sabato 1 agosto 2026

Franco Baresi e mister Nessuno

Franco Baresi era un bell’atleta, più simpatico perché di una sola squadra, di cui era uomo-squadra, vecchio calcio. Ma l’immagine ricorre di un’amichevole pre-campionato a Ferragosto 1983 (con la Carrarese?), in cui esordiva Luther Blissett, centravanti giamaicano, che apriva praterie col movimento davanti per le “discese” che Baresi amava fare. Era il Baresi dell’elogio di Gianni Brera che wikipedia ha esumato: “Esce dopo un anticipo atteggiandosi a mosse di virile bellezza gladiatoria. Stacca bene, comanda meglio in regia: avanza in una sequenza di falcate non meno piacenti che energiche”. Ma Blissett non ne ricevette mai il pallone, non una sola volta.
Era un’amichevole, le situazioni si ripetevano, e la cosa s’imponeva come non per caso: a Blissett niente palloni. Perché era nero? Perché aveva l’ingaggio più alto di tutti?
Luther Blissett veniva dal Watford di Elton John, con cento gol in 250 partite. Se ne andrà a fine  stagione con 5 gol in 30 partite.
Dieci anni dopo il collettivo bolognese di scrittura che poi si battezzerà “Wu Ming”, poteva esordire come “Luther Blissett”, come dire Nessuno, col romanzo storico “Q” - di un protagonista senza nome.

Le avventure di Ulisse, onestuomo

L’“Odissea” un libro di avventure, ottime per un film, come non pensarci. Nolan l’ha fatto, e ne ha ricavato il film d’avventure per eccellenza, pieno di entusiami e delusioni, trascuratezze e intuizioni, devozioni e tradimenti, violenze, delicatezze, tutto quello che capita, basta saperlo raccontare. Attorno a un onestuomo, debole come tutti, ed esposto alle collere divine, ma intemerato - tutto il contrario del furbo opportunista. 
Un film all male, con figure femminili sfocate, compresa la stessa Penelope, la moglie in eterna attesa, che pure ha molte scene (ma è Anne Hathaway, un viso innocente che non si vede come e a che scopo calato nella melma mediterranea). E un finale alla Bud Spencer - per un film di tante pretese un po’ deludente, ma in finale ci voleva bene l’eliminazione dei porci Proci (e poi, forse, la ricetta Bud Spencer non è così di serie b).
Il tonificante non è però la bellicosità – tipica dei film all male. Ma il suo contrario. La grande invenzione di Nolan è un Ulisse pacifista invece che furbo, che anzi della sua furbizia si vergogna, del cavallo di Troia. Che, commenta amaro, “dopo dieci anni d’assedio aprì la città una notte a ogni rabbia”.
 Ulisse non è un eroe: è dubbioso. Già alla partenza, quando deve armare il suo piccolo esercito per la guerra di Agamennone. E poi dopo, nella navigazione: dà ordini sbagliati, perde i compagni per manovre azzardate, è stanco, anche di se stesso, a lungo si droga (Calipso), al punto da dimenticare chi è e cosa vuole. Ma si prende tutta l’attenzione, nella lunga serie di avventure, per le qualità mimetiche magnetiche, apparentemente immobili e invece parlanti, di Matt Damon, l’architrave della narrazione - anche se la promozione privilegia il giovane Tom Holland, Telemaco, stella emergente (perlomeno nel cachet).

Un pacifista col supporto perfino di Menelao. Che si è tenuta l’infida Elena al ritorno a Sparta, ma ride del fratello maggiore e bellicoso Agamennone, che lo ha costretto a dieci anni di guerra: “Gli dei  lo hanno sistemato”, spiega a Telemaco che lo ha raggiunto per avere notizie del padre, “la cognata Clitennestra”, sorella di Elena e moglie di Agamennone, “lo ha ucciso, con l’amante Egisto, e il figlio Oreste ha dovuto a sua volta uccidere la madre con l’amante".
Le avventure, e il senso di colpa, girano attorno al “precetto di Zeus” eletto a fondamento della civiltà: l’accettazione dell’altro, ospite o viandante, come uno di famiglia. Che non è un classico: gli dei sono sempre scontenti, e quindi cattivi, nella mitologia, e nell’“Odissea” vera e propria. Ma funziona. In mezzo però, anche qui, alle ire degli dei: Ulisse incorre prima in quella di Zeus, e poi, con la maledizione di Polifemo, in quella di Poseidone - donde i tanti naufragi e la morte dei compagni. Un eroe in chiaroscuro, come tutti quelli per cui Nolan è famoso, la trilogia di Batman, Oppenheimer.
A dieci giorni dall’uscita, “l’Odissea di Nolan”, si è potuto vederlo, rifugio climatizzato nella rovente notte romana, in un cinema da 600 posti, in non più di dieci-dodici spettatori. Un capolavoro sicuramente è stata la commercializzazione del film. La creazione dell’attesa e del bisogno con varie anticipazioni, di personaggi, vicende, ruoli, luoghi, location. E la promessa di tecniche di lavorazione visionarie, l’IMAX, i 70 mm., un solo cinema a Roma (o in tutta Italia) attrezzato per sfruttarle (sul cui sito campeggiava da subito l’avviso “posti sold out”), due o tre esercenti autorizzati a proporsi come i soli, a Roma o a Napoli, o a Roma e Napoli, con lo schermo per il 70 mm., mentre il mercato si inondava con migliaia di copie - solo a Roma non meno di quattordici sale lo hanno programmato, in 70mm, doppiato e in originale. “Vederlo tutti subito”, la ricetta già sperimentata con “Barbie” qualche anno fa, sempre per riempire l’estate rovente. Viviamo d’illusioni, si sa. Con Nolan è anche facile: non è il regista dei migliori incassi? Ma, poi, più veloce di lui, e più ricca, è andata la Marvel, con un ennesimo Spider-man. Forse non abbiamo bisogno nemmeno di illusioni.

Christopher Nolan, Odissea

venerdì 31 luglio 2026

Porte aperte in Spagna

Non è l’Italia che si esclude dall’acordo Schengen, l’Italia chiede l’esclusione della Spagna dall’accordo. Una richiesta probabilmente improponibile, per i tanti svantaggi che creerebbe agli spagnoli, e ai rapporti con la Spagna, ma non senza fondamento.
Il presidente del consiglio spagnolo Sanchez è simpatico, se non altro perché è l’ultimo socialista rimasto in Europa, e come tale ce la mette tutta per perdere le elezioni, e poi perché governa solo – senza maggioranza in Parlamento, e con collaboratori e familiari in gattabuia. Mentre Meloni, che lo accusa di avere aperto le frontiere, della Spagna e quindi dell’Europa, a chi vuole entrarci è bene quella che sostiene in Spagna la destra di Voz. Ma sull’immigrazione selvaggia, con l’arrembaggio ieri di 50 o 100 mila africani a Ceuta, ha solo torto – un arrembaggio preparato evidentemente non in ore o giorni.
La Spagna ha nazionalizzato in sette mesi quest’anno un milione e 200 mila circa stranieri irregolari. Con un decreto molto vantato a inizio anno il governo ha regolarizzato gli stranieri che si trovavano irregolari in Spagna al 31 dicembre da almeno cinque mesi. Una regolarizzazione che dà diritto al lavoro e all’assistenza sanitaria, e conduce alla cittadinanza. A luglio lo stesso governo, sempre per decreto (il governo Sanchez non ha la maggioranza in Parlamento), ha riconosciuto il diritto di cittadinanza agli eredi dei vecchi emigrati con una Ley de Nietos. Si è allineato alla pratica dei paesi a forte emigrazione, p.es. l’Italia, che riconoscono la cittadinanza anche alla terza e quarta generazione dopo l’emigrazione, ma ha dato alla legge un colore politico, volendosi un riconoscimento agli emigrati politici (in precedenza Madrid aveva varato una legge “dei sefarditi”, per la cittadinanza agli eredi degli ebrei espulsi nel 1492…).

Sesso freddo

La vicenda Casati-Stampa, 1970, del marchese che godeva agli amplessi della moglie con giovani gaudenti e alla fine uccise tutti e si uccise. La vicenda va raccontata prima perché il film non è, non si vuole, un thriller – non ha buoni e cattivi, giusti e ingiusti, si limita a guardare.

Andrea De Sica, nipote (figlio di Manuel, il compisitore), ha voluto dare alla vicenda un paludamento napoletano, di grossolanità, magarie, cibarie, bevute, eccetera, non sappiamo se per scrupolo filologico (la coppia Casati professava a Zannone, l’isolotto delle Pontine), o per accentuare il lato manicomiale.
Non ci si appassiona – la narrazione non lo vuole, è fredda. Si segue, curiosamente, per vedere come andrà a finire, anche se si sa già la fine. Con Timi e Jamisne Trinca eroici nel farsi freddi: inempatici, incapaci di stabilire un contatto umano, anche solo un eye contact, come vorrebbe il titolo, un briciolo di umanità.
Andrea De Sica,
Gli occhi degli altri, Sky Cinema, Now

giovedì 30 luglio 2026

Secondi pensieri - 588

zeulig


Comicità
– C’è una “comicità anglosassone”, che deriva dal circo, mentre “quella dei nostri comici deriva dal teatro di varietà” – da qui “la loro perenne fortuna!”, Flaiano riflette  recensendo i fratelli Marx, “I cowboys del deserto” (“La lezione del clown”, ora nella raccolta “Chiuso per noia”): “Il circo apprende ai clowns una comicità universale, che si basa sul ritmo, sull’invenzione, su un’assoluta interpretazione della realtà nel piano del sogno, ed è quindi fumistica; il teatro di varietà si basa sulla macchietta, sull’imitazione dialettale, sull’improvvisazione; cioè sulla mancanza di ritmo, e cade spesso nel compiacimento della volgarità”.
E ancora: “Il clown non ha bersagli reali da colpire; il nostro comico non potrebbe invece vivere senza parodiare i suoi personaggi preferiti, lo straniero, la donna, l’omosessuale. Il suo successo si basa dunque più sulla cattiva educazione collettiva, che fa del pubblico un giudice plebeo, che sulla nostra capacità di afferrare il senso invisibile dell’universo, quelle fratture che l’ingegno comico vede o immagina per consolarci di una costruzione apparentemente compartita e incrollabile”.
È stato, ora non più, continua(va nel 1951) Flaiano: “Il destino del clown sembra già segnato. I suoi circhi vanno in rovina. I suoi film, perlomeno da noi, proiettati in pieno agosto, in sale deserte”.
Successivamente lo stesso Flaiano, nel 1967. abbozzando un ritratto di Totò (“Sì, lo so, ma sa…”, ora in “Chiuso per noia"), lo avvicina all’umorismo anglosassone: “Si può fare l’ipotesi che egli nella commedia italiana rappresentasse la zona metafisica, non i caratteri ma l’imponderabile, il grottesco, l’inverosimile, i piccoli personaggi e fatti diversi di cui è ricca la nostra cronaca, e che sorprendono sempre per quella loro aria inventata eppure plausibile, “il morto che si rifà vivo dopo vent’anni”, lo jettatore che “vuole una patente per esercitare meglio la sua funzione”, o “il «morto» professionista utilizzato per sviare le indagini dei doganieri”.
La patente allo jettatore lo unisce – unisce Totò – a Pirandello, anche lui curioso in tema di umorismo o comicità.

 
Memoria – È culturale, storica. Scienziati austriaci esperti di neurologia ci sono arrivati seguendo “lo sviluppo dell’ippocampo, la regione del cervello coinvolta nella memoria, nel cervello dei topi, dalla nascita all’età adulta”. Ma era l’esito delle analisi linguistiche, di Chomsky p.es.
 dell’innatismo, o grammatica universale.

 
Intelligenza Artificiale – “Le intelligenze artificiali più potenti non sono state programmate, ma addestrate. Funzionano, ma nessuno – nemmeno chi le costruisce – sa con esattezza cosa accada al loro interno” – Gilberto Corbellini sul “Sole 24 Ore Domenica” 26 luglio. Qual è la differenza? Dello strumento programmato si sa il funzionamento, di quello addestrato c’è un margine d’incertezza, su come reagirà all’interlocuzione.
Non sa dialogare? L’IA non è una macchina, razionalista. Ma nemmeno la ragione lo è, di fatto.  Qual è il problema? Che la macchina faccia concorrenza all’uomo? Forse, ma solo per la pubblicità – per creare e vendere spazi.

Storia – “La vera conoscenza della storia è un procedimento di immedesimazione emotiva. La sua origine è l’ignavia del cuore, l’acedia” – W.Benjamin, ultimo appunto.
 
Verità - Demostene era spia del re di Persia. Il severo difensore della patria ateniese era al soldo del nemico. Alessandro Magno lo scoprì quando aprì gli archivi persiani. Non per questo Demostene era stato meno patriota per Atene contro Filippo, il padre di Alessandro. Ma sono più greci i macedoni, che combattono i persiani, o l’ateniese Demostene che ai persiani invece si allea, contro Sparta e i macedoni? Ermia, nobile amico di Aristotele, cui diede in moglie la Pizia, sua amante e forse sorella, doppiogiochista, messo in croce ebbe queste ultime parole: “Dite agli amici e compagni che non ho commesso nulla che non convenisse alla filosofia e alla dignità”. Per Ermia crocefisso Aristotele scrisse una bella poesia.
 
“Dio è un ente solo per i peccatori”, spiega Meister Eckhart, per la convenienza del devoto, che “segue Dio come un cane segue la donna che porta le salsicce”. Mentre il destino è individuale e non si sfugge, si è soli al mondo. Dov’è smarrito l’occhio d’aquila, che afferra d’un colpo gli anfratti della storia? Gli uomini sono rinviati in gregge a Teseo, si può leggere così il deserto dei sentimenti, che un mattino abbandonò Arianna, bella, nobile, gravida. Per sopravvivere - le vestali della Luna, Arianna lo era, sposavano i giovani e li uccidevano, re inclusi.
La pernice, Geremia spiegò criticando le danze lascive sul labirinto, cova figli che non ha generato. La società si rifugia nei consumi, la famiglia nell’Edipo e più non sopravvivono, e con esse il sacro. Di cui tuttavia persiste il bisogno.
 
Ognuno ha un oracolo personale. Lo sostiene Senofonte in difesa di Socrate, ed è filosofia: non tutto è prevedibile, segnato, logico.

zeulig@antiit.eu

Mauro De Mauro fascista forever

Mauro De Mauro, scomparso in circostanze misteriose il 16 settembre 1970, davanti a casa sua, mentre scaricava l’auto dopo la spesa fatta con la figlia, e mai più ritrovato, probabilmente assassinato, probabilmente dalla mafia, non era uno stinco di santo: era stato fascista e trafficava col neo-fascismo. Non è una novità, si sapeva, ma Canali, topo d’archivio, ne esuma le prove. Al momento della scomparsa era cronista giudiziario di punta del quotidiano palermitano del Pci, “L’Ora”, e uno di molto peso, nelle cronache locali e nazionali - nonché fratello maggiore del rispettato linguista Tullio, che sarà anche ministro dell’Istruzione Pubblica nel 2000-2001, nel governo Amato II, quello che precedette il ritorno di Berlusconi a palazzo Chigi.
Canali ricostruisce e documenta il passato avventuroso di De Mauro, iperfascista nei suoi anni venti, e fino al 1948-49. Volontario nelle SS italiane dopo l’8 settembre, collaboratore di Kappler a Roma – “lavorava contro stipendio, e forse anche per motivi idealistici”. Assolto dopo varie condanne per le Fosse Ardeatine - ma tra le operazioni di cui De Mauro di vantava, può scrivere Canali, c’era la cattura di Giuseppe di Montezemolo, il capo della Resistenza fra i militari, poi fucilato alle Fosse Ardeatine. Documentata è anche la sua collaborazione con le bande repubblichine famigerate per le torture – Canali documenta i rapporti (delazioni, tranelli) con la banda Koch.
Soprattutto, De Mauro era o si voleva legato alla Decima Mas di Junio Valerio Borghese. Di cui era  intimo ancora nel 1970, nelle oscure vicende del “golpe Borghese”, tramato in quell'anno e finito male. E quindi, perché escludere che De Mauro sapesse troppo del golpe, e non fosse più un camerata sicuro? La pista Borghese è una di quelle esplorate al tempo della sparizione, presto abbandonata in favore di quella “Mattei”: De Mauro, che Francesco Rosi aveva incaricato di fornire materiali per il film su Enrico 
Mattei che stava preparando, fatto scomparire in un incidente aereo da qualche servizio segreto, italiano o straniero (una delle tesi sulla morte del fondatore dell’Eni, volendo escludere l’incidente, vede implicata la Cia, oppure lo Sdece francese, con la compiacenza dei servizi italiani).

Canali, avendo ricostruito la personalità di De Mauro, le sue convinzioni politiche e le sue frequentazioni, non esclude la pista Borghese: De Mauro aveva saputo troppo del progetto di golpe.
Anche perché le ipotesi sulla morte di Mattei erano tema privilegiato della chiacchiera isolana. E qui Canali fa rivivere una stagione palermitana di finte o vere “teste del serpente”, centri del potere cittadino e isolano, Vito Guarrasi e Graziano Verzotto, su cui è inutile estendersi, nonché uno sperduto fiscalista di nome Antonino Buttafuoco. Personaggi autoreferenziali, grandi chiacchieroni, sempre in confidenza, ognuno per poteri segretamente condizionanti sull’isola, di cui le tracce si sono presto perdute. Ma dopo essersi divertiti ad alimentare le cronache delle più varie supposizioni – p.es., attribuire la fine di Mattei, il 27 ottobre 1962, al gasdotto Italia-Algeria, di cui si comincerà a parlare soltanto dopo il 1974 (si può testimoniare per averlo in gran parte propiziato).
Importante è una delle poche cose chiare della storia, “L’Ora”.  Era “L’Ora del Popolo”, un giornale dei Ventennio, organo della federazione fascista siciliana. È ancora “L’Ora del popolo” nel 1951, quando De Mauro, defascistizzato, anche se con difficoltà, comincia a scrivervi. Diventa “L’Ora”, del Pci, nel 1954. La cosa non piacque a De Mauro che si dimise polemicamente, benché non avesse altra attività. Vi rientrò cinque anni più tardi, quando il Pci si alleò con la Dc, nella figura di Silvio Milazzo presidente della Regione. Un fanfaniano (allora ala destra della Dc) che lasciò il partito con qualche fedelissimo per formare una giunta regionale con i voti delle opposizioni, del Pci e dell’Msi: “L’Ora” è il giornale di questa giunta destra-sinistra.
Mauro Canali, Ritratto di un giovane fascista, Donzelli, pp. 224 € 18

mercoledì 29 luglio 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (639)

Giuseppe Leuzzi

“Le donne del Sud come erano, le loro condizioni mi paiono immutate”, Natalia Ginzburg risponde a Enzo Biangi, che sul “Corriere delal sera” il 16 marzo 1975 le chiede: “Che traguardi hanno raggiunto le italiane dopo il ‘45”? Le “donne del Sud” che avevano appena vinto il referendum sul divorzio – contro chi voleva abolirlo. È vero che aveva scoperto il Sud da grande, al confino  politico in Abruzzo, già madre di due o tre bambini.
 
“Anton Marek, chiamato Toni, era cresciuto a Matersburg nel Burgenland, cosa di cui andava molto fiero, come accade alla maggior parte delle persone nate in un luogo qualsiasi”. Marek, a Vienna dove prova a fare l’attore, personaggio di Ingeborg Bachmann, del racconto “Requiem per Fanny Goldmann”, il provinciale nella metropoli, non ha altra forza che le radici, per quanto remote e insignificanti – il Burgenland è in Austria regione piccola e remota, già parte dell’Ungheria, con molti parlanti slavo, croato, sloveno, prekmuro.
 
La classifica della sanità, dei servizi sanitari, vede le regioni meridionali, con l’inclusione eccezionale della provincia autonoma tirolese attorno a Bolzano, agli ultimi posti. Per il semplice effetto dei Lea, che sono i Livelli essenziali di assistenza, e sarebbero meccanismo perequativo ma di fatto sono premiali: chi aveva ha e avrà.  Sui quali a Sud, p. es. sul “Giornale di Calabria”, sulla “Gazzetta del Sud”, la polemica si fa quasi quotidianamente. Ma a nessun effetto. Tra i problemi del Sud c’è anche questo, che non sa fare uso della politica, farsi valere.
 
Fa un po’ sensazione il “Corriere della sera” che su due pagine cataloga i presidenti americani per grado di follia – imbecillità. L’America passava per una colpa, quando al giornale comandava il Pci. Ma ora? I presidenti Usa dementi come le tante influencer e vedove che occupano le pagine del giornale, pin-up modeste invece che in pose irriverenti, ma sempre delle dimensioni di una pagina. Ma davvero il lombardo è così credulone? Tanto abile in affari e tanto scemo?
 
La politica dell’Alta Velocità
Webuild spende da alcune settimane costose pagine pubblicitarie sui maggiori giornali per dire che “Salerno-Reggio Calabria. L’Alta Velocità avanza con 70 cantieri”. La verità è che l’Alta Velocità già ci sarebbe, in grado di fare Roma-Reggio Calabria in quattro ore. Si parte da Roma, con fermate a Napoli-Garibaldi e Salerno, ma appena entrati in Calabria bisogna fare una dozzina di fermate, perché ogni Paese vuole la sua. Cioè, l’onorevole che di quel Paese si fa mallevadore.
Contro venti e tempeste, le Ferrovie dello Stato comunqe un Roma-Reggio velocissimo lo fanno: Roma-Napoli-Salerno-Paola (Cosenza)-Gioia Tauro-Reggio. Ma invece di fermarlo a Gioia Tauro, come tutti i treni da sempre, per servire l’affollata area della Piana, lo fermano a Rosarno,10 km prima. In una stazioncina nascosta, neanche segnalata con i cartelli stradali, in un paese in cui nessuno cammina a piedi (la fortuna è stata incrociare un asiatico in bicicletta, che sapeva dov’è la stazione di Rosarno). Perché così fa comodo ai parlamentari della costa jonica, che da Rosarno scavallano con una superstrada in venti minuti.
Il Sud si vuole sorprendente. E invece no, è sempre al notabilato.
Oppure sì, il notabilato nel 2020 è solo meridionale: che vorrà dire?  
 
Il delitto senza castigo
Funziona col brivido, secondo Flaiano critico cinematografico già (dopo dieci anni soli di professione, 1948) un po’ annoiato: “Il cinema era tonico, risvegliava la fantasia e placava invece i desideri, dando l’illusione di averli soddisfati. Per questi motivi il cinema americano e poi quello francese ebbero tanta fortuna. Il pubblico chiedeva ad essi un poco d’inferno nel quotidiano purgatorio”. E portava ad esempio l’anno 1936, “anno di pace”: “Nei quattrocento film di produzione francese di quell’anno erano descritti: 310 omicidi, 104 furti semplici, 165 a mano armata, 74 ricatti, 43 incendi dolosi, 114 truffe, 62 esempi di omertà, 182 di falsa testimonianza, 192 adulteri feminili e 213 maschili: un totale di 1.339 crimini e delitti, con una media di 3,4 per film”.
Dunque omertà, furti, furti con scasso, anche in Francia. Novant’anni fa. Immaginati e ricentrati a Parigi, città di bollicine e cancan. Assassinii, “avvertimenti”, testimoni falsi, tutto quanto fa mafia, veniva rappresentao a Parigi, da francesi, nel 1936, anno di pace, senza scandalo, anzi con qualche godimento.
La mafia invece è senz’altro, anch’essa, il godimento degli italiani. Ma non dei meridionali. Nelle due sue modalità: come mafia, e come discorso sulla mafia. Perché la differenza poi è questa. Poniamo che un commerciante a Genova o a Torino riceva una richiesta di pizzo, fa una denuncia, e la Polizia si apposta per bloccare il ricattatore. Poniamo che un com
merciante di Agrigento faccia la stessa denuncia, non succede nulla. Al più si sa, il mafioso sa, che ha fatto la denuncia. E in molti casi anzi chi denunzia è sospettato, di questo e di quello – trovare un’ombra, se non un carico pendente, è facile, e risolve la pratica.

 
Sudismi\sadismi – il dolce importato dal Sud Italia
Il “Corriere della sera-Milano” scopre “il dolce social che ha la forma della frutta”: “Sembrano pere o lamponi. Importati dal Sud Italia”. Il Sud Italia, già, ce l’eravamo dimenticato, importati dal.
Ma non è cosa da poco, il dolce social prende una pagina, con molti colori e molti pareri, naturalmente di esperti. Naturamente lombardi.
E c’è il problema delle origini: il copyright, per quanto in culinaria arduo e virtuale, ha peso economico – il primo è il migliore, è quello giusto, è quello “originale”, etc. Il dolce in forma di frutta è infatti “perfetto da fotografare e pubblicare sui social” – si promuove da sé. E un problema c’è: “Questa moda prima che a Milano è esplosa in Campania”. 

Ma si può aggiustare, risalendo alle origini, suggerisce un’esperta: “Da dove nasce questa tendenza?”, si chiede. E si risponde: “ Ci sono diverse versioni: quella che conosco io è che nasce dalla famosa frutta Martorana di origine siciliana. Ma non si può negare che una quindicina d’anni fa il grande Maestro francese Cédric Grolet ha iniziato a promuoverla con grande successo e l’ha resa popolare in tutto il mondo”. L’onore è salvo.  Se non che l’esperta non è esperta. Il dolce a forma di frutta non ha nulla della “famosa  – è una mousse, al sapore della frutta che imita, di cui ripete anche la forma e i colori (nocciolina americana, mango, cocco, etc.), e tutta commestibile, piccioli compresi. In effetti un capolavoro.


Mafia Mondiale
Uno vede Argentina-Egitto e si dice: questa non è una partita di calcio. Cioè, lo è ma solo per una seconda parte egiziana. Dall’altra c’è un arbitro, con un Var o una Var, e una Fifa evidentemente, cioè un’associazione a delinquere. Spudorata, tra rigori, ammonizioni per intimorire, come gli “avvertimenti” mafiosi, ben dosate, step on foot, che non vuole dire nulla, solo che ti annullo il gol, anche se bello e ben fatto, perché mi garba. Argentina-Egitto dopo Argentina-Svizzera, dove, non riuscendo gli argentini a vincere, è stato preso uno svizzero che dava noia in campo ed espulso senza motivo – “per simulazione”. Senza vergogna, anzi a grande spettacolo.

Un Mondiale che è un trionfo, dell’ipocrisia. E viva Messi, come già Maradona manita de Dios (ma almeno Maradona era simpatico), a capo di una squadra di martellatori maneschi, dalla faccia feroce, e guai a chi si avvicina – alla palla – che ogni arbitro protegge. Tutta massoneria non può essere – si sa che l’Argentina coi grembiulini è potente.
E viene alla memoria il Re delle Ammonizioni, Pierluigi Collina. Il santino di ogni arbitro. L’aribitro che più – più spudoratamente – usava ammonizoni ed espulsioni con un occhio al calendario, alle partite successive. Il re delle ammonizioni-avvertimenti. Disinvolto, anzi ghignante, come ogni uomo d’onore. Che una domenica, dopo che in settimana si era professato tifoso del Bologna, espulse un calciatore bolognese un minuto dopo che era entrato – il Bologna doveva perdere e non perdeva.  L’arbitro pelato, ghignante, che questa sua disinvoltura esportò ai massimi livelli europei, adorato, dai giornalisti non dalle folle. Tutti fiancheggiatori, nemmeno occulti.
  
Cronache della differenza: Puglia
La Regione – i suoi media – è stata totalmente presa, nel
le elezioni regionali, dalla esclusione dell’ex presidente Emiliano. E anche ora, dopo otto o nove mesi, si occupa soprattutto dell’ex presidente Emiliano, semre scontento. Agli ulivi secolari, che muoiono, nessuno pensa, né a Bari né a Roma, se ne occupa da Londra Helen Mirren, già da qualche anno, con l’associazione “Save the Ol8ves” – per diffondere”, si legge, “la consapevoelzza sulla Xylella”, il morbo killer, “e promuovere i possibii rimedi”.

 
“Al Sud ci vuole coraggio sia per partire che per restare”. Dice bene Serena Brancale, la cantautrice, chiamata a spiegare la sua canzone di successo “Al mio paese”: “Sia la scelta di restare che quella di partire meritano rispetto, perché entrambe richiedono coraggio e sacrificio. Nessuna delle due strade è più semplice dell’altra”. È queso il problema del Sud, questo bivio che altrove non c’è - o non così decisivo.
 
“Il Csm «salva» Emiliano”. Ha trovato un trucco per consentire al giudice ex presidente della Regione Puglia di restare in politica, come consulente, invece di rientrare nei ranghi come giudice, espulso dalla politica. Per fargli guadagnare di più, di questo si tratta, 120 mila euro l’anno. senza lavorare, e maturare un vitalizio maggiore fra quattro-cinque anni, quando andrà in pensione. Che notizia è? Lo squallore totale. Non c’è salvezza nell’apparato giudiziario: un trojajo, sosteneva questo sito qualche settiana fa.
Ma è una storia emintemente alla Zalone.
 
La telenovela Emiliano è dunque terminata? No. Ma non c’è ironia in questa telenovela, di amicizie appìccicose, favori e riconocenze, o irriconoscenze. Un Sud che ha perso anche il gusto, che è una difesa, dello scherzo e dell’ironia.
 
40 matersssi si vedono abbandonati in strada a Bari, nel quartiere San Paolo, zona residenziale di Bari nuova. Accatastati, non alla rinfusa: uno sull’altro. Un lavoro lento e lungo – di un albergo, di un un condominio,  un b&b, per rispramiare sulla raccolta speciale. Lavoro che nessuno ha visto. Distrazione metropolitana – Bari è pur sempre Parigi col mare? Oppure omertà? Per dei materassi?  Si sottostima la mancanza di senso pubblico al Sud, Bari compresa.
 
In un’intervista lunga tre pagine sul “Venerdì di Repubblica” Eugenio Barba ha solo tre parole per la Puglia, da dove proviene, anzi quattro: “Sono nato a Gallipoli”. In Puglia più che altrove il mimetismo meridionale, dell’emigrato, è forte – Carmelo Bene. Modugno, Celentano. Mentre resistono – vantando radici – i non pugliesi di vita e di fatto, il maestro Muti, Renzo Arbore.

leuzzi@antiit.eu

L’invenzione di Oriana

Rileggendole, “nude e crude” (senza paratesti), si conferma la vecchia impressione alla lettura, di interviste come pezzi di scrittura, poco o niente trascrizioni di colloqui, anche tempestosi. “Ritratti” alla maniera di Montanelli, che li aveva inventati, in forma dialogica, ma senza il tutto tondo, o doppiopesimo, dell’inventore.
La chiave è l’“intervista” con Khomeiny, forse la più famosa, anche perché l’ayatollah, nella sua albagia, la ignorò, senz’altro – nessuna fatwa contro Fallaci, come poi invece contro Rushdie, neanche una protesta, solo silenzio. Né la sceneggiatura risponde alla modalità iraniana, sempre “sottovoce”. Né nulla di quanto qui si legge corrisponde al Khomeiny vero, quale è stato per quotidiane frequentazioni, in Francia e poi a Teheran: poco sicuro di sé e quindi collerico, assolutista – anche su sciocchezze, come sono (per lui) quelle che Oriana gli propone: la “condizione della donna”, il “fascismo” (il fascismo?).
Verace invece il “Voi e Gheddafi”. Non tanto per il ritratto-colloquio col colonnello (per quanto almeno una delle generalizzazioni retoriche, l’evocazione di Hitler e Mussolini, in parte gli piaceva – non Hitler, di cui non sapeva, ma Mussolini: quando “L’Europeo”, o “Panorama”, lo mise in copertiva sul cavallo bianco, come si compiaceva il Duce romagnolo, ne fece ordinare molte copie: era la consacrazione, Gheddafi il Duce del Mediterraneo). La narrazione della Libia di Gheddafi è verace, perché Fallaci dovette passare molto tempo, in attesa della chiamata del rais (riceveva a ore e in luoghi impensati, come Castro – contro i “tracciatori” Cia), con un funzionario, Giuma, uno che ha studiato in Italia, e le spiega come in Libia si stia meglio: in effetti i libici di Gheddafi avevano le tasche piene di bigliettoni, mai tanti soldi libici sono stati spesi in Libia, per viabilità, abitazioni, sanità, scuole.    
Indigesto è sempre l’antiarabismo di Fallaci. A volte su obiettivi giusti, ma viscerale, animoso. Servile, per contrasto, e più per una come lei, che “non poteva non sapere”, l’intervista con Ariel Sharon, un generale ma anche un politicante estremista: come generale fresco, nel 1982, dei massacri di Sabra e Chatila in Libano (campi di profughi palestinesi) – sarà poi primo ministro grazie alla passeggiata oltraggiosa sulla Spianata delle Moschee, luogo sacro mussulmano, col programma di affossare gli accordi di pace di Oslo – dopo avere affossato il primo ministro israeliano che li aveva negoziati e sottoscritti, Rabin, un generale come lui. Non che Sharon si camuffasse nel 1982, (a proposito della Cisgiordania): “Non si restituisce ciò che ci appartiene. E la Giudea e la Samaria ci appartengono, da migliaia, migliaia, di anni. Da sempre. La Giudea e la Samaria sono Israele! E così la Striscia di Gaza”. E Fallaci: “Generale, lei crede in Dio?”.

Oriana Fallaci, Le grandi interviste, “Corriere della sera”, pp. 94, gratuito col quotidiano

martedì 28 luglio 2026

Piano piano, il piano Mattei va

Bilancio già sostanzioso, il terzo del “Piano Mattei” per l’Africa. Mobilitate risorse per 5 miliardi e mezzo. Di cui 4 attraverso la Sace, a garanzia di investimenti, e 1,2 a valere sul Fondo per il clima, per energia e infrastrutture – i debiti abbuonati valgono un po’ meno di 300 miIioni. I Paesi coinvolti sono raddoppiati rispetto al lancio del Piano, nel 2024, da 9 a 18.
Il Piano è rimasto una iniziativa nazionale, quindi fatalmente limitata. Ma ha innescato un "discorso”, se non un approccio, di politica africana e mediterranea nella provincialissima Bruxelles. E si muove secondo un’idea giusta: agganciare l’Africa al mercato.
Per molti aspetti l’Africa è ancora quella dell’hic sunt leones: ha perso troppo tempo e troppe occasioni. Soprattutto perché legava il suo sviluppo economico all’ideologia occidentale degli aiuti. Dell’Onu, della Banca Mondiale, degli Usa, dell’Urss, nonché, perfino, delle micro-imprese – di quello che poi si è chiamato Terzo settore. Mentre il piano italiano si basa sul “fai da te”, o “aiutati che noi ti aiutiamo”: nella formazione, nelle infrastrutture, fisiche e digitali, negli aspetti sociali (igiene, sanità, risparmio delle risorse).
Il cammino da fare resta immenso – il Piano Mattei è una piccola cosa. L’Africa è un continente da un miliardo e mezzo, con un’età media di nemmeno vent’anni, quindi con tassi di fertilità in aumento. Ma è anche un continente che, pur tra tanti bisogni, cresce in economia del 4 per cento l’anno.

Klagenfurt, il corpo nascosto di I. Bachmann

Una biografia indiretta di Ingeborg Bachmann, attraverso un reportage minuzioso della sua città dì origine, Klagenfurt, in Carinzia, in Austria, come era nella sua infanzia e com’è alla sua morte - una città che la scrittrice detestava, Johnson scopre rileggendo le sue lettere (“solo uno straniero” può “sopportare un luogo come Klagenfurt più a lungo di un’ora”). Il luogo che l’ha vista nascere e crescere, Johnson non può che constatare, e dove poi è stata sepolta – non a Roma, dove abitava ed è morta. Il racconto di una visita di quattro giorni, dopo la morte di Ingeborg Bachmann. Johnson, che ne era amico e corrispondente, lo presenta in forma di necrologio, dopo quello breve tenuto all’Accademia delle Arti dell’allora Berlino Ovest il 4 novembre 1973 (Ingeborg era morta il 17 ottobre).
Un racconto in forma di tracce esposte, tutte quelle che ha rilevato nei quattro giorni di visita - “sulle tracce di Ingeborg Bachmann” è il sottotito. Il vagabondaggio per Klagenfurt è un modo di far rivivere sulla pagina l’infanzia e l’adolescenza di Ingeborg: la solitudine, anche in famiglia, il terrore e l’odio per i tedeschi che invadevano e si appropriavano l’Austria, il ribrezzo per gli entusiasmi che li accoglievano, in città e in famiglia e in Paese. Un’esperienza che l’ha traumatizzata nell’età dello sviluppo (Bachmann era del 1926), che Johsonm riesce a ricostruire senza scomdare la storia, come se la vedesse per la città, sulla scorta del detto (comprese le lettere dell’amica) e del non detto ma notorio. Tale da spingerla a cercare rifugio altrove, a Roma da ultimo, ma nella forma dell’esilio – “la cosa peggiore è che io stessa sia colpovole di questa idea fissa, di voler andare a Roma”, scrive all’amico).
Con una nota di Luigi Reitani, che ha voluto e curato l’edizione italiana di questo reportage-celebrazione del 1974 di Uwe Johnson. Di cui mette  in guardia dal gusto per l’innovazione costante, sintattica soprattutto, e anche linguistica. Ma, spiega, qui per una diversa e coinvolgente  “elaborazione del lutto”, quale la lunga passeggiata vuole essere. E con la recensione che a suo tempo ne scrisse  Heinrich Böll, il Nobel tedecso, anch’egli ammirato da questa particolarissima affettuosa biografia, nella forma del ricordo dei luoghi, i tempi, gli ambienti che di Bachmnn sono come il corpo nascosto, “la massa di continuo incandescente”.
Uwe Johnson, Un viaggio a Klagenfurt, L’Orma, pp. 141 € 18

lunedì 27 luglio 2026

Se il Tesoro affida le banche al Crédit Agricole

E dunque, Crédit Agricole con minima spesa si prende due banche in uno. E che banche: Bpm e ora, attraverso la fusione che si prospetta con Mps, del gruppo senese, ricco di Mediobanca e di Generali. Il risiko italiano si conclude a favore del colosso francese. Su indicazione e per volontà del ministero dell’Economia.
Sarebbe finita diversamente se il Tesoro, il ministero dell’Economia, non si fosse intromesso. Se la Lega, il ministro Giorgetti, non avesse impedito l’acquisizione di Bpm da parte di Unicredit. Agitando un inesistente golden power, un non expedit del governo. Giustificato con la “proprietà” straniera di Unicredit – che non c’è. E con una proiezione di Unicredit sul “territorio” insufficiente – anche se è la seconda banca italiana per attivi. Un non expedit molto mazoniano, pretestuoso (e illegale, in termini giuridici).
Un errore? Troppo marchiano. Non da ministero del Tesoro-Economia, che è forse il meglio della burocrazia italiana. È un tentativo della Lega di costituirsi un “sua” superbanca? Non col Crédit Agricole. E neanche un indirizzo di politica economica. Il Tesoro, consenziente o promotore Giorgetti, ha gestito lo scivolamento di Bpm verso l’Agricole invece che verso Unicredit, e ora, attraverso i poteri di indirizzo che ha su Mps, dello stesso complesso Mps-Mediobanca-Generali, verso Bpm, cioè Crédit Agricole.
Sembra insensato e lo è. Ma per quale motivo? Escludendo la corruzione.   

Il Bel Paese reinventato

Il Bel Paese è naturalmente quello. Ma in immagine tutta diversa, tutte diverse. Sontuose, anche nella vita ordinaria, anche nella povertà, in campagne remote, su fondali di pietra calcinata, tra contadini segnati dal tempo, sempre ricche. Semplici e affascinanti.
Il talento di Alys Tomlison è poco o nulla conosciuto – va ora per i cinquanta. In Italia, anche se all’Italia ha dedicato più di una fatica: nella sua bibliografia figurano, oltre al “Following Boradway” che l’ha segnalata quindici anni fa, un volume di “Ex voto”, 2019, e tre anni anni fa “Gli isolani”, specie i sardi.
L’ideazione e la resa di questo “Beautiful Country” sono da vedere – il catalogo costa talmente caro che una gita a Cortona è più conveniente, oltre che di soddisfazione.
Alys Tomlinson,
Beautiful country, Cortona on the Move, Cortona

domenica 26 luglio 2026

La protesta a Kiev è contro la coscrizione

Si manifesta, in piazza, a Kiev, in un Paese in guerra da quattro anni e mezzo, per un ministro della Difesa, Fedorov, dismesso dal presidente che lo aveva nominato appena sei mesi prima, dopo una decina d’anni di stretta collaborazione – Fedorov è il mago del miracolo social Zelensky. Se ne scrive, da più inviati ogni giorno, ma senza dire il motivo della dismissione, e della protesta: Fedorov, 35 anni, sociologo esperto in comunicazione online, era per una leva militare contenuta, avendo puntato, peraltro con successo, su un armamento mobile e leggero, essenzialmente i droni, serviti da un tracciamento elettronico precisissimo, con i quali aveva inferto alla Russia colpi a effetto. Il capo delle Forze armate, generale Sirskyi, voleva mantenere i suoi programmi di coscrizione.
Ci sono stati incidenti per questo, contro la coscrizione, a Leopoli-Lviv e altrove. Zelesnky ha preferito silurare Fedorov, come se fosse colpevole di arrendevolezza. Poi, capito l’errore, ha silurato anche l’impopolare Sirskyi – che peraltro non aveva vinto nessun a battaglia.
Le protesta per Fedorov non sono, non sembrano essere, per la fine della guerra comunque, ma per limiti alla coscrizione sì.

Autoritratto - si dice Fanny, s'intende Ingeborg

Come una bella donna viene manipolata, fino all’autodistruzione. Dapprima da un signor Goldmann, che si presenta come teatrante, e ne fa una attrice da leggenda, ma è un ebreo unicamente interessato agli affari. Poi, fino all’alcol e alla demenza, da un giovane provinciale austriaco di nessuna qualità che la appassiona alla follia per otto lunghi anni, mentre ha altri amori, e si sposa anche, tentandole tutte a Vienna, fino a improvvisarsi romanziere – di un romanzo “scritto” da Fanny. La storia di un assassinio. Seppure nella forma dello sfruttamento e dell’abbandono. 
Un romanzo rimasto allo stato di frammento – neanche di progetto. Segue, mentre Fanny muore, una gara fra l’Austria, colta, garbata, signorile, e la goffa, primitiva Germania, nella forma di due scrittori, quello di Fanny e uno di Germania che vive di tecnologia - e di “tutto cattivo”: aria, cibi, eloquio, amori, donne.
Titolo faulkneriano per un racconto molto austriaco - a tratti con sintassi alla Bernhard, alla Dürrenmatt. Con dentro la Colpa, il dissidio Austria-Germania, il maschio avvoltoio. E un sospetto di autobiografia: la relazione di Bachmann con Paul Celan (conclusione: 
Non venire a Parigi per memi fai sentire una miserabile - per poi dirne, dopo il suicidio: Era la mia vita, lho amato più della mia vita), il poeta ebreo, e prima/poi con lo scrittore Max Frisch, finita con vaste recriminazioni (il cattivo Gantenbein di Frisch, 1964, veniva dopo cinque anni di turbolenta convivenza). Nel quadro della Colpa che in Bachmann è ricorrente, perché familiare – mentre la bellezza di Fanny è quella di Ingeborg, “delle spalle”.

Un racconto “scritto”, ma in forma di bozza: avrebbe dovuto lievitare nel secondo volume del ciclo di tre romanzi che Bachmann aveva ideato dopo l’esordio nella narrativa con i racconti de “Il trentesimo anno”, 1961. Un ciclo cui aveva dato un nome, “Cause di morte”, e una scansione: “Malina”, poi pubblicato nel 1971, questo “Requiem", rimasto frammentario, e “Il caso Franza” recentemente recuperato, anch’esso non concluso ma articolato – voluminoso. Di una donna bella e generosa ma figlia della Colpa – di uno dei tanti austriaci hitleriani, che qui per questo, quando della violenza tedesca ha la prova, con l’ Anschluss, l’annessione brutale dell’Austria alla Germania, si  suicida.
Originale l’impianto, sebbene solo abbozzato, fuori dagli schemi, da quello che poi si sarebbe detto il politicamente corretto. Molto pesa, alla partenza, la Colpa, sebbene in sordina. Ma anche l’anti-Colpa, le pieghe del semitismo – non polemica, ma vigile, per il cinismo del signor Goldmann, affarista-gentiluomo, che si approfitta delle grazie di Fanny. Senza diventare un racconto femminista - Bachmnn, di formazione filosofa, diffidava dell’“impegno”: altre donne sono carrieriste, qual è l’uso.
In questa forma il racconto è stato messo a punto dalle curatrici dell’opera omnia di Bachmann (al vol. III dei quattro volumi dell’editore monacense Piper, 1978), Christine Koschel e Inge von Weidenbaum.
Ingeborg Bachmann, Requiem per Fanny Goldmann, Adelphi, pp. 73 € 7