missioni, per far tornare il maggior numero di bombardieri alla base. LeMay applicò anche al Giappone i bombardamenti incendiari. Sul
principio che “non ci sono civili innocenti”. In sei mesi distrusse in Giappone
64 città con le bombe incendiarie, “missioni” facili perché le case erano
prevalentemente in legno, e Hiroshima e Nagasaki, che erano in
cemento, con l’atomica, un milione di morti. Mentre professava: “Se
non vinciamo saremo criminali di guerra” – i grandi criminali sono-fanno i
cinici.
Una rara
ricostruzione in America. Non c’è stato finora un ripensamento, né in Gran
Bretagna né negli S tati Uniti, sui bombardamenti a tappeto, sul principio della
guerra totale. Nemmeno per l’evocazione l’anno scorso dei bombardamenti nucleari
– rivissuti dopo 75 anni solo come fatto di cronaca, con nuovi episodi o particolari.
James M. Scott, Black
Snow: Curtis Lemay, the Firebombing of Tokyo, and the Road to the Atomic Bomb,
Norton, pp. 420 € 17,37
lunedì 23 marzo 2026
Letture - 609
letterautore
America – “In ogni americano
c’è un’aria d’incorreggibile innocenza che sembra nascondere un’astuzia diabolica”
– Frederic Prokosch, “Voci”, 83: se lo fa dire dal vecchio Housman, filologo
classico a Cambridge.
Analfabetismo – “Mio nonno
aveva la terza elementare”, Sara Lovallo a proposito del nonno Vitantonio, oggi
112nne, quando fu fatto prigioniero dai tedeschi in Grecia dopo l’8 settembre: “Era
l’unico del suo Raggruppamento Artiglieria a saper scrivere: si occupava della posta
per tutti”. Un Raggruppamento, quindi tre batterie, quindi un centinaio di
sodati? In artiglieria, comunque, bisogna saper leggere i numeri, i centimetri,
i gradi.
Barba – Barba
impossibile in campagna? “La prima volta che gli mostrai una foto di mio marito
lo colpì la barba”, sempre Sara Lovallo del nonno 112nne: “«Solo gli ingegneri
e i medici possono portare la barba», disse, «In campagna non puoi, troppo
pericoloso». Mio marito è ingegnere”.
Comunismo – “Il comunismo deve
essere un lusso, altrimenti non esisterà”, Ingeborg Bachmann annotava, in un foglio
che in “A occhi aperti” viene intitolato “I giovani sono sempre i più stupidi”
- datato nella raccolta a “non prima dell’autunno 1966”.
John Dickson Carr – Frederic
Prokosch, “Voci”, p. 28, ricorda un amico eccentrico all’università, lo Haverford
College “al confine meridionale di Bryn Mawr”, l’esclusiva università per
signorine dove il padre insegnava, che “aveva un compagno di stanza altrettanto
eccentrico, di nome John Dickson Carr, una creatura dagli occhi di lemure e con
una solida predilezione per i neoromantici. In seguito divenne famoso come
autore di romanzi polizieschi, ma a quel tempo scriveva imitazioni di G. K. Chesterston”
- l’amico eccentrico era il futuro scrittore John Lineaweaver.
Europa – “Sentirsi
europei o sentirsi addirittura cittadini del mondo è diventato una questione
privata, almeno quanto, in passato, è stato sul punto di diventare una questione
pubblica, un ideale pubblico, e proprio nel momento in cui ci si avviava vero la
sua distruzione” - I. Bachmann, “Diario pubblico”. Nel momento del trionfo del
“Reich millenario” di Hitler, sembra di dover intendere. Quindi si è migliori
europei restando attaccati ognuno alle proprie radici?
“Pensare in modo europeo?”, continua la scrittrice: “Chi non si sentirebbe
profondamente imbarazzato, dato che non sappiamo neppure cosa
significhi?....Come se, dal momento che è appena nato il Mercato Comune
(Bachmann scriveva nel 1963, n.d.r.), il supermarket dell’Europa, e che sono
disponibili a tutti il burro europeo, le biciclette europee e i giocattoli dell’intera
Europa, dovessimo fondare anche un supermarket dello spirito”.
Non è finita. “Sono finiti i tempi in cui una colta élite, composta di raffinati
intenditori, borghesi istruiti e aristocratici al fianco di una élite
effettivamente produttiva e fiorente, poteva costruirsi una sua Europa tra le
nuvole, con appassionata ammirazione per la letteratura, la pittura e la musica
degli altri, tessendo quella delicata trama «Europa» che si è già dileguata dalla
nostra coscienza, ma che torna a farsi presente ogni volta che leggiamo diari,
memorie e carteggi tra Parigi e Capri, Duino e Zurigo, Londra e Berlino”.
Heine – “Durante il regime
nazionalsocialista nei testi scolastici la famosa poesia di Heine ‘Die Loreley’
era seguita dall’annotazione ‘autore ignoto” - Barbara Agnese, in nota a I. Bachmann,
“A occhi aperti”. Per via dell’ebraismo – ch7e Heine rifiutava.
Hölderlin – “Produce un
effetto di estraneità” – I. Bachmann, a proposito di Brecht (“produce un effetto
id estraneità quanto Hölderlin”), in “A occhi aperti”, p.233.
Iran – “Visitai l’Iran nel 1968, guidammo con un
amico dall’Inghilterra all’India, su una Mini Minor, piano piano, Turchia,
Iran, Pakistan, frontiere aperte. Ricordo le tappe, Tabriz, Teheran, Isfahan, Shiraz,
Persepoli. Che gente meravigliosa, civile, colta, aperta” - Salman Rushdie, “I
Fantasmi di Rushdie”, intervista con Giani Riotta, “Robinson” 22 marzo.
Ironia/umorismo – “In un romanzo l’ironia è come il sale in
un passato di piselli. È quello che dà l’aroma, la sfumatura. Senza il sale
tutto è insipido”. Così Thomas Mann in visita a casa Prokosch in Texas un
secolo fa, come riportato da Frederic Prokosch in “Voci”, p. 23. “Ma l’ironia è
una cosa e l’umorismo un’altra”, proseguiva Mann: “In Dickens c’è umorismo ma
non c’è abbastanza ironia. Qua e là ne troviamo un accesso, ma subito soffocato
dall’umorismo. Non c’è niente di male nell’umorismo. Ce n’è qualche sprazzo perfino
in Dante. Ma elevarlo ad arte – lasciamolo fare ad Aristofane”.
Thomas Mann – “Detto tra
noi”, scrive Joseph Roth a Stefan Zweig il 31 agosto 1933, a proposito
dell’autore dei “I Buddenbrook”, “sarebbe capace di riconciliarsi con Hitler.
Non lo fa solo perché al momento gli è impossibile. È una di quelle persone che
accettano tutto con la scusa di comprendere tutto”.
Popolo – “Nessuno ama
il popolo meno del popolo che crede di avere così tanto a che fare con il
popolo, e non comprende le proprie battute”. I. Bachmann lo nota a proposito di
Brecht, di cui progettava l’introduzione a una raccolta di poesie: “Brecht si è
ispirato guardando ad esso, ma il popolo non gli ha mai restituito lo sguardo,
anzi lo guarda stupito” (“A occhi aperti”, 233”.
Lo stesso può dirsi di Pasolini, oggi amato, letto, commentato nei
circoli di lettura, da quella scuola e quella piccola borghesia che disprezzava
– mentre nelle borgate non “diceva” nulla (se non per la pratica del sesso).
Proust – “Languido come
Maurice Maeterlinck” lo dice una delle insegnanti dell’università femminile
Bryn Mawr invitate a pranzo dal padre di Frederick Prokosch, che professava nella
stessa scuola, “esili zitelle schizzinose”, per fare corona all’ospite d’onore
Thomas Mann: “Puoi dire tutto quello che vuoi, cara Florence, ma io insisto che
è decadente”. “Chi, mia cara?” “Marcel Proust”. “Non l’ho letto. Sarà
sconveniente, ma non l’ho letto!” “Non leggerlo. È languido come Maurice
Maeterlinck. Ma quando leggo Maeterlinck vedo almeno uno sprazzo di luce all’orizzonte,
mentre con Marcel Proust mi perdo in una giungla”.
Roma – “L’incanto: Roma
come città aperta, nessuno dei suo strati può essere considerato a sé stante,
Roma mette in gioco tutte le epoche, l’una contro l’altra e l’una insieme
all’altra, domani l’antico potrà essere nuovo e il contemporaneo già vecchio.
“La vitalità di Roma, un incanto, l’utopia, il messaggio (in
italiano, n.d.r.). Utopica come ogni grande città…
“L’insignificanza del singolo, degli ambienti (id.), questa città se
la cava così bene senza persone particolari, e forse perché dimostra
costantemente che nessuno ha importanza di per sé, perché non le manca mai un
criterio di misura, (assegna) un compito a tutti, e (impartisce) un insegnamento
altrimenti impossibile in qualsiasi altro luogo”. I. Bachmann, testo inedito,
ripreso dal lascito testamentario in “A
occhi aperti”, p. 180, datato dalla curatrice Agnese “probabilmente negli anni
Cinquanta, dopo ‘Quel che ho visto e sentito a Roma’ (1955)”.
letterautore@antiit.eu
L’ultimo “miracolo del re” - la dignità
Gli ultimi giorni di Luigi XVI in realtà. Che viene progressivamente spogliato di ogni riguardo, nel rifugio-prigione alla Tour du Temple. E non se sembra rendersene conto – o lo dà per scontato, un re non decide la sua vita, vive per gli altri. Mangia con cura. Gioca col figlio. Fa il suo ultimo miracolo “di re”. E si acconcia a tutto. La remissività che ha sempre indispettito la regina – “lui e la sua sorella monaca, la sola sua colpa è di essere re”. Che invece lamenta di non poter incontrare l’amante. La dignità del re, a fronte delle isterie della regina - come dalle fonti storiche.
Al
di là delle differenziazioni dei caratteri, delle storie personali, un film “storico”:
come finisce un mondo - un non-evento. Senza grandi scene drammatiche (i reali
sono rinchiusi alla Torre per proteggerli dal popolame tumultuoso, con due
protagonisti “naturalmente” in personaggio – due professionisti francesi, Mélanie
Laurent e Guillaume Canet, sempre misurati, veritieri.
Un
miracolo riuscito anche a Jodice, già autore di un fascismo qual era, con “Il cattivo
poeta”, lo spione messo alle costole di D’Annunzio. Così va la Storia.
Gianluca Jodice, Le
déluge – Gli ultimi giorni di Maria Antonietta, Sky Cinema, Now
domenica 22 marzo 2026
Ombre - 816
Se si va, come Netanyahu ci prova, e
come le petromonarchie minacciano, a una guerra all oil, il mondo entra
in una crisi “di civiltà” come quella di
cinquant’anni fa, a seguito dell’embargo Opec, e la conseguente moltiplicazione dei costi dell’energia:
crisi prolungata, tagli radicali ali consumi elettrici, dagli ascensori all’illuminazione
pubblica, e alla circolazione auto, ristrutturazioni, fallimenti, durezze per tutti.
A beneficio dei petrolieri, di chi produce o commercia petrolio e gas. Che potranno
quindi anche questa volta festeggiare, ma anche loro coi fichi secchi.
Si ridacchia dell’era di Trump, l’apprendista
stregone dovunque mette le mani, ma la rovina è gia in atto, tutti i rincari di combustibile. elettricità, gas sono qui per restare.
Insistente, umiliante sensazione di squallore
delle vicende di governance, col rinnovo delle cariche sociali all’assemblea
dopo Pasqua, del gruppo bancario “centrale” dell’Italia, finanziaria e politica
Mps-Mediobanca-Generali. Liste e controliste,
di Grandi Azionisti anonimi, tutte ugualmente di ripescaggi e carrierismi
(autocandidature), quelle del 20 per cento e quelle dell’1: liste interminabili
di candidati - con Delfin (eredi Del Vecchio), l’azionista di riferimento, che
potrebbe non esprimersi…. Per fare che? Un posto al sole.
È finita male, lo stadio era
deluso, ma la partita Roma-Bologna è stata spettacolare. Per la coreografia,
per i cori, e per il gioco. Due ore di calcio, con i supplementari, di vero gioco
del calcio. Solo perché, la partita giocandosi tra squadre italiane ma in torneo
internazionale, l’arbitro non era italiano. On di quelli che fanno la “mamma”,
che spiegano, rimproverano, tollerano, s’inalberano. E quindi, miracolo, niente
discussioni, e niente simulazioni.
Si dice del calcio italiano che “non
esiste” perché giocano solo stranieri. Ma c’era molto di italiano sugli spalti
e in campo, di straniero c’era l’arbitro. E tanto è bastato.
Trump che invita alla Casa Bianca la premier
giapponese, e davanti ai giornalisti la insolentisce con Pearl Harbour, non fa
notizia. È invece di gravità eccezionale. Si può sempre considerare Trump un attore,
un buffone, un maniaco, tutto il peggio che si vuole, ma è l’America – nessuno ha
denunciato lo sgarbo (la “trumpeide” ogni giorno è agguerrita, non gliene passa
una).
E la storia americana è anche questa: guerre
in continuazione, da un secolo in qua, inframezzate da colpi di Stato, ora
assassinii mirati, di questo o quel Nemico, o anche soltanto Antipatico. Dice:
l’America non è questa. Sì, ma è anche quella che non trova sconveniente invitare
una gentile signora per insolentirla.
Fa senso “la Repubblica” he nell’ultimo
giorno utile per la propaganda referendaria si affida in prima e in abbondanza
a Giuseppe Conte. Che non è nessuno, anche se è stato a capo di due governi. Che
ha da insegnarci questo avvocato, nemmeno di chiara fama, che spessore
culturale, che idea politica? La massoneria è ridotta all’avvocato Conte?
Lacrime e attestati, “grande democratico,”
per Umberto Bossi. “De mortuis nihil nisi bonum”, certo. Ma questo ha
avvelenato la politica. Ha creato il “lumbrad”, seppure tra mille ridicolaggini,
ampolle, matrimoni dell’acqua, padanie, la moneta-marco, e ha incupito-indurito
buona metà degli italiani, quelli sopra l’Appennino. Fra tanti commenti non una
(semplice) analisi storica. Nulla neanche sulla Lombardia, i Veneti, il Piemonte
che quella valanga promossero e alimentano, i più ricchi del paese.
Solo Ceccarelli ricorda che “i
parlamentari che Bossi si portò nella capitale erano personaggi che allora
parvero pazzeschi, senza istruzione né ritegno”. Ma gli concede: “È possibile
che anche per lui si troverà un posticino nella storia che non sia legato solo
al grottesco”.
Curiosamente - curiosamente per
Bianconi che fa l’elenco, da persona onesta – la ragione prima del No al
referendum è che la giustizia in Italia soffre di molti mali, e che la riforma
che va al referendum non ne risolve nessuno. Un’argomentazione ineccepibile, da
vero logico - da asino di Buridano.
Sono sempre crudeli le cronache, seppure
minime, da Israele nei territori che Israele occupa. Ancora in Cisgiordania, e
in Libano dopo Gaza. A opera di un esercito di leva, di giovani cioè. Molto criticato
in America, specie fra gli ebrei americani. Ma non in Europa. Non in Italia. La
politica dello struzzo non è cattiva solo moralmente.
Si fa con rispetto la cronaca dell’arresto
di un giornalista romano di 48 anni e della sua amante, una insegnante romana
di 52, per violenza sessuale aggravata su minori - la figlia e i nipoti dell’insegnante.
Lui ha un lunghissimo nome invece della realtà: “Giornalista romano, 40enne, sposato
con due figli, passato dalla carta stampata alla vicedirezione di un tg
nazionale, quindi a quella della comunicazione di un’importante azienda a
partecipazione statale e infine di una società hi-tech”. Auff! tutto pur di non
dire il nome. F se fosse stato un politico, un manager, uno sbandato?
Il “caso Delmastro”, un vice-ministro della
Giustizia che si fa fotografare abbracciato a un mafioso, scoppia l’antivigilia
della chiusura della campagna referendaria sulla giustizia. Poi dice che non c’è
la giustizia politica, a orologeria. Se si potesse, votando o non votando, cancellare
tutto il “sistema” giudiziario, quella sì sarebbe una vera riforma – rivoluzionaria.
Peggio non si potrebbe fare anche
senza.
Come è insulsa la querelle Giuliuerele uli-utafuoco sla Rssia alaBienale. Noeye ce veder cn la Bienale
de isend, che Rpa di Meana or-Buttafuoco
sula Russia alla Biennale. Rispetto alla Biennale del Dissenso, sempre a
proposito della Russia, voluta da Ripa di Meana quasi mezzo secolo fa, nell’autunno
del 1977. Allora il partito Comunista la avversò, anche allora con molti
giornali al seguito, perché, indipendente da Mosca e tutto come diceva, Berlinguer
ne negava il totalitarismo – che tutti vedevano e soffrivano. Oggi la
situazione si direbbe migliorata – sono solo due camerati, ex, che fanno i
burocrati. O era meglio al tempo dell’Urss – e del Pci indipendente dall’Urss?
“Perché l’Italia sta trasformando il suo
gigante assicurativo in una pedina di politica di potere” è enigma che solo
“The Economist” tenta di decifrare. In Italia no – Generali? che squadra è? Che
un signore siculo-romano di 80 anni, con una famiglia complicata e eredi non all’altezza,
si sia comprato Mps, Mediobanca, Generali e prossimamente Bpm, senza dire che
cosa ne vuole fare - in mancanza anche dei “chi”, né figli né collaboratori. E
che tutto sia stato creato da Meloni. Alla quale però tutto viene rimproverato,
ma non questa (assurda) operazione – Meloni che l’ha costruita con Girogetti
(Lega), con la finta asta per le quote Mps e il blocco della finestra aperta da
Unicredit sulla sporca faccenda.
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Cronache dell’altro mondo – sessual-sindacali (395)
“Il mio silenzio finisce qui”: Dolores Huerta, leader del sindacato dei lavoratori
agricoli, che con Cesar Chavez ha fondato la Unione Farm Workers nel dopoguerra,
ha letto un’inchiesta del “New York Times” sulle intemperanze sessuali di
Chavez, in particolare sugli stupri di ragazzine di 13 e 12 anni, dalle sue
violenze marchiate a vita, e a 95 anni ha fatto outing. “Sono stata
violentata anch’io, due volte. La prima volta non mi opposi, era il leader del
movimento a cui avevo dedicato anni di vita. La seconda volta”, Huerta aveva 36
anni, “guidò fino a una vigna isolata” e la stuprò.
Dai due stupri sono nate due figlie, che Huerta diede in affido – salvo poi
ricostituire con loro un rapporto. Ma intanto aveva sposato il fratello di
Chavez, Ricardo, col quale ha avuto quattro figli.
Dolores Pato è un mito americano. E più di lei lo era Chavez, in campo progressista.
Da lui Obama prese il motto “sì, se puede” – “yes, we can”, e nel suo nome creò
una festa dei braccianti, il 31 marzo – data di nascita di Chavez. Biden, che
ebbe grande aiuto in campagna elettorale da una nipote di Chavez, volle il suo
busto nello Studio Ovale.
Le rivelazioni hanno prontamente portato alla damnatio memoriae di
Chavez, da libri, scuole, targhe, monumenti. Il 31 marzo sarà il Farmworkers Day.
La buona morte non è un progresso, e non è sociale
“La
libertà di morire mi sembra l’unico argomento vero”, Michel Houellebecq spiega in una lunga conversazione con Stefano Montefiori, a proposito della raccolta di poesia
appena pubblicata, “Combat toujours perdant”, del disco in uscita con Frédéric
Lo, “Souvenez-vous de l’homme”, e del voto in calendario al Parlamento francese
sull’eutanasia. Da sempre contrario alla “buona morte”, benché da sempre
teorico e pratico della paranoia della fine del mondo – del nichilismo.
“Da
dove nasce questo suo impegno contro l’eutanasia, al quale lei dedica pagine
bellissime nel suo romanzo «Annientare»?” gli chiede Montefiori. “Parlare di dignità
mi pare falso. Pretendere che si tratti di compassione è un’altra falsità….
Compassione è alleviare le sofferenze, non uccidere”. E se tanta gente si batte
per farne un diritto, “penso che resista ancora l’argomento della libertà”, quello
vecchio del suicidio – “la libertà di morire mi sembra l’unico argomento vero”.
Sul
tema circolano molte idee sbagliate, insiste lo scrittore. “I politici”, p.
es., “sono sconnessi dai cittadini”. L’eutanasia “di solito viene presentata come
un inevitabile e auspicato progresso sociale”, e “una nuova inevitabile battaglia
progressista”. A Houellebecq sembra “non sia affatto progressista: l’eutanasia
e il suicidio assistito mi appaiono come soluzioni del passato, visto che oggi
siamo in grado di combattere il dolore”. La maggioranza dell’opinione comunque
è sempre contro. E “quel che è più sorprendente è che tra gli oppositori all’eutanasia
ci sono più elettori di estrema sinistra che di estrema destra”, e più giovani,
e più abitanti delle città, in particolare i parigini - “tutto l’approccio è
falsato”.
Stefano
Montefiori, Houellebecq: il mio affetto va all’umanità, “La Lettura” #
747, 22 marzo 2026, pp. 1-5 € 1 (free online, pressreader)
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