giovedì 12 marzo 2026
La guerra costerà molto, a chi non la fa
E al decimo o dodicesimo giorno il mondo si risvegliò: la guerra c’è. Allarmato, con ordini, contrordini, minacce, e misure naturalmente radicali. Perché quando manca il petrolio la guerra c’è per tutti: tutto costa, e qualcosa manca.
novembre per il caro-benzina.
Quando la pazzia si curò con l’allegria
Il
manicomio femminile di Magliano come narrato, dopo averlo “ristrutturato”, nelle
pratiche e negli esiti, a partire dal 1943, reduce dalla guerra in Libia, da
Mario Tobino – e da lui poi famosamente raccontato, quando passò da dottore a
scrittore. In una ricostruzione (una miniserie di tre serate) drammatizzata nei
giusti registri, con molti momenti di distensione. Prima si andava avanti con elettroshock,
bagni gelati e camicie di forza, per distruggere la mente delle internate – e abusi
notturni sule più giovani, dopo averle addormentate con l’etere (ma questo non era
istituzionale, era solo tollerato). Con un gradevole Lino Guanciale - imbellisce,
e non è male, lo psichiatra che impersona,
Tobio era piccolo e rotondetto. E con due attrici perfette nei ruoli delle due internate
più delicate, Grace Kicaj e Gaia Messerklinger. Ma tutta la panoplia, delle
tante internate a Magliano, è perfetta: misurata, sgraziata il giusto -
miracolo delle caratterizzazioni, che ora si riscoprono.
Michele Soavi, Le libere donne, Rai 1, Raiplay
mercoledì 11 marzo 2026
Cronache dell’altro mondo – confusionarie (391)
Dieci giorni di guerra, dieci spiegazioni diverse della guerra date dal presidente
Trump. Che ora vorrebbe uscirne ma non sa come.
Fermare la repressione in Iran.
Per l’eliminazione di Khamenei.
Per un regime a Teheran di continuità ma meno aggressivo di Khamenei.
L’Iran bara sui negoziati sull’uranio arricchito.
L’Iran minaccia Israele.
L’Iran minaccia le monarchie del Golfo.
Contro il blocco alle forniture di petrolio dal Golfo – per tenere
aperto lo Stretto di Hormuz.
Mettere in difficoltà la Cina.
Fermare le milizie filoiraniane.
Fermare il terrorismo.
Trump avrebbe deciso la guerra contro il parere del NIC, National Intelligence
Council, che riunisce tutte le agenzie di spionaggio.
I giudici sono senza scrupoli, ma non diciamolo
In
una Bari, si suppone dalle cadenze del parlato, di bellezze stratosferiche, di
mare e di terra, un avvocato che fa fatica a firmare le carte del divorzio, affranto,
sperduto, s’impegna per “tutte donne”. Una di ese, cronista sagace di nera, bene
ammanicata negli angiporti delle questure, diventerà la sua detective privata –
tutti gli intrallazzi sa o scopre. Un’altra è la moglie di un uomo di buona volontà senza
successo, preda dei trafficanti di droga, ma è bella, riservata e francese, e l’avvocato
Guerrieri non resiste. Un’altra, che faceva la escort, ha il più bel locale
della riviera, dove Guerrieri ogni tanto si riposa. Sempre innamorato,
perdutamente, della moglie, la quale invece non vuole saperne di lui, benché bella-e-buona.
Insomma,
tutto “in linea”, molto corretto. Se non che nella prima puntata della storia,
novità totale per la Rai, sono in causa Procuratori della Repubblica arrivisti
e senza scrupoli, tra carrierismo e spregiudicatezze.
La
miniserie è basata sul giallo “La regola dell’equilibrio”, di Enrico
Carofiglio, ex magistrato (troppo lavoro? troppo poco? troppo carrierismo?), poi avvocato, che fa campagna per il NO al referendum
sulla giustizia. Bisogna turarsi il naso?
Su
Auditel il mare, le ville, Gassmann e tante ottime attrici hanno pareggiato con
Max Giusti, con “Scherzi a parte”. Gli spettatori hanno mangiato la foglia? O è il Gassmann televisivo, che ha un solo registro, Speedy Gonzales?
Gianluca Maria Tavarelli, Guerrieri – La regola dell’equilibrio,
Rai 1, Raiplay
martedì 10 marzo 2026
Quanto ci costa Netanyahu
Hanno cominciato gli americani sabato, quando hanno fatto il pieno, arrabbiati
di dover pagare un dollaro in più il gallone di benzina. Ma un po’ dappertutto si
fanno conti a perdere, e ben più incisivi, delle sanzioni all’Iran – e alla Russia.
Della guerra di Netanyahu – se quella di agosto si disse una guerra contro le centrali
nucleari iraniane, questa appare solo come una guerra per tenere alta la tensione,
per facilitare la vittoria di Netanyahu alle elezioni di ottobre.
Non c’è, non è stata trovata, e non è stata nemmeno proposta da Netanyahu,
un’altra ragione per la guerra. Solo che i conti sono salati, un po’ per tutti,
per una guerra a favore di una persona.
In gioco è il rifornimento di petrolio e di gas non solo dell’Europa ma
anche, e soprattutto, dell’Asia. Che è ormai la grande fabbrica dell’Europa, e
dell’America, e quindi riverserà addosso a noi i costi maggiorati. Qui compresa
la Cina, che resta ancora, malgrado tutto, la fabbrica di mezzo mondo. E c’è
chi minaccia, in Europa, di mandare le cannoniere a presidiare il Golfo, tanto
grave è la paura che il petrolio venga a mancare.
Questo delle cannoniere è tema poco serio. Ma che il petrolio e il gas scarseggino
un po’ per tutti, eccetto che per Israele, è un fatto. E dopo la guerra il
mondo non sarà più lo stesso per le petromonarchie arabe del Golfo – da cui,
come si suol dire, “dipendiamo”: l’Iran, con tutti i suoi missili e droni, non può sovvertirli, ma il futuro non sarà più tranquillo. E anche le comunità israelitiche
pagano per Netanyahu. Non tanto per la benzina e il gas, non necessariamente. Nemmeno
per i crimini di guerra, in Iran e in Libano - che sono naturalmente da provare.
Ma, come lamentano, per l’ostilità crescente. Le colpe di Netanyahu ricadono su
tutti.
La scoperta dell’Iran
“Un generale per l’Iran l’obiettivo di Trump”. Come se l’Iran fosse una
repubblica delle banane.
Non si è andati a cercare Farah Diba, ma per il resto l’Italia più colta
– giornalistica - sembra ferma ma alla Persia dello scià. Si dà credito a suo figlio
come pretendente al trono dell’Iran, dove invece è del tutto estrneo – non c’è
memoria dello scià in Iran. Nella memoria di un Paese che ha dietro di sé
alcuni millenni di storia. Ed è sempre stato legato all’Europa, vecchia e
nuova, e al cosiddetto Occidete, benché da un millennio e qualcosa islamIco.
“Il regime è ancora solido e degli Usa non ci fidiamo. Noi curdi iracheni
non vogliamo la guerra”. Dopo una settimana di false notizie che davano i curdi
(turchi? iraniani? iracheni? siriani?) in marcia su Teheran per “ristabilire la
democrazia”. I curdi che sono in guerra con mezzo mondo da almeno settant’anni.
dal mollah Barzani. Non sono cani da prendere al laccio, no con l’America
– per non dover dire: non con Israele.
Londra bordello nella Grande Guerra
Il racconto più lungo fra quelli rubati in
manoscritto a Céline nel 1944, presumibilmente da forze della Resistenza, e
fatti ritrovare alcuni anni fa. La “vita” del Céline invalido di guerra nel
1914-1915 e momentaneamente assegnato al consolato franse ve a Londra. La vita
immaginaria: un pulviscolo di vite notturne, bordelli e bar, magnaccia e puttane,
bevute e scazzottate, tra vecchi arnesi, anche anarchici, e refolulés di
ogni tipo, e amicizie anche, così, non dette, con modestia queste, da lontano. Una
città minuziosamente annotata e carrellate di personaggi, veri e inventati, che
Céline si è poi portati dietro per una vita – benché il “comando” a Londra sia
stato di pochi mesi. In molteplici narrazioni, questa dopo “Guignol’s Band” I e
II,
Un pulviscolo di nomi, tutti di reietti Magnaccia,
puttane, donne sempre vogliose, brutti ceffi, anarchici falliti, borsaioli,
galeotti. In un pulviscolo di situazioni, tutte di crapula. Per un racconto
ripetitivo, perfino estenuante, senza capo e senza fine, e tuttavia sempre
fresco, come nuovo. Una sorta di mondo sotterraneo della metropoli. Come quello
dei topi, che si dice prendano possesso delle città di notte, non visti. Un
“Céline”: Céline ha questa capacità. Con la frasetta, di una riga, mezza riga. Che
dovrebbe essere ripetitiva e invece va veloce.
Con centinaia, migliaia di aneddoti, tutti più o meno
piccanti, seppure di realtà minime e infime. Oltre ai tanti magnaccia e
borsaioli i patiti del cricket che non si danno vinti per la soppressione del
torneo. Il grande anarchico reduce d a mezza Europa solitario, ubriaco e
sprovveduto. Il poliziotto francese rimasto a Londra dalla Grande Esposizione, eccellente
in tutto, che litiga con le sue donne e le butta dalla finestra, pensando di essere
al pianoterra mentre è al terzo. E donne, donne, donne, di varia educazione e nazionalità che fanno solo
quello, arruolate per quello, meglio sudamericane, più apprezzate dall’autore,
arruolate in Perù, Colombia, Messico, Argentina, Brasile – le inglesi sono più
difficili delle bretoni o delle algerine, senza contare le italiane e le spagnole
(ma “con l’alcol si abbrutivano subito le sentimentali”). Una tenutaria, madame
Council, “sa tutto sull’Inghilterra e le Indie”.
Una lunga picaresca notte, tra pub di vario genere,
il ristorante italiano, quello francese, una mappa ragionata dell’East End di Londra,
una estesissima periferia, a a partire da Trafalgar, dal cuore della città. Monotematico
all’eccesso. Con l’erotismo che sarà di Bardamu, e del dottor Destouches detto
“Céline”: tutto labbra e cosce, in genere “poderose”. Il narratore, picchiato
in una rissa in un pub, si preoccupa che non gli abbiano fracassato il polso
sinistro, “quello che masturba meglio”. Con nomi variabili – un Cantaloupe ogni
tanto è Cascade. E forse, non volendo?, l’inevitabile ironia anche su
Blooombury, il mezzocalzettismo intellettuale londinese: Bloumbsburry, Burbury -
e per una volta, Bloomsbury.
Una prima stesura lasciata tal quale, senza riprese,
riletture, revisioni. Ripetitiva, di caratteri e situazioni, dietro l’apparente
(di programma) disordine – affastellamento, casualità del
ricordo-ricostruzione, poiché si vuole raccontata in prima persona. Come una
sfida dell’autore con se stesso, una sorta di assaggio, di prima prova. Allo
stato attuale di lettura dei manoscritti ritrovati - anche dei contesti, non
ininfluenti.
Una fantasia, più che un reportage, per quanto
inventato. Magari con un solo, anche minimo, “uncino”, uno o più dei tanti
francesi “dispersi” per non fare la guerra, e quindi ai margini nella metropoli
– Céline, medagliato al valore, si era arruolato, nell’arma dei corazzieri, una
sorta di cavalleria d’assalto. Qualcuno che poteva facilmente passare inosservato.
Un testo soprattutto analizzato fiora come problema
di datazione. Dall’editore Gallimard affidato a Régis Tettamanzi, incaricato
della pubblicazione degli inediti di Céline rubati e recentemente fatti
ritrovare. E in Italia da Roberto Colajanni, l’amministratore delegato e
direttore editoriale di Adelphi, su “La Lettura” estensivamente, e da Andrea
Lombardi col supporto di Jacques Joset - céliniani “dilettanti”, come direbbe Stendhal.
Non si sa quando “Londra” è stato scritto. La
scrittura è quella céliniana, la sintassi semplice, la frasetta aperta –
peggiorativa – del tipo “ci siamo intesi” (quella che Julien Gracq sintetizzava
in
“l’uso molto intelligente (judicieux),
efficace che fa di questa lingua interamente artificiale – interamente
letteraria – che ha estratto dalla lingua parlata”). Ma meno esasperata,
d’impronta qui più palesemente dostevskjana – una traccia da percorrere (le
biografie di Céline lo trattano da improvvisato, scrittore per caso, fortunato:
volontario improvvisato, agente commerciali per caso, medico chissà come, funzionario
della Fondazione Ford improvvisato, funzionario della Società delle Nazioni improvvisato,
medico improvvisato, scrittore improvvisato, mentre è uno che ha fatto tante
cose, come tutti, e in più ha letto, evidentemente con più profitto).
C’è insomma la chiave del linguaggio di Céline: la
goliardia – la disperazione tramutata in goliardia. In frasi brevi e
oltraggiose, è un linguaggio giovanile che trascrive – mancano solo i puntini
di sospensione, come si dovrebbe nei dialoghi, anche con se stessi. Dal suono veritiero,
come poi sarà lo slang americano postbellico, di Kerouac – che però non
suona artefatto, di programma, come sarà nei beatnick: il dialogo che
non c’è graficamente è di Céline con se stesso, che si dice e ci dice quello che
ognuno pensa e fa ma non dice. Il dialogo indiretto che fa la sua scrittura
tanto realistica – rilassata, ovvia, naturale. Anche se evocativa e a tratti ossessiva,
e poco o nulla dialogata, con interlocutori cioè “indipendenti”, anche se per
finta.
La datazione prevalente è della metà degli anni 1930.
Chi se ne è occupato, Tettamanzi, Cotronei, Joset, propende per gli anni post
“Viaggio”, in parallelo con la scrittura di “Morte a credito”. La possibile datazione
Tettamanzi collega con i frequenti viaggi-soggiorni di Céline a Londra, almeno
sei, dal 1931 al 1936. Ma non s’indaga, neanche nelle biografie, sul legame di
Céline con Londra, durante la guerra, quando vi si sposò con Suzane Nebout, che
si liquida come una puttana, incontrata in un bar di Londra, che è un “racconto
di Céline” ma non può essere di fatto, e poi probabilmente al congedo, quando lavorò
per la Fondazione Rockefeller e con la Società delle Nazioni: Céline è bene un
francese che parlava l’inglese quando era una rarità (fino agli anni 1990,
quando la Francia adottò l’inglese al lavoro e all’università), e anche il
tedesco - era anche, si può dire sfogliando questo “Londra”, uno chansonnier:
qui il suo personaggio canta una canzone , “Amo Karana la puttana”, che nel
1936 a suo proprio nome depositerà alla Siae francese, e dopo la guerra
inciderà in disco, con accompagnamento di fisarmonica inciso successivamente.
Per la datazione pare che i manoscritti non aiutino.
Dovrebbe essere possibile tramite la calligrafica. La carta, pare, non aiuta, perché
si tratta di fogli del dispensario di Clichy, dove Céline ha lavorato dal 1929
al 1937. E dunque, perché non sarebbe questo profusissimo “Londra”, conservato
ma non rivisto, riadattato, una prima prova, un tentativo?
Un indizio su cui ancora non si è ragionato può essere
nell’accenno a Trafalgar Square dove si parla anche del re, che “sta a destra,
nel suo castello di Buckingham”: “Suo figlio George ha giusto la mia età a
proposito giorno più giorno meno. Quando lo vedo nella foto, con le tasche alle
palpebre che gli si gonfiano come al padre, mi dico che ha torto di bere”. Il figlio
Giorgio non può essere che il futuro Giorgio VI, arrivato al trono per caso, per l’abdicazione
del fratello maggiore, Edward, dopo appena un anno di regno, il 1936. Ma Giorgio VI non
aveva le borse agli occhi. Edoardo invece sì, ed è quello dei figli di Giorgio V
che ha l’età di Céline, “giorno più giorno meno”. Céline è del 27 maggio 1894,
Edoardo del 23 giugno.
Il testo come messo a punto da Régis Tettamanzi. Per
la cura editoriale di Ena Marchi. Con due saggi dello stesso Tettamanzi, la
“Premessa”, con la datazione possibile dei manoscritti sui collegamenti con
“Morte a credito” e “Guignol’s Band”. Cui fa da pendant, in appendice, “«Londra» nella vita e l’opera di
Louis-Ferdinand Céline” e “Yugenbitz e la vocazione medica di Ferdinand”. C’è
insomma anche del serio, nel diluvio di goliardia pecoreccia. La Premessa è
assortita, in questa traduzione, da sottotitoli che ne semplificano
l’interpretazione: “Romanzo della prostituzione o manuale di sopravvivenza a
uso dei disertori”, etc.
Traduzione sicuramente improba, scorrendo l’originale
da subito in economica, di Ottavio Fatica.
Con due appendici: la questione della datazione, dibattuta da Tettamanzi.
Con un “Regesto dei personaggi” (sono almeno112).
Céline, Londra, Adelphi, pp. 504 € 25
lunedì 9 marzo 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (627)
Giuseppe Leuzzi
Singolare tenzone di Cazzullo con i lettori del “Corriere
della sera” su Sal da Vinci, il cantante napoletano vincitore a Sanremo. A Cazzullo
non piace, né la canzone né il cantante. Che vuole rappresentante della
peggiore Napoli. E non gli
piacciono da meridionalista, o quasi, da quando ragazzo andava al mare a Praia,
e ben disposto.
Però, è in buona compagnia, se
la “Bela Madunina” già un secolo fa contestava a Napoli pure la canzone.
Valerio De Paolis, produttore
e distributore di film che ha lavorato anche con Coppola per la realizzazione del
“Padrino”, spiega a Gnoli sul “Robinson”: “Coppola era abbastanza stressato a
causa di certi scontri con la Paramount che produceva il film. Coppola, per via
delle sue origini italiane, voleva raccontare una mafia fuori dagli stereotipi,
dove fosse marcata la presenza familiare e la vita domestica del boss. Tutto
questo gli arrivava dai racconti della madre. La produzione invece puntava su
una trama puramene criminale, per cui alla fine volevano cacciarlo, anche a
causa di certe scelte estetiche che non capivano. Non ci riuscirono e ‘Il
padrino’ dopo tante sofferenze e incomprensioni fu portato a termine”.
Dei “700 Maginifici” del “Corriere
della sera-L’Economia”, “le «piccole» aziende top con ricavi tra i 30 e i 120
milioni”, solo 77 sono meridionali, il 10 per cento o poco più – e di queste poco
meno della metà, 30, sono in Campania. Peggio nella categoria superiore, fra i “300
Magnifici”, “i «campioni» con ricavi tra i 120 milioni e il mezzo miliardo: 19
(di cui 11 campani) su 300, il 5 e qualcosa per cento. E non c’entrano la mafia onnipresente
né i grandi capitali assenti.
Il giornalismo si fa a Milano
Una considerazione a parte merita la celebrazione
del “Corriere della sera”, dei suoi 150 anni di vita - fuori quadro ma pertinente.
Sulla perspicacia e l’insistenza con cui Milano si fece centro dell’opinione
pubblica, della stampa, editoriale e giornalistica, negli anni dell’unificazione
– anche con direttori e firme meridionali. Inizialmente, come spiegavano
cinquant’anni fa Castronovo,
Giacheri Fossati e Tranfaglia nel terzo volume, “La stampa italiana nell’età
liberale”, del regesto in sei volumi di Castronovo e Tranfaglia, “Storia della Stampa Italiana”,
il conte Oldofredo Tadini e altri ricchi aristocratici lombardi si svenarono
per imporre “La Perseveranza”, fondata tempestivamente il 20 novembre 1859,
pochi giorni dopo l’annessione della Lombardia al Piemonte, per assicurarsi l’informazione
dell’opinione moderata di tutto il Paese a venire, per la formazione di quella che si
sarebbe chiamata la classe dirigente – “La Perseveranza” si vendeva a un prezzo
questo volte quello corrente dei fogli d’informazione.
Si svenarono finché non chiamarono alla direzione
Ruggero Bonghi, napoletano, direttore a Napoli de “Il Nazionale”, con cui aveva
patrocinato il plebiscito per l’annessione a Torino. Bonghi riuscì ad assestare “La
Perseveranza”, col prezzo sempre alto, a 8-10 mila copie.
In parallelo con “La Perseveranza”, gli ambienti
della “scapigliatura”, un po’ radicali, creavano “Il Pungolo”. Ma in chiave che
oggi si direbbe leghista, municipalistica. I cattolici, ancora non legati dal “non
possumus”, rispondevano nel 1864 con “L’Osservatore Cattolico”. L’anno successivo è il primo
passo verso Piazza Affari, di Milano centro della banca e la finanza, con la creazione
de “Il Sole”, da parte laica, di sostenitori del Partito d’Azione. Nel 1866 scendono
in campo i garibaldini repubblicani, con “Il Secolo”, un giornale d’opposizione,
che diventa presto il più venduto d’Italia, con “oltre 30 mila copie (dal 1869
sarà diretto da Ernesto Teodoro Moneta, che a quindici anni aveva partecipato,
nel 1848, alle Cinque giornate di Milano, e nel 1907 sarà premio Nobel per la Pace,
per i suoi scritti pacifisti). Il successo del “Secolo” indusse anche Felice Cavallotti
a scendere in campo, forte di un editore come Sonzogno, con un quotidiano infelicemente
intitolato “Il Gazzettino rosa”, che chiuse dopo pochi mesi. A Lodi l’ondata di
sinistra fu cavalcata da “La plebe”, un bisettimanale che Enrico Bignami
fondò e Garibaldi patrocinò (sarà dal 1874 l’organo dei socialisti marxisti e legalitari,
i socialisti di Andrea Costa, separati cioè dagli anarchici). Mentre Treves
rilanciava “L’Illustrazione Italiana”, rilevando una testata apparsa, con poco successo,
nel 1863. E il 5 marzo 1876 Eugenio Torelli Viollier raccoglie col “Corriere
della sera” il pubblico borghese, moderato e liberale.
Il nuovo giornale è subito quello
che poi sarà in questo dopoguerra, quando la politica si aprì a sinistra, negli
anni 1960, come Denis Mack Smith ha spiegato cinquant’anni fa nella “Storia di
cento anni di vita italiana. Visti attraverso il Corriere della sera”. Subito dopo
il varo del giornale andò al governo la Sinistra, per la prima volta dall’unità:
Torellli, da destra, lo adottò – nella forma del “programma di Stradella “ di
Depretis. Salvo prenderne presto le distanze, contro “l’autoritarismo liberale”
del ministro dell’Interno di Depretis Giovanni Nicotera e il familismo, l’amichettismo.
Facendo campagna, spiega lo storico inglese in tempi non sospetti (la sua
ricerca è stata pubblicata nel 1978), con la “meridionalizzazione della
politica”. Con campagne contro le “spagnolate” e il “borbonismo” di Nicotera e
Crispi – presto subentrato a Nicotera come “genio malefico della sinistra”. E
nasceva anche “Roma ladrona”: Torelli decise di ridurre le cronache politiche
dalla capitale, “per lasciare maggior spazio alle cose serie”.
Nel luglio 1881, cinque anni appena dopo l’uscita del
quotidiano, Torelli Viollier presentava Milano come città “naturalmente portata
ad anteporre la realtà alla retorica…. Che
temeva la mentalità giuridica dei burocrati romani, e preferiva scegliere come
propri deputati uomini appartenenti al mondo della produzione: industriali,
uomini d’affari, e persino rappresentanti degli operai”. Tra gli azionisti del giornale
aveva raccolto le migliori famiglie milanesi, i Crespi, i Pirelli, i De
Angelis. Nasceva l’“ideologia milanese”: nello stesso articolo Torelli lamentava
che la città fosse ripiegata sui suoi minuti interessi, di bottega, incitandola
a impegnarsi a “conquistare il primato intellettuale e culturale sul resto d’Italia”.
Il nodo napoletanità
La riflessione più radicale di Goffredo Fofi,
del suo “Arcipelago Napoletano”, interviene alla voce “Caleidoscopio napoletano”,
dedicata a “Dadapolis”, “il libro collage congegnato con pazienza e abilità da
Andreas Friedrich Müller e Fabrizia Ramondino - un Tedesco molto legato a
Napoli e una napoletana molto legata alla Germania”. Una raccolta di “citazioni
brevi e lunghe” su Napoli, di “amori e
ripulse” di “coloro che hanno visto Napoli e ne hanno scritto (alcuni ne hanno
scritto anche senza averla vista)”. Interessi e giudizi vari naturalmente, ma “riconducibili”,
riassume Fofi, “soprattutto ai seguenti: l’innamoramento per il brulicare della
vita, la paura per il brulicare della vita, l’interesse quasi entomologico per
il brulicare della vita”. Napoli, insomma, come brulichio, che brutta parola, di
vita.
Un interesse quindi, si direbbe, di maniera
per chi decide di parlare di Napoli, per sentito dire oppure per averci passato
un giorno, una settimana, un mese. Ma è “curioso” nota Fofi, come “almeno i primi
due atteggiamenti”, innamoramento e paura, “riguardino anche i napoletani stessi”.
La napoletanità vittima di se stessa – un sentimento troppo forte.
Nord e Sud uniti dalla mafia
Nella stessa pagina su Dadapolis e Napoli Fofi
azzarda una certezza a prima vista bizzarra: che l’unico collante tra Nord e Sud,
l’unico rimasto, sia la Mafia, “con la M maiuscola”. Lo afferma lapidario dopo
un abbozzo corretto, seppure “molto rozzamente”, della “questione meridionale” nel dopoguerra: “Mentre
dal ‘43al ’77 (ma potrebbe anche essere dal ’45 al ’78, o dal ’42 a ’79,
insomma , giù\su di lì) Nord e Sud, con fatica, con dolore, con tensione, si
sono lentamente accostati e in certi momenti si sono davvero incontrati e abbracciati”,
abbracciati proprio non si direbbe, intrecciati, infatti “hanno cominciato a mischiarsi.
dalla fine degli anni settanta in avanti si è riaffermato il processo contrario:
hanno molto più velocemente proceduto a staccarsi”. Fofi non va oltre, forse
perché a Milano ci lavorava, nell’editoria e con i media, ma si sa che è da
allora che il leghismo ha diviso radicalmente l’Italia. A meno di un legame
forte, dice Fofi: “Se non fosse che c’è una cosa molto forte a tenerli assieme,
il Nord e il Sud, essi si sarebbero scollati ancora di più ed è, semplicemente,
la Mafia. Con la M maiuscola, come di dovere, perché con questa parola s’intende
quel complesso di rapporti oscuri di potere che «fanno Mafia», cioè il legame
stretto della Mafia con: a)la politica; b) le banche (il capitale finanziario).
Tramite queste alleanze la Mafia (o Camorra, o ‘Ndrangheta) è uno dei collanti
più forti della nazione, e tiene insieme Nord e Sud e media i rispettivi
interessi”.
Fofi naturalmente esagera con questa
ipostatizzazione della Mafia, una specie di iperuranio, quando invece è roba di
balordi violenti. Ma un collante di quest tipo c’è, e sono gli appalti
pubblici, le grandi – e piccole – opere. Cessato il boom del “triangolo”
industriale, e cessata la Cassa del Mezzogiorno, l’“intervento speciale”, ci
sono sempre i grandi, e piccoli, appalti pubblici, di Anas, Ferrovie, energie
alternative, lottizzazioni – e il gande albero della cuccagna, il Ponte sullo Stretto
(per il quale si denunciano mafie in senso stretto, mentre queste non ci possono
in nessun modo ambire, gli interessi sono altri).
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L’IA dei mafiosi
Procuratori Capo e
Procuratori Generali all’apertura quest’anno dell’anno giudiziario, facendo
propria forse la Relazione 2024 della Procura Nazionale Antimafia, generalizzano
l’“infiltrazione mafiosa” dei consigli comunali, anche al di là del già ampio
numero di amministrazioni sciolte per mafia. Il Procuratore Capo di Palermo De
Lucia, p.es., vede la mafia dappertutto: ”Non solo nelle 409 misure cautelari disposte da questa Procura
antimafia ma in tutte le le attività criminali che in questo momento sono in piedi
nel distretto di Palermo”. Una generalizzazione imprecisa, che può voler dire
la mafia dappertutto, anche nelle attività criminali non mafiose, che però non
ha senso, oppure che la mafia è dappertutto, semplicemente. Che non è possible.
Il capo della Procura
Generale di Palermo, Lia Sava, vede la mafia non solo “in ogni tessuto economico
e sociale”, in ogni ganglio, “utilizzando sapientemente il darkweb, le
criptovalute, le potenzialità dell’intelligenza artificiale.
O, al versane opposto,
della tradizione dura a morire, le parentele, compresi i comparaggi. Per cui
non ci può essere attività lecita nelle comunità piccole o chiuse. La Relazione
spiega che “oltre il 70 per cento” dei Comuni di cui sono stati sciolti per
mafia i consigli comunali ha meno di 20 mila abitanti. Tra l’IA e i paesani nn
c’è salvezza – i Procuratori e I Procuratori Capo sono confusi, quanta
strapotenza.
leuzzi@antiit.eu