domenica 25 ottobre 2026
Cronache dell’altro mondo – figlicide (435)
Ogni due giorni, in media, un bambino muove per mano della sua propria madre, in America, più che in ogni altro paese di cui si abbia la statistica specifica.
Il futuro di Trump era già passato
In una faniglia dominata da saldi principi liberali
s’infiltra, modesta, un’allieva teorica di uno Stato “spartano”, cioè dominante,
sotto un titolo e una divisa apparentemente democratica, “Change”, cambiamento.
Che presto trova il sostegno di una potente corporation, capace di proiettarne
il pensiero su tutta la nazione, corredandolo di una polizia senza volto. La famiglia
liberale fa perno sulla madre, insegnante alla Georgetown University di Washington,
“la più antica università, cattolica e federale, d’America, 1789”, con un marito
che ha rinunciato alla carriera accademica per tenere unita la famiglia attorno
alla madre, tre figlie, ognuna variamente caratterizzata, e un figlio. Che l’allieva
modesta e (contro)rivoluzionaria della madre ha innamorato. E di cui farà un
sostentore irruento, anche contro i genitori, del nuovo ordine fascista (si
cita anche, di passata, Mussolini). Al punto da farne, oltre che un padre
felice, un sostenitore convinto del nuovo regime, corportatiov e poliziesco, irrispettoso
e perfino ingiurioso dei genitori. La dissoluzione dell’America si riflette nella
dissoluzione della famiglia, con distruzione finale a opera di una polizia in
assetto da guerra, figlio innamorato e ora padre affettuoso compreso, sotto l’occhio
sempre sempre remoto della nuora, la teorica del Nuovo Ordine.
Unfilm politco. Ma coinvolgente più che faticoso.
Per la bravura degli interpreti, con semplicità nel ruolo, specie la madre,
Diane Lane, e compresa la finta ingenua devastatrice, l’inglese Phoebe Dynevor -
alla quale peraltro si richiede una sola espressione, di finta semplice. Per l’abilità
quindi della regia, del polacco Komasa, specialista di film storico-politici. E
questo introduce al mistero che accompagna lo svolgersi della vicenda.
Il film, che inizialmente sembra basarsi sulla psicosi
americana del “complotto”, riflette l’America quale sarà nel 2025, il primo anno
della seconda presidenza Trump. Con lo strapotere delle corporations, l’allusione
qui è a Elon Musk, e con la polizia in assetto bellico e in maschera, la
polizia di frontiera, la famigerata Ice, che Trump ha usato nelle maggiori
città. Ma il film, uscito nell’autunno del 2025, forzosamente è stato concepito
e preparato (sceneggiatura, casting, setting, piani di lavorazione,
etc.) almeno un anno prima. Una profezia che si avvera nel momento in cui diventa
pubblica.
Jan Komasa, Anniversary,
Sky Cinema, Now
sabato 24 ottobre 2026
Ombre - 840
“Vanity Fair”, settimanale progressista
del gruppo della moda Condé-Nast, molto progressista, anticipa un libro contro
Jared Kushner, il genero di Trump, opera di un giornalista ignoto, naturalmente
free-lance, naturalmente “investigativo”: il genero è subornato da Emirati
e Arabia Saudita, con due milioni, o due miliardi, di dollari. In America nessuno
ci crede, in Italia sì. “La Stampa”, per es., o il “Corriere della sera”, che su
“Vanity” ricamano mezza pagina, in politica internazionale.
Però, la “rivelazione” di “Vanity Fair”
è da leggere. Il cellulare di Kushner è stato hackerato dai russi. Una spia
russa caduta in mano agli olandesi (sic!) ha fornito la chiave per entrare nel
cellulare. Dove gli olandesi hanno scoperto che il genero di Trump ha la disponibilità
di un fondo di due miliardi di dollari creato da Arabia Saudita e Emirati.
E dire che gli ayatollah non ci hanno pensato,
gli arcinemici dei potentati arabi. È che non sono stupidi - non c’è nemico più nemico degli Emirati
con l’Arabia Saudita, e viceversa. Al “Corriere” non lo sanno, alla “Stampa”?
E dunque Schlein pratica l’“entrismo”, una
delle tattiche con cui il Pci sviliva le altre formazioni di sinistra. Dopo
avere risuscitato “Rifondazione”, per rubare voti ad Avs, l’ha rinforzata con Crisanti,
il microbiologo vedette tv, nonché suo senatore, senatore del Pd –
Crisanti è quello che l’ha detto, essendo un chiacchierone.
“I ragazzini in minicar fra lacrime e scuse.
«Su Tik Tok fanno così, ma nessuno si fa male»”. Cuori infranti, su perorazione
degli avvocati, per due adolescenti che buttavano giù i passanti colpendoli alla
schiena, già processati per furto, e per i loro genitori, brave persone,
le mamme e anche i papà, uno carabiniere, figurarsi. Genitori di ragazzini che
avevano la minicar, 10 mila euro minimo – con molti gadget. Per andare in nessun
luogo, giusto divertirsi.
Folle di genitori in ansia lunedì alle porte della Questura milanese, per i loro piccoli fermati dalla polizia domenica. Perché avevano devastato domenica i negozi ricchi per rubarne le merci. Ma senza essere dei Robin Hood, no, rubavano in proprio. Dei bravi ragazzi, che erano andati a passeggiare in piazza Duomo. Solo uno, un signore in età, sa di che si tratta: “Si merita degli sganassoni”, dice del figlio che aspetta. È rumeno.
Nella (piccola) folla di genitori in attesa
lunedì alla questura d Milano dei figli fermati, il “Corrire della sera” elenca
“italiani, tunisini, ucraini, marocchini, rumeni”. Per dare ragione a Trump,
che Francia e Italia periscono per mano degli immigrati?
Si danno molte motivazioni al saccheggio
reiterato del centro di Milano – “disagio giovanile” (novità?), scuola, isolamento,
periferie. Meno l’emulazione. Che invece è in Italia normale, quasi un compito
in classe: tutto quello che si fa in Francia viene copiato. In Germania no, in
Inghilterra no, neanche in Spagna, in Italia sempre. Questa sì che è una cattiva
scuola.
I week-end di guerra con la
polizia e di devastazione a Parigi quest’anno sono nel nome della scuola. Ma in
realtà non si danno un nome, se non gilets jaunes, i giacchini alta
visibilità stradale che indossano, da
ormai otto anni: da metà ottobre a metà maggio sabato appuntamento a Parigi.
Cominciarono nel 2018, anche allora per
il gasolio, a opera dei camionisti. Bisogna considerare un’altra forza rivoluzionaria,
i camionisti.
Prosegue la Biennale di Venezia con l’architettura
dopo l’arte e il cinema, e con la danza, il teatro, la musica. Compresa la musica
sacra, che manda in visibilio martedì il musicologo del “Corriere della sera”,
Helmut Falloni. Senza che se ne parli più - Falloni è un’eccezione, troppa
emozione? Forse perché la presidenza è
toccata a uno di destra, Buttafuoco. L’informazione non c’entra, una volta
finito il “lavoretto” di bottega.
Tra i (residui) lettori del “Corriere della
sera” e “la Repubblica” è improbabile che ci sia qualche (ex) grillino. Tuttavia
i due giornali mainstream non risparmiano interviste sedutissime a Conte.
Quello del reddito di cittadinanza e del Superbonus. Tanto peggio tanto meglio?
O questo mainstream non sarà la quinta colonna di Meloni?
La Fondazione Feltrinelli fa una
presentazione del Piano Mattei per dire che è propagandistico, limitato, improduttivo
e che l’Africa ristagna nel debito. Mentre il piano si vuole la rottura del “debito”.
Dell’Africa ai servizi sociali, i cosiddetti “aiuti”, a sessant’anni dalle indipendenze.
Anche la Fondazione, una delle poche
vestigia socialiste ancora in piedi, si riduce alle sterili polemichette da partito Democratico – un partito
che ha governato con Salvini e Conte, e ora si aggrappa a Conte.
L’Intelligenza Artificiale dà, nel governo
Conte 2 (5 Stelle-Pd, et al.) 9 ministri al Movimento 5 Stelle, più 2
“Indipendenti di area Movimento 5 Stelle”, un ministro e il presidente del consiglio.
Cioè lo stesso Conte che ora federa tutti. Un tipo pirandelliano. Insomma.
Commozione per James Talarico, “sei
tutti noi”, italoamericano, giovane, buon cattolico, che sarà martedì 3 il
primo senatore Democatico per il Texas, e nel 2028 il successore Democratico di
Trump alla presidenza. Mentre Talarico è italo-americano solo di nome – quello del
patrigno, che che lo ha adottato, dopo averne sposato la madre single.
Non è cattolico ma presbiteriano come la madre - la confessione dei protestanti
colti e ricchi. Cita le Scritture, ma è quello che ha raccolto di più per la sua
campagna elettorale, 64 milioni solo nel terzo trimestre.
Insulsa
polemica dell’Anm, il sindacato dei giudici, sul miliardo di arretrati (per un ricalcolo
deciso dal Consiglio di Stato) che Meloni si rifiuta di pagare – per il
momento. Non è un miliardo, ma un centinaio di milioni, spiega. Sapendo che
questo è uno dei due arretarti, per il triennio 2021-2023, mentre ben più
sostanzioso è quello del triennio successivo, 2023-2025 - e si arriva al
miliardo. Superficialità? Supponenza? Entrambe le cose.
E i giudici del Consiglio di Stato che
hanno voluto gli arretrati? Imponendo all’Istat il ricalcolo degli aumenti
automatici dei giudici sulla base degli aumenti ottenuti da altri comparti del
pubblico impiego. Non con una media ponderata, come l’Ista correttamente ha
fatto, dado a ogni comparto il peso corrispondente al numero, ma con una media
semplice. Un trucco contabile. Da un miliardo. Perché i giudici vogliono essere
pagati con un trucco contabile?
La vita immaginata
“Una signora si innamorava sempre di più e un
signore si innamorava sempre di meno”.
“Splendisdissima era la vita accanto a lui
sognata.\ Nel sogno tra tutte predilelta la chiamava.\ E nella realtà?\ La realtà
non c’era”.
“Nessuno era meno innamorato di lui.\ Era il
meno innamorato di tutti i signori del mondo”.
Non è il lamento di una concubina abbandonata nel
matroneo, nell’harem. È la cronaca, ardita, rassegnata, dei tanti momenti di un
tranfert, come si suole chiamare, non scientificamente, l’infatuazione per
lo psicoterapeuta. Non la prima, Lamarque ci ha abituati con numerose altre
raccolte in corso d’opera: “Il signore d’oro”, 1986, “Poesie dando del lei”, 1989,
“Il signore degli spaventati”, 1992. L’anno scorso, per i 150 anni della nascita
di Jung – il “signore” è, è stato, junghiano - alla sua infatuazione non
corrisposta ha risintonizzato tutto il pregresso. Spiegandolo, in sottotitolo, “Poesie per Lei, Dottore (1984-2025)”, come un bouquet, una celebrazione
accademica all’Emerito, una corona d’alloro sul capo dell’eroe, lo
psicoterapeuta che l’ha seguita per quarant’anni.
Il dottor B.M. l’ha aiutata a sciogliere il nodo
della sua identità, spiega la stessa Vivian nelle due prose che completano la raccolta,
i Ringraziamenti e il cenno autobiografico che ha intitolato “Quanto ha dovuto lavorare
il mio dottore”. Vivian Lamarque, così allegra e favolista, è una bambina
rifiutata alla nascita dalla famiglia, di rigidi valdesi, perché illegittima,
ma poi tormentata da questa famiglia naturale non-famiglia anche nella famiglia
d’adozione e d’affetto. Col dottore e signore, spenta ogni passione?, si
concede ora un transfert sfrenato, completo anche di autoerotismi. suo “signore” prima che salvatore. In 142 brevi
componimenti. Basati sull’iterazione per lo più. Ma inventivi, ciò che invita alla lettura, altrimenti ripetitiva. Alcuni arricchiti di metafore,
e ritmi studiati - assonanze, qualche rima. Molti discorsivi.
Come sempre, come notava
di Vivian Lamarque Giovanni Raboni, il suo scopritore, nel 1981, “la sua
semplicità è quasi feroce”. Qui è sempre semplice nella autoironia. La
prima delle quattro plaquettes che formano la raccolta, “Il signore
d’oro”, è un omaggio al dottore nelle forme del “signore”, non antifrastiche come potrebbe
sembrare, ossequiose – si direbbe sadomaso, se il termine non fosse connotato
sugli eccessi. Apparizioni, evocazioni, lamentazioni, in diverse forme metriche
di evocazione: “Il Signore mai” per cominciare, “Il Signore della scatolina”, di
nuovo “Il Signore degli spaventati” - Vittorio Lingiardi, che firma il risvolto
e la postfazione (“L’amore in una stanza”) nel ha contati 82 differenti. Assortite
da epicedi-confessioni della “signora”: “La signora della neve” “La signora dei
baci”, “La signora non gelosa”, minuscola sempre, ininfluente sulla sua propria
storia. Tutte invocazioni all’impossibile.
La nota finale, “Quanto
ha dovuto lavorare il mio dottore”, dà anche altre coordinate, oltre che dell’infanzia
infarcita aggressivamente dalla genitorialità, naturale e non. Tutto è “iniziato”,
dice, “(finito mai) il 14 febbraio del 1984, avevo 38 anni…Alcuni amici poeti mi
consigliavano un’analisi lacaniana, altri non poeti una junghiana”. Lo
psicopompo “lacaniano aveva studio nel centro di Milano, sotto prestigiosi
portici”, benché dopo una portineria dove ribolliva il minestrone, e la prima seduta ridusse
a “meno di 30 minuti, non avevo fatto in tempo neppure a nominarli tutti quei
miei svariati genitori”. Quella col junghiano dott. B.M. (“studio quattro gradini
sotto il livello stradale”) “ne durò 90. Riuscii a elencargli non solo tutte
quante le figure genitoriali comparse sulla scena, ci fu addirittura tempo
anche per le loro scomparse (3 su 4 al compimento del mio quarto anno di vita)”.
Dopodiché tanti languori.
Vivian Lamarque, E
intanto la vita, Mondadori-Lo Specchio, pp.151, ill. € 18
venerdì 23 ottobre 2026
Letture _ 624
letterautore
Gaetano Afeltra – Dirigendo
negli anni 1960 il “Corriere d’Informazione”, l’edizione pomeridiana del
“Corriere della sera”, giornale di forti titoli e frivolezze, coltivava i
giovani letterati, Parise, Arbasino, e la non più giovanissima Ortese, con
lunghe articolesse, tipo elzeviro, tra racconto e divagazione.
Depressione – Si coniuga
(anche) con la meteoropatia, ma all’inverso? “Nel Nord Europa è proprio quando
la primavera è alle porte, quado le giornate si allungano e l’alba arriva
prima, che la gente sprofonda nella depressione, pensa al suicidio” - Doris
Lessing, “Il figlio dell’amore”, racconto compreso nella raccolta “Le nonne”.
Francia – “Sempre” rivoluzionaria
per non esserlo – essenzialmente violenta? “In Francia ci sono state varie guerre
civili”, spiega Houellebecq a Pordenone Legge: “La più spettacolare è la Rivoluzione
francese, quando vi erano più di due fazioni o schieramenti – i rivoluzionari
non erano un’unica fazione, si sono massacrati a vicenda”.
Freud – “Analista della
tristezza” lo fa Alda Merini – in una poesia del 1988, “Giacomo Leopardi non è
mai stato contento” (ora nella raccolta “Il mio labirinto di assurdo silenzio”,
p. 76).
Guerra – Una noia –
Doris Lessing, “Il figlio dell’amore” (nella raccolta “Le nonne”, p.219): “La
guerra non era un continuum, ma era fatta di lunghi periodi di inazione e di
noia, interrotti da esplosioni di attività frenetica; il che significava
combattimenti, pericoli, morte, e poi ancora noia e ancora inerzia. È questo
che si sente sempre dire del fronte. «Com’è stata la guerra?» «Una noia!»”.
Leopardi – “Giacomo Leopardi
non è mai stato contento in vita sua proprio perché non aveva conosciuto Sigmund Freud analista della tristezza” – Alda Merini, “Poesie 1988-1989”, ora
nella raccolta “Il mio labirinto di assurdo silenzio”, p. 76.
Carlo Levi – “Maestoso e
insieme leggero, imponente e grazioso, autorevole e spensierato come un dio in
vacanza”, così appare a Anna Maria Ortese a settembre del 1956, a Viareggio per
il premio (“Incontro a Viareggio”, ora
in “La lente scura”, p.33), “l’autore di pagine straordinarie e, alla fine,
meno straordinarie” – aveva avuto il premio da una giuria divisa, molti erano
per Gianna Manzini.
Pound – Era vigile e
partecipe. Ritornato silenzioso, come muto, dal manicomio criminale in America,
Montanelli lo ritrae invece, sempre silenzioso, ma attento, sul “Corriere della
sera” l’11 aprile 1971, descrivendo un pranzo a Venezia dove lo ha avuto commensale,
con la compagna Olga Rudge (in Indro Monanelli, “Le grandi interviste 2”, “Ezra
Pound”). A tavola, dove Montanelli lo ha di fronte, “la testa eretta sulle spalle,
la fronte increspata nello sforzo di tirare a tenda le sopracciglia sugli
occhi, mangiava sobriamente, ma di tutto, senza il minimo cenno di partecipazione
ai conversari”. Si parla del più e del meno. E di Spagna. Montanelli chiede a Olga
se Pound c’è stato. “A questo punto la bocca di Pound”, annota Montanelli, “ma
solo la bocca, impercettibilmente si mosse e bisbgliò: «Sì, nel novantasei»…. E
subito dopo, sempre in un sussurro: «Volevo dire nel novecentosei»”.
Dopo il pranzo seduti, Montanelli vede Pound, rincantucciato in un angolo
del divano, fare le fusa con la gattina siamese di casa che lo ha puntato. Quando
la conversazione tocca la cattiva abitudine di sputare per terra, Olga interviene
a dire: “Oh, lo fanno anche gli americani, o almeno lo facevano. C’erano perfino
dei recipienti apposta”, di cui non ricorda il nome. “«Cuspidors»,
intervenne Pound con la sua flebile voce, e per la prima volta vedemmo l’immobilità
del suo volto rompersi in un lieve sorriso”.
Quasimodo – Da solo illumina
il “Cova”, il ristorante milanese, in un paio di incursioni di Anna Maria
Ortese nel 1949. In “Sesto tavolo al «Cova»” (ora in “La lente oscura”, p.413):
“La Provvidenza ha tanti modi di consolare uomini dubbiosi, gente lontana dalla
sua terra, e al Cova uno dei suoi sistemi migliori è quello di far entrare
Quasimodo. Sotto la mano delicata del poeta siciliano, la porta a vetri del Cova
si apre cautamente, e vivo e meraviglioso come persona vera questo ‘Ritratto di
Gentiluomo Siciliano’ viene avanti”. Vestito “in verde chiaro”: “Da giovane, sembra
che Salvatore Quasimodo fosse bellissimo; ora, decaduti gli inganni dell’età
giovanile, rimane bello tuttavia al modo di un pugnale, dentellato dalla ruggine.
Piccolo viso con una larga fronte appena convessa, sopra occhi neri, mobili, sospettosi”.
L’immagine lirica la scrittrice amplifica tre anni più tardi, riprendendo
la scena dell’ingresso al “Cova” in Sicilia, dove si trova a fine 1951 - in “Luci
di Sicilia” (“La lente scura”, pp. 444 segg.). Prospettando se stessa come una
che, al Cova, aspettava “l’ingresso di chi non sarebbe venuto mai”. Un “chi”, “forse
una persona, forse una cosa, certo un modo di vivere, un mondo, una bellezza che
avevo sempre intravista e perduta, mai posseduta, di cui ero sempre in cerca”.
Finché non entrò lui: “Un uomo, di cui non esisteva idea, nello stile e nella
figura, a Milano. Su un corpo di spadaccino, una testa nobile, scura, come
intagliata in un legno prezioso, un’alta fronte ovale incorniciata di riccioli
bruni. I suoi occhi nerissimi erano pieni di luce, e fissi, e calmi”.
E quando l’uomo “si alzò e andò via nello stesso modo curioso e leggero come
era entrato”, le parve “uscissero insieme una forza, un dolore, una luce. Il suo
nome era Salvatore Quasimodo”.
Domenico Rea – Detto Mimì,
Anna Maria Ortese lo vede una sera a Napoli, “alla Ferrovia, sotto la statua di
Garibaldi”, invitata da lui a cena, come un muro di silenzio nelle confusione: “Uno
dei fenomeni più notevoli di queste terre, così scatenato, dirompente,
fischiante, un bolide, a osservarlo attentamente, non è che silenzio. In fondo
a tutte le sue risate, le sue convulsioni, i suoi eccessi, silenzio”. Rea è
agitato, esaltato, incontrollabile, deve partire, vuole partire, per Viareggio,
la cena salta, non sa se e come avvisare la moglie. Qualcuno da Viareggio, dove
si è deciso il premio (1951), gli ha detto “parta subito”, e l’eccitazione non ha
fine: “È la casa a Napoli, è il lavoro per tre anni… Impiegato a Napoli,
alloggio a Nocera, padre e sorelle a carico…. Capisci da dove vengo?”. Salvo ammutolire
quando, su insistenza di Ortese, ha ritelefonato a Viareggio, all’albergo del
premio, e ha saputo che lui non era nel programma.
Spagna – Dopo il Medio
Oriente (http://www.antiit.com/2017/01/letture-286.html)
la location preferita degli operisti, i compositori d’opera – e
musicisti in genere. Andrea Penna ne fa breve elenco nel programma di sala di
Santa Cecilia per il recital di Lisetta Oropesa, “Mis amores son
canciones”: Mozart, Verdi, Rossini, Liszt (perfino Liszt, dall’alto del suo metro
e 85, vi si cimentò, con un mezzo abortito “Don Sanche” – n.d.r.), ,Glimka, Čajkovskij,
Rimskij-Korsakov, Massenet, Chabrier, e poi Chopin, Minkus, Lalo, Debussy,
Ravel.
letterautore@antiit.eu
L’Intelligenza Artificiale è imperialista
Un saggio che
unisce storia e contemporaneità, analisi politica e analisi economica,
tecnologia e imperialismo. In una prospettiva non apocalittica, ma sì
di una transizione rapidissima, quasi istantanea. In dipendenza, ancora una
volta, in larga parte da riserve naturali – chi ha l’oro comanda.
“Nel giro di pochi
anni, Cina e Stati Uniti hanno costruito ciascuno qualcosa che gli storici del
futuro potrebbero riconoscere come una nuova forma di impero. Il loro dominio
si estende non solo su territorio, rotte commerciali e spazio aereo, ma sulla
conoscenza stessa. Controllando i grandi modelli linguistici, i chip, le
infrastrutture fisiche e i capitali che costituiscono le basi per la cognizione
artificiale avanzata, Pechino e Washington non solo stanno raggiungendo nuove
vette di performance economica e proiezione di potere, ma stanno anche dettando
i termini di tutto il futuro progresso scientifico e intellettuale. L’espressione
“superpotenze dell’IA” non rende giustizia all'influenza e alla portata che
questi rivali esercitano oggi. Anche senza la costruzione attiva di alleanze o
la coercizione, possono rendere dipendenti da loro tutti gli altri Paesi che
cercano di accedere all'IA avanzata”.
Ma questa è solo
un’ipotesi. Che gli autori, Ferguson storico, Klaasen analista del giornalismo
IA, e Schmidt, ex presidente Google, autore con Kissinger di “Genesis;
Artificial Intelligence, Hope, and the Human Future”, lasciano aperta: la Cina
non è in grado e non intende sfidare militarmente gli Stati Uniti, le due
potenze si direbbe che “coesistono”, con la vecchia terminologia della guerra
fredda. Più problematica invece la storia della fine degli imperi come già
studiata da Ferguson: “La storia imperiale ci offre un monito. In assenza di
altre forze, gli imperi raramente soccombono a uno sfidante o ai barbari alle
porte. Più spesso, falliscono perché la difesa dei loro vasti domini li
prosciuga, sia di risorse materiali, sia del consenso dei governati, sia della
lealtà delle élite. Il centro imperiale si accorge di non poter più mantenere
il controllo sulla periferia, sulle regioni che un tempo gli erano sottomesse”.
Il fallimento può
essere finanziario – troppi debiti. O istituzionale - l’impero cinese Qing alla
fine del XIX secolo, incapace di industrializzarsi e sburocratizzarsi. Oppure
tecnologico: “La Dreadnought della Royal Navy del 1906 fornì al Regno
Unito la prima corazzata dotata esclusivamente di cannoni di grosso calibro e,
con un solo colpo, rese obsoleta la flotta da battaglia preesistente. Da un
giorno all'altro, questa svolta aprì la strada a rivali come la Germania,
cancellando un secolo di vantaggio accumulato dalla Gran Bretagna. La
conseguente corsa agli armamenti costrinse il Regno Unito a quasi raddoppiare
le spese navali tra il 1900 e il 1914”.
Si fallisce come
si comincia. Anche gli imperi possono essere finanziari: l’oro del Perù. O
tecnologici: “Gli acquedotti di Roma e i canali e le opere di controllo delle
inondazioni cinesi rappresentavano le vie di comunicazione di secoli di
egemonia. Le potenze imperiali dell'Europa moderna erano all’avanguardia
mondiale nella stampa, nella tecnologia marittima e nell’artiglieria”.
O militari, naturalmente.
E qui viene richiamata “l’intuizione di
Ferguson”, di Adam Ferguson e non del coautore, il teorico politi co
settecentesco – un precursore in tutto e per tutto di Adam Smith, scozzese
anche lui – “secondo cui un debito elevato induce inevitabilmente al declino”.
Sul presupposto che “la durata di un impero dipende dalla sua capacità di
autofinanziarsi”, il quasi omonimo Niall Ferguson ripropone anche il suo
cosiddetto “limite di Ferguson”. Un metro molto semplice: “Qualsiasi impero
che spenda più per il servizio del debito che per la propria difesa rischia di
perdere il suo status imperiale”.
Da qui la conclusione – e lo stallo, o
coesistenza pacifica. “Gli Stati Uniti hanno superato quello che uno di noi ha
definito il «limite di Ferguson» nel 2024, spendendo più per interessi passivi (circa
881 miliardi di dollari) che per la difesa (circa 874 miliardi di dollari). Se
il governo federale continuerà con l’attuale traiettoria di spesa, entro il
2036 i pagamenti degli interessi raddoppieranno il budget per la difesa”. Saremo
“cinesi”, allora? No, “la Cina probabilmente si trova ad affrontare un problema
analogo. Sebbene molti dati non siano resi pubblici”, si sa che l’indebitamento
è nascosto negli enti locali.
La competizione è spostata sull’Intelligenza
Artificiale.
Niall Ferguson-Lisa
Klaasen-Erich Schmidt, Empires of AI, “Foreign Affairs”, Nov-Dicembre
2026, in libera lettura online (anche in italiano, Imperi dell’IA)
giovedì 22 ottobre 2026
Il mondo com'è (503)
astolfo
Mitraismo – Il culto che più
era diffuso a Roma, in concomitanza col primo cristianesimo, e che a lungo ne
contese la primazia. Di origine persiana, era stato diffuso nell’impero dai soldati
romani nelle guerre partiche, a partire dalla guerra di Traiano, 113-117. Specialmente
vivace risulta la diffusione del culto a metà del III secolo, sotto Ludovico
Pio, l’imperatore tredicenne Gordiano III, degli anni 238-244. Tracce se ne ritrovano
dappertutto nell’impero, dalla Siria all’Iberia, in forma di mitrei, luoghi di
culto sotterranei, specie le raffigurazioni del Mitra tauroctono, che uccide il
toro. Una religione misterica, per iniziati, di cui non si hanno le coordinate precise.
Ma di diffusione tale da impensierire il cristianesimo. Che ne avrebbe adottato
alcune modalità. Tra esse il culto sotterraneo, le catacombe.
Il mitraismo è fatto bersaglio da Giustino
Martire in particolare, tra le fonti cristiane pervenute, a metà del secondo secolo,
e un secolo dopo da Tertulliano. A metà dello stesso secolo, circa il 250 d.C.,
la Chiesa spostava il Natale di Cristo al 25 dicembre, che era la data della
nascita di Mitra. In precedenza celebrava il Natale il 6 gennaio. Che sarà festa
dell’Epifania, della manifestazione di Gesù Cristo come Dio Figlio incarnato - nelle
chiese orientali tuttora l’Epifania è la festa del Battesimo nel fiume
Giordano, in cui Gesù è detto Figlio di Dio dalla voce del Padre, in presenza
dello Spirito Santo.
Piano Solo – È il piano che il generale De Lorenzo avrebbe
apprestato nel 1964 contro eventuali “disordini”, cioè il piano di un colpo di
Stato. La vicenda è stata ridimensionata, ma non nei contorni, che invece erano
preoccupanti – e lo sono ora, nel giudizio storico. Contorni di cui si continua
a non tenere conto.
Bisogna fare, se non la storia, che forse ancora non è possibile,
l’anamnesi che invece è agli occhi di tutti e si evita. Perché bisogna sempre
diffidare, ma furono gli Usa che, quando si facevano le esercitazioni in
caserma per il colpo di Stato, vollero e difesero la democrazia. Insieme col
Vaticano. E con l’onorevole Moro, sì, fu lui l’uomo della Resistenza, con i
socialisti, Nenni e Saragat, e il governo legittimamente eletto. Mentre Togliatti
agitava la piazza per indebolire il governo – creare le “condizioni oggettive”
- e si diceva pronto non richiesto a votare il governo golpista di salute
pubblica. Del senatore Merzagora, non altri, l’uomo dei sottoboschi di Milano, cache-sex d’ogni foja, anche lurida.
Togliatti prima di morire insisterà: il golpe se l’è inventato
Nenni per fare un governo moderato. Ma quando il vecchio presidente Segni si
agitava per mandare a casa il governo eletto e sostituirlo con quello tecnico,
insomma con Merzagora, gli scrisse: “Di governi di emergenza ve ne possono
essere diversi, e ciò implica posizioni nostre diverse”. Si riservava un posto
di ministro per Longo, alle Ferrovie. In gruppo con Bencioni, il senatore
fascista che organizzerà i piccoli azionisti Montedison a difesa della scalata
di Cefis. Sembra di sognare. Ma a scandalo già aperto, quando l’onorevole
Andreotti promuoverà il generale De Lorenzo a capo dell’esercito, e gli alti
ufficiali se ne scandalizzeranno, protestando con Ferruccio Parri, l’ex capo
della Resistenza, gente onorata, Paolo Gaspari, Aldo Beolchini, Giorgio Manes, un’astiosa
difesa d’ufficio arrivò, sempre non richiesta:
“L’aver partecipato attivamente, con funzioni di comando, alla lotta di
liberazione militare non costituisce adeguato merito militare”. Come se i
protestatari fossero invidiosi. Il monito – il monito? – arrivò dall’Unità, è vero, Togliatti era morto.
Perché questo è, non è infamia, il carattere non c’entra: c’entra
l’intelligenza delle cose, la ragione politica.
Contro Moro, certo, il senatore Fanfani era andato ben oltre, all’annientamento
fisico, se si può dire. Scrivendone sul Tempo,
per la penna di Renato Angiolillo, il fondatore e padrone del giornale: “Un
uomo politico tenebroso, debole, insipiente, inetto, mistificatore, alchimista
impazzito, stregone maniaco, falso gigante di bronzo”. E: “Flaccido e cascante
come un piccolo visir, cupo, funereo”, che avanza “spargendo il suo cammino di
cadaveri e rovine”. Prose del genere. La
sua politica è “la tecnica molle, scivolosa e viscida di una piovra”. Uno che
ha introdotto in politica la coincidenza dei contrari di Giordano Bruno.
Tutta la borghesia, la migliore, la più sussiegosa, era per il
golpe. Il ministro dell’Interno Taviani, altro resistente. Il governatore della
Banca d’Italia Carli. L’onorevole Colombo, ministro del Tesoro. Il Messaggero, cioè Roma. E il Corriere della sera, cioè Milano. Che ogni giorno argomentavano di “disastro”,
“sfacelo”, “distruzione”. Tutto perché i socialisti erano al governo. E quando udirono
il “tintinnio di sciabole” a destra, s’affrettarono a mettere su un golpe di
sinistra, “appoggiato dall’esercito jugoslavo”. Ma non erano scemi. Il primo
socialista a poter dire la sua sul Corriere
della sera sarà il mansueto Nenni, già ministro degli Esteri atlantista per
un quinquennio, alla fine del 1969, prima di Piazza Fontana.
Tutto si sbriciolava nell’estate del 1964. Solo, detto del piano,
non sta per solitario, bensì per l’arma dei Carabinieri, che, a parere di De
Lorenzo, era la sola affidabile, non la polizia, non l’esercito. De Lorenzo,
l’ispiratore del piano e suo non discreto animatore, ne parlava con chiunque, non
era uno spione qualsiasi, era il comandante dei Carabinieri, della Benemerita,
un comando per il quale aveva ingaggiato una furiosa battaglia, il caso
politico dell’anno, il 1962, col generale Giuseppe Aloia suo maggiore, vincendola
per il sostegno - la Dc era divisa - del Pci (è da giovane ch’era stato a capo
dei servizi segreti, nonché medaglia d’argento, pure lui, della Resistenza). E
tuttavia gli Usa mantennero saldo l’orientamento, insieme col Vaticano. Da
Washington i messaggi arrivarono chiari: “Un regime di destra extra-legale
sarebbe decisamente contrario ai nostri interessi a lungo termine in Italia”.
Non si può fare fronte con la libertà e ricorrere ai militari. Anche per un
minimo di saggezza: “È del tutto irrazionale il timore di un colpo di Stato sostenuto
dall’esercito jugo-slavo. È uno scenario assolutamente irrealistico”,
scrivevano dagli Usa.
Stretti – Hanno assicurato
l’impero inglese. O meglio: l’Inghilterra se ne è assicurato il controllo, quando
il Commonwealth era un impero mondiale, specie sul versante orientale, per le comunicazioni
con l’India e l’Estremo Oriente. Col controllo diretto, militare, coloniale, oppure mediante
accordi, alleanze, protettorati. Nel Mediterraneo con l’occupazione di Gibilterra
e Malta, e il controllo di Cipro, il Bosforo e i Dardanelli tramite accordi con
l’impero ottomano in chiave antirussa. L’occupazione di Suez, fino al 1956, e
di Aden, sul Mar Rosso, per garantirsi la navigazione fino all’India. Con l’interdizione
ad altre potenze di Hormuz, fino all’indipendenza degli Emirati, 1971. E l’occupazione
di Singapore, sito allora semiabbandonato, nel 1819, da parte di Thomas Raffles,
il presidente delle Indie Orientali, a presidio dello stretto di Malacca, per
tenere libere le rotte fino a Hong Kong e al mare Cinese meridionale.
Flora Tristan – “Militante socialista” la ricorda di passata Houellebecq in “Annientare”,
il romanzo del terrorismo hacker, “suocera di Gauguin”, amica di Éliphas
Lévi, occultista. In realtà molto di più. Intanto, non suocera ma nonna (già
defunta) di Gauguin, figlio della figlia di Flora, Aline Chazal. Flora essendo morta
relativamente giovane, di qarantun’anni, nel 1844. Al termine di un logorante viaggio
per tutta la Francia, per animare
circoli operai e controllare la condizione femminile. A Bordeaux, dove
la città si mobilitò: operai e operaie raccolsero i soldi per il funerale, organizzarono
il corteo funebre, e le eressero un monumento, inaugurato quattro anni dopo. Era
autrice di romanzi popolari, nonché di ricordi di viaggio, a Londra (dove era
stata nel 1825 come dama di compagnia, dopo la separazione dal violento marito,
ed aveva avuto la prima esperienza di politiche per i poveri dei centri urbani)
e in Perù, ed era stata animatrice di circoli operai. Nel diario del viaggio per
la Francia l’anno della morte, del 1844, che fu pubblicato postumo con successo,
col titolo “Tour de France”, ha ritratti di persone, eminenti e non, che ancora
si leggono, nonché immagini di città: George Sand
spocchiosa, Lamartine apatico, il molto cattolico e democratico Lacordaire
senza alcun interesse per i poveri, Marsiglia “città viziosa”, le città “contadine”
(Digione, Auxerre, Rennes) “ottuse”, per effetto della religione oltre che della
povertà.
Morì precocemente, si ritiene, per effetto delle
ferite subite durante un tentativo di assassinio da parte del marito, André
Chazal, un incisore, uomo violento, presso cui aveva trovato impiego diciottenne,
per aiutare la madre. E che poi aveva dovuto subire tutta la vita, anche dopo
la separazione, intervenuta quattro anni e tre figli dopo il matrimonio – il divorzio,
introdotto dalla Rivoluzione, era stato abolito nella Restaurazione, dopo il
1815. Chazal aveva tentato più volte di sequestrarla. In uno di questi tentativi
sarà accusato dalla figlia Aline, la futura madre di Gauguin, di avere tentato
di violentarla. Il 10 settembre 1838 attese l’ex moglie in strada e le sparò, ferendola
al petto – il proiettile resterà conficcato nel corpo, impossibile estrarlo, da
qui l’ipotesi di infezione mortale. Al processo Chazal fu difeso da una personalità
progressista, Jules Favre, futuro ministro degli Esteri, che dipinse la ex
moglie Flora come donna da non tenere in conto, per essere illegittima.
Era nata a Parigi, nel 1803, da padre peruviano,
che aveva conosciuto e sposato la madre, di famiglia francese di “emigrati”
politici, a Bilbao. Il matrimonio, celebrato da un prete francese anche lui “emigrato”,
non venne trascritto in Francia, e ciò farà di Flora alla nascita a Parigi una
illegittima. Questo pesò anche sull’eredità che il padre aveva lasciato in
Perù: gli zii di Flora, benché ben disposti, non poterono farne una erede per
la quota del padre, e si limitarono ad aiutarla. La invitarono anche, ad Arequipa,
dove risiedevano lussuosamente, da notabili, e a Lima – un viaggio che comunque
rincuorò Flora Trisan, per la condizione della donna, creola e indigena, in Perù
molto più indipendente che in Francia.
Non la sola scrittrice francese impegnata, per
la condizione dei lavoratori e lo status giuridico e sociale delle donne,
ma quella di maggiore successo con i suoi romanzi e con i racconti di viaggio.
D'Annunzio al suo.meglio
D'Annunzio a Fiume, mentre a Versailles si discute a chi assegnare le spoglie in Adriatico dello sconfitto impero austro- ungarico. D'Annunzio al suo meglio, reso sobriamente da Maurizio Lombardi, senza i tic che avvolgono il personaggio: conciso, saggio, e rivoluzionario. Conteso da Lenin e, di sbieco, da Mussolini, che D'Annunzio lascia perplesso. Fino al finale, il trattato di Rapallo, tra l'Italia e la nascente Jugoslavia, per la partizione dell'Istria e la Dalmazia.
Catinari, direttore della fotografia di un numero sterminato di film, collaboratore di Virzi, Milani, Muccino, Moretti, e di serie tv di grande presa, offre immagini che da sole valgono il racconto. Di un'impresa avvolta nelle nebbie, fuori e dentro, compresi i personaggi che attorniato il Vate.
I Lucisno si sono cimentati in una grande produzione. Rasentando il capolavoro, senza esito di pubblico. Il tema è difficile. E il numero e eccessivo dei peronaggi, quelli femminili pure somiglianti, poco distinguibili. Forse per non essersi privati dei tanti appigli della narrazione di Claudia Salaris, la studiosa delle avanguardie, dallo stesso titolo, sul Fiume nelle memorie di artisti e avventurieri.
Arnaldo Catinari, Alla festa della rivoluzione, sky Cinema, Now
mercoledì 21 ottobre 2026
Secondi pensieri -
zeulig
Corrida – Il rito più antico e più misterioso, se ascende al culto mitraico, persiano, quindi anteriore alla “nostra” storia, la storia greca. Col Mitra tauroctono al centro, di cui è opaca la simbologia, per quanto si argomenti del toro come la Forza, una sorta di personaggio da “Star Trek”. Poiché il culto di Mitra è misterico. Lo era all’origine e lo è rimasto fino alla concorrenza del cristianesimo nella tarda Roma – importato e diffuso nell’impero dai soldati romani dopo le guerre partiche, come religione “spettacolare” – Porfirio che lo celebra, “L’antro delle ninfe”, è del III secolo.
Resta che il culto del toro nel Mediterraneo orientale era ben antecedente, della civiltà minoica. E la sua diffusione, nella toponomastica, i miti, la poesia, indipendente dal culto mitraico.
Identità – “L’identità (forse) non esiste”, argomenta Mauro Bonazzi su “La Lettura”. Un falso problema poiché lo argomenta un Mauro Bonazzi che forse non esiste.
Se ne fa un gran parlare, dell’identità, fino a metterla in discussione, non sul piano personale (come discuterla, senza?), ma su quello politico. A proposito delle identità “nazionali” a petto di forti immigrazioni. Si negano l’identità in segno di forte “impegno” politico. Negando la quale si nega, però, anche quella degli immigrati – come se fossero numeri, da aggiungere una volta sbarcati o al posto di arrivo: una registrazione impersonale, a un approdo non scelto, il primo accessibile, sotto la minaccia della morte, per annegamento, gelo, fame.
Strano comunque, curioso, modo di argomentare, quello di negare negandosi. Di negare l’identità, ovvia perfino, dato che nasciamo soli, a uno a uno, e diversi, anche i gemelli, non in serie. Per una testimonianza politica. Che è fatale poi per il soggetto che s’intende proteggere.
È tema politico, quindi divisivo, ma su un punto oggi nuovo, sulla migrazione in Europa. Sulla immigrazione reale, per la quale è previsto il diritto di asilo. Che, essendo antecedente al bisogno, evita, può evitare, l’integrazione – che ora è positiva ora è negativa, a seconda del pendolo dell’identità, dell’identità del migrante, non dell’accoglienza. Il problema identitario nasce quando l’identità di origine resta più forte di quella di accettazione (l’integrazione). Nella religione non solo, ma nelle abitudini, i linguaggi, le concezioni politiche e sociali generali.
Mainstream – Si dice dell’opinione pubblica, dei media, come di un filone di pensiero principale, e quindi “più” vero. Nel senso cioè di maggioritario e di giusto. Del giusto rafforzato dal numero. Volgarmente si direbbe prevalente. In uso come di una sorta di validazione, in senso cioè e con caratteristiche positive (ragionato, illuminato, e un po’ esclusivamente democratico). Come quello che non molto tempo fa si sarebbe detto “benpensante” e “borghese”.
Un anglicismo, di connotazione difficilmente configurabile per un utente mediamente colto, o semplicemente distratto, per dire che il “padrone” (delle ferriere, del vapore, del giornale, o della televisione ha sempre ragione.
Una traslazione di senso che non sarebbe dannosa. Se non che vuole comprendere e significare tutto ciò che è buono, compreso il colto, civile, progressivo, democratico. Mentre è, nello stesso momento in cui si qualifica e si pone al vertice, il contrario, la vecchia “buona borghesia”, piena di se stessa.
Non una novità, può sempre rifasi a Platone, alla sua kalokagathia – non c’è nulla di male: siamo tutti filosofi, e alcuni sono buoni.
Meraviglia – È forse il tema più ricorrente, della filosofia come “meraviglia” – in volgare si direbbe “curiosità”. Da Aristotele a un po’ tutto il Novecento, ma specificamente a Jeanne Hersch – e ora si riannuncia con Bonazzi. Ma più correttamente, significativamente, si direbbe come ricerca o esplorazione. Al modo delle esplorazioni tipiche, degli esploratori ottocenteschi, per continenti visibili, deserti, foreste, oceani, e in qualche modo noti, ma del genere terrae nullius, o hic sunt leones.
Rivoluzione – Tema ricorrente, di valenza positiva, oggetto anche di idolatria, ma sempre è incompiuta. È un processo. Avvenne nella rivoluzione per antonomasia, la Rivoluzione Francese, che è stata anche una guerra civile fra rivoluzionari, fra più fazioni – di cui poi ebbe gioco facile Bonaparte, un uomo solo al comando. E in quella sovietica, a più rirese, su un vasto sgranarsi storico. Non è il processo ultimativo di Marx, la creazione rivoluzionaria, per di più dal basso, dalla fola, dai più, di un nuovo ordinamento politico e sociale è necessariamente incompleta, difettosa, migliorabile, perfezionabile, anzi augurabilmente in fieri, un work in progress. E perché è, appunto, si vuole, un progresso rigeneratore. Non finito e definito come vuole l’utopia o una qualche escatologia. Compresa quella di Marx, biblico - a sua insaputa?
Spontaneità – Evocata nei recenti fatti di Milano e in Francia (dove però la “spontaneità” è ormai vecchia di tre anni, e molto organizzata, di sabato a Parigi, da metà ottobre a metà maggio), come di “movimenti” giovanili che si raggruppano e coalizzano “spontaneamente” in luoghi e per fini decisi all’istante, è in questo caso palesemente regolata se non diretta, dai social, o attraverso i social – più probabile quest’ultima ipotesi, i social non hanno autonomia di giudizio, checché si propali dell’Intelligenza Artificiale. È sempre derivata e avviata, se non diretta o gestita.
Fa sempre capo a una radice, sia essa l’insegnamento-aggregamento oppure la semplice formazione, lo sviluppo psicologico.
Di spontaneo c’è solo la credulità – l’ignoranza.
zeulig@antiit.eu
Spoon River di Alda sul Navglio
Tre brevi raccolte del 1988, e alcuni componimenti dello stesso riemersi tra le carte. Molti medaglioni, di tipo epigrammatico, senza essere cattivi, molto lucidi, che valgono una biografia – almeno dei personaggi che si sono conosciuti, padre Turoldo, padre Camillo de Piaz, Vanni Scheiwiller. Con Nicola Crocetti un po’ovnquue, anche insolentito. Raboni, invece, e Patrizia Vaduga, “bellissima Patrizia”, omaggiati per Natale, a mo’ di ringraziamento per l’impegno di Patrizia in suo favore, col compagno Raboni. Non mancano Manganelli e Spagnoletti. E i Pierri, padre e figli. Una sorta di colloquio muto della poetessa con i suoi tanti amori e le amicizie. Un “Spoon River” di viventi, di una poetessa viva ma sola e solitaria.
Tre plaquettes,
“La piccola Spoon River”, “Breviario sconsacrato” e “I filibustieri della
follia”, la prima dedicata a Scheiwiller, la terza a Patrizia Valduga, più una
corposa silloge di poesie “disperse” dello stesso 1988 (molte “lettere”, a
Crocetti, a Manganelli, a Raboni - con più confidenza). Compresa una lunga
“lettera” all’editore Mani (Piero Manni), che la assisteva nella controversia
mossale quell’anno dai figli orfani del suo secondo marito, il medico-poeta di
Brindisi Michele Pierri. Il tutto riemerso dai lavori di catalogazione e
archiviazione intrapresi da varie università sui materiali accatastati dalla
casa editrice dopo che, nel 2022, è stata riconosciuta “di interesse storico”.
Poesia come sempre
“occasionale”, svagata. Come un dialogo monologale variato, frantumato. Ma su
stilemi sempre appropriati, pur nella ripetizione. Su un fondo di solitarietà,
nelle persistenti professioni, o tra i ritrovamenti, d’amore.
Con introduzione
di Daniela Cristofori e Giacomo Poretti, “una psicoterapeuta ed un comico”, che
ne enucleano una “logica della piuma”, della poesia che si posa dove capita. Di
sicuro gradimento sarebbe stata alla ragazza Merini, “sempre ed eternamente attratta
dall’amore” - anche se ce la propinano
sempre appesantita dagli elettroshock, sola ai Navigli quando erano grigi, a un
pianoterra.
Alda Merini, Il
mio labirinto di assurdo silenzio, Manni, pp. 109 € 15
Poesia come sempre “occasionale”, svagata. Come un dialogo monologale variato, frantumato. Ma su stilemi sempre appropriati, pur nella ripetizione. Su un fondo di solitarietà, nelle persistenti professioni, o tra i ritrovamenti, d’amore.
Con introduzione di Daniela Cristofori e Giacomo Poretti, “una psicoterapeuta ed un comico”, che ne enucleano una “logica della piuma”, della poesia che si posa dove capita. Di sicuro gradimento sarebbe stata alla ragazza Merini, “sempre ed eternamente attratta dall’amore” - anche se ce la propinano sempre appesantita dagli elettroshock, sola ai Navigli quando erano grigi, a un pianoterra.
Alda Merini, Il mio labirinto di assurdo silenzio, Manni, pp. 109 € 15
martedì 20 ottobre 2026
Se l’America è la rendita del mondo
Il debito pubblico (federale) americano
si è raddoppiato col covid, balzando in un quinquennio dal 105 e qualcosa per cento
del pil al 124. Con un servizio del debito (gli interessi da pagare ogni anno,
alle quotazioni odierne dei tassi (che vanno in salita), di 1.200 miliardi di dollari.
Più della spesa militare.
Quando il debito si pose come problema per
l’Italia, una cinquantina di anni fa, sollevato da Vittorio Barattieri, allora
giovane economista della Banca d’Italia, il governatore Guido Carli disse i Bot
“la rendita degli italiani”. Lo stesso si può dire dunque oggi del debito americano:
il servizio del debito Usa è la rendita del globo. Dei grandi investitori nel
debito federale, Cina in testa.
Ma gli Stati Uniti che arricchiscono la
Cina impoverendosi non è il solo paradosso del debito.
Una “legge” economica, derivata da Niall
Ferguson, professore a Harvard di Storia Moderna, dalla Spagna tra Cinque e Seicento,
dalla Francia nel Settecento, dall’impero ottomano tra Otto e Novecento, dall’impero
britannico nel dopoguerra, vuole che quando la spesa militare è superata da
costo del debito, questo è l’inizio della fine, del declino della potenza.
Questo non sembra il caso oggi, degli
Stati Uniti. Perché la Cina, prima beneficiaria della rendita Usa, non mostra
di voler competere sul piano militare, di spesa e di strategie, della potenza
bellica - - né lo potrebbe, è pur sempre un regime totalitario, oppressivo, che deve guardarsi al suo interno.
Th. Mann diviso tra le Germanie
Il ritorno dimesso, come controvoglia, di Thomas Mann in Germania nel 1949, dopo 13 anni di esilio volontario negli Stati Uniti. Lusingato dal premio Goethe – doppio premio Goethe, uno a Francoforte, nella Germania Est, e uno a Weimar, nella Germania Est. Cui seguirà, il film non lo dice ma lo spettatore lo sa, la decisione finale di non ritornare in Germania, non all’Ovest e non all’Est, ma di stabilirsi in Svizzera, seppure nella parte di lingua tedesca. Accompagnato da Erika, in funzione di autista\segretaria, la primogenita, amata\amante, che accudisce il padre in ogni minima esigenza. Anche quando, intervenuto tra le due cerimonie il suicidio di Klaus, il figlio e fratello tanto caro a entrambi, il padre decide di proseguire con la cerimonia.
Un racconto dimesso.
Seguendo Erika – gli arrivi, le partenze, le presentazioni, i discorsi, la
burocrazia. In bianco e nero, di immagini semplici, informative, anche nel rapporto
privato, padre\figlia, quasi nulla “recitato”, eccetto per la figura di un colonnello
tedesco-sovietico cui si fa presiedere il premio a Weimar. Per un’evocazione-testimonianza
politica, della Germania nel 1949, divisa e solo un po’ in piedi dopo le distruzioni
belliche. Col solito burocratismo spento a Ovest e un teutonismo sbracato all’Est
– tanto più che la cerimonia è rallegrata dal coro dell’Armata Rossa, tipo macchietta.
La Germania raccontata
da un polacco – col titolo scritto in inglese, invece della forma tedesca Vaterland.
Inevitabile, anche se probabilmente non voluta, una certa ironia. Ridicolo
un po’- pieno di sé - è anche Thomas Mann, che invece, prima di diventare il monumento
di se stesso, era uno piuttosto vivace e anche mordace. Ma un racconto che
ipnotizza, forse per la semplicità.
Nel personaggio di
Erika, la figlia che si sacrifica, talvolta essa stessa con cadenze teutoniche,
seppure geniale di suo, assume anche in vari momenti valenza poetica – tanto più
per essere lieve, evocata. Da qui il finale, anch’esso “tedesco” ma elegiaco: una
chiesa disastrata, che Erika autista e il padre passeggero, sempre nel sedile posteriore,
senza dirsi nulla si fermano per darle un’occhiata, ha un organo semidistrutto, da
cui due appassionati, che tentano di rimetterlo in sesto, raddrizzando le canne,
sollevando polvere e fumi, fanno uscire a mo’ di prova, un po’ sconnesso, un po’
in sordina, il Bach “brandeburghese”.
Pawel Pawlikowski,
Fatherland
lunedì 19 ottobre 2026
Canada-Usa, matrimonio cattolico
L’invenzione di “membro associato”
della Ue per il Canada può avere aiutato il primo ministro canadese Carney nella
opinione nazionale – e forse nei referendum, oggi, sull’autonomia-indipendenza
dell’Alberta, lo stato più ricco di petrolio e gas, e poi su quella del Québec,
lo stato francofono da sempre riottoso. Ma lo statuto di “associazione” è per
ora solo una dichiarazione di buona volontà da parte dell’Europa. Mentre il
fatto è che i referendum, quale che sia l’esito, non sono segno di forza. E che
il Canada è legato strettamente agli Stati Uniti per la produzione e le
esportazioni.
Secondo l’ufficio statistico di Ottawa,
“il Canada ha registrato un surplus commerciale di 4,2 miliardi di dollari
canadesi ad agosto 2026, ampliandosi rispetto al surplus rivisto al rialzo di
0,79 miliardi di dollari canadesi del mese precedente, segnando il più grande
surplus commerciale da maggio 2022”. Grazie alle esportazioni verso gli Stati
Uniti.
Gli scambi commerciali sono per due terzi
con gli Stati Uniti. E con gli Sati Uniti il Canada realizza il suo surplus
complessivo. Con le esportazioni di petrolio e gas, e di molte produzioni industriali
multinazionali – soprattutto di automobili.
L’Arabia nuda
“L’Arabia Saudita è sempre più sotto
assedio”, “L’Arabia Saudita non ha valide alternative contro i micidiali
attacchi dei ribelli yemeniti”. Sembrano titoli implausibili, ma è quello che
avviene. L’Arabia Saudita è il Paese più armato dagli Stati Uniti nel Medio
Oriente - dopo Israele. Con i mezzi aerei e i carri pesanti più aggiornati. Gli
Stati Uniti hanno anche in Arabia Saudita una importane base aerea, Prince
Sultan, vicino la capitale Riad. Ma non intendono proteggere Riad dagli Huthi. Tace anche l’alleanza tripartita che Riad ha stretto con Turchia e Pakistan
(forse quadripartita, l’Egitto potrebbe essersi collegato). E la cosa è implausibile
perché gli Huthi sono soltanto un gruppo insurrezionale tribale, nella parte
occidentale dello Yemen, prospiciente il mar Rosso.
Gli Huthi sono finanziati e armati dall’Iran.
Ma sono pur sempre un gruppo tribale, che deve combattere su due fronti, il governo
dello Yemen, per quanto debole, e l’Arabia Saudita, intervenuta dieci anni fa
per sostenere il governo di Sana’a. La sorpresa nasce dal fatto non tanto dell’attacco
Huthi – con droni e missili è possibile a chiunque da distanza. Ma della
mancata reazione saudita.
Tutto si può fare senza uomini
Un film tutte
done, in tutti i ruoli, tutte giovanili, compresa la madre che si risposa per
la terza volta, liberate e in carriera, una regina dei talk-show,
una ammiraglio della flotta al comando di una portaerei, con qualche figlio, e qualche
amante donna. Kirstin Scott Thomas, attrice brillante, (“Quattro matrimoni e un
funerale”, “Il paziente inglese”, “Ti ho amato così a lungo”), passata alla
regia, si supera: ci pensa lei stessa a disilludere le figlie sul suo primo e sul
suo secondo marito, padre e padrigno molto cari alla memoria delle ragazze: non
valevano niente, sapevano solo fare la guerra, dove ci hanno lasciato la pelle.
L’unico uomo del quadro è il provincialotto che ha sposato la sorella minore rimasta
in campagna, un cretino.
Uno schieramento
impegnativo di attrici, Scarlett Johansson, Sienna Miller, la stessa Scott
Thomas. Per un intreccio da Monty Pithon. Che si ascrive al genere commedia. Ma
non si ride.
Molto bella è la
campagna inglese dove la storia si ambienta. Compresi, nelle poche sequenze
montate, i paesani.
Kristin Scott
Thomas, My Mother’s Wedding, Sky Cinema, Now
domenica 18 ottobre 2026
Che fine ha fatto Bpm e perché – risiko bancario de noantri
Con Monte dei Paschi divisa tra Intesa
e Bper, l’ex Popolare Milano, oggi Bpm, rimane sola. In mano a Crédit Agricole.
Era questo il disegno del ministero dell’Economia
quando si oppose al passaggio di Bpm a Unicredit, argomentando che Unicredit è
in mano straniera? Che non è vero da nessun punto di vista, mentre Crédit Agricole
lo è, è francese, e se ne fa un punto di forza.
Unicredit non si è opposta al no alla
fusione con Bpm. Fatti loro, fatti privati. Ma il ministero dell’Economa è
pubblico, e non può indirizzare una banca verso un’altra, soprattutto se
straniera, soprattutto senza argomenti tecnici settoriali validi.
È un errore? No. Il ministro, Giorgetti,
può dare l’impressione di non capirci molto. Ma i direttori dell’Economia sanno
benissimo quello che hanno fatto e fanno. Così pure qualcuno dei direttori di
Palazzo Chigi, dove ha sede il coordinamento per l’esercizio del golden power,
il veto a prelazioni straniere sul capitale.
È un caso di malaffare. Più evidente di
questo non c’è. Perché la Procura di Roma tace? Tutti collusi nel caso, anche il solerte Procuratore Lo Voi, che solitamente non risparmia gli avvisi di garanzia?
E l’informazione? Si prospetta il risiko
bancario come un gioco di monòpoli. Non quello in atto di Bpm regalata a Crédit
Agricole. E ora di Intesa che si prende Generali con un socio concorrente di
Generali. Tutto oscuro, e tutto violento. Comunque opaco, contro ogni vera
regola di mercato aperto.
Le Autorità finanziarie, oltre che la
Procura di Roma, se ne disinteressano. Tutti collusi, anche al Parlamento? Ammesso
che il Parlamento abbia una mezza idea di cosa è in gioco. Usava dire “aumme,
aumme” degli accordi politici di malaffare, ora usa “de noantri”, ma il misfatto
non cambia, sempre corruzione è.
Cronache dell’altro mondo – intelligenti (434)
“Che cos’è Claude? Anthropic, che l’ha
creata-o, non lo sa nemmeno lei.
“I ricercatori dell’azienda stanno
tentando di capire il sistema mentale della loro Intelligenza Artificiale. Esaminando
i suoi errori, facendolo funzionare a mezzo di esperimenti psicologici, mettendola
sul divano terapeutico.
“Un modello linguistico di grandi
dimensioni non è altro che una imponente pila di piccoli numeri. Converte le
parole in numeri, elabora questi numeri come in un gioco di flipper numerico e
ritrasforma i numeri risultanti in parole. Pile simili fanno parte della vita
quotidiana. I meteorologi le usano per prevedere il tempo. Gli epidemiologi le
usano per prevedere la diffusione delle malattie. Tra le persone comuni, di
solito non suscitano emozioni intense. Ma quando questi sistemi di intelligenza
artificiale hanno iniziato a prevedere il percorso di una frase, ovvero a parlare,
la reazione è stata di delirio generalizzato. Come ha scritto di recente uno
scienziato cognitivo: «Per gli uragani o le pandemie, questo è il massimo del
rigore scientifico; per le sequenze di parole, sembra che tutti perdano la
testa»”.
(“The New Yorker”)
Un lego sanguinolento
Si comincia con un
mondo ordinato, case squadrate, piazze da bambole, di lego, e morale ferrea. La
baby sitter amica del figlio ha rubato un orecchino e va
licenziata. È la durezza della morale “olandese”, in tutto analoga all’ordine
che regna nel paese, colorato, pulito e ordinato – come il suo nome vuole. Un
ordine che un marito comprensivo e ottimo papà, bonario, comprensivo, non riesce a scalfire.
Naturalmente
questa è l’apparenza: non tutto è così ordinato. E succede poi di tutto. Al punto
che il film interrogherà alla fine lo spettatore: “Ma sarà tutto vero?”. Poiché
tutto si rovescia nel contrario, il buono è cattivo, il cattivo forse buono, il
giusto è ingiusto, eccetera, il mansueto è o diventa violento, il violento mansueto.
E la morale un disastro. Un rovesciamento continuo delle certezze.
Parte come una commedia
e via via, per minimi slittamenti, si tramuta in tragedia, la sicura morale “olandese”, calvinista, ordinata, logica, in sete di
sangue.
Una sorniona, dura
berlina della Morale rigida. Che Nicole Kidman regge da sola, con la sua bellezza
algida - almeno all’apparenza: bella di fuori, semplice dentro, e quindi
crudele. Per di più insegnante. Nella cittadina da bambole, di lego, in case
squadrate. Un ruolo formidabile, come un ritratto di autore, dal vero, della bellezza introversa, leonardesca, della Kidman. Cui però una sceneggiatura aggressiva (o la regista al montaggio, specialista del genere) impone una seconda parte da genere horror, confusa.
Mimi Cave, Holland,
Sky Cinema, Now
sabato 17 ottobre 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (645)
Giuseppe Leuzzi
Salvini restaura,
per restare sui giornali?, la cerimonia dell’ampolla del Po a Pontida.Tanta è
la forza di attrazione della diversità, anche se stupida?
Su questo sito zeulig
ci scherzava
http://www.antiit.com/2026/10/secondi-pensiweri-592.html
Ma l’ampolla
del Po a Pontida suona bene, una assonanza, bilabiale, insonora ma robusta: po-po-po.
Meglio con l’aggiunta
“dei popoli padani”. Po-po-po-po-pa potrebbe rientrare tra le assonantissime filastrocche
dei bambini, già in fasce, ancora al seno della mamma – naturale come ciucciare,
forse un rigurgito.
Il Sud comincia a
Firenze
Il Sud comincia in
Toscana per Anna Maria Ortese – “Inglese a Roma”, una corrispondenza per “Il Mondo”,
nel 1961, ora nella raccolta “La lente scura”, p. 44.45. Lo stesso sarà per il
professor Miglio, politologo lombardo della Lega – “quando esco dalla galleria
su Firenze mi sembra di essere all’estero”. Ma per Ortese con un’altra valenza: “Il
Po è passato, strada schiumosa e potente che divide l’Italia in due; ecco
gallerie, monti, un cielo pieno di stelle, quale non guardaste mai dalla pianura
padana, e voci e soffi di aria vellutata, calmi. Con un che di insensato, e una
ragionevolezza che vi rende folli”.
È cominciata
svegliandosi, dopo un lungo percorso e le gallerie, passata “Bologna, panini,
aranciate, si cambia”. Quando “a Firenze, la bellissima stazione illuminata
dolcemente quasi da una luna nascosta viene a baciarvi sul finestrino, è quello
il momento di ricordare, se siete un emigrato, la vostra patria di elezione, le
strette e tristi pareti domestiche, lassù, i votri pensieri e passi quotidiani;
e qualcosa sospira forte nel vostro petto”. Una liberazione – “fra poco sarà l’alba”.
Le pensioni alla
Lega, private e pubbliche
Una pensione per
tutti – ogni anno la Lega non si fa mancare la liturgia del pensionamento a
ritroso. Anche a 60 anni, perché no. Purché da fame. Che gli italiani imparino
e vadano a farsi la pensione integrativa privata, ad assicurarsi con banche e
assicurazioni. Tanto si sa che l’Inps, che la Lega gestisce, prima o poi fallirà.
Dopo avere varato vent’anni
fa i fondi pensione privati, a opera del loro specialista, allora vice-ministro,
Alberto Brambilla, lo stesso continua a profetizzare l’insostenibilità dei
conti pubblici, dell’Inps, a trenta, forse a venti, forse già a dieci anni. Nel
mentre che la sua Lega, forza di governo e di opposizione, si affanna periodicamente
a mandare in pensione i vecchi sempre più giovani, anticipatamente – in pensione
a carico dell’Inps. Inps che la stessa Lega governa, avendolo voluto per sé, per
un avvocato consigliere di Stato e della Corte dei Conti. Il quale, da severo
tutore della spesa pubblica, quale un leghista deve essere, per prima cosa ha
voluto per i suoi 50 e più dirigenti dell’Istituto, dove non fanno niente
perché niente hanno da fare, l’attuariale si cacola da sé, un superstipendio:
311 mila euro, invece dei 240 imposti come tetto massino nel 2011 dal governo.
Un bell’aumento del 50 per cento – il presidente della Repubblica ne prende la metà.
Gloria quindi e riconoscenza
imperitura dell’Inps alla Lega. Tanto paga lo Stato ladrone.
Non si riesce a
stare dietro alle ruberie della Lega. Sono violenti, ma sono furbissimi, e hanno
avvelenato i pozzi.
Il senso delo
Stato è molto forte in queste persone. Nel senso di appropriarsene – i ladri di
professione fanno un baffo ai lumbard, loro sanno cosa vole dire rubare
veramente.
Se Manzoni ad Avellino
è un impostore
Carlo Muscetta,
ordinario a Catania di Letteratura italiana, dirigente editoriale di Einaudi
negli anni 1940, e poi ancora nei primi 1950, disprezzava Pavese e non teneva in considerazione
Manzoni. Lo ricorda uno dei suoi allievi prediletti,
Salvatore Silvano Nigro, a colloquio con Antonio Gnoli sul “Robinson” il 4
ottobre. Di Pavese, con cui aveva lavorato alla Einandi a Roma, che aveva
consigliato a Nigro per la tesi di laurea, dopo qualche giorno ebbe un
ripensamento: “Non vale nulla”.
Di Manzoni, che
Nigro qualche anno dopo avrebbe dovuto curare nel quadro dell’Ottocento per una
collana di testi e critica che Muscetta dirigeva per Laterza, il giudizio fu leggermente
variato, ma altrettanto crudo. Nigro ovviamente fece largo posto a Manzoni nel
suo saggio introduttivo. E rischiò molto, ricorda sempre sul
“Robinson”: “Mi aggredì a causa del saggio sul Manzoni. Disse che avrei dovuto
dedicargli al massimo una decina di paginette e largheggiare su Leopardi.
Offrendo, otretutto, una lettura psicoanalitica dei ‘Promessi sposi’ per
dimostrare che Manzoni era un impostore”.
Di letture psicoanalitiche
ce ne saranno poi varie – l’acqua, la peste, la verginità, etc. Quella di Muscetta
riguardava la religione, la religiosità. Anche se Manzoni era un “convertito”,
senza nessuna costrizione, e senza premio.
Muscetta era avellinese,
benemenrito anche di studi in qualche modo locali. P.es. sul dimenticato Vincenzo Padula, lo scrittore calabrese, editore, direttore e redattore del "Bruzio". Ma per questo perentorio. Anche
nelle simpatie e antipatie da studioso: radicale. Radicale si vuole l’intellettuale
meridionale. Contrariamente alla koiné-abito mentale del popolo, piuttosto
incline (nella tradizione greca classica?) a valutare positivamente l’estraneo, a
non diffidare.
Cronache dela differenza: Napoli
“Per fortuna Napoli è anora una civiltà che sa confrontarsi con
il proprio passato senza trasformarlo in museo”, il cantante Raiz su
“L’Altravoce”: “Qui il passato resta vivo”. Senza essere un handicap: “Fuori Napoli,
invece, mi sembra spesso tutto un po’ appiattito. È difficile trovare altrove
artisti che riprendano davvero la propria tradizione locale e la facciano
vivere nel presente”.
Indubbiamente,
un di più. Ma di guadagno?
Francesco
Palmieri può evocare sul “Foglio” “il compianto critico Francesco Durante”, (che)
rievocava la «fila di professionisti e anche di politici ciascuno dei quali
aveva letto minimo minimo mille libri e sapeva ricordarsene il contenuto o la temperatura»:
avvocati, notai, commercialisti, come il padre di Antonio Franchini….”. Durante
è un coetaneo (è morto nel 2019), non parlava di un mondo remoto.
La
passione dei libri è anche nell’eulogia di Sorrentino per i genitori morti in
montagna per una stufa malfunzionante, “È stata la mano di Dio”.
“La
noncuranza impedisce ai napoletani di restare ricchi, la prosperità prende il
tono di un carnevale, la bontà e il sole fanno il resto”. È il commento di
Flaiano a “Napoli milionaria”, il film – che lo stesso Eduardo aveva derivato
dalla commedia. Si spiega che la città non capitalizzi, pur lavorando e
innovando molto.
“La
stessa musica”, Flaiano insiste (alla nota “Napoli e dintorni”, de1 4 ottobre
1950, ora in “Chiuso per noia”), “abbiamo sentito in ‘Carosello napoletano’”,
il film tratto dai racconti di Marotta, “sempre pregati di inchinarci a questa
verità, a questo senso del carpe diem reso più vivace dalla disposizione
al canto e da quell’antica saggezza che la Guida del Touring Club attribuisce
all’anima greca del popolo napoletano”.
La
città riscopre Marotta, un milanesizzato che sempre e solo scriveva di Napoli, nel
gionalismo quotidiano come nelle opere, “Napoli Mlionaria”, ”Il teatrino del
Pallonetto”, “Gli alunni del Sole”, Che di Napoli diceva: “La mia città fu, ed
è, e sarà in ogni epoca, un libro di tutte le favole”.
“«Massimiliano» (quanto è lungo
questo nome) ripetono dagli spalti”, i tifosi del Napoli che assistono ai primi
esercizi della squadra col nuovo allenatore Allgeri. È toccato loro il finale
di “Ricomincio da tre”, dove Troisi obietta alla proposta della compgana di chiamare
così il figlio nascituro: “Troppo lungo, la mamma non fa in tempo a chiamrlo
che il bambino è già scomparso. Meglio «Ugo!»”. Al massimo “Ciro”.
Nel “Corriere” del 30-31 luglio 1900, il giorno dopo
l’assassinio di re Umberto, una pagina su quattro era presa dalla pubblictà. In
evidenza grafica, con lo spazio maggiore, il farmaco “L’Antiepilepsi del
Battista”. Il rimedio che aveva battuto il bromuro, “riconosciuto dai più illustri
Scienziati, adottato dai principali Manicomii. Della Farmacia Inglese a Napoli.
Strada Cavone a piazza Dante”. Vera inglese, la farmacia?
Vale
ancora il Malaparte de “La pelle”? “Napoli non è una città: è un mondo. Il
mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno”.
Pubblico
record alla tre giorni di regate preliminari America’s Cup: 280mila, oltre 90mila
al giorno – pochi dal lungomare, 26 mila, gli altri dal Race Viklage, più i tantissimi
dal mare, su 2.500 imbarcazioni censite. Contro le 400 imbarcazioni del
preliminare spagnolo, a Barcellona, con presenze di pubblico “sette volte e
mezzo di meno”, calcola “Il Sole 24 Ore”.
È tutta
passione nautica? La città ha bisogno di “riscatto”.
Il
Napoli calcio invece alterna una-due annate di eccellenza, brillante, divertente,
a due\tre annate mediocri, in cui perde cn le ultime in classifica, litiga,
gioca male, è ingovernabile. Con la stessa proprietà, gli stessi tecnici
(quanti ne ha silurati, e dei più quotati) e gli stessi calciatori. Non sono cicli,
un anno\due non fa ciclo. Non possono essere sortilegi. E dunque, la città è
viziata, viziosa – povero Maradona?
Nel
1924 Napoli e Capri erano ancora le mete di Walter Benjamin, con Asja Lacis. L’estate
del 1925 di Adorno e Kracauer. Di Sohn-Rethel (“Napoli: la filosofia del rotto”)
e altri. Poi non più. La città non è più così “diversa”? Ospitale? In qualche
modo non più attraente?
“Grigio” è il colore di
Napoli, Anna Maria Ortese rispondeva alla domanda “Napoli è grigia o colorata?”
del settimanale “Epoca” nel 1952, che al sondaggio faceva partecipare anche i
napoletani Carlo Barbieri, Compagnone, Gatto, Prisco, Marotta, Stefanile e Angioletti
(milanese, da ultimo viveva a Napoli). E argomentava: “Poca la differenza tra
una città come Napoli e il mare”. E: “Il fondo di questo mare umano - il popolo
di Napoli - è per me di un grigio tranquillo, uniforme”. Ma poi cambiava idea. “Ora
questa città è tutta rossa, ora celeste, ora grigia”. E così via, fra “i troppi
colori, il celebre azzurro di Napoli” e “il grigio, e il meno grigio”. Non si sa
– insulsa la domanda, milanese?
leuzzi@antiit.eu
Viaggi all’interno di sé
Il Giro d’Italia
come non l’avete mai visto – pensato, immaginato. E poco altro. La “lente scura”
dell’autrice annebbia i tanti viaggi di cui racconta – questo è un libro di viaggi,
si articoli e corrispondenze di viaggi, per “Il Mondo”, “L’Europeo”, il
Corriere d’informazione” e altre testate. Sono cronache quasi sempre in “soggettiva”:
non di cose viste, ma di sentimenti e sensazioni personali, non legati al luogo
o all’ambiente che visita. Eccetto che nel racconto di due viaggi in Russia, la
Russia sovietica, dove il contatto umano la emoziona ed emoziona. La raccolta è
di visioni specialissime, di realtà
minute, specie di soggetti femminili, compagne di viaggio in treno, o al vagone
ristorante, o in albergo, o incroci sul marciapiede, casuali, che Ortese
locupleta di umanità.
Per il resto molte
cronache di niente. In Sicilia, a Napoli, a Parigi, ovunque. A volte con un insight
prodigioso. Sulla borghesia romana (“La
diligenza della capitale”, 1987). Sul tassista romano capace “di dirvi in un sospiro
la propria storia, ch’è quella di una comprensione”, fugace, col passeggero. Sul
forte senso di umanità per reggere il grigiore sovietico, delle donne.
Racconti di fughe
più che di viaggi. A partire dai primi due, a Londra e a Palermo, con cui ha
voluto aprire la raccolta: Anna Maria scende, va in albergo, non sa dove e non
se ne cura, e riparte, non ha voglia di vedere né di ascoltare. Viaggia senza
carte, fa sapere sul treno per la Russia, e senza orologio, viaggia – come vive?
- senza coordinate. E sempre parla di sé, inesausta, inesauribile. È la sua “chiave”,
per coinvolgere il lettore. Con esito bizzarramente positivo: la prima edizione
della raccolta, nel 1991, spiega Luca Clerici, che cura la riedizione, ebbe “un’ottima accoglienza critica”, con decine di recensioni elogiative sui
maggiori giornali, “e un discreto successo di pubblico”. Una cospicua
forma di ansia\desiderio di malattia, di morbosità sofferta\compiaciuta – la “lente scura” del
titolo. Nell'insieme è la dromomania di un'inappetente. Il viaggio come modo di estraniarsi, per parlare di più e meglio di sé.
“La sola idea di un viaggio a Roma mi riempiva di spavento” - e così via: “veri
attacchi di nevrastenia”, “continue sensazioni di precipizio, particolare ai
cardiaci, terrore di essere afferrati e dispersi, comune ai montanari e
contadini”…. (“Inglese a Roma”, p. 43).
E non solo le città, anche le persone non
offrono alla scrittrice un minimo d’interesse – a parte quelli, pochi, che s’inventa
come “personaggi”, tutti peraltro marginali, il comandante del postale
Napoli-Palermo, un ingegnere, una burocrate sovietica che cura i visitatori stranieri - il genere Intourist. Con due eccezioni dal
vivo, dal vero: don Milani perplesso, visto di sbieco al termine di una lunghissima
galoppata notturna per il Mugello alla sua ricerca, che ne rende plasticamente
l’isolamento, e la Nomadelfia ricostruita nel grossetano dopo il fallimento a
Fossoli - un fallimento anche alla ripresa, senza dirlo, facendo parlare don
Zeno Saltini, senza più estro creativo, sulla pietraia dove i benefattori lo
hanno relegato.
I racconti di viaggio
promettono molti spunti di interesse. Di novità, diversità. Qui l’interesse è unico,
la viaggiatrice. I suoi problemi, le sue “visioni”, le sue immaginazioni. Poche
volte proiettati su personaggi e cose – allora dense, pregne, fertili.
Anna Maria Ortese
ha viaggiato tanto, sopratutto negli anni 1950 e 1960, da giornalista, inviata,
soprattutto dell’“Europeo” prima, e poi del “Corriere d’Informazione” di Gaetano
Afeltra (prose assurdamente pesanti, faticose, per un giornale del pomeriggio tutto
titoli e frivolezze, ma Afeltra voleva coltivare i geni). Come a malincuore,
per ragioni alimentari, da lei forse considerati “lavoretti”. Però a questi viaggi
ci teneva, poiché ne ha curato la raccolta, nel 1991, e poi l’ha confidata a Luca
Clerici, che la riedita, con lo stesso titolo, ma con qualche aggiunta, di
testi dispersi, o minime correzioni, di cui dà dettagliatamente conto nelle note
in fondo al testo, e un preciso, agevole calendario delle date e luoghi di pubblicazione
dei vari testi.
Clerici documenta anche
la passione della scrittrice per un suo “libro di viaggio”. A partire dal 1952,
quando propose a Vittorini un “prospetto di libro siciliano”. Cinque anni dopo
proponendo a Vito Laterza “Un mese a Roma”. E così via.
Anna Maria Ortese,
La lente scura, Adelphi, pp. 516 € 15
venerdì 16 ottobre 2026
L’Italia ancora leader industriale
Malgrado il forte ridimensionamento di Fiat \Chrysler (Jeep), che ha condizionato per anni il pil industriale italiano, e malgrado il caro energia, il più caro in Europs, che scoraggia gli investimenti strabieri, l’Italia figura positivamente nelle classifiche Eurostat sulla produzione industriale per settori nel 2025. Il pil industriale Ue è cresciuto del 3,8 per cento, dopo due anni di decrescita, meno 1,5 per cento nel 2023 e meno 1,9 nel 2024. E l’Italia figura tra i sei pesi ai quali Eurostat attribuisce i due terzi della produzione industriale, il 70 per cento. Al secondo posto, dopo la Germania: la Germania ha coperto il 26 per cento del pil industriale UE, l’Italia il 14 – Francia 12, Spagna 8, Polonia 6, Olanda 4.
La prospettiva è al miglioramento. Da
aprile è in vigore il piano della Commisione Ue di sostegno all’industria,
Industtial Accelerator Act, con l’obiettivo ambizioso di portare il peso del comparto
manufatturiero dal 14,3 per cento del 2025 al 20 per cento del pil complessivo
tra dieci anni. Con una serie di misure promozionali. Tra queste la certificazione
Made in Europe, come garanzia di qualità, e di rispetto dei diritti.