Cerca nel blog

martedì 21 aprile 2026

Problemi di base macho-femministi bis - 912

spock

macho-femministi bis
 
Perché le donne sono cattive?
 
Perché lo sono in Italia?
 
È infetta l’aria in Italia?
 
La storia?
 
O la scuola, che è femminile, materna?
 
Cattive o scontente?


spock@antiit.eu

Il più grande processo del mondo

Sei giurati popolari e due togati, il presidente della Corte d’assise e il giudice a latere, discutono e si confrontano per 36 giorni, in camera di consiglio, isolati cioè dal mondo, per sbrogliare i giudizi e le pene del maxiprocesso di Palermo, 1986, contro centinaia di mafiosi. Ma non è un legal thriller all’americana. Il presidente, Alfredo Giordano, che si è assunto l’onere del processo, il più imponente al mondo, pare, nella storia della giustizia, e il suo giudice Pietro Grasso, oggi senatore, discutono sulle imputazioni, e sula determinazione delle condanne, anche un po’si azzuffano. I giudici popolari servono per allentare un po’ la tensione - come un gatto, che fa capolino nel cortile del reclusorio, dove i giurati “prendono l’aria”, come nelle carceri, e un pifferaio che chissà come si intrufola.
Un dialogo teatrale in realtà, fra Sergio Rubini e Massimo Popolizio, il presidente e il giudice subordinato,
che tengono viva la materia. Ma, poi, tutto è scontato, gli esiti e le pene essendo note.
Un atto – un film - “civile”, forse di proposito. In vista dei quarant’anni, quest’anno, dell’avvio del processo. Con 475 imputati da giudicare.
Fiorella Infascelli, La camera di consiglio, Sky Cinema, Now

 

lunedì 20 aprile 2026

Problemi di base macho-femministi - 911

spock


Perché le donne sono cattive con le donne?
 
Perché le donne sono cattive con gli uomini?
 
E con se stesse?
 
Come gli uomini?
 
Perché le donne sono cattive?
 
Perché si dice che lo siano?

spock@antiit.eu

Pasolini “preciso”

Rimasto fuori dalla copiosa editoria per i cinquant’anni della morte, il libro forse più significativo su Pasolini. Un florilegio di testi, tutti per qualche verso interessanti. E di immagini, dei film e di Pasolini.
Il libro si apre con una rara foto del padre, altrimenti ignoto. Carlo Alberto Pasolini è Pasolini figlio, fisicamente e somaticamente – anche nel cipiglio. Con una didascalia importante (tratta dall’intervista con Jon Hallyday, “Pasolini su Pasolini”: l’omosessualità (di cui P. si faceva peso e colpa, n.d.r.) non va attribuita all’“amore eccessivo, quasi mostruoso” verso la madre ma al padre: “Gran parte della mia vita erotica ed emozionale non dipende da odio contro di lui , ma da amore per lui, un amore che mi portavo dentro fin da quando avevo un anno e mezzo o forse due, non so”.
Le moltissime foto danno Pasolini sempre in posa, anche in costume da bagno, o in tenuta da sci. E ordinato, capelli, sorriso, gesto, anche nelle istantanee – curate fino al taglio, la luce, le ombre. Sempre “perbene”. Anche in borgata - farsi fotografare in borgata?
 Anche al mare, con Maria Callas e i suoi cagnetti, al vento. Era dei suoi anni vestirsi perfettamente – “correttamente” - e non casual, o sporchetti, comunque trasandati. Ma Pasolini è sempre “preciso”. Anche in tenuta da calciatore, anzi specie con gli scarpini, lustri.

Un album che è un regalo. Con una Nota introduttiva di Graziella Chiarcossi. Per la consulenza editoriale di Mario Desiati.
AA .VV., Album Pasolini, Oscar, pp. 316, ill. ril, pp.vv.

domenica 19 aprile 2026

Ombre - 820

“Piazza Affari regina d’Europa per valore delle cedole e rendimenti”, “Il Sole 24 Ore” a p. 1. A  p. 3, sempre in grande: “L’Italia con la crescita più bassa in Europa” – “meno della metà della crescita media Ue” e “meno di un terzo rispetto al G 7”. Pubblici vizi virtù private – si rovescia Mandeville e la “favola delle api”, le api operose.
 
Cazzullo incorona Conte, l’avvocato che si professa demitiano ora alla guida dei 5 Stelle. Riducendo con lui a bazzecola, due righine, in fondo, il reddito di famiglia e il superbonus. Senza ricordare che quest’anno paghiamo 51 miliardi di debito in più, portando al “primato continentale nel rapporto fra debito e pil”, grazie, si fa per dire, alla generosità dell’avvocato.
 
Sorprendente l’ingegnera Di Foggia che per fare il presidente dell’Eni vuole una buonuscita da Terna, altro gruppo pubblico, di sette milioni e mezzo. Sorprendente perché di Terna era amministratore delegato dopo una carriera, dice il cv, per la parità salariale. Vorrà portare tutte le donne in impresa al suo livello?
O non sarà, come l’avvocato Conte, una ex demitiana – sono sempre i primi in tutto, artigliano lo Stato come nulla?
 
Ben “il 61 per cento della popolazione israeliana è contrario al cessate il fuoco in Libano”. È cioè favorevole all’invasione. Il “popolo” per la guerra, con un esercito di leva, è una novità. f

Forse non solo la specialità di Israele. Un nuovo filone di studi necessita, il nazionalismo è sempre più forte delle guerre.
 
Mostrano i tg i bombardamenti di Tiro e Sidone come fossero due dei villaggi del sud del Libano. Mentre i Fenici di Tiro e Sidone sono stati per secoli i marinai e i mercanti del Mediterraneo. Orientale e anche occidentale – tra Solunto, Mozia, Palermo, e Cartagine. E le rovine monumentali lo testimoniavano ancora negli anni 1970, prima che Israele occupasse e distruggesse variamente il Libano.
 
Maurizio Molinari che fa una pagina su “la Repubblica” per il  signor Pahlavi: “Torno e do la spallata al regime di Teheran” sarebbe da ridere ma è da piangere. La politica estera ridotta, da uno che pure sa di che si tratta, a chiacchiere vuote. Assistito peraltro dal concorrente “Corriere della sera”, che esibisce una larga formazione di inviati e corrispondenti internazionali, di cui solo due sanno e dicono la cosa giusta, Rampini e Viviana Mazza – agli altri, ammesso che pratichino qualche lingua, si richiede il “colore”: ospedali, dottori, bambini, madri, morti e il tycoon.

  
Papa Leone impegnato per la pace lo portano in trionfo nel Camerun, paese di guerre senza fine, postcoloniali – dopo 66 anni – e tribali, con un capo di Stato 91nne che sta lì da sempre. Ma c’è di meglio dove un papa di pace potrebbe andare in Africa?


Dunque, Bpm e la Lega, col supporto dei Del Vecchio di Luxottica-Delfin, si riprendono Mps-Mediobanca-Generali. Il controllo di Roma su Milano era impossibile, e Caltagirone è stato fregato.
La Lega, sotto l’aplomb esagerato di un Giorgetti mite, aggredisce Piazza Affari alla Trump, d’assalto – il golden power contro Unicredit è ancora più stupefacente oggi di quando Giorgetti lo impose. Ma perderà il voto tra qualche mese -  lo farà perdere a Meloni, la filosofia della Lega è sempre quella, rodata con Berlusconi.
 
Si fa passare la divisione tra Caltagirone e i Del Vecchio su Mps come una furbata per disinnescare il “patto occulto” 2019 di cui li accusa la Procura di Milano. Ma non è il solo aspetto curioso del voto in consiglio per il nuovo Mps. Di fronte alla “istituzionalità” dei grandi fondi Usa, alla loro indifferenza ai giochetti di potere in materia di affari, non si sa che pensare di Giorgetti, dell’asta  acceleratissima per la vendita di Mps, del golden power contro una banca italianissima (non era un “campione nazionale”?) come Unicredit. 
 
Elegante “Il Messaggero” (Caltagirone) nella sconfitta a Mps-Mediobanca: grande titolo e nessuna acrimonia: “Lovaglio torna alla guida di Monte dei Paschi.”.
Il “fuori Lovaglio” era un jeu de dupes, un gioco di compari? 
 
Vance, che pure è intelligente (è buono scrittore, o non è lui?), che ammonisce: “Prevost dovrebbe essere cauto quando parla di teologia”, Prevost è il papa, non si sa se è più asservito al suo capo Trump, come è l’uso per i vice-presidenti Usa, oppure ironizza.
 
Claudia Conte ha solo una laurea telematica, presi in otto mesi, a trenta e passa anni, dopo aver vantato una laurea Luiss – dove ha solo pagato le tasse, per molti anni? Fatti suoi. Ma il ministro dell’Interno, custode e garante della nostra sicurezza, irretito da una svelta trentenne?
 
Romagnoli, recensendo sul “Venerdì di Repubblica” “Il giornalista e l’assassino”, un vecchio libro (1990) di una Janet Malcolm su un giornalista americano, Joe MGinnis, specializzato nel guadagnarsi la fiducia di persone coinvolte in delitti per poi “tradirli”, raccontandone le (vere o presunte) confidenze di malefatte, ricorda che questo giornalista lavorò anche in Italia. Sul Castel di Sangro, la squadra di calcio di “un paese abruzzese di seimila abitanti”, approdato alla serie B. Naturalmente “provandone” droghe, combines, intrighi. Ma non era la squadra di Gravina, poi presidente della Figc? Per dodici anni, e tre Mondiali falliti.
 
“Reiterati insulti dei dirigenti dell’Inter” contro il presidente del Como Suwaraso, nella partita che poi l’Inter ha vinto. Ma di questo abbiamo saputo due giorni dopo, per un post dell’indonesiano ai sostenitori della sua squadra, di scuse per la mancata reazione agli insulti (“sono nostri ospiti e meritano rispetto”). Cronache pietose – mentre si protesta e si sciopera per il rispetto del giornalismo.
 
Ha vinto Brignone, ma parla sempre Goggia. Di tutto. Di sci ma anche di guerre, studi, prodotti, promozioni. Ha agenti migliori? Il giornalismo all’orecchio delle pubbliche relazioni.
 
Israele ha adottato, ormai da tre settimane, la pena di morte, su base etnica. Con tanto di spilla celebrativa, in forma di cappio, dorata – o è d’oro? E non si è udito o letto un solo grido d’orrore, nemmeno una critica. Poi dice che c’è l’antisemitismo – sottotraccia, certo.
 

La tribù delle donne

“L’inizio della storia delle discriminazioni arriva a noi attraverso la voce del mito”, delle discriminazioni di genere. No, basterebbe Bachofen, il suo nomadismo – la donna perde ogni ruolo nel nomadismo – a ondate successive, dal bacino apparentemente inesauribile della Mongolia. “L’origine delle discrininazioni nella Grecia antica”, precisa il sottotitolo. Anche queste si possono ricondurre a Bachofen, la Grecia “antica” emerga, come dal nulla, dopo l’“invasione dal Nord”, dei fantomatici Dori. Ma Cantarella risale la traccia attraverso una rilettura tanto semplice quanto avvincente dei miti: fa di meno e di più, poiché il mito più non usa conoscere. È un invito quindi, il suo, a una sorta di riscoperta, narrata con precisione ed eleganza. Una serie di “meraviglie”, di miracoli, cui la sapienza greca, che era immaginazione, si è affidata per secoli – immortalandosi poi come classico.
Con Prometeo, la sfida agli dei, “l’intera umanità andava punita”. E la punizione fu Andora, la “prima donna”. Pandora non è Eva. È lei stessa la tentatrice, “un male bello” (Esiodo). Ma Prometeo non è solo, lo affianca il fratello Epimeteo, avventato, sventato. Pandora, sventata come Epimeteo, apre il vaso che doveva restare sempre chiuso e i mali si dispersero nel mondo: da lei discenderà “il genere maledetto” di Esiodo, “la tribù delle donne”.
Le donne faranno una razza a parte. Che Semonide di Amorgo, subito a ridosso di Esiodo, classifica. E la partizione si precisa: per l’uomo il logos, la capacità di ragionare, per la donna la metis, l’astuzia.
Zeus e Metis, spiega Cantarella, la storia è tutta qui. Zeus, che aveva paura di essere divorato dal padre Crono, come tutti gli altri suoi fratelli, è aiutato dalla compagna Metis, con una sostanza di sua conoscenza, di lei, a far vomitare a Crono tutti i figli che si era mangiati, in combutta con i quali Zeus è in grado di detronizzare Crono. Ma quando Metis confida a Zeus di essere incinta, Zeus si mangia anche lei, dando poi nascita lui stesso alla figlia – Atena. Inoltre, con Metis l’uomo Zeus aveva inglobato anche l’astuzia, e la sua creazione era completata, intelligenza più astuzia, l’uomo era un essere “quai invincibile”.
Poi intervenne la medicina, Ippocrate etc. Che indaga molto e non si spiega il mistero della maternità – dopo aver approntato uno scemenzario terapeutico per l’epilessia, il “morbo sacro”. Presto le donne, addomesticate, furono ridotte a due: la casalinga e la donna di piacere. Le figlie greche non ereditavano, andavano sposate alla pubertà, se non sposate erano vendute schiave. Di adulterio era imputabile solo la donna. La donna di Zeus - la donna non genera - è ancora la bandiera di Eschilo, all’Aeropago, a proposito del matricida Oreste. E non ha autorevolezza, cioè diritti. In epoca recenziore Aristotele lo spiega lungamente: “Il maschio rispetto alla femmina è tale che per natura l’uno è migliore l’altra peggiore, e l’uno comanda, l’altra è comandata”. Così il grecista Vidal-Naquet: “la polis, celebrata? Un club di soli uomini”.
Finché con Epicuro, e meglio ancora con i cinici, la verità non comincia a farsi strada, che donne e uomini hanno “le stesse virtù” – Antistene. Mentre fuori dalla Grecia continentale già da un secolo o due, con Pitagora, a Crotone, si ammetteva la donna alla discussione delle questioni politiche.
Bachofen Cantarella lo fa emergere alla fine. Ma non per il patriarcato, per il matriarcato, che per lil giurista svizzero, di passione storico e antropologo, fu epoca felice: gli imputa con ciò “l’antica condanna della donna alla sua materialità e di riflesso alla sua inferiorità”.
Eva Cantarella, Gli inganni di Pandora, Feltrinelli, pp. 90 € 11,40 (promozione Feltrinelli, 2 libri Ue € 11.90) 

sabato 18 aprile 2026

Cronache dell’altro mondo – onomastiche (401)

Prospettano una nuova era dei robber barrons della Gilded Age di fine Ottocento, dei Carnegie (acciaio), Vanderbilt (ferrovie), Rockefeller (petrolio), Pierpont Morgan (banchiere dei tre), cui presto si aggiunse Henry Ford, poche persone in grado di caratterizzare e condizionare l’America, ma si presentano, e si conoscono, familiarmente col nome proprio: Dario, Dennis, Elon, Mark e Sam.
Dario è Amodei, cioè Anthropic. Dennis è Hassabis, Nobel per la Chimica (il Nobel sperimentale più giovane, a 47 anni – altri ce ne sono di più giovani, ma fisici teorici), che cura l’IA di Google, Mark Zuckerberg, Elon Musk, e Sam Altman, co-fondatore e primo gestore di Open AI. Tutti quarantenni – eccetto Musk, 54.

Cronache dell’altro mondo – mitiche (400)

Anthropic ha decido di limitare l’uso di Mythos, il suo ultimo modello di Intelligenza Artificiale, a utenze scelte, che ne abbiano bisogno per usi difensivi. Mythos ha infatti una “terrificante capacità” di individuare punti deboli nella protezione cyber. In mani sbagliate potrebbe minacciare infrastrutture vitali, nelle comunicazioni e non solo, e svuotare la privacy di ogni difesa: ospedali, banche, centri di decisioni strategiche o comunque riservate.
La retrizione moltiplica naturalmemte il valore unitario della licenza Mythos. Ma Anthropic si vuole una IA etica. Fondata appena cinque anni fa a San Francisco dai fratelli Daniela e Dario Amodei. Nati in America da padre toscano, di Massa Marittima, e madre americana. Sposati in Italia ed emigrati in America nei primi anni 1980 – subito dopo nascono i due figli, Dario classe 1983, e Daniela, 1987.
La capacità di Mythos è solo uno degli sviluppi della IA che possono minacciare la stabilità e la privacy.

Suspense a Teheran – senza bombe (né forche)

Un’idea semplice e un’ora e mezza di suspense al diapason. Senza atmosfere sinistre né violenze - senza bombe, siamo a Teheran, e nemmeno forche in piazza per giustiziare. Una giornata particolare di normali incontri e conversazioni, con le amiche, gli amici, le mogli degli amici, scorbutiche, le vicine, impiccione, e qualche proposta indecente – ma senza drammi. Una ragazza madre, sola in città, dove studia, deve nascondere per una notte la figlia di pochi mesi perché i genitori, che non sanno di avere una nipote, devono passare la notte in città per un lutto e hanno deciso di dormire da lei. Deve trovare un rifugio alla bambina.
La giovane Sadaf Asgari (nipote del regista) da sola regge tutta l’ora e mezza, In giro per Teheran, a piedi, in taxi e in motoretta. Col solo ausilio di un’amica. Con un cameo per Babak Karimi, il grande mediatore del cinema iraniano in Italia – si prende il ruolo dell’unico cattivo, misurato, suadente. Le molte caratterizzazioni, come usava nel buon cinema, vivacizzano e alimentano la tensione.
Il primo lungometraggio, e subito “perfetto”, di un regista che si è formato in Italia.
Una curiosità è come mai le pellicole che non hanno avuto audience ma se la meritano, con una seconda possibilità in tv, non vano sulla Rai. I Bernabei figli pescano meglio del mammut Rai, sono più fortunati? È l’intelligenza contro la burocrazia?  
Ali Asghari, La bambina segreta, Tv2000, Play2000

venerdì 17 aprile 2026

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (630)

Giuseppe Leuzzi

Le conversazioni dei giudici palermitani Natoli e Scarpinato in disprezzo dei Borsellino non avranno peso giudiziario, e nemmeno di galateo (si sa come si parla tra amici), ma confermano, oltre la psicologia dei due, quanto di sordido c’è in questa giustizia antimafia. Ci se ne serve per fare carriera, i delinquenti sono vittime casuali. In situazione non infetta persone esposte su una linea di battaglia non stano lì a farsi le pulci politiche (Natoli e Scarpinato, vecchi democristiani, si posizionano a sinistra, Borsellino era di destra). Si rischia appunto di passare per amici del nemico.

Passatempo antimafia

È più ridicolo che tragico il caso dell’ex prefetto Piritore, settantaseienne, che la Procura, il Gip e il Tribunale del Riesame di Palermo volevano in carcere perchè nel 1980, in forza alla Mobile di Palermo, “occultò” un guanto che era stato rinvenuto nella 127 Fiat usata dall’assassino del presidente della Regione Sicilia Mattarella. Mentre il giovane Piritore, che aveva trovato il guanto, l’aveva fatto vedere al proprietario della 127 rubata, e poi l’aveva “consegnato”. Tragico forse perché dice il livello di professionalità della Polizia. Ma ridicolo riesumare il guanto dopo 46 anni: la Procura di Palermo non ha (non vuole avere?) altro da fare.
E per fortuna che il Piritore non ha, non avrebbe, almeno per il momento, carature politiche. Altrimenti staremmo qui ad almanaccare per secoli – altro che il “papello” di Ciancimino figlio, che tanti (falsi) processi innescò, per distogliere l’attenzione (per insipienza dei giudici, o per connivenza?). Come dire che se i metodi della Polizia sono migliorati, forse, anzi sicuramente, altrimenti non staremmo qui a raccontarla, quelli dei giudici sono sempre gli stessi, della giustizia a perdere – un giorno della settimana, un momento di un giorno della settimana, il passaggio di una nuvola.
 
La dialettica radicamento-esilio
Il radicamento, e la conseguente esclusione, assurta nell’Otto-Novecento al nazionalismo, ma sempre attivo nella forma mentis individuale e ora riprodotto dal leghismo come esclusione, Edward Said, lo studioso che si voleva “nato in esilio”, ben sintetizza nelle “riflessioni, letture ed altri saggi” raccolti in “Nel segno dell’esilio”: “Esso invoca la casa creata da una comunità di linguaggio, cultura e usanze; e così facendo rifiuta l’esilio, combatte per impedire le sue devastazioni. Di fatto, l’interrelazione fra nazionalismo ed esilio è come la dialettica hegeliana di servo e padrone, in cui gli opposti si modellano e si costituiscono a vicenda….. Questo ethos collettivo costituisce quello che Pierre Bourdieu, il sociologo francese, chiama habitus, il coerente amalgama di pratiche che lega l’abito all’abitare”.
Il radicamento come inclusione, anche del più diverso, non il radicamento come esclusione (la Lega). La riflessione precedente il comparatista americano di famiglia palestinese così continua: “Col passare del tempo, i nazionalismi vittoriosi ascrivono la verità solo a se stessi, e riservano la falsità e l’inferiorità agli outsider…. E subito al di là della frontiera tra «noi» e gli «outsider»
si estende il pericoloso territorio della non-appartenenza”. E concludeva, senza naturalmente sapere del leghismo: “È questo il luogo nel quale in un’epoca primitiva erano mandati al bando i popoli, e dove in età moderna immensi aggregati di umanità si aggirano furtivamente in qualità di profughi e rifugiati, o semplicemente emigrati”.
A Milano nessuno parla milanese – i siciliani parlano siciliano con i siciliani, i calabresi calabrese con i calabresi, i napoletani napoletano tra di loro. E i milanesi non parlano - se non il “linguaggio del giorno”.
 
Milano ex protestante
“Non ho mai creduto alla favola di Milano «capitale morale»”, esplodeva a un certo punto Giovanni Raboni, il grande poeta allora di Milano, in un lungo articolo sul “Corriere della sera” il 9 aprile 1982, “e mi sembrava che a stonare, in quel la coppia di parole, fosse proprio il sostantivo. Capitale no, assolutamente: la singolarità, la ragion d’essere di Milano stava, anzi, nel non poterlo né volerlo essere, nella sua vocazione particolaristica, municipale. Mentre l’aggettivo… beh, l’aggettivo poteva anche voler dire, in altri tempi, qualcosa….
“Se nel carattere di Milano e dei suoi abitanti meno occasionali si poteva  scorgere, sino a pochi decenni fa, l’impronta di una concezione etica dell’agire e del vivere, è soltanto perché la città era una città davvero e «seriamente» capitalistica, con una vera borghesia e un vero proletariato, una città in cui ciascuno sapeva - sulla propria pelle o sulla pelle altrui - quanto valesse e quanto costasse il denaro, in quali mani stessero poteri e privilegi, cosa ci fosse da conservare e difendere per alcuni, da combattere per altri. Per la moralità del capitale: inamabile, certo, ma riconoscibile; e capace di imporsi non solo a chi la subiva, ma anche, per certi aspetti, a chi ne traeva vantaggio. Nel suo ostinato e tetro badare al sodo, nel suo chiudersi come una solida e grigia cassaforte sulle proprie ricchezze, Miano era la più «protestante» delle città italiane, una città in cui vivere era facile per pochi ma poteva avere un senso per tutti. Non è più così (……).
“Alla prudente, avara, timorata borghesia imprenditoriale, asserragliata nelle case buie, nei suoi giardini invisibili, nel numero ferocemente chiuso dei palchi alla Scala e degli abbonamenti alla Società del Quartetto, è subentrato l’indescrivibile, ripugnante «generone» degli speculatori, dei trafficanti di ogni merce lecita e illecita, degli stilisti e pubblicitari e mediatori del nulla, degli affaristi corruttori e dei politici corrotti; il proletariato e la piccola borghesia hanno lasciato il posto a una massa atrocemente indistinta di emarginati; la ricchezza non viene più prodotta e difesa, ma sperperata senza fine e senza lasciare tracce dignitose, sedimentazioni interpretabili e fruibili. Non più «protestante» ma cattolicamente caotica, incosciente, invivibile …”.
Quarantacinque anni fa. Il saggio veniva dopo il “mariuolo” Mario Chiesa, ma anche dopo la Lega, che ha imbarbarito la città – o le ha levato la maschera: la Lega ha assicurato alla città rappresentanza politica e più di un sindaco, ed è pur sempre il secondo maggior partito.
P.s. – Il titolo della filippica di Raboni - redazionale? – era “Le mosche della capitale”, sottinteso “morale”, a imitazione-parodia dell’ultimo, allora, Volponi, “Le mosche del capitale”. Un (confuso) memoriale delle esperienze dello scrittore, industrialista deluso, in Olivetti e in Fiat. Di lui giova ricordare la presenza al convengo anti-inquinamento Tecneco-Eni di Urbino otto anni prima, nel 1974, reduce da un “Gli Agnelli sotto processo” sul “Corriere della sera”, subito dopo che gli Agnelli ne avevano declinato la proprietà, in cui tracciava la storia della “famosa famiglia di Torino”, sul filo scalfariano dell’“Avvocato di panna montata”, e scriveva: “Agnelli vuole solo buone maniere, buone notizie e divertirsi. Ascolta, capisce, rimuove, sorride e parte dopo dieci minuti”. Lo si rivede a Urbino mentre fungeva da cicerone, sudato, congestionato, il testone agitando e le mani, gli occhi cerchiati, il lutto al risvolto, lucido il nodo della cravatta nera, allentato sul bottone, la camicia bianca sdrucita, all’Avvocato Agnelli in passerella, zoppo, asciutto e sorridente, e ai due pargoli ricci, smilzi, che gli correvano avanti e indietro in maglietta – il figlio Edoardo e il nipote Govannino. L’Avvocato, che aveva rischiato di avere patrigno e mentore a quindici anni Malaparte, non fosse stato per il nonno, che saggio spiegò l’errore alla madre Virginia, inesausta malgrado i sette figli, interloquiva senza affettazione. Volponi, il “poeta poetico” di Pasolini, che se ne faceva maestro benché coetaneo, a Urbino lamentava la passione del Seicento, e la tentazione di Christie’s, a prezzi miliardari - che diceva “una vertigine”.
 
Cronache della differenza: Napoli
A Donnarumma a Zenica un ragazzo raccattapalle ruba il foglio dei “rigoristi” della Bosnia, quello dove gli spiega come ognuno li tira. È un fatto grave, ma non c’è sanzione. E anzi il foglio finisce all’asta – in Bosnia si vede usa così. Però, un napoletano fregato da un bosniaco non è male, che per di più ci fa un mercato.                       \.
 
Ritorna capitale del Sud col referendum sulla giustizia, nel nome di Mario Pagano, giurista insigne di scuola napoletana. Il Procuratore Capo Gratteri, promotore del no, e l’avocato Bruno Larosa, presidente del comitato per il sì, sono entrambi calabresi. E hanno scelto Napoli l’uno per il culmine della carriera l’altro per esercitare la professione.
Napoli ha ancora molte attaches con la Calabria latina o citeriore, ma era scomparsa come polo d’attrazione formativo e professionale, a favore di Roma e di Milano.
 
“Città d’estenuante bellezza, in cui persino la bruttezza di certe zone e quartieri partecipa in modo misterioso del privilegio. Insieme a ciò, la sua spigolosità”. È il complimento non interessato di Belpoliti, “Nord Nord”, 191.
 
Del repertorio su Napoli antologizzato da Ramondino e Müller, “Dadapolis”, Goffredo Fofi, “Arcipelago Sud”, sintetizza così i motivi principali: “L’innamoramento per il brulicare di vita, la paura per il brulicare di vita, l’interesse quasi entomologico per il brulicare di vita… Ed è curioso vedere come – almeno per i primi due atteggiamenti - riguardino anche i napoletani stessi”.
 
A proposito del dimenticato Luigi Incoronato, Fofi ricorda “la bella fioritura di talenti letterari che riguarda Napoli del dopoguerra (e di prima o durante, a cominciare da quel romanzo decisamente altro rispetto alla letteratura del ventennio fascista che fu i ‘Tre operai’ di Carlo Bernari…): lo ‘Spaccanapoli’ e il ‘Gesù, fate luce’ di Rea…., e la provincia sonnacchiosa di Prisco, e ‘Un giorno d’impazienza’ di La Capria, e il primo capolavoro della Ortese, ‘Il mare non bagna Napoli’”.
 
Intervistato da Sandra Cesarale sul “Corriere della sera” alla vigilia di Sanremo, Nino D’Angelo ricorda del suo esordio al festival, nel 1986, “il razzismo, mi hanno trattato come un immigrato. Se ci fossero state le barche per arrivare a Sanremo, me ne avrebbero fatto prendere una. Sono stato il primo immigrato d’Italia, il terrone”.
 
Dal Mondo milanese Pasolini scriveva a “Gennariello” per fargli la morale. A un ragazzo che non è un napoletano ma il napoletano stereotipo, “simpatico”. Pasolini e il settimanale della borghesia scrivevano dunque alla macchietta del napoletano, e perché? Perché a Napoli “sono rimasti gli stessi di tutta la storia”. Che non era quella dei furbi.
 
“Un giorno mi sono accorto che un napoletano, durante un’effusione, mi stava sfilando il portafoglio; gliel’ho fatto notare, e il nostro affetto è cresciuto”, scrive. Indiscutibile, se l’“effusione” è durata “un giorno”. Ma questa non è più ipocrisia, è dileggio, l’“affetto” per “un napoletano”: non per un ragazzo, no, per una generalizzazione, un codice.
 
Nel 1895, secondo una cronaca poco frequentata, il locale brefotrofio lasciò morire di fame e percosse 853 dei suoi 856 bambini. Continuando a percepire la retta dei morti. A beneficio dei medici - di 42 medici invece dei 19 in organico. L’evento l’inchiesta non limitò al 1895, pur sorvolando sui precedenti. Ma la città-metropoli, indifferente e per lo più crudele, si vuole anema e core.
 
Alla Juventus, che vorrebbe assolutamente avere come centravanti Osimhen – e a Osimhen che vorrebbe assolutamente andare alla Juventus – il presidente del Napoli Calcio De Laurentiis, che ha lanciato il calciatore, oppone la clausola imposta anni fa alla sua cessione: mai più in un club italiano. Senza iattanza, giusto no. Napoli, a pensarci, era capitale prima di Torino, molto prima – e molto più “capitale”.

leuzzi@antiit.eu

Mosè-Michelangelo detta la Legge

La storia di Mosè quale la conosciamo – di Mosè egizio, seppure di padre ebreo – e una riscrittura dell’“Esodo”, il libro biblico. Un racconto lungo che sancisce la vita di Mosé, e il suo controverso impegno per introdurre il popolo ebraico, schiavo in Egitto, alla libertà, col permesso del faraone per liberare l’Egitto dalle dieci piaghe, e alla Legge, al Dio Unico. Con l’aiuto del fratello di latte Aronne – dell’egiziano Mosé che riporta gli ebrei a Dio.
Mosè, figlio di una principessa egiziana e di uno schiavo ebreo, viene dato con vari stratagemmi a balia a una donna ebrea, Jochebed, che ha appena partorito (Aronne) e ha perciò latte in abbondanza. Mosè avrà poi un’istruzione, la madre volendo per lui un futuro da alto dignitario, in un collegio dell’Alto Egitto, dove apprende scrittura, diritto, geografia e astronomia. È un outsider ma non accetta l’esclusione: in lite con un sorvegliante, che gli rompe il setto nasale, finisce per ucciderlo. Non succede nulla, ma qualche anno dopo Mosè capisce che il suo delitto sta per essere scoperto, e si rifugia a Maidan. Dove sposerà Sefora, la figlia del sacerdote Ietro.
In un roveto ardente un giorno l’Invisibile gli si manifesta e gli ordina di riportare al paese d’origine il suo popolo – suo dell’Invisibile. Mosè obietta che non ce la fa, l’Invisibile gli consiglia di avvalersi di Aronne, abile dialettico, e gli concede il potere di fare miracoli. Segue il resto noto della storia.
Non un racconto d’invenzione ma una testimonianza politica, come lo stesso Mann spiega ne “La genesi del Doctor Faustus”. A fine 1942 ebbe la proposta, da parte del produttore Armin Robinson, di aprire con un racconto-saggio una collettanea anti-Hiler, l’uomo che ha infranto la Legge, un’opera di carattere “polemico-morale”, da intitolare “I dieci comandamenti”, e da pubblicare in più lingue. Collaboravano anche Werfel, Romains, Maurois, Rebecca West tra gli altri. Mann scrisse in fretta con quello che sapeva. Il libro fu pubblicato nel corso del 1943, col titolo “Ten short novels of Hitler’s War against the Moral Code”.
Una sola curiosità: “Probabilmente sotto l’inconsapevole influsso della figura heiniana di Mosè, diedi al mio protagonista i lineamenti … non già del Mosè di Michelangelo, ma di Michelangelo stesso”. Michelangelo come “l’artista affaticato che con sforzo e tra sconfitte scoraggianti lavora la renitente materia prima umana”.
Thomas Mann, La legge, Mondadori, pp. 162 pp.vv.
Le teste scambiate - La Legge – L’inganno
, Oscar, pp. 264 € 16  

giovedì 16 aprile 2026

Hormuz riapre quando chiude Hezbollah

Trump ostenta il viso dell’arme, nel mentre che assicura la pace – “dettagli”. Perché tutto era stato già deciso - per le diplomazie europee non ci sono dubbi. A Islamabad si trattava di mettere l’imprinting a una sua pace, di Trump. Con qualche  impedimento  spettacolare, come la non firma del suo vice-presidente. Ma il solo punto conteso è l’arricchimento dell’uranio in Iran, che è già stato regolato nel 2015 da un accordo, P5 + 1, Joint Comprehensive Plan, firmato a Vienna il 14 luglio 2015, dall’Iran con i cinque membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’Onu, più la Germania, e dall’Unione Europea. L’accordo troncava il regime si sanzioni. Tre anni dopo Trump ha denunciato l’accordo. Al quale ora si ritorna.
E dunque per la pace (armistizio – ma non c’è stata una dichiarazione di guerra – o accordo per un negoziato) si aspetta solo che scada il penultimatum di Trump? Un po’ di suspense, da riempire con le colorate fantasie che il presidente Usa ogni pomeriggio dispensa. Si capiva da Islamabad (Pakistan e Turchia, i “mediatori” non avevano carte da spendere, solo l’obbedienza a Washington), conoscendo i temi in gioco e anche solo un poco i soggetti, che la mediazione era finta e la volontà di “chiuderla qui” vicendevole, come si poteva scrivere domenica
http://www.antiit.com/2026/04/ombre-819.html
Il regime iraniano non era un casus belli, né per Trump e soprattutto non per Netanyahu. L’attacco all’Iran è come era stato quello di giugno, i disonorevoli bombardamenti contro la vita pacifica di un paese, contro le persone – le case, i ponti, le centrali elettriche - che non hanno vinto nessuna guerra ma servono a dire chi è il più forte. Conditi dagli assassinii mirati. Non erano programmati per rovesciare il regime, e anzi lo hanno rafforzato.
L’unico motivo plausibile della guerra è aprire la strada all’invasione israeliana del Libano, contro Hezbollah. E questo è anche l’unico motivo reale della fine posposta della guerra: a Hormuz tornerà l’ordinarietà quando Hezbollah sarà stato distrutto, come Gaza. Resterà il disastro economico provocato da questa “guerra di copertura”, naturalmente per i paesi più poveri, ma anche per l’Europa – per l’America, contrariamente a quello che si dice, no: ne esce molto rafforzata l’importante e influente industria dell’energia.   
 

Riscoprirsi a settant’anni, in rima

Di virgiliano, come da titolo, c’è poco: ritmo e rima, Patrizia Vaulduga parte incazzata contro i guerrafondai “liberati”. Più non si sfidano a duello ma si divertono ad assassinare, impuniti, in massa, inattaccabili. Al punto che la morte fa solo rima con se stessa, come in copertina: “Padroni della guerra e della morte,\ che gestite patrimoni di morte\ e fate investimenti sulla morte,\ cosa posso augurarvi se non morte?”
Come darle torto. Ma noi, “i nessuno”? “Siamo merce al mercato del virtuale”. Altro centro. Se non che il mondo resta fuori, Patrizia fa settant’anni. Sembra che vada sempre di fretta, l’endecasillabo è marciante, e invece segna il passo. Irritata, perché per il perimetro interiore l’osservazione non è buona: “Ci sono almeno state evoluzioni\ sotto l’aspetto affetti… o anche passioni?”. No, sempre “con sogni vecchi niente vita nuova”, da vent’anni, dal fu Giovanni Raboni. Non più vedova, inconsolabile, ma sì. Se a settant’anni di sé può aggiungere, famosamente: “Nasco alla morte….strana gestazione”.
Dopo una lunga pausa, interrotta da un ritorno all’origine, “Belluno”, Valduga si risveglia con le bombe, per fare i conti con i signori della guerra. Con l’età. E con Milano, che l’ha adottata ventenne ma le è matrigna - “Di Milano che finge d’esser viva\ meglio Venezia morta per davvero”.
Dalla lingua l’età non si direbbe. E dal brio: la plaquette viene dotata di una perfida appendice. Dove Raboni usa il vetriolo contro la pax americana (“Avvenire”, 1970, recensendo il film agiografico “”Tora! Tora! Tora!”), e contro la sua Milano (che lo ha dimenticato, Patrizia non cessa di ripeterlo), sul suo “Corriere della sera”, “Le mosche della capitale”, il 9 aprile 1992 (dopo il “mariuolo” Chiesa, certo).
Con qualche dubbio: “Ma sono stata, almeno qualche volta?”. E un ricordo grato dei vent’anni, accudita dal geniale Tadeusz Kantor - la memorialistica può essere, è, potente analgesico, di consolazione, quand’anche fosse irritata, anche rabbiosa.
Patrizia Valduga, Lacrimae rerum, Einaudi, pp. 78 € 10

mercoledì 15 aprile 2026

Letture - 611

letterautore


Antropologia
– Oggi è rovesciata, si esercita sul Nord del mondo, Europa o America del Nord? Si  domandava nel 2004 la storica Natalie Zemon Davis (“La passione della storia”) e si rispondeva: “Per ragioni pratiche e politiche…. Non ci sono più isole etnologicamente «utopiche» nel Pacifico…” E: “Molto spesso i governi postcoloniali non gradiscono antropologi occidentali!”.
 
Fortuna – È efficace quando è avversa. È uno dei paradossi di Boezio, “La consolazione di Filosofia”, 8, 3-4. Filosofia consola Boezio, al domicilio coatto, sicuro condannato, così: “Credo che agli uomini giovi di più la sorte avversa di quella favorevole; questa infatti, mostrandosi lusinghiera, mente sempre con l’apparenza della prosperità, quella, mostrandosi instabile con i suoi cambiamenti, è sempre vera. Una inganna, l’altra istruisce; una, con l’apparenza di beni menzogneri, blandisce le menti che ne godono, l’altra le libera rendendoli consapevoli di quanto fragile sia la prosperità; … una è volubile, insicura, sempre ignara di sé, l’altra sobria e pronta, prudente perché avvezza alle avversità….”.
 
Hölderlin – “Era pazzo o fingeva”, si chiede Mario Praz con Frederik Prokosch, in “Voci”, p. 223: “C’è un’ambiguità allucinante, dal principio alla fine. Forse doveva impazzire dopo tanta sublimità.
 
Intellettuale – “L’artista e l’intellettuale sono tra le poche restanti personalità equipaggiate a resistere e a combattere la stereotipizzazione e la conseguente morte di cose genuinamente viventi. Una percezione libera ora implica la capacità di smascherare continuamente e schiacciare gli stereotipi di visione e intelligenza con cui le comunicazioni moderne ci sommergono”, C, Wright Mills, “Power, Politics, and People”, già nel 1944 (in “The collected Essays of C. Wright Mills, p. 299). Dove proseguiva: “Questi mondi di arte di massa e pensiero di massa sono sempre più orientati sulle esigenze della politica” – invece che, politica compresa, del business (pubblicità).
 
“Un compito degli intellettuali è di abbattere gli stereotipi e le categorie riduttive che limitano così tanto il pensiero umano e la comunicazione” - Edward W. Said, “Representations of the Intellectual”, p. 26.
 
Luci – C’è luce e luce, differente per i luoghi oltre che per le ore? “Il sole di Capri aveva una luce particolare. Non era una luce arida come quella della Spagna, né orlata di arcobaleno come quella del Portogallo, né immersa in ombre lilla come la luce sopra la Senna. Non aveva la profondità della luce di Roma, né l’austerità della luce siciliana. Aveva l’opacità del diamante….” – F. Prokosch, “Voci”, 248.
 
Mozart – “Un contadino” lo dice Gide, pianista di lunga pratica, a Frederic Proksch, che ne riferisce marginalmente in “Voci”, p.268. In una conversazione in cui critica il virtuosismo, la tendenza degli interpreti a sovrapporsi ai musicisti – la tentazione, o bisogno, di bravura, di dimostrare quanti arpeggi si possono costruire su un accordo, moltiplicando le note: “Bisogna andarci piano con Chopin, è da criminali voler scoprire troppe cose. Non solo con Chopin. Anche con Mozart. E perfino con Beethoven. Con Beethoven la tentazione è irresistibile. Con Mozart e Chopin bisogna evitare come il colera ogni tendenza a complicare, a elaborare. I contadini sono strana gente. Per me Mozart è un contadino. Nei contadini c’è un’essenza terrestre che li salva dalla volgarità”.
 
Pound – “Ezra Pound abita ancora in un villaggio, e il suo mondo è una sorta di villaggio”, così Gertrude Stein ne parla con Frederic Prokosch in “Voci”, p. 115: “La gente, quando vive in un villaggio, continua a voler spiegare le cose”.
 
Romanticismo e classicismo - “Ma si fondono l’uno nell’altro e s’intrecciano”, Praz a Prokosch,  in “Voci”, p.223, “e ciò che li tiene uniti è la comune consapevolezza di un antico terrore. Dimentichi le foreste e le cascate, dimentichi i boschetti e i templi: alla fine romanticismo e classicismo si danno la mano e danzano insieme un tango mortale”.
 
Romanzi giappponesi – “C’era in Giappone tutto quel mondo che si osserva nei romanzi giapponesi e che si usa definire «mondo fluttuante» - la storica Natalie Zemon Davis ricorda a un certo della rievocazione della sua attività (“La passione della storia”, p.80), a proposito di un suo soggiorno a Tokyo nel 1997 -  “noi diremmo forse un mondo dei «marginali, mondo che gravitava intorno ai teatri, alle geishe, agli intellettuali «bohèmiens»”.
 
Torino – “Torino è stata una delle capitali della Controriforma, san carlo Borromeo era piemontese, come Pio V, il papa di Lepanto. E Torino ha esercitato un ruolo pedagogico – i liberali che fecero il Risorgimento, i comunisti, gli azionisti - che l’ha resa antipatica al resto della nazione. Ora Torino non è più nulla, ha un’identità spappolata” - Aldo Cazzulo, “Corriere della sera”,5 aprile.
 
Vico - “C’era anche Vico”, ricorda della sua formazione la storica Zemon Davis nel libro intervista con lo storico Denis Crouzet, “La passione della storia”, pp.132-133. “Per due ragioni”, spiega: “Innanzitutto il suo orientamento, come diremmo oggi, pluridisciplinare”. Per “il suo modo di mettere la letteratura e altre espressioni culturali in relazione …. con la poesia, i racconti, l’economia politica. Ai miei occhi è straordinario! E poi c’era anche il suo sforzo di descrivere il movimento rivoluzionario. Oggi trovo che sia tropo schematico, ma quando lo leggevo ero sedotta dal suo metodo quasi antropologico.
“Ho cominciato a immergermi in Vico quando ero studentessa, prima di impegnarmi nel dottorato. All’inizio ho dovuto leggerlo in francese, perché a quell’epoca non conoscevo ancora l’italiano.
Vico come lettura in parallelo con Marx. “L’ho letto insieme a Marx”, continua Zemon Davis, “che è più duro, più critico. Sono felice di averli affrontati contemporaneamente, perché in Marx apprezzavo il fatto che esponesse in termini satirici il rapporto tra la letteratura e le classi dominanti, mentre Vico era più ”.

letterautore@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo – assicurative (399)

Guida alla”Fast and Furious”, collisioni con giganteschi autoarticolati, un incredibile numero di incidenti tra automobili piene di passeggeri e i 18 ruote. Da dieci anni, alla periferia di New Orleans. Tanti da allarmare le assicurazioni.
Gli incidenti erano localizzati, in un tratto di 14 miglia della Interstate 10. Che però in tutti i calcoli attuariali, in tutte le ipotesi, risultava sempre a rischio zero. Moltiplicandosi gli incidenti, ultimamente ben 246 collisioni con autoarticolati sono state registrate, indagini private sono state avviate, e hanno scoperto che alcuni avvocati a percentuale, specialisti di vertenze contro le assicurazioni, aveva assoldato quelli che chiamavano “avanzi di galera” (slammmers), per provocare con i mezzi pesanti a tutta velocità “strisciate” con automobili piene di passeggeri - più gente in macchina, più cause per liquidazioni.
Un avvocato ha pagato uno slammer 1.300 dollari per ogni passeggero trasportato - un avvocato che arrivava a fare 25 cause per danni al mese.
Slammers
e passeggeri rischiavano la vita, per un grosso premio. Gente dei sobborghi poveri di New Orleans, a predominanza afro.

Giallo Shakespeare, in-edito

Will, Shakespeare of course (ma chissà, Sakesbirre? Scontespir? Scachespeare? Sicechsepare? Scarsesber? Sgripir? Sghechesper? Sghrpwer? Sgrichspir? Sckechesberro? Sciachespero? Scachespeare? Schertspir? Segheswer? Pennacchi imita il camilleresco, ribattezzato patavino-padovano, nella versione “Catarella”) sbarca a Padova. Si professa guantaio, e correttore di bozze. Ma si confessa incaricato (segretamente, of course) di cercare un Edward Kelly, (giovane) favorito di lord Southampton - di cui sa già tutto, che si è fatto frate ma frequenta i ragazzi inglesi. I quali, chissà perché, numerosi sono a Padova, all’università, e per di più, bevitori di birra e maneschi, invisi ai patavini.
Tutto infatti avviene a Padova, che è la città di Pennacchi e il centro del mondo, della Serenissima, e anche dei Capuleti (Cappelletti) e Montecchi – con tutto quello che Will ci monterà sopra. Ci saranno di mezzo, oltre un Saviolo-Pennacchi, mezza età e mezza pancetta, preti, nobili, mezzane, medici, maghi, “veri” e presunti, lamie e fattucchiere, uomini d’arme e no, e qualche omicidio. Con un sospetto di gaytudine diffusa, Will compreso - dalle cui opere si trae un largo fraseggio, con i thou, hath, etc., l’inglese biblico (si colloquia anche con citazioni dalla Bibbia). Incontri sgradevoli, sempre a Padova, con l’arcinemico Marlowe. Oltre, naturalmente, ai Capuleti e ai Montecchi.
Un divertimento? Non si ride. Un guazzabuglio. Pennacchi, attore simpatico, specialista dei ruoli di “spalla”, burbero-faceto, ama Shakespeare (“Shakespeare and me” è un suo titolo) e prova a metterlo in scena. Ma senza editing, evidentemente.
Andrea Pennacchi, Se la rosa non avesse il suo nome, Feltrinelli, p. 299 € 11,90 (promozione Feltrinelli, 2 libri Ue € 11.90) 

martedì 14 aprile 2026

Il mondo com'è (494)

astolfo
 
Candy – Esordisce alla prima Fiera di Milano dopoguerra, nel 1946, “ancora in forma rudimentale”, come la prima lavatrice, “la macchina per il lavaggio automatico della biancheria e dei panni” - Amalia Ercoli Finzi, “Introduzione “ a Di Paolo-Guanciale, “Miracolo a Milano”, Il Saggiatore: “Di nome Candy dal titolo di una canzone di Nat King Cole, proposta da una piccola ditta di Monza, la Officine Meccaniche Eden Fumagalli specializzata nella produzione artigianale  di meccanica strumentale, suggerito al proprietario dal figlio Enzo, reduce dalla prigionia negli Stati Uniti”. Era “la Candy 50, poi sostituita dalla Candy-Bimatic, la prima semiautomatica”.
 
Charivari – I movimenti dei gilets jaunes, o dei “forconi”, nella Francia Cinquecento – noti in Inghilterra invece come skimmington, o tin-panning, delle “padelle”, le pentole,  o tin-panning. Movimenti contadini di protesta, rapidi e violenti, spesso senza una causa precisa. L’analogo in Inghilterra era lievemente diverso, una parata dai tratti burleschi, con la “musica” dei rumori,   contro uno più concittadini, più spesso per motivi di letto -  coniugi infedeli, mariti sottomessi, mogli santippe (con figuranti, oltre che con la “musica grezza”).  
 
Eilat-Ashkelon – L’unico sbocco sicuro del petrolio del Golfo è attraverso Israele? Un “intervento” (non richiesto?) dello scrittore iraniano Tolouei oggi sul “Corriere della sera” evoca “il gasdotto di Eilat-Ashqelon in Israele, costruito grazie agli investimenti iraniani durante il regno dello Scià”, come “uno dei princiali concorrenti allo Stretto di Hormuz nel trasferimenti di risorse energetiche”. È vero - se non che non è un gasdotto ma un oleodotto, il Tipline (Trans-Israel Pipeline), o Oleodotto Europa-Asia, tra il golfo di Aqaba e il Mediterraneo.
L’oleodotto funziona, malgrado la guerra, e trasporta verso Israele e il Mediterraneo, con un breve percorso, greggio iracheno, kuwaitiano e emiratino, e in senso inverso, con una capacità di trasporto ridotta, prima della guerra e della chiusura di Hormuz, petrolio russo per i mercati asiatici – questo spiega la premura di Putin di farsi mediatore nella guerra.
Dacché, con l’avvento di Khomeiny, l’Iran si è fatto nemico di Israele, l’inimicizia ha portato a una singolare contesa giuridica. La quota iraniana dell’oleodotto non è stata nazionalizzata da Israele. Ma la società proprietaria della condotta, di diritto israeliano, non paga la quota di royalties di Teheran.
L’oleodotto è lungo 254 km e ha un diametro di 42 pollici (107 cm) con una capacità diversa di trasporto nelle due direzioni: fino a 400 mila barili al giorno da Ashkelon a Eilat, e una capacità tripla (grazie al potenziamento delle stazioni di pompaggio) in seno inverso, dal Golfo al Mediterraneo – approssimativamente 20 e 60 milioni di tonnellate di greggio annue. Da Ashkelon al Golfo trasporta essenzialmente greggio russo, dal Mediterraneo verso l’Oriente, India e Cina i maggiori mercati.
L’oleodotto è gestito dalla Eilat Ashkelon Pipeline Company, o Europa Asia Pipeline Company (Eapc), la società che lo scià e Israele avevano fondato nel 1968 – un favore a Israele per circonvenire l’ostilità dei paesi arabi dopo la sconfitta dell’Egitto di Nasser l’anno prima nella guerra dei Sei Giorni. Poi, dopo l’avvento del khomeinismo a Teheran e la rottura delle relazioni, Israele ha fatto propria la società. Senza rimborso. Una lunga contesa giuridica ne è seguita, conclusa nel 2015 in un tribunale svizzero, con la condanna di Israele a un risarcimento, quantificato in 1,1 miliardi di dollari. Risarcimento che Israele non ha effettuato, sulla base di una sua propria legge che non consente relazioni economiche con un nemico.
Israele non è nuovo a complicazioni giuridiche di questo genere. Dal 1967 al 1974, quando occupava il Sinai, pompava il petrolio dei giacimenti italo-egiziani come preda di guerra. Ma riconosceva le royalties alla parte italiana (Eni).
 
Millenarismo – L’attesa della fine del mondo, o spirito avventista, è parte dello “stile paranoide” di lettura della realtà nella riflessione di Richard Hofstadter, “Lo stile paranoide nella politica americana” – in realtà dell’opinione pubblica in America. Nella quale fa un excursus (in nota, 8-89) sull’avventismo, a proposito dei fondatore,  William Miller - ma ritenendolo anche un’evoluzione “delle tendenze principali del protestantesimo americano”: “L’esempio americano probabilmente più spettacolare dello spirito avventista è il caso di William Miller, che si fece conoscere a New York negli anni Trenta dell’Ottocento. Nato in una famiglia di predicatori battisti, Miller cominciò a occuparsi dele profezie millenariste, effettuò dei calcoli e annunciò il ritorno di Cristo una prima volta per il 1843, poi una seconda volta per il22 ottobre del 1844, e divenne così il leader di una setta avventista dal seguito considerevole. Il giorno stabilito, i milleriti si adunarono in preghiera, molti abbandonarono le loro occupazioni mondane e alcuni si disfecero dei loro bei. Il movimento di Miller tramontò dopo il giorno fatale, ma altri avventisti, più cauti nell’uso di date, proseguirono in quello spirito”.
Non fu un fuoco di paglia, Miller si iscriveva in una tradizione protestante, “non lontana dalle tendenze principali del protestantesimo americano, secondo uno studio famoso di un storico locale, Whitney R. Cross, sulla parte occidentale dello stato d New York, degli Appalachi,“The Burned-Over District: The Social and Intellectual History of Enthusiasmatic Religion in Western New York, 1800 – 1850 ”: I milleriti non possono essere liquidati come contadini ignoranti, libertari di frontiera, vittime impoverite del cambiamento economico o seguaci ipnotizzati di un pazzo…. Il protestantesimo americano preso nel suo complesso è arrivato molto vicino alle stesse convinzioni…. Tutti i protestanti si aspettavano un qualche evento attorno al 1843 e nessun critico del fronte ortodosso ebbe niente da ridire sui principi alla base dei calcoli di Miller” – gli assistenti e i seguaci di Miller troveranno “il mondo insalvabile e i parlamenti corrotti, mentre l’infedeltà, l’idolatria, la sudditanza alla chiesa di Roma, il settarismo, la seduzione, la frode, l’assassinio proliferavano”.
Il senso della protesta è una certa idea della storia, spiega Hofstdater: “La storia è una cospirazione, messa in moto da forze demoniache dal potere trascendente…. Per batterla c’è bisogno non dei soliti metodi di botta e risposta politico, ma di una crociata senza quartiere”.
 
Barone de Morpurgo – Fu tra i protagonisti italiani del tennis negli anni 1920, dopo esserlo stato in precedenza per l’Austria-Ungheria. Così lo scrittore americano Frederik Prokosch lo ricorda in “Voci” – altre memorie non se ne conoscono. Solo ottavo, nono, decimo nelle graduatorie mondiali, e mai più in là di una semifinale nei tornei maggiori, Wimbledon, Montecarlo, Internazionali di Francia, Internazionali d’Italia, ma perdendo sempre contro i fuoriclasse del momento, Bill Tilden, René Lacoste, Jean Borotra (una volta peraltro sconfitto, all’Olimpiade di Parigi nel 1924, allo spareggio per il terzo posto – un Borotra fresco del trionfo a Wimbledon), Henri Cochet.  A Wimbledon ha fatto anche una finale, al torneo del 1925, nel doppio misto, insieme con la statunitense Elizabeth Ryan – contro il solito Borotra, in duo con l’altra fuoriclasse francese Suzanne Lengler.
Cambiò nazionalità col passaggio di Trieste all’Italia dopo la Grande guerra. Ma fu a lungo ignorato da Federtennis, che lo tesserò solo a fine 1923.
Di padre triestino, ebreo, barone, di madre inglese, aveva fatto le scuole a Oxford, scoprendovi il tennis. A partire dai 15 anni, nel 1911, gareggiò in Inghilterra con successo nella categoria juniores. In guerra fu mobilitato nell’aviazione austriaca. Raggiunse la vetta del successo nel 1930. Agli Internazionali d’Italia in finale in tutte le specialità: singolare (sconfitto dal fuoriclasse Tilden in tre set), doppio (con Paolo Gaslini, sconfitti dalla coppia Tilden-Wilbur Coen) e doppio misto (qui vincente, con Lilì de Álvarez, contro Lucia Valerio e Pat Hughes). Agli Internazionali di Francia  dello stesso anno fu il primo tennista italiano a disputare una semifinale di una prova del Grande Slam – sconfitto da Cochet.
È in coppa Davis che l’unica memoria del barone De Morpurgo resta negli annali: partecipa a tutti i tornei dal 1923 al 1933, con 39 vittorie in singolo e 14 sconfitte, e 16 vittorie contro 10 sconfitte nel doppio. Figura tuttora al quarto posto come numero di presenze in coppa, dopo Pietrangeli, Panatta e Sirola.
L’ultima uscita nel 1935, a Wimbledon, sconfitto al primo turno da un giapponese, Jiro Yamagishi. Morirà dimenticato, a 65 anni, nel 1961, in Svizzera, di polmonite fulminante.  

astolfo@antiit.eu

Giallo paraipnotico

A ogni posa una piega si aggiunge – donna sola vittima di vicino maleducato, psichiatra perseguitata dal paziente, psichiatra persecutrice, consulti meticolosamente registrati in audiocassette, registrazioni trafugate, ipnosi e magia, paziente trascurata, oppure amata?, Parigi occupata ai nazisti, un suicidio che forse è un assassinio… La mente sconvolta della psichiatra – ci può stare, anzi grande soggetto – naviga a zigzag nella confusione.
La suspense inseguita alla Argento, per atmosfere. Però interrotte in continuazione da contro-suspense, da pieghe realistiche, ordinarie. Un genere che Jodie Foster, la psichiatra, in gioventù pluricandidata e pluripremiata Oscar, dal “Silenzio degli innocenti” in qua, straordinario successo di cassetta trent’anni fa, coltiva, con effetti da serie B.
Un film che ha aperto l’ultimo Cannes, e non si vede perché – forse perché figura film francese. Anche Auteuil sembra sorpreso di esserci: fa il marito divorziato della psichiatra, per la quale si spende come detective, smascheratore, inseguitore - e si confronta in una scena notturna impensabile, in un garage, col nemico (supposto, non ne sappiamo nulla, se non che è collerico e ebreo) che è integralmente nudo, reduce da una sveltina in terrazza sotto la pioggia, ma non si ride.   
Rebecca Zlotowski, Vita privata, Sky Cinema, Now

lunedì 13 aprile 2026

Ma l’Europa va (solo) a destra

Esultanza democratica per la vittoria di Magyar a Budapest. Dove il Parlemento sarà diviso fra tre pariti di destra. Europeisti (anche Orban o era) ma. Magyar è acclamato solo perché fa parte dei Popolari eurpoei, la Dc transnazionale. Pupillo del resto di Orban.
Avviene in Ungheria come già in Polonia. Tra una destra-destra (il vecchio governo con la vecchia presidenza della Repubblica) e un destra-centro (la nuova presidenza col nuovo governo).
Sono le solite fibrillazioni slavo-balcaniche? Anche la Germania si avvia, per ora informalmente, verso una destra-centro. In Ungheria e Polonia le sinistre (socialista, verde) non ci sono, in Germania sono a rischio fuoriuscita dal Parlamento - sotto la soglia del 5 per cento.

Problemi di base futuribili - 910

spock


Tra un milione di anni non saremo mai stati – la storia è breve?
 
Il futuro è sempre anteriore?
 
Il futuro futuro sfugge?
 
Come fa il futuro a esistere?
 
Il futuro è un’ipotesi?
 
Il futuro si fa strada facendo?

spock@antiit.eu

La storia è sempre un piacere

Che cosa “fa” storia, e quali sono o devono essere i propositi dello storico, e i metodi, o le esigenze, che lo storico deve porsi. Natalie Zemon Davis, che ha aperto un filone di studi in America sulla storia della Francia nel Cinquecento, e nella stessa storiografia francese ha aperto nuovi sbocchi e metodi di ricerca specie per il Cinquecento – il personaggio di Martin Guerre, gli charivari, sorta di “gilets jaunes, movimenti improvvisi di protesta, in ambito rurale, le “guerre” fra cattolici e protestanti, Rabelais ripreso nel manstream, accostato a Montaigne – e per questo specialmente celebrata in Francia, discute in forma d’intervista con Denis Crouzet, lui stesso storico dell’età moderna, l’evoluzione e i criteri metodologici della storiografia. A coronamento di mezzo secolo di ricerche e pubblicazioni, la prima nel 1955, l’ultima qui censita nel 2006 (la bibliografia, sommaria, prende quindici pagine).
L’intervista è lunga perché c’è molto da dire. A credito della storica, oltre la revisione del Cinquecento francese, l’assunzione del femminismo negli studi storici, con “Gender and Genre”, 1980, “le donne storiografe”, e “Donne ai margini”, le prime ricerche storiche sugli indiani d’America (gli Algonchini), le complesse articolazioni del rapporto fra antropologia e storiografia, la “scoperta” di Leone l’Africano, lo scrittore afro alla corte di Leone X a Roma (e di passaggio, in quanto primo autobiografo, di Leone di Modena, il rabbino convertito primo “storico” di se stesso”), “Il dono”, una ricerca storiografica sulla traccia, e sotto il controllo  professorale, da studente a Lione, di Marcel Mauss, e molto altro. Con rapidi ricordi degli studiosi con cui ha lavorato o si è confrontata, Le Roy Ladurie, Carlo Ginzburg, de Certeau, Lévi-Strauss fra i tanti, perfino Marc Bloch da ragazza, e molti americani. Con due critiche radicali, tra parentesi, a Foucault: sulla società come “epistéme insieme inconscio e consensuale” (ci sono sempre “dei punti di disaccordo o di controversia”), e sulla storia individuale come “nuova iscrizione del «potere», dell’ordine del dominio, in una persona particolare…. Ci sono anche dei conflitti soggettivi!”. Con un ricordo dettagliato, che è una traccia di storia, delle migrazioni e ramificazioni familiari, tanto più cospicuo perché immune alla solita jattanza degli autobiografismi, degli inventori di radici .Con un approccio, anche in tarda età, avventuroso e come gioioso, alla ricerca: “Provo sempre un brivido prima di entrate in un archivio o in una biblioteca”, e “che fortuna aver potuto leggere tante storie interessanti”. Come dire che anche la storiografia è letteratura – creatività. Un omaggio alla prima Grande Storica, la prima del genere femminile, da poco scomparsa, in Canada dove aveva da ultimo insegnato, nel 2023, quindi di 95 anni, con ben cinquant’anni almeno di studi di ricerche e pubblicazioni – compresi gli otto anni di esilio interno negli Stati Uniti, vittima anche lei del maccarthysmo, privata del passaporto per otto anni. A cura di Angiolina Arru, storica contemporanea, e Sofia Boesch Gajano, storica medievista.

Natalie Zemon Davis, La passione della storia, Viella, pp.190 € 8,80 (remainders Ibs-la Feltrinelli)


domenica 12 aprile 2026

Ombre - 819

Vance a Islamabad era solo una prima presa di contatto – il vice-presidente Usa non ha nessun potere e non ha avuto nessuna delega. Ma l’Iran ha ottenuto di fatto un “attestato di vivenza”, dopo che Trump lo aveva dichiarato sepolto. E in realtà la guerra, per la parte americana, è  finita: lo scrollone garantito da Nethanyahu e il suo sistema spionistico non  è avvenuto, e una invasione da terra sarebbe una ecatombe.


Trump si è affidato ai più sicuri alleati nella regione, Pakistan e Turchia, benché fortemente anti-Israele. In funzione di mediatori, ma in realtà di ostetrici, per propiziare il non voluto parto. Si discute ancora dell’uranio arricchito, si dice che si discute, dopo quindici anni di accordi e disaccordi. Ma Teheran vuole – e otterrà – l’abolizione delle sanzioni commerciali, dopo mezzo secolo. In cambio della libertà di transito a Hormuz, cioè di niente.
 
Lamenta “Il Sole” che l’Italia è indietro nell’uso dei fondi Ue per la ricerca scientifica. Li finanzia, come per tutto, al 12 per cento, ma li utilizza al 9. Dietro perfino la piccola Olanda – per non dire della Spagna. Altrove ci sono procedure e personale specializzati per la redazione e presentazione dei progetti, in Italia (Cnr) no.
L’Inghilterra ne era maestra, che si prendeva la maggiore quota delle risorse prima della Brexit. E – “Il Sole” non si cura di saperlo – ha fatto in modo di continuare ad attingervi anche senza finaziarle.
 
La Cassazione “libera” il prefetto in pensione Piritore dal carcere preventivo che la Procura di Palermo ha chiesto e il gip e il Riesame cittadini comminato, per avere “occultato” 46 anni fa, in forza alla Mobile di Palermo, un guanto trovato nell’auto del killer di Piersanti Mattarella, il presidente della Regione Sicilia. Mentre è quello che il guanto aveva rivenuto, l’aveva fatto vedere al titolare dell’auto, rubata, e poi l’aveva depositato in questura. Da ridere. come si fa(ceva)no le indagini. E la Procura di Palermo oggi – che però non arrossisce.
E fortuna che Piritore non evoca nessun politico, Palermo avrebbe smesso di lavorare per decenni.
 
Dice bene Meloni: ha perso il referendum ma non il governo. E perché? Ha da fare 852 nomine nelle 152 società del ministero dell’Economia e delle Finanze. Un tesoro: ce n’è per tutti. E poi gli altri non se la passano meglio, Forza Italia e la Lega. E l’opposizione se la passa meglio, le conviene insistere?
 
L’allenatore de Zerbi, che al Marsiglia aveva avuto parole di elogio per il suo calciatore Mason Greenwood, “un bravo ragazzo”, accusato ingiustamente a Londra di stupro e poi assolto, ora che è alla squadra londinese del Tottenham è bersaglio dei media, soprattuto quelli “di sinistra” (dabbene) come il “Guardian”, per averlo detto. È sbagliato fare colpa del purinanesimo (ipocrisia) agli americani, è proprio inglese.
 
All’improvviso, sena motivo, parole di fuoco di Claudio Ranieri, dirigente della Roma calcio contro l’allenatore Gasperini – è stato un “quarta scelta”, non sa far giocare i giocatori che ha acquistato, doveva fare della Roma un’Atalatnta. Senza motivo, e senza freno. Un mite, come Ranieri.
L’aria della Roma calcio è infetta – si rasserenava solo con Mourinho, il Grande Furbo. Ma non è (solo) il calcio, è l’aria della Capitale: purché si chiacchieri.
 
“Scocca l’ora decisiva” ì la prima pagina del “Corriere della sera”, edizione pomeridiana, l’1 settembre 1939, alla vigilia della guerra - nella riproduzione anastatica che il quotidiano offre per celebrar e i suoi 150 anni: “Le proposte di Hitler per Danzica e il Corridoio leali ragionevoli ed eseguibilissime lasciate stoltamente cadere da Varsavia e da Londra” E più in rilievo: “Inghilterra e compagni inchiodati alle loro tremende responsabilità”. Sembra oggi, con le “proposte” di Trump e Netanyahu stoltamente rifiutate da Teheran. Ma, certo, più in piccolo.
 
Il preannuncio della guerra, sempre sul “Corriere della sera” dell’1 settembre 1939, si commenta con un “fondo” di Aldo Valori. Che a una minima ricerca si rivela essere stato “il fascista che non amava il fascismo”. C’è anche questo, non si è mai abbastanza fascisti – o convintamente.  Ovverossia: il fascismo è un ideale. Senza l’odio ricino e senza il manganello, assai simile a quello del buongoverno. Cioè del governo – la democrazia si vuole governata.
  
Si rifà il processo al barman Impagnatiello che ha ucciso la compagna incinta (di lui) con 39 (trentanove) coltellate, ardue anche da contare, con l’aggravante della premeditazione. I giudici in Assise, e in Appello, non ci avevano pensato.
 
“La Premier League? Per il mio vice (al Tottenham, squadra di centro classifica, n.d.r.) il capo delle risorse umane ha valutato 50 curriculum. Lì è tutto perfetto…. corrono di più ma soprattutto corre più forte il pallone, devono imparare a passarselo meglio per questo, e i campi di allenamento sono sempre  rasati e bagnati”: il calcio è semplice, spiega Paratici di ritorno dal Tottenham. La serie A e l’Italia giocano col pallone a 10 all’ora – il “possesso palla”….
 
Poi viene Di Canio, che anche lui è stato in Inghilterra: “Mahlen all’Aston Villa era la terza riserva, alla Roma sembra un marziano” – anche Boga, che si vorrebbe un fenomeno alla Juventus, era terza riserva al Nizza. “Lautaro segna con Pisa e Lecce e senti dite che è come Kane, 49 gol in tutte le competizioni” - in un anno con ancora una ventina di partite da giocare, “in tutte le competizioni”..
 
“Prima degli attacchi aerei, spiega l’esperto israeliano, vengono adottate «misure per ridurre al minimo i danni per i civili», con munizioni di precisione e sorveglianza aerea”. Munizioni di precisione - pallottole on l’IA, schegge sensitive? S i può dire (e scrivere) di tutto?
Poi l’articolo prosegue: “A Teheran una sinagoga nel centro della città viene distrutta”. Senza ironia.
Senza nemmeno meravigliarsi: una sinagoga al centro di Teheran?
 
Un anno, alla conferenza per la Sicurezza di Monaco di Baviera, il vice-presidente Usa Vance tuonava contro l’Europa anti-democratica, che non rispetta le opinioni dei cittadini - difendeva Afd, il partito del 25 per cento che la Germania provava a dichiarare illegale (terrorista). Oggi lo sesso Vance va in Ungheria per promuovere il premier uscente Orbàn al voto. L’America non s’intromette.
 
“Il ‘foglietto’ dei rigoristi della Bosnia rubato a Donnarumma finisce all’asta”. Robetta – Donnarumma aveva imbroccato lo stesso il rigore decisivo, non ce l’ha fatta per millimetri? E poi, che novità è, non siamo “profughi dalla Bosnia”, da trent’anni almeno?

Giallo di paese

Un commissario non onnisciente né taumaturgo, come vogliono i gialli. Nemmeno fortunato, non specialmente. Uno in età, come lo sono i più, che si arrabatta con amicizie (femminili) vecchie e nuove. Un commissario infatti che non è venuto dal nulla: è stagionato e si occupa di persone e cose che conosce da sempre – o, per essere precisi, di un mondo che lo conosce meglio di quanto lui si conosca.
Un “giallo” della normalità. Vita di paese, con le fisse del cibo, dei luoghi, dei personaggi, pettegolezzi compresi e malignità, e conoscenze vecchie che si ritrovano. Genitori, di ventenni, ragazzi soprattutto,  disorientati, tra canne, mamme, e niente da fare - non ci sono le zie, ma ci sono i cugini. E Bisio che ci mette la faccia senza trucco, il commissario come il vecchio maresciallo dei Carabinieri, un po’ stordito dagli eventi. Qui anche dai ricordi, essendo tornato dove aveva cominciato.
Un mondo frusto. E senza sorprese. Che però ha il suo fascino – volendo proprio essere frusto e senza sorprese? Certo, è una novità. Ma il segreto della ricetta è forse la collocazione nell’Appennino emiliano – Castiglione dei Pepoli. Un mondo altro, talmente è semplice. Per liberarsi-ci dalle fruste mafie, Napoli, la Sicilia, la Calabria, Bari, la Rai le ha provate tutte: le Alpi, Torino, Ferrara perfino, ora ci prova con l’Appennino emiliano.
Renato De Maria, Uno sbirro in Appennino, Rai 1, RaiPlay

 

sabato 11 aprile 2026

Secondi pensieri - 581

zeulig


Esilio – “Perfectus vero cui mundus totus esilium est”. C’è, ci può essere, un apprezzamento, fino a  dirlo un privilegio, nel cambiare, nel dover cambiare, casa e Paese, anche se obbligati, e Eric Auerbach, costretto da Hitler a rifugiarsi a Istanbul, se ne è voluto alla fine compiacere con Ugo di San Vittore, dal “Didascalion”.
Ugo ne parlava nell’ottica della “vera vita”, nell’aldilà. Ma per Auerbach, e poi per Edward Said “Freud e il non europeo”, l’esilio “naturale” del teologo (tedesco di Francia) ha senso come proprio dell’antinazionalismo, della non riduzione al nazionalismo, nemico del mondo.
La negatività della condizione è però ora preponderante, a fronte del perdurare, se non di estendersi, di forme oppressive di potere in un’epoca di libertà di movimento. La dimensione del fatto ne muta la natura: ora l’esilio non ritorna con orgoglio.
La riflessione classica su questa linea di pensiero è di Hannah Arendt, “Noi profughi”, il saggio del 1943 confluito in “Ebraismo e modernità”: “Solitamente il termine «profugo» designa una persona costretta a cercare asilo per avere agito in un certo modo o per avere sostenuto una certa opinione politica. è vero, noi abbiamo dovuto cercare asilo; tuttavia, non abbiamo fatto nulla e la maggior parte di noi non si è mai sognata di avere un’opinione politica radicale. Con noi, il significato del termine «profugo» è cambiato. Ora «profughi» sono quelli di noi che hanno avuto la grande sfortuna di arrivare in un Paese nuovo senza mezzi”.

Frustrazione - In fisica il termine viene usato per descrivere l’approccio all’equilibrio di sistemi tipicamente disordinati che può protrarsi anche molto a lungo nel tempo. Il primo impiego interessante della frustrazione si ha, per esempio, nei vetri di spin. I vetri di spin sono magneti disordinati che, pur osservati in un largo periodo temporale, sembrano non raggiungere mai un punto di equilibrio.
La scienza allontana gli ignoranti, perché non ne ha – non ne adotta – gli strumenti conoscitivi.
 
I
dentità– La comunità si celebra, da che mondo è mondo, in epopee di esilio e speranza: “Odissea” (ma anche “Iliade”),”Eneide”, saghe nordiche, “Esodo”, poemi eroici (chansons de geste).

 
Il comunitarismo, Usa anni 1980, poi l’identitarismo, in Italia leghismo, ora i movimenti MAGA, il nazionalismo sopraffattore. Una realtà mediatica, uno storytelling, che diventa politica e azione di governo, va veloce, e trascura la storia. Da cui si traggono realtà non disprezzabili. Il tribalismo, fermo negli studi
 agli africani, ai Pigmei e agli Ik di Turnbull, 1961- 1971, ma su cui si reggono i principati arabi del Golfo, con forti propaggini in Iraq (come sapeva Gertrude Bell, che l’Iraq disegnò), la Libia, e tutta l’Africa sub-sahariana. O il nazionalismo “archeologico”, che si costruisce radici lontane per propiziarne il risorgimento – il caso limite è Israele, ma la tendenza è forte in Spagna, e tra i berberi in Nord Africa, dal Marocco alla Libia.  

 
Postumano – Si assume il progresso, che è solo umano (l’evoluzione per adattamento non è il progresso, un progetto di diversità), come una macchina autonoma, che andrà meglio, comunque di più, dell’uomo. P.es. con l’intelligenza artificiale, di cui si vedono i limiti (tutti vedono i limiti), ma di cui si fantastica che dirigerà l’uomo – non per una fantasia, come si è sempre fatto, da Prometeo e anche prima, ma per “scienza”. Succede a ogni mutamento tecnologico di peso – ogni novità apre uno spazio di riflessione per macchine sempre più precise, sempre più servizievoli, e quindi “intelligenti”. Ma da qualche decennio con seriosità, e anzi – perché dirci contrari al progresso, perché reazionari? – con voluttà, con libero campo alle ipotesi. Con i robot, che semplicemente si prestavano a liberare il lavoro “alla catena” (e a ridurre i costi di produzione), poi con la rete,  google, e i social, la Ict, e ora con la Ia. Che sono tutti, robot esclusi, prodotti della “comunicazione di massa”, l’esito ultimo dello sviluppo democratico nel dopoguerra – finché è durata la pace, il periodo di pace più lungo della storia, in Europa. Per la cui lettura basta, volendolo, Marshall McLuhan - una lettura “tecnica”, più che della Scuola di Francoforte. Mentre sono andati subito perenti la clonazione – animale-uomo, dieci anni di chiacchiere - e altri sortilegi. Che si rinnovano ora con l’Ia, un “pacco” voluminoso e costoso (immensi falansteri di dati, che si nutrono di immensi flussi di energia), anch’esso elaborato come i robot, giusto per ridurre i costi di produzione.
A ogni innovazione si accompagnano nuovi specialisti. Curiosamente, oggi, tutti analisti della natura e del mondo. Scienziati. Un mondo di chiacchiere vane in cui tutto si vuole scienza, lo spionaggio non meno della complessità – la ricerca-invenzione, sempre definitiva. Con la turba dei sapienti dell’inconoscibile scatenata da Freud – “psicologi, sociologi, politecnici, psicotecnici”, diceva Montale (che però era conservatore), e tutti a vario titolo terapeuti, anche se non si sa di quale salute. E tutti “rivoluzionari”, risolutivi, comunque “radicali”, anche nella negazione del reale-tecnico.
 
La comunicazione di massa, il nostro futuro è tutto lì, a metà Novecento. Di cui si può dire con Montale, benché conservatore, oltre mezzo secolo fa (“Auto da fé”): “Come è possibile sostenere che la massificazione dell’individuo, l’imbottire i cervelli, l’appiattimento del singolo sulla massicciata del collettivo siano effetto del cattivo uso di macchine e invenzioni meccaniche, quando l’assetto meccanico del reale, già denunciato da Goethe, era nell’enciclopedismo e nella successiva rivoluzione industriale”? E “quale può essere il buon uso dei mass media in un futuro formicaio umano scampato a una guerra atomica?”
Anche senza bisogno di “scampare”, l’appiattimento è generale nella forma del gossip – dei social: l’unica comunicazione residua. Se il postumano è gossip….
 
Vandee - Si liquidano senza più le vandee, i movimenti di popolo - semplificare piace, non solo agli ignoranti: andrebbero analizzate. Specie la napoletana, benché per molti aspetti nota, e anche istruttiva. Per i lazzari erano giacobini i nobili, gli avvocati, gli esattori, e i preti. Non è una follia della storia che i napoletani poveri, dopo cinque anni di Repubblica, abbiano dato la caccia ai giacobini - anche se, in odio ai calabresi, sanfedisti, furono tentati di passare con la Repubblica.
Erano lazzari a Napoli, ma onesti contadini in Basilicata, Calabria e Salento. È lo stesso vizio della borghesia che si erige a società civile per dirsi eletta, intellettuale benché ignorante, e furba di necessità, si sa, per la condizione umana. Si potrebbe perciò dire che la vera borghesia in Italia sono i lazzari, la mafia. 

zeulig@antiit.eu



Napoli femminile, e felice

La “casa di Ninetta” è quella del mare, che Ninetta, moglie e madre giovane, “vera donna d’affari”, ha comprato a prima vista, poiché le è piaciuta - in assenza del marito, che va e viene dal Brasile (“e che bisogno c'è?”). E ora si smobilita, perché Ninetta è inferma di vecchiaia, nella casa in città, e i figli stanno lontano – la figlia perlomeno, quella che si vede, attrice di successo ma a Roma.

Una storia vera dai toni fiabeschi. Bianco è il colore e i toni dominanti. Virati al fiabesco anche tuoni e fulmini domestici. E compresa Napoli, qui tutta garbo e socievolezza. Che Lina Sastri ha filmato sulla traccia del racconto che aveva pubblicato una dozzina d’anni fa, sempre a Napoli, editore Guida, in chiave autobiografica.
Non tutto era rose e fiori in quella famiglia, con un padre bipolare, oltre che transoceanico, ora  affettuoso ora carogna. Specie con la moglie, ma anche con la figlia, che in una scena, che la regista non si è sentita di tagliare, va a importunare volgarmente e maledire in camerino alle sue prime prove d’attrice. Ma Ninetta non ci sente – ha un marito-figlio e lo sopporta.
Un racconto insolito. Di tutte donne. E di un’identificazione figlia-madre piuttosto che di una ripulsa. Molto femminile, di donne coraggiose, forti, senza bisogno di essere femministe. E uomini deboli, il padre, il compagno, il femminella, ma come non per colpa loro.
La trasposizione cinematografica ne mantiene la leggerezza: come essere felici anche con l’alzheimer, e con la figlia lontana. Con una Angela Pagano che è Ninetta giovane, moglie e madre, non si saprebbe pensarla altrimenti – ora felice ora combattente, mai lagnosa.
Lina Sastri, La casa di Ninetta, Rai 3 RaiPlay