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venerdì 6 marzo 2026

Il regime degli ayatollah non è veramente degli ayatollah

Teheran tarda a identificare la nuova Guida Suprema o capo spirituale, di diritto capo dello Stato, inamovibile. Che però non sarà un ayatollah: nessun ayatollah è candidato o è stato presentito per la carica. Si è fatto il nome del figlio della Guida Suprema assassinato sabato, Mojtada Khamenei, ma non è un ayatollah.
Il regime degli ayatollah in realtà non è governato dagli ayatollah, che sono uomini di dottrina. E giurisperiti – sentiti dalla comunità per i problemi rituali e legali.  Khomeiny lo era, ma di standing minore: quando fu intronizzato a Teheran dai servizi franco-americani nel 1979, una sua raccolta di fatwa, di pareri (edittali), fu fatta circolare ampiamente, ma di quesiti minori, anche al limite del ridicolo (specie in materia di igiene e di sesso). Il suo successore Khamenei non lo era – era un hojjat al-Islam, giurista esperto, un grado inferiore all’ayatollah (successore logico sarebbe stato il Grande Ayatollah Hussein-Ali Montazeri, autorevole e di elevate capacità accademiche, ma il regime già in vigore non se n’era fidato, e all’Assemblea degli Esperti fu candidato Khamenei, più “in linea”). Mojtaba Khamenei potrebbe succedere al padre nella stessa linea – è noto per essere più ideologico e più violento. Ma non ha titolo religioso, non è studioso di religione né di diritto. Il padre poteva vantare poche fatwa, Moqtada, a 56 anni, nessuna: non fatto il servizio di mullah, in nessuna moschea, e nessuno si è mai rivolto a lui per nessun problema di fede o di pratica.

Cronache dell’altro mondo – vice-presidenziali (390)

Il vice-presidente Vance è letteralmente scomparso da sabato mattina, dall’attacco all’Iran. Non era a Mar-a-Lago quando Trump ha deciso la guerra. E ha lasciato inattivo l’account X, che solitamente alimenta ogni giorno, da sabato mattina.  
In campagna elettorale Vance, che ha fatto quattro anni di campagna militare in Iraq come volontario nei Marines per potersi poi pagare Harvard, aveva più volte ribadito in tv che una guerra all’Iran non era nell’interesse degli Stati Uniti, per i costi. “Entrare in guerra con l’Iran sarebbe un’enorme distrazione di risorse. Sarebbe estremamente costoso”. Mentre una guerra tra Israele e Iran reputava “lo scenario più probabile e più pericoloso” di una Terza Guerra Mondiale.

Cronache dell’altro mondo – informative (389)

A una settimana dalla guerra improvvisa e non dichiarata contro l’Iran, nessuno dei giornali o periodici di quotidiana lettura, tutti anti-Trump, ha criticato o analizzato la guerra, la sua conformità al diritto internazionale o anche la sua convenienza: “Foreign Affairs”, “The Atlantic”, “The Washington Post, “The New Yorker”, “The Nation”, “The New York Review”, “Wired”.
Si è solo posta la questione di diritto, dei poteri del presidente – che si propone a ogni guerra: se il presidente può dichiarare guerra senza voto del Congresso. In questo caso senza nemmeno informazione informale ai capipartito.
Niente si è letto sulle cause della guerra. L’accenno di Trump ai missili balistici di cui l’Iran disporrebbe in grado di colpire gli Stati Uniti non è stato ripreso – è del resto non vero. Quasi niente degli effetti dei bombardamenti – niente della scuola elementare nel profondo Sud dell’Iran, con 150 bambine. E delle finalità. Sono stati però celebrati i sei militari americani morti in Kuwait. E che Trump vuole la resa incondizionata di Teheran - cosa evidentemente impossibile.

Milano si celebra nel “Corriere”

Un volumone illustratissimo celebrativo per i 150 anni del quotidiano che è un atto di fede in Milano – si è chiamato “Corriere della sera” ma si sarebbe potuto chiamare “Corriere di Milano”. Attraverso ricordi e testimonianze di un centinaio di personaggi, dal papa Leone a Leon Panetta, da Sofia Goggia a Joschka Fischer. Il tono è quello dei milanesi doc. Di Fedele Confalonieri, che si fa fotografare accanto a una statuetta della Madonnina: “Il Corriere  è lo specchio di una città che non teme cambiamento e inclusione”. O di Diana Bracco: “Apertura internazionale e solidarietà. Qui ritrovo tutto lo spirito ambrosiano”. Come di qualcosa di cui si sente il bisogno, che manca.
Il mio “Corriere della sera”. 150 anni, pp. 300, ill,, gratuito con il quotidiano

giovedì 5 marzo 2026

Problemi di base bellicosi bis - 905

spock
 
La democrazia si porta con le bombe?
 
O con i missili, meglio?
 
È Trump maestro di democrazia?
 
Nelle pause del golf?
 
Oppure Netanyahu?
 
O tutt’e due insieme, Netanyahu e Trump – dalla lezione non ci si salva?

spock@antiit.eu

Se anche Laura è di carta

 Ritornando su “Louise Labé”, la poetessa lionese che a una indagine filologica e storica accurata, “Louise Labé. Une créature de papier”, una creatura di carta, di una “sorbonarda ma non filistea”, Mireille Huchon, “colta ma non facilmente ingannabile, specialista di Rabelais e del Cinquecento francese”, Louise Labé è risultata una “donna di paglia”, letteralmente “inventata”, da un gruppo di buontemponi della cerchia di Jean de Tournes, non nuovo a scherzi, l’insigne studioso della civiltà francese ed europea aggiungeva importanti considerazioni di suo. Che si voleva creare “una Saffo francese”, “come già la sorella di Francesco I, Margherita d Navarra, e come parecchie italiane” - queste profuse in versi e in prosa, con “trattati” di costume. Di più, si voleva imitare Petrarca.
“Già nel 1542, Clément Marot incoraggiò i suoi colleghi poeti lionesi, in versi, a «louer Louise», un gioco di parole così amato dai poeti dell’epoca, equivalente al «laudare Laura» di Petrarca. Ciò equivaleva a proporre, come esercizio del loro talento, di creare un’altra Laura, che rivaleggiasse con l’affascinante «fanciulla di carta» del ‘Canzoniere’ italiano. La Laura poetica di Petrarca non aveva mai avuto più di un legame nominale con la Laura de Noves, poi de Sade”, con una Laura in carne e ossa, “non più che la «Délie» di Scève (1544) con una ispiratrice improbabile” - di Maurice Scève.
Ce n’è quindi anche per la Laura di Petrarca, tra le tante “puellae scriptae del desiderio elegiaco”: “Nello stesso periodo, a Lione, un discendente di Laura de Sade pubblicò una raccolta di poesie in risposta al Canzoniere , attribuendole alla suddetta Laura. L’editore e amico di Scève, Jean de Tournes, attribuì al poeta la scoperta, nel 1533, della tomba di Laura, da cui avrebbe estratto un sonetto manoscritto inedito di Petrarca. Tutti inganni che non ingannarono nessuno in quel raffinato ambiente letterario. I grandi retori lionesi dell'amore erano ben consapevoli dei crudeli e faceti paradossi di cui Eros, «il piccolo dio traditore» (come lo definì Montaigne), è fertile, e soprattutto delle delizie e delle delusioni di cui è capace il linguaggio quando è surriscaldato fino al culmine”.
Marc Fumaroli, Louise Labé, une géniale imposture, “Le Monde”, free online (leggibile anche in italiano, L.L. una geniale impostura)

mercoledì 4 marzo 2026

Problemi d base bellicosi - 904

spock


Fare una guerra per portare a un negoziato?
 
Aprire un negoziato per meglio preparare la guerra?
 
La guerra, anche preventiva, è sempre stata difensiva, poi umanitaria (grande invenzione, come non pensarci), ora pirotecnica?
 
Di bombe colorate?
 
Oppure democratiche – le bombe democratiche, già?
 
Ma, e i bombardamenti chirurgici di precisione – questi ci mancano?

spock@antiit.eu

Un amore alla Jane Austen, anzi no

Una vita piatta, da commessa di libreria, seppure di una illustre, la Shakespeare&Company di Parigi, scrittrice-che-non-scrive, e piena di fobie, si elettrizza col premio di un soggiorno “creativo” di due settimane nella Jane Austen Residency, che gli eredi della scrittrice tengono viva. Potrà scrivere a tempo pieno, libera dai problemi pratici, e forse portare avanti il romanzo il cui primo capitolo ha affascinato gli eredi-gestori del Residency. Romanzo di cui la premiata non sa nulla e non ha un progetto- sono le cose che ha scritto nel tempo libero e che il commesso suo compagno di lavoro ha mandato al Residency. Un compagno utile, che la libera da tante fobie. Al punto da meritarsi un bacio. Che lui equivoca. Da qui egli equivoci che tengono su la storia. Che però si risolverà con un “vero” innamoramento. Tra persone problematiche e frustrate.  – una sorta di “decostruzione” delle geometrie di Jane Austen.
Una commedia degli equivoci. Su toni elegiaco-sentimentali. Un po’ alla Jane Austen, un po’ con la decostruzione dei suoi schemi.
Il primo film di Laura Piani, che opera in Francia, avendo studiato cinema a Roma. Con l’inglese Camille Rutherford protagonista romantica, un po’ svanita un po’ sensuale.
Laura Piani, Jane Austen ha stravolto la mia vita, Sky Cinema, Now

martedì 3 marzo 2026

L’irrilevanza dell’Europa

Promuovere la grandezza dell’Europa” è – era tre mesi fa – il titolo del capitolo Europa della NSS di Trump, la National Security Strategy, il documento di politica estera che ogni presidenza americana da una quarantina d’anni adotta. Ma già Trump ad agosto aveva fatto guerra all’Iran senza considerare l’Europa, e una seconda ha ora avviato, l’Europa senza nemmeno preavvisarla. Nell’un caso e nell’altro, inoltre, gli Stati Uniti hanno combattuto in Medio Oriente con Israele, schieramento sempre evitato in passato.
La mancata considerazione dell’Europa, che pure è finitima della zona bellica, è confermata dall’irrilevanza della visita del cancelliere Merz a Washington. E del cosiddetto direttorio a tre che il presidente francese Macron si è costituito con Germania e Gran Bretagna.
Lo stesso Macron, già autoproclamatosi anche protettore del Libano, non è stato informato, e non ha reagito, all’occupazione israeliana del Libano Sud fino al Litani – come era già nei piani israeliani del 1967.

Cronache dell’altro mondo – non onorevoli (388)

Trump fa guerra all’Iran senza averla dichiarata e senza spiegarla. Ha addotto più motivi, tutti inconsistenti: evitare che l’Iran si faccia l’atomica (per la quale non ha i mezzi), distruggere i missili iraniani in grado di colpire gli Stati Uniti (che non esistono), combattere il terrorismo.
La guerra è “illegale” sia per il diritto internazionale sia per le leggi nazionali.
L’America ha organizzato ed eseguito l’assassinio di un Capo di Stato. Questo non è onorevole.
La maggioranza dell’opinione e la maggioranza del Congresso sono contro questa guerra, compresa buona parte del partito del presidente.
Nel 20121Bush jr. aveva deciso comunque di invadere l’Iraq, ma si fece prima autorizzare dal Congresso (questo però avveniva dopo il trauma dell’11 settembre, n.d.r.).
Ora il ministro della Difesa si dice “impegnato a vincere” senza sottostare a “stupide norme d’ingaggio”.
(“The Atlantic” ieri - dopo l’intervista di Trump al periodico il giorno precedente, in cui asseriva che l’Iran voleva negoziare e lui era disposto a farlo).

Cronache dell’altro mondo – bibliche (387)

Intervistato in tv da Tucker Carlson, un “negazionista”, l’ambasciatore americano a Tel Aviv, Mike Huckabee, alla domanda se, secondo lui, la Bibbia autorizza Israele ad appropriarsi di tutto il Medio Oriente, ha risposto di sì.
Huckabee, un ex governatore dell’Arizona, ambasciatore in Israele da aprile (la sua è stata una delle prime nomine di Trump) è un grande conoscitore di Israele, dove è stato più volte, nel corso dei decenni. Vi ha anche guidato pellegrinaggi religiosi.
Huckabee è contrario alla soluzione dei Due Stati per il conflitto israelo-palestinese, certo che “non esiste in realtà un palestinese”.

Barocco è il barocco

Il barocco, s’intende, di Gadda. Che lo praticava - e rivendicava - ma si risentiva dell’addebito.
Una delle tante voci della sfiziosa “Pocket Gadda Encyclopedia” che Federica G. Pedriali cura all’università di Edimburgo.
“La categoria del barocco, evocata, brevemente, da De Robertis in una recensione del ‘Castello di Udine’ per alludere a uno degli aspetti della scrittura gaddiana spiacque molto all’Ingegnere”. Una inimicizia ne nacque “sommersa”, nei limiti della civile conversazione con gli amici e nella corrispondenza, con persone fidate, mai in duello. Ma Gadda non si trattenne dal polemizzare, seppure ancora indirettamente, nella “Cognizione del dolore” quando se ne fece la pubblicazione in volume, apponendole una nota “L’editore chiede venia”. Per ribadire, con vis ancora polemica ma, si direbbe, con armi spuntate: “Il grido-parola d’ordine «barocco è il G.!» potrebbe commutarsi nel più ragionevole e pacato affermare «barocco è il mondo, e il G. ne ha percepito e ritratto la baroccaggine”. Che, Stracuzzi non lo rileva, ma era l’argomento barocco al tempo del barocco, la rivendicazione.
Riccardo Stracuzzi, Barocco, “The Edinburgh Journal of Gadda Studies”, in libera lettura

lunedì 2 marzo 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (626)

Giuseppe Leuzzi


“Mondo di mezzo: assolto con formula piena Francesco D’Ausilio, ex dirigente Pd a Roma, prescritto Buzzi” - “la Repubblica”.
“Mondo di mezzo” ex “Mafia Capitale”. Facendo di tutto mafia si imbastardiscono i processi al malaffare. Cosi va in prima pagina, e spalanca palazzi ai giudici, ma a che fine? E con costi enormi.
 
Una “fuitina” anima l’avvio di “Peer Gynt”, di un Ibsen naturalmente innocente – siamo in Norvegia. Con la promessa sposa all’altare di un altro, niente di meno. E la madre di lui che un po’ lo maledice un po’ lo protegge – “Oh, tu potessi cascare…. Attenzione, Peer, che il pendio è ripido” – la fuga si fa “su per le rocce”.
 
Si ipotizza di candidare Roma all’Olimpiade fra dieci o quattordici anni, magari in associazione con Napoli, e subito Fontana, il presidente della Lombardia ha da ridire: “Non ce la faranno, solo noi ne siamo capaci”. E Zaia: “Bisogna farla con Venezia, solo noi sappiamo fare l’Olimpiade diffusa”. l leghisti sembrano irreali, tanto sono sono tronfi e, si direbbe, stupidi – provinciali, gretti, poveri di mente. Magari tra cinquant’anni si dirà che non è possibile, che non ci sono stati. Invece ci sono stati e ci sono, da quasi cinqnant’anni.
 
L’Istat ha fretta di liquidare il dialetto
“È strano. La mia memoria è rimasta legata al dialetto romagnolo. Le lingue sono la sola cosa che non muore. Il resto di quegli anni è stato deserto”: Lea Melandri constata a 85 anni, ex normalista, una vita di femninismo, di “Erba voglio”, di rivoluzioni e ricadute, ricordando la famiglia e il luogo d’origine, la Romagna contadina e povera. Ma questa non è l’idea dell’Istat, che certifica il dialetto morto nel rapporto “L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere”: nessuno o quasi nessuno lo parla più, nemmeno in famiglia, al chiuso delle case.
Può essere. Succedono delle cose. Ora fa senso vedere il giornalaio che non sa dare il resto dei cinque euro perché non sa fare la differenza col prezzo del quotidiano, deve digitare – un tempo, con la tabellina pitagorica, tutti avevano i conteggi in mente, anche gli analfabeti. E dunque il dialetto è finito? I comuni molisani di Calatabiano, Larino e Civitacampomarano, di conforto all’Istat, registrano la parlata degli anziani per conservarla in un museo del suono. Che non è la solita trovata dei Comuni che non sanno come spendere i soldi del Pnrr e s’inventano cose, soprattutto cose “moderne”.
Non è una novità. Già trent’anni fa i dialetti erano morti. Non morti, moribondi – sarebbero morti intorno al 2030, e dunque la data si avvicina. Era la previsione del sociolinguista Gaetano Berruto, sulla base di sondaggi e inchieste nei dieci anni precedenti. Conditi col senso e l’esperienza comuni. Non solo a Napoli. E dunque Napoli che ha dimenticato il napolitano – e perché ce ne affliggono, al al cinema e nelle serie tv?
Il numero dei bambini che parlano dialetto in famiglia l’Istat assicura che è inferire al 10 per cento, uno su dieci - solo l’8 per cento lo parla con gli amici, solo il 2,6 per cento, esattamente, con gli estranei. È dunque finita una certa Italia? Quella che stentava con l’italiano, e lo indeboliva, perché parlava e pensava in dialetto? Per Stendhal l’italiano si parlava meglio in dialetto, ma siamo a due secoli fa. Se non che, secondo l’Istat, il dialetto retrocede di fronte all’avanzata delle lingue straniere, cioè dell’inglese. E questo è palesemente non vero, l’italiano resta molto ignorante in fatto di lingue – il successo internazionale di Giorgia Meloni è  il primo capo del governo italiano che parla inglese – e francese, e spagnolo.
Verrebbe poi da chiedersi come mai i veneti, non solo i napoletani, si sentono parlare più spesso in dialetto – e hanno speso un sacco di soldi per ritargare in dialetto i toponimi? E i lombardi, e gli emiliani, e i romagnoli? 
E i lombardi, e gli emiliani, e i romagnoli? A Milano, per esempio, come già a Torino ai tempi della Fiat, anni 1950-1960, gli immigrati parlano il loro dialetto, i napoletani, i siciliani, i calabresi, non potendo\volendo cimentarsi col lumbard – col dialetto a preferenza dell’italiano. Ma a questo ci pensa lo stesso Istat, che certifica anche il contrario – partendo dal Sud. Attesta infatti che il dialetto è praticato in famiglia in Calabria da due su tre, il 64 per cento. In Sicilia e in Campania dal 61 per cento – dal 61,5 per cento esattamente in Sicilia. In Veneto dal 55,3 per cento, e in Basilicata dal 54,7. Identicamente per parlare con gli amici, solo invertendo di posto Calabria e Campania: prima la Campania, col, 61,3, esattamente, dei parlanti, poi la Calabria (60.1), la Sicilia (57,9), il Veneto (id.) e la Basilicata (47).

L’Istat trascura la Sardegna, ma possiamo supplire col “Calendario Atlante De Agostini”; 1,4 milioni, su 1,6 di residenti.
 
Il Sud fu fatto ver a Genova – o quando il Sud non spaventava il cinema
Pietro Germi, “In nome della legge”, 1949, fa il primo film in cui si parla di mafia. Che a lungo però rimane il solo. L’anno dopo, 1950, si fa un film sul bandito Giuliano, “I fuorilegge”, regista Aldo Vergano, con un debuttante Gassman, ma qui è questione di separatismo politico, non di mafia – e non fece sensazione, dopo qualche tempo, per le efferatezze ma perché l’attore che impersonava il bandito, Ermanno Randi, fu ammazzato dal suo amante per gelosia. Nello stesso anno Enzo Trapani, che poi diventerà famoso nel varietà televisivo, dirigeva “Turri il bandito”, ma era su un pover’uomo accusato ingiustamente che doveva nascondersi.
Il genere ha fatto fatica ad affermarsi – non era in domanda. “In nome della legge” è invece un racconto di mafia. Un pretore, il bello e popolare Massimo Girotti, destinato a un paesino siculo dell’entroterra, si trova a doversi confrontare con la mafia. Che amministrava la legge prima che arrivasse lui. Ma col lieto fine: i capibastone, intelligenti e magnanimi, cedono il ruolo al giudice infine nominato dal governo.
Il successo di “In nome della legge” farà di Germi il vero e migliore interprete al cinema della Sicilia. Con “Il cammino della speranza”, 1950, film commovente e di largo impatto, con interpreti fisicamente persuasivi, congruenti, Raf Vallone, Elena Varzi, Saro Urzì, un gruppo di minatori rimasti senza lavoro si lascia convincere da mestatori a liquidare tuto per emigrare, sotto la loro guida, a pagamento. I disoccupati si indebitano, per avventurarsi nella lunga mracia, disperati, e anche violenti. La violenza c’è, ma di tipo tradizionali: dei tramezzanti, e di Raf Vallone, che alla fine, innamorato della donna di un “malamente”, se la guadagna con un duello rusticano. Una Sicilia melodrammatica.
Poi Germi farà “Il brigante di Tacca del lupo”, dal racconto di Bacchelli, ambientato nella Capitanata e non più in Sicilia. Un racconto molto drammatico ma equanime, tra “piemontesi” e borbonici, tra briganti per necessità e briganti malviventi. Continuerà a occuparsi del Sud nel film “Gelosia”, 1953, da un racconto di Capuana, “Il marchese di Roccaverdina”. Non riuscito - era la Sicilia delle beghe nobiliari, di non ampio richiamo. Germi si dedicò ad altro. Ma tornò in Sicilia a razzo pochi anni dopo, nel 1961. Con “Divorzio all’italiana”, primo Oscar per la sceneggiatura a un film non americano. E poi, 1964, con “Sedotta e abbandonata”. Il Sud era vario.
Sarà stato dunque un genovese a leggere il Sud come ogni altro mondo. E dopo di lui invece il diluvio: Sud come mafia, anche a opera di qualche settentrionale.
L’odio-di-sé fa veramente cassetta? Ha l’aria di essere un surfing facile, un modo anche sgraziato di cavalcare l’onda.
 
Cronache della differenza: Milano
Per i 70 anni del film cinque anni fa e ora per i 75, la città si appropria di “Miracolo a Milano”, il film che all’uscita boicottò in ogni modo, con le critiche e la mancata distribuzione. Ora se ne fa bandiera contro la città dei “maranza” e dei riccastri del mondo, come se quelli non fossero Milano. Furba, eh?
 
”Nonostante il record di capitalizzazione, la Borsa di Milano vale solo lo 0,8 per cento di tutte le Borse mondiali”. Molto meno di quanto vale il pil italiano sul pil globale – il 2 per cento. Quanto basta per arricchire Milano, senza effetto sull’Italia se non incidentale, non da traino.
 
Marotta difende Bastoni, il calciatore dell’Inter che ha ingannato, sghignazzando, l’arbitro (se lo ha ingannato) con una simulazione plateale. E come è possibile, il presidente di una grande squadra, vantare l’antisportività? Semplice, si è milanesizzato, lui che è diventato “Marotta” gestendo l’altra grande squadra, quella penalizzata dall’arbitro, la Juventus di Torino.
Anche Moratti, il ricco ex presidente dell’Inter, esce dal letargo per congolare. Ma lui è milanese, anche se “de sinistra”.
 
Dall’allenatore Chivu a Moratti e Sala l’antisportività non è di peso. Milano così ha vinto e questo solo importa. Sala è pure sindaco di Milano. E non si può nemmeno dire che siano leghisti – il sindaco S ala è pure lui “de sinistra”. Sono Milano, prosopopea e maleducazione.
 
Paginate per il portiere della Cremonese Audero, per avere minimizzato gli effetti della bomba-carta lanciatagli in faccia da un tifoso dell’Inter. Ma nella cronaca della partita “Corriere della sera” e “La Gazzetta dello Sport” gli danno 5 in pagella. Interessava solo che l’Inter non avesse subito conseguenza dal lancio del suo tifoso – p-es., l’interruzione della partita.
 
“Quel perpetuo campo di guerra”, dopo il 1755, “che si chiama Lombardia, fra le tante irruzioni straniere”, Carlo Cattaneo, “Federalismo”, p.19.
 
Pare che la città non abbia partecipato all’Olimpiade, che pure ha brigato per farsi assegnare. Che agli eventi sportivi svolti in città gli spettatori fossero canadesi, americani, olandesi, cinesi, ma non milanesi. I milanesi si sono limitati a incassare. Chissà per che cosa si entusiasma la città.
 
Questo Sala è perfino inimmaginabile, se non fosse vero. Sta lì invece che in carcere, dopo avere autorizzato grattacieli in forma di ristrutturazione, senza piani urbanistici e nemmeno edificatori, solo perché del partito dei giudici. Vorrebbe anzi candidarsi alla guida della sinistra. E trova il tempo di difendere il simulato sghignazzante Bastoni andandosi a rivedere le partite di Del Piero, di quindici o venti anni fa. Senza senso dell’umorismo – anche questo è Milano.
 
“Brancati amava dire che i siciliani intelligenti andavano a Milano e quelli meno intelligenti andavano a Roma, e lui si mise tra i non intelligenti” – Goffredo Fofi, “Vitaliano Brancati”, in «Arcipelago Sud». Milano gli ripugnava?
 
“Milano è una città d’acqua, anche se non ha un fiume” – Marco Belpoiti, “Nord Nord”,  45 – “Il fiume di Milano sono i Navigli: fiume tranquillo e borghese che Mediolanum s’era costruito a sua immagine e somiglianza per gestire i traffici di cui era il baricentro”. Citta tranqulla e borghese, cioè piena d sé.
 
“Olimpiadi a Roma, Fontana attacca: «Per riucire devono essere fatte in Lombardia»”, e lo dce serio, lo dice perché lo pensa, gli urge dentro. Questo Fontana presidente emerito della regione Lombardia, come pure il sindaco, sembrano macchiette. E invce no, sono proprio Milano, non sanno pensare che loro ce l’hanno più duro.
 
Oggi come cento aanni fa “O mia bela madunina” polemica, allora contro Napoli, “A disen la cansun la nass a Napoli”, e giù così, non sul faceto, sullo sperzzante, con un ritornello che si ripete tre vote: “”Canten tuti «Lontan de Napoli se moeur»\ Ma po vegnen chi a Milan”.
Anche con “Roma magica” ce l’ha, “de Nina, er Cupolone e Rugantin”.

leuzzi@antiit.eu

L’intelligenza artificiale è fisica

L’intento è semplice: “Raccontare lo sviluppo della teoria della complessità, che ha le sue radici nella fisica statistica nata nell’Ottocento ed è a sua volta alla base dell’intelligenza artificiale”. Con la spiegazione anche delle proprie ricerche, quelle che hanno condotto Parisi al Nobel – la “complessità” è nozione semplice e complessa: “La fisica ha sempre spiegato il mondo grazie a semplificazioni e astrazioni, ma a un certo punto semplificazioni e astrazioni sono servite a fare i conti con la complessità”. Ad addentrarsi, a doversi addentrare, nelle pieghe dell’infinitamente piccolo, delle proprietà nascoste, dei capricci anche, ma sempre volutamene, caparbiamente, “naturalmente” regolari. O, se si vuole, non astrarre per semplificare, ma complicare per capire, e agire.
Parisi ha basato le sue ricerche - esperienze mentali - sugli spin glass, i vetri di spin. Spin intendendosi le freccette che assediano le molecole. Parliamo sempre di “moltitudini”: “I sistemi semplici si somigliano tutti, ogni sistema complesso è complesso a modo suo”, così Parisi dà un’idea della complessità, e insieme si scusa, parafrasando il celebre attacco di “Anna Karenina”. Non un’opzione, o un’eccentricità, ma “un modo nuovo e diverso di guardare la natura”. Passando dalla fisica statistica dell’Ottocento, dall’introduzione della probabilità nelle leggi fisiche, allo studio con metodo matematico dei “comportamenti collettivi emergenti” di soggetti-oggetti (elettroni, molecole, neuroni, individui….) di numero elevato, che non è possibile capire se non per i loro comportamenti collettivi. Analisi e ipotesi non solo teoriche, avendo già condotto a tecniche fondamentali negli sviluppi dell’Ict, l’industria della conoscenza, fino all’intelligenza artificiale: per l’ottimizzazione delle risorse e per la gestione delle reti. In particolare delle reti neurali, fino ai Large Language Models odierni, e possibilmente oltre. E la conclusione è: “Abbiamo appena mosso i primi passi”.
Senza farsi illusioni, la verità non è mai assoluta, neanche nella scienza. “Dal punto di vista concettuale, l’introduzione della probabilità (da parte del fisico austriaco Ludwig Boltzmann, n.d.r.) era una proposta rivoluzionaria…. La proposta suscitò critiche feroci di fisici estremamente capaci, tra cui il giovane Max Planck… Altre critiche furono fatte da fisici – come Ernst Mach, collega di Boltzmann all’università di Vienna, considerato da Albert Einstein un suo ispiratore - che negavano la stessa esistenza dell’atomo…..”  -  mentre ci capiva Lenin: “Lenin attacca Mach difendendo l’atomismo che era alla base della teoria di Boltzmann”.
Una lettura non agevole - è un gesto dell’editore coraggioso di proporre come lettura “da banco”, con i romanzi e i saggi d’attualità, una lectio magistralis, che non vuole essere un trattato per fisici matematici ma neppure opera di divulgazione. Un tentativo di avvicinare il pubblico alle nuove frontiere della scienza. Nel caso alla sottile ragnatela di simmetrie che hanno dato configurazione alle reti neuronali – e per ora a una non fine, anzi grossolana, Intelligenza Artificiale.
Con la collaborazione di Anna Parisi, solo omonima dell’autore, ex Cern di Ginevra, per la parte editoriale.
Giorgio Parisi, Le simmetrie nascoste, Rizzoli, pp. 297, ril. ill, € 19

domenica 1 marzo 2026

Ombre - 813

“Abbiamo ucciso Khamenei”: agghiacciante la scelta dell’annuncio – la morale della storia – di Trump. Che è bene il presidente degli Stati Uniti, la potenza della democrazia e della giustizia, Nonché, a suo dire, uomo di pace. Della pax americana. Che dal rapimento di Maduro all’assassinio di Khamenei non è più roba da film ma è l’America.  
 
“L’omicidio” si lascia sfuggire la conduttrice di Sky Tg 24 a proposito di Khamenei, subito correggendosi, ma è la verità: si fanno le guerre per uccidere. Ci sono però, c’erano, dei codici, compresa la dichiarazione di guerra, e una che fosse fondata giuridicamente.  
 
Israele sferra l’attacco all’alba dello shabat, il giorno del riposo, alla vigilia del purim, il digiuno di Esther. Il sionismo fa della religione il suo fondamento ma è solo un imperialismo, come tutti i nazionalismi – i “primati nazionali”, che si pensavano ottocenteschi e defunti.
 
Ora come già in agosto, l’America muove guerra senza preavviso mentre ha in corso negoziati con la controparte. La trattativa è sempre stata sacra, e comunque una pausa negli scontri bellici, ora è solo un “a parte” – almeno per chi tratta con gli americani.   
 
Una coincidenza è i due ”fulminatori” dell’Iran, Trump e Netanyahu, sono – etano – in calo di credibilità e alla vigilia di importanti consultazioni elettorali. E dunque la guerra – una guerra “facile”, vinta in partenza – è parre del gioco elettorale? Se non ci fossero elezioni, ci sarebbero meno guerre?
Una guerra elettorale – guerra facile, vinta allo scoppio – non è una novità.
 
I vescovi americani, tutti i vescovi americani, quelli cattolici beninteso, gli “evangelici” sono un’altra cosa, hanno scritto alla Corte Suprema, dove cinque giudici su otto sono cattolici, contro le restrizioni proposte alla cittadinanza dei nati in America se i genitori sono immigrati illegali: “Il principio della cittadinanza per nascita è saldamene radicato nella tradizione giuridica occidentale”, etc. etc. L’America barbara, a scuola di diritto da noi, europei, italiani? violenta? La cittadinanza i nati in Italia non ce l’hanno nemmeno se i genitori sono immigrati regolari.
 
“Le squadre italiane non sono abituate a giocare a ritmi elevati, Quando ci provano vengono fermate perché un contrasto è troppo duro, toccano l’orecchio a un giocatore e questo cade”. E l’arbitro ferma la partita, minaccia, ammonisce, discute per quattro-cinque minuti, di che non si sa, e magari espelle. Poi dice che l’Italia non va al Mondiale. Questi arbitri sono come giudici – si direbbe come la peste: si sono pesi tutto, anche se ne sono ignoranti di diritto.
 
Capello: “Ha visto il Galatasaraj? Abbiamo insegnato noi ai turchi come si fa”. “In che senso?’” “Si buttavano a terra fin dall’inizio. L’hanno copiato da noi”. Dai nostri arbitri. Tutti scemi? Impossibile? Tutti corrotti? Forse non hanno giocato mai al calcio – fanno gli arbitri perché li hanno bocciato, al provino da ragazzi, al concorso da giudici.
 
Verderami infine rileva l’ovvio, attribuendolo a Elly Schlein: “Sarebbe la prima volta che il Pd andrebbe al governo dopo aver vinto le elezioni”. Alle prossime elezioni, nel 2027. La prima volta in ormai venti anni. Altro che alternanza.
 
Nicastro, “inviato a Gerusalemme”, dà conto di una serie di nefandezze dell’esercito israeliano in Cisgiordania, e della “magistratura israeliana” che “quasi mai persegue i propri soldati (persino i propri coloni) che commettono reati, anche omicidi, contro palestinesi”. Il tutto ridotto in un piccolo riquadro, una notizia di agenzia. In omaggio a quale Israele, Netanyahu è tanto potente?
E valeva la pena mandare un inviato a Gerusalemme” per tanto poco – Israele è cara?
 
Dagli Epstein, di cui tanto si dilettano i giornali in Italia, ormai ridotti, al meglio, a giornaletti scandalistici, una cosa è sicura: che è il modo americano di fare business. Ci sono le modelle e le minorenni, ma sono marginali. Anche quelle che, poi, hanno scelto la virtù offesa come via più facile per guadagnare. Epstein faceva guadagnare, ed era per questo circondato.
 
Dopo i tanti cosiddetti errori arbitrali si fa la graduatoria di chi e come è stato più penalizzato - la fa anche il “Corriere della sera”, ma solo online, per paura? L’Inter è la favorita: ha tre “episodi” favorevoli (ma non viene conteggiata la simulazione di Bastoni) due contro. Il Napoli ne ha quattro contro e due a favore. Guida la classifica degli errori sfavorevoli la Juventus, quattro contro e nessuno a favore. Poi dice che gli arbitri sbagliano.
 
Ezio Mauro, “da corrispondente dalla Russia, incrocia Boniperti a Mosca e fa uno scoop: anticipa l’arrivo di Zavarov alla Juve (il primo calciatore sovietico in Italia, l’uomo che ebbe l’ingrato compito di sostituire Platini, oggi vive a Kiev e ha rifiutato la chiamata alle armi” - Giuseppe Smorto, “I 4 Gianni”, pp. 57-58.


Miracolo a “Repubblica”, lo sport

“Molti lettori partono dall’ultima pagina”, e si può testimoniare che è vero, perché “lo sport sta sempre alla fine” – nei giornali. Quando ne tengono conto. A “la Repubblica” non veniva mai, non era contemplato, nel giornale alla sua prima maniera. Smorto ne fa la storia. Non sistematica: di ricordi e di aneddoti. Qui fa la storia dei “quattro Gianni” che illustrarono lo sport, e si illustrarono, nel giornale di Scalfari, quando a Scalfari si fece scoprire che lo sport c’era.   
Ricorda quindi e celebra l’eleganza di Clerici, la lotta contro le parole del letterato Brera, le passioni di Minà, Sudamerica soprattutto (e non solo Castro e il “Che”, ma Maradona ovviamente, suo fratello d’anima fino in morte, come Toquinho), la curiosità e l’olimpico epicureismo di Mura. Quattro stakanovisti, oggi inimmaginabili. Soprattutto nell’umiltà di cronisti, tempestivi e della misura giusta, di lunghezza, di toni. Smorto lo ricorda al congedo: “Furono generosi e lavorarono tanto. La bibliografia di Brera è impossibile da ricostruire. Quella di Clerici è precisa, articolo per articolo. La soffitta di casa Mura è tuttora un paradiso di scatoloni. Ne apri uno e trovi una sorpresa. L’archivio di Minà? Beh, quello è finito direttamente in una mostra”. Altri tempi? Sì, ma non è di questo nel racconto di Smorto – niente “com’eravamo” e piagnistei.

Un racconto dal vivo e una celebrazione, di quattro giornalisti di sport, Brera, Mura, Clerici e Minà, che sono anche ottimi scrittori, di sport e non. Forse innecessario, tutt’e quattro sono sempre in edizione, ristampati con successo, cioè letti. Ma Smorto lo fa da un punto di vista particolare, di redattore, capo servizio, capo redattore, vice-direttore (di Minà anche condirettore, per due o tre anni, a “Tuttosport”), a “Repubblica”, dove tutt’e quattro sono infine approdati. Come scrittori a tutto campo, seppure prevalentemente di sport. Al giornale cioè che per lungo tempo trascurò di programma lo sport. Perché non aveva l’edizione del lunedì. E per di Eugenio Scalfari, che il quotidiano aveva concepito e per un periodo tentato - prima di darlo in comodato al Pci, al servizio del “compromesso storico” con la Dc - come il “Le Monde” italiano, tutto laico e tutto politica, nazionale e internazionale, e cultura-spettacoli.
Una idiosincrasia mai smessa, si può testimoniare. Il lungo pomeriggio del 29 giugno 1982 il ricordo è da solo alle cinture e gli strappi di Gentile contro l’impavido Maradona (che non si buttava giù, si sa, per brevilineità e temperamento, ma all’epoca il sospetto di simulazione era pena grave nel tifo), a un televisore appoggiato su un tavolo nella stanza delle riunioni, entrando e uscendo per non dare nell’occhio, fingendo di entrare e uscire per caso, e a una certa ora anche con la presenza di Scalfari indifferente alla scrivania in fondo, che discuteva con Sisti la prima pagina.  
Una rimemorazione ben sintetizzata dalla quarta di copertina: “Storia degli inizi di una redazione che non c’era, e che nel giro di qualche anno diventò una nazionale del giornalismo sportivo”. Nonché “un racconto presuntuoso, come spesso è apparsa ‘Repubblica’ nei suoi cinquant’anni e più di vita”. Una celebrazione concorrente a quelle dei cinquant’anni del quotidiano.
L’aneddotica a disposizione di Smorto si può presumere vastissima. Ma ne fa scelta accurata, non tedia il lettore, il racconto è sempre vivace – non esornativo, compiaciuto, come usa nelle rimemorazioni di “Repubblica”, il tono purtroppo avviato dallo stesso Scalfari, con l’“a futura memoria” di Gnoli e Merlo, “Grand Hotel Scalfari”. Non omettendo il ruolo di Mario Sconcerti, cui dedica la rievocazione, nella “creazione”, è la parola, dal niente, da qualche idea e pochi collaboratori, dello “sport a Repubblica”. Di Emanuela Audisio – compagna di tante notti in tipografia. E di se stesso – nelle posizioni ancillari e di sparring partner che si era scelte.
Basterebbero i termini che Brera ha inventato o adattato: “atipico, cirippimerlo, euclideo, goleador e goleada…”, e “Rombo di Tuono”, “Abatino”…. O i giochi di parole, o gli elenchi a sorpresa, di Mura. Lo stesso Mura implacabile contro le simulazioni. O una lettera di Minà in cui difende l’onestà intellettuale del giornalista, di noi che “per 365 giorni l’anno ci occupiamo di molti presunti protagonisti dell’organizzazione sportiva che spesso sono solo dei tangentari, dei saprofiti della passione popolare”, tra dirigenti evidentemente - e non c’erano ancora gli agenti, e le plusvalenze.
Con la polemica giornalismo sportivo-letteratura, parte della più ampia letteratura e giornalismo.
Con qualche imprecisione. Nel 1982 Villoresi non è inviato – non si potevano fare inviati a “Repubblica”. E qualche assenza: Franco Recanatesi, p.es., o i coredattori, Sannucci (che si ricorda cantautore al Folkstudio), Tropea e Crosetti da Torino, Licia Granello da Milano. Oliviero Beha, presenza ingombrante, ricorre solo nella polemica con Brera sul Mundial di Spagna. C’è Gianni Rocca, sempre e decisivo, che nella realtà era “uno che non c’era”. E non c’è Pansa, che invece introdusse a “la Repubblica” la grande cronaca, prima del boom  dei 4 Gianni – in anni in cui non si abbandonava il “Corriere della sera” per “la Repubblica” - e fu eccellente vice-direttore, nei rari momenti in cui Scalfari si prese una pausa.
Curioso, un capitoletto sulle turbolenze tra “Repubblica” e la Juventus.
Una forma di narrazione diversa, di personaggi ricostituiti attraverso i loro scritti, oltre che, in sordina, per le necessarie connotazioni fisiche e temperamentali, e le abitudini, le attitudini, le manie anche. Per una lettura garbata, ma anche gustosa - i quattro Gianni sarebbero stati grati a Smorto, e il lettore anche. Sullo sfondo lo sport di “la Repubblica”: questo sì, è stato senz’altro un altro sport.
Giuseppe Smorto, I quattro Gianni, Minerva, pp. 231 € 18

sabato 28 febbraio 2026

L'azzardo di Trump lo isola

Lo scià ha perso il trono, e l’Iran, non per la modernizzazione forzata, e forzatamente laica (che poi era la militarizzazione dei maestri rurali, per obbligare all’alfabetizzazione, e il lavoro alle donne, retribuito, in pubblico), ma per il colpo di Stato, ora si dice regime change, della Cia nel 1953 contro il premier eletto Mossadeq, da lui abbandonato. Aveva fatto il Paese potente e ricco, e niente: trentacinque anni dopo lo scià “triste” si ritrovò solo, oscurato da un ayatollah di terz’ordine - “portato” dai servizi segreti francesi e americani. L’Iran non è un “paese del Terzo mondo” (non è l’Iraq, creazione di Gertrude Bell un secolo fa), ha storia e memoria. Nessuno, nemmeno i familiari delle migliaia, decine di migliaia, di giovani e manifestanti contro il regime il mese scorso, sosterrà un colpo di mano israelo-americano. Anche se - tanto più se - liquidasse Khamenei.

L’attacco sarà comunque un “divide” tra Europa e Usa. Vero questa volta, non come la commedia dei dazi. L’attacco è stato organizzato da Israele - stamani lo annunciava perfino sul “Foglio”. Con la protezione americana, il formidabile schieramento aeronavale americano di copertura. E questo, nei concitati scambi tra le cancellerie europee questa mattina, che non ne sapevano nulla, è già due fatti: Trump, per un qualche motivo, è subordinato a Netanyahu, gli Stati Uniti non hanno più potere negoziale, non in Medio Oriente e neppure in Ucraina. Questa voltala sorpresa di Trump è vista come un azzardo - un colpo di Stato dallesterno.

Sono inoltre attesi contraccolpi tra i principati della penisola arabica. Sia che il regime change fallisca sia, peggio, che riesca. Sono regimi personali, familiari (“stati patrimoniali” nel vecchio diritto), che si reggono con la protezione americana, per i quali la protezione, che ha portato agli “accordi di Abramo, potrebbe ora risultare ingombrante – l’Arabia Saudita si è già aperto varchi in altre direzioni.
L’attacco, seppure indiretto, all’Iran mentre con l’Iran era aperto un negoziato a Mascate, potrebbe anche aprire una crisi nella “diplomazia personale” di Trump. Con dimissioni o proteste al Dipartimento di Stato, se non con le dimissioni del ministro degli Esteri Rubio.
 

Ungaretti poeta dell'amore

Coraggiosa rivisitazione del “massimo poeta italiano del Novecento” – cosa non vera, ma al cinema dei personaggi tutto deve essere eccezionale.
Popolizio dà spessore alla rievocazione facendo di Ungaretti soprattutto un poeta dell’amore – del figlio morto come delle attrazioni fatali. In parallelo, quasi una stessa vicenda, col lavoro dell’attore, dell’impersonazione di cose e persone come identificazione, ma ripetuta e ripetitiva – “parole, parole”, che altro, come in poesia. Ma si scontra, lui o la produttrice-ideatrice Gloria Giorgianni, con un materiale documentario irrisorio. Malgrado tutto, il focoso Ungaretti era riservato.
Notevoli naturalmente i commenti critici, per essere entusiasti. Ma sopra tutto le testimonianze a sorpresa delle ottantenni, quasi, Iva Zanicchi e Enrica Bonaccorti, piene di aneddoti, vivaci come ragazzine. Insieme con Bruna Bianco, lei con tutti i suoi ottanta, benché più bella di prima, che con Ungaretti condivise l’ultima fiammata di amore fisico, lui di 78, lei di 26, a partire dal 1966. Ma purtroppo non le ha viste quasi nessuno - Rai 3 spende i suoi gioielli come tappabuchi. 
Massimo Popolizio, Vita di un uomo. Giuseppe Ungaretti, Rai 3, RaiPlay

venerdì 27 febbraio 2026

Secondi pensieri - 579

zeulig


Identità Screditata per ragioni politiche, nella polemica politica, ma solo chi ha radici è, può essere, cittadino del mondo – l’apolidismo, lo statuto del primo Novecento per i senza patria, quasi onorario, una medaglia al petto, non è più negli ordinamenti, e anzi è svanito, sostituito dallo statuto di profugo, che invece è qualifica identitaria. La ragione politico-legale innestando sulla condizione identitaria. Simone Weil lo spiega diffusamente lungamente in “Enracinement”, il radicamento (tradotto come “La prima radice”), scritto nel 1942 in esilio forzato. Ernesto De Martino allarga l’orizzonte alla società: solo chi ha radici, chi viene da un posto preciso e si collega a una comunità, interagisce nella società.
Ma, poi, nella stessa polemica politica si nega l’identità per affermare i diritti (l’identità) altrui – si nega una identità per affermarne un’altra.
 
Integrazione – Pasolini, sul “Corriere della sera”, il grande quotidiano della grande borghesia, il 15 giugno 1975 abiurava solenne dalla “Trilogia della vita”, i tre film sui racconti classici, cui aveva dedicato tre o quattro anni d’intensa attività e di vita: “Io penso che, prima, non si debba mai in nessun caso temere la strumentalizzazione da parte del Potere e della sua cultura. Basta comportarsi come se questa eventualità pericolosa non esistesse. Ciò che conta è anzitutto la sincerità e la necessità di ciò che si deve dire….  Ma penso anche che, dopo, bisogna rendersi conto di quanto si è stati strumentalizzati, eventualmente, dal potere integrante. E allora se la propria sincerità o necessità sono state asservite e manipolate, io penso che si debba avere addirittura il coraggio di abiurarvi. Io abiuro dalla ‘Trilogia della vita’, benché non mi penta di averla fatta”.
 
“Eventualmente”, Pasolini non vuole cortocircuitarsi, ama il suo pubblico. “Sincerità” e “necessità”, Pasolini è sempre stato un ideologo autoreferente – giustificazionista di se sesso, la realtà reinterpretando e risistematizzando a ogni giro di tempo o di strada – da vero Autore, senza mai darsi una pausa. L’integrazione è tema degli anni 1960-1970. Italiano, per via dell’ideologia “marxista-leninista”, in realtà comunista, del partito Comunista Italiano. Oggi dissoltasi, con la dissoluzione del Potere – dapprima militare (monopolio della violenza), poi militare-industriale (Galbraith), oggi tecnologico, nelle cose, impalpabile, benché non celato.
Due culture distinte, del potere e del non potere? Pasolini razzolava nelle “contraddizioni”, erano il fieno del polemismo, del giornalismo d’assalto.
 
Intellettuale - Si cerca e non si trova, in Italia come in Francia, Spagna, Germania, i paesi dell'intelligentsja, l’intellettuale di destra. Alberto Castoldi ha lasciato una dettagliata antologia degli “Intellettuali e Fronte Popolare in Francia”, nel1936-1938, in cui non trova posto per Céline. Né c’è posto oggi per Houellebecq, sì come autore poiché “funziona” ma non come intellettuale di destra – “non merita il Nobel perché è di destra”. Anarcoide di destra, come Céline – o sempre nel Novecento, Pound, Hamsun. E in Italia, ciascuno di loro a suo modo, anche Malaparte, Berto, lo stesso Gadda, antimussoliniano, o Pirandello. Mentre alcuni degli intellettuali più influenti del primo Novecento sono inequivocabilmente di destra – oltre i Céline, Pound e Hamsun, Mircea Éliade, Ionesco, Cioran. O il futurismo, anche nelle sue applicazioni sovietiche.
 
Stato – “Una formazione che ha avuto un’evoluzione diversa, lacerante, nelle nazioni latine”? È la lezione dell’allora cardinale Ratzinger alla Biblioteca del Senato il 13 maggio 2004: “Con la Rivoluzione Francese per la prima volta in assoluto nella storia sorge lo Stato puramente secolare, che abbandona e mette da parte la garanzia divina e la normazione divina dell’elemento politico, considerandole come una visione mitologica del mondo e dichiara Dio stesso come affare privato, che non fa parte della vita pubblica e della comune formazione del volete. Questa viene ora vista solamente come un affare della ragione, per la quale Dio non appare chiaramente conoscibile: religione e fede in Dio appartengono all’ambito del sentimento, non a quello della ragione”. Ne è derivata una frattura – “un nuovo scisma”. Non risentito in Germania, “perché qui si è ripercosso più lentamente”. Ma radicale nel mondo latino: “Questa lacerazione negli ultimi due secoli è penetrata nelle nazioni latine come una frattura profonda, mentre il cristianesimo protestante in un primo tempo ebbe vita facile nel concedere spazio alle idee liberali e illuministe all’interno di sé, senza che la cornice di un ampio consenso cristiano di fondo dovesse in tal modo venire distrutta”,
 
Virtuosismi – Restano nelle arti legati solo musica, una prerogativa, dei pianisti e violinisti, forse per contagio dal jazz, ma era già un virtuoso Pagani, come Liszt, ed è rimasta arte di esecuzione – l’arte per eccellenza degli esecutori. Nel pianismo non c’è più, p.es., la serena classicità, naturale ma studiata, di Rubinstein o Benedetti Michelangeli, intesa a rendere, riprodurre, al meglio l’originale, come concepito dagli autori, Chopin, Schubert, Beethoven, ma un subisso di note, “interpretative”, variazioni sul tema, che unicamente testimoniano la bravura dell’esecutore – l’autore resta come pretesto, un tema del virtuosismo. Di creatività fanciullesca, di moltiplicazione-semplificazione di accordi, temi, arie, di costruzioni in forma di variazioni. E precarie, improvvisazioni, non ripetibili; per una impressione di meraviglia, per natura fuggevole, comunque di realizzazione volutamente passeggera – di cui resti la memoria ma non l’opera.
L’esecutore si vuole sempre più autore. Un personaggio, non solo un esecutore, ma per “quella” esecuzione, come una sorte d ri-creazione – in entrambi i sensi.

zeulig@antiit.eu

È la fine del mondo ma niente paura, la vita è moltitudine

Il teatro al cinema, partendo dalla fine. Un film a scatole cinesi, affascinante – sobrio, sui toni colloquiali, quotidiani, ma sempre sorprendente. Una storia anche a ritroso, contro tutti i canoni, che comincia dalla fine. E un film come un teatro, niente inseguimenti, al più dialoghi a distanza col telefono. E con l’ultimo atto recitato per primo.
Il terzo atto, la fine del mondo, se la raccontano, ignari, un insegante e la sua ex, una infermiera, che le notti solitarie si telefonano. Si raccontano una giornata strana, in cui sembra che la, faglia del Nord California si sia attivata, incendi indomabili si sono sprigionati qua e là negli States, e alluvioni, a Livorno le acque hanno invaso la città, e frane, voragini, traffico bloccato, gente che arriva esausta a casa, a piedi, la mattina dopo, consigli inutili su come evitare il blocco del traffico, volendo ancora andare a lavorare, o recuperare la macchina nell’intasamento. La normalità nell’anormalità. Su cui si proietta come beffarda, a ogni piega a ogni sguardo, una pubblicità, “Grazie Charles “Chuck” Krantz per i 39 anni fantastici”. Come una pubblicità politica, di uno che si candida – a sindaco, a senatore – di cui però nessuno ha mai sentito.
Ma al secondo atto “Chuck” è vivo. Cioè, è morto, ma esiste: la scritta onnipresente è il ricordo della moglie e del figlio affezionati, che lo ringraziano di aver vissuto 39 fantastici anni, per sé e per loro. Si prosegue sempre a ritroso, con Chuck adulto col figlio. Poi con i nonni, ai quali è stato affidato infante per la morte incidentale dei genitori. Sempre a ritroso, col divieto del nonno di entrare nella soffitta. Dove da ultimo Chuck si troverà morto.
Con una morale. Una vita breve, destinata alla morte, come tutti, la vita è sempre breve, ma molteplice: Chuck, come tutti, avrà vissuto contenendo-vivendo “moltitudini”. La storia è cominciata con Walt Whitman storpiato dagli scolari ignoranti o svogliati, il verso “contengo moltitudini”, dal “Canto di me stesso”.  
Non è un thriller, la curiosità si accende a mano a mano con lo sviluppo del racconto – non c’è una fine, una causa, un mistero da indovinate. Dal racconto “La vita di Chuck” di Stephen King (nella raccolta “Se scorre il sangue”).
Chiwetel Eijofor, l’insegnante solitario del primo atto, e Annalise Basso, l’infermiera, danno il tono “ordinario” alla fine del mondo che è l’attrattiva del film.  Che poi “Chuck” da ultimo e da giovane, Tom Hiddleston e Jacob Tremblay, perpetuano.
Mike Flanagan, The Life of Chuck, Sky Cinema, Now

giovedì 26 febbraio 2026

Problemi di base variabili - 903

spock


Ora gli arbitri vogliono fare la tv?
 
Ma gli arbitri sono mai andati al cinema, sanno come si fa?
 
O la tv: l’hanno mai vista, loro che si vogliono ora padroni dell’immagine?
 
Che ci stanno a fare gli arbitri, non è meglio un regista di cinema?
 
O un montatore, anche un cineoperatore – uno che se ne intenda della vaghezza delle immagini?
 
Si guardano gli arbitri, un po’ calvi, un po’ con la pancetta, che si sono impossessati del calcio per farsi registi tv, uno dice: ma è vero? e com’è possibile, che potere hanno?

spock@antiit.eu

Appalti, fisco, abusi (245)

Il governo che “non mette la mani in tasca agli italiani” ha raddoppiato col nuovo prontuario farmaceutico il numero dei medicinali passati a parafarmaci, per escluderli dalla copertura assicurativa e dalla deducibilità fiscale. O li esclude dalla copertura sanitaria - farmaci di largo uso, come l’esomepreazolo e, pare, le statine. Il cui prezzo raddoppiato nella circostanza, e va pagato tutto subito.
Nel silenzio dell’opposizione – muta nel frangente. Quanto è forte la Big Pharma della Little Italy.
 
Lo stesso governo, che “giammai penserà a una patrimoniale”, ne ha imposta una, senza dirlo, come suo primo atto, tre anni fa: una spesa di 52 euro a bimestre per “oneri di sistema” sull’elettricità anche quando la casa è chiusa. Circa 200 euro l’anno di sovrattassa, giusto per avere la proprietà della casa.
Non molto, certo, una “patrimonialina”. Su sette milioni di “unità abitative” – non tutte di ricchi, la maggior parte carichi familiari.
Anche questa senza la minima critica, né mediatica né politica.
 
Luxottica vende un modello, “Nuance”, come “apparecchio acustico a conduzione aerea”, che nessuna assicurazione né l’Agenzia delle Entrate riconoscono come supporto acustico – vendeva, perché dopo pochi mesi li ha messi “in offerta”. Una furbata, da 1.100 euro. Che Agcom non considera pubblicità ingannevole.
 
A Roma “Città Giudiziaria tra topi, crolli e degrado. Dopo due anni di lavori di ristrutturazione, e 16 milioni di spesa. Disagi, stanze inagibili, feci di ratti sui faldoni, nei piani alti riscaldamento intermittente, e secchi per raccogliere l’acqua piovana, troppi palazzi imprigionati da impalcature dove nessuno lavora”. Lamenta un giudice: “Due anni col naso turato, con un cantiere ipertrofico, e nulla funziona”. Spiritoso: “Sequestriamo locali pubblici per molto meno”.

Una bellezza da amare

Cazzullo sfida Sanremo col solito catalogo di reperti d’arte belli e bellissimi - e con la guida del solito Dante. E ci riesce. Con immagini tutte per qualche aspetto “nuove” – meglio illuminate, meglio colorate, più vive, da vicino e da lontano, meglio didascalizzate. E per il commento, che Cazzullo ha detto col taglio giusto, esilarato e insieme rapido, efficace.  
Auditel gli dà solo un 3,2 per cento di share - per 652.000 spettatori. Ma, nella serata, è meglio di tutti - eccetto ovviamente il festival e Ccanale 5, e le cariatidi immutabili di “Chi lha visto?”.
Aldo Cazzullo, Una giornata particolare - “Italia la grande bellezza”, La 7

 

mercoledì 25 febbraio 2026

L’Europa prigioniera delle faide slave

“Quale sarà il destino dei milioni di ucraini che vorrebbero il proprio Paese nel «mondo russo» e non europeo? Potranno tornare a votare partiti filorussi, parlare russo?” è la domanda. La risposta di Michailo Podolyak, “consigliere della presidenza ucraina”, è: “Se a qualcuno piace può andare a vivere in Russia, finché esisterà. Non ci sarà alcun «mondo russo» in Ucraina”.
C’era prima della guerra, prima della Crimea, delle “rivoluzioni arancione”, cioè nazionaliste ucraine, e ora non ci sarà più. È comprensibile dopo quattro anni di guerra. Ma è anche una faida, come ce ne sono sempre state e se ne preannunciano a ogni curva, tra gli slavi: nella ex Jugoslavia, a partire dalla sanguinosa caccia agli italiani in Istria, e poi alla dissoluzione, nel 1992-1993, nel Kossovo, ora in Ucraina, domani in Moldavia. Con la Polonia che ha più di un conto in sospeso con la stessa Ucraina, compresa Lviv-Leopoli, e con qualche paese baltico. La Polonia che ottant’anni dopo la guerra, e dopo essersi presa un quinto o un quarto della Germania, e averne cacciato gli otto milioni di tedeschi che lo abitavano, vuole dalla Germania i danni di guerra - un governo li chiede e uno ci rinuncia, ma il sentiment è revanscista.
Il futuro dell’Europa all’ora slava è, al meglio, lo stallo – la composizione di conflitti. Anche gravi, come ora l’amputazione della Russia.

La sagra del democristianesimo

Un rito. Il solito bombardamento di venti-trenta canzoni, per lo più di sconosciuti – come tenere a mente la pletora di rapper, di versi senza poesia, di melodie da prosa piana? Con i suoi indefettibili, almeno per le prime ma lunghissime tre ore, tredici milioni di italiani - meno, pare, dell’anno scorso, ma pur sempre tanti.
Una sagra. Per quella che è ormai una “cerimonia”, un rituale, una cresima (confermazione). Quest’anno in chiaro, avendone l’onesto conduttore Conti spiegato in anteprima la natura: il festival è “cristiano e democratico”. Da regime politico? No, il festival si ripete uguale perché è la storia della repubblica. Insipida e-ma autoreferente.
Carlo Conti, 76° festival della canzone italiana, Rai 1

martedì 24 febbraio 2026

Letture - 607

letterautore


Artiste – “Nella ‘Storia dell’arte italiana’ di Giulio Carlo Argan, su cui ho studiato, non era citata neppure una donna!”, Maria Grazia Chiuri. Argan sindaco comunista di Roma, 1976-1979: la sua “Storia” è del 1968, quando già da oltre mezzo secolo, 1913, Longhi aveva “scoperto” Artemisia Gentileschi.
 
Asciugatori delle Pareti – O inquilini asciugatori,”Trockenmieter” nella parlata di Berlino, in uso nella Berlino guglielmina, che cresceva troppo, troppo in fretta: “Si era diffusa l’abitudine di affittare gli appartamenti quando l’intonaco non era ancora asciugato a inquilini che per la scomodità dell’ambiente pagavano una pigione ridotta” – Saverio Campanini lo spiega, a proposito dello stesso Scholem, nel lungo saggio con cui presenta gli studi di Gershom Scholem su Pico della Mirandola e le sue fonti in materia di Qabbalah, “Cabbalisti cristiani”.  
 
Caratteri nazionali – “All’America devo i favori della fortuna”, spiega Peer Gynt ai compagni di avventure in Marocco, all’atto quarto: “La biblioteca ben fornita proviene dalla giovane scuola tedesca (siamo negli anni 1860. n.d.r.); la Francia mi ha dato l’abito, i modi, e quel pochino di spirito, l’Inghilterra l’assiduità al lavoro e la acuta percezione del mio interesse. Dagli ebrei ho imparato l’arte di aspettare, dagli italiani il piacere del dolce far niente…”.
I caratteri nazionali erano in voga nel secondo Ottocento, l’epoca dei nazionalismi – Ibsen scriveva “Peer Gynt”, a Casamicciola e poi a Sorrento, nell’estate del 1867. Ma non si pensa diversamente oggi.
Il primo volume, oltre mille pagine, della “Storia d’Italia Einaudi” del 1972, sei volumi, dieci tomi, i curatori Romano e Vivanti hanno intitolato “I caratteri originali”.
 
Complessità – La follia – nell’accostamento di Guido Paduano, che ci ha scritto sopra un trattato, “Follia e letteratura”, nella sintesi che ne fa a Gnoli su “Robinson”? “Non c’è un denominatore comune nella follia. Per parafrasare una celebre frase: tutti i sani sono uguali alla stessa maniera, mentre ogni folle è diverso a suo modo. Re Lear e don Chisciotte sono quasi contemporanei e rappresentano il punto più profondo al quale la follia si è spinta nell’abisso della complessità”.
 
Dante – La “Commedia” “di base è un’autobiografia” - la stilista Maria Grazia Chiuri, costumista per l’opera “Inferno” di Lucia Ronchetti all’Opera di Roma. Un selfie ante litteram? È per questo, continua Chiuri, che “nei versi ci si può identificare ancora adesso. Sottolinea l’importanza dell’amore come motore universale, parla di etica e di decadenza politica, di esilio e sradicamento”.
Per Lucia Rnchetti “la ‘Divina Commedia’ è una Bibbia studiata e ristudiata, il primo libro erotico e horror avuto tra le mani”.
 
Etna –“L’unico vulcano femmina della nostra Penisola”, Marco Belpoliti, “Nord Nord” - attribuito a Nadia (Ballo?).
 
Gaza Dreamland – Il sogno di Trump era già di “Peer Gynt”, nella sua fantasia in Marocco, al bordo del Sahara, all’atto quarto: “Gli balena un’idea” nelle note di scena, annaffiare il deserto - una cornucopia segue, di ogni bene e meraviglia.  
 
Kafka – Cosa ne resta a Praga? “È diventato una fonte di guadagno per un’intera città, fra gadget, guide, musei, caffè. c’è sempre più Kafka a Praga, ma è sempre meno vivo. Questo mi ha spinto a guardarlo dalla prospettiva di oggi”, Agnieszka Holland del suo ultimo film, “Franz”.
Holland aveva studiato a Praga, alla Scuola del Cinema, all’epoca della “Primavera” politica, 1968, quando Cecoslovacchia, Polonia et al. erano parte dell’impero sovietico. E ricorda: “Milan Kundera insegnava storia della letteratura. Trasmetteva il fascino di Kafka e della letteratura di lingua tedesca. Parlava di Broch, Musil e altri autori di quel mondo. In Cecoslovacchia all’epoca erano sconosciuti. Io in Polonia li avevo letti”.
 
Lotteria – Il lotto, che il Devoto fa derivare dal gotico “klauts”, sorte, Marco Belpoliti in “Nord Nord”, p.214, si compiace di associare a Lorenzo Lotto, che in Ancona, in tarda età, “ridotto in miseria”, accudito dai frati domenicani, ne organizzò una: “La mise in piedi nell’agosto del 1550, per vendere sedici quadri e trenta cartoni che aveva preparato per le tarsie di Bergamo, ma vendette quasi nulla”.
 
Mutilazioni di guerra – Molto praticate dagli italiani in guerra, soprattutto nella Grande Guerra, secondo gli alti comandi, da arte dei soldati per sfuggire al fronte, sono prassi normale nel “Peer Gynt” di Ibsen, 1867, in aperura dell’atto terzo, dove il coboldo protagonista di fughe oniriche “vede” tra i suoi esseri immaginari un ragazzo che “s’è mozzato netto il dito. Un dito insostituibile! Tutto il dito! Senza che nessuno lo obbligasse!” E poi si piega il perché: “Ah adesso mi ricordo… È l’unico modo per liberarsi dal servizio del re. Dev’essere così. Volevano mandarlo in guerra e lui, si capisce, non voleva partire. Ma mutilarsi….? Per sempre?”.
 
Lucio Piccolo – “Teneva concioni interminabili”, Belpoliti in “Nord Nord” , p. 80, sa fa dire da Vincenzo Consolo, “Enzo”, che lo aveva praticato in gioventù – “un suo maestro diceva lui”.
 
Poeti maledetti – Ma è solo una definizione di Verlaine perseguitato dall’alcol e dagli ufficiali i giudiziari. Lo ricorda Piero Boitani recensendone la riedizione nella Pléiade. Era il titolo che appose all’antologia di Corbière, Rimbaud e Mallarmé, con se stesso nel ruolo di curatore, con lo pseudonimo “Pauvre Lélian”, nel 1884.  
 
Russia-Urss – L’ultimo impero europeo? Ma con “il capovolgimento completo dei valori che avevano costruito l’Europa” – card. Ratzinger (poi papa Benedetto XVI), “Conferenza alla Biblioteca del Senato”, 13 maggio 2004, ora in “L’Occidente vincerà”). Per “il modello totalitario”, che “si collegava a una filosofia della storia rigidamente materialistica e ateistica”. Dopo la “rottura” operata dall’Illuminismo: “Non ci sono più valori indipendenti dagli scopi del progresso, tutto può, in un dato momento, essere permesso e persino necessario… Anche l’uomo può diventare uno strumento”. Ed è un fatto che “i sistemi comunisti sono naufragati innanzitutto per il loro falso dogmatismo economico”. Non per il totalitarismo, per il pil  - è la lezione che Deng Hsiao Ping aveva tratto dai fallimenti del maoismo, e su cui ha impiantato il robusto impero cinese, seppure sempre comunista, strumentale - semplicemente, rilevava Ratzinger vent’anni fa, “i veterocomunisti sono diventati senza esitazioni liberali in economia”.

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L’assegno unico non fa una politica natalista

L’assegno unico universale, introdotto a fine 2021 dal governo Conte II, di sinistra-destra, che avrebbe dovuto rilanciare la famiglia e la natalità – insieme con l’aumento di asili nido-scuole materne, non ha avuto l’effetto sperato, se la denatalità continua a crescere, verso record sempre negativi.
Ha funzionato sessant’anni fa in Francia, col governo Pompidou, che riuscì a interrompere una denatalità secolare, ma ora molte cose sono cambiate. Per almeno cinque fattori, quali sono emersi nelle tavole rotonde di demografi, giuslavoristi, economisti etc., attivate al dicastero della Famiglia, la natalità e le pari opportunità. La ritardata nuzialità-procreazione per effetto degli studi: molte più persone studiano ancora nei loro anni venti. Si è generalizzato il lavoro femminile, in tutti i tipi e i gradi di qualificazione. La famiglia, sempre informale, è sempre più “plurireddito” – non può più fare a meno di un reddito. E contemporaneamente patrimonializzata – in beni mobili e immobili, a spese elevate costanti. La natalità diventa una pausa molto ardua in questa situazione.
Il quinto elemento dissuasivo è opera dello stesso mondo imprenditoriale che più lamenta la denatalità, la scarsità di manodopera. È la pratica aziendale ancora diffusa di scoraggiare la maternità, con misure anche esplicite - dimissioni in bianco, contratti a termine non rinnovabili in caso di licenza prolungata, difficoltà ai permessi parentali, disparità di retribuzione.  

La salvezza viene dall'Ucraina nel paradiso di La Ciotat

Enzo, 16 anni, fa l’apprendista muratore in un cantiere edile. Non ha voluto studiare, e non ha voglia d’imparare il mestiere, che pure si è scelto. Non sa spiegarsi col padre professore, che pure vorrebbe in qualche modo aiutarlo, né con la madre ingegnera, meno intromettente ma sempre attenta. Ha i suoi approcci con una ragazza, nella piscina della villa di famiglia vista mare – siamo a La Ciotat. Ma è la frequentazione di due ucraini tuttofare, che lavorano nella stessa impresa, che gli apre un orizzonte. I due, cottimisti sul lavoro, anche il sabato e la domenica, e spensierati fuori orario, devono ora tornare in patria per fare la guerra. Cioè, uno dei due vuole tornare, l’altro ha deciso di no. Finché, con Enzo, non cambia idea.
La solita parabola del ragazzo “strano”, perché ha e non lo sa pulsioni omosessuali. Col solito sogno di ogni pederasta, che il ragazzo s’innamori dell’adulto. Ma girato con grazia - da Campillo in sostituzione di Cantet, che il film ha ideato e sceneggiato ma non ha fatto in tempo a dirigere. Ambientato in un luogo di tutti e di nessuno – Enzo, all’italiana, è il nome originale del protagonista. Con un attor giovane, esordiente, Eloy Pohu, che non lascia immaginare un altro “Enzo” possibile. E un contorno sempre misurato, come una ripres  dal vero: Favino, il padre, la madre Élodie Bouchez, e i due “ucraini”, Nathan Japy e Vladyslav Holyk.
Laurent Cantet-Robin Campillo, Enzo, Sky Cinema, Now

lunedì 23 febbraio 2026

Ombre - 812

L’Olanda terza per medaglie vinte all’Olimpiade invernale - un Paese di pochi, e d’acqua. È che, come in tutte le cose, anche negli sport alpini ci vuole pazienza e sapienza. P. es. attirare ogni anno a Amsterdam un milione di visitatori per l’ennesima, annuale, mostra speciale su Van Gogh (ora per il suo “Yellow”. O anche solo organizzazione. Magari facendo fare sport ai ragazzi a scuola, dove invece in Italia si ritiene non necessario e forse insalubre - scoliosi, et.
 
Sergio Cusani evoca in un suo libro di memorie, si legge sul “Corriere della sera”, il Procuratore di “Mani Pulite” Borrelli che nel 2011 avrebbe detto: “Non valeva la pena d buttare all’aria il mondo precedente per cascare in quello attuale”. Verosimile, è nel personaggio Borrelli, vero andreottiano – quello che non c’è mai: non ci pensa nemmeno che il “mondo attuale” lo ha creato lui.
 
Uno vede Atalanta-Napoli e stralunisce – tanto più dopo l’horror Inter-Juventus: ma come è possibile che gente così mediocre, Rocchi, Gravina, Mastrandrea, Chiné “regolino” il calcio? Lo facciano e lo disfacciano. Per far vincere l’Inter? Ma da dove gli viene tanto potere? Niente, muti e tetragoni. Ci hanno anche fatto perdere due Mondiali, e ora ci minacciano il terzo, ma sono immutabili.
Magari non sono nemmeno corrotti. È sempre il vecchio potere, “democristiano”, altro che Seconda e Terza Repubblica.
 
“Difficile la rottura dei legami commerciali tra Stati Uniti e alleati”. Diamine, ci vuole il governatore della Banca d’Italia per spiegarlo.
Difficile per tutti, si penserebbe, ma tra alleati poi – da quasi un secolo?
 
Senza studi, senza conoscenze quali che siano degli affari internazionali, senza nemmeno l’inglese (“zoppica”, dicono i sicofanti, cioè dice alcune frasi a memoria), Luigi Di Maio è stato ministro degli Esteri, in due governi, da tre anni è Rappresentante Speciale della Ue nel Medio Oriente, che non si sa cosa vuole dire ma implica un congruo appannaggio, e ora è Professore al King’s College di Londra, ateneo di buon prestigio. È solo un fatto di fratellanza? È la nuova Italia.
 
Putin non vince la guerra pur provando a distruggere fisicamente l’Ucraina con continui bombardamenti. Che le tattiche del pazzo Trump l’abbiano messo le spalle al muro? Ha cessato ormai da tempo gli aiuti l’Ucraina, che invece dura e resiste, e come può essere?
 
C’è malessere per la morte del piccolo Domenico a Napoli, per il trapianto sbagliato. Per il dolore certo della madre, e per un generico senso di amarezza, per una salvezza che si è trasformata in una trappola. Per di più a fronte della dedizione dell’ospedale, testimoniata dalle quattro infermiere che per due anni lo hanno accudito per 24 ore. Ma anche perché, senza attendere di sapere dove e da chi è stato commesso l’errore fatale, l’avvocato della madre con greve accento usa toni minacciosi.  
Viene perfino da pensare che un errore è sempre possibile anche in chirurgia, come in tutta la medicina. I risarcimenti – la triste pratica americana degli avocati a percentuale - hanno cambiato tutto. E non per il meglio.
 
“Nella storia della nostra serie A mancava un giocatore delle Fær Øer”, può titolare “il Foglio” serioso. Con le Fær Øer sono112 i Paesi a cui la serie A ha attinto e attinge calciatori. Poi dice che l’Italia non va ai Mondiali, non si qualifica. Si riempiono le squadre di stranieri perché costano meno? No, costano di più. No, si comprano perché i loro agenti sono stranieri, in genere nei paradisi fiscali, comunque fuori dalla portata della Guardia di Finanza. Più che costruire squadre forti, si fano compravendite.
 
Un arresto eccellente in casa reale, solo per fare un interrogatorio, senza garanza di un giudice, nel diritto sassone un’eccezione, una manna per i media. Un fatto storico: la giustizia made in Italy ha  contagiato o abolito l’Habeas Corpus millenario – prima ti arresto poi ti dimostro, se ci riesco, che sei colpevole.
 
“Se il fisico Rovelli è maestro
Di geopolitica, e il giudice
Mastrandrea di giustizia
Perché non saremmo noi
Il vero Shakespeare?
Aperto è il cammino
Della speranza.
 
“Ilary tra denunce e ricorsi ha fatto causa all’ex marito per ben 15 volte”. Mentre se la godeva a Milano, in costanza di matrimonio, con questo e quell’amante di suo piacimento. Si può azionare la giustizia a capriccio? I procedimenti sarebbero stati avviati se denunce e ricorsi li avesse fatti lui, l’uomo? Certo, la giustizia è femminile.
 
“Giovanni Paolo II è stato il più grande”: il novantacinquenne cardinale Ruini va ancora veloce e non ha dubbi. Ma è solo, nessuno se lo fila, in Italia. Dove il sovietismo è ancora molto forte – nei media: tutti reduci. Di che poi, della vergogna di avere assassinato una rivoluzione? O così vogliono – gli conviene – i padroni furbi del vapore, per mettere in scacco il governo, qualsiasi governo.
 
Qualcuno, un funzionario consolare italiano, prendeva in Bangladesh due milioni di euro per favorire i visti immigrazione. Non è il solo, probabilmente, ma già da solo dà l’idea del valore del traffico.
Roma, p.es. è piena di mendicanti africani, giovani. maschi e femmine, collocati ai supermercati, bar, monumenti non primari, chiese, banche, marciapiedi, dai rom ogni mattina. E dotati di cellulare. Come ci sono arrivati?
 
Tuona tronfio, Giove tonante, il presidente dell’Inter Marotta, sotto le insegne auguste della Federazione Italiana Gioco Calcio, tesse l’elogio del simulatore Bastoni, bravo ragazzo, sbertuccia Saviano, “chi è?”, e minaccia la Juventus, di cui è stato a capo per molti anni, di svelare segreti inconfessabili. È ridicolo ma fa paura, ai giornalisti.

Milano-Cortina, la Rai si riprende gli eventi

Uno spettacolo ricco. Anche sportivo, con le ultime premiazioni. E senza sbavature: ben ritmato tra suoni, luci, movimenti, tra canti e balletti, per qualche aspetto evocativi, e comprese perfino le esecuzioni degli inni. Raccolto, pur nell’ambiente dispersivo dell’areena di Verona. Con la sola sbavatura forse di un folletto in costume che si voleva Rigoletto, che si aggirava in tv per oscure fondamenta – per ricordare che l’opera è italiana? Bastavano i due pezzi di Puccini, il coro muto e “Butterfly”, da pelle d’oca.
Un’ottima ideazione, fantasiosa e misurata. Che la Rai, tra impostazione e regia, ha tutto sempre minutamente sincronizzato. Per uno spettacolo “spettacolare” in tv forse più che dal vivo, di stacchi, movimenti, pause canore o discorsive, e tagli, luci, colori – nel giorno in cui i critici della concorrente La 7 la davano per spacciata (“meglio Eurosport….”). Tre ore di diretta con decine se non centinaia di spostamenti di scena, e tutto perfettamente sincronizzato.
Cerimonia di chiusura giochi olimpici invernali di Milano Cortina 2026,
Rai 1, RaiPlay

domenica 22 febbraio 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (625)

Giuseppe Leuzzi


Una Olimpiade invernale è necessariamente una Olimpiade del Nord. Ma in questa di Milano-Cortina lombardo-veneta lo è anche in modo ideologico. Non solo perché gli atleti sono lombardi, veneti e valdostani. Si inneggia al Nord-Nord sotto le specie della Norvegia: tutti giganti. Nel senso dei due metri. Che non vuole dire nulla –abbiamo anche noi centravanti di due metri che non sanno giocare, mentre Haaland è un’altra cosa. Mentre la Norvegia – che è nostro incubo anche nel calcio, non solo sulla neve, noi che siamo tri-campioni del mondo – ha da quarant’anni uno statuto speciale per lo sport dei bambini, dai 6 ai 12 anni. Che consente a tutti di fare sport, in campagna come in città, con e senza soldi. E nove, quasi dieci, bambini su dieci lo praticano - normalmente più di uno.
 
Con cadenza mensile, se non ora settimanale, “Il Sole 24 Ore” affligge il lettore con le classifiche del meglio e del peggio, dove si vive meglio, dove ci si cura meglio, dove l’aria è migliore, etc. Che è la maniera milanese di celebrare il Nord: sono graduatorie per cristallizzare le “inferiorità” del Sud. Ma l’ultima è curiosa. Per tutti gli esami clinici la regione peggiore (dove più lunga è l’attesa) è l’Abruzzo – solo per cardiologia e colonoscopia fa peggio la Puglia. Mentre dove tutto fila liscio è il Veneto - eccetto per l’ecodoppler dei tronchi sovraortici: qui viene prima Trento.
Solo per ortopedia viene primo - peggio – il Friuli Venezia Giulia. Cioè una regione di montagne.
 
Rocco Scotellaro “è vissuto molto poco ma ha dato tantissimo ed è rimasto un personaggio mitico nella cultura italiana e meridionale. Quello che ha fatto nella sua breve vita (è morto di trent’anni, n.d.r.) è bastato a farne um mito, perché?”, si chiede Goffredo Fofi in “Arcipelago Sud”. E si risponde: “Perché figlio di gente molto povera cresciuto in un paese di contadini”. E perché “ha avuto una madre di grande forza, come spesso nel Sud, che ha raccontato e pianto suo figlio”. La famigerata “donna del Sud”.
 
E l’uomo del Sud – sempre di Fofi, a proposito di Sellerio marito? “Enzo Sellerio, palermitano di forte ceppo ispanico e liberalmente barocco, era un uomo e un artista di forte carattere, un individualista vero, come ho avuto la fortuna di conoscerne pochi (come Sciascia, come Levi, come Pasolini, come la Morante e la Ortese)”.
 
Il Settentrione si capisce dal Meridione
“Forse adesso ti starai chiedendo”, dice Belpoliti a “Nord Nord” illustrando Villa Palagonia all’ipotetico interlocutore con cui sviluppa la narrazione, “perché sto qui a scrivere del Meridione in un libro che s’intitola ‘Nord Nord’”. E gli risponde. “Credo che tu sappia bene come il Settentrione lo si capisca solo attraverso il suo contrario, il Meridione”. Certo, si è il Nord di un Sud – anche Milano, poi, così piena di sé, è un Sud, in Europa e nel mondo. E si spiega così, sempre Belpoliti col suo interlocutore, la “Lombardia siciliana” di Sciascia, “sulla scorta di Vittorini” – che, “nato a Siracusa, nella Magna Grecia, …s’era trasferito anche lui (come Ferdinando Scianna, il fotografo, n.dr.) a Milano e del tutto identificato con il Nord odierno, industriale, pragmatico”.
E dunque, com’è il Nord visto da Sud? “Secondo Vittorini, spiega Sciascia, il Nord si presenta come una forma d’ordine anche quando è scosso da conflitti; è in contrapposizione all’Isola, che invece è sempre caos, dispersione, negazione della Storia”.
Bisognava pensarci, a questo Nord “creato” dal Sud. Come un complesso di colpa. Una impossibilità. Un’impotenza.
Altrimenti, anche geograficamente la distinzione si complica. Risalendo alle sorgenti della Drava, “il più lungo fiume nato in Italia”, Belpoliti poi ricorda che fluisce nel Danubio, e quindi nel Mar  Nero, e si chiede: “Allora il Mar Nero dov’è: a nord o a sud? È a est, anche se nel suo percorso il Danubio dopo Budapest sembra flettere verso sud: attraversa la Serbia e la Bulgaria, poi si rialza un poco e sbocca un po’ più in alto”. Ma “il Mar Nero comunque non è a nord” – suona orientale.
È come al militare, ai quesiti della prova per ufficiale di complemento: è più a est Trieste o Napoli, è più a sud Napoli o Bari. E la verità è che l’Italia è come la diceva Churchill, sta nel Mediterraneo non come un pene eretto ma come uno flaccido. Per concludere – sempre Belpoliti col suo anonimo interlocutore: “L’avrai già capito anche tu: il Nord non esiste, o meglio è qualcosa di fluttuante, legato a fattori di varia natura, non solo geografici, ma anche linguistici e storici. Per cui tutto è relativo e dipende da come si guardano le cose” – tanto più considerando che “anche la bussola, indispensabile per orientarsi, è alla fine solo un punto di vista”.
Non è una conclusione, ma Belpoliti se la “fa bastare”. L’aveva avanzata con il Meridione, di Dante e di Petrarca. Non c’era allora, aveva notato, il Nord – non un “cosa” italiana. Ma solo la connotazione geografica, di Settentrione e Meridione. E non tra una parte e l’altra dell’Italia, si può aggiungere – l’Italia era una, e ben definita dalle Alpi, benché non ”esistesse”.
 
Sudismi\sadismi - Mafia Capitale
L’ex inchiesta Mafia Capitale, poi ribattezzata Mondo di Mezzo (dopo che la Cassazione ha decretato l’assenza di metodi mafiosi), continua a sgonfiarsi. I giudici della prima sezione penale di Roma hanno dichiarato, nell’ultimo rivolo dell’inchiesta con venti indagati, il non doversi procedere per intervenuta prescrizione per Salvatore Buzzi. Assoluzione con formula piena, invece, per l’ex segretario del Pd romano, e capogruppo al Consiglio comunale, Francesco D’ausilio.
D’Ausilio allora giovane, nel 2014, viene assolto dopo undici anni e una carriera politica troncata dall’accusa di mafia in un processo farlocco con cui si immortalarono alcuni giudici siciliani, che non vedevano l’ora di avere la mafia a capo della Città Eterna. Si penserebbe che la guerra alla mafia si faccia circoscrivendone l’influenza e la disseminazione. Invece, e questo non è il solo caso, ci si compiace nel vederla ovunque.
Tra le tante vittime, questa antimafia ha fatto le cooperative sociali. Di ex detenuti in varie attività.  Che Buzzi, condannato a venti o trenta anni per assassinio, ma plurilaureato, in Lettere prima e poi in Legge, a Rebibbia, attivista per la riorganizzazione delle carceri, graziato da Scalfaro nel 1994, aveva creato nel quadro della Lega delle Cooperative. Attive a Roma in molti servizi, e tutti efficienti. Poi svanite nel nulla – centinaia di ex carcerati senza più un’attività. Non difese dal Pd né dalla Lega, il sospetto di mafia è cancerogeno.
 
Cronache della differenza: Sicilia
Nell’ampio affettuoso medaglione che fa di Vincenzo Consolo siciliano di Milano, “Enzo”, nel suo “Nord Nord”, Marco Belpoliti lo ricorda anche spietato giornalista - corrispondente da Milano de “L’Ora” di Palermo – a proposito del suicidio di Franco Verga, un notabile democristiano milanese figlio di siciliani, “nel suo articolo ‘Morte d’un samaritano fra cinismo e kitsch’”.
Canis canem non est”, cane non mangia cane, si diceva in antico. Ma evidentemente  siciliano morde siciliano.
 
Il “Meridione-del-Meridione” la vuole lo stesso Belpoliti, raccontando di Ferdinando Scianna, la sua Bagheria rifiutata, e la “mostruosa” Villa Palagonia.
 
Vincenzo Ferrea, palermitano, è di casa nei teatri di Napoli. Roberto Andò, palermitano, è direttore del Mercadante a Napoli – città cui ha dedicato due o tre dei suoi film. Alfio Scuderi, palermitano, è regista importante a Napoli. Le Due Sicilie si fanno, tardi, a teatro.
 
“Quando vivevo a Palermo”, Goffredo Fofi ricorda nella galleria di personaggi che ha lasciato intitolata “Arcipelago Sud”, “dovetti accompagnare in giro per la città il sindaco (o il vice-sindaco?) di Oslo, insieme a una traduttrice, e questo signore voleva vedere due cose della Sicilia. La prima: i fichi d’India, perché aveva letto Grazia Deledda!” – la seconda i casini (“voleva sapere come fa uno Stato a prendere dei soldi su ogni coito, le cosiddette «marchette»”).
 
Ricordando Vittorio De Seta, il cineasta di “documentari bellissimi di venti minuti o poco più”, dedicati al Sud, specie alla Sicilia, “Isole di fuoco” (Eolie), “Lu tempu di li pisci spata”, lo Stretto, “Contadini del mare”, contadini in certi periodi, in altri pescatori, Fofi aggiunge la sua testimonianza, sui pescatori siciliani che non sapevano nuotare: “Un fatto che mi sbalordì quando vivevo tra Partinico e Trappeto, non sapevano nuotare, i loro figli spesso sì, ma loro no, dei vecchi nessuno sapeva nuotare, anche se di notte andavano in mare a pescare, anche in modi pericolosi,  perché, per esempio, il pesce spada non era facile da catturare”.
 
“Quasi tutte le città siciliane hanno sante patrone: Agata, Rosalia, Lucia, Barbara, Venera”, Francesco Merlo, “Posta e riposta”, la rubrica dei lettori di “la Repubblica”  - e Febronia, Catena, l’Immacolata, l’Assunta, la Madonna della Lettera, dell’Alemanna, Nera del Tindari, quella di Capo d’Orlando… 
 
Il catanese Verga “fu il maggiore narratore italiano del Novecento, come asseriva Elsa Morante”, ricorda Fofi, sempre in “Arcipelago Sud”. E aggiunge che “non era solo a reggere la bandiera della nuova letteratura”, citando gli altri catanesi, De Roberto, Capuana, Brancati, “i girgentini Pirandello e Sciascia”, “il nisseno Savarese”, Tomasi di Lampedusa, Consolo. Ai quali si possono aggiungere Martoglio e Ignazio Buttitta, perché no? E Natoli (“Wiliam Galt”). E Vittorini, Quasimodo, Piccolo, Bufalino, Camilleri, Jolanda, Insana, Terranova, la stessa “Luisa Adorno”.


Influenzò anche gli studi ebraici, in materia di Qabbalah, spiega ammirato Gershom Scholem, della Qabbalah massimo studioso, in “Cabbalisti cristiani”, 77 segg.: l’umanista “Flavio Mitridate”, Shemuel ben Nissim Abulfarag, figlio del rabbino di Agrigento, che da cattolico prese il nome di Raimondo Guglielmo di Moncada. Scholem lo dice “di straordinaria erudizione e solerzia, che tradusse in latino, parola per parola, un’intera biblioteca di opere cabbalistiche”, in almeno cinque grossi in folio ora alla Vaticana,indulgendo non di rado in autoelogi tutt’altro che ingiustificati”.


leuzzi@antiit.eu