martedì 21 aprile 2026
Il più grande processo del mondo
Sei
giurati popolari e due togati, il presidente della Corte d’assise e il giudice
a latere, discutono e si confrontano per 36 giorni, in camera di consiglio,
isolati cioè dal mondo, per sbrogliare i giudizi e le pene del maxiprocesso di
Palermo, 1986, contro centinaia di mafiosi. Ma non è un legal thriller all’americana.
Il presidente, Alfredo Giordano, che si è assunto l’onere del processo, il più imponente
al mondo, pare, nella storia della giustizia, e il suo giudice Pietro Grasso, oggi
senatore, discutono sulle imputazioni, e sula determinazione delle condanne, anche
un po’si azzuffano. I giudici popolari servono per allentare un po’ la tensione
- come un gatto, che fa capolino nel cortile del reclusorio, dove i giurati “prendono
l’aria”, come nelle carceri, e un pifferaio che chissà come si intrufola.
Un
dialogo teatrale in realtà, fra Sergio Rubini e Massimo Popolizio, il presidente
e il giudice subordinato,
che
tengono viva la materia. Ma, poi, tutto è scontato, gli esiti e le pene essendo
note.
Un
atto – un film - “civile”, forse di proposito. In vista dei quarant’anni, quest’anno,
dell’avvio del processo. Con 475 imputati da giudicare.
Fiorella
Infascelli, La camera di consiglio, Sky Cinema, Now
lunedì 20 aprile 2026
Problemi di base macho-femministi - 911
spock
Perché le donne
sono cattive con le donne?
Perché le donne
sono cattive con gli uomini?
E con se
stesse?
Come gli
uomini?
Perché le
donne sono cattive?
Perché si dice
che lo siano?
spock@antiit.eu
Pasolini “preciso”
Rimasto
fuori dalla copiosa editoria per i cinquant’anni della morte, il libro forse
più significativo su Pasolini. Un florilegio di testi, tutti per qualche
verso interessanti. E di immagini, dei film e di Pasolini.
Il
libro si apre con una rara foto del padre, altrimenti ignoto. Carlo Alberto
Pasolini è Pasolini figlio, fisicamente e somaticamente – anche nel
cipiglio. Con una didascalia importante (tratta dall’intervista con Jon Hallyday,
“Pasolini su Pasolini”: l’omosessualità (di cui P. si faceva peso e colpa, n.d.r.) non
va attribuita all’“amore eccessivo, quasi mostruoso” verso la madre ma al padre:
“Gran parte della mia vita erotica ed emozionale non dipende da odio contro di
lui , ma da amore per lui, un amore che mi portavo dentro fin da quando avevo
un anno e mezzo o forse due, non so”.
Le moltissime foto danno Pasolini sempre in posa, anche in costume da bagno, o in tenuta
da sci. E ordinato, capelli, sorriso, gesto, anche nelle istantanee – curate fino
al taglio, la luce, le ombre. Sempre “perbene”. Anche in borgata - farsi fotografare in borgata? Anche al mare, con Maria Callas
e i suoi cagnetti, al vento. Era dei suoi anni vestirsi perfettamente – “correttamente”
- e non casual, o sporchetti, comunque trasandati. Ma Pasolini è sempre “preciso”.
Anche in tenuta da calciatore, anzi specie con gli scarpini, lustri.
Un
album che è un regalo. Con una Nota introduttiva di Graziella Chiarcossi. Per la
consulenza editoriale di Mario Desiati.
AA .VV., Album
Pasolini, Oscar, pp. 316, ill. ril, pp.vv.
domenica 19 aprile 2026
Ombre - 820
“Piazza Affari regina d’Europa per valore delle cedole
e rendimenti”, “Il Sole 24 Ore” a p. 1. A
p. 3, sempre in grande: “L’Italia con la crescita più bassa in Europa” –
“meno della metà della crescita media Ue” e “meno di un terzo rispetto al G 7”.
Pubblici vizi virtù private – si rovescia Mandeville e la “favola delle api”,
le api operose.
Cazzullo incorona Conte, l’avvocato che si professa demitiano
ora alla guida dei 5 Stelle. Riducendo con lui a bazzecola, due righine, in
fondo, il reddito di famiglia e il superbonus. Senza ricordare che quest’anno
paghiamo 51 miliardi di debito in più, portando al “primato continentale nel rapporto
fra debito e pil”, grazie, si fa per dire, alla generosità dell’avvocato.
Sorprendente l’ingegnera Di Foggia che per fare il presidente
dell’Eni vuole una buonuscita da Terna, altro gruppo pubblico, di sette milioni
e mezzo. Sorprendente perché di Terna era amministratore delegato dopo una carriera,
dice il cv, per la parità salariale. Vorrà portare tutte le donne in impresa al
suo livello?
O non sarà, come l’avvocato Conte, una ex demitiana – sono
sempre i primi in tutto, artigliano lo Stato come nulla?
Ben “il 61 per cento della popolazione israeliana è
contrario al cessate il fuoco in Libano”. È cioè favorevole all’invasione. Il
“popolo” per la guerra, con un esercito di leva, è una novità. f
Forse non solo la
specialità di Israele. Un nuovo filone di studi necessita, il nazionalismo è sempre
più forte delle guerre.
Mostrano i tg i bombardamenti di Tiro e Sidone come
fossero due dei villaggi del sud del Libano. Mentre i Fenici di Tiro e Sidone sono
stati per secoli i marinai e i mercanti del Mediterraneo. Orientale e anche occidentale
– tra Solunto, Mozia, Palermo, e Cartagine. E le rovine monumentali lo
testimoniavano ancora negli anni 1970, prima che Israele occupasse e distruggesse
variamente il Libano.
Maurizio Molinari
che fa una pagina su “la Repubblica” per il signor Pahlavi: “Torno e do la spallata
al regime di Teheran” sarebbe da ridere ma è da piangere. La politica estera
ridotta, da uno che pure sa di che si tratta, a chiacchiere vuote. Assistito
peraltro dal concorrente “Corriere della sera”, che esibisce una larga
formazione di inviati e corrispondenti internazionali, di cui solo due sanno e
dicono la cosa giusta, Rampini e Viviana Mazza – agli altri, ammesso che pratichino
qualche lingua, si richiede il “colore”: ospedali, dottori, bambini, madri, morti
e il tycoon.
Papa Leone impegnato per la pace lo portano in trionfo
nel Camerun, paese di guerre senza fine, postcoloniali – dopo 66 anni – e
tribali, con un capo di Stato 91nne che sta lì da sempre. Ma c’è di meglio dove
un papa di pace potrebbe andare in Africa?
Dunque, Bpm e la Lega, col supporto dei Del Vecchio di Luxottica-Delfin,
si riprendono Mps-Mediobanca-Generali. Il controllo di Roma su Milano era
impossibile, e Caltagirone è stato fregato.
La Lega, sotto l’aplomb esagerato di un Giorgetti mite,
aggredisce Piazza Affari alla Trump, d’assalto – il golden power
contro Unicredit è ancora più stupefacente oggi di quando Giorgetti lo impose.
Ma perderà il voto tra qualche mese - lo
farà perdere a Meloni, la filosofia della Lega è sempre quella, rodata con
Berlusconi.
Si fa passare la divisione tra Caltagirone e i Del Vecchio su Mps come
una furbata per disinnescare il “patto occulto” 2019 di cui li accusa la Procura
di Milano. Ma non è il solo aspetto curioso del voto in consiglio per il nuovo Mps.
Di fronte alla “istituzionalità” dei grandi fondi Usa, alla loro indifferenza ai
giochetti di potere in materia di affari, non si sa che pensare di Giorgetti,
dell’asta acceleratissima per la vendita
di Mps, del golden power contro una banca italianissima (non era un
“campione nazionale”?) come Unicredit.
Elegante “Il
Messaggero” (Caltagirone) nella sconfitta a Mps-Mediobanca: grande titolo e
nessuna acrimonia: “Lovaglio torna alla guida di Monte dei Paschi.”.
Il “fuori Lovaglio”
era un jeu de dupes, un gioco di compari?
Vance, che pure è intelligente (è buono scrittore, o
non è lui?), che ammonisce: “Prevost dovrebbe essere cauto quando parla di teologia”,
Prevost è il papa, non si sa se è più asservito al suo capo Trump, come è l’uso
per i vice-presidenti Usa, oppure ironizza.
Claudia Conte ha solo una laurea telematica, presi in
otto mesi, a trenta e passa anni, dopo aver vantato una laurea Luiss – dove ha
solo pagato le tasse, per molti anni? Fatti suoi. Ma il ministro dell’Interno,
custode e garante della nostra sicurezza, irretito da una svelta trentenne?
Romagnoli, recensendo sul “Venerdì di Repubblica” “Il
giornalista e l’assassino”, un vecchio libro (1990) di una Janet Malcolm su un
giornalista americano, Joe MGinnis, specializzato nel guadagnarsi la fiducia di
persone coinvolte in delitti per poi “tradirli”, raccontandone le (vere o presunte)
confidenze di malefatte, ricorda che questo giornalista lavorò anche in Italia.
Sul Castel di Sangro, la squadra di calcio di “un paese abruzzese di seimila
abitanti”, approdato alla serie B. Naturalmente “provandone” droghe, combines,
intrighi. Ma non era la squadra di Gravina, poi presidente della Figc? Per dodici
anni, e tre Mondiali falliti.
“Reiterati insulti dei dirigenti dell’Inter” contro il
presidente del Como Suwaraso, nella partita che poi l’Inter ha vinto. Ma di
questo abbiamo saputo due giorni dopo, per un post dell’indonesiano ai
sostenitori della sua squadra, di scuse per la mancata reazione agli insulti
(“sono nostri ospiti e meritano rispetto”). Cronache pietose – mentre si
protesta e si sciopera per il rispetto del giornalismo.
Ha vinto Brignone, ma parla sempre
Goggia. Di tutto. Di sci ma anche di guerre, studi, prodotti, promozioni. Ha
agenti migliori? Il giornalismo all’orecchio delle pubbliche relazioni.
Israele ha adottato, ormai da tre
settimane, la pena di morte, su base etnica. Con tanto di spilla celebrativa,
in forma di cappio, dorata – o è d’oro? E non si è udito o letto un solo grido
d’orrore, nemmeno una critica. Poi dice che c’è l’antisemitismo – sottotraccia,
certo.
La tribù delle donne
“L’inizio
della storia delle discriminazioni arriva a noi attraverso la voce del mito”,
delle discriminazioni di genere. No, basterebbe Bachofen, il suo nomadismo – la
donna perde ogni ruolo nel nomadismo – a ondate successive, dal bacino
apparentemente inesauribile della Mongolia. “L’origine delle discrininazioni
nella Grecia antica”, precisa il sottotitolo. Anche queste si possono
ricondurre a Bachofen, la Grecia “antica” emerga, come dal nulla, dopo
l’“invasione dal Nord”, dei fantomatici Dori. Ma Cantarella risale la traccia
attraverso una rilettura tanto semplice quanto avvincente dei miti: fa di meno
e di più, poiché il mito più non usa conoscere. È un invito quindi, il suo, a
una sorta di riscoperta, narrata con precisione ed eleganza. Una serie di “meraviglie”,
di miracoli, cui la sapienza greca, che era immaginazione, si è affidata per
secoli – immortalandosi poi come classico.
Con
Prometeo, la sfida agli dei, “l’intera umanità andava punita”. E la punizione
fu Andora, la “prima donna”. Pandora non è Eva. È lei stessa la tentatrice, “un
male bello” (Esiodo). Ma Prometeo non è solo, lo affianca il fratello Epimeteo,
avventato, sventato. Pandora, sventata come Epimeteo, apre il vaso che doveva
restare sempre chiuso e i mali si dispersero nel mondo: da lei discenderà “il
genere maledetto” di Esiodo, “la tribù delle donne”.
Le
donne faranno una razza a parte. Che Semonide di Amorgo, subito a ridosso di
Esiodo, classifica. E la partizione si precisa: per l’uomo il logos, la
capacità di ragionare, per la donna la metis, l’astuzia.
Zeus
e Metis, spiega Cantarella, la storia è tutta qui. Zeus, che aveva paura di
essere divorato dal padre Crono, come tutti gli altri suoi fratelli, è aiutato
dalla compagna Metis, con una sostanza di sua conoscenza, di lei, a far
vomitare a Crono tutti i figli che si era mangiati, in combutta con i quali
Zeus è in grado di detronizzare Crono. Ma quando Metis confida a Zeus di essere
incinta, Zeus si mangia anche lei, dando poi nascita lui stesso alla figlia –
Atena. Inoltre, con Metis l’uomo Zeus aveva inglobato anche l’astuzia, e la sua
creazione era completata, intelligenza più astuzia, l’uomo era un essere “quai
invincibile”.
Poi
intervenne la medicina, Ippocrate etc. Che indaga molto e non si spiega il
mistero della maternità – dopo aver approntato uno scemenzario terapeutico per l’epilessia,
il “morbo sacro”. Presto le donne, addomesticate, furono ridotte a due: la
casalinga e la donna di piacere. Le figlie greche non ereditavano, andavano
sposate alla pubertà, se non sposate erano vendute schiave. Di adulterio era
imputabile solo la donna. La donna di Zeus - la donna non genera - è ancora la
bandiera di Eschilo, all’Aeropago, a proposito del matricida Oreste. E non ha autorevolezza,
cioè diritti. In epoca recenziore Aristotele lo spiega lungamente: “Il maschio rispetto
alla femmina è tale che per natura l’uno è migliore l’altra peggiore, e l’uno comanda,
l’altra è comandata”. Così il grecista Vidal-Naquet: “la polis,
celebrata? Un club di soli uomini”.
Finché
con Epicuro, e meglio ancora con i cinici, la verità non comincia a farsi strada,
che donne e uomini hanno “le stesse virtù” – Antistene. Mentre fuori dalla Grecia
continentale già da un secolo o due, con Pitagora, a Crotone, si ammetteva la donna
alla discussione delle questioni politiche.
Bachofen
Cantarella lo fa emergere alla fine. Ma non per il patriarcato, per il
matriarcato, che per lil giurista svizzero, di passione storico e antropologo, fu
epoca felice: gli imputa con ciò “l’antica condanna della donna alla sua
materialità e di riflesso alla sua inferiorità”.
Eva Cantarella, Gli
inganni di Pandora, Feltrinelli, pp. 90 € 11,40 (promozione Feltrinelli, 2
libri Ue € 11.90)
sabato 18 aprile 2026
Cronache dell’altro mondo – onomastiche (401)
Prospettano una nuova era dei robber barrons della Gilded
Age di fine Ottocento, dei Carnegie (acciaio), Vanderbilt (ferrovie), Rockefeller
(petrolio), Pierpont Morgan (banchiere dei tre), cui presto si aggiunse Henry
Ford, poche persone in grado di caratterizzare e condizionare l’America, ma si
presentano, e si conoscono, familiarmente col nome proprio: Dario, Dennis,
Elon, Mark e Sam.
Dario è Amodei, cioè Anthropic. Dennis è Hassabis, Nobel per la Chimica
(il Nobel sperimentale più giovane, a 47 anni – altri ce ne sono di più
giovani, ma fisici teorici), che cura l’IA di Google, Mark Zuckerberg, Elon Musk,
e Sam Altman, co-fondatore e primo gestore di Open AI. Tutti quarantenni – eccetto
Musk, 54.
Cronache dell’altro mondo – mitiche (400)
Anthropic ha decido di limitare l’uso di Mythos, il suo ultimo modello di
Intelligenza Artificiale, a utenze scelte, che ne abbiano bisogno per usi
difensivi. Mythos ha infatti una “terrificante capacità” di individuare punti deboli
nella protezione cyber. In mani sbagliate potrebbe minacciare infrastrutture
vitali, nelle comunicazioni e non solo, e svuotare la privacy di ogni difesa:
ospedali, banche, centri di decisioni strategiche o comunque riservate.
La retrizione moltiplica naturalmemte il valore unitario della licenza Mythos. Ma Anthropic si vuole una IA etica. Fondata appena cinque anni fa a San Francisco
dai fratelli Daniela e Dario Amodei. Nati in America da padre toscano, di Massa
Marittima, e madre americana. Sposati in Italia ed emigrati in America nei
primi anni 1980 – subito dopo nascono i due figli, Dario classe 1983, e Daniela,
1987.
La capacità di Mythos è solo uno degli sviluppi della IA che possono minacciare
la stabilità e la privacy.
Suspense a Teheran – senza bombe (né forche)
Un’idea
semplice e un’ora e mezza di suspense al diapason. Senza atmosfere sinistre
né violenze - senza bombe, siamo a Teheran, e nemmeno forche in piazza per giustiziare. Una giornata particolare di normali incontri e conversazioni,
con le amiche, gli amici, le mogli degli amici, scorbutiche, le vicine,
impiccione, e qualche proposta indecente – ma senza drammi. Una ragazza madre,
sola in città, dove studia, deve nascondere per una notte la figlia di pochi mesi
perché i genitori, che non sanno di avere una nipote, devono passare la notte
in città per un lutto e hanno deciso di dormire da lei. Deve trovare un rifugio alla bambina.
La
giovane Sadaf Asgari (nipote del regista) da sola regge tutta l’ora e mezza, In
giro per Teheran, a piedi, in taxi e in motoretta. Col solo ausilio di un’amica.
Con un cameo per Babak Karimi, il grande mediatore del cinema iraniano in
Italia – si prende il ruolo dell’unico cattivo, misurato, suadente. Le molte
caratterizzazioni, come usava nel buon cinema, vivacizzano e alimentano la tensione.
Il
primo lungometraggio, e subito “perfetto”, di un regista che si è formato in
Italia.
Una
curiosità è come mai le pellicole che non hanno avuto audience ma se la
meritano, con una seconda possibilità in tv, non vano sulla Rai. I Bernabei
figli pescano meglio del mammut Rai, sono più fortunati? È l’intelligenza
contro la burocrazia?
Ali
Asghari, La bambina segreta, Tv2000, Play2000
venerdì 17 aprile 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (630)
Giuseppe Leuzzi
Le conversazioni dei giudici
palermitani Natoli e Scarpinato in disprezzo dei Borsellino non avranno peso
giudiziario, e nemmeno di galateo (si sa come si parla tra amici), ma confermano,
oltre la psicologia dei due, quanto di sordido c’è in questa giustizia
antimafia. Ci se ne serve per fare carriera, i delinquenti sono vittime
casuali. In situazione non infetta persone esposte su una linea di battaglia non
stano lì a farsi le pulci politiche (Natoli e Scarpinato, vecchi democristiani,
si posizionano a sinistra, Borsellino era di destra). Si rischia appunto di passare
per amici del nemico.
Passatempo antimafia
È più ridicolo che tragico il caso dell’ex prefetto
Piritore, settantaseienne, che la Procura, il Gip e il Tribunale del Riesame di
Palermo volevano in carcere perchè nel 1980, in forza alla Mobile di Palermo,
“occultò” un guanto che era stato rinvenuto nella 127 Fiat usata dall’assassino
del presidente della Regione Sicilia Mattarella. Mentre il giovane Piritore,
che aveva trovato il guanto, l’aveva fatto vedere al proprietario della 127 rubata,
e poi l’aveva “consegnato”. Tragico forse perché dice il livello di
professionalità della Polizia. Ma ridicolo riesumare il guanto dopo 46 anni: la
Procura di Palermo non ha (non vuole avere?) altro da fare.
E per fortuna che il Piritore
non ha, non avrebbe, almeno per il momento, carature politiche. Altrimenti staremmo
qui ad almanaccare per secoli – altro che il “papello” di Ciancimino figlio,
che tanti (falsi) processi innescò, per distogliere l’attenzione (per insipienza
dei giudici, o per connivenza?). Come dire che se i metodi della Polizia sono migliorati,
forse, anzi sicuramente, altrimenti non staremmo qui a raccontarla, quelli dei giudici
sono sempre gli stessi, della giustizia a perdere – un giorno della settimana,
un momento di un giorno della settimana, il passaggio di una nuvola.
La dialettica radicamento-esilio
Il radicamento, e la
conseguente esclusione, assurta nell’Otto-Novecento al nazionalismo, ma sempre
attivo nella forma mentis individuale e ora riprodotto dal
leghismo come esclusione, Edward Said, lo studioso che si voleva “nato in esilio”,
ben sintetizza nelle “riflessioni, letture ed altri saggi” raccolti in “Nel segno
dell’esilio”: “Esso invoca la casa creata da una comunità di linguaggio,
cultura e usanze; e così facendo rifiuta l’esilio, combatte per impedire le sue
devastazioni. Di fatto, l’interrelazione fra nazionalismo ed esilio è come la
dialettica hegeliana di servo e padrone, in cui gli opposti si modellano e si
costituiscono a vicenda….. Questo ethos collettivo costituisce quello che
Pierre Bourdieu, il sociologo francese, chiama habitus, il coerente amalgama
di pratiche che lega l’abito all’abitare”.
Il radicamento come inclusione,
anche del più diverso, non il radicamento come esclusione (la Lega). La riflessione
precedente il comparatista americano di famiglia palestinese così continua:
“Col passare del tempo, i nazionalismi vittoriosi ascrivono la verità solo a se
stessi, e riservano la falsità e l’inferiorità agli outsider…. E subito
al di là della frontiera tra «noi» e gli «outsider»
si estende il pericoloso
territorio della non-appartenenza”. E concludeva, senza naturalmente sapere del
leghismo: “È questo il luogo nel quale in un’epoca primitiva erano mandati al
bando i popoli, e dove in età moderna immensi aggregati di umanità si aggirano furtivamente
in qualità di profughi e rifugiati, o semplicemente emigrati”.
A Milano nessuno parla
milanese – i siciliani parlano siciliano con i siciliani, i calabresi calabrese
con i calabresi, i napoletani napoletano tra di loro. E i milanesi non parlano -
se non il “linguaggio del giorno”.
Milano ex
protestante
“Non ho mai creduto alla
favola di Milano «capitale morale»”, esplodeva a un certo punto Giovanni Raboni,
il grande poeta allora di Milano, in un lungo articolo sul “Corriere della sera”
il 9 aprile 1982, “e mi sembrava che a stonare, in quel la coppia di parole,
fosse proprio il sostantivo. Capitale no, assolutamente: la singolarità, la
ragion d’essere di Milano stava, anzi, nel non poterlo né volerlo essere, nella
sua vocazione particolaristica, municipale. Mentre l’aggettivo… beh, l’aggettivo
poteva anche voler dire, in altri tempi, qualcosa….
“Se nel carattere di Milano e
dei suoi abitanti meno occasionali si poteva
scorgere, sino a pochi decenni fa, l’impronta di una concezione etica dell’agire
e del vivere, è soltanto perché la città era una città davvero e «seriamente»
capitalistica, con una vera borghesia e un vero proletariato, una città in cui ciascuno
sapeva - sulla propria pelle o sulla pelle altrui - quanto valesse e quanto
costasse il denaro, in quali mani stessero poteri e privilegi, cosa ci fosse da
conservare e difendere per alcuni, da combattere per altri. Per la moralità del
capitale: inamabile, certo, ma riconoscibile; e capace di imporsi non solo a
chi la subiva, ma anche, per certi aspetti, a chi ne traeva vantaggio. Nel suo
ostinato e tetro badare al sodo, nel suo chiudersi come una solida e grigia
cassaforte sulle proprie ricchezze, Miano era la più «protestante» delle città
italiane, una città in cui vivere era facile per pochi ma poteva avere un senso
per tutti. Non è più così (……).
“Alla prudente, avara, timorata
borghesia imprenditoriale, asserragliata nelle case buie, nei suoi giardini invisibili,
nel numero ferocemente chiuso dei palchi alla Scala e degli abbonamenti alla
Società del Quartetto, è subentrato l’indescrivibile, ripugnante «generone»
degli speculatori, dei trafficanti di ogni merce lecita e illecita, degli
stilisti e pubblicitari e mediatori del nulla, degli affaristi corruttori e dei
politici corrotti; il proletariato e la piccola borghesia hanno lasciato il posto
a una massa atrocemente indistinta di emarginati; la ricchezza non viene più
prodotta e difesa, ma sperperata senza fine e senza lasciare tracce dignitose,
sedimentazioni interpretabili e fruibili. Non più «protestante» ma
cattolicamente caotica, incosciente, invivibile …”.
Quarantacinque anni fa. Il
saggio veniva dopo il “mariuolo” Mario Chiesa, ma anche dopo la Lega, che ha
imbarbarito la città – o le ha levato la maschera: la Lega ha assicurato alla
città rappresentanza politica e più di un sindaco, ed è pur sempre il secondo maggior
partito.
P.s. – Il titolo della filippica di Raboni - redazionale?
– era “Le mosche della capitale”, sottinteso “morale”, a imitazione-parodia
dell’ultimo, allora, Volponi, “Le mosche del capitale”. Un (confuso) memoriale delle
esperienze dello scrittore, industrialista deluso, in Olivetti e in Fiat. Di
lui giova ricordare la presenza al convengo anti-inquinamento Tecneco-Eni di
Urbino otto anni prima, nel 1974, reduce da un “Gli Agnelli sotto processo” sul “Corriere della sera”, subito dopo che gli Agnelli
ne avevano declinato la proprietà, in cui tracciava la storia della
“famosa famiglia di Torino”, sul filo scalfariano dell’“Avvocato di panna
montata”, e scriveva: “Agnelli vuole solo buone maniere, buone notizie e
divertirsi. Ascolta, capisce, rimuove, sorride e parte dopo dieci minuti”. Lo
si rivede a Urbino mentre fungeva da cicerone,
sudato, congestionato, il testone agitando e le mani, gli occhi
cerchiati, il lutto al risvolto, lucido il nodo della cravatta nera, allentato
sul bottone, la camicia bianca sdrucita, all’Avvocato
Agnelli in passerella, zoppo, asciutto e sorridente, e ai due pargoli ricci,
smilzi, che gli correvano avanti e indietro in maglietta – il figlio Edoardo e il
nipote Govannino. L’Avvocato, che aveva rischiato di avere patrigno e
mentore a quindici anni Malaparte, non fosse stato per il nonno, che saggio spiegò
l’errore alla madre Virginia, inesausta malgrado i sette figli, interloquiva
senza affettazione. Volponi, il “poeta poetico” di Pasolini, che se ne faceva
maestro benché coetaneo, a Urbino lamentava la passione del Seicento, e la
tentazione di Christie’s, a prezzi miliardari - che diceva “una vertigine”.
Cronache della differenza: Napoli
A Donnarumma
a Zenica un ragazzo raccattapalle ruba il foglio dei “rigoristi” della Bosnia,
quello dove gli spiega come ognuno li tira. È un fatto grave, ma non c’è
sanzione. E anzi il foglio finisce all’asta – in Bosnia si vede usa così. Però, un napoletano fregato
da un bosniaco non è male, che per di più ci fa un mercato. \.
Ritorna capitale del Sud col
referendum sulla giustizia, nel nome di Mario Pagano, giurista insigne di scuola
napoletana. Il Procuratore Capo Gratteri, promotore del no, e l’avocato Bruno
Larosa, presidente del comitato per il sì, sono entrambi calabresi. E hanno scelto
Napoli l’uno per il culmine della carriera l’altro per esercitare la
professione.
Napoli ha ancora molte attaches
con la Calabria latina o citeriore, ma era scomparsa come polo d’attrazione
formativo e professionale, a favore di Roma e di Milano.
“Città d’estenuante bellezza,
in cui persino la bruttezza di certe zone e quartieri partecipa in modo misterioso
del privilegio. Insieme a ciò, la sua spigolosità”. È il complimento non interessato
di Belpoliti, “Nord Nord”, 191.
Del repertorio su Napoli antologizzato
da Ramondino e Müller, “Dadapolis”, Goffredo Fofi, “Arcipelago Sud”, sintetizza
così i motivi principali: “L’innamoramento per il brulicare di vita, la paura
per il brulicare di vita, l’interesse quasi entomologico per il brulicare di
vita… Ed è curioso vedere come – almeno per i primi due atteggiamenti - riguardino
anche i napoletani stessi”.
A proposito del dimenticato Luigi
Incoronato, Fofi ricorda “la bella fioritura di talenti letterari che riguarda
Napoli del dopoguerra (e di prima o durante, a cominciare da quel romanzo
decisamente altro rispetto alla letteratura del ventennio fascista che fu i ‘Tre
operai’ di Carlo Bernari…): lo ‘Spaccanapoli’ e il ‘Gesù, fate luce’ di Rea….,
e la provincia sonnacchiosa di Prisco, e ‘Un giorno d’impazienza’ di La Capria,
e il primo capolavoro della Ortese, ‘Il mare non bagna Napoli’”.
Intervistato da Sandra Cesarale sul “Corriere della sera”
alla vigilia di Sanremo, Nino D’Angelo ricorda del suo esordio al festival, nel
1986, “il razzismo, mi hanno trattato come un immigrato. Se ci fossero state le
barche per arrivare a Sanremo, me ne avrebbero fatto prendere una. Sono stato il
primo immigrato d’Italia, il terrone”.
Dal
Mondo milanese Pasolini scriveva a
“Gennariello” per fargli la morale. A un ragazzo che non è un napoletano ma il
napoletano stereotipo, “simpatico”. Pasolini e il settimanale della borghesia
scrivevano dunque alla macchietta del napoletano, e perché? Perché a Napoli
“sono rimasti gli stessi di tutta la storia”. Che non era quella dei furbi.
“Un giorno mi sono accorto che un napoletano, durante
un’effusione, mi stava sfilando il portafoglio; gliel’ho fatto notare, e il
nostro affetto è cresciuto”, scrive. Indiscutibile, se l’“effusione” è durata
“un giorno”. Ma questa non è più ipocrisia, è dileggio, l’“affetto” per “un
napoletano”: non per un ragazzo, no, per una generalizzazione, un codice.
Nel
1895, secondo una cronaca poco frequentata, il locale brefotrofio lasciò morire
di fame e percosse 853 dei suoi 856 bambini. Continuando a percepire la retta
dei morti. A beneficio dei medici - di 42 medici invece dei 19 in organico.
L’evento l’inchiesta non limitò al 1895, pur sorvolando sui precedenti. Ma la
città-metropoli, indifferente e per lo più crudele, si vuole anema e core.
Alla
Juventus, che vorrebbe assolutamente avere come centravanti Osimhen – e a Osimhen
che vorrebbe assolutamente andare alla Juventus – il presidente del Napoli Calcio
De Laurentiis, che ha lanciato il calciatore, oppone la clausola imposta anni fa
alla sua cessione: mai più in un club italiano. Senza iattanza, giusto no.
Napoli, a pensarci, era capitale prima di Torino, molto prima – e molto più “capitale”.
leuzzi@antiit.eu
Mosè-Michelangelo detta la Legge
La
storia di Mosè quale la conosciamo – di Mosè egizio, seppure di padre ebreo – e
una riscrittura dell’“Esodo”, il libro biblico. Un racconto lungo che sancisce
la vita di Mosé, e il suo controverso impegno per introdurre il popolo ebraico,
schiavo in Egitto, alla libertà, col permesso del faraone per liberare l’Egitto
dalle dieci piaghe, e alla Legge, al Dio Unico. Con l’aiuto del fratello di latte
Aronne – dell’egiziano Mosé che riporta gli ebrei a Dio.
Mosè,
figlio di una principessa egiziana e di uno schiavo ebreo, viene dato con vari stratagemmi
a balia a una donna ebrea, Jochebed, che ha appena partorito (Aronne) e ha
perciò latte in abbondanza. Mosè avrà poi un’istruzione, la madre volendo per
lui un futuro da alto dignitario, in un collegio dell’Alto Egitto, dove apprende
scrittura, diritto, geografia e astronomia. È un outsider ma non accetta
l’esclusione: in lite con un sorvegliante, che gli rompe il setto nasale, finisce
per ucciderlo. Non succede nulla, ma qualche anno dopo Mosè capisce che il suo delitto
sta per essere scoperto, e si rifugia a Maidan. Dove sposerà Sefora, la figlia
del sacerdote Ietro.
In
un roveto ardente un giorno l’Invisibile gli si manifesta e gli ordina di riportare
al paese d’origine il suo popolo – suo dell’Invisibile. Mosè obietta che non ce
la fa, l’Invisibile gli consiglia di avvalersi di Aronne, abile dialettico, e
gli concede il potere di fare miracoli. Segue il resto noto della storia.
Non
un racconto d’invenzione ma una testimonianza politica, come lo stesso Mann
spiega ne “La genesi del Doctor Faustus”. A fine 1942 ebbe la proposta, da parte
del produttore Armin Robinson, di aprire con un racconto-saggio una collettanea
anti-Hiler, l’uomo che ha infranto la Legge, un’opera di carattere “polemico-morale”,
da intitolare “I dieci comandamenti”, e da pubblicare in più lingue. Collaboravano
anche Werfel, Romains, Maurois, Rebecca West tra gli altri. Mann scrisse in
fretta con quello che sapeva. Il libro fu pubblicato nel corso del 1943, col titolo
“Ten short novels of Hitler’s War against the Moral Code”.
Una
sola curiosità: “Probabilmente sotto l’inconsapevole influsso della figura heiniana
di Mosè, diedi al mio protagonista i lineamenti … non già del Mosè di Michelangelo,
ma di Michelangelo stesso”. Michelangelo come “l’artista affaticato che con sforzo
e tra sconfitte scoraggianti lavora la renitente materia prima umana”.
Thomas
Mann, La legge, Mondadori, pp. 162 pp.vv.
Le
teste scambiate - La Legge – L’inganno, Oscar, pp. 264 € 16
giovedì 16 aprile 2026
Hormuz riapre quando chiude Hezbollah
Trump ostenta il viso dell’arme, nel mentre che assicura la pace – “dettagli”.
Perché tutto era stato già deciso - per le diplomazie europee non ci sono dubbi. A Islamabad si trattava di mettere l’imprinting
a una sua pace, di Trump. Con qualche impedimento spettacolare, come la non
firma del suo vice-presidente. Ma il solo punto conteso è l’arricchimento dell’uranio
in Iran, che è già stato regolato nel 2015 da un accordo, P5 + 1, Joint
Comprehensive Plan, firmato a Vienna il 14 luglio 2015, dall’Iran con i cinque membri permanenti
del consiglio di sicurezza dell’Onu, più la Germania, e dall’Unione Europea. L’accordo
troncava il regime si sanzioni. Tre anni dopo Trump ha denunciato l’accordo. Al
quale ora si ritorna.
E dunque per la pace (armistizio – ma non c’è stata una dichiarazione di
guerra – o accordo per un negoziato) si aspetta solo che scada il penultimatum
di Trump? Un po’ di suspense, da riempire con le colorate
fantasie che il presidente Usa ogni pomeriggio dispensa. Si capiva da Islamabad (Pakistan e Turchia, i “mediatori”
non avevano carte da spendere, solo l’obbedienza a Washington), conoscendo i temi
in gioco e anche solo un poco i soggetti, che la mediazione era finta e la
volontà di “chiuderla qui” vicendevole, come si poteva scrivere domenica
http://www.antiit.com/2026/04/ombre-819.html
Il regime iraniano non era un casus belli, né per Trump e
soprattutto non per Netanyahu. L’attacco all’Iran è come era stato quello di giugno,
i disonorevoli bombardamenti contro la vita pacifica di un paese, contro le persone
– le case, i ponti, le centrali elettriche - che non hanno vinto nessuna guerra
ma servono a dire chi è il più forte. Conditi dagli assassinii mirati. Non
erano programmati per rovesciare il regime, e anzi lo hanno rafforzato.
L’unico motivo plausibile della guerra è aprire la strada all’invasione
israeliana del Libano, contro Hezbollah. E questo è anche l’unico motivo reale della fine posposta della guerra: a Hormuz tornerà l’ordinarietà quando Hezbollah
sarà stato distrutto, come Gaza. Resterà il disastro economico provocato da questa
“guerra di copertura”, naturalmente per i paesi più poveri, ma anche per l’Europa
– per l’America, contrariamente a quello che si dice, no: ne esce molto rafforzata l’importante e influente industria dell’energia.
Riscoprirsi a settant’anni, in rima
Di virgiliano, come da titolo, c’è poco: ritmo e
rima, Patrizia Vaulduga parte incazzata contro i guerrafondai “liberati”. Più
non si sfidano a duello ma si divertono ad assassinare, impuniti, in massa,
inattaccabili. Al punto che la morte fa solo rima con se stessa, come in
copertina: “Padroni della guerra e della morte,\ che gestite patrimoni di
morte\ e fate investimenti sulla morte,\ cosa posso augurarvi se non morte?”
Come darle torto. Ma noi, “i nessuno”? “Siamo merce
al mercato del virtuale”. Altro centro. Se non che il mondo resta fuori,
Patrizia fa settant’anni. Sembra che vada sempre di fretta, l’endecasillabo è marciante,
e invece segna il passo. Irritata, perché per il perimetro interiore l’osservazione
non è buona: “Ci sono almeno state evoluzioni\ sotto l’aspetto affetti… o anche
passioni?”. No, sempre “con sogni vecchi niente vita nuova”, da vent’anni, dal
fu Giovanni Raboni. Non più vedova, inconsolabile, ma sì. Se a settant’anni di
sé può aggiungere, famosamente: “Nasco alla morte….strana gestazione”.
Dopo una lunga pausa, interrotta da un ritorno all’origine,
“Belluno”, Valduga si risveglia con le bombe, per fare i conti con i signori della
guerra. Con l’età. E con Milano, che l’ha adottata ventenne ma le è matrigna - “Di
Milano che finge d’esser viva\ meglio Venezia morta per davvero”.
Dalla lingua l’età non si direbbe. E dal brio: la plaquette
viene dotata di una perfida appendice. Dove Raboni usa il vetriolo contro la pax
americana (“Avvenire”, 1970, recensendo il film agiografico “”Tora! Tora! Tora!”),
e contro la sua Milano (che lo ha dimenticato, Patrizia non cessa di ripeterlo),
sul suo “Corriere della sera”, “Le mosche della capitale”, il 9 aprile 1992 (dopo
il “mariuolo” Chiesa, certo).
Con qualche dubbio: “Ma sono stata, almeno qualche
volta?”. E un ricordo grato dei vent’anni, accudita dal geniale Tadeusz Kantor
- la memorialistica può essere, è, potente analgesico, di consolazione, quand’anche
fosse irritata, anche rabbiosa.
Patrizia Valduga, Lacrimae rerum, Einaudi, pp.
78 € 10
mercoledì 15 aprile 2026
Letture - 611
letterautore
Antropologia – Oggi è
rovesciata, si esercita sul Nord del mondo, Europa o America del Nord? Si domandava nel 2004 la storica Natalie Zemon
Davis (“La passione della storia”) e si rispondeva: “Per ragioni pratiche e
politiche…. Non ci sono più isole etnologicamente «utopiche» nel Pacifico…” E: “Molto
spesso i governi postcoloniali non gradiscono antropologi occidentali!”.
Fortuna – È efficace
quando è avversa. È uno dei paradossi di Boezio, “La consolazione di Filosofia”,
8, 3-4. Filosofia consola Boezio, al domicilio coatto, sicuro condannato, così:
“Credo che agli uomini giovi di più la sorte avversa di quella favorevole;
questa infatti, mostrandosi lusinghiera, mente sempre con l’apparenza della
prosperità, quella, mostrandosi instabile con i suoi cambiamenti, è sempre
vera. Una inganna, l’altra istruisce; una, con l’apparenza di beni menzogneri,
blandisce le menti che ne godono, l’altra le libera rendendoli consapevoli di
quanto fragile sia la prosperità; … una è volubile, insicura, sempre ignara di
sé, l’altra sobria e pronta, prudente perché avvezza alle avversità….”.
Hölderlin – “Era pazzo o
fingeva”, si chiede Mario Praz con Frederik Prokosch, in “Voci”, p. 223: “C’è
un’ambiguità allucinante, dal principio alla fine. Forse doveva
impazzire dopo tanta sublimità.
Intellettuale – “L’artista e l’intellettuale
sono tra le poche restanti personalità equipaggiate a resistere e a combattere la
stereotipizzazione e la conseguente morte di cose genuinamente viventi. Una
percezione libera ora implica la capacità di smascherare continuamente e
schiacciare gli stereotipi di visione e intelligenza con cui le comunicazioni
moderne ci sommergono”, C, Wright Mills, “Power, Politics, and People”, già nel
1944 (in “The collected Essays of C. Wright Mills, p. 299). Dove proseguiva: “Questi
mondi di arte di massa e pensiero di massa sono sempre più orientati sulle
esigenze della politica” – invece che, politica compresa, del business (pubblicità).
“Un compito degli intellettuali è di abbattere gli stereotipi e le
categorie riduttive che limitano così tanto il pensiero umano e la
comunicazione” - Edward W. Said, “Representations of the Intellectual”, p. 26.
Luci – C’è luce e
luce, differente per i luoghi oltre che per le ore? “Il sole di Capri aveva una
luce particolare. Non era una luce arida come quella della Spagna, né orlata di
arcobaleno come quella del Portogallo, né immersa in ombre lilla come la luce
sopra la Senna. Non aveva la profondità della luce di Roma, né l’austerità della
luce siciliana. Aveva l’opacità del diamante….” – F. Prokosch, “Voci”, 248.
Mozart – “Un contadino”
lo dice Gide, pianista di lunga pratica, a Frederic Proksch, che ne riferisce marginalmente
in “Voci”, p.268. In una conversazione in cui critica il virtuosismo, la tendenza
degli interpreti a sovrapporsi ai musicisti – la tentazione, o bisogno, di
bravura, di dimostrare quanti arpeggi si possono costruire su un accordo, moltiplicando
le note: “Bisogna andarci piano con Chopin, è da criminali voler scoprire
troppe cose. Non solo con Chopin. Anche con Mozart. E perfino con
Beethoven. Con Beethoven la tentazione è irresistibile. Con Mozart e Chopin
bisogna evitare come il colera ogni tendenza a complicare, a elaborare. I contadini
sono strana gente. Per me Mozart è un contadino. Nei contadini c’è un’essenza
terrestre che li salva dalla volgarità”.
Pound – “Ezra Pound
abita ancora in un villaggio, e il suo mondo è una sorta di villaggio”, così Gertrude
Stein ne parla con Frederic Prokosch in “Voci”, p. 115: “La gente, quando vive
in un villaggio, continua a voler spiegare le cose”.
Romanticismo e classicismo - “Ma si fondono l’uno nell’altro e s’intrecciano”, Praz a
Prokosch, in “Voci”, p.223, “e ciò che li
tiene uniti è la comune consapevolezza di un antico terrore. Dimentichi le
foreste e le cascate, dimentichi i boschetti e i templi: alla fine romanticismo
e classicismo si danno la mano e danzano insieme un tango mortale”.
Romanzi giappponesi – “C’era in Giappone tutto quel mondo che si osserva nei romanzi giapponesi
e che si usa definire «mondo fluttuante» - la storica Natalie Zemon Davis
ricorda a un certo della rievocazione della sua attività (“La passione della storia”,
p.80), a proposito di un suo soggiorno a Tokyo nel 1997 - “noi diremmo forse un mondo dei «marginali,
mondo che gravitava intorno ai teatri, alle geishe, agli intellettuali
«bohèmiens»”.
Torino – “Torino è
stata una delle capitali della Controriforma, san carlo Borromeo era piemontese,
come Pio V, il papa di Lepanto. E Torino ha esercitato un ruolo pedagogico – i
liberali che fecero il Risorgimento, i comunisti, gli azionisti - che l’ha resa
antipatica al resto della nazione. Ora Torino non è più nulla, ha un’identità
spappolata” - Aldo Cazzulo, “Corriere della sera”,5 aprile.
Vico - “C’era anche
Vico”, ricorda della sua formazione la storica Zemon Davis nel libro intervista
con lo storico Denis Crouzet, “La passione della storia”, pp.132-133. “Per due ragioni”,
spiega: “Innanzitutto il suo orientamento, come diremmo oggi, pluridisciplinare”.
Per “il suo modo di mettere la letteratura e altre espressioni culturali in relazione
…. con la poesia, i racconti, l’economia politica. Ai miei occhi è straordinario!
E poi c’era anche il suo sforzo di descrivere il movimento rivoluzionario. Oggi
trovo che sia tropo schematico, ma quando lo leggevo ero sedotta dal suo metodo
quasi antropologico.
“Ho cominciato a immergermi in Vico quando ero studentessa, prima di
impegnarmi nel dottorato. All’inizio ho dovuto leggerlo in francese, perché a
quell’epoca non conoscevo ancora l’italiano.
Vico come lettura in parallelo con Marx. “L’ho letto insieme a Marx”, continua
Zemon Davis, “che è più duro, più critico. Sono felice di averli affrontati
contemporaneamente, perché in Marx apprezzavo il fatto che esponesse in termini
satirici il rapporto tra la letteratura e le classi dominanti, mentre Vico era
più
”.
letterautore@antiit.eu
Cronache dell’altro mondo – assicurative (399)
Guida alla”Fast and Furious”, collisioni con
giganteschi autoarticolati, un incredibile numero di incidenti tra automobili
piene di passeggeri e i 18 ruote. Da dieci anni, alla periferia di New Orleans.
Tanti da allarmare le assicurazioni.
Gli incidenti erano localizzati, in un tratto di 14 miglia della
Interstate 10. Che però in tutti i calcoli attuariali, in tutte le ipotesi, risultava
sempre a rischio zero. Moltiplicandosi gli incidenti, ultimamente ben 246 collisioni con autoarticolati sono state registrate, indagini private sono
state avviate, e hanno scoperto che alcuni avvocati a percentuale, specialisti
di vertenze contro le assicurazioni, aveva assoldato quelli che chiamavano “avanzi
di galera” (slammmers), per provocare con i mezzi pesanti a tutta
velocità “strisciate” con automobili piene di passeggeri - più gente in macchina,
più cause per liquidazioni.
Un avvocato ha pagato uno slammer 1.300 dollari per ogni passeggero
trasportato - un avvocato che arrivava a fare 25 cause per danni al mese.
Slammers e
passeggeri rischiavano la vita, per un grosso premio. Gente dei sobborghi
poveri di New Orleans, a predominanza afro.
Giallo Shakespeare, in-edito
Will,
Shakespeare of course (ma chissà, Sakesbirre? Scontespir? Scachespeare?
Sicechsepare? Scarsesber? Sgripir? Sghechesper? Sghrpwer? Sgrichspir? Sckechesberro?
Sciachespero? Scachespeare? Schertspir? Segheswer? Pennacchi imita il camilleresco,
ribattezzato patavino-padovano, nella versione “Catarella”) sbarca a Padova. Si
professa guantaio, e correttore di bozze. Ma si confessa incaricato
(segretamente, of course) di cercare un Edward Kelly, (giovane)
favorito di lord Southampton - di cui sa già tutto, che si è fatto frate ma
frequenta i ragazzi inglesi. I quali, chissà perché, numerosi sono a Padova,
all’università, e per di più, bevitori di birra e maneschi, invisi ai patavini.
Tutto
infatti avviene a Padova, che è la città di Pennacchi e il centro del mondo,
della Serenissima, e anche dei Capuleti (Cappelletti) e Montecchi – con tutto
quello che Will ci monterà sopra. Ci saranno di mezzo, oltre un
Saviolo-Pennacchi, mezza età e mezza pancetta, preti, nobili, mezzane, medici,
maghi, “veri” e presunti, lamie e fattucchiere, uomini d’arme e no, e qualche
omicidio. Con un sospetto di gaytudine diffusa, Will compreso - dalle cui opere
si trae un largo fraseggio, con i thou, hath, etc., l’inglese
biblico (si colloquia anche con citazioni dalla Bibbia). Incontri
sgradevoli, sempre a Padova, con l’arcinemico Marlowe. Oltre, naturalmente, ai
Capuleti e ai Montecchi.
Un
divertimento? Non si ride. Un guazzabuglio. Pennacchi, attore simpatico,
specialista dei ruoli di “spalla”, burbero-faceto, ama Shakespeare
(“Shakespeare and me” è un suo titolo) e prova a metterlo in scena. Ma senza editing,
evidentemente.
Andrea
Pennacchi, Se la rosa non avesse il suo nome, Feltrinelli, p. 299 €
11,90 (promozione Feltrinelli, 2 libri Ue € 11.90)
martedì 14 aprile 2026
Il mondo com'è (494)
astolfo
Candy – Esordisce alla prima
Fiera di Milano dopoguerra, nel 1946, “ancora in forma rudimentale”, come la prima
lavatrice, “la macchina per il lavaggio automatico della biancheria e dei
panni” - Amalia Ercoli Finzi, “Introduzione “ a Di Paolo-Guanciale, “Miracolo a
Milano”, Il Saggiatore: “Di nome Candy dal titolo di una canzone di Nat King
Cole, proposta da una piccola ditta di Monza, la Officine Meccaniche Eden
Fumagalli specializzata nella produzione artigianale di meccanica strumentale, suggerito al proprietario
dal figlio Enzo, reduce dalla prigionia negli Stati Uniti”. Era “la Candy 50,
poi sostituita dalla Candy-Bimatic, la prima semiautomatica”.
Charivari – I movimenti dei gilets
jaunes, o dei “forconi”, nella Francia Cinquecento – noti in Inghilterra
invece come skimmington, o tin-panning, delle “padelle”, le
pentole, o tin-panning. Movimenti contadini di protesta,
rapidi e violenti, spesso senza una causa precisa. L’analogo in Inghilterra era
lievemente diverso, una parata dai tratti burleschi, con la “musica” dei rumori,
contro
uno più concittadini, più spesso per motivi di letto - coniugi infedeli, mariti sottomessi, mogli santippe
(con figuranti, oltre che con la “musica grezza”).
Eilat-Ashkelon – L’unico sbocco
sicuro del petrolio del Golfo è attraverso Israele? Un “intervento” (non richiesto?) dello scrittore iraniano Tolouei
oggi sul “Corriere della sera” evoca “il gasdotto di Eilat-Ashqelon in Israele,
costruito grazie agli investimenti iraniani durante il regno dello Scià”, come “uno
dei princiali concorrenti allo Stretto di Hormuz nel trasferimenti di risorse
energetiche”. È vero - se non che non è un gasdotto ma un oleodotto, il Tipline
(Trans-Israel Pipeline), o Oleodotto Europa-Asia, tra il golfo di Aqaba e il
Mediterraneo.
L’oleodotto funziona, malgrado la guerra, e trasporta
verso Israele e il Mediterraneo, con un breve percorso, greggio iracheno, kuwaitiano
e emiratino, e in senso inverso, con una capacità di trasporto ridotta, prima della guerra e
della chiusura di Hormuz, petrolio russo per i mercati asiatici – questo spiega
la premura di Putin di farsi mediatore nella guerra.
Dacché, con l’avvento di Khomeiny, l’Iran si è fatto nemico
di Israele, l’inimicizia ha portato a una singolare contesa giuridica. La quota
iraniana dell’oleodotto non è stata nazionalizzata da Israele. Ma la società proprietaria
della condotta, di diritto israeliano, non paga la quota di royalties di
Teheran.
L’oleodotto è lungo 254 km e ha un diametro di 42 pollici
(107 cm) con una capacità diversa di trasporto nelle due direzioni: fino a 400
mila barili al giorno da Ashkelon a Eilat, e una capacità tripla (grazie al
potenziamento delle stazioni di pompaggio) in seno inverso, dal Golfo al Mediterraneo
– approssimativamente 20 e 60 milioni di tonnellate di greggio annue. Da
Ashkelon al Golfo trasporta essenzialmente greggio russo, dal Mediterraneo verso
l’Oriente, India e Cina i maggiori mercati.
L’oleodotto è gestito dalla Eilat Ashkelon Pipeline
Company, o Europa Asia Pipeline Company (Eapc), la società che lo scià e
Israele avevano fondato nel 1968 – un favore a Israele per circonvenire l’ostilità
dei paesi arabi dopo la sconfitta dell’Egitto di Nasser l’anno prima nella guerra
dei Sei Giorni. Poi, dopo l’avvento del khomeinismo a Teheran e la rottura delle
relazioni, Israele ha fatto propria la società. Senza rimborso. Una lunga
contesa giuridica ne è seguita, conclusa nel 2015 in un tribunale svizzero, con
la condanna di Israele a un risarcimento, quantificato in 1,1 miliardi di dollari.
Risarcimento che Israele non ha effettuato, sulla base di una sua propria legge
che non consente relazioni economiche con un nemico.
Israele non è nuovo a complicazioni giuridiche di questo genere.
Dal 1967 al 1974, quando occupava il Sinai, pompava il petrolio dei giacimenti
italo-egiziani come preda di guerra. Ma riconosceva le royalties alla
parte italiana (Eni).
Millenarismo – L’attesa della
fine del mondo, o spirito avventista, è parte dello “stile paranoide” di
lettura della realtà nella riflessione di Richard Hofstadter, “Lo stile paranoide
nella politica americana” – in realtà dell’opinione pubblica in America. Nella
quale fa un excursus (in nota, 8-89) sull’avventismo, a proposito dei
fondatore, William Miller - ma
ritenendolo anche un’evoluzione “delle tendenze principali del protestantesimo
americano”: “L’esempio americano probabilmente più spettacolare dello spirito
avventista è il caso di William Miller, che si fece conoscere a New York negli anni
Trenta dell’Ottocento. Nato in una famiglia di predicatori battisti, Miller
cominciò a occuparsi dele profezie millenariste, effettuò dei calcoli e
annunciò il ritorno di Cristo una prima volta per il 1843, poi una seconda volta
per il22 ottobre del 1844, e divenne così il leader di una setta avventista dal
seguito considerevole. Il giorno stabilito, i milleriti si adunarono in preghiera,
molti abbandonarono le loro occupazioni mondane e alcuni si disfecero dei loro
bei. Il movimento di Miller tramontò dopo il giorno fatale, ma altri
avventisti, più cauti nell’uso di date, proseguirono in quello spirito”.
Non fu un fuoco di
paglia, Miller si iscriveva in una tradizione protestante, “non lontana dalle tendenze
principali del protestantesimo americano, secondo uno studio famoso di un
storico locale, Whitney R. Cross, sulla parte occidentale dello stato d New
York, degli Appalachi,“The Burned-Over District: The Social and Intellectual
History of Enthusiasmatic Religion in Western New York, 1800 – 1850 ”: I
milleriti non possono essere liquidati come contadini ignoranti, libertari di
frontiera, vittime impoverite del cambiamento economico o seguaci ipnotizzati
di un pazzo…. Il protestantesimo americano preso nel suo complesso è arrivato
molto vicino alle stesse convinzioni…. Tutti i protestanti si aspettavano un
qualche evento attorno al 1843 e nessun critico del fronte ortodosso ebbe niente
da ridire sui principi alla base dei calcoli di Miller” – gli assistenti e i
seguaci di Miller troveranno “il mondo insalvabile e i parlamenti corrotti, mentre
l’infedeltà, l’idolatria, la sudditanza alla chiesa di Roma, il settarismo, la
seduzione, la frode, l’assassinio proliferavano”.
Il senso della
protesta è una certa idea della storia, spiega Hofstdater: “La storia è una
cospirazione, messa in moto da forze demoniache dal potere trascendente…. Per
batterla c’è bisogno non dei soliti metodi di botta e risposta politico, ma di
una crociata senza quartiere”.
Barone de Morpurgo
–
Fu tra i protagonisti italiani del tennis negli anni 1920, dopo esserlo stato
in precedenza per l’Austria-Ungheria. Così lo scrittore americano Frederik
Prokosch lo ricorda in “Voci” – altre memorie non se ne conoscono. Solo ottavo,
nono, decimo nelle graduatorie mondiali, e mai più in là di una semifinale nei tornei
maggiori, Wimbledon, Montecarlo, Internazionali di Francia, Internazionali d’Italia,
ma perdendo sempre contro i fuoriclasse del momento, Bill Tilden, René Lacoste,
Jean Borotra (una volta peraltro sconfitto, all’Olimpiade di Parigi nel 1924, allo
spareggio per il terzo posto – un Borotra fresco del trionfo a Wimbledon), Henri
Cochet. A Wimbledon ha fatto anche una
finale, al torneo del 1925, nel doppio misto, insieme con la statunitense
Elizabeth Ryan – contro il solito Borotra, in duo con l’altra fuoriclasse
francese Suzanne Lengler.
Cambiò nazionalità
col passaggio di Trieste all’Italia dopo la Grande guerra. Ma fu a lungo
ignorato da Federtennis, che lo tesserò solo a fine 1923.
Di padre triestino,
ebreo, barone, di madre inglese, aveva fatto le scuole a Oxford, scoprendovi il
tennis. A partire dai 15 anni, nel 1911, gareggiò in Inghilterra con successo
nella categoria juniores. In guerra fu mobilitato nell’aviazione austriaca. Raggiunse
la vetta del successo nel 1930. Agli Internazionali d’Italia in finale in tutte
le specialità: singolare (sconfitto dal fuoriclasse Tilden in tre set), doppio
(con Paolo Gaslini, sconfitti dalla coppia Tilden-Wilbur Coen) e doppio misto
(qui vincente, con Lilì de Álvarez, contro Lucia Valerio e Pat Hughes). Agli Internazionali
di Francia dello stesso anno fu il primo
tennista italiano a disputare una semifinale di una prova del Grande Slam – sconfitto
da Cochet.
È in coppa Davis
che l’unica memoria del barone De Morpurgo resta negli annali: partecipa a
tutti i tornei dal 1923 al 1933, con 39 vittorie in singolo e 14 sconfitte, e
16 vittorie contro 10 sconfitte nel doppio. Figura tuttora al quarto posto come
numero di presenze in coppa, dopo Pietrangeli, Panatta e Sirola.
L’ultima uscita
nel 1935, a Wimbledon, sconfitto al primo turno da un giapponese, Jiro
Yamagishi. Morirà dimenticato, a 65 anni, nel 1961, in Svizzera, di polmonite
fulminante.
astolfo@antiit.eu
Giallo paraipnotico
A
ogni posa una piega si aggiunge – donna sola vittima di vicino maleducato, psichiatra
perseguitata dal paziente, psichiatra persecutrice, consulti meticolosamente
registrati in audiocassette, registrazioni trafugate, ipnosi e magia, paziente trascurata,
oppure amata?, Parigi occupata ai nazisti, un suicidio che forse è un assassinio…
La mente sconvolta della psichiatra – ci può stare, anzi grande soggetto –
naviga a zigzag nella confusione.
La
suspense inseguita alla Argento, per atmosfere. Però interrotte in
continuazione da contro-suspense, da pieghe realistiche, ordinarie. Un
genere che Jodie Foster, la psichiatra, in gioventù pluricandidata e
pluripremiata Oscar, dal “Silenzio degli innocenti” in qua, straordinario successo
di cassetta trent’anni fa, coltiva, con effetti da serie B.
Un
film che ha aperto l’ultimo Cannes, e non si vede perché – forse perché figura
film francese. Anche Auteuil sembra sorpreso di esserci: fa il marito
divorziato della psichiatra, per la quale si spende come detective, smascheratore,
inseguitore - e si confronta in una scena notturna impensabile, in un garage, col
nemico (supposto, non ne sappiamo nulla, se non che è collerico e ebreo) che è integralmente
nudo, reduce da una sveltina in terrazza sotto la pioggia, ma non si ride.
Rebecca
Zlotowski, Vita privata, Sky Cinema, Now
lunedì 13 aprile 2026
Ma l’Europa va (solo) a destra
Esultanza democratica per la vittoria di Magyar
a Budapest. Dove il Parlemento sarà diviso fra tre pariti di destra. Europeisti
(anche Orban o era) ma. Magyar è acclamato solo perché fa parte dei Popolari
eurpoei, la Dc transnazionale. Pupillo del resto di Orban.
Avviene in Ungheria
come già in Polonia. Tra una destra-destra (il vecchio governo con la vecchia
presidenza della Repubblica) e un destra-centro (la nuova presidenza col nuovo
governo).
Sono le solite fibrillazioni slavo-balcaniche?
Anche la Germania si avvia, per ora informalmente, verso una destra-centro. In
Ungheria e Polonia le sinistre (socialista, verde) non ci sono, in Germania
sono a rischio fuoriuscita dal Parlamento - sotto la soglia del 5 per cento.
Problemi di base futuribili - 910
spock
Tra un milione
di anni non saremo mai stati – la storia è breve?
Il futuro è
sempre anteriore?
Il futuro
futuro sfugge?
Come fa il futuro
a esistere?
Il futuro è un’ipotesi?
Il futuro si
fa strada facendo?
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