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giovedì 12 marzo 2026

La guerra costerà molto, a chi non la fa

E al decimo o dodicesimo giorno il mondo si risvegliò: la guerra c’è. Allarmato, con ordini, contrordini, minacce, e misure naturalmente radicali. Perché quando manca il petrolio la guerra c’è per tutti: tutto costa, e qualcosa manca.
L’affaccendarsi però sa di scongiuro, più che altro. O forse di ammuìna – l’indimenticabile precetto bellico borbonico dell’agitarsi per mettere paura, col “facit’a faccia feroce, cchiù feroc’ancora”: sanzioni, controsanzioni, riserve, vigilanze, per una guerra vinta in partenza, mentre il costo è a venire, e sarà salato, comunque.
Il governo italiano minaccia sanzioni, e rappresaglie sulle accise a chi rincara la benzina e il gas – tutta roba che viene letta sulla scorta del Manzoni, delle indimenticabili “grida”. Trump “libera” non si sa che percentuale delle riserve energetiche americane, da immettere nel mercato americano, per calmierare i prezzi. L’Agenzia Internazionale per l’Energia, che raggruppa i 32 paesi grandi consumatori di petrolio, ha deciso che si vendano 400 milioni di barili di greggio dalla riserva collettiva di emergenza, un terzo delle riserve combinate del gruppo (detto così sembra molto, ma sono 55 milioni di tonnellate, quanto ne consuma la sola Italia in un anno).
Mettere sul mercato le riserve, a che fine? Non si sa. Forse per calmierare i prezzi - che invece scontano paure “future”. Calmiere e calmierare, residui della dottrina autarchica, non hanno mai funzionato - in un’economia vera e non fittizia non possono. Gli Usa, p.es., sono autosufficienti in materia di petrolio e gas (che anzi esportano in Europa, e più caro, in sostituzione del gas russo...), ma Trump ora è certo che perderà le elezioni a

 novembre per il caro-benzina.
Lo dice anche l’“Economist”: “Deviare le forniture, liberare le riserve, revocare le sanzioni, aumentare la produzione e scortare le petroliere attraverso Hormuz hanno tutti i loro svantaggi. Se queste misure falliscono, i paesi potrebbero vietare le esportazioni di energia, e lo shock petrolifero di questa settimana sembrerà solo un preludio alla crisi che verrà”. Questa guerra, a che scopo?

Quando la pazzia si curò con l’allegria

Il manicomio femminile di Magliano come narrato, dopo averlo “ristrutturato”, nelle pratiche e negli esiti, a partire dal 1943, reduce dalla guerra in Libia, da Mario Tobino – e da lui poi famosamente raccontato, quando passò da dottore a scrittore. In una ricostruzione (una miniserie di tre serate) drammatizzata nei giusti registri, con molti momenti di distensione. Prima si andava avanti con elettroshock, bagni gelati e camicie di forza, per distruggere la mente delle internate – e abusi notturni sule più giovani, dopo averle addormentate con l’etere (ma questo non era istituzionale, era solo tollerato). Con un gradevole Lino Guanciale - imbellisce, e non è male, lo  psichiatra che impersona, Tobio era piccolo e rotondetto. E con due attrici perfette nei ruoli delle due internate più delicate, Grace Kicaj e Gaia Messerklinger. Ma tutta la panoplia, delle tante internate a Magliano, è perfetta: misurata, sgraziata il giusto - miracolo delle caratterizzazioni, che ora si riscoprono.
Michele Soavi, Le libere donne, Rai 1, Raiplay

mercoledì 11 marzo 2026

Cronache dell’altro mondo – confusionarie (391)

Dieci giorni di guerra, dieci spiegazioni diverse della guerra date dal presidente Trump. Che ora vorrebbe uscirne ma non sa come.
Fermare la repressione in Iran.
Per l’eliminazione di Khamenei.
Per un regime a Teheran di continuità ma meno aggressivo di Khamenei.
L’Iran bara sui negoziati sull’uranio arricchito.
L’Iran minaccia Israele.
L’Iran minaccia le monarchie del Golfo.
Contro il blocco alle forniture di petrolio dal Golfo – per tenere aperto lo Stretto di Hormuz.
Mettere in difficoltà la Cina.
Fermare le milizie filoiraniane.
Fermare il terrorismo.
Trump avrebbe deciso la guerra contro il parere del NIC, National Intelligence Council, che riunisce tutte le agenzie di spionaggio.

I giudici sono senza scrupoli, ma non diciamolo

In una Bari, si suppone dalle cadenze del parlato, di bellezze stratosferiche, di mare e di terra, un avvocato che fa fatica a firmare le carte del divorzio, affranto, sperduto, s’impegna per “tutte donne”. Una di ese, cronista sagace di nera, bene ammanicata negli angiporti delle questure, diventerà la sua detective privata – tutti gli intrallazzi sa o scopre. Un’altra è la moglie di un uomo di buona volontà senza successo, preda dei trafficanti di droga, ma è bella, riservata e francese, e l’avvocato Guerrieri non resiste. Un’altra, che faceva la escort, ha il più bel locale della riviera, dove Guerrieri ogni tanto si riposa. Sempre innamorato, perdutamente, della moglie, la quale invece non vuole saperne di lui, benché bella-e-buona.
Insomma, tutto “in linea”, molto corretto. Se non che nella prima puntata della storia, novità totale per la Rai, sono in causa Procuratori della Repubblica arrivisti e senza scrupoli, tra carrierismo e spregiudicatezze.
La miniserie è basata sul giallo “La regola dell’equilibrio”, di Enrico Carofiglio, ex magistrato (troppo lavoro? troppo poco? troppo carrierismo?), poi  avvocato, che fa campagna per il NO al referendum sulla giustizia. Bisogna turarsi il naso?
Su Auditel il mare, le ville, Gassmann e tante ottime attrici hanno pareggiato con Max Giusti, con “Scherzi a parte”. Gli spettatori hanno mangiato la foglia? O è il Gassmann televisivo, che ha un solo registro, Speedy Gonzales?
Gianluca Maria Tavarelli, Guerrieri – La regola dell’equilibrio, Rai 1, Raiplay

martedì 10 marzo 2026

Quanto ci costa Netanyahu

Hanno cominciato gli americani sabato, quando hanno fatto il pieno, arrabbiati di dover pagare un dollaro in più il gallone di benzina. Ma un po’ dappertutto si fanno conti a perdere, e ben più incisivi, delle sanzioni all’Iran – e alla Russia. Della guerra di Netanyahu – se quella di agosto si disse una guerra contro le centrali nucleari iraniane, questa appare solo come una guerra per tenere alta la tensione, per facilitare la vittoria di Netanyahu alle elezioni di ottobre.
Non c’è, non è stata trovata, e non è stata nemmeno proposta da Netanyahu, un’altra ragione per la guerra. Solo che i conti sono salati, un po’ per tutti, per una guerra a favore di una persona.
In gioco è il rifornimento di petrolio e di gas non solo dell’Europa ma anche, e soprattutto, dell’Asia. Che è ormai la grande fabbrica dell’Europa, e dell’America, e quindi riverserà addosso a noi i costi maggiorati. Qui compresa la Cina, che resta ancora, malgrado tutto, la fabbrica di mezzo mondo. E c’è chi minaccia, in Europa, di mandare le cannoniere a presidiare il Golfo, tanto grave è la paura che il petrolio venga a mancare.
Questo delle cannoniere è tema poco serio. Ma che il petrolio e il gas scarseggino un po’ per tutti, eccetto che per Israele, è un fatto. E dopo la guerra il mondo non sarà più lo stesso per le petromonarchie arabe del Golfo – da cui, come si suol dire, “dipendiamo”: l’Iran, con tutti i suoi missili e droni, non può sovvertirli, ma il futuro non sarà più tranquillo. E anche le comunità israelitiche pagano per Netanyahu. Non tanto per la benzina e il gas, non necessariamente. Nemmeno per i crimini di guerra, in Iran e in Libano - che sono naturalmente da provare. Ma, come lamentano, per l’ostilità crescente. Le colpe di Netanyahu ricadono su tutti.

La scoperta dell’Iran

“Un generale per l’Iran l’obiettivo di Trump”. Come se l’Iran fosse una repubblica delle banane.
Non si è andati a cercare Farah Diba, ma per il resto l’Italia più colta – giornalistica - sembra ferma ma alla Persia dello scià. Si dà credito a suo figlio come pretendente al trono dell’Iran, dove invece è del tutto estrneo – non c’è memoria dello scià in Iran. Nella memoria di un Paese che ha dietro di sé alcuni millenni di storia. Ed è sempre stato legato all’Europa, vecchia e nuova, e al cosiddetto Occidete, benché da un millennio e qualcosa islamIco.
“Il regime è ancora solido e degli Usa non ci fidiamo. Noi curdi iracheni non vogliamo la guerra”. Dopo una settimana di false notizie che davano i curdi (turchi? iraniani? iracheni? siriani?) in marcia su Teheran per “ristabilire la democrazia”. I curdi che sono in guerra con mezzo mondo da almeno settant’anni. dal mollah Barzani. Non sono cani da prendere al laccio, no con l’America – per non dover dire: non con Israele.

Londra bordello nella Grande Guerra



Il racconto più lungo fra quelli rubati in manoscritto a Céline nel 1944, presumibilmente da forze della Resistenza, e fatti ritrovare alcuni anni fa. La “vita” del Céline invalido di guerra nel 1914-1915 e momentaneamente assegnato al consolato franse ve a Londra. La vita immaginaria: un pulviscolo di vite notturne, bordelli e bar, magnaccia e puttane, bevute e scazzottate, tra vecchi arnesi, anche anarchici, e refolulés di ogni tipo, e amicizie anche, così, non dette, con modestia queste, da lontano. Una città minuziosamente annotata e carrellate di personaggi, veri e inventati, che Céline si è poi portati dietro per una vita – benché il “comando” a Londra sia stato di pochi mesi. In molteplici narrazioni, questa dopo “Guignol’s Band” I e II,
Un pulviscolo di nomi, tutti di reietti Magnaccia, puttane, donne sempre vogliose, brutti ceffi, anarchici falliti, borsaioli, galeotti. In un pulviscolo di situazioni, tutte di crapula. Per un racconto ripetitivo, perfino estenuante, senza capo e senza fine, e tuttavia sempre fresco, come nuovo. Una sorta di mondo sotterraneo della metropoli. Come quello dei topi, che si dice prendano possesso delle città di notte, non visti. Un “Céline”: Céline ha questa capacità. Con la frasetta, di una riga, mezza riga. Che dovrebbe essere ripetitiva e invece va veloce.
Con centinaia, migliaia di aneddoti, tutti più o meno piccanti, seppure di realtà minime e infime. Oltre ai tanti magnaccia e borsaioli i patiti del cricket che non si danno vinti per la soppressione del torneo. Il grande anarchico reduce d a mezza Europa solitario, ubriaco e sprovveduto. Il poliziotto francese rimasto a Londra dalla Grande Esposizione, eccellente in tutto, che litiga con le sue donne e le butta dalla finestra, pensando di essere al pianoterra mentre è al terzo. E donne, donne, donne,  di varia educazione e nazionalità che fanno solo quello, arruolate per quello, meglio sudamericane, più apprezzate dall’autore, arruolate in Perù, Colombia, Messico, Argentina, Brasile – le inglesi sono più difficili delle bretoni o delle algerine, senza contare le italiane e le spagnole (ma “con l’alcol si abbrutivano subito le sentimentali”). Una tenutaria, madame Council, “sa tutto sull’Inghilterra e le Indie”.
Una lunga picaresca notte, tra pub di vario genere, il ristorante italiano, quello francese, una mappa ragionata dell’East End di Londra, una estesissima periferia, a a partire da Trafalgar, dal cuore della città. Monotematico all’eccesso. Con l’erotismo che sarà di Bardamu, e del dottor Destouches detto “Céline”: tutto labbra e cosce, in genere “poderose”. Il narratore, picchiato in una rissa in un pub, si preoccupa che non gli abbiano fracassato il polso sinistro, “quello che masturba meglio”. Con nomi variabili – un Cantaloupe ogni tanto è Cascade. E forse, non volendo?, l’inevitabile ironia anche su Blooombury, il mezzocalzettismo intellettuale londinese: Bloumbsburry, Burbury - e per una volta, Bloomsbury.
Una prima stesura lasciata tal quale, senza riprese, riletture, revisioni. Ripetitiva, di caratteri e situazioni, dietro l’apparente (di programma) disordine – affastellamento, casualità del ricordo-ricostruzione, poiché si vuole raccontata in prima persona. Come una sfida dell’autore con se stesso, una sorta di assaggio, di prima prova. Allo stato attuale di lettura dei manoscritti ritrovati - anche dei contesti, non ininfluenti.
Una fantasia, più che un reportage, per quanto inventato. Magari con un solo, anche minimo, “uncino”, uno o più dei tanti francesi “dispersi” per non fare la guerra, e quindi ai margini nella metropoli – Céline, medagliato al valore, si era arruolato, nell’arma dei corazzieri, una sorta di cavalleria d’assalto. Qualcuno che poteva facilmente passare inosservato.
Un testo soprattutto analizzato fiora come problema di datazione. Dall’editore Gallimard affidato a Régis Tettamanzi, incaricato della pubblicazione degli inediti di Céline rubati e recentemente fatti ritrovare. E in Italia da Roberto Colajanni, l’amministratore delegato e direttore editoriale di Adelphi, su “La Lettura” estensivamente, e da Andrea Lombardi col supporto di Jacques Joset -  céliniani “dilettanti”, come direbbe Stendhal.
Non si sa quando “Londra” è stato scritto. La scrittura è quella céliniana, la sintassi semplice, la frasetta aperta – peggiorativa – del tipo “ci siamo intesi” (quella che Julien Gracq sintetizzava in
“l’uso molto intelligente (judicieux), efficace che fa di questa lingua interamente artificiale – interamente letteraria – che ha estratto dalla lingua parlata”). Ma meno esasperata, d’impronta qui più palesemente dostevskjana – una traccia da percorrere (le biografie di Céline lo trattano da improvvisato, scrittore per caso, fortunato: volontario improvvisato, agente commerciali per caso, medico chissà come, funzionario della Fondazione Ford improvvisato, funzionario della Società delle Nazioni improvvisato, medico improvvisato, scrittore improvvisato, mentre è uno che ha fatto tante cose, come tutti, e in più ha letto, evidentemente con più profitto).
C’è insomma la chiave del linguaggio di Céline: la goliardia – la disperazione tramutata in goliardia. In frasi brevi e oltraggiose, è un linguaggio giovanile che trascrive – mancano solo i puntini di sospensione, come si dovrebbe nei dialoghi, anche con se stessi. Dal suono veritiero, come poi sarà lo slang americano postbellico, di Kerouac – che però non suona artefatto, di programma, come sarà nei beatnick: il dialogo che non c’è graficamente è di Céline con se stesso, che si dice e ci dice quello che ognuno pensa e fa ma non dice. Il dialogo indiretto che fa la sua scrittura tanto realistica – rilassata, ovvia, naturale. Anche se evocativa e a tratti ossessiva, e poco o nulla dialogata, con interlocutori cioè “indipendenti”, anche se per finta. 
La datazione prevalente è della metà degli anni 1930. Chi se ne è occupato, Tettamanzi, Cotronei, Joset, propende per gli anni post “Viaggio”, in parallelo con la scrittura di “Morte a credito”. La possibile datazione Tettamanzi collega con i frequenti viaggi-soggiorni di Céline a Londra, almeno sei, dal 1931 al 1936. Ma non s’indaga, neanche nelle biografie, sul legame di Céline con Londra, durante la guerra, quando vi si sposò con Suzane Nebout, che si liquida come una puttana, incontrata in un bar di Londra, che è un “racconto di Céline” ma non può essere di fatto, e poi probabilmente al congedo, quando lavorò per la Fondazione Rockefeller e con la Società delle Nazioni: Céline è bene un francese che parlava l’inglese quando era una rarità (fino agli anni 1990, quando la Francia adottò l’inglese al lavoro e all’università), e anche il tedesco - era anche, si può dire sfogliando questo “Londra”, uno chansonnier: qui il suo personaggio canta una canzone , “Amo Karana la puttana”, che nel 1936 a suo proprio nome depositerà alla Siae francese, e dopo la guerra inciderà in disco, con accompagnamento di fisarmonica inciso successivamente.
Per la datazione pare che i manoscritti non aiutino. Dovrebbe essere possibile tramite la calligrafica. La carta, pare, non aiuta, perché si tratta di fogli del dispensario di Clichy, dove Céline ha lavorato dal 1929 al 1937. E dunque, perché non sarebbe questo profusissimo “Londra”, conservato ma non rivisto, riadattato, una prima prova, un tentativo?
Un indizio su cui ancora non si è ragionato può essere nell’accenno a Trafalgar Square dove si parla anche del re, che “sta a destra, nel suo castello di Buckingham”: “Suo figlio George ha giusto la mia età a proposito giorno più giorno meno. Quando lo vedo nella foto, con le tasche alle palpebre che gli si gonfiano come al padre, mi dico che ha torto di bere”. Il figlio Giorgio non può essere che il futuro Giorgio VI, arrivato al trono per caso, per l’abdicazione del fratello maggiore, Edward, dopo appena un anno di regno, il 1936. Ma Giorgio VI non aveva le borse agli occhi. Edoardo invece sì, ed è quello dei figli di Giorgio V che ha l’età di Céline, “giorno più giorno meno”. Céline è del 27 maggio 1894, Edoardo del 23 giugno.
Il testo come messo a punto da Régis Tettamanzi. Per la cura editoriale di Ena Marchi. Con due saggi dello stesso Tettamanzi, la “Premessa”, con la datazione possibile dei manoscritti sui collegamenti con “Morte a credito” e “Guignol’s Band”. Cui fa da pendant, in appendice,  “«Londra» nella vita e l’opera di Louis-Ferdinand Céline” e “Yugenbitz e la vocazione medica di Ferdinand”. C’è insomma anche del serio, nel diluvio di goliardia pecoreccia. La Premessa è assortita, in questa traduzione, da sottotitoli che ne semplificano l’interpretazione: “Romanzo della prostituzione o manuale di sopravvivenza a uso dei disertori”, etc.
Traduzione sicuramente improba, scorrendo l’originale da subito in economica, di Ottavio Fatica.  Con due appendici: la questione della datazione, dibattuta da Tettamanzi. Con un “Regesto dei personaggi” (sono almeno112).
Céline, Londra, Adelphi, pp. 504 € 25

lunedì 9 marzo 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (627)

Giuseppe Leuzzi


Singolare tenzone di Cazzullo con i lettori del “Corriere della sera” su Sal da Vinci, il cantante napoletano vincitore a Sanremo. A Cazzullo non piace, né la canzone né il cantante. Che vuole rappresentante della peggiore Napoli. E non gli piacciono da meridionalista, o quasi, da quando ragazzo andava al mare a Praia, e ben disposto.
Però, è in buona compagnia, se la “Bela Madunina” già un secolo fa contestava a Napoli pure la canzone.  
 
Valerio De Paolis, produttore e distributore di film che ha lavorato anche con Coppola per la realizzazione del “Padrino”, spiega a Gnoli sul “Robinson”: “Coppola era abbastanza stressato a causa di certi scontri con la Paramount che produceva il film. Coppola, per via delle sue origini italiane, voleva raccontare una mafia fuori dagli stereotipi, dove fosse marcata la presenza familiare e la vita domestica del boss. Tutto questo gli arrivava dai racconti della madre. La produzione invece puntava su una trama puramene criminale, per cui alla fine volevano cacciarlo, anche a causa di certe scelte estetiche che non capivano. Non ci riuscirono e ‘Il padrino’ dopo tante sofferenze e incomprensioni fu portato a termine”.
 
Dei “700 Maginifici” del “Corriere della sera-L’Economia”, “le «piccole» aziende top con ricavi tra i 30 e i 120 milioni”, solo 77 sono meridionali, il 10 per cento o poco più – e di queste poco meno della metà, 30, sono in Campania. Peggio nella categoria superiore, fra i “300 Magnifici”, “i «campioni» con ricavi tra i 120 milioni e il mezzo miliardo: 19 (di cui 11 campani) su 300, il 5 e qualcosa per cento. E non c’entrano la mafia onnipresente né i grandi capitali assenti.
 
Il giornalismo si fa a Milano
Una considerazione a parte merita la celebrazione del “Corriere della sera”, dei suoi 150 anni di vita - fuori quadro ma pertinente. Sulla perspicacia e l’insistenza con cui Milano si fece centro dell’opinione pubblica, della stampa, editoriale e giornalistica, negli anni dell’unificazione – anche con direttori e firme meridionali. Inizialmente, come spiegavano cinquant’anni fa Castronovo, Giacheri Fossati e Tranfaglia nel terzo volume, “La stampa italiana nell’età liberale”, del regesto in sei volumi di Castronovo e Tranfaglia, “Storia della Stampa Italiana”, il conte Oldofredo Tadini e altri ricchi aristocratici lombardi si svenarono per imporre “La Perseveranza”, fondata tempestivamente il 20 novembre 1859, pochi giorni dopo l’annessione della Lombardia al Piemonte, per assicurarsi l’informazione dell’opinione moderata di tutto il Paese a venire, per la formazione di quella che si sarebbe chiamata la classe dirigente – “La Perseveranza” si vendeva a un prezzo questo volte quello corrente dei fogli d’informazione.
Si svenarono finché non chiamarono alla direzione Ruggero Bonghi, napoletano, direttore a Napoli de “Il Nazionale”, con cui aveva patrocinato il plebiscito per l’annessione a Torino. Bonghi riuscì ad assestare “La Perseveranza”, col prezzo sempre alto, a 8-10 mila copie.
In parallelo con “La Perseveranza”, gli ambienti della “scapigliatura”, un po’ radicali, creavano “Il Pungolo”. Ma in chiave che oggi si direbbe leghista, municipalistica. I cattolici, ancora non legati dal “non possumus”, rispondevano nel 1864 con “L’Osservatore Cattolico”. L’anno successivo è il primo passo verso Piazza Affari, di Milano centro della banca e la finanza, con la creazione de “Il Sole”, da parte laica, di sostenitori del Partito d’Azione. Nel 1866 scendono in campo i garibaldini repubblicani, con “Il Secolo”, un giornale d’opposizione, che diventa presto il più venduto d’Italia, con “oltre 30 mila copie (dal 1869 sarà diretto da Ernesto Teodoro Moneta, che a quindici anni aveva partecipato, nel 1848, alle Cinque giornate di Milano, e nel 1907 sarà premio Nobel per la Pace, per i suoi scritti pacifisti). Il successo del “Secolo” indusse anche Felice Cavallotti a scendere in campo, forte di un editore come Sonzogno, con un quotidiano infelicemente intitolato “Il Gazzettino rosa”, che chiuse dopo pochi mesi. A Lodi l’ondata di sinistra fu cavalcata da “La plebe”, un bisettimanale che Enrico Bignami fondò e Garibaldi patrocinò (sarà dal 1874 l’organo dei socialisti marxisti e legalitari, i socialisti di Andrea Costa, separati cioè dagli anarchici). Mentre Treves rilanciava “L’Illustrazione Italiana”, rilevando una testata apparsa, con poco successo, nel 1863. E il 5 marzo 1876 Eugenio Torelli Viollier raccoglie col “Corriere della sera” il pubblico borghese, moderato e liberale.
Il nuovo giornale è subito quello che poi sarà in questo dopoguerra, quando la politica si aprì a sinistra, negli anni 1960, come Denis Mack Smith ha spiegato cinquant’anni fa nella “Storia di cento anni di vita italiana. Visti attraverso il Corriere della sera”. Subito dopo il varo del giornale andò al governo la Sinistra, per la prima volta dall’unità: Torellli, da destra, lo adottò – nella forma del “programma di Stradella “ di Depretis. Salvo prenderne presto le distanze, contro “l’autoritarismo liberale” del ministro dell’Interno di Depretis Giovanni Nicotera e il familismo, l’amichettismo. Facendo campagna, spiega lo storico inglese in tempi non sospetti (la sua ricerca è stata pubblicata nel 1978), con la “meridionalizzazione della politica”. Con campagne contro le “spagnolate” e il “borbonismo” di Nicotera e Crispi – presto subentrato a Nicotera come “genio malefico della sinistra”. E nasceva anche “Roma ladrona”: Torelli decise di ridurre le cronache politiche dalla capitale, “per lasciare maggior spazio alle cose serie”.
Nel luglio 1881, cinque anni appena dopo l’uscita del quotidiano, Torelli Viollier presentava Milano come città “naturalmente portata ad anteporre la realtà alla retorica….  Che temeva la mentalità giuridica dei burocrati romani, e preferiva scegliere come propri deputati uomini appartenenti al mondo della produzione: industriali, uomini d’affari, e persino rappresentanti degli operai”. Tra gli azionisti del giornale aveva raccolto le migliori famiglie milanesi, i Crespi, i Pirelli, i De Angelis. Nasceva l’“ideologia milanese”: nello stesso articolo Torelli lamentava che la città fosse ripiegata sui suoi minuti interessi, di bottega, incitandola a impegnarsi a “conquistare il primato intellettuale e culturale sul resto d’Italia”.
 
Il nodo napoletanità
La riflessione più radicale di Goffredo Fofi, del suo “Arcipelago Napoletano”, interviene alla voce “Caleidoscopio napoletano”, dedicata a “Dadapolis”, “il libro collage congegnato con pazienza e abilità da Andreas Friedrich Müller e Fabrizia Ramondino - un Tedesco molto legato a Napoli e una napoletana molto legata alla Germania”. Una raccolta di “citazioni brevi e  lunghe” su Napoli, di “amori e ripulse” di “coloro che hanno visto Napoli e ne hanno scritto (alcuni ne hanno scritto anche senza averla vista)”. Interessi e giudizi vari naturalmente, ma “riconducibili”, riassume Fofi, “soprattutto ai seguenti: l’innamoramento per il brulicare della vita, la paura per il brulicare della vita, l’interesse quasi entomologico per il brulicare della vita”. Napoli, insomma, come brulichio, che brutta parola, di vita.
Un interesse quindi, si direbbe, di maniera per chi decide di parlare di Napoli, per sentito dire oppure per averci passato un giorno, una settimana, un mese. Ma è “curioso” nota Fofi, come “almeno i primi due atteggiamenti”, innamoramento e paura, “riguardino anche i napoletani stessi”. La napoletanità vittima di se stessa – un sentimento troppo forte.
  
Nord e Sud uniti dalla mafia
Nella stessa pagina su Dadapolis e Napoli Fofi azzarda una certezza a prima vista bizzarra: che l’unico collante tra Nord e Sud, l’unico rimasto, sia la Mafia, “con la M maiuscola”. Lo afferma lapidario dopo un abbozzo corretto, seppure “molto rozzamente”,  della “questione meridionale” nel dopoguerra: “Mentre dal ‘43al ’77 (ma potrebbe anche essere dal ’45 al ’78, o dal ’42 a ’79, insomma , giù\su di lì) Nord e Sud, con fatica, con dolore, con tensione, si sono lentamente accostati e in certi momenti si sono davvero incontrati e abbracciati”, abbracciati proprio non si direbbe, intrecciati, infatti “hanno cominciato a mischiarsi. dalla fine degli anni settanta in avanti si è riaffermato il processo contrario: hanno molto più velocemente proceduto a staccarsi”. Fofi non va oltre, forse perché a Milano ci lavorava, nell’editoria e con i media, ma si sa che è da allora che il leghismo ha diviso radicalmente l’Italia. A meno di un legame forte, dice Fofi: “Se non fosse che c’è una cosa molto forte a tenerli assieme, il Nord e il Sud, essi si sarebbero scollati ancora di più ed è, semplicemente, la Mafia. Con la M maiuscola, come di dovere, perché con questa parola s’intende quel complesso di rapporti oscuri di potere che «fanno Mafia», cioè il legame stretto della Mafia con: a)la politica; b) le banche (il capitale finanziario). Tramite queste alleanze la Mafia (o Camorra, o ‘Ndrangheta) è uno dei collanti più forti della nazione, e tiene insieme Nord e Sud e media i rispettivi interessi”.
Fofi naturalmente esagera con questa ipostatizzazione della Mafia, una specie di iperuranio, quando invece è roba di balordi violenti. Ma un collante di quest tipo c’è, e sono gli appalti pubblici, le grandi – e piccole – opere. Cessato il boom del “triangolo” industriale, e cessata la Cassa del Mezzogiorno, l’“intervento speciale”, ci sono sempre i grandi, e piccoli, appalti pubblici, di Anas, Ferrovie, energie alternative, lottizzazioni – e il gande albero della cuccagna, il Ponte sullo Stretto (per il quale si denunciano mafie in senso stretto, mentre queste non ci possono in nessun modo ambire, gli interessi sono altri).
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L’IA dei mafiosi
Procuratori Capo e Procuratori Generali all’apertura quest’anno dell’anno giudiziario, facendo propria forse la Relazione 2024 della Procura Nazionale Antimafia, generalizzano l’“infiltrazione mafiosa” dei consigli comunali, anche al di là del già ampio numero di amministrazioni sciolte per mafia. Il Procuratore Capo di Palermo De Lucia, p.es., vede la mafia dappertutto: ”Non solo nelle  409 misure cautelari disposte da questa Procura antimafia ma in tutte le le attività criminali che in questo momento sono in piedi nel distretto di Palermo”. Una generalizzazione imprecisa, che può voler dire la mafia dappertutto, anche nelle attività criminali non mafiose, che però non ha senso, oppure che la mafia è dappertutto, semplicemente. Che non è possible.
Il capo della Procura Generale di Palermo, Lia Sava, vede la mafia non solo “in ogni tessuto economico e sociale”, in ogni ganglio, “utilizzando sapientemente il darkweb, le criptovalute, le potenzialità dell’intelligenza artificiale.
O, al versane opposto, della tradizione dura a morire, le parentele, compresi i comparaggi. Per cui non ci può essere attività lecita nelle comunità piccole o chiuse. La Relazione spiega che “oltre il 70 per cento” dei Comuni di cui sono stati sciolti per mafia i consigli comunali ha meno di 20 mila abitanti. Tra l’IA e i paesani nn c’è salvezza – i Procuratori e I Procuratori Capo sono confusi, quanta strapotenza.

leuzzi@antiit.eu

Gadda teatrale

Gadda scrisse poco teatro. Un radiodramma, “Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo”, poeta che gli era peraltro antipatico, e una riduzione di novelle di Matteo Bandello, “Gonnella Buffone”. Il primo come funzionario ai servizi culturali Rai, il secondo per provare a guadagnare con il teatro, senza successo – andò in scena nel 1953, per la regia di Vito Pandolfi. In compenso molti suoi scritti, soprattutto narrativi, sono stati adattati al teatro da altri. Nella duplice maniera, già messa in chiaro da Claudio Longhi, lo studioso ora direttore del Piccolo di Milano, in “Teatrografia gaddiana”, di semplici “letture, mises en espace, esercitazioni da Gadda” e di veri e propri “spettacoli ispirati a opere di Gadda”.
C’è una “forte teatralità intrinseca alle opere non teatrali di Gadda”, rileva Andreini, già curatrice, con Roberto Tessari, nel 2001, di una raccolta di saggi “La letteratura in scena: Gadda e il teatro”. Con Ronconi in forma  di “edizione teatrale”, con “Quer Pasticciaccio brutto de via Merulana”, 1996. Con Lorenzo Salveti informa di “trascrizione teatrale”, di “Eros e Priapo”, 1980. Con Siro Ferrone in forma di “adattamento”, con “La casa dell’Ingegnere”, 1983.

Alba Andreini, Teatro, “Pocket Gadda Encyclopedia” a cura di Federica G. Pedriali, ”The Edinburgh Journal of Gadda Studies”, free online

domenica 8 marzo 2026

Ombre - 814

Perché Netanyahu ha fatto la guerra all’Iran si sa. Perché Trump no. “The Atlantic” elenca dieci motivi addotti da Trump in sette giorni per spiegare la sua guerra, nessuno dei quali spiega niente – il missile intercontinentale, il terrorismo, i rifornimenti petroliferi… E alcuni sono masochistici: i rifornimenti petroliferi, il caro-petrolio, la sicurezza degli alleati del Golfo.
 
Circola in rete, prominente fra i vari articoli sulla guerra che pop up, un titolo inequivocabile, anche firmato, e datato, un giorno fa: “Bombardata Tel Aviv, centinaia di morti”. La città sarebbe stata bombardata – da missili? da droni? dalla famosa caccia iraniana? – con danni incalcolabili e un paio di centinaia di orti. Un articolo che altri subito dopo seppelliranno, e che forse non sarà creduto, non da molti. Ma lascia comunque la memoria di un Israele sotto attacco.
 
La liberazione di cinque marocchini condannati per reati gravi, anche stupri e omicidio, da parte della corte d’Appello di Roma, e l’accanimento dei giudici abruzzesi contro i due bambini della “coppia del bosco” non sono decisioni strane, sono esemplari di una giustizia stupida o violenta, volendosi politica. Di una politica italiana, che si finge ideologica ed è solo di potere - dove governano i socialisti in Europa, Spagna, Gran Bretagna, Germania (Spd e Verdi sono con Merz), gli irregolari condannati sono espulsi, non liberati in attesa del diritto d’asilo – o è asineria?
 
“Questa sentenza riconosce che quei giudici sbagliarono: dopo 13 anni sono commossa”. Giulia Ligresti assolta, dopo tredici anni, ringrazia. La verità è che “quei giudici” non sbagliarono: dovevano passare la FondiariaSai dai Ligresti a Unipol, ex Pci poi Pd. Gratis. E lo hanno fatto.
 
In Ungheria arrestano sette ucraini in transito con 35 milioni di euro in contanti e nove chili d’oro. E Zelensky minaccia per ritorsione di fare uccidere Orbàn, il primo ministro ungherese. Siamo messi bene, nella grande Ue.
 
Pochi missili e droni, maldestri, dell’Iran sulla testa e i potentati della penisola arabica tremano, fuggono, si lamentano. Con Trump, certo, tutto è possibile. Ma la verità è che, anche senza Trump, sono possedimenti. Paesi a proprietà privata, una cosa strana anche in tempo di pace – delle grandi vecchie Signorie.
 
Il giudice Sergio Spadaro, Milano, è condannato in primo grado e in appello, a otto mesi di carcere per avere manomesso prove a favore dell’imputato Eni nel “caso” Eni-Nigeria – montato con testimoni d’accusa falsi. Lo stesso giudice ha ora rinnovato dal Csm l’incarico quinquennale ambito  di Procuratore Europeo Delegato, incaricato cioè di indagini per conto della Procura Europea (Eppo) sulle truffe ai danni della Ue. Alla vigilia del referendum che libera il Csm dalle “correnti” – gruppi di potere. Referendum su una riforma che il Csm non gradisce.
 
A guardare Trump e Netanyahu, che ridono mentre dicono quello che dicono, di come hanno ucciso questo o quel capoccia  iraniano, del gran numero di cacciabombardieri in azione, e di questo loro impegno per la libertà e la pace, ci si ricorda della vecchia politica delle cannoniere, sette-ottocentesca, del “jingoismo”, del “fardello dell’uomo bianco”. Ma non più di signori accigliati, magari con barba e baffi, ora di facce divertite, come di bambini – di personaggi che fanno cose al di sopra di se stessi, della propria mediocrità.
 
Non c’è che l’Italia dove si prospetta possibile e anzi augurabile, e anzi prossimo, il ritorno dello scià a Teheran. Ma come è possibile, tanta ignoranza? Si spiega pure che lo Stretto di Hormuz è largo 3 km., che basta una petroliera di traverso per bloccarlo – mentre è largo dieci volte tanto, di 3 km sono le corsie, dieci, che le petroliere possono navigare in contemporanea senza rischio.
 
Italia in apprensione per i duecento liceali in gita di formazione a Dubai. Che ci siano agenzie che li propongano ci sta. Che ci siano insegnanti che si presti pure, è un viaggio altrimenti proibito dato il costo. Ma quali famiglie, quali dirigenti scolastici mandano i liceali in viaggio di formazione tra boutiques firmate – molte peraltro italiane - e grattacieli per esentasse? È solo ignoranza?
 
Si lapida Crosetto, ministro della Difesa, a Dubai con la famiglia, perché il ”tycoon Trump” non lo ha avvertito che scatenava la guerra. Crosetto si sbraccia ad assicurare che segue la guerra da remoto, come tutti. E si affretta a tornare con un volo di Stato. Per il quale si fa 500 km in automobile, nel deserto da Dubai a Mascate. E assicura che il volo se lo paga di tasca propria. Tre volte la tariffa per i voli di Stato. Lasciando la famiglia fuori dal volo, a Dubai. Come è caduta in basso l’Italia. Per il giornalismo? Per l’avvocato Conte? Per la signorina Schlein? Che statisti….
 
Agostino Viviani, partigiano, azionista, deputato socialista, giurisperito, primo e unico firmatario della legge sulla responsabilità civile dei giudici, è il nonno materno di Elly Schlein, capofila dei No alla riforma della giustizia. Che già aveva avuto suo nonno come vittima: Craxi, capo del Psi, intimorito dall’Anm, l’associazione dei giudici di sinistra, non ricandidò Viviani, e la cosa finì con suo danno.
 
Savona, 5 Stelle, se n’è andato (sarebbe comunque scaduto oggi) e la Consob resta presieduta da un facente funzioni, il commissario con più anzianità, Chiara Poggi, del Pd. Il governo, cui compete la nomina del presidente Consob. aveva un candidato, il sottosegretario Freni. Ma il vice-presidente del consiglio Tajani, Forza Italia, ha messo il veto alla nomina. Perché Freni è della Lega. Ma senza avere un candidato proprio, di Forza Italia. Nelle coalizioni si guarda al futuro – andare all’opposizione è più comodo?
Trump (o è stato Netanyahu?) che fa ammazzare “a tradimento” il re suo rivale Khamenei è roba da Shakespeare. In effetti Trump  - Netanyahu fa lo sguardo di furbo saccente - parla come lo farebbe parlare Shakespeare, breve e tonitruante, insinuante. Solo che Shakespeare vi si dedicò per fare scena, quad non se lo filava nessuno, tre o quattro anni, e ne dovette scrivere dodici o tredici, talmente erano efferate quelle gesta – poi visse felice e contento, una trentina d’anni, tra fantasie e commedie.

Più debito meno welfare

“Per anni, i responsabili politici hanno trattato il debito pubblico come un elastico che poteva essere allungato senza mai rompersi. Lo hanno fatto durante la crisi finanziaria globale e di nuovo durante la pandemia di Covbid-19. Oggi, con il debito pubblico che supera la produzione annuale nelle più  importanti economie avanzate, la domanda è: quanto margine di manovra rimane per la prossima crisi?” Gita Bhatt, direttrice di “F&D Magazine”, il mensile del Fondo Monetario Internazionale, è pessimista: “L'aumento del debito sta causando preoccupazione in tutto il mondo, e a ragione, come analizzeremo in questo numero. I livelli di debito in diverse economie avanzate sono i più alti mai raggiunti in tempo di pace, facendo aumentare i costi di indebitamento sia per i governi che per i consumatori”.
Le analisi del mensile e le conclusioni di Bhatt sono evidentemente anteriori alla guerra contro l’Iran, che mobilita risorse importanti, un miliardo di dollari al giorno solo per gli Stati Uniti, e provoca distruzioni (perdite) ancora più rilevanti, solo a considerare quelle materiali.
La conclusione è che “l’aumento del debito e gli alti tassi di interesse pongono i responsabili politici di fronte a scelte difficili: aumentare le tasse, tagliare la spesa per servizi e sussidi essenziali, alimentare l’inflazione, oppure ritardare la resa dei conti indebitandosi ulteriormente e pregando che i mercati non impongano un premio troppo elevato”, un avvitamento cioè del costo del debito.
Una serie di saggi analizza la crescita del debito in vari contesti, nazionali e\o finanziari, demografici, sanitari, di consumo.
Bhatt economista, dirige la pubblicazione mensile di saggi di economisti di varia formazione e nazionalità, in vario modo legati al Fondo Monetario Internazionale.
Gita Bhatt, Testing Debt Limits, IMF “F&D Magazine”, marzo 2026 (leggibile anche in Italiano, I limiti del debito)

Il debito presenta il conto

“Per anni, i responsabili politici hanno trattato il debito pubblico come un elastico che poteva essere allungato senza mai rompersi. Lo hanno fatto durante la crisi finanziaria globale e di nuovo durante la pandemia di Covbid-19. Oggi, con il debito pubblico che supera la produzione annuale nelle più  importanti economie avanzate, la domanda è: quanto margine di manovra rimane per la prossima crisi?” Gita Bhatt, direttrice di “F&D Magazine”, il mensile del Fondo Monetario Internazionale, è pessimista: “L'aumento del debito sta causando preoccupazione in tutto il mondo, e a ragione, come analizzeremo in questo numero. I livelli di debito in diverse economie avanzate sono i più alti mai raggiunti in tempo di pace, facendo aumentare i costi di indebitamento sia per i governi che per i consumatori”.
Le analisi del mensile e le conclusioni di Bhatt sono evidentemente anteriori alla guerra contro l’Iran, che mobilita risorse importanti, un miliardo di dollari al giorno solo per gli Stati Uniti, e provoca distruzioni (perdite) ancora più rilevanti, solo a considerare quelle materiali.
La conclusione è che “l’aumento del debito e gli alti tassi di interesse pongono i responsabili politici di fronte a scelte difficili: aumentare le tasse, tagliare la spesa per servizi e sussidi essenziali, alimentare l’inflazione, oppure ritardare la resa dei conti indebitandosi ulteriormente e pregando che i mercati non impongano un premio troppo elevato”, un avvitamento cioè del costo del debito.
Una serie di saggi analizza la crescita del debito in vari contesti, nazionali e\o finanziari, demografici, sanitari, di consumo.
Bhatt economista, dirige la pubblicazione mensile di saggi di economisti di varia formazione e nazionalità, in vario modo legati al Fondo Monetario Internazionale.
Gita Bhatt, Testing Debt Limits, IMF “F&D Magazine”, marzo 2026 (leggibe ace in Italiano, I limiti del debito)