sabato 17 ottobre 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (645)

Giuseppe Leuzzi


Salvini restaura, per restare sui giornali?, la cerimonia dell’ampolla del Po a Pontida.Tanta è la forza di attrazione della diversità, anche se stupida?
Su questo sito zeulig ci scherzava
http://www.antiit.com/2026/10/secondi-pensiweri-592.html Ma l’ampolla del Po a Pontida suona bene, una assonanza, bilabiale, insonora ma robusta: po-po-po.
Meglio con l’aggiunta “dei popoli padani”. Po-po-po-po-pa potrebbe rientrare tra le assonantissime filastrocche dei bambini, già in fasce, ancora al seno della mamma – naturale come ciucciare, forse un rigurgito.
 
Il Sud comincia a Firenze
Il Sud comincia in Toscana per Anna Maria Ortese – “Inglese a Roma”, una corrispondenza per “Il Mondo”, nel 1961, ora nella raccolta “La lente scura”, p. 44.45. Lo stesso sarà per il professor Miglio, politologo lombardo della Lega – “quando esco dalla galleria su Firenze mi sembra di essere all’estero”. Ma per Ortese con un’altra valenza: “Il Po è passato, strada schiumosa e potente che divide l’Italia in due; ecco gallerie, monti, un cielo pieno di stelle, quale non guardaste mai dalla pianura padana, e voci e soffi di aria vellutata, calmi. Con un che di insensato, e una ragionevolezza che vi rende folli”.
È cominciata svegliandosi, dopo un lungo percorso e le gallerie, passata “Bologna, panini, aranciate, si cambia”. Quando “a Firenze, la bellissima stazione illuminata dolcemente quasi da una luna nascosta viene a baciarvi sul finestrino, è quello il momento di ricordare, se siete un emigrato, la vostra patria di elezione, le strette e tristi pareti domestiche, lassù, i votri pensieri e passi quotidiani; e qualcosa sospira forte nel vostro petto”. Una liberazione – “fra poco sarà l’alba”.  
 
Le pensioni alla Lega, private e pubbliche
Una pensione per tutti – ogni anno la Lega non si fa mancare la liturgia del pensionamento a ritroso. Anche a 60 anni, perché no. Purché da fame. Che gli italiani imparino e vadano a farsi la pensione integrativa privata, ad assicurarsi con banche e assicurazioni. Tanto si sa che l’Inps, che la Lega gestisce, prima o poi fallirà.
Dopo avere varato vent’anni fa i fondi pensione privati, a opera del loro specialista, allora vice-ministro, Alberto Brambilla, lo stesso continua a profetizzare l’insostenibilità dei conti pubblici, dell’Inps, a trenta, forse a venti, forse già a dieci anni. Nel mentre che la sua Lega, forza di governo e di opposizione, si affanna periodicamente a mandare in pensione i vecchi sempre più giovani, anticipatamente – in pensione a carico dell’Inps. Inps che la stessa Lega governa, avendolo voluto per sé, per un avvocato consigliere di Stato e della Corte dei Conti. Il quale, da severo tutore della spesa pubblica, quale un leghista deve essere, per prima cosa ha voluto per i suoi 50 e più dirigenti dell’Istituto, dove non fanno niente perché niente hanno da fare, l’attuariale si cacola da sé, un superstipendio: 311 mila euro, invece dei 240 imposti come tetto massino nel 2011 dal governo. Un bell’aumento del 50 per cento – il presidente della Repubblica ne prende la metà.  
Gloria quindi e riconoscenza imperitura dell’Inps alla Lega. Tanto paga lo Stato ladrone.
Non si riesce a stare dietro alle ruberie della Lega. Sono violenti, ma sono furbissimi, e hanno avvelenato i pozzi.
Il senso delo Stato è molto forte in queste persone. Nel senso di appropriarsene – i ladri di professione fanno un baffo ai lumbard, loro sanno cosa vole dire rubare veramente.
 
Se Manzoni ad Avellino è un impostore
Carlo Muscetta, ordinario a Catania di Letteratura italiana, dirigente editoriale di Einaudi negli anni 1940, e poi ancora nei primi 1950, disprezzava Pavese e non teneva in considerazione Manzoni. Lo ricorda  uno dei suoi allievi prediletti, Salvatore Silvano Nigro, a colloquio con Antonio Gnoli sul “Robinson” il 4 ottobre. Di Pavese, con cui aveva lavorato alla Einandi a Roma, che aveva consigliato a Nigro per la tesi di laurea, dopo qualche giorno ebbe un ripensamento: “Non vale nulla”.
Di Manzoni, che Nigro qualche anno dopo avrebbe dovuto curare nel quadro dell’Ottocento per una collana di testi e critica che Muscetta dirigeva per Laterza, il giudizio fu leggermente variato, ma altrettanto crudo. Nigro ovviamente fece largo posto a Manzoni nel suo saggio introduttivo. E rischiò molto, ricorda sempre sul “Robinson”: “Mi aggredì a causa del saggio sul Manzoni. Disse che avrei dovuto dedicargli al massimo una decina di paginette e largheggiare su Leopardi. Offrendo, otretutto, una lettura psicoanalitica dei ‘Promessi sposi’ per dimostrare che Manzoni era un impostore”.
Di letture psicoanalitiche ce ne saranno poi varie – l’acqua, la peste, la verginità, etc. Quella di Muscetta riguardava la religione, la religiosità. Anche se Manzoni era un “convertito”, senza nessuna costrizione, e senza premio.
Muscetta era avellinese, benemenrito anche di studi in qualche modo locali. P.es. sul dimenticato  Vincenzo Padula, lo scrittore calabrese, editore, direttore e redattore del "Bruzio". Ma per questo perentorio. Anche nelle simpatie e antipatie da studioso: radicale. Radicale si vuole l’intellettuale meridionale. Contrariamente alla koiné-abito mentale del popolo, piuttosto incline (nella tradizione greca classica?) a valutare positivamente l’estraneo, a non diffidare.
 
Cronache dela differenza: Napoli
“Per fortuna Napoli è anora una civiltà che sa confrontarsi con il proprio passato senza trasformarlo in museo”, il cantante Raiz su “L’Altravoce”: “Qui il passato resta vivo”. Senza essere un handicap: “Fuori Napoli, invece, mi sembra spesso tutto un po’ appiattito. È difficile trovare altrove artisti che riprendano davvero la propria tradizione locale e la facciano vivere nel presente”.
Indubbiamente, un di più. Ma di guadagno?
 
Francesco Palmieri può evocare sul “Foglio” “il compianto critico Francesco Durante”, (che) rievocava la «fila di professionisti e anche di politici ciascuno dei quali aveva letto minimo minimo mille libri e sapeva ricordarsene il contenuto o la temperatura»: avvocati, notai, commercialisti, come il padre di Antonio Franchini….”. Durante è un coetaneo (è morto nel 2019), non parlava di un mondo remoto.
La passione dei libri è anche nell’eulogia di Sorrentino per i genitori morti in montagna per una stufa malfunzionante, “È stata la mano di Dio”.
 
“La noncuranza impedisce ai napoletani di restare ricchi, la prosperità prende il tono di un carnevale, la bontà e il sole fanno il resto”. È il commento di Flaiano a “Napoli milionaria”, il film – che lo stesso Eduardo aveva derivato dalla commedia. Si spiega che la città non capitalizzi, pur lavorando e innovando molto.
 
“La stessa musica”, Flaiano insiste (alla nota “Napoli e dintorni”, de1 4 ottobre 1950, ora in “Chiuso per noia”), “abbiamo sentito in ‘Carosello napoletano’”, il film tratto dai racconti di Marotta, “sempre pregati di inchinarci a questa verità, a questo senso del carpe diem reso più vivace dalla disposizione al canto e da quell’antica saggezza che la Guida del Touring Club attribuisce all’anima greca del popolo napoletano”.
 
La città riscopre Marotta, un  milanesizzato che sempre e solo scriveva di Napoli, nel gionalismo quotidiano come nelle opere, “Napoli Mlionaria”, ”Il teatrino del Pallonetto”, “Gli alunni del Sole”, Che di Napoli diceva: “La mia città fu, ed è, e sarà in ogni epoca, un libro di tutte le favole”.
 
“«Massimiliano» (quanto è lungo questo nome) ripetono dagli spalti”, i tifosi del Napoli che assistono ai primi esercizi della squadra col nuovo allenatore Allgeri. È toccato loro il finale di “Ricomincio da tre”, dove Troisi obietta alla proposta della compgana di chiamare così il figlio nascituro: “Troppo lungo, la mamma non fa in tempo a chiamrlo che il bambino è già scomparso. Meglio «Ugo!»”. Al massimo “Ciro”.
 
Nel “Corriere” del 30-31 luglio 1900, il giorno dopo l’assassinio di re Umberto, una pagina su quattro era presa dalla pubblictà. In evidenza grafica, con lo spazio maggiore, il farmaco “L’Antiepilepsi del Battista”. Il rimedio che aveva battuto il bromuro, “riconosciuto dai più illustri Scienziati, adottato dai principali Manicomii. Della Farmacia Inglese a Napoli. Strada Cavone a piazza Dante”. Vera inglese, la farmacia? 
 
Vale ancora il Malaparte de “La pelle”? “Napoli non è una città: è un mondo. Il mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno”.
 
Pubblico record alla tre giorni di regate preliminari America’s Cup: 280mila, oltre 90mila al giorno – pochi dal lungomare, 26 mila, gli altri dal Race Viklage, più i tantissimi dal mare, su 2.500 imbarcazioni censite. Contro le 400 imbarcazioni del preliminare spagnolo, a Barcellona, con presenze di pubblico “sette volte e mezzo di meno”, calcola “Il Sole 24 Ore”.
È tutta passione nautica? La città ha bisogno di “riscatto”.

Il Napoli calcio invece alterna una-due annate di eccellenza, brillante, divertente, a due\tre annate mediocri, in cui perde cn le ultime in classifica, litiga, gioca male, è ingovernabile. Con la stessa proprietà, gli stessi tecnici (quanti ne ha silurati, e dei più quotati) e gli stessi calciatori. Non sono cicli, un anno\due non fa ciclo. Non possono essere sortilegi. E dunque, la città è viziata, viziosa – povero Maradona?

 
Nel 1924 Napoli e Capri erano ancora le mete di Walter Benjamin, con Asja Lacis. L’estate del 1925 di Adorno e Kracauer. Di Sohn-Rethel (“Napoli: la filosofia del rotto”) e altri. Poi non più. La città non è più così “diversa”? Ospitale? In qualche modo non più attraente?
 
“Grigio” è il colore di Napoli, Anna Maria Ortese rispondeva alla domanda “Napoli è grigia o colorata?” del settimanale “Epoca” nel 1952, che al sondaggio faceva partecipare anche i napoletani Carlo Barbieri, Compagnone, Gatto, Prisco, Marotta, Stefanile e Angioletti (milanese, da ultimo viveva a Napoli). E argomentava: “Poca la differenza tra una città come Napoli e il mare”. E: “Il fondo di questo mare umano - il popolo di Napoli - è per me di un grigio tranquillo, uniforme”. Ma poi cambiava idea. “Ora questa città è tutta rossa, ora celeste, ora grigia”. E così via, fra “i troppi colori, il celebre azzurro di Napoli” e “il grigio, e il meno grigio”. Non si sa – insulsa la domanda, milanese?

leuzzi@antiit.eu

Viaggi all’interno di sé

Il Giro d’Italia come non l’avete mai visto – pensato, immaginato. E poco altro. La “lente scura” dell’autrice annebbia i tanti viaggi di cui racconta – questo è un libro di viaggi, si articoli e corrispondenze di viaggi, per “Il Mondo”, “L’Europeo”, il Corriere d’informazione” e altre testate. Sono cronache quasi sempre in “soggettiva”: non di cose viste, ma di sentimenti e sensazioni personali, non legati al luogo o all’ambiente che visita. Eccetto che nel racconto di due viaggi in Russia, la Russia sovietica, dove il contatto umano la emoziona ed emoziona. La raccolta è di  visioni specialissime, di realtà minute, specie di soggetti femminili, compagne di viaggio in treno, o al vagone ristorante, o in albergo, o incroci sul marciapiede, casuali, che Ortese locupleta di umanità.
Per il resto molte cronache di niente. In Sicilia, a Napoli, a Parigi, ovunque. A volte con un insight prodigioso.  Sulla borghesia romana (“La diligenza della capitale”, 1987). Sul tassista romano capace “di dirvi in un sospiro la propria storia, ch’è quella di una comprensione”, fugace, col passeggero. Sul forte senso di umanità per reggere il grigiore sovietico, delle donne.
Racconti di fughe più che di viaggi. A partire dai primi due, a Londra e a Palermo, con cui ha voluto aprire la raccolta: Anna Maria scende, va in albergo, non sa dove e non se ne cura, e riparte, non ha voglia di vedere né di ascoltare. Viaggia senza carte, fa sapere sul treno per la Russia, e senza orologio, viaggia – come vive? - senza coordinate. E sempre parla di sé, inesausta, inesauribile. È la sua “chiave”, per coinvolgere il lettore. Con esito bizzarramente positivo: la prima edizione della raccolta, nel 1991, spiega Luca Clerici, che cura la riedizione, ebbe “un’ottima accoglienza critica”, con decine di recensioni elogiative sui maggiori giornali, “e un discreto successo di pubblico”. Una cospicua forma di ansia\desiderio di malattia, di morbosità sofferta\compiaciuta – la “lente scura” del titolo. Nell'insieme è la dromomania di un'inappetente. Il viaggio come modo di estraniarsi, per parlare di più e meglio di sé. “La sola idea di un viaggio a Roma mi riempiva di spavento” - e così via: “veri attacchi di nevrastenia”, “continue sensazioni di precipizio, particolare ai cardiaci, terrore di essere afferrati e dispersi, comune ai montanari e contadini”…. (“Inglese a Roma”, p. 43). 
E non solo le città, anche le persone non offrono alla scrittrice un minimo d’interesse – a parte quelli, pochi, che s’inventa come “personaggi”, tutti peraltro marginali, il comandante del postale Napoli-Palermo, un ingegnere, una burocrate sovietica che cura i visitatori stranieri - il genere Intourist. Con due eccezioni dal vivo, dal vero: don Milani perplesso, visto di sbieco al termine di una lunghissima galoppata notturna per il Mugello alla sua ricerca, che ne rende plasticamente l’isolamento, e la Nomadelfia ricostruita nel grossetano dopo il fallimento a Fossoli - un fallimento anche alla ripresa, senza dirlo, facendo parlare don Zeno Saltini, senza più estro creativo, sulla pietraia dove i benefattori lo hanno relegato.
I racconti di viaggio promettono molti spunti di interesse. Di novità, diversità. Qui l’interesse è unico, la viaggiatrice. I suoi problemi, le sue “visioni”, le sue immaginazioni. Poche volte proiettati su personaggi e cose – allora dense, pregne, fertili.
Anna Maria Ortese ha viaggiato tanto, sopratutto negli anni 1950 e 1960, da giornalista, inviata, soprattutto dell’“Europeo” prima, e poi del “Corriere d’Informazione” di Gaetano Afeltra (prose assurdamente pesanti, faticose, per un giornale del pomeriggio tutto titoli e frivolezze, ma Afeltra voleva coltivare i geni). Come a malincuore, per ragioni alimentari, da lei forse considerati “lavoretti”. Però a questi viaggi ci teneva, poiché ne ha curato la raccolta, nel 1991, e poi l’ha confidata a Luca Clerici, che la riedita, con lo stesso titolo, ma con qualche aggiunta, di testi dispersi, o minime correzioni, di cui dà dettagliatamente conto nelle note in fondo al testo, e un preciso, agevole calendario delle date e luoghi di pubblicazione dei vari testi.
Clerici documenta anche la passione della scrittrice per un suo “libro di viaggio”. A partire dal 1952, quando propose a Vittorini un “prospetto di libro siciliano”. Cinque anni dopo proponendo a Vito Laterza “Un mese a Roma”. E così via.
Anna Maria Ortese,
La lente scura, Adelphi, pp. 516 € 15

 

venerdì 16 ottobre 2026

L’Italia ancora leader industriale

Malgrado il forte ridimensionamento di Fiat \Chrysler (Jeep), che ha condizionato per anni il pil industriale italiano, e malgrado il caro energia, il più caro in Europs, che scoraggia gli investimenti strabieri, l’Italia figura positivamente  nelle classifiche Eurostat sulla produzione industriale per settori nel 2025. Il pil industriale Ue è cresciuto del 3,8 per cento, dopo due anni di decrescita, meno 1,5 per cento nel 2023 e meno 1,9 nel 2024. E l’Italia figura tra i sei pesi ai quali Eurostat attribuisce i due terzi della produzione industriale, il 70 per cento. Al secondo posto, dopo la Germania: la Germania ha coperto il 26 per cento del pil industriale UE, l’Italia il 14 – Francia 12, Spagna 8, Polonia 6, Olanda 4.

La prospettiva è al miglioramento. Da aprile è in vigore il piano della Commisione Ue di sostegno all’industria, Industtial Accelerator Act, con l’obiettivo ambizioso di portare il peso del comparto manufatturiero dal 14,3 per cento del 2025 al 20 per cento del pil complessivo tra dieci anni. Con una serie di misure promozionali. Tra queste la certificazione Made in Europe, come garanzia di qualità, e di rispetto dei diritti.

I giudici spengono l'acciaio sul più bello

Non c’è mai stato un mercato più favorevole di ora all’acciaio europeo. I giudici (italiani, milanesi) affondano la siderurgia italiana nel suo momento migliore. A vantaggio di altri produttori europei - che producono in condizioni ambientali non diverse da quelle italiane.

In tutte le classifiche del primo semestre dei settori industriali, la siderurgia primeggia per incremento degli utili, 135 per cento. Un record storico, tutti i settori produttivi compresi. E dal primo luglio beneficia delle nuove misure di salvaguardia europee, che raddoppiano i dazi sulle importazioni, al 50 per cento, e tagliano di quasi la metà, il 47 per cento, le quote di acciaio importabile senza dazi, con un tetto globale di 18 milioni di tonnellate.
La domanda è in forte aumento per il rilancio dell’industria automobilistica, assestata su un mix di nuovo (elettrico) e vecchio, con le nuove norme sulla transizione, dei trasporti aerei e marittimi, dei nuovi programmi europei di edilizia “popolare”, e dell’industria degli armamenti.

Montanelli ritrattista

Montanelli al suo meglio, di scrittore semplice ed efficace - storico con Gervaso, narratore nei “Ritratti” (i “Ritratti”, non più ristampati da tempo, sono forse la sua cosa migliore). Altrimenti traffichino in politica (fascista, comunista e anticomunista, berlusconiano e antiberlusconiano, poi bazoliano (democristiano di sinistra), alla “Voce” e al “Corriere”, e bugiardino spesso, senza bisogno, se non per posa - per lo “stile” -, in molti articoli, politici e non.
La scelta si apre con Dayan, un capriccioso – l’intervista non si fa (ma siamo nel 1969, al generale non è riuscito il salto nella politica). Segue Eduardo in famiglia, coi figli Luca e Luisella, nervoso, irascibile, autoritario, facendo finta di scherzare - a Montanelli regala le sue intemperanze. Anche Fellini, sempre disponibile e ingenuo, s’intorcina attorno a Rossellini, alla fuga-con-matrimonio del suo grande maestro e amico in India – il problema glielo ha posto un sito americano di gossip, e ancora lo turba.
Due vere interviste, politiche, sono invece d’interesse storico. De Gasperi, l’interlocutore più grigio, più posato (l’intervista si trascina per un’ora e mezza), gli regala prove solide, a proposito delle polemiche sul regionalismo, gli statuti speciali: “Con l’accordo De Gasperi-Gruber ho conservato all’Italia l’Alto Adige, così come con l’autonomia siciliana ho conservato all’Italia la Sicilia, su cui gli americani, allora, stavano per concedere mano libera agli inglesi” – e Montanelli conferma: “È vero. Don Sturzo mi ha poi fornito interessanti particolari a conferma di tutto questo”. Con Clara Luce nel 1953, designata da Eisenhower ambasciatrice a Roma, che sa l’italiano, si è documentata sulle minime cose d’Italia, e terrà la barra della politica italiana per tutti gli anni 1950, l’intervista è al rovescio, lei chiede, Montanelli non sa che rispondere – addentrandosi la conversazione fino alla mezzadria, in Romagna e in Toscana, e alla riforma agraria in Maremma (con molta ammirazione, s’indovina, per la donna, fragile, semplice e dominante, di cui Montanelli sarà a Roma frequentatore assiduo).
La più lunga, Ben Gurion, è un piccolo trattato di sionismo – “perché, per lui, l’impero ottomano è il passato, ma la Bibbia è il presente”. Da Samuel Goldwin, il famoso produttore della Metro Goldwin Meyer, si fa spiegare Hollywood, l’industria cinematografica americana.
Golda Meir giovane da sola vale la lettura. Già madre di due giovani avviati, un musicista e una felice madre di famiglia in kibbutz, vista giovanile. 
Già ambasciatore a Mosca (i 50, 60 mila ebrei che sono accorsi a una cerimonia lusingati, sono poi scomparsi a uno a uno), e ministro di Ben Gurion, che ora (fine 1959) pensa di affidarle gli Esteri, è un’altra: semplice, e per niente arcigna, anzi molto comunicativa. P.es. sul destino degli ebrei in Russia: non solo gli sconosciuti 50-60 mila della cerimonia all’ambasciata poi scomparsi, Kaganovich, ebreo, al vertice politico, e la moglie di Molotov, l’eterno ministro degli Esteri, di Stalin e dopo, a un certo punto confinata in quanto ebrea, mentre il fedele marito continua a fare il Molotov di sempre.

Indro Montanelli, Le grandi interviste, “Corriere della sera”, pp. 62, gratuito col giornale

giovedì 15 ottobre 2026

Ombre - 838

“Tappeto rosso alla Festa del Cinema”. Cronache romane gaie, illustrate da foto in posa, di atrici belle e giovani, in abiti-meraviglia. In posa per due-tre minuti, per pochi sparuti fotografi, nel piazzale semibuio del Parco della Musica romano, come si poteva vedere la sera precedente, frequentando l’auditorium per altri motivi. Nello squallore – nessun entusiasmo, attori persi nel buio. Davvero il cinema è (auto)ilusione.
 
“Ancora scontri a Parigi. In strada in 161 mila”. Sfilavano ordinati, col numeretto? Anzi, precisamente: “Hanno sfilato in 161 mila, di cui 41 mila a Parigi”.
La Francia non ha più il senso dell’umorismo – lo ha mai avuto?
 
La ricina e Resinovich dopo Garlasco - per non parlare della povera Yara Gambirasio: ogni volta che c’entra il Ris di Parma non si viene a capo di nulla. Naturalmente la colpa viene data ai Carabinieri – il Ris, reparto investigazioni scientifiche, è dei Carabinieri. Se fossero chimici o biologi sarebbe meglio? Non è la “scienza” digitale che è incapace?
 
Due pagine del “Sole” per documentare “l’odissea di chi prova ad abbonarsi alla fibra ottica, che le forze unite di Open Fiber e FiberCop e dall’altra degli operatori, Tim, Fastweb-Vodafone, WindTre, Iliad, non riescono a garantire”. Ma senza dire che è uno degli effetti perversi di una privatizzazione ideologica trent’anni fa, peraltro a favore dei “soliti noti”, quando la Sip-Stet, di cui Tim è l’impoverita erede, aveva già in corso la cablatura dell’intero Paese, la fibra ottica. Una storia di molte vergogne
http://www.antiit.com/2026/01/trentanni-di-niente-di-guai.html

Auto cinesi nella Ue “a prezzi fuori mercato, praticati da 27 costruttori, sui 30 cinesi, in perdita, calcola Minenna sul “Sole 24 Ore”. Un altro caso della Ue stupida prima che inerme?
La verità è che Vw e Stellantis non sopravvivono senza le auto made in China – dove hanno investito. Per cattiveria? No, per convenienza. Perché l’operaio cinese si paga meno? No, perché l’energia costa (molto) meno. E come è possibile se anche la Cina importa petrolio e gas? L’impotenza della Ue, o l’incapacità, in effetti è un mistero.
  
Trombe per l’accordo Trump-Putin sul gasolio russo, tra osanna e invettive, quando si sa che il gasolio russo poi vene venduto in quantità strabordanti a Turchia, India e Brasile. Da rivendere poi più caro di un terzo a mezzo mondo, quello delle sanzioni – l’Europa.
 
Ad Abu Dhabi - “Il Sole 24 Ore” ha una pagina rassicurante - l’immobiliare è cresciuto malgrado la guerra. Del 112 per cento. Di più del doppio, in soli sei mesi. Di cui tre di guerra, sotto i missili iraniani.
È come la guerra del Golfo 35 anni fa, la prima, quando Baudrillard diventò celebre per ipotizzare  “La guerra del Golfo non ha avuto luogo”. Non ne sappiamo, e non vogliamo saperne.
 
Riducendo la “perequazione”, il recupero (parziale) dell’inflazione sulle pensioni, come vorrebbe un onesto calcolo attuariale, “il governo Meloni ha risparmiato sulle pensioni 10 miliardi di euro in due anni” – Gabanelli-Ravizza, “Corriere della sera”. Dieci miliardi pagati dai pensionati “ricchi”, tra 2.400 e 5.300 euro lordi mensili. Cioè quelli che hanno pagato la pensione (contributiva). E pagano l’Irpef al 43 per cento sulla pensione lorda. A vantaggio dei “poveri”, che sono quelli, anche ricchi e più ricchi, perché invece non pagano l’Irpef.
 
Gabanelli e Ravizza si sono fatti aiutare per la loro inchiesta da Alberto Brambilla, già sottosegretario al Welfare e ora titolare di Itinerari Previdenziali, un centro studi specializzato. Ma non ne hanno recepito il mantra: “Su 16,3 milioni di pensionati, 7,2 milioni ricevono prestazioni non coperte da contributi”. Oltre a non avere mai pagato l’Irpef, o cifre irrisorie, quanto basta a evitare l’accertamento, si prendono la pensione gratis.
 

“Mamma” e “posto”, un viaggio a ritroso nel Sud

“Mamma” – che più tardi declinerà famosamente in “mammismo” - è una poesia del 1915, in  rapporto con la sua propria mamma. Alla quale aveva dedicato il suo primo scritto, da liceale, sulla Madonna di Polsi. Contro il padre, invece, sono molte note e anche versi. Prima della resipiscenza finale, da padre lui stesso, e in morte del genitore - è tardivo il riconoscimento che l’insistenza del padre a farlo “poeta”, a volere per lui la migliore educazione, è una sua proiezione personale, di ascesa sociale, ma anche un sacrificio, molti sacrifici.
La raccolta, curata da Anne-Christine Faitrop-Porta, che si è assunta la fatica di recuperare testi inediti e dispersi di Alvaro, è molto di più di “Memoria e vita”, le venti pagine lasciate inedite di riaprezzamento del padre, di cui il sito si è già occupato diffusamente: http://www.antiit.com/2023/09/un-paese-di-pastori-nel-primo-novecento.html
Uno scrigno dimenticato con molte gemme, anche rare (moltissime poesie disperse). Un Novecento stringato e calmo, pieno di cose. Come, appunto, il padre: “La ribellione della giovinezza non è l’unica reazione di Alvaro contro il padre”, nota la curatrice, che ne trova traccia in un sonetto, raro nella metrica alvariana, “Abile io fui..” – metrica scolastica, come il padre, maestro? E, anche qui, una rivendicazione della “nobiltà” della madre, di famiglia di pastori, i ricchi del paese.
Nel ricordo del padre, della Calabria, del Sud – un rapporto de loin, anche se ne caratterizza in parte l’opera. Alvaro visse tutta la vita a Roma, e in vacanza andava a Vallerano, sui monti Cimini, alto Lazio. A San Luca è stato visto per poche ore, un solo giorno, per la morte della madre. E tuttavia, da un semplice fatto minimo deriva in mezza pagina la “storia del Sud” - la narrazione del Sud, il discorso su (lo storytelling): il padre, maestro a stipendio, statale, non era un buon partito per la madre, figlia di pastori – oggi si direbbe imprenditori. Ci vollero la guerra e i rivolgimenti successivi “per riabilitare nell’idea paesana gli stipendiati”. Il “posto”, dunque, è storia recente, “italiana”. Per questo e nel complesso un documento antropologico della vita di paese, di un paese di pastori, tra Otto e Novecento. Con una sintesi travolgente dell’economia e della società locali, e del meridione com’è, come era e come lo si è voluto.
San Luca “era un paese cortese”, tra Otto e Novecento, la mafia arcigna e assassina dei rapimenti di persona e delle faide è successiva, specie con la Repubblica. I carcerati di altri paesi nel secondo dopoguerra, disertori, ladri per fame, ladri organizzati, abigeatari, giovani impulsivi, ricordano (ricordavano) i compagni di prigione di San Luca come quelli che “leggevano il giornale”, col culto del pane fatto in casa - i pastori che leggevano il giornale, che scendevano in paese la mattina per comprarlo, dopo avere fatto il carcere?, si possono testimoniare.
Corrado Alvaro, Il viaggio, Falzea, pp, 315 € 18

mercoledì 14 ottobre 2026

Meloni al centro anche in Italia

Non solo Manfred Weber, Popolari europei, è sempre a Roma, e la Cdu-Csu, i democristiani tedeschi, con l’antitaliano Dobrindt in testa, guardano a Roma per disinnescare l’ascesa alla loro destra di Afd. Anche a Londra si guarda a Roma su come disinnescare la destra della ingovernabilita. E nella stessa Roma la presidente del consiglio Meloni, ex missina da battaglia, sempre più occupa il centro - tanto più ora, che il Fondo Monetario ne rivaluta la politica economica, rivedendo al rialzo le stime del pil - quindi con un migliorato rapporto debito/pil.

Tra un Salvini sempre più “trinariciuto”, anche se non sa di che, e l’evanescente Forza Italia di Tajani, che dice sì a tutto ma deve sperare in una elezione anticipata, che freni gli abbandoni, per Vannacci o per Salvini, Meloni tiene la barra del governo. E ci è riuscita senza sforzo.
Il presidente del consiglio non ha in Italia nessun potere – non nomina i ministri, non li può dimettere, non può decidere una politica da solo (Prodi lo sa bene, affondato da Mastella, da Bertinotti
, Berlusconi fu messo in crisi da un certo Follini). È un coordinatore. Ha bisogno di una strategia che tenga assieme le coalizioni, dato che l’Italia rifugge dai governi stabili, come si vede dalle tante sue leggi elettorali – niente presidenzialismo, niente premierato, o cancellierato (nemmeno voto a due turni), un capo del governo eletto. Che solo inducono peraltro al non voto - sono fatte complicate per scoraggiare il voto.

Meloni è al centro perché si è fatta centro? In termini italiani la nuova Dc, in Italia oltre che in Europa – e senza le correnti, almeno per ora, i concorrenti in famiglia.

Meloni al centro in Europa

Anche sulla congiuntura, sull’insorgenza inflazione, Bruxelles risponde a Meloni con un’apertura. È una novità. Della presidente Von der Leyen, che da tempo, con Meloni alla presidenza del consiglio, dà più credito all’Italia. Ma anche del Consiglio Europeo, che ora è chiamato a decidere la politica fiscale comune, contro l’inflazione – la protezione dagli errori e gli attacchi dell’America di Trump.
C’è un cambio vistoso di ottica a Bruxelles, da sempre arcigna - tentacolare, dice Meloni. Nei confronti dell’Italia specialnente. Il cambio di prospettiva è conseguente all’allentamento dell’asse franco-tedesco. Sugli armamenti (aerei, carri armati). Sull’organizzazione della difesa. Sulle politiche fiscali, ora che entrambi i paesi hanno problemi spesa pubblica.
Ma c’è anche un deciso movimento politico, di ascolto, cui Roma non era avvezza: sull’immigrazione, sul Mediterraneo, il Medio Oriente e l’Africa, su e con Trump, il temperamentale, sulla transizione verde, e ora sull’inflazione.

Le eccellenze sono tornate

Vagando per l’Inps salviniano ridotto a taglieggiatore, con “ricostituzioni” arbitrarie incontestabili, seppure di pensioni contributive (cioè pagate), se non con cause amministrative (di dieci e più anni, a settanta-ottanta di età), capita d’imbattersi in un fatto incredibile, di cui non si è letto. I 43 dirigenti di prima fascia sono stati beneficiati dal presidente leghista Gabriele Domenico Angiolino Fava, avvocato e intemerato vice-presidente della Corte dei Conti, occhiutissimo tribunale degli sprechi pubblici, di un aumento di 90 mila euro in un colpo solo, subito dopo la nomina. Dai 240 mila del tetto fissato nel 2011 ai dirigenti pubblici ai 311 mila del primo presidente della Cassazione – altro focolaio di legalità: 311 mila euro per non fare niente, l'attuariale fa tutto da solo. Forte di una sentenza della Corte Costituzionale, presieduta dall’insigne legista (leghista legista?) Giovanni Amoroso, anche lui professore, alla Libera Università di Casamassima.
Il tutto mentre l’Italia rigurgita di austerità, sotto il ministro dell’Economia, cui si deve la scoperta di Fava. E della solita campagna leghista per abbassare ogni anno di qualche mese l’età pensionabile. Per fare fallire l’Inps prima? Come profetizza Alberto Brambilla, che non è professore, ma è stato marito di Irene Pivetti, e da vent’anni profetizza il fallimento dell’Inps, mentre varava, sempre vent’anni fa, da sottosegretario al Welfare, la previdenza “complementare”, cioè privata (“L’Inps fallisce, salvatevi”) – varava i benefici fiscali della previdenza privata.  
Si scopre con l’occasione navigando che i Supremi Giudici da tempo non osservavano il tetto alle retribuzioni. Si scopre anche che il presidente Mattarella ha per appannaggio la metà degli Inps salviniani, 170 mila euro. Per scelta del presidente (è la sua pensione da professore universitario, contributiva), ma il suo appannaggio sarebbe stato comunque di 220 mila euro.

Le mani sporche di Mani Pulite

“Fino al 1992, apparivo come uno dei predestinati al vertice della Dc”, della sinistra Dc, che aveva fatto capo a Marcora: “L’avviso di garanzia di Tangentopoli cambiò tutto”, spiega Bruno Tabacci al “Corriere della sera” – “Colpita al cuore la Dc”, aveva titolato il giornale la notizia della convocazione.
“Quando mi convocò Di Pietro il mio avvocato… mi implorò di avvalermi della facoltà di non rispondere. Io, che non avevo nulla da nascondere, parlai”. E fu la fine: “E visto che non avevano un bel nulla, usarono quelle dichiarazioni per estendere l’inchiesta”.
Usarono, al plurale, Di Pietro non era solo. Lo spalleggiava, lo incitava, il Procuratore Capo Borrelli, che doveva la nomina a Andreotti – l’unico onesto della Dc per “Mani Pulite”. Gli “avvisi di garanzia” erano una specialità della Casa per infamare. Celebre quello a Berlusconi presidente del consiglio, tramite Paolo Mieli e lo stesso “Corriere della sera”, il giorno prima dell’apertura a Napoli di un G 7 sulla giustizia, a dicembre del 1994, pochi mesi dopo la sua vittoria alle elezioni.  Un atto dichiaratamente sovversivo – un “invito a comparire” non è niente, ma sul “Corriere della sera” fa impressione. E bisogna difendersi, stare sulla difensiva, comunque sospettati.
Per questo Borrelli lo fece recapitare a Mieli, al “Corriere della sera” – cautelandosi, poiché commetteva un illecito. Mentre teneva il guinzaglio stretto a Di Pietro, un “cane da tartufi” col vizio di farsi imprestare decine e centinaia di milioni dai suoi inquisiti, che poi restituiva, in scatole da scarpe.

La letteratura vince, anche a letto

Prosegue lenta la scoperta in Italia, a opera di Lorenzo Flabbi, editore e traduttore, della Nobel Ernaux, l’inventrice del sesso in letteratura – dopo la narrazione fatta di storia évenementielle (“Gli anni”, che la resero celebre), e la storia “segreta” delle donne, aborto e maternità. Del sesso fisico. In tutte le accezioni, da vergine e da donna matura, anche voyeuristico, anche acrobatico, ma sapendolo rendere “normale”, naturale. “Il mio primo gesto al risveglio era afferrare il suo membro eretto nel sonno” è l’incipit di questo racconto.
“Era”, il racconto è di una mancanza, della gelosia conseguente. Della gelosia come possessione. Non esorcizzabile, non potendo sfogarla, conoscere l’altra donna dell’amante giovane e virile. Che solo le lascia sapere che è anch’essa in età, e altrettanto rispettabile. Peggio: l’“altra” diventa un’invasione, occupazione, di se stessa.
Un plot semplice, ma ben costruito, l’ingegneria del racconto è formidabile in Ernaux (che, insegnante di Lettere, si è formata all’arte del racconto su Pavese, pensare). Con un paio di considerazioni d’autore. “Per la prima volta percepivo con chiarezza la natura materiale dei sentimenti e delle emozioni, di cui provavo fisicamente la consistenza, la forma ma anche l’indipendenza, la perfetta libertà d’azione in rapporto alla mia coscienza”. Delle emozioni ingovernabili. E della dipendenza: “La più grande sofferenza, come la più grande felicità, viene dall’Altro”.
L’Altro è evidentemente (oppure no?) sempre se stesso, che se lo modella all’occorrenza, per l’istinto (emozione), non razionalmente. Ma più incide qui, in questo racconto, una scoperta, o conclusione, messa tra parentesi alle ultime righe ma che è la chiave della sua novità e capacità di scrittrice, di avere raccontato il sesso come avviene, brutto e bello: “Mi sono aspettata tutto dal piacere sessuale, in aggiunta al piacere stesso. L’amore, la fusione, l’infinito, il piacere di scrivere. Ciò che mi sembra di avere ottenuto meglio, fino ad ora, è la lucidità, una specie di visione subitamente semplice e disentimentalizzata del mondo”.
Un racconto scritto a maggio-giugno del 2001, dopo avere allontanato W., l’amante traditore più giovane di trent’anni, e concluso con mezza pagina a settembre a Venezia, nei luoghi di vacanza felici con W., che ha ritrovato chiusi, o riadattati, e inerti.
Un racconto-verità, come è emerso un paio d’anni fa, quando l’amante giovane di allora si è manifestato polemicamente, con un memoriale politico. W. è Philippe Vilain, oggi 57 anni, accademico a Napoli, francesista, autore di molti romanzi “di costumi”, cioè leggeri. Si è manifestato per avere sofferto, dice, il ricordo del loro rapporto che Ernaux ha fatto nel 2022, alla vigilia del Nobel, in un altro racconto, “Il ragazzo”. Ha quindi pubblicato un libello che preparava, “Mauvais élève”, cattivo alunno, in cui fa dell’ex amante una radical chic, una “vera borghese”, a tavola, nella gestione della casa, nei modi. Ne ha ottenuto molte interviste - Ernaux è invisa alla destra in Francia, da “L’Express” e “Le Figaro” in là, ne hanno immiserito anche il Nobel – ma poche vendite. Da filologo potrebbe congratularsi, che la letteratura vince, anche a letto.
Annie Ernaux, L’occupazione, L’Orma, pp. 84 € 14

martedì 13 ottobre 2026

Stellantis più cinese che italiana

Stellantis si avvia a produrre più auto cinesi, in Francia e in Spagna, che Fiat in Ialia. Leapmotor, di cui Stellantis è azionista col 21 per cento (al 51 per cento di Leapmotor International), progetta due modelli da produrre in Spagna con Stellantis.
Filosa, l’ad di Stellantis, è in trattative per produrre in Spagna anche con il gruppo cinese FAW, coazonista di Leapmotor.
Con Dongfeng Stellantis progetta di estendere l’accordo per la produzione in Cina di veicoli elettrici Peugeot e Jeep anche ala Francia, al sito Peugeot di Rennes, per produrre auto elettriche del marchio Voyah.

L’auto elettrica Ue è cinese

Nei prumi otto mesi 2026 i marchi cinesi hanno venduto in Europa circa 900 mila auto, pari al 9,5 per cento d lel emrcato – era dello 0,6 per cento nel 2021.
Nel mercato delle elettriche (pari a circa un quinto del mercato totale europeo) i marchi cinesi hanno ora il 14 per cento - contro il 2,1 del 2021.
In previsione di dazi sulle importazioni
, molte case cinesi progettani di avviare la produzione all’interno dell’Europa. Byd, il gruppo magguore, ha aperto la strada cn un impianto in Ungheria da poco in attvità, e programma di acquisire fabbriche gia esistenti, in Francia o sempre in Spagna.

Tutti a casa, a lavorare

Smart sa anche di furbo - brillante, più di noi. Qui il lavoro è  tanto smart da riprodursi a carico del collega più bravo  a casa sua.

Un film di Maccio Capatonda in realtà, benché ambientao a Torino, un Capatonda magro, asciutto, ascetico, per un umorismo più freddo del consueto. Calvo qui dichiaratamente. Che assiste impotente alla alla creazione di un ufficio a casa sua, un appartamento piccolo che h già venduto avendo bisogno per la famiglia, un figlio a scuola e uno in arrivo, di uno più grande. Occupato progressivamente da tutti i colleghi di lavoro, ognuno  con le sue turbe, qualcuno/a con figli o cani. Col dispenser, di caffè,  chips e panini, una sorta diensa aziendale. Col recupero di Nichetti, e altri comici.

Una buona idea forse sviluppata male. Si aspetta solo quale sarà la prossima stupidata nel nome dello smart-working, ma giusto per curiosità.

Svevo Moltrasio, Smart-working, Sky Cinema, Now

lunedì 12 ottobre 2026

Secondi pensieri - 592

zeulig


Dio – Un Tutto, che si può anche – si deve – concepire come di materia e spirito, silenzio e parole, essere e farsi. Per trials and errors, anche Lui? Anche di bene e male? Ma dentro una scelta creativa, e quindi continuativa. Inventiva allora, e non evoluzionistica. E di vita (non di morte), e di bene (non di male).
Della creazione come un processo. Cioè, con un prima e un dopo. Interviene (è il principio che) a vivifica la materia inerte, accidentale, e il tempo immemoriale. Con l’avvio-formazione della memoria, minerale, vegetale, animale, umana.
Vicino e lontano, come lo dice sant’Agostino, palese e nascosto – si rivela, nel mentre che si occulta.
 
È una consolazione, ma senza che questo lo diminuisca – è un attributo umano, fra i tanti che gli si dedicano-imputano.
 
Gloria
- C’è un fiore che appassisce senza essere fiorito? Sì, si può essere il Maestro della Madonna Straus, bravo come Giotto e ignoto.
 
Ragione
– Non un punto d’arrivo – un “sistema”. Come per la verità: è un ragionamento, un procedimento.  
La ragione di Hegel è la compiutezza, la verità – una sintesi definitiva e assoluta. Mentre è da ogni punto di vista un laboratorio. Anche un materiale in fermentazione, un mosto, ma di un processo chimico, uno schema, che viene portato periodicamente a sostanza, a cosa.

È anche sistema, per non fare torto a Hegel: tutto può essere sistematico ma indefinito – il sistema è evolutivo, comunque mutevole.  
 
Realtà - È noto, dopo Aristotele e gli Analitici posteriori, che la definizione d’una cosa e la prova della sua esistenza sono diverse e separate. Da qui il senso d’irrealtà, pur conoscendosi, anzi per il fatto di conoscersi. In filosofia la cosa è assestata da Spinoza, dove dice, aprendo l’Etica, “per causa di sé intendo ciò la cui essenza implica l‘esistenza”. Che non nega, come Schopenhauer pensa, Aristotele, “l’esistenza non appartiene all’essenza della cosa”. Ma l’esistenza è faticosa, dovendo farsi l’esame di coscienza.
 
Suicidio - “Per suicidarsi non bisogna molto amarsi”, Albert Camus, “I giusti”, atto primo, il terrorista Stepan.
 
Tradizione – S’inventa, si sa, anche accuratamente, perché no. Anche per altri parametri che quelli degli storici che hanno inventato l’invenzione della tradizione, Hobsbawm e Ranger.
Fu alla base, uno dei fondamenti, dell’imperialismo coloniale – che si voleva retto, giusto, civilizzatore, non un atto di forza. Sir Richard Turnbull, uno degli ultimi governatori di Aden, trovò che l’impero aveva di britannico solo il fuck off, o vaffanculo, e il football. Non il cricket, che pure sarebbe invece propriamente imperiale, giocandosi su tre, quattro, cinque giorni. Ma, quanto alle origini e al carattere, è il cricket più inglese o più orientale, corfiota, indiano? O non saranno gli inglesi indiani sbiaditi, infrolliti?
Quante tradizioni l’imperialismo, folklore compreso in quanto scienza, non ha inventato per i popoli sottomessi. Specie in Africa – continente “disabitato” – cioè incolto. Che a volte aveva le sue tradizioni, ma allora si confinavano all’animismo, per quanto indefinito.  

È un meccanismo. Anche facile – quante “tradizioni” gli americani non si sono poi inventate, e si inventano. Non dissimile l’ampolla del Po a Pontida – suona bene, una assonanza, bilabiale, insonora ma robusta. Meglio ancora: l’ampolla del Po a Pontida dei popoli padani: una superallitterazione, puro Seicento. 

zeulig@antiit.eu

Danza macabra su Generali

Entusiasmo generale per l’opas di Messina, banca Intesa, su Mps, liquidità e concambi. Senza considerare che: 1) Intesa, seconda bancassurance, dietro Generali, crea con l’opas un concorrente che la surclasserà, Unipol – già padrona di Bper e Popolare Sondrio, e con l’opas anche di Mps (e Bpm dietro l’angolo); 2) l’offensiva di Intesa-Unipol comunque indebolirà Generali, una delle poche certezze del mercato italiano: bersaglio pregiato dell’opas Intesa-Unipol.
Tutto ciò è evidente. Nel silenzio dei media. Delle autorità di controllo - il Garante della Conorrenza ha avviato una istruttoria ma limitatamente alla redistribuzione degli sportelli. Del governo.
Del governo si può capire, perché è leghista, cioè affarista 
(“il mercato”), per la parte finanziaria. E Meloni non ne capisce molto - tiene ai “campioni nazionali”, e Generali è l’unico rimasto, con l’odiata Unicredit. Ma degli altri soggetti? Generali stessa? Unicredit?

Perché tutto questo risiko è attorno a Generali, attorno alle sue spoglie. Da due anni o poco meno, dal gennaio 2025. Perché il governo, così ingombrante nel caso di Unicredit-Bpm, perfino fuori da ogni legalità, ora sacrifica Generali a Messina, che poi sarebbe Bazoli, cioè l’arcinemico politico? O Messina ha gìà fatto patti col leghismo lombardo?
L’intreccio politica-affari che qui si prospetta è assurdo – una danza macabra, anche se in affari si balla su tutto. Ma è la normalità in Italia. Anormale è che nessuno ha nulla da dire.

Gli ebrei patrimonio dell'Italia

Grande apprezzamento in America, alla recente traduzione, dall’università di Princeton. Mentre in Italia l’assunto di Anna Foa, che gli ebrei sono parte della storia della penisola - se non dell’Italia, che è venuta tardi, da nemmeno un paio di secoli - e che non si può fare la storia dell’Italia senza gli ebrei, scontato quando il libro è uscito, cinque anni fa (e subito ristampato), può non essere più vero dopo il 7 Ottobre.
Il rapporto è sempre stato di arricchimento vicendevole, in Italia. Anche attraverso persecuzioni e isolamento – locali e di breve durata. La cultura ebraica si è trasformata durante l’impero, e successivamente con la Chiesa. Ma, ed è la novità di questa storia, ha contribuito a trasformare la storia dell’Italia. Se non quella politica, quella culturale.
Foa ci può trovare punti importanti, anche di rottura, di novità. Su aspetti già noti della storia ebraica, di cu il Novecento ha fatto presto, dopo l’Olocausto, a dimenticarsi. In particolare  l’emergere del misticismo cabalistico all’interno dell’ebraismo italiano si può pensare abbia concorso alla fioritura scientifica del Cinque-Seicento: un modo di pensare simbolico, di fede nel potere dei numeri, dela parola, che si può ritenere il fondo culturale del problematismo galileiano, della scienza mderna. E poi gli stampatori, i traduttori, i medici. I musici – con un interrogativo non peregrino: ci sarebbe stata la fioritura musicale che fa il distintivo dell’Italia, sacra e profana, senza “la preminenza musicale degli ebrei”, strumentale e melodico-tecnica?
La presenza ebraica, di uomini e idee, è rilevante nell’Illuminismo, nel Risorgimento, nella prima storia dell’Italia, Grande Guerra compresa, e fino al fascismo (anche al fianco del fascismo, gli ebrei come gli italiani – non solo la Sarfatti, l’amante che “inventò” il Mussolini demagogo). Che perseguitò, si può aggiungere, ma non sradicò e nemmeno allentò il legame ebraismo-Italia – “naturale”, cioè spontaneo e ovvio, anche durante le persecuzioni mussoliniane.
Israele ha ora introdotto una cesura? La strage del 7 ottobre ha commosso l’Italia senza distinzione, ma ha anche rivelato che forse è ora possibile pensare agli ebrei italiani senza l’Italia. Agli ebrei italiani di pensarsi senza l’Italia, più che l’Italia di pensarsi senza gli ebrei. Ha rivelato che Israele ha cambiato prospettive e attese degli ebrei italiani – a parte la comodità dei due passaporti. Per legami familiari e d’interessi sempre più diffusi e stretti – mentre si diffidava di Israele ancora al tempo del suo massimo successo, con la spettacolare guerra dei Sei Giorni cinquant’anni fa (“quelli sono pazzi, fanno sempre guerre ”). Israele, già prima del 7 ottobre anche se Foa, da storica, non poteva, o non ha voluto, avventurarsi in una disamina politica, ha cambiato le carte: l’ebraismo italiano è passato da una nazione e una religione a due nazioni. Per i tanti legami, di affari e familiari, che si sono intrecciati, tra comunità italiana e Israele. Riflessi nella gestione della Lega delle comunità ebraiche, nelle polemiche del rabbino di Roma Di Segni, nell’esibizione del segno vestimentario distintivo.
La ricostruzione di Anna Foa resta avvincente – “la storia degli ebrei in Italia è antichissima e affascinante”, come vuole l’editore: “È difficile immaginare il nostro paese, la sua storia, la sua identità senza il loro contributo”. Ed è un fatto che la diaspora ebraica, se fu provocata da Roma, si diffuse in Europa e nel mondo da Roma e dall’Italia. Che resta, in vario modo, all’origine di buona parte della storia del popolo ebraico. Di ebrei che poi nei secoli ebbero difficoltà a inquadrarsi in una delle due grandi divisioni della diaspora, dell’Est e dell’Ovest – sono “ebrei italiani”. Protetti dai papi più spesso che non perseguitati – perfino dall’inventore del ghetto, il papa Paolo IV Carafa. Mai oggetto di pogrom popolari. Parafrasando le celebrazioni Unesco, ebrei patrimonio dell’Italia. 
Anna Foa, Gli ebrei in Italia, Laterza, pp. 312 € 24

domenica 11 ottobre 2026

La Germania cavallo di Troia della Cina nella Ue

La Cina ha fregato la Germania, calcolava l’altra settimana la “Neue Zürcher Zeitung”, e ora esporta in Europa in quantità merci propriamemte “tedesche”, come le automobili, a prezzi imbattibli, anche nel rapporto prezzo\qualità. Il che è vero, ma con un codicillo: le auto cnesi si vendono nela Ue a prezzi imbattibili da parte di 27 fabbricanti cinesi (sui trenta complessivi) in perdita – come estensione della concorrenza fra case automobilistiche nella Cina. Gli accordi ora annunciati a Pechino per ridurre le esportazioni di auto ibride potrebbero funzionare per il fallimento di qualche casa automobilistica ma non risolverebbe il problema tedesco, che è più ampio.
A lungo la Germania ha operato in Cina da concorrente imbattibile, fornendo cioè macchine e tecnologie che la Cina non aveva: autobomoli, macchine utensili, fabbriche e metodi, chimica fine (specialità). Importando meno di quanto esportava, e merci per lo più a basso valore aggiunto, per i consumi medio-bassi.
In vent’anni o poco più la prospettiva si è rovesciata: la Cina, “mezzo teedsca e mezzo napoletana”, si sa, ha imparato presto e meglio – grazie anche ai cospicui sussidi, va aggiunto, del generoso partito Comunista Cinese. Con un salto tecnologico e di capitalizzazione enrome. Uno studio di Porsche Consulting rileva che le case automobilistiche cinesi hanno superato le tedesche in tecnologia - batterie, veicoli elettrici, guida autonoma, intelligenza artificiale.
La prospettiva si è rovesciata anche negli scambi commerciali, per la Cina nei confronti della Germania, così come nei confronti dell’Europa. E in Europa con effetto “sostiutivo” dei prodtti tedeschi, anzi proprio nei settori forti dell’industria tedesca: automotive, meccanica, chimica.
 
 

Film muto a Correggio

In una Correggio patria dell’accoglienza, a opera di un sindaco illuminato, dei tanti indiani sikh in agricoltura1, che fanno tutto, dalla stalla alla lavorazione del parmigiano, liberi di vivere la loro vita, il culto, i costumi, le barbe (con i capelli, coperti dal turbante) intonse, il kirpan al fianco, il pungale ricurvo, da usare solo a difesa dei deboli, e le loro feste coloratissime, una ragazza del paese bella, dolce, amata viene uccisa, barbaramete. Dopo avere abandonato la festa con un giovane indiano. Figlio della domestica del sindaco. La figlia del sindaco, carabiniera in servizio a Trieste,  col grado di maresciallo, sarà incaricata dal capitano dell’Arma di condurre le indagini – è rientrata a Correggio per qualche giorno, per assistere il padre gravemente infermo, il sindaco benvoluto. Lo farà insieme col maresciallo capostazione a Correggio, che invece è un po’ sovranista.
Un’altra fiction corretta – si sa già, naturalmente, che l’assassino non può essere lo spasimante indiano. Benché i primi due episodi siano la caccia a lui. Ma il thriller, benché indebolito dal politicamente corretto nello snodo principale, non è solo didattico. Anzi, malgrado questo, resta interessante. Per le caratterizzazioni, dei personaggi e dei luoghi. Non fosse che i dialoghi sono incomprensibili - eccetto che per un paio di personaggi, di attori di scuola, sperimentati, Memphis e Scarpati. Specialmente incomprensibile la protagonista, Elena Radonicich.
Il problema è diffuso - l’AI di google ha pronta una risposta precisa al problema. In quattro punti: ricerca esasperata del “realismo” e del “sussurrato”, impreparazione tecnica degli attori, senza “addestramento specifico sul diaframma e sulla fonetica”, centralità dei dialetti, delle inflessioni dialettali, problemi di presa diretta e mixaggio. Problemi d’arte, insomma. Ma, per maggiore realismo, non si potrebbe rimediare tornando al muto, che sempre è comprensibile?
Non se ne può più del “realismo”. Specie se crede che la parola “italiana” suoni e sia falsa, mentre l’immagine, che va costruita da decine di persone, al lavoro anche per ore, è vera.
Cosimo Alemà, Estranei, Rai 2