sabato 6 giugno 2026

Frontiera mobile a Est

Poniamo che in Germania vinca Afd, Alternative für Deutschland, e in Polonia (ri)vinca il partito PiS (Diritto e Giustizia) dell’attuale capo dello Stato Karol Nawrocki, l’avvenire sarebbe fosco.
Tornerebbe in ballo l’ex parte orientale della Polonia, la Galizia, compresa Leopoli, “capitale” storica e religiosa della nazione, che Mosca s’incamerò nel 1939, sulla base degli accordi Hitler-Stalin, passandola all’Ucraina. E in tal caso la Germania non rivorrebbe indietro le sue regioni  storiche della Prussia e della Slesia, assegnate nel 1945 alla Polonia a compensazione della Galizia?
Non c’è solo Ucraina vs. Russia, il panorama è inquieto nell’Europa dell’Est.
Non si chiude la guerra tra Russia e Ucraina perché la Russia pretende l’annessione di una parte dell’Ucraina. Per “ragioni storiche”. Ma all’Est Europa le frontiere sono sempre state mobili. Specialmente dopo la prima Guerra Mondiale.
L’Ucraina, che ora si vuole vittima di Mosca nell’Unione Sovietica, sfruttata quando produceva grano e ridotta alla fame nella siccità, a fine 1939 s’incorporava un’ampia parte della Polonia, la Galizia. E la Bucovina rumena. Sempre in virtù degli accordi Hitler-Stalin. La Crimea otterrà a febbraio del 1954 da Mosca. Per celebrare i 300 anni del trattato di Perejaslav, col quale i cosacchi dell’atmanato ucraino diventavano vassalli del regno russo. Una retrocessione operata da Nikita Kruscev, segretario generale del Pcus, il partito che governava l’Urss, ucraino (nato in territorio russo al confine con l’Ucraina ma vissuto da ucraino in Ucraina e censito come tale – la popolazione della penisola al momento della cessione era per quattro quinti russa.
In virtù degli accordi Hitler-Stalin la Russia si prendeva la Bessarabia (le attuali Moldavia e  Transnistria). Una parte della Bessarabia. Un’altra parte incorporava nell’Urss come Ucraina, alla quale è rimasta dopo la dissoluzione dell’Urss. La Bessarabia la Russia aveva ricevuto in dominio dal 1812. Ma tra le due guerre era diventata rumena.
Dopo la guerra la Polonia è stata “spostata” verso Occidente, di 300 km, con l’annessione delle regioni tedesche storiche della Prussia e della Slesia – e la deportazione di 8-9 milioni di tedeschi verso la nascente Repubblica Federale di Bonn. In compensazione per la Galizia, che Mosca si era annessa a fine 1939, per interposta Ucraina – ala, quale è rimasta in dominio.
I nazionalismi hanno ora la sordina, dopo la guerra russo-ucraina. Ma in Polonia il partito dell’attuale presidente della Repubblica, che nella passata legislatura esprimeva anche il governo, ha in agenda il recupero della Galizia ucraina. E lo stesso una forte corrente “storica” in Romania, che che guarda alla Bucovina ora Ucraina - oltre che alla Moldavia.
In Bielorussia, ora fedele alleata di Mosca, l’arrivo dei russi nel 1939 fu celebrato: finalmente una vittoria contro l’“occupazione” polacca. L’anno dopo, però, 30 mila bielorussi erano deportati da Stalin. E quando nel 1941 arrivarono i tedeschi invasori, in Bielorussia non trovarono nessuna resistenza. Se non che, l’anno dopo, i bielorussi prendevano le armi anche contro i tedeschi, dopo le deportazioni di massa. Sconfitta la Germania, i bielorussi provarono a opporsi al controllo russo, ma già da anni erano occupati dall’Armata Rossa di liberazione.

Nero femminile

Lei e lei sono belle, attraenti e semplici, la padrona di casa ricca e isterica e la ragazza che si propone innocente come donna di casa. Se non che, naturalmente, non tutto è come appare. E di nodo in nodo, ora sciolto ora riaggrovigliato, la vicenda va avanti con una suspense leggera ma costante. Opera della scrittrice Frieda McFadden, che è anche medico, seppure ora a tempo perso, oltre che madre di famiglia, e monogama, e sa come dosare le colpe e le sorprese - in questo thriller che è il suo maggiore successo.
Con forti ruoli per Sidney Sweeney e Amanda Seyfried, che sono in scena dall’inizio alla fine, sembra quasi fotogramma per fotogramma, ossessionanti, e ci danno sotto.
La colpa è naturalmente di lui – c’è un lui, l’unico uomo di qualche rilievo nella vicenda, giusto per fare il cattivo, il marito della donna ricca e viziata. Ma le donne – che poi diventano tre, c’è una sorella – non sono meno inquietanti. Paul Feig è nato comico, non se la sarà sentita di montare tutto addosso a uno che vediamo anche poco – ne parlano molto  le donne, per accusarlo.
Con un ruolo marginale in questa vicenda hollywoodiana per Michele Morrone, della saga “365 giorni” – che invece avrebbe potuto ben figurare, personalmente, nella vicenda.
Paul Feig, Una di famiglia
, Sky Cinema, Now

venerdì 5 giugno 2026

La terza Guerra del Golfo (8) – e la fine della Provvidenza

Si dice che Bismarck abbia detto, fra le tante frasi celebri, anche questa: “Dio ha una speciale Provvidenza per gli sciocchi, gli ubriachi e gli Stati Uniti”. La cosa è sembrata presto a rischio nel Millennio. Walter Russell Mead, il cattedratico e commentatore che si legge negli Usa come un piccolo Kissinger, già nel 2007 ne sanciva la fine, con “God and Gold”. Dopo l’11 settembre e le guerre inconcludenti di Bush jr.. Un “By more than Providence” ha seguito, invece ottimista, ma ad opera di Michael Green, ritenuto in America il maggiore specialista del Pacifico, ma collaboratore del Pentagono e di Bush jr.  
La storia naturalmente non si fa con le battute. Ma questo Iran che perde sul campo ma vince in politica e in diplomazia è anch’esso roba da Provvidenza, che si sarà spostata. Come in Ucraina, che i neocon(servatori) di Bush jr. e gli intrighi di Biden vice-presidente hanno spinto a marciare contro la Russia e verso la Nato, contrariamente agli accordi Usa-Russia post-Urss, ma per perdere una parte consistente del suo territorio, e privare l’Europa dela R ussia, senza alcun beneficio per l’America.  
(fine)

Trump e Netanyahu hanno resuscitato gli ayatollah

“Come una Repubblica islamica rinnovata trasformerà il Medio Oriente” è il tema del saggio, di due autori molto laici: “All’inizio della guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, a febbraio, la Repubblica islamica appariva provata e indebolita. I bombardamenti su larga scala avevano distrutto l’industria e le infrastrutture, e il blocco navale statunitense aveva devastato un'’economia già in difficoltà. Ai primi di marzo, il presidente americano Donald Trump dichiarò ai giornalisti a bordo dell’Air Force One: «Abbiamo decimato il loro intero impero malvagio». Alcune settimane dopo, proclamò una «vittoria totale e completa». A tre mesi dall’inizio del conflitto, tuttavia, la situazione appare ben diversa. L’Iran conserva le sue capacità militari e industriali e, nonostante l’appello di Trump agli iraniani a rovesciare il regime, non si profila alcuna rivolta popolare. L’obiettivo iniziale della guerra – infliggere il colpo di grazia alla Repubblica islamica – si è rivelato irraggiungibile”.
Non è tutto: “Anziché spezzare l’Iran, il crogiolo della guerra lo ha trasformato in modi inaspettati. Per sopravvivere e acquisire nuovi vantaggi strategici, la Repubblica Islamica ha dovuto adattarsi e innovare, cambiando il modo in cui conduceva la guerra, governava lo Stato e amministrava la società. E ha dovuto farlo con una rapidità senza precedenti. Teheran ora è fiduciosa di quanto ha ottenuto ed è determinata a consolidare questi successi sia in patria che all’estero. La guerra ha dato origine a un nuovo Iran, un Iran che rimodellerà il Medio Oriente e influenzerà il corso della geopolitica per gli anni a venire”.
I lettori di questo sito lo sanno da un pezzo: è già possibile vedere in atto gli esiti non voluti di questa guerra, sul regime in Iran, e sulla libertà di navigazione, nel Golfo, nel Medio Oriente, sulla proliferazione nucleare, sulle egemonie mondiali. Nasr è uno studioso iraniano presto emigrato in America, professore alla Johns Hopkins, della cui Sais, School of Advanced International Studies, è stato anche preside, consulente strategico sul Medio Oriente. Bajoghli, americana di famiglia iraniana, è professore associato della stessa Johns Hopkins University Sais.
Narges Bajoghli-Vali Nasr, Iran’s New Grand Strategy, “Foreign Affairs”, luglio-agosto 2026, in libera lettura online - anche in italiano, La nuova grande strategia dell’Iran)

giovedì 4 giugno 2026

Secondi pensieri - 585

zeulig

Coerenza – Non è più una virtù. All’ombra dell’incoerenza della verità. O del primato del dubbio, “democratico”. Con spreco di W. Whitman, “sono vasto, contengo moltitudini”. Che non implica l’incoerenza - non c’è piega, quisquilia, vaghezza più coerente di Whitman, monotematico, perfino monotono. O di De Gregori oggi, il cantautore, sotto accusa per voler essere se stesso, coerente da sempre, contro il “pensiero unico” quando era una ghigliottina affilata – quando imperava (ma sempre dominane nella penisola, sebbene in colpa – e ora a destra dopo essere stata, mozzateste spietata, a sinistra).

 
Colonialismo – È praticato da Israele, indubbiamente – è dichiarato. Solo da Israele, a mezzo secolo dagli anni delle indipendenze (in automatico, senza più l’opposizione delle potenze coloniali). Solo da Israele. Come politica, di governo e parlamentare, quindi elettorale – di un governo cioè elettivo. Non su aree deserte, abbandonate o male amministrate, ma su superfici abitate e vissute, da popolazioni operose. 
 
Intellettuale – Litigano ultimamente sul concetto (ruolo, professione) intellettuali di destra, Veneziani, Buttafuoco, il ministro delle Cultura, la quale si caratterizza per essere anti-intellettuale. Checché i termini vogliano significare – ma un minimo comune denominatore c’è, è l’esercizio dell’intelligenza, condita da maturità (esperienza) e cultura (studi – non c’è, non ancora, un intellettuale ignorante). Tradizionalmente vagante tra due estremi – anche prima della prima sistemazione intellettuale del concetto, di Julien Benda un secolo fa: l’anticonformista (ora outsider, anche underdog) che di ogni evento e momento protesta l’inadeguatezza, anche con sottigliezza di argomenti e\o veemenza, “savonaroliano”, e il soldato combattente, della verità – di una verità, meglio se di parte, quindi professabile, come un tempo la santità\martirio. Indirizzato cioè a un impegno di verità, l’outsider di Said, senza attaches condizionanti, oppure a impegno sociale, l’intellettuale “organico” di Gramsci.
 
Si vuole “radicato”, moralmente, politicamente, anche etnicamente, ma nella condizione dell’
outsider, dell’osservatore esterno. Una forma di (auto)esilio.
È come dice Adorno nei “Minima moralia” (o “Riflessioni sulla vita danneggiata”): “È parte della moralità di non essere a casa nella propria casa”. Liberi cioè di usare il proprio raziocinio, senza pre-condizioni o preconcetti. Dello “sradicamento radicato” che in fondo è l’esercizio della libertà.
 
Libertà – Un esercizio, una pratica, non una condizione. Le stesse norme garantiste, costituzionali, sono un esercizio più che un dato, in aggiornamento (interpretazione, evoluzione).
 
La libertà è contraria all’uguaglianza – è piuttosto “a ciascuno secondo i suoi meriti”. Non classista,
ma sempre nel solco delle prime leggi contro la povertà a Westminster negli anni 1830, se il sussidio non favoriva il parassitismo.t
 
Storia – Va per sviluppi improbabili più che probabili, secondo la lezione di Morin? Per gli uni e per gli altri, certo. Ma le novità – improbabilità – sono il nerbo, il suo forte. La minuscola Atene dà scacco all’impero persiano mastodontico, due volte, per terra e per mare. Per essere poco dopo sottomessa da Filippo il Macedone, un predone – un troglodita per i canoni ateniesi. Che avrà un figlio, Alessandro, che conquisterà il conquistabile in pochi anni, a pochi anni di età.
 
L’impero romano ha introdotto i tempi lunghi della storia. Ma è una forma, più che un fatto – un impero modulare: adattabile, rinnovabile.
 
Le idee fanno la storia - anche le idee. La rivoluzione francese è stata mossa da un’idea, più che dal revanscismo politico-sociale: l’idea dell’uomo, dell’individuo, i diritti umani. Così come lo era stato del Rinascimento, altra rivoluzione radicale, sebbene indolore: la riscoperta dell’individuo, principe o artista, ma anche artigiano, religioso, e donna (c’è la donna nell’Umanesimo).
 
Verità – È nei fatti, negli eventi – gli accadimenti. Ma anche nella mente, come conoscenza e come comunicazione. Un processo di cui la maestria risiede nel totalitarismo – che è un fato bruto, di forza, ma spesso nella forma della persuasione, della “verità”. Secondo Hannah Arendt. Secondo Orwell, naturalmente. Ma questa si può dire una verità funzionale, a un obiettivo – la verità del totalitarismo, in Orwell e non solo, è che esso intende creare una sua realtà.
Arendt lo spiega in un appunto: “Se la filosofia occidentale ha sempre sostenuto che la realtà è verità, adequatio rei et intellectus, il totalitarismo ne ha tratto la conseguenza che noi possiamo fabbricare la verità nella misura in cui fabbrichiamo la realtà”. Il dittatore totalitario non è Attila né Napoleone, non rapina, neanche per le sorelle. È un demiurgo, fabbrica realtà-verità, in-differente al rosso e al nero. E non per farci più saggi ma per coinvolgerci “nel deserto delle proprie conclusioni e deduzioni logiche astratte”. Il difetto è antico, stando a Bacone, che però è uno che crede, pure lui, alla verità: è di Aristotele, il quale la fisica fece dialettica, e la metafisica volle realista. Gli scolastici fecero peggio, abbandonando l’esperienza.                                                                                                                                           

zeulig@antiit.eu

La terza Guerra del Golfo (7) – Abramo addio, Nato araba

Vittima della guerra è al momento Israele, di Netanyahu e dopo. Perché il nodo nucleare non si può sciogliere, non con le armi. Mentre la normalizzazione dei rapporti con le petromonarchie del Golfo, con la garanzia americana, gli “accordi di Abamo”, è la prima vittima della guerra. Non solo gli Al Thani del Qatar – a settembre bombardato da Israele - e i Saud dell’Arabia se ne tengono lontani. E i Sabah del Kuwait. Avrebbero ora dubbi anche gli Al Maktum del Dubai, benché la federazione, Emirati Arabi Uniti, e cioè Abu Dhabi, abbia avviato gli accordi cinque anni fa, sullo scorcio della prima presidenza Trump. Anche il Pakistan, a cui era stato esteso l’invito a sottoscrivere nel 2020, è ora fuori.

Invece che della pace con Israele, si parla di una Nato araba - o islamica, con Pakistan e Turchia. Che probabilmente non si farà, il panarabismo è da tempo defunto. Ma è stata proposta in Egitto, trovando subito echi in Qatar e in Kuwait, e ufficiosamente in Arabia Saudita e in Siria. Una alleanza difensiva, naturalmente. 
La normalizzazione dei rapporti con Israele, con la garanzia americana, rimane limitata ad Abu Dhabi e al Marocco - 
a cui Trump ha dato in cambio il riconoscimento della sovranità sul Sahara ex spagnolo, contesa dall’Algeria. E al Kazakistan. E ai trattati di pace, sempre patrocinati da Washington, con Egitto e Giordania.

(continua)

La faccia nera dell’impero italiano

Arrivati nella seconda puntata alla conquista dell’Impero, e poi alla sua gestione, ancorché breve, di cinque o sei anni, è stato d’obbligo parlare del regime di apartheid  che l’Italia fascista si sforzò di imporre nella vastissima civilissima cristiana Etiopia. E della brutalità di Graziani, tra il governatorato del maresciallo Badoglio, che aveva operato la conquista, e quello del duca d’Aosta, che la perderà nella guerra con l’Inghilterra: l’uso della proibitissima iprite e delle bombe incendiarie, le stragi – specie nei conventi – di centinaia e di migliaia di persone, dopo l’attentato alla bomba subito ad Addis Abeba. Uno che Cazzullo può dire “poco intelligente”, ma pure stava lì – dopo avere brutalizzato la Libia.
Resta singolare la scelta del programma. Che si pensava alla prima puntata potesse avvalersi di documentazioni fotografiche e cinematografiche inedite. E invece no. Anche come appiglio, è sembrato debole: la ripubblicazione del diario-racconto del novizio Montanelli, nuovo al giornalismo e all’Africa. Ma di Montanelli poche batture – giustamente: aveva solo di che vergognarsene, per giovane che fosse. Inevitabilmente il racconto – fatto da Cazzullo in prima persona – è delle grandi battaglie, in cui migliaia di italiani morirono, per colonie inutili: Dogali, Adua, le due Amba Aradam, Cher en.  In cui i pesi altrettanto inevitabilmente si dividono, tra abilità (e fortune) e incapacità (e sfortune). L’esito è rianimare un passato che sembra remotissmo e quasi avulso, e invece c’è stato, faticoso, costoso e anche sacrilego, a nessun fine e anzi fallimentare.
Unica consolazione, che sorprende e rallegra lo stesso Cazzullo, evidentemente digiuno di Africa, è la scoperta di una Eritrea “italiana”, nobilmente tale. A Massaua soprattutto, ma anche all’Asmara. Nell’urbanistica, l’edilizia, la lingua parlata, i caffè, gli alberghi, i dolci, la cucina, i cinema, le strade, le ferrovie. Anche linda e operosa. Di cui forse sarebbe stato opportuno aggiungere che è a forte emigrazione (oggi sotto regime dittatoriale, dopo una guerra di quasi mezzo secolo contro l’Etiopia), non verso l’Italia. E che la guerra di liberazione dall’Etiopia, a cui il governo inglese improvvidamente l’aveva assegnata nel dopoguerra, nella divisione delle spoglie dell’impero italiano, l’Eritrea la combatté sul piano giuridico, all’Onu e altrove, con le c arte e i documenti italiani, da Assab in poi, 1869, il primo sbarco italiano in Africa nel nome di Rubbettino, l’armatore genovese. Il colonialismo è parte dell’Africa come è.

Due puntate, cinque ore piene di tramissione.
Aldo Cazzullo,
Faccetta nera, La 7

mercoledì 3 giugno 2026

La terza Guerra del Golfo (6) – nucleare

Se c’è una ragione per la guerra di Trump e Netanyahu è la distruzione del potenziale nucleare iraniano, della Bomba. Ma con la guerra la Bomba ha fatto il suo ingresso nel Golfo. Quella sciita, iraniana, non sappiamo, è materia della trattativa in corso. Quella “sunnita” invece c’è: la guerra ha introdotto nel Golfo il Pakistan, la Bomba “sunnita”.
Il Pakistan, che gestisce la trattativa per mettere fine alla guerra, mediatore affidabile, cioè con carte da giocare sia a Washington che a Teheran, è legato da un patto di difesa nucleare con l’Arabia Saudita. Da otto mesi, su iniziativa dell’Arabia. La quale si è munita dal possibile allentamento dei legami con gli Stati Uniti. E allo scoppio della guerra ha voluto schierati i caccia pakistani a Riyad. A protezione dall’Iran certo, ma non c’è stata reazione quando Teheran ha provato a bombardare siti sauditi, per quanto marginali.  

(continua)

martedì 2 giugno 2026

La terza Guerra del Golfo (5) – la pace cinese

Primo obiettivo della presidenza Trump era il confronto con la Cina, arrivata nei primi anni 2020 a competere alla pari con gli Stati Uniti, e anzi a insidiarne la supremazia, economica e politica. Su questa strada Trump ha avviato il suo secondo mandato, con l’appeasement verso la Russia sull’Ucraina (forniture militari, sanzioni), per farla uscire dall’isolamento e dall’abbraccio con Pechino. Con la guerra all’Iran ha invece rimesso la Cina al centro della scena.
Con discrezione, al suo modo caratteristico, Pechino ha fornito all’Iran materiali e tecnologie militari sensibili, specie per i droni e la missilistica. E fa ora la pace, attraverso il Pakistan: la mediazione del Pakistan ha il peso che ha avuto in queste settimane perché orientata da Pechino
Avanzata dal “quartetto islamico”, Arabia Saudita, Egitto, Pakistan e Turchia a Islamabad il 24 marzo, si è definita dopo il sostegno cinese, e colloqui sino-pakistani, nella proposta in cinque punti per il cessate il fuoco che Stati Uniti e Iran hanno accettato il 7 aprile.

Pechino aveva già fatto fare, nel 2023 (Dichiarazione di Pechino), la pace fra Iran e Arabia Saudita, in guerra by proxy nello Yemen. Lo Stretto di Hormuz, il cui controllo doveva pesare sulla Cina, è ora sotto controllo della Cina - indiretto naturalmente, alla maniera cinese, confuciana, per non dire sorniona. Dalla Dottrina Carte alla Dottrina Xi?

(continua)

Cronache dell’altro mondo – insonni (407)

Secondo una indagine dell’American Academy of Sleep Medicine, poco meno della metà degli americani adulti (il 48 per cento) ha utilizzato un dispositivo per il monitoraggio del sonno, uno smartwatch o una app, per tenere sotto controllo la qualità e la durata del sonno. In aumento rapido rispetto al 35 per cento che si registrava tre anni prima.
La maggior parte di chi vi ha fatto ricorso – il 55 per cento – ha poi agito sulla base delle indicazioni ricevute dal dispositivo, modificando le proprie abitudini.
Ma questa stessa ricerca del sonno migliore, o sleepmaxxing, che si svolge anche attraverso varie pratiche e prodotti, oltre che con le misurazioni, figura tra le cause della perdita di sonno, o anche dell’insonnia. Secondo il sondaggio, la maggior parte degli adulti (76 per cento) ha perso ore di sonno per l’uso delle tecniche e gli strumenti di sleepmaxxing.

Che il canto sia nazionale - f.to W. Whitman

Un gioco di parole in inglese, tra “art” e “heart”, è uno dei tanti articoli che Whitman, qui giovane di 26 anni, giornalista freelance per molti anni prima della pubblicazione di “Foglie d’erba” nel 1855 – il 4 luglio, festa dell’Indipendenza – collaboratore di decine di giornali e riviste, pubblicò nel 1845 sul “Broadway Journal”. È la celebrazione di un gruppo di canto familiare, i Cheney Family Singers, quattro fratelli e una sorella. Nel cui lavoro individuava uno “stile musicale americano”, che riteneva necessario e proficuo.
“Abbiamo seguito fin troppo a lungo, obbedienti e ingenui come bambini, le orme del Vecchio Mondo. Abbiamo accolto i suoi tenori e i suoi buffoni, le sue compagnie d’opera e i suoi cantanti, di ogni genere e provenienza; abbiamo ascoltato e applaudito le canzoni composte per una diversa condizione sociale – forse create da un genio regale, ma anche pensate per compiacere orecchie reali; ed è ora che tale ascolto e tale accoglienza cessino. Lo spirito più sottile di una nazione si esprime attraverso la sua musica – e la musica agisce reciprocamente sull'anima stessa della nazione. I suoi effetti possono non essere visibili in un giorno o in un anno, eppure questi effetti sono potenti e invisibili. Influenzano i sentimenti religiosi – colorano i costumi e la morale – sono attivi persino nella scelta dei legislatori e degli alti magistrati.
Con un fotoritratto di Whitman irriconoscibile, pelo e abbigliamento molto curati, molto “borghese”.
Walt Whitman, Art-singing and Heart-singing, “The New York Review of Books”, free online, leggibile anche in italiano, Canto artistico e canto del cuore).

lunedì 1 giugno 2026

La terza Guerra del Golfo (4) – Fortezza Europa

Quello che non hanno fatto i dazi di Trump lo ha fatto, di colpo, la guerra di Trump: l’Europa ha preso la scossa. Dimenticata dagli Stati Uniti, si è scoperta interamente esposta alle tempeste sul suo lato destro, nell’area amica del Golfo dopo che sul fronte russo. E ha reagito.
Apparentemente è l’Europa di sempre, languente. Perché era l’Europa franco-tedesca, e quel mondo è all’ora di un nazionalismo becero e reazionario. Ma sugli interessi no, ha cominciato a capire di essere rimasta un punching-ball tra le potenze, commerciali e militari, il vaso di coccio tra i vasi di ferro.
Reagisce scompostamente, sia sulla difesa che sui commerci – ognuno per sé. Ma sa di doversi difendere, ed è un passo importante – non ci aveva mai pensato. A Hormuz come nel mar Rosso e in Ucraina. Con la Cina come con gli Usa e con l’America Latina.  

Niente più volenterosi, come nelle precedenti guerre del Golfo. E nemmeno più logistica - non da Sigonella. Diplomazie praticamente incomunicabili. Piani militari e di armamento autonomi, terrestri, aerei e anche missilistici. Anche lo scambio di informazioni sarebbe interrotto.
(continua)

L’America è un altro mondo

Un documento d’archivio interessante per più aspetti: la ricostituzione di un’intervista lunga poco meno di un’ora di Hannah Arendt su Tf 1, la Rai 1 francese, con Roger Errera, il 4 luglio 1974, montaggio di più di otto ore di conversazione registrate nell’ottobre 1973. Specialmente interessante sul totalitarismo, la Costituzione americana e il Watergate, Israele e il rapporto degli ebrei con Israele. L’interlocutore, Errera, era un civil servant francese di grado elevato, ex allievo dell’Ena, l‘alta scuola di amministrazione, consigliere di Stato subito dopo la laurea, quarantenne all’epoca – di famiglia ebraica, che sotto l’occupazione tedesca si era salvata nelle Alpes Maritimes, sotto la protezione italiana.
Qualche anno più tardi, nel numero del 26 ottobre 1978, la “New York Review of Books” pubblicò la trascrizione dell’intervista con l’interpolazione di alcuni tagli recuperati dai materiali preparatori – è il testo qui riproposto.
Sull’America, da europea emigrata a 32 anni: “La mia impressione predominante è che l’America non sia uno stato-nazione. Gli europei hanno grandi difficoltà a comprendere questo semplice fatto, che in teoria dovrebbero conoscere. Questo paese non è unito né dalla eredità, né dalla memoria, né dal suolo, né dalla lingua, né da un’origine comune. Non ci sono veri americani qui, eccetto i nativi americani. Tutti gli altri sono cittadini, e questi cittadini sono uniti da una sola cosa, ed è una cosa importantissima: si diventa cittadini degli Stati Uniti semplicemente accettando la Costituzione.
“Dal punto di vista francese o tedesco, la Costituzione è semplicemente un pezzo di carta. Può essere emendata. Ma qui, è un documento sacro. È il costante promemoria di un atto unico e sacro: l’atto fondativo degli Stati Uniti. La sua fondazione consistette nell’unire in un'unica entità minoranze etniche e regioni completamente diverse, senza tuttavia appiattire o cancellare tali differenze.
“Tutto ciò è molto difficile da comprendere per uno straniero. Possiamo quindi affermare che in questo sistema politico è la legge a regnare, non gli uomini”.
Sul Watergate e la recente crisi tra la presidenza americana e il Congresso. Il problema nasce dalla Costituzione, che lo ha lasciato aperto, se non lo ha aperto: “I Padri Fondatori non credevano che la tirannia potesse scaturire dal potere esecutivo, perché lo consideravano nient’altro che la semplice esecuzione, in varie forme, di quanto deciso dal potere legislativo; mi fermo qui. Oggi sappiamo che il pericolo maggiore di tirannia proviene proprio dal potere esecutivo.
“Ma se prendiamo alla lettera lo spirito della Costituzione, cosa pensavano i Padri Fondatori? Credevano di essersi prima liberati dal dominio della maggioranza, ed è per questo che sarebbe un grave errore pensare che ciò che abbiamo sia una democrazia. Un errore che molti americani condividono. Quello che abbiamo qui è un sistema repubblicano. I Padri Fondatori erano principalmente preoccupati di preservare i diritti delle minoranze perché credevano che in un organo politico sano debba esserci una pluralità di opinioni”.
Sull’opinione pubblica: se non c’è, non c’è democrazia, libertà – si è liberi se si è informati: “Quando non avremo più una stampa libera, tutto può succedere. Ciò che permette a una dittatura totalitaria, o a qualsiasi altra dittatura, di regnare è la mancanza di informazione; come si può avere un'’opinione se non si è informati? Quando tutti ti mentono costantemente, il risultato non è che tu creda a quelle bugie, ma che nessuno creda più a niente”.
Le considerazioni finali sono su Israele e la diaspora ebraica. Da un punto divista sionista, quale Arendt era stata e si professava – benché non convinta da un viaggio in Israele prima della guerra. Israele è nato come “rifugio per ebrei polacchi”, e ne risente nell’atteggiamento vero i palestinesi: “L’atteggiamento verso gli arabi dipende in gran arte da un’identificazione che gli ebrei provenienti dall’Europa centrale hanno sempre avuto istintivamente, senza riflettere”. Ma Israele “deve essere necessariamente uno Stato-Nazione”, come c’è la Germania, c’è la Francia. La diaspora è come l’emigrazione da questi paesi. Senza religione: “Si dice «religione», ovviamente pensando al cristianesimo, che è un credo, una credenza, una fede. Non è assolutamente così per l’ebraismo. È una religione nazionale in cui religione e nazione coincidono”. Si è ebrei per nascita - e quindi per razza?: “Secondo la legge ebraica, si nasce ebrei e si rimane sempre ebrei. Finché una persona nasce da madre ebrea, il test di paternità è proibito; è ebrea per natura”.
Roger Errera, Entretien avec Hannah Arendt (1973), “Les-Crises”, free online (leggibile anche in italiano, Intervista con Hannah Arendt)

domenica 31 maggio 2026

La terza Guerra del Golfo (3) – l’Iran potenza regionale

Come che vada la guerra, anche se Stati Uniti e Israele riprenderanno i bombardamenti, un esito lo ha già avuto: ha fatto dell’Iran degli ayatollah, “Stato canaglia”, una potenza regionale. Agli occhi dei suoi proxies, Cina e Russia, prima scettici. Di più in chiave regionale, nei confronti di Israele, e nei confronti dei potentati arabo-islamici, dalla Turchia all’Oman e al Pakistan.
Il reciproco disprezzo, arabo-persiano è millenario – è culturale prima che religioso, fra sciiti e sunniti, ormai “innato”, come un linguaggio. Senza conseguenze pratiche. Fino ad ora. Ora sia gli Emirati (Kuwait, Abu Dhabi-Dubai, Qatar, naturalmente lo sciita Bahrein) che l’Arabia Saudita temono l’Iran. Anche per essersi scoperti non protetti dagli Stati Uniti, neanche militarmente, malgrado l’indiscussa supremazia.
La Turchia di Erdogan ha un incomodo in più nel suo gran disegno di supremazia locale. E com Erdogan la “sua” Siria, che solo da poco si era liberata degli ayatollah, degli alauiti-sciiti.
Più di tutti ne potrebbe soffrire Israele (ma questo è un capitolo a parte).
(continua)

Problemi di base al Giro d'Italia - 917

spock


Roma vetrina del Giro d’Italia per la pubblicità dell’editore Cairo - a gratis?
 
Non è traffico d’influenze - con o senza il concorso esterno?
 
Chi paga lo straordinario festivo, diurno e notturno (a Roma dopo le h.16), agli nmila vigili addetti alla sorveglianza dei nove km del giro, da fare otto volte, più l’Ostia-Roma?
 
E le transenne – dieci, venti, trenta km di transenne?
 
Danno erariale no, siamo tutti compagni di merende – per un’ospitata nei giornali o la tv di Cairo?
 
E perché Milano non vuole il Giro, né alla partenza né all’arrivo (anche la Milano-Sanremo fa partire da Pavia)?
 
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Quando la Russia scopriva l’Europa, e l’Italia

Nel 1436-37 si tenne, dapprima a Ferrara e poi a Firenze, un ultimo concilio tra la chiesa di Roma e quella d’Oriente in vista della riunificazione. Con la partecipazione dell’imperatore di Costantinopoli e dei suoi eredi, in cerca di un’alleanza che rigenerasse lo spirito delle crociate, contro l’assedio islamico che lo minacciava. Non si concluse nulla. Cioè, si concluse con una riunificazione, che non tenne un giorno. L’imperatore e i metropoliti ortodossi che parteciparono al concilio e siglarono e l’intesa furono sconfessati al ritorno. Tra essi il metropolita russo Isidoro, di Mosca, il cui viaggio è la materia di questa cronaca, stesa da un segretario. La chiesa di Roma e i principi cristiani non aiutarono minimamente Costantinopoli contro i turchi.
A cura di Alda Giambelluca Kossova, che lo ha ripescato come “primo diario di viaggio di un russo nelle terre europee occidentali”, e lo ha tradotto – alla lettera? – con una gradevole patina antiquata, una cronaca che si fa leggere per la descrizione, generica ma anche minuta, sorpresa, delle novità delle tante città tappa. E delle abitudini urbane in materia di accoglienza - che comunque per il metropolita russo sono sempre in pompa.  Attraverso Kaliningrad e i Paesi baltici, Lubecca, la Germania settentrionale e centrale, l’Austria e le Alpi, Venezia (città stranissima), Ferrara, l’Appennino tosco-emiliano, e “la gloriosa città di Firenze”, luogo di molta ammirazione. Nonché di una fede sempre credula, malgrado le diatribe teologali che impediranno la riunificazione. Da ultimo superlativa: fra le cose notevoli di Zagabria, “il giorno sette del mese di febbraio”, il cronista vede “nella chiesa, in una teca nell’altare, il corpo perfettamente integro di un bambino, uno degli assassinati da Erodoto quando nacque Gesù”. Proprio così, con l’Erodoto per di più invece di Erode – svista della traduttrice? refuso?).
Anonimo russo, Da Mosca a Firenze nel Quattrocento, Sellerio, remainders, pp. 64 € 6