sabato 17 ottobre 2026
Viaggi all’interno di sé
Il Giro d’Italia
come non l’avete mai visto – pensato, immaginato. E poco altro. La “lente scura”
dell’autrice annebbia i tanti viaggi di cui racconta – questo è un libro di viaggi,
si articoli e corrispondenze di viaggi, per “Il Mondo”, “L’Europeo”, il
Corriere d’informazione” e altre testate. Sono cronache quasi sempre in “soggettiva”:
non di cose viste, ma di sentimenti e sensazioni personali, non legati al luogo
o all’ambiente che visita. Eccetto che nel racconto di due viaggi in Russia, la
Russia sovietica, dove il contatto umano la emoziona ed emoziona. La raccolta è
di visioni specialissime, di realtà
minute, specie di soggetti femminili, compagne di viaggio in treno, o al vagone
ristorante, o in albergo, o incroci sul marciapiede, casuali, che Ortese
locupleta di umanità.
Per il resto molte
cronache di niente. In Sicilia, a Napoli, a Parigi, ovunque. A volte con un insight
prodigioso. Sulla borghesia romana (“La
diligenza della capitale”, 1987). Sul tassista romano capace “di dirvi in un sospiro
la propria storia, ch’è quella di una comprensione”, fugace, col passeggero. Sul
forte senso di umanità per reggere il grigiore sovietico, delle donne.
Racconti di fughe
più che di viaggi. A partire dai primi due, a Londra e a Palermo, con cui ha
voluto aprire la raccolta: Anna Maria scende, va in albergo, non sa dove e non
se ne cura, e riparte, non ha voglia di vedere né di ascoltare. Viaggia senza
carte, fa sapere sul treno per la Russia, e senza orologio, viaggia – come vive?
- senza coordinate. E sempre parla di sé, inesausta, inesauribile. È la sua “chiave”,
per coinvolgere il lettore. Con esito bizzarramente positivo: la prima edizione
della raccolta, nel 1991, spiega Luca Clerici, che cura la riedizione, ebbe “un’ottima accoglienza critica”, con decine di recensioni elogiative sui
maggiori giornali, “e un discreto successo di pubblico”. Una cospicua
forma di ansia\desiderio di malattia, di morbosità sofferta\compiaciuta – la “lente scura” del
titolo. Nell'insieme è la dromomania di un'inappetente. Il viaggio come modo di estraniarsi, per parlare di più e meglio di sé.
“La sola idea di un viaggio a Roma mi riempiva di spavento” - e così via: “veri
attacchi di nevrastenia”, “continue sensazioni di precipizio, particolare ai
cardiaci, terrore di essere afferrati e dispersi, comune ai montanari e
contadini”…. (“Inglese a Roma”, p. 43).
E non solo le città, anche le persone non
offrono alla scrittrice un minimo d’interesse – a parte quelli, pochi, che s’inventa
come “personaggi”, tutti peraltro marginali, il comandante del postale
Napoli-Palermo, un ingegnere, una burocrate sovietica che cura i visitatori stranieri - il genere Intourist. Con due eccezioni dal
vivo, dal vero: don Milani perplesso, visto di sbieco al termine di una lunghissima
galoppata notturna per il Mugello alla sua ricerca, che ne rende plasticamente
l’isolamento, e la Nomadelfia ricostruita nel grossetano dopo il fallimento a
Fossoli - un fallimento anche alla ripresa, senza dirlo, facendo parlare don
Zeno Saltini, senza più estro creativo, sulla pietraia dove i benefattori lo
hanno relegato.
I racconti di viaggio
promettono molti spunti di interesse. Di novità, diversità. Qui l’interesse è unico,
la viaggiatrice. I suoi problemi, le sue “visioni”, le sue immaginazioni. Poche
volte proiettati su personaggi e cose – allora dense, pregne, fertili.
Anna Maria Ortese
ha viaggiato tanto, sopratutto negli anni 1950 e 1960, da giornalista, inviata,
soprattutto dell’“Europeo” prima, e poi del “Corriere d’Informazione” di Gaetano
Afeltra (prose assurdamente pesanti, faticose, per un giornale del pomeriggio tutto
titoli e frivolezze, ma Afeltra voleva coltivare i geni). Come a malincuore,
per ragioni alimentari, da lei forse considerati “lavoretti”. Però a questi viaggi
ci teneva, poiché ne ha curato la raccolta, nel 1991, e poi l’ha confidata a Luca
Clerici, che la riedita, con lo stesso titolo, ma con qualche aggiunta, di
testi dispersi, o minime correzioni, di cui dà dettagliatamente conto nelle note
in fondo al testo, e un preciso, agevole calendario delle date e luoghi di pubblicazione
dei vari testi.
Clerici documenta anche
la passione della scrittrice per un suo “libro di viaggio”. A partire dal 1952,
quando propose a Vittorini un “prospetto di libro siciliano”. Cinque anni dopo
proponendo a Vito Laterza “Un mese a Roma”. E così via.
Anna Maria Ortese,
La lente scura, Adelphi, pp. 516 € 15
venerdì 16 ottobre 2026
L’Italia ancora leader industriale
Malgrado il forte ridimensionamento di Fiat \Chrysler (Jeep), che ha condizionato per anni il pil industriale italiano, e malgrado il caro energia, il più caro in Europs, che scoraggia gli investimenti strabieri, l’Italia figura positivamente nelle classifiche Eurostat sulla produzione industriale per settori nel 2025. Il pil industriale Ue è cresciuto del 3,8 per cento, dopo due anni di decrescita, meno 1,5 per cento nel 2023 e meno 1,9 nel 2024. E l’Italia figura tra i sei pesi ai quali Eurostat attribuisce i due terzi della produzione industriale, il 70 per cento. Al secondo posto, dopo la Germania: la Germania ha coperto il 26 per cento del pil industriale UE, l’Italia il 14 – Francia 12, Spagna 8, Polonia 6, Olanda 4.
La prospettiva è al miglioramento. Da
aprile è in vigore il piano della Commisione Ue di sostegno all’industria,
Industtial Accelerator Act, con l’obiettivo ambizioso di portare il peso del comparto
manufatturiero dal 14,3 per cento del 2025 al 20 per cento del pil complessivo
tra dieci anni. Con una serie di misure promozionali. Tra queste la certificazione
Made in Europe, come garanzia di qualità, e di rispetto dei diritti.
I giudici spengono l'acciaio sul più bello
Non c’è mai stato un mercato più favorevole di ora all’acciaio europeo. I giudici (italiani, milanesi) affondano la siderurgia italiana nel suo momento migliore. A vantaggio di altri produttori europei - che producono in condizioni ambientali non diverse da quelle italiane.
In tutte le classifiche del primo
semestre dei settori industriali, la siderurgia primeggia per incremento degli
utili, 135 per cento. Un record storico, tutti i settori produttivi compresi. E
dal primo luglio beneficia delle nuove misure di salvaguardia europee, che
raddoppiano i dazi sulle importazioni, al 50 per cento, e tagliano di quasi la
metà, il 47 per cento, le quote di acciaio importabile senza dazi, con un tetto
globale di 18 milioni di tonnellate.
La domanda è in forte aumento per il
rilancio dell’industria automobilistica, assestata su un mix di nuovo
(elettrico) e vecchio, con le nuove norme sulla transizione, dei trasporti
aerei e marittimi, dei nuovi programmi europei di edilizia “popolare”, e dell’industria
degli armamenti.
Montanelli ritrattista
Montanelli al suo
meglio, di scrittore semplice ed efficace - storico con Gervaso, narratore nei “Ritratti”
(i “Ritratti”, non più ristampati da tempo, sono forse la sua cosa migliore). Altrimenti
traffichino in politica (fascista, comunista e anticomunista, berlusconiano e
antiberlusconiano, poi bazoliano (democristiano di sinistra), alla “Voce” e al “Corriere”,
e bugiardino spesso, senza bisogno, se non per posa - per lo “stile” -, in
molti articoli, politici e non.
La scelta si apre
con Dayan, un capriccioso – l’intervista non si fa (ma siamo nel 1969, al generale non
è riuscito il salto nella politica). Segue Eduardo in famiglia, coi figli Luca e Luisella,
nervoso, irascibile, autoritario, facendo finta di scherzare - a Montanelli regala
le sue intemperanze. Anche Fellini, sempre disponibile e ingenuo, s’intorcina
attorno a Rossellini, alla fuga-con-matrimonio del suo grande maestro e amico
in India – il problema glielo ha posto un sito americano di gossip, e
ancora lo turba.
Due vere interviste,
politiche, sono invece d’interesse storico. De Gasperi, l’interlocutore più
grigio, più posato (l’intervista si trascina per un’ora e mezza), gli regala prove
solide, a proposito delle polemiche sul regionalismo, gli statuti speciali: “Con
l’accordo De Gasperi-Gruber ho conservato all’Italia l’Alto Adige, così come
con l’autonomia siciliana ho conservato all’Italia la Sicilia, su cui gli
americani, allora, stavano per concedere mano libera agli inglesi” – e Montanelli
conferma: “È vero. Don Sturzo mi ha poi fornito interessanti particolari a
conferma di tutto questo”. Con Clara Luce nel 1953, designata da Eisenhower ambasciatrice
a Roma, che sa l’italiano, si è documentata sulle minime cose d’Italia, e terrà
la barra della politica italiana per tutti gli anni 1950, l’intervista è al
rovescio, lei chiede, Montanelli non sa che rispondere – addentrandosi la
conversazione fino alla mezzadria, in Romagna e in Toscana, e alla riforma
agraria in Maremma (con molta ammirazione, s’indovina, per la donna, fragile, semplice
e dominante, di cui Montanelli sarà a Roma frequentatore assiduo).
La più lunga, Ben
Gurion, è un piccolo trattato di sionismo – “perché, per lui, l’impero ottomano
è il passato, ma la Bibbia è il presente”. Da Samuel Goldwin, il famoso produttore
della Metro Goldwin Meyer, si fa spiegare Hollywood, l’industria cinematografica
americana.
Golda Meir giovane
da sola vale la lettura. Già madre di due giovani avviati, un musicista e una
felice madre di famiglia in kibbutz, vista giovanile. Già ambasciatore a
Mosca (i 50, 60 mila ebrei che sono accorsi a una cerimonia lusingati, sono poi
scomparsi a uno a uno), e ministro di Ben Gurion, che ora (fine 1959) pensa di
affidarle gli Esteri, è un’altra: semplice, e per niente arcigna, anzi molto comunicativa.
P.es. sul destino degli ebrei in Russia: non solo gli sconosciuti 50-60 mila
della cerimonia all’ambasciata poi scomparsi, Kaganovich, ebreo, al vertice
politico, e la moglie di Molotov, l’eterno ministro degli Esteri, di Stalin e dopo,
a un certo punto confinata in quanto ebrea, mentre il fedele marito continua a
fare il Molotov di sempre.
Indro Montanelli, Le grandi interviste, “Corriere della sera”, pp. 62, gratuito col giornale
giovedì 15 ottobre 2026
Ombre - 838
“Tappeto rosso alla Festa del Cinema”. Cronache
romane gaie, illustrate da foto in posa, di atrici belle e giovani, in abiti-meraviglia.
In posa per due-tre minuti, per pochi sparuti fotografi, nel piazzale semibuio
del Parco della Musica romano, come si poteva vedere la sera precedente, frequentando
l’auditorium per altri motivi. Nello squallore – nessun entusiasmo, attori
persi nel buio. Davvero il cinema è (auto)ilusione.
“Ancora scontri a Parigi. In strada in
161 mila”. Sfilavano ordinati, col numeretto? Anzi, precisamente: “Hanno sfilato
in 161 mila, di cui 41 mila a Parigi”.
La Francia non ha più il senso
dell’umorismo – lo ha mai avuto?
La ricina e Resinovich dopo Garlasco - per
non parlare della povera Yara Gambirasio: ogni volta che c’entra il Ris di
Parma non si viene a capo di nulla. Naturalmente la colpa viene data ai Carabinieri
– il Ris, reparto investigazioni scientifiche, è dei Carabinieri. Se fossero chimici
o biologi sarebbe meglio? Non è la “scienza” digitale che è incapace?
Due pagine del “Sole” per documentare
“l’odissea di chi prova ad abbonarsi alla fibra ottica, che le forze unite di
Open Fiber e FiberCop e dall’altra degli operatori, Tim, Fastweb-Vodafone,
WindTre, Iliad, non riescono a garantire”. Ma senza dire che è uno degli
effetti perversi di una privatizzazione ideologica trent’anni fa, peraltro a
favore dei “soliti noti”, quando la Sip-Stet, di cui Tim è l’impoverita erede, aveva
già in corso la cablatura dell’intero Paese, la fibra ottica. Una storia di molte vergogne
http://www.antiit.com/2026/01/trentanni-di-niente-di-guai.html
Auto cinesi nella Ue “a prezzi fuori mercato,
praticati da 27 costruttori, sui 30 cinesi, in perdita, calcola Minenna sul “Sole
24 Ore”. Un altro caso della Ue stupida prima che inerme?
La verità è che Vw e Stellantis non
sopravvivono senza le auto made in China – dove hanno investito. Per
cattiveria? No, per convenienza. Perché l’operaio cinese si paga meno? No,
perché l’energia costa (molto) meno. E come è possibile se anche la Cina importa
petrolio e gas? L’impotenza della Ue, o l’incapacità, in effetti è un mistero.
Trombe per l’accordo Trump-Putin sul
gasolio russo, tra osanna e invettive, quando si sa che il gasolio russo poi
vene venduto in quantità strabordanti a Turchia, India e Brasile. Da rivendere poi
più caro di un terzo a mezzo mondo, quello delle sanzioni – l’Europa.
Ad Abu Dhabi - “Il Sole 24 Ore” ha una pagina
rassicurante - l’immobiliare è cresciuto malgrado la guerra. Del 112 per cento.
Di più del doppio, in soli sei mesi. Di cui tre di guerra, sotto i missili
iraniani.
È come la guerra del Golfo 35 anni fa, la
prima, quando Baudrillard diventò celebre per ipotizzare “La guerra del Golfo non ha avuto luogo”. Non ne
sappiamo, e non vogliamo saperne.
Riducendo la “perequazione”, il recupero
(parziale) dell’inflazione sulle pensioni, come vorrebbe un onesto calcolo
attuariale, “il governo Meloni ha risparmiato sulle pensioni 10 miliardi di
euro in due anni” – Gabanelli-Ravizza, “Corriere della sera”. Dieci miliardi pagati
dai pensionati “ricchi”, tra 2.400 e 5.300 euro lordi mensili. Cioè quelli che
hanno pagato la pensione (contributiva). E pagano l’Irpef al 43 per cento sulla
pensione lorda. A vantaggio dei “poveri”, che sono quelli, anche ricchi e più
ricchi, perché invece non pagano l’Irpef.
Gabanelli e Ravizza si sono fatti
aiutare per la loro inchiesta da Alberto Brambilla, già sottosegretario al Welfare
e ora titolare di Itinerari Previdenziali, un centro studi specializzato. Ma
non ne hanno recepito il mantra: “Su 16,3 milioni di pensionati, 7,2 milioni
ricevono prestazioni non coperte da contributi”. Oltre a non avere mai pagato l’Irpef,
o cifre irrisorie, quanto basta a evitare l’accertamento, si prendono la pensione
gratis.
“Mamma” e “posto”, un viaggio a ritroso nel Sud
“Mamma” – che più tardi declinerà famosamente in “mammismo” - è una poesia
del 1915, in rapporto con la sua propria
mamma. Alla quale aveva dedicato il suo primo scritto, da liceale, sulla Madonna
di Polsi. Contro il padre, invece, sono molte note e anche versi. Prima della
resipiscenza finale, da padre lui stesso, e in morte del genitore - è tardivo il
riconoscimento che l’insistenza del padre a farlo “poeta”, a volere per lui la
migliore educazione, è una sua proiezione personale, di ascesa sociale, ma
anche un sacrificio, molti sacrifici.
La raccolta,
curata da Anne-Christine Faitrop-Porta, che si è assunta la fatica di
recuperare testi inediti e dispersi di Alvaro, è molto di più di “Memoria e
vita”, le venti pagine lasciate inedite di riaprezzamento del padre, di cui il sito
si è già occupato diffusamente: http://www.antiit.com/2023/09/un-paese-di-pastori-nel-primo-novecento.html
Uno scrigno dimenticato con molte gemme, anche rare (moltissime poesie disperse).
Un Novecento stringato e calmo, pieno di cose. Come, appunto, il padre: “La
ribellione della giovinezza non è l’unica reazione di Alvaro contro il padre”,
nota la curatrice, che ne trova traccia in un sonetto, raro nella metrica alvariana,
“Abile io fui..” – metrica scolastica, come il padre, maestro? E, anche qui,
una rivendicazione della “nobiltà” della madre, di famiglia di pastori, i
ricchi del paese.
Nel ricordo del padre, della Calabria, del Sud – un rapporto de loin, anche se ne caratterizza in
parte l’opera. Alvaro visse tutta la vita a Roma, e in vacanza andava a
Vallerano, sui monti Cimini, alto Lazio. A San Luca è stato visto per poche ore,
un solo giorno, per la morte della madre. E tuttavia, da un semplice fatto
minimo deriva in mezza pagina la “storia del Sud” - la narrazione del Sud, il
discorso su (lo storytelling): il
padre, maestro a stipendio, statale, non era un buon partito per la madre,
figlia di pastori – oggi si direbbe imprenditori. Ci vollero la guerra e i rivolgimenti
successivi “per riabilitare nell’idea paesana gli stipendiati”. Il “posto”,
dunque, è storia recente, “italiana”. Per questo e nel complesso un documento
antropologico della vita di paese, di un paese di pastori, tra Otto e
Novecento. Con una sintesi travolgente dell’economia e della società locali, e
del meridione com’è, come era e come lo si è voluto.
San Luca “era un paese cortese”, tra Otto e Novecento, la mafia arcigna e
assassina dei rapimenti di persona e delle faide è successiva, specie con la Repubblica.
I carcerati di altri paesi nel secondo dopoguerra, disertori, ladri per fame,
ladri organizzati, abigeatari, giovani impulsivi, ricordano (ricordavano) i compagni
di prigione di San Luca come quelli che “leggevano il giornale”, col culto del
pane fatto in casa - i pastori che leggevano il giornale, che scendevano in paese
la mattina per comprarlo, dopo avere fatto il carcere?, si possono
testimoniare.
Corrado Alvaro, Il viaggio, Falzea, pp, 315 € 18
mercoledì 14 ottobre 2026
Meloni al centro anche in Italia
Non solo Manfred Weber, Popolari europei, è sempre a Roma, e la Cdu-Csu, i democristiani tedeschi, con l’antitaliano Dobrindt in testa, guardano a Roma per disinnescare l’ascesa alla loro destra di Afd. Anche a Londra si guarda a Roma su come disinnescare la destra della ingovernabilita. E nella stessa Roma la presidente del consiglio Meloni, ex missina da battaglia, sempre più occupa il centro - tanto più ora, che il Fondo Monetario ne rivaluta la politica economica, rivedendo al rialzo le stime del pil - quindi con un migliorato rapporto debito/pil.
Tra un Salvini sempre più “trinariciuto”,
anche se non sa di che, e l’evanescente Forza Italia di Tajani, che dice sì a
tutto ma deve sperare in una elezione anticipata, che freni gli abbandoni, per
Vannacci o per Salvini, Meloni tiene la barra del governo. E ci è riuscita
senza sforzo.
Il presidente del consiglio non ha in Italia
nessun potere – non nomina i ministri, non li può dimettere, non può decidere
una politica da solo (Prodi lo sa bene, affondato da Mastella, da Bertinotti, Berlusconi fu messo in crisi da un certo Follini). È un coordinatore. Ha bisogno di una strategia che tenga
assieme le coalizioni, dato che l’Italia rifugge dai governi stabili, come si vede
dalle tante sue leggi elettorali – niente presidenzialismo, niente premierato, o
cancellierato (nemmeno voto a due turni), un capo del governo eletto. Che solo inducono peraltro al non voto - sono fatte complicate per scoraggiare il voto.
Meloni è al centro perché si è fatta centro? In termini italiani la nuova Dc, in Italia oltre che in Europa – e senza le correnti, almeno per ora, i concorrenti in famiglia.
Meloni al centro in Europa
Anche sulla congiuntura, sull’insorgenza
inflazione, Bruxelles risponde a Meloni con un’apertura. È una novità. Della presidente
Von der Leyen, che da tempo, con Meloni alla presidenza del consiglio, dà più
credito all’Italia. Ma anche del Consiglio Europeo, che ora è chiamato a
decidere la politica fiscale comune, contro l’inflazione – la protezione dagli errori
e gli attacchi dell’America di Trump.
C’è un cambio vistoso di ottica a
Bruxelles, da sempre arcigna - tentacolare, dice Meloni. Nei confronti dell’Italia specialnente. Il cambio
di prospettiva è conseguente all’allentamento dell’asse franco-tedesco. Sugli armamenti
(aerei, carri armati). Sull’organizzazione della difesa. Sulle politiche
fiscali, ora che entrambi i paesi hanno problemi spesa pubblica.
Ma c’è anche un deciso movimento politico,
di ascolto, cui Roma non era avvezza: sull’immigrazione, sul Mediterraneo, il
Medio Oriente e l’Africa, su e con Trump, il temperamentale, sulla transizione
verde, e ora sull’inflazione.
Le eccellenze sono tornate
Vagando per l’Inps salviniano ridotto a
taglieggiatore, con “ricostituzioni” arbitrarie incontestabili, seppure di pensioni
contributive (cioè pagate), se non con cause amministrative (di dieci e più
anni, a settanta-ottanta di età), capita d’imbattersi in un fatto incredibile,
di cui non si è letto. I 43 dirigenti di prima fascia sono stati beneficiati dal
presidente leghista Gabriele Domenico Angiolino Fava, avvocato e intemerato
vice-presidente della Corte dei Conti, occhiutissimo tribunale degli sprechi pubblici,
di un aumento di 90 mila euro in un colpo solo, subito dopo la nomina. Dai 240 mila del tetto fissato
nel 2011 ai dirigenti pubblici ai 311 mila del primo presidente della
Cassazione – altro focolaio di legalità: 311 mila euro per non fare niente, l'attuariale fa tutto da solo. Forte di una sentenza della Corte
Costituzionale, presieduta dall’insigne legista (leghista legista?) Giovanni
Amoroso, anche lui professore, alla Libera Università di Casamassima.
Il tutto mentre l’Italia rigurgita di
austerità, sotto il ministro dell’Economia, cui si deve la scoperta di Fava. E della
solita campagna leghista per abbassare ogni anno di qualche mese l’età pensionabile.
Per fare fallire l’Inps prima? Come profetizza Alberto Brambilla, che non è
professore, ma è stato marito di Irene Pivetti, e da vent’anni profetizza il fallimento
dell’Inps, mentre varava, sempre vent’anni fa, da sottosegretario al Welfare,
la previdenza “complementare”, cioè privata (“L’Inps fallisce, salvatevi”) – varava i benefici
fiscali della previdenza privata.
Si scopre con l’occasione navigando che
i Supremi Giudici da tempo non osservavano il tetto alle retribuzioni. Si scopre
anche che il presidente Mattarella ha per appannaggio la metà degli Inps
salviniani, 170 mila euro. Per scelta del presidente (è la sua pensione da
professore universitario, contributiva), ma il suo appannaggio sarebbe stato
comunque di 220 mila euro.
Le mani sporche di Mani Pulite
“Fino al 1992, apparivo come uno dei predestinati
al vertice della Dc”, della sinistra Dc, che aveva fatto capo a Marcora: “L’avviso
di garanzia di Tangentopoli cambiò tutto”, spiega Bruno Tabacci al “Corriere della
sera” – “Colpita al cuore la Dc”, aveva titolato il giornale la notizia della convocazione.
“Quando mi convocò Di Pietro il mio avvocato…
mi implorò di avvalermi della facoltà di non rispondere. Io, che non avevo nulla
da nascondere, parlai”. E fu la fine: “E visto che non avevano un bel nulla,
usarono quelle dichiarazioni per estendere l’inchiesta”.
Usarono, al plurale, Di Pietro non era solo.
Lo spalleggiava, lo incitava, il Procuratore Capo Borrelli, che doveva la nomina
a Andreotti – l’unico onesto della Dc per “Mani Pulite”. Gli “avvisi di garanzia”
erano una specialità della Casa per infamare. Celebre quello a Berlusconi
presidente del consiglio, tramite Paolo Mieli e lo stesso “Corriere della sera”,
il giorno prima dell’apertura a Napoli di un G 7 sulla giustizia, a dicembre del
1994, pochi mesi dopo la sua vittoria alle elezioni. Un atto dichiaratamente sovversivo – un
“invito a comparire” non è niente, ma sul “Corriere della sera” fa impressione.
E bisogna difendersi, stare sulla difensiva, comunque sospettati.
Per questo Borrelli lo fece recapitare
a Mieli, al “Corriere della sera” – cautelandosi, poiché commetteva un illecito.
Mentre teneva il guinzaglio stretto a Di Pietro, un “cane da tartufi” col vizio
di farsi imprestare decine e centinaia di milioni dai suoi inquisiti, che poi
restituiva, in scatole da scarpe.
La letteratura vince, anche a letto
Prosegue lenta la
scoperta in Italia, a opera di Lorenzo Flabbi, editore e traduttore, della Nobel
Ernaux, l’inventrice del sesso in letteratura – dopo la narrazione fatta di storia
évenementielle (“Gli anni”, che la resero celebre), e la storia
“segreta” delle donne, aborto e maternità. Del sesso fisico. In tutte le accezioni,
da vergine e da donna matura, anche voyeuristico, anche acrobatico, ma sapendolo
rendere “normale”, naturale. “Il mio primo gesto al risveglio era afferrare il
suo membro eretto nel sonno” è l’incipit di questo racconto.
“Era”, il racconto
è di una mancanza, della gelosia conseguente. Della gelosia come possessione.
Non esorcizzabile, non potendo sfogarla, conoscere l’altra donna dell’amante
giovane e virile. Che solo le lascia sapere che è anch’essa in età, e altrettanto
rispettabile. Peggio: l’“altra” diventa un’invasione, occupazione, di se
stessa.
Un plot semplice, ma ben costruito, l’ingegneria del racconto è
formidabile in Ernaux (che, insegnante di Lettere, si è formata all’arte del racconto
su Pavese, pensare). Con un paio di considerazioni d’autore. “Per la prima
volta percepivo con chiarezza la natura materiale dei sentimenti e delle
emozioni, di cui provavo fisicamente la consistenza, la forma ma anche
l’indipendenza, la perfetta libertà d’azione in rapporto alla mia coscienza”. Delle
emozioni ingovernabili. E della dipendenza: “La più grande sofferenza, come la
più grande felicità, viene dall’Altro”.
L’Altro è evidentemente
(oppure no?) sempre se stesso, che se lo modella all’occorrenza, per l’istinto
(emozione), non razionalmente. Ma più incide qui, in questo racconto, una scoperta, o conclusione,
messa tra parentesi alle ultime righe ma che è la chiave della sua novità e
capacità di scrittrice, di avere raccontato il sesso come avviene, brutto e
bello: “Mi sono aspettata tutto dal piacere sessuale, in aggiunta al piacere
stesso. L’amore, la fusione, l’infinito, il piacere di scrivere. Ciò che mi
sembra di avere ottenuto meglio, fino ad ora, è la lucidità, una specie di
visione subitamente semplice e disentimentalizzata del mondo”.
Un racconto scritto a maggio-giugno del 2001, dopo avere allontanato W.,
l’amante traditore più giovane di trent’anni, e concluso con mezza pagina a
settembre a Venezia, nei luoghi di vacanza felici con W., che ha ritrovato
chiusi, o riadattati, e inerti.
Un racconto-verità, come è emerso un paio d’anni fa, quando l’amante giovane di
allora si è manifestato polemicamente, con un memoriale politico. W. è Philippe
Vilain, oggi 57 anni, accademico a Napoli, francesista, autore di molti romanzi
“di costumi”, cioè leggeri. Si è manifestato per avere sofferto, dice, il
ricordo del loro rapporto che Ernaux ha fatto nel 2022, alla vigilia del Nobel,
in un altro racconto, “Il ragazzo”. Ha quindi pubblicato un libello che preparava,
“Mauvais élève”, cattivo alunno, in cui fa dell’ex amante una radical chic,
una “vera borghese”, a tavola, nella gestione della casa, nei modi. Ne ha ottenuto
molte interviste - Ernaux è invisa alla destra in Francia, da “L’Express” e “Le
Figaro” in là, ne hanno immiserito anche il Nobel – ma poche vendite. Da filologo
potrebbe congratularsi, che la letteratura vince, anche a letto.
Annie Ernaux, L’occupazione,
L’Orma, pp. 84 € 14
martedì 13 ottobre 2026
Stellantis più cinese che italiana
Stellantis si avvia a produrre più auto
cinesi, in Francia e in Spagna, che Fiat in Ialia. Leapmotor, di cui Stellantis
è azionista col 21 per cento (al 51 per cento di Leapmotor International),
progetta due modelli da produrre in Spagna con Stellantis.
Filosa, l’ad di Stellantis, è in trattative
per produrre in Spagna anche con il gruppo cinese FAW, coazonista di Leapmotor.
Con Dongfeng Stellantis progetta di
estendere l’accordo per la produzione in Cina di veicoli elettrici Peugeot e Jeep anche
ala Francia, al sito Peugeot di Rennes, per produrre auto elettriche del marchio
Voyah.
L’auto elettrica Ue è cinese
Nei prumi otto mesi 2026 i marchi cinesi
hanno venduto in Europa circa 900 mila auto, pari al 9,5 per cento d lel emrcato – era
dello 0,6 per cento nel 2021.
Nel mercato delle elettriche (pari a
circa un quinto del mercato totale europeo) i marchi cinesi hanno ora il 14 per cento - contro il 2,1 del 2021.
In previsione di dazi sulle importazioni, molte case cinesi progettani di avviare la produzione all’interno dell’Europa. Byd, il gruppo magguore, ha aperto la strada cn un impianto in Ungheria da poco in attvità, e programma di acquisire fabbriche gia esistenti, in Francia o sempre in Spagna.
Tutti a casa, a lavorare
Smart sa anche di furbo - brillante, più di noi. Qui il lavoro è tanto smart da riprodursi a carico del collega più bravo a casa sua.
Un film di Maccio Capatonda in realtà, benché ambientao a Torino, un Capatonda magro, asciutto, ascetico, per un umorismo più freddo del consueto. Calvo qui dichiaratamente. Che assiste impotente alla alla creazione di un ufficio a casa sua, un appartamento piccolo che h già venduto avendo bisogno per la famiglia, un figlio a scuola e uno in arrivo, di uno più grande. Occupato progressivamente da tutti i colleghi di lavoro, ognuno con le sue turbe, qualcuno/a con figli o cani. Col dispenser, di caffè, chips e panini, una sorta diensa aziendale. Col recupero di Nichetti, e altri comici.
Una buona idea forse sviluppata male. Si aspetta solo quale sarà la prossima stupidata nel nome dello smart-working, ma giusto per curiosità.
Svevo Moltrasio, Smart-working,
Sky Cinema, Now
lunedì 12 ottobre 2026
Secondi pensieri - 592
zeulig
Dio – Un Tutto, che si può anche – si deve – concepire come di materia e spirito,
silenzio e parole, essere e farsi. Per trials and errors, anche Lui?
Anche di bene e male? Ma dentro una scelta creativa, e quindi continuativa.
Inventiva allora, e non evoluzionistica. E di vita (non di morte), e di bene
(non di male).
Della creazione come un processo. Cioè, con un
prima e un dopo. Interviene (è il principio che) a vivifica la materia inerte,
accidentale, e il tempo immemoriale. Con l’avvio-formazione della memoria, minerale,
vegetale, animale, umana.
Vicino e lontano, come lo dice sant’Agostino, palese
e nascosto – si rivela, nel mentre che si occulta.
È una consolazione, ma senza che questo lo
diminuisca – è un attributo umano, fra i tanti che gli si dedicano-imputano.
Gloria - C’è un fiore che appassisce senza essere
fiorito? Sì, si può essere il
Maestro della Madonna Straus, bravo come Giotto e ignoto.
Ragione – Non un punto d’arrivo – un “sistema”. Come per la
verità: è un ragionamento, un procedimento.
La ragione di Hegel è la compiutezza, la verità –
una sintesi definitiva e assoluta. Mentre è da ogni punto di vista un laboratorio.
Anche un materiale in fermentazione, un mosto, ma di un processo chimico, uno
schema, che viene portato periodicamente a sostanza, a cosa.
È anche sistema, per non fare torto a Hegel:
tutto può essere sistematico ma indefinito – il sistema è evolutivo, comunque
mutevole.
Realtà - È
noto, dopo Aristotele e gli Analitici
posteriori, che la definizione d’una
cosa e la prova della sua esistenza sono diverse e separate. Da qui il senso
d’irrealtà, pur conoscendosi, anzi per il fatto di conoscersi. In filosofia la
cosa è assestata da Spinoza, dove dice, aprendo l’Etica, “per causa di sé intendo ciò la cui essenza implica
l‘esistenza”. Che non nega, come Schopenhauer pensa, Aristotele, “l’esistenza
non appartiene all’essenza della cosa”. Ma l’esistenza è faticosa, dovendo
farsi l’esame di coscienza.
Suicidio - “Per suicidarsi non bisogna molto amarsi”, Albert
Camus, “I giusti”, atto primo, il terrorista Stepan.
Tradizione – S’inventa, si sa, anche accuratamente, perché
no. Anche per altri parametri che quelli degli storici che hanno inventato l’invenzione
della tradizione, Hobsbawm e Ranger.
Fu
alla base, uno dei fondamenti, dell’imperialismo coloniale – che si voleva retto,
giusto, civilizzatore, non un atto di forza. Sir Richard Turnbull, uno degli ultimi governatori di Aden, trovò
che l’impero aveva di britannico solo il fuck off, o vaffanculo,
e il football. Non il cricket, che pure sarebbe invece propriamente imperiale,
giocandosi su tre, quattro, cinque giorni. Ma, quanto alle origini e al carattere,
è il cricket più inglese o più orientale, corfiota, indiano? O non saranno gli
inglesi indiani sbiaditi, infrolliti?
Quante tradizioni
l’imperialismo, folklore compreso in quanto scienza, non ha inventato per i
popoli sottomessi. Specie in Africa – continente “disabitato” – cioè incolto.
Che a volte aveva le sue tradizioni, ma allora si confinavano all’animismo, per
quanto indefinito.
È un meccanismo. Anche facile – quante “tradizioni” gli americani non si sono poi inventate, e si inventano. Non dissimile l’ampolla del Po a Pontida – suona bene, una assonanza, bilabiale, insonora ma robusta. Meglio ancora: l’ampolla del Po a Pontida dei popoli padani: una superallitterazione, puro Seicento.
zeulig@antiit.eu
