sabato 6 giugno 2026
Frontiera mobile a Est
Poniamo che in Germania vinca Afd, Alternative für Deutschland, e in Polonia (ri)vinca il partito PiS (Diritto e Giustizia) dell’attuale capo dello Stato Karol Nawrocki, l’avvenire sarebbe fosco.
Nero femminile
Lei e lei sono belle, attraenti
e semplici, la padrona di casa ricca e isterica e la ragazza che si propone innocente come donna
di casa. Se non che, naturalmente, non tutto è come appare. E di nodo in nodo, ora sciolto
ora riaggrovigliato, la vicenda va avanti con una suspense leggera ma costante. Opera della scrittrice
Frieda McFadden, che è anche medico, seppure ora a tempo perso, oltre che madre di famiglia,
e monogama, e sa come dosare le colpe e le sorprese - in questo thriller che è il suo maggiore
successo.
Con forti ruoli per Sidney Sweeney
e Amanda Seyfried, che sono in scena dall’inizio alla fine, sembra quasi fotogramma per
fotogramma, ossessionanti, e ci danno sotto.
La colpa è naturalmente di lui
– c’è un lui, l’unico uomo di qualche rilievo nella vicenda, giusto per fare il cattivo, il marito
della donna ricca e viziata. Ma le donne – che poi diventano tre, c’è una sorella – non sono meno inquietanti.
Paul Feig è nato comico, non se la sarà sentita di montare tutto addosso a uno che vediamo
anche poco – ne parlano molto le donne, per
accusarlo.
Con un ruolo marginale in
questa vicenda hollywoodiana per Michele Morrone, della saga “365 giorni” – che invece avrebbe
potuto ben figurare, personalmente, nella vicenda.
Paul Feig, Una
di famiglia, Sky Cinema, Now
venerdì 5 giugno 2026
La terza Guerra del Golfo (8) – e la fine della Provvidenza
Si dice che Bismarck abbia detto, fra le tante frasi celebri, anche questa: “Dio ha una speciale Provvidenza per
gli sciocchi, gli ubriachi e gli Stati Uniti”. La cosa è sembrata presto a
rischio nel Millennio. Walter Russell Mead, il cattedratico e commentatore che
si legge negli Usa come un piccolo Kissinger, già nel 2007 ne sanciva la fine,
con “God and Gold”. Dopo l’11 settembre e le guerre inconcludenti di Bush jr.. Un
“By more than Providence” ha seguito, invece ottimista, ma ad opera di Michael
Green, ritenuto in America il maggiore specialista del Pacifico, ma collaboratore
del Pentagono e di Bush jr.
La storia naturalmente non si fa con le battute. Ma questo Iran che perde
sul campo ma vince in politica e in diplomazia è anch’esso roba da Provvidenza,
che si sarà spostata. Come in Ucraina, che i neocon(servatori) di Bush jr. e
gli intrighi di Biden vice-presidente hanno spinto a marciare contro la Russia
e verso la Nato, contrariamente agli accordi Usa-Russia post-Urss, ma per
perdere una parte consistente del suo territorio, e privare l’Europa dela R
ussia, senza alcun beneficio per l’America.
(fine)
Trump e Netanyahu hanno resuscitato gli ayatollah
“Come una Repubblica
islamica rinnovata trasformerà il Medio Oriente” è il tema del saggio, di due autori
molto laici: “All’inizio della guerra di Stati
Uniti e Israele contro l’Iran, a febbraio, la Repubblica islamica appariva
provata e indebolita. I bombardamenti su larga scala avevano distrutto l’industria
e le infrastrutture, e il blocco navale statunitense aveva devastato un'’economia
già in difficoltà. Ai primi di marzo, il presidente americano Donald Trump
dichiarò ai giornalisti a bordo dell’Air Force One: «Abbiamo decimato il loro
intero impero malvagio». Alcune settimane dopo, proclamò una «vittoria totale e
completa». A tre mesi dall’inizio del conflitto, tuttavia, la
situazione appare ben diversa. L’Iran conserva le sue capacità militari e
industriali e, nonostante l’appello di Trump agli iraniani a rovesciare il
regime, non si profila alcuna rivolta popolare. L’obiettivo iniziale della
guerra – infliggere il colpo di grazia alla Repubblica islamica – si è rivelato
irraggiungibile”.
Non è tutto: “Anziché
spezzare l’Iran, il crogiolo della guerra lo ha trasformato in modi
inaspettati. Per sopravvivere e acquisire nuovi vantaggi strategici, la
Repubblica Islamica ha dovuto adattarsi e innovare, cambiando il modo in cui
conduceva la guerra, governava lo Stato e amministrava la società. E ha dovuto
farlo con una rapidità senza precedenti. Teheran ora è fiduciosa di quanto ha
ottenuto ed è determinata a consolidare questi successi sia in patria che all’estero.
La guerra ha dato origine a un nuovo Iran, un Iran che rimodellerà il Medio
Oriente e influenzerà il corso della geopolitica per gli anni a venire”.
I lettori di questo sito
lo sanno da un pezzo: è già possibile vedere in atto gli esiti non voluti di
questa guerra, sul regime in Iran, e sulla libertà di navigazione, nel Golfo,
nel Medio Oriente, sulla proliferazione nucleare, sulle egemonie mondiali. Nasr
è uno studioso iraniano presto emigrato in America, professore alla Johns
Hopkins, della cui Sais, School of Advanced International Studies, è stato
anche preside, consulente strategico sul Medio Oriente. Bajoghli, americana di famiglia
iraniana, è professore associato della stessa Johns Hopkins University Sais.
Narges Bajoghli-Vali Nasr, Iran’s New Grand Strategy, “Foreign Affairs”, luglio-agosto 2026, in
libera lettura online - anche in italiano, La nuova grande strategia dell’Iran)
giovedì 4 giugno 2026
Secondi pensieri - 585
zeulig
Coerenza – Non è più una virtù. All’ombra dell’incoerenza della verità. O del primato del dubbio, “democratico”. Con spreco di W. Whitman, “sono vasto, contengo moltitudini”. Che non implica l’incoerenza - non c’è piega, quisquilia, vaghezza più coerente di Whitman, monotematico, perfino monotono. O di De Gregori oggi, il cantautore, sotto accusa per voler essere se stesso, coerente da sempre, contro il “pensiero unico” quando era una ghigliottina affilata – quando imperava (ma sempre dominane nella penisola, sebbene in colpa – e ora a destra dopo essere stata, mozzateste spietata, a sinistra).
Colonialismo – È praticato da Israele,
indubbiamente – è dichiarato. Solo da Israele, a mezzo secolo dagli anni delle
indipendenze (in automatico, senza più l’opposizione delle potenze coloniali). Solo
da Israele. Come politica, di governo e parlamentare, quindi elettorale – di un
governo cioè elettivo. Non su aree deserte, abbandonate o male amministrate, ma
su superfici abitate e vissute, da popolazioni operose.
Intellettuale – Litigano ultimamente
sul concetto (ruolo, professione) intellettuali di destra, Veneziani, Buttafuoco,
il ministro delle Cultura, la quale si caratterizza per essere anti-intellettuale.
Checché i termini vogliano significare – ma un minimo comune denominatore c’è,
è l’esercizio dell’intelligenza, condita da maturità (esperienza) e cultura
(studi – non c’è, non ancora, un intellettuale ignorante). Tradizionalmente vagante
tra due estremi – anche prima della prima sistemazione intellettuale del
concetto, di Julien Benda un secolo fa: l’anticonformista (ora outsider,
anche underdog) che di ogni evento e momento protesta l’inadeguatezza,
anche con sottigliezza di argomenti e\o veemenza, “savonaroliano”, e il soldato
combattente, della verità – di una verità, meglio se di parte, quindi professabile,
come un tempo la santità\martirio. Indirizzato cioè a un impegno di verità, l’outsider
di Said, senza attaches condizionanti, oppure a impegno sociale, l’intellettuale
“organico” di Gramsci.
Si vuole “radicato”, moralmente, politicamente, anche etnicamente,
ma nella condizione dell’outsider, dell’osservatore esterno. Una forma
di (auto)esilio.
È come dice Adorno nei “Minima moralia” (o “Riflessioni sulla vita
danneggiata”): “È parte della moralità di non essere a casa nella propria
casa”. Liberi cioè di usare il proprio raziocinio, senza pre-condizioni o
preconcetti. Dello “sradicamento radicato” che in fondo è l’esercizio della libertà.
Libertà – Un esercizio, una pratica, non una condizione.
Le stesse norme garantiste, costituzionali, sono un esercizio più che un dato,
in aggiornamento (interpretazione, evoluzione).
La libertà è contraria all’uguaglianza – è piuttosto “a ciascuno
secondo i suoi meriti”. Non classista,
ma sempre nel solco delle prime leggi contro la povertà a Westminster
negli anni 1830, se il sussidio non favoriva il parassitismo.t
Storia – Va per sviluppi improbabili più che
probabili, secondo la lezione di Morin? Per gli uni e per gli altri, certo. Ma
le novità – improbabilità – sono il nerbo, il suo forte. La minuscola Atene dà
scacco all’impero persiano mastodontico, due volte, per terra e per mare. Per essere
poco dopo sottomessa da Filippo il Macedone, un predone – un troglodita per i
canoni ateniesi. Che avrà un figlio, Alessandro, che conquisterà il conquistabile
in pochi anni, a pochi anni di età.
L’impero romano ha introdotto i tempi lunghi della storia. Ma è una
forma, più che un fatto – un impero modulare: adattabile, rinnovabile.
Le idee fanno la storia - anche le idee. La rivoluzione francese è stata
mossa da un’idea, più che dal revanscismo politico-sociale: l’idea dell’uomo,
dell’individuo, i diritti umani. Così come lo era stato del Rinascimento, altra
rivoluzione radicale, sebbene indolore: la riscoperta dell’individuo, principe
o artista, ma anche artigiano, religioso, e donna (c’è la donna nell’Umanesimo).
Verità – È nei fatti, negli eventi – gli accadimenti.
Ma anche nella mente, come conoscenza e come comunicazione. Un processo di cui
la maestria risiede nel totalitarismo – che è un fato bruto, di forza, ma spesso
nella forma della persuasione, della “verità”. Secondo Hannah Arendt. Secondo
Orwell, naturalmente. Ma questa si può dire una verità funzionale, a un obiettivo
– la verità del totalitarismo, in Orwell e non solo, è che esso intende creare
una sua realtà.
Arendt lo spiega in un appunto: “Se la filosofia occidentale ha
sempre sostenuto che la realtà è verità, adequatio
rei et intellectus, il totalitarismo ne ha tratto la conseguenza che noi
possiamo fabbricare la verità nella misura in cui fabbrichiamo la realtà”. Il
dittatore totalitario non è Attila né Napoleone, non rapina, neanche per le
sorelle. È un demiurgo, fabbrica realtà-verità, in-differente al rosso e al
nero. E non per farci più saggi ma per coinvolgerci “nel deserto delle proprie
conclusioni e deduzioni logiche astratte”. Il difetto è antico, stando a
Bacone, che però è uno che crede, pure lui, alla verità: è di Aristotele, il
quale la fisica fece dialettica, e la metafisica volle realista. Gli scolastici
fecero peggio, abbandonando l’esperienza.
zeulig@antiit.eu
La terza Guerra del Golfo (7) – Abramo addio, Nato araba
Vittima della guerra è al momento Israele, di Netanyahu e dopo. Perché il nodo nucleare non si può sciogliere, non con le armi. Mentre la normalizzazione dei rapporti con le petromonarchie del Golfo, con la garanzia americana, gli “accordi di Abamo”, è la prima vittima della guerra. Non solo gli Al Thani del Qatar – a settembre bombardato da Israele - e i Saud dell’Arabia se ne tengono lontani. E i Sabah del Kuwait. Avrebbero ora dubbi anche gli Al Maktum del Dubai, benché la federazione, Emirati Arabi Uniti, e cioè Abu Dhabi, abbia avviato gli accordi cinque anni fa, sullo scorcio della prima presidenza Trump. Anche il Pakistan, a cui era stato esteso l’invito a sottoscrivere nel 2020, è ora fuori.
Invece che della pace con Israele, si parla di una Nato araba - o islamica, con Pakistan e Turchia. Che probabilmente non si farà, il panarabismo è da tempo defunto. Ma è stata proposta in Egitto, trovando subito echi in Qatar e in Kuwait, e ufficiosamente in Arabia Saudita e in Siria. Una alleanza difensiva, naturalmente.
La normalizzazione dei rapporti con Israele, con
la garanzia americana, rimane limitata ad Abu Dhabi e al Marocco - a cui Trump ha dato in cambio il riconoscimento
della sovranità sul Sahara ex spagnolo, contesa dall’Algeria. E al Kazakistan. E ai trattati di pace, sempre patrocinati da Washington, con Egitto e Giordania.
(continua)
La faccia nera dell’impero italiano
Arrivati nella
seconda puntata alla conquista dell’Impero, e poi alla sua gestione, ancorché
breve, di cinque o sei anni, è stato d’obbligo parlare del regime di apartheid
che l’Italia fascista si sforzò di
imporre nella vastissima civilissima cristiana Etiopia. E della brutalità di Graziani,
tra il governatorato del maresciallo Badoglio, che aveva operato la conquista,
e quello del duca d’Aosta, che la perderà nella guerra con l’Inghilterra: l’uso
della proibitissima iprite e delle bombe incendiarie, le stragi – specie nei conventi
– di centinaia e di migliaia di persone, dopo l’attentato alla bomba subito ad
Addis Abeba. Uno che Cazzullo può dire “poco intelligente”, ma pure stava lì –
dopo avere brutalizzato la Libia.
Resta singolare la
scelta del programma. Che si pensava alla prima puntata potesse avvalersi di documentazioni
fotografiche e cinematografiche inedite. E invece no. Anche come appiglio, è
sembrato debole: la ripubblicazione del diario-racconto del novizio Montanelli,
nuovo al giornalismo e all’Africa. Ma di Montanelli poche batture – giustamente:
aveva solo di che vergognarsene, per giovane che fosse. Inevitabilmente il racconto
– fatto da Cazzullo in prima persona – è delle grandi battaglie, in cui
migliaia di italiani morirono, per colonie inutili: Dogali, Adua, le due Amba Aradam,
Cher en. In cui i pesi altrettanto inevitabilmente
si dividono, tra abilità (e fortune) e incapacità (e sfortune). L’esito è rianimare
un passato che sembra remotissmo e quasi avulso, e invece c’è stato, faticoso, costoso
e anche sacrilego, a nessun fine e anzi fallimentare.
Unica
consolazione, che sorprende e rallegra lo stesso Cazzullo, evidentemente digiuno
di Africa, è la scoperta di una Eritrea “italiana”, nobilmente tale. A Massaua
soprattutto, ma anche all’Asmara. Nell’urbanistica, l’edilizia, la lingua parlata,
i caffè, gli alberghi, i dolci, la cucina, i cinema, le strade, le ferrovie. Anche
linda e operosa. Di cui forse sarebbe stato opportuno aggiungere che è a forte
emigrazione (oggi sotto regime dittatoriale, dopo una guerra di quasi mezzo
secolo contro l’Etiopia), non verso l’Italia. E che la guerra di liberazione dall’Etiopia,
a cui il governo inglese improvvidamente l’aveva assegnata nel dopoguerra, nella
divisione delle spoglie dell’impero italiano, l’Eritrea la combatté sul piano
giuridico, all’Onu e altrove, con le c arte e i documenti italiani, da Assab in
poi, 1869, il primo sbarco italiano in Africa nel nome di Rubbettino, l’armatore
genovese. Il colonialismo è parte dell’Africa come è.
Due puntate, cinque ore piene di tramissione.
Aldo Cazzullo,
Faccetta nera, La 7
mercoledì 3 giugno 2026
La terza Guerra del Golfo (6) – nucleare
Se c’è una ragione per la guerra di Trump e Netanyahu è la distruzione del
potenziale nucleare iraniano, della Bomba. Ma con la guerra la Bomba ha fatto il suo
ingresso nel Golfo. Quella sciita, iraniana, non sappiamo, è materia della trattativa
in corso. Quella “sunnita” invece c’è: la guerra ha introdotto nel Golfo il
Pakistan, la Bomba “sunnita”.
Il Pakistan, che gestisce
la trattativa per mettere fine alla guerra, mediatore affidabile, cioè con
carte da giocare sia a Washington che a Teheran, è legato da un patto di difesa
nucleare con l’Arabia Saudita. Da otto mesi, su iniziativa dell’Arabia. La quale
si è munita dal possibile allentamento dei legami con gli Stati Uniti. E allo
scoppio della guerra ha voluto schierati i caccia pakistani a Riyad. A
protezione dall’Iran certo, ma non c’è stata reazione quando Teheran ha provato
a bombardare siti sauditi, per quanto marginali.
(continua)
martedì 2 giugno 2026
La terza Guerra del Golfo (5) – la pace cinese
Primo obiettivo della presidenza Trump era il confronto con la Cina,
arrivata nei primi anni 2020 a competere alla pari con gli Stati Uniti, e anzi a
insidiarne la supremazia, economica e politica. Su questa strada Trump ha avviato
il suo secondo mandato, con l’appeasement verso la Russia sull’Ucraina (forniture
militari, sanzioni), per farla uscire dall’isolamento e dall’abbraccio con Pechino.
Con la guerra all’Iran ha invece rimesso la Cina al centro della scena.
Con discrezione, al suo modo caratteristico, Pechino ha fornito all’Iran
materiali e tecnologie militari sensibili, specie per i droni e la missilistica.
E fa ora la pace, attraverso il Pakistan: la mediazione del Pakistan ha il peso
che ha avuto in queste settimane perché orientata da Pechino. Avanzata dal “quartetto islamico”, Arabia Saudita, Egitto, Pakistan e
Turchia a Islamabad il 24 marzo, si è definita dopo il sostegno cinese, e colloqui
sino-pakistani, nella proposta in cinque punti per il cessate il fuoco che Stati
Uniti e Iran hanno accettato il 7 aprile.
Pechino aveva già fatto fare, nel 2023 (Dichiarazione di Pechino), la pace fra Iran e Arabia Saudita, in guerra by proxy nello Yemen. Lo Stretto di Hormuz, il cui controllo doveva pesare sulla Cina, è ora sotto controllo della Cina - indiretto naturalmente, alla maniera cinese, confuciana, per non dire sorniona. Dalla Dottrina Carte alla Dottrina Xi?
(continua)
Cronache dell’altro mondo – insonni (407)
Secondo una indagine dell’American Academy of Sleep Medicine, poco meno
della metà degli americani adulti (il 48 per cento) ha utilizzato un
dispositivo per il monitoraggio del sonno, uno smartwatch o una app, per tenere
sotto controllo la qualità e la durata del sonno. In aumento rapido rispetto al
35 per cento che si registrava tre anni prima.
La maggior parte di chi vi ha fatto ricorso – il 55 per cento – ha poi
agito sulla base delle indicazioni ricevute dal dispositivo, modificando le
proprie abitudini.
Ma questa stessa ricerca del sonno migliore, o sleepmaxxing, che
si svolge anche attraverso varie pratiche e prodotti, oltre che con le misurazioni,
figura tra le cause della perdita di sonno, o anche dell’insonnia. Secondo il
sondaggio, la maggior parte degli adulti (76 per cento) ha perso ore di sonno
per l’uso delle tecniche e gli strumenti di sleepmaxxing.
Che il canto sia nazionale - f.to W. Whitman
Un gioco di parole
in inglese, tra “art” e “heart”, è uno dei tanti articoli che Whitman, qui
giovane di 26 anni, giornalista freelance per molti anni prima della
pubblicazione di “Foglie d’erba” nel 1855 – il 4 luglio, festa dell’Indipendenza
– collaboratore di decine di giornali e riviste, pubblicò nel 1845 sul “Broadway
Journal”. È la celebrazione di un gruppo di canto familiare, i Cheney Family Singers,
quattro fratelli e una sorella. Nel cui lavoro individuava uno “stile musicale
americano”, che riteneva necessario e proficuo.
“Abbiamo seguito
fin troppo a lungo, obbedienti e ingenui come bambini, le orme del Vecchio
Mondo. Abbiamo accolto i suoi tenori e i suoi buffoni, le sue compagnie d’opera
e i suoi cantanti, di ogni genere e provenienza; abbiamo ascoltato e applaudito
le canzoni composte per una diversa condizione sociale – forse create da un
genio regale, ma anche pensate per compiacere orecchie reali; ed è ora che tale
ascolto e tale accoglienza cessino. Lo spirito più sottile di una nazione si
esprime attraverso la sua musica – e la musica agisce reciprocamente sull'anima
stessa della nazione. I suoi effetti possono non essere visibili in un giorno o
in un anno, eppure questi effetti sono potenti e invisibili. Influenzano i
sentimenti religiosi – colorano i costumi e la morale – sono attivi persino
nella scelta dei legislatori e degli alti magistrati.
Con un
fotoritratto di Whitman irriconoscibile, pelo e abbigliamento molto curati,
molto “borghese”.
Walt Whitman, Art-singing
and Heart-singing, “The New York Review of Books”, free online, leggibile
anche in italiano, Canto artistico e canto del cuore).
lunedì 1 giugno 2026
La terza Guerra del Golfo (4) – Fortezza Europa
Quello che non hanno fatto i dazi di Trump lo ha fatto, di colpo, la guerra
di Trump: l’Europa ha preso la scossa. Dimenticata dagli Stati Uniti, si è scoperta
interamente esposta alle tempeste sul suo lato destro, nell’area amica del Golfo
dopo che sul fronte russo. E ha reagito.
Apparentemente è l’Europa di sempre, languente. Perché era l’Europa
franco-tedesca, e quel mondo è all’ora di un nazionalismo becero e reazionario.
Ma sugli interessi no, ha cominciato a capire di essere rimasta un punching-ball
tra le potenze, commerciali e militari, il vaso di coccio tra i vasi di ferro.
Reagisce scompostamente, sia sulla difesa che sui commerci – ognuno per sé.
Ma sa di doversi difendere, ed è un passo importante – non ci aveva mai pensato.
A Hormuz come nel mar Rosso e in Ucraina. Con la Cina come con gli Usa e con l’America
Latina.
Niente più volenterosi, come nelle precedenti guerre del Golfo. E nemmeno più logistica - non da Sigonella. Diplomazie praticamente incomunicabili. Piani militari e di armamento autonomi, terrestri, aerei e anche missilistici. Anche lo scambio di informazioni sarebbe interrotto.
(continua)
L’America è un altro mondo
Un documento d’archivio
interessante per più aspetti: la ricostituzione di un’intervista lunga poco
meno di un’ora di Hannah Arendt su Tf 1, la Rai 1 francese, con Roger Errera, il
4 luglio 1974, montaggio di più di otto ore di conversazione registrate nell’ottobre
1973. Specialmente interessante sul totalitarismo, la Costituzione americana e
il Watergate, Israele e il rapporto degli ebrei con Israele. L’interlocutore,
Errera, era un civil servant francese di grado elevato, ex allievo
dell’Ena, l‘alta scuola di amministrazione, consigliere di Stato subito dopo la
laurea, quarantenne all’epoca – di famiglia ebraica, che sotto l’occupazione
tedesca si era salvata nelle Alpes Maritimes, sotto la protezione italiana.
Qualche anno più
tardi, nel numero del 26 ottobre 1978, la “New York Review of Books” pubblicò la
trascrizione dell’intervista con l’interpolazione di alcuni tagli recuperati dai
materiali preparatori – è il testo qui riproposto.
Sull’America, da
europea emigrata a 32 anni: “La mia impressione predominante è che l’America
non sia uno stato-nazione. Gli europei hanno grandi difficoltà a comprendere
questo semplice fatto, che in teoria dovrebbero conoscere. Questo paese non è
unito né dalla eredità, né dalla memoria, né dal suolo, né dalla lingua, né da
un’origine comune. Non ci sono veri americani qui, eccetto i nativi americani.
Tutti gli altri sono cittadini, e questi cittadini sono uniti da una sola cosa,
ed è una cosa importantissima: si diventa cittadini degli Stati Uniti
semplicemente accettando la Costituzione.
“Dal punto di
vista francese o tedesco, la Costituzione è semplicemente un pezzo di carta.
Può essere emendata. Ma qui, è un documento sacro. È il costante promemoria di
un atto unico e sacro: l’atto fondativo degli Stati Uniti. La sua fondazione
consistette nell’unire in un'unica entità minoranze etniche e regioni
completamente diverse, senza tuttavia appiattire o cancellare tali differenze.
“Tutto ciò è molto
difficile da comprendere per uno straniero. Possiamo quindi affermare che in
questo sistema politico è la legge a regnare, non gli uomini”.
Sul Watergate e la
recente crisi tra la presidenza americana e il Congresso. Il problema nasce dalla
Costituzione, che lo ha lasciato aperto, se non lo ha aperto: “I Padri
Fondatori non credevano che la tirannia potesse scaturire dal potere esecutivo,
perché lo consideravano nient’altro che la semplice esecuzione, in varie forme,
di quanto deciso dal potere legislativo; mi fermo qui. Oggi sappiamo che il
pericolo maggiore di tirannia proviene proprio dal potere esecutivo.
“Ma se prendiamo
alla lettera lo spirito della Costituzione, cosa pensavano i Padri Fondatori?
Credevano di essersi prima liberati dal dominio della maggioranza, ed è per
questo che sarebbe un grave errore pensare che ciò che abbiamo sia una
democrazia. Un errore che molti americani condividono. Quello che abbiamo qui è
un sistema repubblicano. I Padri Fondatori erano principalmente preoccupati di
preservare i diritti delle minoranze perché credevano che in un organo politico
sano debba esserci una pluralità di opinioni”.
Sull’opinione pubblica:
se non c’è, non c’è democrazia, libertà – si è liberi se si è informati: “Quando
non avremo più una stampa libera, tutto può succedere. Ciò che permette a
una dittatura totalitaria, o a qualsiasi altra dittatura, di regnare è la
mancanza di informazione; come si può avere un'’opinione se non si è
informati? Quando tutti ti mentono costantemente, il risultato non è che
tu creda a quelle bugie, ma che nessuno creda più a niente”.
Le considerazioni
finali sono su Israele e la diaspora ebraica. Da un punto divista sionista,
quale Arendt era stata e si professava – benché non convinta da un viaggio in
Israele prima della guerra. Israele è nato come “rifugio per ebrei polacchi”, e
ne risente nell’atteggiamento vero i palestinesi: “L’atteggiamento verso gli arabi
dipende in gran arte da un’identificazione che gli ebrei provenienti dall’Europa
centrale hanno sempre avuto istintivamente, senza riflettere”. Ma Israele “deve
essere necessariamente uno Stato-Nazione”, come c’è la Germania, c’è la Francia.
La diaspora è come l’emigrazione da questi paesi. Senza religione: “Si dice «religione»,
ovviamente pensando al cristianesimo, che è un credo, una credenza, una fede.
Non è assolutamente così per l’ebraismo. È una religione nazionale in cui
religione e nazione coincidono”. Si è ebrei per nascita - e quindi per razza?: “Secondo
la legge ebraica, si nasce ebrei e si rimane sempre ebrei. Finché una persona
nasce da madre ebrea, il test di paternità è proibito; è ebrea per natura”.
Roger Errera, Entretien
avec Hannah Arendt (1973), “Les-Crises”, free online (leggibile anche in
italiano, Intervista con Hannah Arendt)
domenica 31 maggio 2026
La terza Guerra del Golfo (3) – l’Iran potenza regionale
Come che vada la guerra, anche se Stati Uniti e Israele riprenderanno i bombardamenti, un
esito lo ha già avuto: ha fatto dell’Iran degli ayatollah, “Stato canaglia”,
una potenza regionale. Agli occhi dei suoi proxies, Cina e Russia, prima
scettici. Di più in chiave regionale, nei confronti di Israele, e nei confronti
dei potentati arabo-islamici, dalla Turchia all’Oman e al Pakistan.
Il reciproco disprezzo, arabo-persiano è millenario – è culturale prima che religioso, fra sciiti e sunniti, ormai
“innato”, come un linguaggio. Senza conseguenze pratiche. Fino ad ora. Ora sia
gli Emirati (Kuwait, Abu Dhabi-Dubai, Qatar, naturalmente lo sciita Bahrein) che
l’Arabia Saudita temono l’Iran. Anche per essersi scoperti non protetti dagli
Stati Uniti, neanche militarmente, malgrado l’indiscussa supremazia.
La Turchia di Erdogan ha un incomodo in più nel suo gran disegno di supremazia
locale. E com Erdogan la “sua” Siria, che solo da poco si era liberata degli
ayatollah, degli alauiti-sciiti.
Più di tutti ne potrebbe soffrire Israele (ma questo è un capitolo a
parte).
(continua)
Problemi di base al Giro d'Italia - 917
spock
Roma vetrina
del Giro d’Italia per la pubblicità dell’editore Cairo - a gratis?
Non è traffico
d’influenze - con o senza il concorso esterno?
Chi paga lo
straordinario festivo, diurno e notturno (a Roma dopo le h.16), agli nmila
vigili addetti alla sorveglianza dei nove km del giro, da fare otto volte, più
l’Ostia-Roma?
E le transenne
– dieci, venti, trenta km di transenne?
Danno erariale
no, siamo tutti compagni di merende – per un’ospitata nei giornali o la tv di
Cairo?
E perché
Milano non vuole il Giro, né alla partenza né all’arrivo (anche la Milano-Sanremo
fa partire da Pavia)?
spock@antiit.eu
Quando la Russia scopriva l’Europa, e l’Italia
Nel 1436-37 si
tenne, dapprima a Ferrara e poi a Firenze, un ultimo concilio tra la chiesa di
Roma e quella d’Oriente in vista della riunificazione. Con la partecipazione
dell’imperatore di Costantinopoli e dei suoi eredi, in cerca di un’alleanza che
rigenerasse lo spirito delle crociate, contro l’assedio islamico che lo
minacciava. Non si concluse nulla. Cioè, si concluse con una riunificazione,
che non tenne un giorno. L’imperatore e i metropoliti ortodossi che
parteciparono al concilio e siglarono e l’intesa furono sconfessati al ritorno.
Tra essi il metropolita russo Isidoro, di Mosca, il cui viaggio è la materia di
questa cronaca, stesa da un segretario. La chiesa di Roma e i principi
cristiani non aiutarono minimamente Costantinopoli contro i turchi.
A cura di Alda
Giambelluca Kossova, che lo ha ripescato come “primo diario di viaggio di un
russo nelle terre europee occidentali”, e lo ha tradotto – alla lettera? – con
una gradevole patina antiquata, una cronaca che si fa leggere per la
descrizione, generica ma anche minuta, sorpresa, delle novità delle tante città
tappa. E delle abitudini urbane in materia di accoglienza - che comunque per il
metropolita russo sono sempre in pompa.
Attraverso Kaliningrad e i Paesi baltici, Lubecca, la Germania settentrionale
e centrale, l’Austria e le Alpi, Venezia (città stranissima), Ferrara,
l’Appennino tosco-emiliano, e “la gloriosa città di Firenze”, luogo di molta
ammirazione. Nonché di una fede sempre credula, malgrado le diatribe teologali
che impediranno la riunificazione. Da ultimo superlativa: fra le cose notevoli
di Zagabria, “il giorno sette del mese di febbraio”, il cronista vede “nella
chiesa, in una teca nell’altare, il corpo perfettamente integro di un bambino,
uno degli assassinati da Erodoto quando nacque Gesù”. Proprio così, con l’Erodoto
per di più invece di Erode – svista della traduttrice? refuso?).
Anonimo russo, Da
Mosca a Firenze nel Quattrocento, Sellerio, remainders, pp. 64 € 6
sabato 30 maggio 2026
La terza Guerra del Golfo (2) – gli Stretti si restringono
Si discute, fra i punti controversi della tregua Usa-Iran, la liberta di
circolazione attraverso lo stretto di Hormuz - quale è stata di norma prima
dell’attacco Usa-Israele di marzo. Un problema che non c’era prima e che comunque
si risolva darà una leva all’Iran: l’Iran potrà “accettare” la libera
circolazione, come una concessione, mentre fino alla guerra non aveva, e non
pretendeva, nessun potere. Lo stretto di Hormuz è centrale ngli approvvigionamenti
energetici mondiali.
La libera circolazione negli stretti “internazionali” è regolata da una
convenzione, del 1982, la Convenzione di Montego Bay, in Giamaica. Che né gli Stati
Uniti né l’Iran riconoscono. Ma contro la quale non avevano in nessuna
occasione sollevato problemi. Ora si pone già il problema dello Stretto di Taiwan.
Dello Stretto di Malacca, tra Indonesia e Malesia, che non ne riconoscono lo
status “internazionale”. E in prospettiva degli stretti “nazionali”, Suez,
Panama e i Dardanelli.
I Dardanelli e il Bosforo sono regolati da una convenzione
internazionale (Montreux 1936), che la libertà di transito pone sotto la tutela
militare turca.
Lo Stretto di Hormuz si riteneva regolato dalla Dottrina Carter, una garanzia americana ala Porta Aperta nel Golfo, ora non più.
(continua)
I dazi sono buoni e fanno bene
Cosa c’è dietro la
politica americana dei dazi. Il sottotitolo dice già tutto: “La teoria del
commercio internazionale deve adeguarsi ai dazi doganali, alla politica
industriale e ai costi della globalizzazione”. La globalizzazione è stata
un bene per molti, ma non per tutti. Per molti è stato un trauma – bassi salari,
perdita di potere d’acquisto, precarietà sociale, licenziamenti,
disoccupazione, deindustralizzazione. E per molte economie ha significato stagnazione
o bassa crescita – un trend lungo
ormai oltre trent’anni. La globalizzazione, insomma, va ripensata.
“Per circa 30
anni, dazi e regolamentazioni sulle importazioni sono stati considerati un tabù
politico. Per parafrasare la battuta dello scrittore inglese G.K.
Chesterton sul cristianesimo: i dazi non sono stati sperimentati e ritenuti
inadeguati, ma respinti dai modelli economici più all’avanguardia e lasciati inesplorati. I politici, timorosi di
sfidare il consenso elitario derivante da tali modelli, hanno precluso l’universo
di opzioni e strategie per risolvere le sfide dell’America. Finché il
presidente Donald Trump non ha cambiato le cose e, così facendo, ha fatto un
regalo agli economisti. Il ritorno di dazi e regolamentazioni sulle
importazioni crea l’opportunità di aggiornare vecchi presupposti e modelli
obsoleti con le prove concrete dei dati e dell’esperienza reale.
“È interessante
notare come queste politiche siano state considerate inaccettabili. Gli
ideatori del sistema economico internazionale del secondo dopoguerra erano
consapevoli dei rischi di un commercio senza restrizioni, come significativi
squilibri commerciali o pericolose dipendenze dalle importazioni. Questi
ideatori consideravano la sovranità e la sicurezza nazionale come obiettivi di
pari importanza rispetto a una prosperità diffusa. L'Accordo generale sulle
tariffe doganali e il commercio (GATT) fu deliberatamente negoziato per
consentire un uso efficace delle tariffe al fine di garantire la sicurezza
essenziale, prevenire danni alle industrie nazionali, contrastare la
concorrenza sleale, promuovere lo sviluppo economico e affrontare le sfide
della bilancia dei pagamenti. Il Comitato di coordinamento per il controllo
multilaterale delle esportazioni (CCMT) armonizzò le politiche di controllo
delle esportazioni tra gli Stati Uniti e i suoi alleati per presentare un
fronte economico comune contro l’Unione Sovietica e i suoi satelliti. Accordi
plurilaterali, come l’Accordo internazionale sullo stagno (ITS), gestirono
attivamente il commercio di materie prime chiave per salvaguardare le catene di
approvvigionamento.
“Negli anni ‘90,
politici, economisti e imprenditori hanno dimenticato le sfumature e il
pragmatismo dei loro predecessori, non riuscendo a comprendere che esistono
valide ragioni per preservare la capacità dei paesi di
gestire le proprie relazioni commerciali in base agli interessi nazionali. Nell’euforia
successiva alla caduta del Muro di Berlino, si adottò la semplicità dell’iperglobalizzazione:
non sarebbe forse meglio per tutti i popoli del mondo eliminare del tutto le
barriere commerciali?”. È vero, e non è vero. Il commercio internazionale va
regolato.
Non un’opinione.
Cioè sì, è l’opinione dell’avvocato commercialista che è il rappresentante di
Trump per i negoziati commerciali internazionali. Sintetizza quindi gli argomenti
“tecnici”, alla base delle decisioni di Trump. E rappresenta gli interessi
degli Stati Uniti, dell’economia americana nel complesso mondiale. Ma la sua
analisi si attaglia anche all’Europa. E ad altre economie mature, come quella
giapponese. E l’Fmi la presenta come un programma, più che un’arringa di parte –
uno studio che apre e connota la sua pubblicazione mensile di studi, “Finanza&Sviluppo”.
Una voce di parte, ma di sostanza: la
globalizzazione va ripensata. Cosa su cui è d’accordo anche la Cina.
Jamieson Greer, Economics
for the Real Economy, “F&D – Finance&Development”, International
Monetary Fund (leggibile anche in italiano, Economia per l’economia reale)
venerdì 29 maggio 2026
Problemi di base bellicosi ter - 916
spock
La violenza è
cieca, la guerra pure?
Tutti uguali
nella guerra, aggressori e aggrediti, deboli e potenti, nel diritto e nel
torto?
Perché
scatenare una guerra che si sa di non poter vincere?
Perché colpire
prima di parlare?
Sfidare il mondo
è napoleonico – del tipo manicomiale?
Perché l’America paga e rifornisce le guerre di Netanyahu e non quella di Zelensky?
spock@antiit.eu
La terza Guerra del Golfo (1) – l’America isolata
Si dice come se gli Stati Uniti conducessero il gioco - “Trump congela l’intesa”,
Trump qui, Trump lì, “Trump blocca”, “Trump accelera” - mente il gioco lo dirige
da tempo l’Iran, da subito dopo i bombardamenti aerei. Sul piano della potenza
distruttiva non c’è paragone, ma su quello del negoziato Teheran ha più fieno
in cascina dell’“apprendista” Trump, in esperienza e in tecnica.
Trump ha scatenato una guerra che ora non sa chiudere, come vorrebbe e
come ha capito subito dopo averla scatenata, tanti i danni che ha prodotto
senza alcun beneficio. Proveremo ad enumerarli.
Il primo è l’isolamento, palese. Nessuna forma di sostegno dall’Europa,
da Trump a lungo e brutalmente abusata. Né dagli alleati asiatici, Cina e
Corea, che più risentono della chiusura di Hormuz. Nessuna forma di sostegno da
Putin, che pure di Trump ha bisogno (in Ucraina e nel rapporto con la Cina), e
su Teheran ha molte leve. Mentre la Cina si chiama fuori, ma con molti riguardi,
diplomatici, economici, e anche militari, verso Teheran.
(continua)
L’autunno delle denunce
D’Amico, il
regista di teatro creatore e animatore dell’Accademia Nazionale di Arte Drammatica,
è stato rinchiuso per un paio di settimane a Regina Coeli, l’ottobre del 1943,
senza imputazione, nella Roma abbandonata a Mussolini e ai tedeschi. Poco più
di due settimane, dal 5 al 22 ottobre, e non particolarmente drammatiche (sotto
il fascismo al prigione era “normale”?), ma abbastanza per ricavarne moltissime
esperienze. O, almeno, di saperle scrivere: liberato, infatti, decide di
scrivere, “come quell’altro Silvio, più celebre”, sulle sue prigioni. Una galleria
componendo di personaggi di varia umanità, tutti per un motivo o l’altro interessanti,
tutti brevi e tutti dettagliati. Si va dal compagno di cella Giorgio Giubilo, redattore
sportivo del “Popolo di Roma”, che lo asseconderà nella convivenza pacifica, e
nella lettura, grazie alla biblioteca ben provvista del carcere (un giorno è il
Belli, insieme con Freud, “Totem e tabù”), o all’iniziativa del responsabile della
biblioteca, il cappellano monsignor Bonaldi, che gli spiega anche la geografia politica
del carcere: “I fascisti non possono fare gran che senza i Tedeschi; e ai
Tedeschi premono soltanto alcuni detenuti politici. Questi li hanno già
trasportati nel quarto braccio del carcere, il quale da un pezzo è occupato da
loro, e rigorosamente vigilato dai loro soldati. Degli altri, e in genere delle
beghe fasciste, i Tedeschi s’infischiano”. A uno spregevole siciliano pluriomicida,
per questo condannato a morte, che si finge pazzo per evitare l’esecuzione,
assecondato, è proprio il caso dai secondini, e anzi ricoverato, in solitario,
in infermeria, carcere privilegiato.
Ma i personaggi
sono tanti. Cioè, non poi tanti, ma tutti caratterizzati. C’è il maresciallo De
Bono, già triumviro, già comandante in capo in Etiopia, e da qualche parte, infermeria
o clinica, il conte Volpi. Ercole Patti, lo scrittore, “cordiale e simpatico”, anche
lui senza perché. “Un ingegnere Colombo dell’Eiar”. Il giornalista politico, fascista,
Achille Saitta. “L’avvocato Persico, uno dei più noti cassazionisti di Roma”. E
vari pezzi grossi del regime, di cui ora Mussolini si vendica. Tra essi “G.A.Fanelli,
spaurito e stornato come un uccello da preda messo ingabbia” - un giornalista, filosofo
del fascismo”, direttore de “Il secolo fascista”, che vivrà a lungo dimenticato,
fino al 1985. E (Renzo) Chierici, che fu Capo della Polizia i tre mesi prima
del 24 luglio, quindi la notte del Gran Consiglio che detronizzò Mussolini, implicato
18 anni prima “nell’assassinio dello sventurato don Minzoni, per mandato di
Balbo”.
Un’Italia raccogliticcia,
sfasciata. Che rendono plastica la colpa di avere abbandonato Roma ai fascisti
e ai tedeschi. Che non sapevano che fare. Da Gottardi (Luciano Gottardi, il fascista
sindacalista), anche lui carcerato, il racconto realistico (pp.68-69), breve e
sdrammatizzante, della notte del Gran Consiglio: “Nei momenti più bollenti fu
serbato un ordine, una calma essenziali. Non è vero che corsero insulti. È vero
che Mussolini s’era afflosciato”. Esponendo la situazione militare”, di “sfacelo
morale” – Pantelleria era organizzata per “una lunghissima resistenza”, ma si
arrese sotto i primi bombardamenti (“con quali perdite? due morti in combattimento
su quindicimila” effettivi).
Sulla rete di
fondo carceraria di un’insurrezione permanente dei detenuti “comuni”, dei condannati
per reati penali, nei “bracci” a loro riservati. Che pretendono la liberazione immediata
al cambio di regime. E quando Mussolini fa intervenire la PAI, la polizia
coloniale, che spara a mitraglia e con le bombe a mano, puntano con decisione, fiduciosi
di riuscirci, sugli occupanti tedeschi.
Molti come D’Amico
sono dentro e non sanno perché. Su denuncia. I regimi popolari cadono lenti. Dentro il carcere sis a anche di retate di ebrei.
Silvio d’Amico, Regina
Coeli, Sellerio, pp. 133, remainders, € 6
giovedì 28 maggio 2026
Ombre - 825
Un presidente del consiglio spagnolo, socialista,
ultralaico, che s’inventa una gita a Roma per parlare col papa, non si sa se ridere
o piangere. È un papa che parla castigliano, avendo fatto il missionario in Perù,
e questo si può capire. Ma va dal papa Sanchez, che non va da nessuna parte?
Per farsi benedire? Certo, ne ha bisogno, tra un po’ sarà l’unico socialista
ancora in circolazione.
La ristampa del “Corriere della sera”
del 17 agosto 1924, con la scoperta ferragostana del “cadavere di Matteotti in
una macchia nei dintorni di Roma”, offre, oltre agli “emozionanti particolari
della lugubre scoperta”, a settanta giorni dall’assassinio, un quadro politico
allora facilmente recuperabile: Mussolini, al governo da nemmeno due anni, con maggioranza
non elettiva ma raccogliticcia, attorno alla corona, poteva benissimo essere sfiduciato
- il giornale è perfettamente libero nella cronaca e nel giudizio. Ma il voto liberale,
da Croce in giù, e compresi i vecchi, Giolitti, Orlando, Salandra, lo salvò.
Ogni volta, da qualche anno, che il primo
ministro israeliano Netanyahu ha un’udienza al Tribunale che lo giudica per
corruzione, ne viene impedito da un impegno grave. Solitamente è un bombardamento
– negli ultimi anni a Gaza e in Libano. L’ultimo rinvio, martedì, è costato
almeno trenta morti in Libano. Non si potrebbe soprassedere a questo processo,
molti arabi sarebbero riconoscenti?
Il bello – cioè il brutto – è che il rinvio-con-morti
non fa notizia. Neanche per i comici.
Si discute in Germania cosa e come fare con la Cina. Pubblicamente. Di fatto Volkswagen si salva importando le auto
che produce in Cina, e l’Europa si adegua. E questo è il modus vivendi
dell’Europa: la Germania fa e il resto si adegua. L’auto franco-italiana per
prima, Stellantis – ma anche Skoda in Cechìa e Seat in Spagna. Con la
differenza che la Germania occupa da tempo il segmento alto del mercato, coi
carrozzoni Bmw, Mercedes e Audi, senza concorrenza cinese, e gli altri si attaccano.
È sintomatico che, quando il presidente
israeliano Herzog critica l’uso poliziesco dell’esercito, tipo SS per intendersi, riceva in patria solo
contumelie, anche gravi. In un Paese e un’opinione non controllata o dominata
da un regime, ma volontaria e attiva, libera. Per scelta.
Il Macro, il museo romano di arte contemporanea,
nel nobile quartiere di Porta Pia – via Alessandria, via Nizza, Corso Trieste -
chiude il cinema che aveva aperto a Natale, tra cineteca e novità: in cinque
mesi non c’è andato nessuno. Ma il sindaco Gualtieri non vuole dare il cambio di
destinazione d’uso alle decine di grandi sale di cinema chiuse da decenni: “Bisogna
conservare la memoria”. Per odio della proprietà, speculatrice, affamatrice?
Per qualche affaruccio tra compagnucci della parrocchietta, se ne può stare certi.
“Qualche mese prima dell’inchiesta per concussione
e dell’arresto di Sandra”, sua moglie, dice Clemente Mastella a Labate sul
“Corriere della sera”, “un mio parente di Napoli, che lavorava per i Servizi, mi disse: «Guarda che ti vogliono
fottere». Chiamai preoccupato Gabrielli e lui mi rassicurò. Su di me, insomma,
non c’erano indagini. E invece aveva ragione il mio parente di Napoli”. Gabrielli
era il direttore dei Servizi, Sisde e Aisi.
Però aveva ragione Mastella,
l’inchiesta era fasulla. Finì “in un nulla di fatto”, continua Mastella, “ma
dopo undici anni di calvario. Si poteva chiudere in mezzo secondo. Accusavano
me e mia moglie di concussione nei confronti di Bassolino? Bastava interrogare
Bassolino e chiederglielo. Non lo fecero mai: lo chiamò la mia difesa come testimone”.
“Ho la delega alla sicurezza”, dice il
sindaco di Milano chiudendo su “7”, il settimanale del “Corriere della sera”,
una serie di reportages sullo stato della città: “Ogni giorno il comando dei
vigili mi manda il rapporto di quello che succede. La maggioranza di chi commette
crimini di strada non ha origini italiane”. Cioè, visto da sinistra?
Soprattutto, Sala non si raccapezza: “Ci
si accapiglia su tram e piste ciclabili e si perde di vista tutto il resto.
Trenta o quarant’anni fa c’era un sistema più coeso tra sindaci e ruoli apicali
della società: vescovi, direttori di giornali, rettori, presidenti delle
associazioni, banchieri, imprenditori, tutti sentivano la responsabilità di
fare sentire la propria voce per il bene della collettività. Oggi non è più
così”. La democrazia non è più democratica?
Dice anche il sindaco Sala che si sente
d’improvviso stanco: “Il sindaco è il mio lavoro”, da “uomo del fare”, E aggiunge:
“Sono però profondamente toccato da quello che si è scatenato intorno a me, e ai
miei collaboratori, per le indagini della Procura”. Per concludere, sugli ultimi
mesi di mandato: “Resta una parte di Sinistra giudicante con cui fare i conti”.
La Sinistra si vuole giudicante? Khomeinista.
È del genere horror l’esercito
israeliano in funzione di polizia illegale, arbitraria. Come lo erano le SS.
Quale che sia l’opinione che uno può avere della Flotilla, del suo ruolo, delle
motivazioni. Contro una armada disarmata e brancaleone – certamente non terrorista:
un’esibizione di violenza. Senza nessuna riserva in Israele, una critica che
conti, una presa di distanza. Un’esibizione di forza bruta. Israele si fa forte
dell’Olocausto, e questo è un abuso – dovrebbe essere un abuso.
L’Ucraina bombarda la sede dei servizi
segreti russi a Kherson, ed ha la prima di giornali e tg. Poi, dopo qualche
giorno, si sa che l’attacco era a uno studentato, di ragazzi nel sonno, e niente.
Lo si sa anzi per caso, di sghembo. Il giorno in cui la Russia per rappresaglia
bombarda Kiev. Come breve, brevissimo, incomprensibile, inciso della grande
notizia del bombardamento.
Le “notizie di guerra” fanno parte della
guerra, ma ci sono limiti. P. es. bisogna sapere chi ci si mette in casa.
Calvino politico – o il Pci partito d’ordine
Nel 1976, in vista
delle elezioni del 20-21 giugno, che nelle previsioni dovevano sancire il
“sorpasso” del Pci sulla Dc, Calvino fu richiesto dalla “New York Review of
Books” di un articolo panoramico sulla novità italiana. Calvino scrisse un
saggio, “ben 36 cartelle dattiloscritte”, nota Umberto Campagnolo, che ne cura
la pubblicazione. Che però la rivista non pubblicò. Pur avendo letto
evidentemente il saggio riga per riga, poiché l’8 luglio il direttore della
rivista, Robert B. Silbers, che aveva commissionato entusiasta l’articolo a
Calvino, gli scrisse una lunga serie di obiezioni e richieste di chiarimenti.
Con tatto ma con fermezza. La lettera, indirizzata a Roma, raggiuse Calvino
nella residenza a mare in ritardo sugli eventi. Risponderà con altrettanto
lunghe spiegazioni a fine luglio , il 26. E la sua lettera finì semidispersa,
seguendo le peregrinazioni in vacanza di Silvers. Che il 3 settembre prendeva
atto che la pubblicazione era ormai fuori tempo.
Una testimonianza di
un certo tipo di giornalismo, impensabile in Italia. Ma che si legge
naturalmente per il Calvino pensiero. Non specialmente acuto, dice lui, in
materia di politica. E tuttavia, invece, “in palla”: coinvolto e volenteroso. E
sempre dettaglista, anche in politica – che in effetti non aveva mai
maneggiato, se non per il racconto della “bonaccia”. Ma allora à point. Berlinguer
è “pessimista per metodologia e per temperamento”. Fanfani “l’uomo che si era
sempre sbagliato”. Aldo Moro “da lungo tempo pare affetto dalla malattia del
sonno”. “Il Pc è un partito dei tempi lughi” – tanto lunghi che qualche anno
dopo non c’era già più. Il “comunismo” non c’è più, non in Italia, non in
Francia: “Quello che i sovietici intendono per «socialismo» s’identifica solo
con l’area dove arrivano i loro carri armati”. Con l’apprezzamento del ruolo
del Psi, malgrado il movimentismo suicida del suo segretario De Martino (“due
impopolari crisi di governo”, e il rifiuto del centro-sinistra che era l’idea e
la forza del suo partito). Un peccato e un delitto, “perché la presenza del Ps
è più che mai necessaria in un sistema politico come quello italiano che ha
bisogno di mediazioni e articolazioni…, e anche perché tra i socialisti ci sono
alcuni uomini tra i più seri e capaci”.
Apprezzatissimo il
ruolo, “fortemente innovativo”, di Gianni Agnelli presidente di Confindustria –
dopo l’accordo, non detto ma alluso, con Luciano Lama (Cgil) sul punto unico di
contingenza, sull’indicizzazione dei salari (quello che poi sarebbe stato imputato, non a torto, del carovita al 15 e al 20 per cento). Al centro della disamina: “Il
paradosso della situazione italiana”, del “sorpasso”, “ vuole … che i comunisti
vengano chiamati come elemento moderatore e stabilizzatore”. Un apprezzamento
tanto più elogiativo in quanto seguito dalle “cronache da Basso Impero”, della
corruzione “di regime”. Doppiata dalla “inefficienza dei servizi di ordine
pubblico e dei tribunali”. Dell’apparato repressivo, dei troppi spazi alla destra
eversiva, delle bombe: “Si sente la presenza di una rete di ricatti in cui le
bombe vengono usate come segnali di avvertimento. A chi?” E non solo le bombe.
C’è “l’anarchico Pinelli caduto da una finestra durante un interrogatorio di polizia”.
C’è “l’incriminazione del ballerino Valpreda probabilmente scelto in precedenza
come capro espiatorio ideale”. E c’è l’“assassinio del commissario Calabresi alla
vigilia deporre sulla morte di Pinelli”.
Poi Calvino s’intorcina
nell’andreottiana “politica dei due forni” (ma di Andreotti non c’è cenno, né
dei “forni”), nel rapporto tra lo Stato, Dc, e le regioni, dove una politica
diversa è possibile e si realizza. Insomma, da sinistra, un’anticipazione del
leghismo, e del “compromesso storico”. Ma, novità, in una prospettiva europea –
Calvino anticipa anche questo sviluppo, allora, alo stato delle cose, più
un’idea che un fatto: “L’Unione Europea sarà articolata sulle regioni più
ancora che sulle nazioni, perché le regioni, o meglio i gruppi di regioni, hanno
un’omogeneità economica e sociale che le nazioni non hanno”. È su questa
questione che Silvers ha cominciato a non capirci più bene.
Col testo
integrale delle osservazioni di Silvers, in originale e in traduzione, e delle
spiegazioni di Calvino. In appendice la riproduzione fotografica delle due
ampie lettere, di quattro e cinque cartelle dattiloscritte, con correzioni a
mano). E la lettera conclusiva di Silvers. Tra i materiali
anche un articolo di Calvino insolitamente polemico, per il “Corriere della sera”,
“Del mantenere la calma”, scritto di getto dopo l’assassinio del Procuratore di
Genova Coco e di due agenti della scorta l’11 giugno 1976, “per” la campagna elettorale,
contro “le due facce contrapposte e complementari del partito democristiano”,
di Moro e di Fanfani, il capo del governo e il capo del partito – non nominati
ma seppelliti dagli aggettivi: “Indugiante, e smorzante e sfumato” l’uno, “energico,
scattante e virulento” l’altro, entrambi “col solo proposito di mantenere una
immobilità assoluta”.
Italo Calvino, Il
sorpasso, “Corriere della sera”, pp. 136 € 9,90
mercoledì 27 maggio 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (634)
Giuseppe Leuzzi
Ma non c’è il Sud in Cina
Il pianista Lang Lang, in recital a
Roma al Parco della Musica, nella sterminata sala di Santa Cecilia, si esibisce
nella seconda parte in trascrizioni delle chitarrate di Albeniz e Granados, e
in quella di Liszt, dalle “Années de pélerinage”, di una tarantella napoletana.
Con passione e ritmo, che mandano in deliquio il pubblico solitamente
compassato.
Ora, è vero che i cinesi
sono mezzo napoletani e mezzo tedeschi, svelti e talentuosi, come ordinati e
precisi. E Liszt dà più andamenti - indicazioni di tempo - all’esecuzione,
quasi più che note nel pentagramma, per la parte conclusiva: accelerando,
rinforzando, focoso molto-fortissimo, strepitoso-prestissimo, martellato-giocoso
assai, sempre prestissimo, ben marcato il tema. In armonia con il brano,
più o meno trascritto, opina Cappelletto, musicologo princeps: “La
Tarantella è una terapia, e Liszt - così sensibile ai richiami del nativo folklore
magiaro – la riconosce come tale”. Sarà. Ma in Lang Lang mancava la riserva
mentale di altri pianisti famosi – di nessuno si saprebbe immaginare
un’esecuzione così partecipata di tante (al fondo, dietro il martellare di andamenti)
“bagattelle”. Il cipiglio è solo europeo?
Sudismi\sadismi –
dell’oneupmanshipmania, o celodurismo
Stravittorie al primo turno alle
comunali a Venezia, Salerno e Reggio Calabria. Il “Corriere della sera” dedica
un paio di pagine rispettosissime al vincitore di Venezia, e una mezza pagina di
“colore” - di buffonate – per uno a Salerno e Reggio: “Caccia ai posteggiatori
e opere faraoniche. Il ritorno di «Vicienz»” e “Gaffe, invocazioni e verbi
spericolati. Il mondo di «Ciccio»”. “Ciccio”, dunque, e “Vicienz”, due macchiette. Il Sud “si crea”, ogni girono – in questo caso
a opera di uno di Salerno emigrato a Milano.
“Se i nostri principi non
coincidono con quelli degli altri”, spiega retoricamente a Valerio Cappelli l’attrice
norvegese Renate Reinsve il dramma del film di cui è protagonista a Cannes, “Fjord”,
“se in Norvegia uno schiaffo sul sedere dato ai propri figli è ritenuto un abuso
sessuale sui minori?”. Ma questo se un rumeno sposa in Norvegia. Non c’è l’inverso,
non c’è dramma se una norvegese si sposa in Romania – se “i costumi non coincidono”
quelli della Romania non contano comunque.
Il clash di culture è
solo oneupmanshipmania – traducibile in “celodurismo”.
Se le radici sono infette
Todaro è nome familiare, in
agro di Gioia Tauro. E anche Cappellini: nomi di “amalfitani” che facevano il
commercio a Gioia. Nel film “Comandante” il regista De Angelis fa parlare
veneto Salvatore Todaro, il protagonista, il comandante di sommergibile autore
di un avventuroso salvataggio di equipaggio nemico nell’Atlantico. Mentre il Cappellini
del sommergibile da Todaro capitanato, “Comandante Cappellini”, figura livornese.
Come in effetti era (anche lui “amalfitano”?). Dacché il sentimento di
spoliazione, malgrado la forte tensione del film? Un tempo non avrebbe fatto
differenza. Le “radici” sono nozione infetta? Todaro, nato a Messina, a dieci
anni si era spostato a Chioggia, dove il padre, sottufficiale di artiglieria,
era stato trasferito. Magari parlava veneto. Sicuramente anzi, altrimenti perché
gravarlo di questa caratterizzazione?
Le radici – il sentimento, il riconoscimento,
la ricerca, la rivendicazione – sono fenomeno indiscusso da mezzo secolo, dal romanzo
con lo stesso titolo di Alex Haley, lo scrittore afroamericano, che ne impose la
voga. Il radicamento implica qualcosa che è comunque un capitale, tanto più
prezioso quanto antiquario o anche solo antiquato. Per cui da allora tutti gli
italoamericani, p.es., anche di terza e quarta generazione, si gloriano delle radici
italiane, per quanto umili o occasionali.
Il tema è anche filosofico, oggetto
di riflessione in particolare di Simone Weil. Se non che, subito dopo Haley,
emergeva Bossi, e il leghismo. Delle radici come sopraffazione. In una interminabile
partita o braccio di ferro. Anche manzoniana, tra vasi di coccio e vasi di
ferro, ma spietata. In che misura si può essere diversi dagli altri? In linea
di massima non c’è metro prestabilito, e nemmeno criterio di misurazione. Ma a
Milano evidentemente sì.
Nord e Sud uniti
nella lotta, contro lo Stato
Esordiva polemico Malaparte,
nell’autoesilio parigino, il 30 giugno 1947, nel “Giornale di uno straniero a
Parigi”: “È la prima volta dopo quattrodici anni, dopo il 1943, che dormo
senza problemi, senza angoscia, di un sonno giovane e libero. Amo l’Italia, amo
il mio Paese, difenderò sempre gli italiani, prenderò sempre le loro parti, è
in virtù del fatto che non tradirò mai il mio Paese, che posso dire la verità
sul mio Paese. L’Italia è un miserabile Paese di schiavi. Un Paese di uomini
sempre esposti, giorno e notte, alle violenze della polizia, della magistratura,
della delazione. Che sia Giolitti, o Mussolini, o De Gasperi, lo Stato disprezza
il cittadino, la giustizia lo schernisce, la polizia lo minaccia. Che importa
se l’italiano è, individualmente, un uomo libero? Dentro di sé può pensare quello
che vuole, se non teme la delazione. Può darsi tutte le arie che vuole: in
realtà è schiavo, sia dello Stato, sia degli altri italiani. Se non ha amici potenti
al potere, è alla mercé della polizia, della cattiveria, della gelosia dei vicini,
della debolezza, della codardia, della corruzione della magistratura, del suo asservimento
all’esecutivo e ai partiti. Sono stato arrestato undici volte in vent’anni, non
posso dormire tranquillo da nessuna parte, in Italia”.
La malattia è vecchia, costitutiva.
Nord e Sud uniti, per una volta, nella lotta?
Cronache della
differenza: Sicilia
Si arrestano una dopo l’altra
le sorelle, tre o quattro, di Messina Denaro. Un latitante al quale veniva data
la caccia ogni giorno per trenta o quarant’anni. Ma senza sorvegliare le
sorelle? Che, se vengono arrestate, sono colpevoli di favoreggiamento personale
- non alla cieca.
L’antimafia per ogni aspetto è
curiosa.
Ma non solo in Sicilia.
Si diffonde in Italia negli ospedali l’uso di ancorare
le carrozzine per invalidi a una moneta di due euro, come col carrello del
supermercato, in maniera da averi sempre in ordine, per l’utilizzo immediato in
caso di bisogno, e non abbandonate dove capita. Ma i due euro, restituibili al
riaggancio, fanno scandalo, con inviati speciali, quando si adottano in un
ospedale della Sicilia.
Il pianista Lang Lang, in recital a Roma al Parco della Musica, nella sterminata sala di Santa Cecilia, si esibisce nella seconda parte in trascrizioni delle chitarrate di Albeniz e Granados, e in quella di Liszt, dalle “Années de pélerinage”, di una tarantella napoletana. Con passione e ritmo, che mandano in deliquio il pubblico solitamente compassato.
Ora, è vero che i cinesi sono mezzo napoletani e mezzo tedeschi, svelti e talentuosi, come ordinati e precisi. E Liszt dà più andamenti - indicazioni di tempo - all’esecuzione, quasi più che note nel pentagramma, per la parte conclusiva: accelerando, rinforzando, focoso molto-fortissimo, strepitoso-prestissimo, martellato-giocoso assai, sempre prestissimo, ben marcato il tema. In armonia con il brano, più o meno trascritto, opina Cappelletto, musicologo princeps: “La Tarantella è una terapia, e Liszt - così sensibile ai richiami del nativo folklore magiaro – la riconosce come tale”. Sarà. Ma in Lang Lang mancava la riserva mentale di altri pianisti famosi – di nessuno si saprebbe immaginare un’esecuzione così partecipata di tante (al fondo, dietro il martellare di andamenti) “bagattelle”. Il cipiglio è solo europeo?
“I nemici della Sicilia sono soprattutto in Sicilia”.
Polito, amareggiato da troppe incompiute che ha trovato in un pacifico trekking
da Palermo ad Agrigento, arriva a questa conclusione: sono i siciliani, soprattutto, a farsi male, tra di loro. P.es.
con la “notizia” delle carrozzine per invalidi all’ospedale.
A proposito dell’opera, praticamente inedita, di Karol
Szymanowski, “Król Roger”, re Ruggero (d’Altavilla), Arbasino ricorda nella
“Autocronologia” la “rarissima opera” vista al londinese Sadler’s Wells come una
storia dell’insorgenza di Dioniso, “in un finale tra Baccanti, in un teatro greco
decadentissimo”. Per Arbasino, cosmopolita eminente, il Sud e la Grecia sono terra
incognita - si è avventurato tardi,
a 65 anni, in Sicilia, e solo per celebrare il mezzo secolo delle note di viaggio
di Berenson.
Notevole la categoria dei siciliani di Milano, di Belpoliti
in “Nord Nord”, da Ferdinando Scianna e Vincenzo Consolo, Aldo
e Guido Ballo, giù giù fino a Verga. Grandi amici, complici, di Belpoliti, spregiatori non
provocati degli ambienti-mondi di partenza.
La “tellurica Messina” nota Goffredo Fofi, “Arcipelago Sud”, a proposito della poetessa Jolanda Insana. E recupera un “antico poeta”, che “aveva scritto, dopo un terremoto: «Deh, come è gran pietate\ de le donne di Messina\ a vederle scarmigliate\ trascinar pietra e calcina!”. Se ne è ispirato Vittorini per “Le donne di Messina”? “Portatrici di vita”, le dice Fofi, a proposito di Jolanda Insana, “ostinate ricostruttrici di una società affranta ma allo stesso tempo continuamente in lotta con le sue storture”.
La Salette a Catania, come Giostra a Messina, erano
quartieri poveri, borgate, che i salesiani curavano negli anni 1950, per una
ricostruzione difficile, dopo terremoti e bombardamenti. Come terre di missione.
Anche i salesiani dei collegi ne erano fieri, fieri di poter contribuire, un
sabato o una domenica. Ora il parroco della Salette), salesiano, don Sapienza, pretende
di onorare il grande mafioso Nitto Santapaola in morte, perché era “andato a
scuola dai salesiani”. Che è sensato, e nemmeno sospettabile, che gliene può venire?
Lo dice senza essere stupido, se è parroco, o colluso: perché non ha giudizio politico.
La politica è ai molti sconosciuta in Sicilia, preti compresi.
“Sia a Palermo che a Roma”, racconta sul “Corriere della
sera” il sovrintendente dell’Opera di Roma Giambrone, già sovrintendente a
Palermo, “abbiamo organizzato un tir” per portare l’opera nelle borgate: “La gente
portava la sedia da casa. La prima volta a Palermo il pubblico era formato da
soli dieci bambini. Le madri restarono fuori dalle transenne. Poi vennero i mariti
e le donne entrarono”.
leuzzi@antiit.eu
Cronache dell’altro mondo – evangeliche (406)
Erano i grandi sostenitori di Trump e, da oltre mezzo secolo, del Grande
Israele, ora lo sono ancora, ma in misura ridotta – secondo i sondaggi dimezzata.
Per ragioni apparentemente diverse, fra Trump e Israele, ma poi, al fondo, sempre
la stessa, la guerra.
Una buona metà dei circa 80 milioni di evangelici americani, delle 4.200
chiese evangeliche ultimamente censite, fedeli di Trump e sostenitori a
oltranza del Grande Israele, la Terra Promessa della Bibbia, sarebbero all’improvviso
delusi (da Trump) e scettici (sul biblismo di Israele).
La rilevazione, di Pew Research e altri sondaggi, è
importante perché il movimento evangelico cristiano è un forte sostegno, anche
finanziario, sia di Trump che di Israele. Un sondaggio meno recente, 2017, di
Life Way, rilevava una percentuale maggiore, l’80 per cento dei cristiani
evangelici convinti che la nascita di Israele nel 1948 fosse un adempimento
della profezia biblica che avrebbe portato al ritorno di Cristo.
Il governo israeliano sostiene ufficialmente il sionismo cristiano. Nel 1980 è
stata aperta una Ambasciata Cristiana Internazionale - a Gerusalemme, sede
privilegiata, e non a Tel Aviv. L’ambasciata si è segnalata per la
raccolta fondi destinati al finanziamento della immigrazione in Israele
dall’Unione Sovietica e poi dall’ex Urss. E ha assistito i coloni israeliani in
Cisgiordania.
Di infertile resta il femminismo
Lui infertile, lei
al terzo o quarto esito negativo del test dell’attesa gravidanza, s’incontrano per
caso, si lasciano andare senza riserve dati i reciproci limiti, e subito aspettano
un figlio. Molti equivoci amareggeranno la lieta novella, perché lei è, come si
dice, “ferocemente femminista” – non vorrebbe di mezzo un padre.
Un aneddoto semplice.
Su cui Bruno monta una parodia dell’affliggente femminismo delle generazioni post
Sessantotto-fine Novecento – che ancora (in Italia, non in Francia, non in
Germania) occupa le piazze. Non un preconcetto è saltato, ma autoesposti – la critica
è lieve, nei fatti.
Una commediola, il
genere Lucisano, ormai marchio di fabbrica. Con tutti gli stereotipi (o quasi,
sono tantissimi) del femminismo di piazza, assolutista e confuso. Ritagliata su
Leo e Pandolfi, l’uomo mite e la donna aggressiva. Con caratterizzazioni molteplici,
affidate a Crescentini, Cifola, Lundini, Silvestri, Colangeli, Gian Marco
Tognazzi.
Massimiliano
Bruno, Due cuori e due capanne, Sky cinema, Now
martedì 26 maggio 2026
Letture - 614
letterautore
Bino Binazzi – Poeta e prosatore
di Fine Secolo, dapprima a Prato e Firenze, poi a Bologna nel giornalismo, è
personalità “eccellente” in tutto per Malaparte, che lo ricorda in una pagina,
la 187, del “Giornale di uno straniero a
Parigi”. Dove lo avvicina al meglio della cultura fiorentina anteguerra, Papini,
Soffici, “La Voce”. Ricordato a Prato da una targa, è soprattutto noto per essere
stato insegnante di Malaparte al ginnasio liceo “Cicognini” di Prato, di latino
e greco. 87
Censura – Spesso è, è
stata, autocensura, dei produttori, degli editori. Per molti film e per qualche
libro. Per scene di sesso, per lo più, o di atrocità. Singolare è quella toccata
al “Giornale” di Malaparte a Parigi, documentata da Michelangelo Fagotti nelle
Note al testo della riedizione Adelphi, p.370, a protezione della magistratura
(in corsivo le parti sopresse nella precedente edizione):
“L’italiano, se non ha amici potenti al potere, è alla mercé della polizia,
della cattiveria, della gelosia dei vicini, della debolezza, della codardia,
della corruzione della magistratura… L’Italia è un povero paese ridotto in schiavitù
da una banda di poliziotti, da una
comitiva di magistrati pavidi, da delatori professionisti…..(etc., per altre
sei righe, n.d.r.)… Le leggi, la
magistratura, la polizia, tutto è pronto ad avventarsi contro l’individuo….La
polizia entra nelle case, perquisisce, arresta, colpisce, condanna …”
Francia – È chiacchierona.
Da Parigi, dove s’era autoesiliato, e rimarrà tra il 1947 e il 1948, Malaparte
ha una specie di rigetto della Francia (“Giornale di uno straniero a Parigi”, passim,
e in particolare p.63): “La gente, in Europa, è stanca di vedere ridotto ogni
suo problema a bavardage, in Francia. L’arte per eccellenza perpulchra
dei francesi, come diceva Lully, è di volgarizzare,
rendere agréable, comprensibile, alla portata di tutti, di saloniser, di mettere
alla moda, le teorie, i problemini, le idee degli altri popoli. Di ridurre in
profumo la crotte di certi pesci. È sempre Le Newtonianisme pour les dames dell’Algarotti. Sartre ha scritto L’existentialisme pour les dames…”.
Giornalista – “Avvocato,
deputato, impiegato e giornalista, tra le creazioni borghesi dell’Ottocento, sono
le quattro che il Novecento ha più ostentato di disprezzare. Ma da qualche
tempo in qua, in questa corsa al disonore, il giornalista sta riportando, di
gran lunga, la palma” – Silvio d’Amico, “Regina Coeli”,98.
Intellettuali – Materia essi
stessi proliferante di studi li trovava Edward W. Said nelle sue Reith Lectures
alla Bbc nel 1993 – ora in “Representations of the Intelellectual”, pp. 40-41: “La
proliferazione degli intellettuali si è estesa anche nel grandissimo numero dei
campi nei quali gli intellettuali – probabilmente al seguito delle pioneristiche
ipotesi di Gramsci nei “Quaderni del carcere”, che forse per la prima volta vedeva
gli intellettuali, e non le classi sociali, come centrali alle evoluzioni della società moderna – sono diventati
oggetto di studio. Basta mettere le parole «di» e «e» accanto alla parola «intellettuali» e immediatamente
una intera biblioteca di studi sugli intellettuali si ergerà”.
Israele – “La radio più
ascoltata di Israele è quella dell’esercito” – Davide Frattini, “Corriere della
sera”, 25 maggio.
Pirandello – Antifascista
invece che fascista? Sempre, in ogni modo, in ogni risvolto della sua opera, Malaparte
lo vuole antifascista, in un lungo inciso del suo “Giornale di uno straniero a Parigi”,
pp. 65-66. Contro le generalizzazioni francesi, italiani = fascisti, Malaparte
dapprima rivendica un antifascismo generalizzato nel mondo letterario: “La questione
della letteratura engagée è una vecchia questione, in Italia. Essa non è certo nata
con la liberazione. Durante venticinque anni gli scrittori italiani si sono
rifiutati di s’engager, con una resistenza sorda, continua, intelligente, abile,
surnoise talvolta, sempre gratuita, cioè non dettata da preoccupazioni politiche,
di partiti, che in certi momenti ha assunto forme drammatiche”. Su questa tela
di fondo antifascista, “il più nobile esempio di resistente non fu, come si
potrebbe credere, Benedetto Croce, ma Luigi Pirandello. Della sorda, tenace,
onesta, severa resistenza di Pirandello alla pressione fascista si potrebbero
dare esempi bellissimi: e basterebbe la sua morte, il suo testamento (di cui
Mussolini proibì la pubblicazione, e l’esecuzione) a porre nella sua vera luce il
nobilissimo atteggiamento di Pirandello nei confronti del regime fascista, e
della «politica letteraria» del fascismo. Pirandello era fascista, iscritto al
Partito fascista, aveva grande stima di Mussolini, e non l’ha mai nascosta. Ma
sul terreno dell’arte fu intransigentissimo, e non cedé mai, né alla paura né
alle lusinghe. Mussolini tentò tutto, con lui, per addomesticarlo. Pirandello obbediva
agli ordini che non fossero di natura letteraria, e restava sordo a
ingiunzioni, a lusinghe. Mussolini lo nominò accademico d’Italia; Pirandello accettò
la nomina, cui aveva diritto, come il riconoscimento ufficiale della sua opera
letteraria. Sul terreno nazionale Pirandello era con Mussolini. Ma sul terreno
letterario no. Il fascismo vedeva di mal occhio l’arte di Pirandello, fondata,
grosso modo, sul dubbio, poiché non poteva ammettere l’esistenza del dubbio
nella vita italiana, nella società. e perciò nell’arte, del tempo fascista. I
giornali del fascismo estremista attaccavano Pirandello, il pubblico stesso,
inquinato dalla propaganda, rimaneva freddo davanti al teatro pirandelliano, anche
quado l’immenso successo di Pirandello a Parigi suscitò dei dubbi sulla verità
della propaganda fascista contro Pirandello”.
L’antifascismo di Croce non si discute, prosegue Malaparte, “sia pure
esercitato con la necessaria prudenza”. Ache se, “con apparente contraddizione,
votò per ben due volte, al Senato, dopo memorabili discussioni, per Mussolini,
per il suo governo, e per la sua politica” (uno fu il voto di fiducia il 24
giugno 1924, due settimane dopo il delitto Matteotti, che tenne in vita il governo
Mussolini, ancora non totalitario, n.d.r.). Né, fra i due, si può dire che Croce,
la sua filosofia, “influisse molto sui giovani: che erano tutti fascisti e profondamente
antiliberali (come si vede oggi)”.
Politica – “La politica
in un’opera letteraria è come un colpo di pistola sparato nel bel mezzo di un
concerto, qualcosa di forte e volgare, a cui è impossibile non prestare
attenzione”, è massima di Stendhal. Del grande scrittore, e fra i più continui,
che più di ogni altro si è mischiato nella politica attiva, con Napoleone e
anche dopo.
In questa forma la ripete nella “Certosa di parma”, per introdurre il racconto
dell’assassinio del principe che Bruno, l’uomo di fiducia del conte Mosca, si
appresta a fare alla Sanseverina. Ma il concetto aveva già usato ne “Il rosso e
il nero”, per la “Nota segreta” che Stendhal immagina in forma di dialogo tra l’autore
e il suo editore. E prima ancora in “Racine e Shakespeare”, 1823, come contraria
ai “piaceri delicati”. E poi in “Armance”, il primo romanzo, 1827, dopo un breve
colloquio tra Octave e Armance, di considerazioni sui poteri dell’aristocrazia:
“Non è senza pericolo che siamo stati storici accurati. La politica venendo a
troncare un racconto così semplice può fare l’effetto di un colpo di pistola
nel mezzo di un concerto”.
È il criterio di base della sua narrativa, annota Stendhal nei diari ancora
nel 1835: procedere svelti per non annoiare il lettore - “Il romanzo deve raccontare,
è questo il genere di piacere che gli si richiede”.
Racine – Racine,
secondo i tedeschi, è il poeta della Selbstvernichtung, della
distruzione di sé” – C. Malaparte, “Giornale di uno straniero a Parigi”, p.203.
letterautore@antiit.eu
O Babele o la Città di Dio
“La magnifica
umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare
una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e lʼumanità abitano
insieme”. La torre di Babele o la città di Dio, va subito al punto il papa venuto
da Chicago. L’alternativa naturalmente è sempre quella, tra il bene e il male,
ma nella specie attuale, “Sulla condizione della persona umana nel tempo dell’intelligenza
artificiale”, come la sua enciclica recita nel sottotitolo (un tempo si sarebbe
detto “persona” e basta, ma papa Prevost non si vuole “scorretto”, sa di stare
sui cocci a molti).
47 fittissime pagine,
corredate di 224 note. Per la sua prima enciclica il papa rinnova la “Rerum
novarum”, di cui ricorre il 135mo anniversario, di papa Leone XIII, di cui ha
voluto dirsi seguace, della Chiesa nel mondo. Impegnato a capire. Nella convinzione
che, se Cristo è Via, Verità e Vita, il mondo non può tradire.
Un papato felicemente
proiettato all’esterno delle Mura. Dal
grido per la pace all’impegno per individuare il bene e indirizzarvi il mondo. Il
nuovo Leviatano è l’Intelligenza Artificiale? È sempre minima la distanza fra il
diabolico e l’angelico.
Leone XIV, Magnifica Humanitas, in libera lettura online
lunedì 25 maggio 2026
Il mondo com'è (497)
astolfo
Paolo De Flotte – Un vandeano
divenuto garibaldino: “Fine moduloDe
Flotte, nobile figlio della Francia, era uno di quegli esseri prediletti, che
un solo Paese non ha diritto di appropriarsi”, lo celebra Garibaldi nel “Discorso
funebre per il garibaldino francese Paul De Flotte”. Nobile, esploratore, inventore,
ufficiale di Marina, morto a 43 anni a Solano, alle pendici dell’Aspromonte, in
uno scontro con la Guardia borbonica, dopo aver tentato di creare una testa di
ponte per i Mille nel continente, a Favazzina, presso Scilla.
Era di famiglia
bretone nobile, e vandeana, di militanti per tutto il corso della Rivoluzione tra gli
Chouan cattolici e reazionari, contrari alla leva obbligatoria. Era
entrato in Marina perché il nonno era stato ammiraglio, alla Restaurazione dopo
la caduta di Napoleone.
Aveva riunito a
Palermo, dopo l’entrata dei Mille, un gruppo di agitatori francesi. Che Alexandre
Dumas finanziava e anche organizzava – provvedendo al vettovagliamento e anche all’armamento.
Flavio Mitridate – “Quella
fioritura improvvisa e sorprendente” degli studi cristiani sulla Cabbala, annota
Saverio Campanini, lo specialista di lingua e letteratura ebraica a Bologna, presentando
Gershom Scholem, “Cabbalisti cristiani” (p. 136), quella fioritura in ambito cristiano
nel Cinquecento, dopo le “900 Tesi” di Pico della Mirandola (da lui preparate a
Roma nel 1486, per un congresso filosofico universale che poi non si tenne),
“doveva moltissimo all’opera abbastanza oscura di un ebreo convertito, il siciliano
Flavio Mitridate”. Di cui “oggi sappiamo molto più di quanto ne sapesse Scholem
sulla personalità e le molteplici reincarnazioni dell’ebreo Shmuel ben Nissim
Abulfarag, alias Raimondo Moncada, meglio noto sotto il nom de plume di
Flavio Mitridate”. Se non che, a fronte di altri convertiti, a Scholem “parve
che Mitridate non avesse falsificato i testi che doveva tradurre in latino, o
aggiungendovi interpretazioni o interpolazioni cristiane” – “in Spagna operava una
vera e propria fabbrica di falsi, gestita, guarda caso, da ebrei convertiti”.
Detto anche “di
Girgenti”, essendo nato a Caltabellotta, Moncada conte di Paternò è il cognome
del padrino di battesimo di “Flavio Mitridate”. Segnalato a 25 anni ancora
all’università di Messina. Poi a Napoli.
E nel 1477 a Roma, invitato e protetto dal cardinale Cybo – poi papa Innocenzo
VIII. L’anno dopo era a Tubinga (si ricorderà suo allievo a Tubinga il teologo
svedese Summerhart). Poi sarà di nuovo a Roma, professore di teologia alla Sapienza,
dal 1482. Dove progetta la traduzione in più lingue del “Corano”, sull’esempio
della “Bibbia poliglotta” – lasciandone brani di traduzione in latino. Era
un’autorità, oltre che della Cabbala, dell’arabo e dell’ebraico, nonché dell’aramaico.
Due anni più tardi
risulta chiamato da Marsilio Ficino a Perugia. Nel 1489 figura professore a
Viterbo, alla corte di Alessandro Farnese. E nello stesso anno dichiarato anche in
arresto, per un reato non specificato, a Roma, privato dei benefici papali, e
ostracizzato. Si reca dapprima a Colonia, dove nel 1484 aveva fatto pubblicare
il trattatello “Dieta septem sapientium”. Quindi a Lovanio. In entrambe le
città insegnò. A Lovanio ebbe allievi poi illustri: Giovanni Agricola, che sarà influente
teologo, e Johannes Reuchlin, il filosofo tedesco che molto mediò l’ebraismo e
la Cabbala.
Le notizie su di
lui si perdono dopo il 1489 – qualche anno dopo, il 31 marzo 1492, i re di
Spagna decreteranno l’espulsione degli ebrei.
Come già sapeva
Scholem, le “Tesi” di Pico della Mirandola dovevano molto alla mediazione di
Flavio Mitridate. Che attraverso Pico influenzò anche, con le sue traduzioni e
le testimonianze, la cultura fiorentina – tracce ne sono state individuate
anche nell’opera di Marsilio Ficino.
Manoscritti di sue
traduzioni e interpretazioni, in latino e in ebraico, redatte per Pico
si trovano negli archivi Vaticani.
Mégève – “Megève
significa Cattivo Ebreo”, Malaparte si fa dire da un dottor Picaud, alla cena
al Rotary Club di Chamonix, il 4 marzo 1948, annotando l’etimologia nel suo “Giornale
di uno straniero a Parigi”, p.106: “Mi dice che le valli attorno al Monte Bianco
hanno subito, nel XIImo secolo, un’invasione di ebrei”. E gli fa anche dire,
non correlato con “l’invasione degli ebrei” ma subito dopo: “Guardiamo il Monte
Bianco come se guardassimo un morto, un cadavere. Solo un medico, abituato a
vedere i morti, può capire il Monte Bianco, le montagne. È un cadavere”.
Il dottor Picaud Malaparte introduce tra i tanti altri commensali alla cena
del Rotary, senza più. Lo nomina più volte, ma senza qualificarlo.
Gli ebrei nell’Alta Savoia e nelle Alpi Marittime, i dipartimenti sud-orientali
della Francia, in prossimità dell’Italia, fanno l’oggetto di molti studi, e di (almeno)
uno studio dettagliato degli anni che potevano avere interessato l’interlocutore
di Malaparte, i 1940. Soprattutto in quelli dell’occupazione italiana di quella
parte della Francia, 1940-43, fino all’8 settembre (uno dei tanti è
https://www.researchgate.net/publication/30455230_Les_politiques_antisemites_dans_les_Alpes-Maritimes_de_1938_a_1944).
Il regime di Vichy, che governava buona parte della Francia, tentò di applicare
la normativa e la pratica antiebraiche della Germania nazista. Ma non ci riuscì
in Savoia e nelle Alpi Marittime, regioni occupate dall’Italia dopo il 10
giugno 1940, dopo l’entrata in guerra. Che divennero invece un rifugio e un
polo d’attrazione per gli ebrei delle altre zone della Francia, dato che
Mussolini non volle applicate (in Francia come in Grecia e in Jugoslavia) le
cacce tedesche all’ebreo. Questo fino all’8 settembre 1943, quado la Germania
subentrò all’Italia nel controllo di quelle aree, che quindi finirono per
essere una trappola.
Chie era il dr. Picaud di Malaparte a Chamonix, stizzoso antisemita? Un
dr. Picaud è negli annali. A Cannes, sempre Alpes Maritimes, di cui fu pure sindaco
per qualche mese dopo la Liberazione, che lo onora di un viale, Avenue Docteur
Raymond Picaud, e di qualche targa. Medico dei poveri. Un repubblicano e democratico
anti-tedesco, fino a dirsi “comunista” in guerra. Morto di 68 anni nel 1950.
È il dr. Picaud medico dei poveri l’antisemita di Malaparte? Sarebbe la copia
di Céline - con in più il viale dedicato: medico dei poveri, anarcoide proletarista e antisemita.
Pons de Verdun – “Giurista e
poeta nella Rivoluzione” lo consacrano gli storici. Il traditore per eccellenza
lo vuole Chateaubriand nelle “Memorie”, IX, cap. XVI. I repertori sono apprezzativi:
un letterato, poi avvocato, quindi personalità cospicua nella Rivoluzione.
Philippe-Laurent Pons, detto Pons de Verdun. Chateaubriand lo ricorda in altro
modo: “L’istigatore del massacro delle ragazze di Verdun fu il poetastro
regicida Pons de Verdun, accanito contro la sua città natale”- uno dei pilastri
del parigino “Almanacco delle Muse”: “Ciò che l’«Almanacco dele Muse» ha
fornito di agenti del Terrore è incredibile; la vanità delle mediocrità in sofferenza produsse altrettanti rivoluzionari quanto l’orgoglio
ferito degli storpi e degli omuncoli: rivolta analoga delle infermità dello spirito
e di quelle del corpo”.
Avvocaticchio e poetastro
come lo vuole Chateaubriand, Pons fece carriera nell’apparato giudiziario della
Rivoluzione. E subito poi in quello politico. Deputato della Montagna (i radicali)
per il dipartimento della Meuse, fu il solo della delegazione dipartimentale,
uno su otto, a votare la decapitazione del re. E, successivamente, a votare
contro la messa in stato d’accusa di Marat. Nel 1795 s’illustra – nelle biografie
conciliatorie - per richiedere, e ottenere, la grazia per le donne incinte in
attesa della ghigliottina. Diventa poi napoleonico, per tutti i 17 o 18 anni
dell’ascesa imperiale. Proscritto alla Restaurazione, riesce a recuperare i titoli
e anche i beni.
L’“Almanach des
Muses” fu una pubblicazione letteraria annuale (17655-1833), famosa per i molti
contributi di Voltaire, con una pletora di nomi dimenticati.
Il martirio delle “Vergini
di Verdun”, la città natale di Pons, di cui Chateaubriand l’accusa, è il ghigliottinaggio
nel 1794 di 35 fra donne sposate e ragazze di Verdun, colpevoli di avere offerto
fiori e confetti nel 1792 alle truppe prussiane, nelle guerre con
la Fancia. Il fatto è così sintetizzabile. Nel 1792, nella guerra contro l’Austria
e la Prussia, l’esercito prussiano, comandato dal duca di Brunswick, aveva
posto nel mese di agosto l’assedio a Verdun. Il consiglio comunale dopo qualche
giorno decise di lasciare la città. Per evitare il saccheggio, le “buone donne”
pensarono d’ingraziarsi gli assedianti.
Un corteo fu organizzato, per offrire agli assedianti fiori e mandorle zuccherate.
Guidato da una Baronessa de la Lance, fu formato da signore tra i quaranta e i
sessanta anni, accompagnate da alcune giovani ragazze.
La battaglia di
Valmy, il 20 settembre, la prima vittoria della Francia rivoluzionaria contro
la Prima coalizione, poi decise anche le sorti di Verdun, che fu ripresa dai francesi
il mese successivo.
astolfo@antiit.eu