giovedì 8 gennaio 2026
Borges modesto anarchico, individualista
La condizione della cecità sopraggiunta, “non c’è
nessuno allo specchio”, dal 1955 – appena nominato direttore della Biblioteca
Nacional…. I consigli, modesti, di scrittura – evitare i sinonimi, evitare i
gerghi, preferire le parole abituali a quelle “metravigliosa”, Il reiterato tributo al padre, di stima e di
affetto, per avere avuto da lui un’eredità inglese (per la parte materna del
padre), e perché “era spenceriano, anarchico, individualista e agnostico”,
professore di psicologia.
La trascrizione di un’intervista televisiva, lunga ma
una delle tantissime, nel 1980, alla tv spagnola, quando Borges, il 23 aprile,
ricevette a Madrid il premio Miguel de Cervantes, il più prestigioso per la
lingua spagnola. Un’intervista d’occasione, ma piena di umori, come tutto in
Borges. Alla constatazione che “riesce a comunicare così tanto ai giovani”, pur
tanto radicali, cioè “a un estremo politico completamente opposto al suo”, spiega
paziente: “A dire il vero io non so in quale situazione politica mi trovi. Di
sicuro non sono nazionalista, come non sono stato peronista; non sono comunista,
diciamo che sono un individuo, un modesto anarchico di indole spenceriana, che
crede nell’individuo e non nello Stato”.
Basterebbe la rilettura, da parte dell’intervistatore”,
della dedica delle opere complete alla madre, una paginetta (“sì, una dedica molto
bella, mi piacerebbe ascoltarla – a casa non ho alcun mio libro”): un romanzo
in poche righe, tra figlio e madre, la madre del figlio. Con la coda: la madre
è morta da cinque anni – quasi centenaria - ma “ogni notte quando faccio ritorno
a casa, sinceramente sono sorpreso che lei non sia nella sua stanza…”. Con l’aria
disinibita, qui palese, per più aspetti, di chi ha vissuto e vive con giudizio,
nella sua modesta saggezza, socievole il giusto, in compagnia di chi non è fanatico
e sciocco, lontano dall’ideologia, il veleno del secolo, che tanto ha ammorbato
la letteratura – ora illeggibile.
Jorges Luis Borges, Non c’è nessuno allo specchio,
Mimesis, pp.55 € 3,90
mercoledì 7 gennaio 2026
Le logiche delle follie di Trump
È Trump un pazzo? Sicuramente no. È anzi in salute ottima per gli anni –
si vede dalle quotidiane conferenze stampa improvvisate, con risposte precise e
concise a domande a mitraglia di frotte di giornalisti ammassati nello Studio Ovale
- 11 metri per 9, meno, una sessantina di mq - e perfino dallo stipite della porta
(mentre va in bagno - in aereo?), senza protezione né vaglio preventivo. Gli altri
presidenti hanno sempre concesso al massimo una domanda, a distanza di sicurezza.
Ha vinto la presidenza, e ha fatto
vincere il suo partito, recalcitrante, a 78 anni da solo, anzi contro una mezza
dozzina di giudici che lo perseguivano per reati gravi e gravissimi benché indimostrati.
Trump è un improvvisatore? No. Scrive da improvvisatore, specie sui social,
ma è una tecnica di comunicazione – i messaggi che devono fare scandalo sono approntati
per lui da specialisti del linguaggio. In politica estera e di sicurezza, e in politica
economica, c’è molta continuità nell’amministrazione federale americana, il
ruolo personale del presidente eletto è di favorire questa o quella opzione, ma
tutte sono studiate. Le decisioni più controverse dell’ultimo anno hanno già prodotto
i risultati voluti, senza danno: la cessazione dell’immigrazione selvaggia, la svaluazione
“competitiva” del dollaro, col rilancio dell’export Usa, e ora la messa in guardia
– tuti ammutoliti – dei cacicchi latinoamericani.
Ha detto l’Europa miserabile – accattona – e illiberale – antidemocratica.
Ma è quello che dicono Alphabet (Google) e Meta (Facebook). Ed è un fatto che l’Europa
politica non sa accettare la destra, l’alternanza – lo ha fatto in Italia ma
solo per l’abilità di Berlusconi, in Germania, in Francia e in Gran Bretagna
non ci riesce, la respinge nell’estremismo). Quanto alla difesa l’Europa, che
pretende tanto di sé, fa sempre affidamento (Italia e Germania in cima, ma
anche la Francia, e la Gran Bretagna) sull’“ombrello nucleare” americano.
E la Groenlandia? E il Canada? È un assioma strategico, prima che
trumpiano, da ben prima di Trump alla presidenza, che con la “normalizzazione”
della navigazione polare, gli Usa sono scoperti a Nord, e non protetti, da
Canada e Groenlandia, tanto vasti quanto inermi, grandi praterie per l’accerchiamento
e l’invasione. La frontiera sguarnita è una novità totale per gli Stati Uniti,
che hanno vissuto per due secoli e mezzo e hanno prosperato nell’insularità - una
sorta di isola felice tra gli oceani, quando l’imperialismo era europeo,
coloniale fino al 1914 e nel dopoguerra sovietico.
C’è una logica in questa follia, la battuta di Polonio è scontata, ma con
fondamento.
Il mondo com'è (492)
astolfo
Assistenti sociali
–
Una professione che si segnala sempre più, dalle maestre pedofile dell’asilo di Rignano venti anni fa agli
affidi di Bibbiano sei anni fa, e ora in Abruzzo, come una polizia di Stato domestica,
specie nell’“assistenza ai minori” intesa come massacro della famiglia in
quanto istituzione, della genitorialità - col contorno dei “piccoli affari” delle
consulenze, sanitarie, psichiatriche, psicologiche
etc. - ebbe alla nascita e al primo sviluppo, negli anni 1950-1960, dignità
culturale, e politico-sociale, con il Cepas, Centro di Educazione Professionale
per Assistenti Sociali. La prima scuola per assistenti sciali, creata nel 1954
a Roma da Guido Calogero con la moglie Maria Comandini alla Sapienza, e animata
da Angela Zucconi, una cattolica, giovane collaboratrice di don Giusppe De Luca
all’ “Avvenire” negli anni 1930, e nel dopoguerra esponente politica socialista,
con una vasta esperienza di formazione internazionale, e largo passato di-studi negli Stati Uniti, e da Pina Chiaromonte, sorella di Nicola.
Una Scuola di Servizi
Sociali era stata aperta a Milano nel 1946, ma nell’ambito ristretto, politico, della Società Umanitaria.
Il Cepas era stato voluto e finanziato da Adriano
Olivetti. Che la professione aveva adottato in azienda già da prima della
guerra, con un’apposita organizzazione (v., sotto, Fondo Domenico Burzio), ma
aziendale, a sostegno delle famiglie dei lavoratori del gruppo. Sulla traccia
aperta da Henry Ford, uno che non rifiutava il lavoro a nessuno, ma dai suoi lavoratori
pretendeva sobrietà, decoro e senso della famiglia, controllandone le abitudini
attraverso forme di sostegno indiretto, per l’abitazione, la salute, l’istruzione.
Enrico Berlinguer – Il personaggio
politico più di culto nella storia della Repubblica. Per i 40 anni dalla morte
una mezza dozzina (o sono stati otto? dodici? difficile tenerne il conto) di film
sono stati a lui dedicati, documentari e sceneggiati, e portati anche in sala, in
più sale contemporaneamente, devotamente. Il teorico e pratico del dissolvimento
del partito Comunista nella Democrazia Cristiana, da Andreotti (boccone amaro,
al governo e alle urne) a Prodi, Letta, Renzi, Gentiloni, Calenda, Franceschini,
Bonaccini, Delrio, con il loro caratteristico mulinare correntizio, è diventato
di culto subito alla morte nel 1984: Gianni Amico inaugurò il filone con
“L’addio a Enrico Berlinguer”, un funerale gigantesco, interminabile. Amico,
che aveva esordito come cinefilo col gesuita Angelo Arpa nella sua Genova, già
vent’anni prima si era esercitato in morte di Togliatti, col film “L’Italia con
Togliatti”. Ma quello su Togliatti era un “documentario collettivo” prodotto dallo stesso partito
Comunista, una sorta di promozione pubblicitaria. E il personaggio non aveva sortito l’effetto Berlinguer. Che è una sorta
di culto della personalità, quale era lo stile sovietico, ma opera di volenterosi,
con qualche capitale evidentemente – il cinema costa. O è l’“elaborazione del
lutto”? Togliatti era stato presto dimenticato, da un partito che dopo di lui
aveva marciato spedito, mentre Berlinguer impersona la fine di un’illusione?
Fondo Domenico
Burzio – La
prima organizzazione sociale d’impresa in Italia, istituita dalla Olivetti nel
1932, di assistenti sociali che sostenevano le famiglie dei lavoratori
dell’azienda. La creò Camillo Olivetti, il fondatore dell’azienda, padre di
Adriano, nel 1932. Istituendo e finanziando un fondo apposito, che intitolò al
suo collaboratore di una vita, Domenico Burzio, che era venuto a morire. Un
analfabeta (aveva la seconda elementare, e un corso si disegno geometrico) ma
di grandi intuizioni tecniche, che lo aveva seguito a Milano nella prima
avventura industriale, e poi, da semplice fuochista era passato via via a
collaboratore di fiducia di Olivetti, e alla posizione di direttore generale
tecnico. Lo stesso Burzio aveva anche il compito di ascoltare gli operai che
presentassero problemi, soprattutto economici, ma anche psicologici e\o
familiari, e di sovvenire eventualmente ai bisogni extra-aziendali. Compito che
poi estese a un gruppo di collaboratori, di formazione simile a quella che sarà degli assistenti sociali.
“Nell’autunno
1894, nella mia villa di Monte Navale, avevo intrapreso un breve corso
elementare di elettricità per operai. Lo frequentarono quattro allievi tutti di
età e di grado di istruzione differente. Il più giovane era un ragazzo di
diciotto anni, piuttosto sviluppato fisicamente, che lavorava da fabbro:
Domenico Burzio. Mi era stato presentato da un suo zio che veniva ogni tanto a
lavorare nel nostro orto. Così ebbi il primo contatto con quella persona che
più tardi divenne il mio migliore collaboratore”. Con queste parole Camillo
Olivetti avviava nel 1933 il Fondo Domenico Burzio, nel primo anniversario
della morte. Nel 1895 si era presentato da Olivetti sapendo che intendeva
avviare un’impresa industriale. Olivetti gli promise il lavoro di incaricato
della caldaia dello stabilimento che progettava, a patto che prendesse un “diploma
di fuochista”. Divenne presto il capo naturale degli operai – che nel 1903,
quando Olivetti decise il trasferimento a Milano, erano già una cinquantina. E
tale posizione manterrà cinque anni dopo, quando Olivetti riportò l’officina a
Ivera, col progetto delle macchine da scrivere. Burzio nel frattempo aveva
fatto un corse serale di elettrotecnica, e sarà in grado di contribuire alle
soluzioni dei problemi tecnici dei primi modelli di macchine da scrivere, M20 e
M40 - e soprattutto alla progettazione delle macchine operatrici necessarie per
costruire le parti dei nuovi prodotti.
Il Fondo Domenico Burzio acquisì
rapidamente un vasto potenziale di attività. Con un ristretto gruppo di
assistenti sociali, arrivò a poter analizzare una sessantina di casi al giorno.
Per una serie variegata di interventi. Le spese per medicinali, specialisti,
ospedali. Sussidi per gli indumenti. O per l’acquisto della legna in inverno.
Per i traslochi. Per il pendolarismo dei dipendenti. Una serie di interventi erano
previsti in automatico in determinati casi: sussidi di allattamento (50 lire al
mese alle operaie che allattavano, per sei mesi), buoni viveri per chi doveva osservare
diete speciali e per le famiglie numerose, buoni latte per gli ammalati e i
bambini. Il tutto su base informale, di un rapporto di reciproca di fiducia.
Adriano Olivetti potrà dire, alla cessazione del Fondo nel 1960: “Le madri
ebbero lettini, materassi, mantelli, scarpe per i loro bambini e a nessuno
mancò la legna nell’inverno […] Imparai, organizzando questi servizi,
a conoscere l’intimo nesso tra l’assistenza sanitaria e l’assistenza sociale.
Imparai a conoscere quanto scarsa sia la sensibilità a questi problemi da parte
di coloro che non li soffrono”.
La Fondazione nel 1960 venne sostituita da un Fondo di Solidarietà
Interna, sempre finanziato dall’azienda, di integrazione del trattamento
assicurativo e previdenziale pubblico.
Florence Beatrice Price – La prima musicista
afroamericana (per parte di padre), compositrice di musica classica – pianista
e organista. Attiva nel primo Novecento, ma che si viene apprezzando solo ora, dopo
un secolo. Riconosciuta autrice di oltre 300 opere: quattro sinfonie,
quattro concerti, e opere corali, canzoni, musica da camera e musica per
strumenti solisti – l’opera è in via di catalogazione e pubblicazione (nel 2009 una
consistente collezione di documenti e opere manoscritte è stata rinvenuta nella
sua vecchia casa estiva, rimasta abbandonata).
Benché di razza
mista, era di famiglia in vista a Little Rock dove è nata La madre insegnante
di musica, il padre medico - l’unico dentista afroamericano della città. Con
una casa ampia e frequentata, dotata di biblioteca, un salone grande, e un
pianoforte a coda. Florence frequentò in città la scuola cattolica. Nel 1903, a
sedici anni, fu iscritta al conservatorio New England di Boston, dove si diplomò
in organo e pianoforte. Tre anni dopo, nel 1906, diplomata, tornò a Little Rock,
dove insegnò musica, in due diverse scuole, fin al 1910, e poi al Clark College
di Atlanta, in qualità di preside della facoltà di musica.
Abbandonata dalla
madre alla morte del padre nel 1910, quello stesso anno 1910 si legò all’avvocato
Thomas Price, col quale si sposò nel 1912, e tornò a Little Rock. Ebbe un figlio
morto presto, e due figlie. Finché la situazione non si fece difficile. I neri
erano quasi la metà della popolazione. E Little Rock era così stata una delle
città in cui le “leggi Jim Crow”, cioè segregazioniste (era invalso negli Stati
Uniti l’appellativo “Jim Crow” per una maschera teatrale che identificava personaggi
di colore), dopo la guerra civile furono adottate alacremente – nel 1903, la segregazione
era stata estesa ai tram in città, e durerà fino al 1965. Nel 1927 la coppia
Price si stabilì a Chicago.
A Chicago Florence
ebbe un periodo creativo fertile, nel mezzo della Chicago Black Renaissance – malgrado
il divorzio, nel 1931, l’avvocato Price avendo ceduto psicologicamente al crac
del 1929, seguito da un secondo matrimonio, con un Pusety Dell Arnett, di
professione assicuratore. Fu presto riconosciuta per un suo proprio stile compositivo,
maturato sull’opera di Dvořák, nella struttura classica europea integrando ritmi
e melodie di musica folk americana, jazz, spiritual, blues.
Ebbe successo con composizioni per bambini, con jingle radiofonici
(mediati dall’occasionale esperienza di pianista\organista nei cinema al tempo
dei film muti), e con la Chicago Symphony Orchestra. Che il 15 giugno 1933 eseguì
la sua “Sinfonia n.1 in mi minore”. L’anno seguente fu eseguito, sempre dalla
Chicago Orchestra, il suo “Concerto per pianoforte in un movimento”. La sua “Sinfonia
n. 3” fu eseguita nel 1940 dalla Detroit Civic Orchestra. Completò anche una “Sinfonia
n. 4”, che però non trovò esecuzione. Morì nel 1953 già dimenticata. Due anni
prima aveva lamentato, scrivendo al direttore musicale della Boston Symphony
Orchestra, il famoso maestro Serge Koussevitzky: “Purtroppo il lavoro di
una compositrice è concepito da molti come leggero, spumeggiante, privo di
profondità, logica e virilità. Aggiunga a ciò l’incidente razziale – ho sangue
di colore nelle vene – e capirete alcune delle difficoltà”.
L’opera lasciata
in eredità, in via di catalogazione, è cospicua: oltre le quattro sinfonie,
quattro concerti, opere corali, canzoni d’autore, musica per strumenti da
camera e solisti, inni per organo, brani per pianoforte, arrangiamenti spiritual,
un concerto per pianoforte e due concerti per violino. Nelle note di programma
del suo brano per pianoforte “Three Little Negro Dances”, scrisse: “In tutti i
tipi di musica nera, il ritmo è di preminente importanza. Nella danza, è una
forza trascinante e travolgente che non tollera interruzioni... Tutte le fasi
dell’attività autenticamente nera – che si tratti di lavoro o di gioco, di
canto o di preghiera – sono più che inclini ad assumere una qualità ritmica”.
Un International Florence
Price Festival è attivo negli Stati Uniti, con sede a Washington, dall’estate
del 2020. Con l’obiettivo di realizzare digitalmente dei festival annuali di
musiche della compositrice. E di promuoverne lo studio, academico e nelle scuole.
Obiettivi già largamente affermati: Price è molto eseguita, negli Stati Uniti,
in Germania, in Francia – non in Italia, malgrado i nomi che i genitori vollero
per lei. Più attivo nel revival il maestro canadese che ha diretto l’ultimo
concerto di Capodanno dei Wiener Philarmoniker, Yannick Nézet-Séguin. La sua registrazione della “Sinfonia n. 1
in mi minore” e della “Sinfonia n. 3 in do minore”, con la
Philadelphia Orchestra, ha vinto nel 2022 il Grammy Award per la migliore esecuzione orchestrale.
astolfo@antiit.eu
Lo stato reale dell’economia è (quasi) sconosciuto
Le statistiche economiche e le valutazioni non
colgono cambiamenti importanti in un’economia rinnovata, basata sui dati – l’enorme
messe di “informazioni”. I criteri di rilevazione sono obsoleti, e potrebbero trascurare,
invece che evidenziare, dati significativi della produzione, in termini di produttività,
valore aggiunto, etc.. E anche della distribuzione del reddito – è più o meno sperequata
di quanto si evidenzia oggi?
“Le valutazioni delle economie mondiali potrebbero essere errate di migliaia di miliardi di dollari.
Gli attuali parametri per il pil, i prezzi al consumo, la produttività etc.
faticano a tenere il passo con il rapido ritmo di cambiamento della tecnologia,
dei modelli di gestione e delle abitudini dei consumatori nell’attuale economia, basata sui dati. È necessaria una continua
innovazione nei sistemi di misurazione per evitare un divario crescente tra ciò
che viene misurato e la nuova realtà economica sempre più diversificata in cui
viviamo”.
Anche le politiche economiche, le azioni dei governi
e delle banche centrali, si trovano in difficoltà per insufficienza di dati: “Senza
informazioni accurate sul reale stato dell’economia, i responsabili delle
politiche economiche rimarranno all’oscuro, incerti su quando accelerare per
contrastare una recessione o frenare per rallentare l’inflazione. Senza
informazioni dettagliate sulla struttura dell'economia, non possono sapere come promuovere al meglio la crescita economica per
tutti”.
È strano, ma è l’effetto di una modernizzazione
accelerata: “Questo è più che bizzarro in un mondo digitale caratterizzato da
abbondanti nuovi dati che potrebbero aiutare a monitorare l’economia e a
orientare le azioni delle banche centrali, degli organi di controllo fiscale e
dei responsabili delle politiche economiche in generale”. Ma avviene, è un
fenomeno generalizzato: perché i criteri di misurazione dell’economia, e degli
effetti delle innovazioni sull’economia, sono antiquati.
Rebecca Riley, It’s Time to Modernize Measures
for Growth. Imf “F&D-Finance&Development”, dicembre, free online
(leggibile anche in italiano, É tempo di modernizzare le misure di crescita)
martedì 6 gennaio 2026
L’amore a lungo
Alcune presenze riemergono, insistenti.
Peppino lavora in Africa e ha una ragazza africana. La ragazza è
graziosa, è alta in gambe e quindi soddisfa Tonino doppiamente, che è
piccolo: per avere una donna alta e per fare l’amore guardandola in faccia. È una ragazza fatta, attenta, perfino
premurosa, ma molto giovane, e non sembra che le piaccia, e neppure che le
dispiaccia. Entra
in silenzio, sorride e si dirige verso la camera, dove si mette nuda sul letto.
Lo fanno due volte la settimana, il
mercoledì e il sabato pomeriggio.
La ragazza viene con la mamma e qualche
fratello. Che nell’atte-sa rassettano, spazzano, lavano, cucinano, e dopo,
mentre mangiano in cucina insieme con Tonino, scelgono discutendone i cibi e
gli oggetti da portarsi via. Tra un mese o tra un anno la ragazza, col suo
giovane fidanzato o marito, riconoscente per la sua ricca dote, si divertirà e
farà figli, centellinando i dollari di Peppino, della cui brutta faccia, le
gibbosità, la secchezza non resterà traccia.
Lui lo fa, buon cattolico e comunista, per
opera di bene, oltre che per il piacere. È parco ma è ghiotto. Ha moglie e
figli a casa, ma talvolta parla della ragazza africana come della
fidanzata:
- È per
bene – dice: - È molto ingenua, è dolce. Le piace farlo a cavalcioni – insiste
convinto - che per me è anche più comodo. - Lui lo deve fare passivamente sdraiato, perché ha un risentimento
muscolare a una coscia, e dura a lungo: un paio d’anni fa per un’infezione si è
dovuto circoncidere, racconta spesso la cosa, e ha perso sensibilità. Talvolta
se ne dice stanco. L’amore capriccio, di cui tratta Stendhal nell’introduzione
all’“Amore”, è più delicato che il grande amore, più intelligente, persino le
ombre vi sono di rosa. Ma non dura.
I vecchi del Bar Lume a briglia sciolta
Scompare il ghiaccio nei bar e i ristoranti nell’estate rovente, senza un
perché – ma c’è. Un trattamento molto svelto, e un pochino horror per il rientro
dei pensionati sfaccendati di Pineta.
A questo primo episdio della quattordicesima serie la
pogrammazione accoda il primissmo episodio, novembre 2013, “Il re dei giochi” –
allora per la regia di Eugenio Cappuccio. Un’evoluzione radicale, tanto legnoso
quello tanto brioso il nuovo. Lasciato alle performances-senza limiti dei
personaggi, Mascino-commissaria, Guzzanti-sindaco e sposo, veneto in trasferta,
l’incontenibile Di Mauro mangiatutti (commissario capo, ministro, questore,
forchetta, seduttore, stratega dell’Azerbaigian). La ricetta Palomar ha rivitalizzato anche i vecchiatti di Malvaldi.
Roan Johnson, Il gioco delle coppie, Sky, Now
lunedì 5 gennaio 2026
La Resistenza in Venezuela è petrolifera
L’ha detto Trump a giustificazione del raid notturno su Caracas e il trafugamento
di Maduro, ma è anche agli atti, lo stato comatoso dell’industria del petrolio
in Venezuela. Per pozzi di estrazione arrugginiti, comunque poco produttivi, e
oleodotti che perdono il greggio strada facendo. Trump l’ha denunciato in chiave
di “il petrolio è nostro”, delle compagnie americane licenziatarie
dispossessate. Ma il malfunzionamento lo attesta la storia recente della stessa
società statale venezuelana dei petroli.
La Pdvesa, Petroleum de Venezuela SA, l’industria petrolifera pubblica,
è stata l’ultimo baluardo contro le dittature di Chavez e di Maduro, che ne
hanno minato la professionalità e la capacità di produrre. Nel dicembre 2002 la
dirigenza del gruppo operò una serrata contro le ingerenze di Chavez, che voleva
dirigenti, e anche semplici lavoratori, suoi “dipendenti”, cioè suoi affiliati
politici, senza competenze specifiche. L’agitazione durò due mesi,
trasformandosi da serrata in sciopero. Chavez licenziò 19 mila dipendenti – tra
accuse e manifestazioni anti-Chavez per arresti e torture. L’azienda fui
affidata a “tecnici” cubani e impiegati fedeli, ma di altre competenze.
Gli impianti sono andati in deperimento e la produzione di petrolio si è
ridotta all’equivalente di 50 milioni di tonnellate l’anno (meno di quanto l’Italia
consuma, anche dopo la riduzione della dipendenza da petrolio, per le politiche
di risparmio e di transizione energetica): buona per i consumi interni, in calo per la crisi economica endemica, e per
modeste esportazioni, indirizzate quasi tutte verso la Cina.
Ed ecco - è Natale - il padre-madre
Che avviene in due coppie giovani, di grande
amicizia, quando le mogli, giovani e amiche, restano incinte contemporaneamente,
e contemporaneamente muoiono al parto? Che i giovani vedovi restano inconsolabili,
e si devono occupare giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, del
banbino, stanco, afaato, nervoso, malato, tra pipì e cacche inconsulte – il solito
tran-tran, che non lascia una piega libera, del tempo e dell’animo.
Una trama semplice. Ravvivata da Trevso, il nuovo
fondale cinematografico distensivo, di aqcue e verde – inaugurato da Battiston
con la serie “Stucky” di Rai 2 – anche qui genius loci in qualità di agente
immobiliare inconcludente, tali e tane sono le esigenze dei vedovi
neo-genitori.
Un racconto come una lezione. Ma un altro passo nel
filone “riprendiamoci lui”, il maschio. Nella funzione anche del padre-madre.
Antonio Padovan, Come fratelli, Sky Cinema, Now
domenica 4 gennaio 2026
Le radici aeree della memoria
Alcune presenze riemergono insistenti
Un texano colto e sensibile è un albero dalle radici aeree che sia
templi-ce e robusto. Tale è Alan Lomax, che per primo nel 1954 percorse l’Italia
con pazienza per creare un archivio della musica tradizionale, registrando tremila
danze e canti in un centinaio di paesi e città, dando un suono alle raccolte di
Pitré, Raffaele Corso, il barone Lombardi Satriani, con Diego Carpitella, gnomo
gentile:
- Il caso - dice Alan, quieto sessantenne
- ha voluto che fossi la prima persona a registrare la cultura popolare, una
specie di Cristoforo Colombo musicale di ritorno. - In Italia e in Europa, per
otto anni. Filosofo, direttore degli archivi folk della biblioteca del
Congresso, texano di prognato e pettorali, prima che il Texas sparasse a
Kennedy. E di famiglia: suo padre John Avery già faceva a fine Ottocento
archeologia popolare. Là dove il popolo si trova. Insieme hanno girato le
borgate e le prigioni del Sud degli Stati Uniti. Hanno riscoperto cajun
e zydeco, e scovato Leadbelly, Muddy Waters, Aunt Mollie Jackson,
portandoli alla radio. E Woody Guthrie, padre di Baez e Dylan. Ma non ce l’ha
più con Dylan, con i cui agenti si picchiò a Newport, per la chitarra elettrica
nel folk e il blues bianco:
- È un’altra musica – dice.
Il ritorno dell’uomo salvatore
In una Citroën 2 Cavalli da vecchi fricchettoni,
rossa, una mamma giovane ma inquieta porta la sua bambina in fuga ogni volta
che in un posto si trovava bene. In fuga questa volta per una ragione buona, da
un padre che non ne ha mai voluto sapere ma ha ora bisogno della bambina per uno
dei suoi loschi affari, ha bisogno della patria potestà.
Non sapendo dove nascondersi, la madre inquieta torna
a casa, in Calabria, per tentare da lì, da un aeroporto remoto, un espatrio in
qualche modo anonimo verso un Paese lontano, la Norvegia, la Finlandia. E qui un
primo angelo salvatore di palesa nel vecchio zio, Frassica, “grande attore”, “diplomato
all’Accademia di Reggio Calabrie”, “premiato a Tindari”. Il secondo, più
accattivante e rassicurante, è Francesco Arca, avvocato tourné piccolo e
ricco Bezos. I cattivi naturalmente saranno vinti. Ma non dopo averci
fatto godere gli splendidi dehors di Fiumefreddo Bruzio sotto Cosenza,
con vista mare – e il suo caffè Convivio, il primo gestito in Italia da ragazzi
problematici.
Le fuggitive sono Marianna Lancellotti - che con la
“cugina” Chiara Tron spolvera una perfetta cadenza calabrese – e la piccola
Elena Sophie Senise, che dopo la serie di successo “Costanza” è ormai un’attrice,
detta i tempi. Ma il film conferma la tendenza “riprendiamoci lui”, il maschio:
come un addio all’uomo inutile o comunque delinquente, ora la salvezza viene dagli
uomini, dai maschi - anche da loro, ma soprattutto da loro.
Fabrizio Costa, Seduci&Scappa, Rai 1,
RaiPlay
sabato 3 gennaio 2026
Trump sulle orme di Reagan, atto secondo
Il 25 ottobre 1983 aviazione, esercito e marina americani invadevano
Grenada, “il secondo più piccolo Stato indipendente del continente americano
(dopo Saint Kitts e Nevis)”, un po’ più piccolo di Caracas, su ordine del presidente
Reagan – la regina Elisabetta II, capo di Stato di Grenada, non obiettò, e la
vittoria fu immediata. Trump lo ha imitato la notte tra il 2 e il 3 gennaio. Anche
lui senza l’autorizzazione preventiva del Congresso – come aveva fatto Reagan. Ci
potrà essere anche oggi, come nel 1983, una censura congiunta del Congresso,
per avere il presidente violato le prerogative costituzionali del Congresso di dichiarare
guerra. Ma la guerra non è stata dichiarata, è stata fatta. Come operazione di
polizia - narcotraffico, corruzione (proprietà in America), nazionalizzazione
interessi americani, emigrazione forzosa.
Trump è sempre più sulle orme di Reagan – come da un copione. Come già con
le misure economiche – indebolimento del dollaro, aumento delle esportazioni - analoghe
all’accordo del Plaza che Reagan volle e ottenne nel 185. Allora per mettere la
museruola al Giappone, oggi alla Cina - con Europa, Canada, Messico etc. “falsi
scopi”.
Resta il terzo volet dell’immedesimazione. Reagan, allora il cattivone
del “mondo libero”, cioè dell’Europa occidentale, quello che aveva voluto gli
euromissili contro la Russia e minacciava lo scudo spaziale, figurarsi, ne è poi
diventato il santo, quando il sovietismo scoppiò. A quando Trump santo?
L’anno finisce bene anche a Francini camionista
Chiara Francini è una improbabile camionista, con record
di chilometraggio sulle strade e autostrade. Ma sa tenere il ritmo delle
inevitabili, e altrettanto improbabili, disavventure per un’ora e mezza. Per la
serie Rai dell’ottimismo, ormai di dieci o dodici anni, “Purché finisca bene”.
Ago Panini, La voce di Cupido, Rai 1 RaiPlay
venerdì 2 gennaio 2026
A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (619)
Giuseppe Leuzzi
Sono sessanta anni, ma senza
più nessuna eco, nemmeno femminista (italiani tutti nordisti?), dacché Franca
Viola, 17 anni, di Alcamo, rapita, picchiata e violentata da un Filippo
Melodia, spalleggiato da 12 (dodici) complici, rifiuta il matrimonio
riparatore. Rifiuta e denuncia. La “donna del Sud” che la Grande Firma Gian Antonio
Stella ridicolizzerà, benché ancora ragazza.
E non c’era nemmeno il
“delitto d’onore”, il codice non lo riconosceva per la figlia o la sorella
“disonorata”.
Il culto del toro, non solo topografico (topografico per essere di culto), come non pensarci? Ci pensa Marina Valensise, “Cuore greco. Il ritorno dei classici”, che dice la verità semplice di Pasifae e il toro – di Giove irresistibile in forma di toro. L’amplesso di una ninfa un po’ troietta, Pasifae (Europa)? No, è “la forza incontrollabile del desiderio femminile”. Si svela il mistero di tanta toponomastica – delle figure e le storie (il senso) che la sottendono.
Ricordando i sindacalisti vittime
di mafia, alla voce “Comparetto” del digesto postumo “Arcipelago Sud”, Fofi ricorda
di essere andato “un anno o due” dopo l’assassinio di Placido Rizzotto, “con
altri «volontari»”, per un’inchiesta sulla disoccupazione a Corleone, “a
intervistare il direttore di un ospedale finito di costruire da poco”, che li
accolse “generosamente offrendo caffè e biscotti e negando che a Corleone ci
fosse altro che la piccola delinquenza comune”. Scoprirà poi che era il dottor
Navarra, socio-rivale del capomafia Liggio, “il medico che aveva ucciso il
pastorello portato in ospedale perché sconvolto dall’aver assistito non visto
all’assassinio del giovane attivista” Rizzotto.
Sudismi\sadismi –
o del buongoverno
Non ci sono solo le graduatorie
dove si vive bene, che danno le città del Sud Italia infette, o quelle del
reddito, ovviamente peggiori, c’è anche una graduatoria (europea) del buon
governo regionale-locale. E anche qui per ultimo viene il Sud. Il Sud Italia. La
Sicilia nel 2024 era la terzultima della graduatoria, davanti a due modeste
regioni bulgare, al 208° posto su 210. In peggioramento: quindici anni prima era
al 201° posto. Poco meglio il Molise – che pure, in tutto il Sud, si direbbe
parecchio bene amministrato.
Questa “ricerca” non si vuole
scientifica - parametrata, su indici molteplici e incrociati, eccetera. È un
sondaggio, “European Quality of Government”, che l’università di
Göteborg effettua periodicamente. Nel 2024 ha toccato 130 mila soggetti di varia
nazionalità. Quindi riflette gli umori. E il Sud naturalmente pensa male di se
stesso.
Dell’Italia non si salva
niente, solo la Liguria, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia.
Ma non c’è solo il Sud, con la
sua cattiva opinione di sé: Italia e Spagna sono sotto la media di qualità, al
livello dei paesi dell’Est Europa. Dove l’opinione politica è sempre
“polarizzata”, a vita, come per la squadra del cuore, basta che il campione sia
prevalentemente di sinistra se il governo è di destra, o viceversa, e la
graduatoria è fatta.
Miracolo a San
Ferdinando: killer alla nascita
“Ammazzare, nel gergo dei mafiosi, si dice ‘astutare’, cioè spegnere.
Nei suoi anni da soldato di ‘ndrangheta, Antonio Zagari ne ha ‘astutati’ troppi. Anche per uno come
lui, affiliato dalla famiglia di San Ferdinando fin dal giorno del battesimo, quando suo padre Giacomo
gli sputò sul colletto (?) mettendogli accanto un coltello e un libro. Se Antonio avesse mosso le sue
dita verso la lama sarebbe diventato un mafioso, altrimenti avrebbe avuto un destino da
‘sbirro’. Il neonato non deluse nessuno: sfiorò il coltello”. Lucio Luca, “Il killer che aveva paura
del sangue” – “Il Venerdì di Repubblica”, 28 novembre 2025.
Lucio Luca invece non è inventato, esiste. Il suo articolo seguiva sul
settimanale con questo sommario – era un un servizio promozionale? un blurb?: “Figlio di ‘ndrangheta, assassino
spietato, pentito e infine misteriosamente scomparso. Ora la vita di Antonio
Zagari è un film di Daniele Vicari”. E: “‘Ammazzare stanca. Autobiografia di un assassino’ è il film di
Daniele Vicari in sala dal 4 dicembre, con Gabriel Montesi”.
Poi il film non si è visto. Non a Roma – è stato al Barberini la sera
dell’uscita, col regista e gli attori in sala, ed è scomparso. Era anche stato al festival di Venezia, pare.
Vicari è uno e molti, dalla ricca biografia, benché ancorata ai Nastri d’argento, cioè al sindacato
critici cinematografici. Che come si sa non vedono i film, scrivono quello che devono scrivere. Anche
sullo Zagari del film, a giudicare dalla presentazione del settimanale di “la Repubblica”.
A meno che, se il film è “una storia vera” come si definisce, questo
esserci e non esserci non sia un un destino comune. Se il film era anche stato al festival di Venezia, lo era in
maschera? anonimo?
Quant’è triste la Sicilia di Arbasino, che è tanto ricca
Venuto, si chiede Arbasino viaggiando
per la Sicilia, “Passaggio in Sicilia” (in “Passeggiando tra i draghi addormentati”,
pp. 178-238), dopo tanti rinvii, giusto “per i Caravaggio e gli Antonelli, i
mosaici e i templi”? E si risponde: “E intanto si rinviava, si rinviava, la
visita alla vecchia parente malata. Anche perché tutti ripetevano, da decenni,
come per i Colli Euganei e la costa ligure e l’amalfitana e Procida: troppo troppo
tardi, bisognava andarci molto prima degli sfasci..., adesso rimangono soltanto le
sofferenze e le indignazioni sui degradi”. E “oggi infatti (1995, n.d.r.) il paesaggio
siciliano è quasi illeggibile, ricoperto di impalcature e cantieri, baracche e
bancarelle, macchine e motorini che si affollano in spazi stretti, e immondizie
che rivestono i panorami e la natura e le cose. Microcosmo del ‘techno’ o metafora
del ‘grunge’ (anche Goethe a Segesta: «tutta la regione dà l’impressione di una
fertilità triste»)?”
Però alla fine, scusandosi per
il ritardo, si giustifica con una chiamata di correo: “Non sarà un po’ razzista
un «ditino alzato » moralista, e dunque magari Settentrionale, che si rifà al pessimismo
di Lampedusa e di Sciascia, per abbandonare ogni speranza civile e industriale
e commerciale in base alle considerazioni antropologiche degli esperti insulari?”
In effetti tanta self-deprecation,
insistita, è eccezionale – scambiata per pessimismo della ragione, ma la
ragione non è pessimista. O non sarà, alla Arbasino, l’essere nati a Racalmuto
invece che a Parigi – o inetti e impecuniosi alla Lampedusa?
L’arcipelago a secco
Goffredo Fofi ha lasciato
una raccolta di ritratti di persone e cose, un centinaio, di una-due paginette –
eccetto un saggio su Brancati, finalmente una rivisitazione di tutto Brancati (lasciato
a mollo dai siciliani, bisogna dire - Sciascia incluso, che se ne voleva
discepolo), e uno inevitabile su Eduardo - che intitola “Arcipelago Sud”. Di cose e persone del Sud, del suo
Novecento. Ritratti rapidi e sapidi, da Sergio Atzeni a Angela Zucconi. Di cui
fa l’antologia sul presupposto che siano d’interesse dei lettori come lo erano
stati da ascoltatori (sono “vite” lette in un’apposita rubrica di Radio 3). Ma
specialmente dei lettori del Sud, poiché ne sono una celebrazione. Come, è da
suppore, nelle intenzioni dell’editore, che ha voluto il volume e lo ha
promosso, Feltrinelli. E niente, la disattenzione ha seguito la promozione,
pure nutrita e argomentata.
Nulla di male, o
di speciale, succede, un libro “funziona” e uno “non funziona”. Se non che la
disattenzione è massima al Sud. Da Roma in giù. Napoli compresa, la città “dell’anima”
di Fofi, la quale pure per i libri ha normalmente buona attenzione, diligente,
argomentata. Non una recensione degna di nota, una curiosità, un aneddoto, una qualche
forma di interesse.
L’arcipelago è
nazionale, di fatto – “Voci e luoghi della cultura italiana” è il sottotitolo.
Non è un libro sul Sud, né si può dire visto dal Sud, se non per le saltuarie
esperienze di Fofi, a partire, diciassettenne, da quella con Danilo Dolci a
Palermo, formativa ma limitata. Né c’è una prospettiva meridionale o
meridionalistica in Fofi. Ma ha una bibliografia “essenziale” di otto pagine.
Più due di film e documentari. E altri due di teatro e spettacoli. L’indice dei
nomi, su due colonne, prende 14 pagine. E niente, non un battito di ciglia.
Dice: il Sud non
legge. Ma no, segue Gratteri in tv, da quando Enzo Biagi le ha inventate si regala le vite e storie di mafia, storie nel senso della storiografia, con tanto di note, e se giovane di belle speranze fa volentieri lo stringher di
ogni turpitudine per le Grandi Firme dei Grandi Media del Grande Nord. È autocritico,
non vuole complimenti, è il non leggere nel caso di Fofi da leggere come un complimento, una
qualità surrettizia? Il sadomasochismo in forma geografica, di paralleli, a sud
di Roma, perché no – ancora uno sforzo.
“Una tesi cara a
Goffredo Fofi”, spiega in apertura Mirko Grasso, che il volume da ultimo ha
curato e ben conosceva Fofi, è - era - che “la cultura nazionale… ha nei momenti
più alti e in una miriade di espressioni meno note, ma ugualmente di grande
valore, una forte matrice meridionalista e di tenace ancoramento nel Sud”. Uno potrebbe
sempre dire: per questo non riesce involarsi, nemmeno a salpare. Alla fine la
verità trionferà, che siamo tutti leghisti.
leuzzi@antiit.eu
L’Annunciazione a un uomo
Riprogrammato per le feste, puntando al cult, dopo
quattro o cinque anni, in qualche misura ci riesce - il racconto è sempre vivo.
Una tramina da poco: l’Arcangelo Gabriele, scelto male dal consesso lassù, sbadato
e senza esperienze delle cose del mondo, ingravida il primo essere umano in cui
s’imbatte. Un uomo, perché la moglie vuole il divorzio. Solo e disperato al bar,
e mezzo ubriaco, col suo nuovo compagnone celeste, ma pur sempre un maschio. Una
disgrazia? Un miracolo doppio, l’uomo, per quanto benedetto, essendo pur sempre
un essere che non potrebbe concepire. Ma senza la greve ironia “laica”.
Non è il solo rovesciamento della “correttezza” degli
anni che ci sono capitati. La moglie non vuole alimenti, non vuole la casa, non
vuole niente, solo poter andare a letto con un altro uomo. L’arcangelo innocente
sarà sedotto da una monacella. E il bambino, benché in epoca d’infertilità
ricercata, è atteso da tutti. Le tipicità o modi di essere rovesciati,
soprattutto tra maschio e femmina. Un contropelo, ma garbato.
Francesco Amato, Santocielo, Sky Cinema, Now, Canale
5, Infinity
giovedì 1 gennaio 2026
Sostituto d’amore
Un maestro di scuola di Pico sposò a Roma la figlia della
pescivendola di Ponte Milvio. Donne per bene, anche l’odore era pulito. La
ragazza, in carne e eccitabile per la giovane età, sorrideva e parlava con
senno. I primi anni furono felici. Ebbero un figlio, il maestro divenne
imprenditore, tramite la politica, guadagnarono, e presero casa ai Parioli. La
suocera, che non teneva già più il banco del pesce, morì di tumore.
La crisi data all’incirca da quell’epoca.
Lei volle rendersi indi-pendente e si cercò un lavoro di commessa. Lui la
spinse a prendere un paio di franchising che le diedero buone
soddisfazioni, sia materiali che morali. Intervenne con cautela, poiché lei non
l’aveva messo a parte, e sì che non si separavano mai, della sua decisione di
lavorare. Ma s’instaurò allora quello che sarà lo schema del loro rapporto: lei
brusca, insolente perfino, lui conciliante. Eccetto che per periodi brevi, che
potevano durare una settimana, in cui lei sembrava subire i calori animali -
se lui ne avesse avuto la forza e la voglia lei si sarebbe detta insaziabile,
gli si avvinghiava senza pudore.
0La crisi, per solito muta, a volte durava
mesi. Sempre lui riapriva un contatto, il più delle volte tornando agli inizi,
alla fresca disponibilità di lei, i risentimenti mettendoli a proprio carico.
Ora si diceva assente, ora scortese, ora non abbastanza generoso, e spendeva,
in regali anche costosi, pellicce, diamanti. Ma l’esito era transitorio.
Spesso anzi ebbe la sensazione che la riconoscenza fosse manierata, che i
regali al contrario accrescessero il risentimento. Ogni suo pensiero, dal
risveglio alla notte, e sempre più spesso nelle ore del sonno, era ormai
indirizzato a sciogliere quel grumo d’incomprensione. Con costanza s’immaginò
un aiuto da un medico, un chirurgo famoso, che era stato a scuola con lei e
aveva-no ritrovato coinquilino ai Parioli. Ma l’uomo, affascinante,
s’incontrava di rado, era di modi spicci, evitava le assemblee e ogni altro
problema di condominio. Poi scomparve, si seppe che aveva sposato una
principessa. Avvenne in un periodo di amore sfrenato, lei gli faceva quasi paura.
La crisi si estese con gli anni per
periodi più lunghi, durava anche sei mesi. Gli rimproverava perfino il diploma
di maestro, per dire che era colto e la metteva nel sacco. Intervennero periodi
di separazione. Gli affari non andavano più, mutata la politica, e lui passò
sempre più tempo a Pico, dandosi obblighi inutili. Finì naturalmente anche
l’erratico contatto carnale. Dell’ultima volta mantenne un ricordo via via più
dettagliato, perché avevano appena saputo della morte improvvisa del chirurgo,
for-se di cuore, e per un momento era sembrato che la tensione fosse stata
spazzata via: lei era stata dolce, innamorata come all’inizio.
Poi lui si gonfiò e perse i denti. E
quando la ricerca del grumo gli procurò qualche disturbo mentale lei non volle
più vederlo, lasciò che se ne occupasse il figlio, al quale non chiese mai del
padre. Del resto, lei trovava il figlio somigliante al grande affascinante
chirurgo. Col quale non aveva mai avuto nessun tipo di rapporto.
Morte a Venezia, in musica, a Capodanno
Capodanno triste, malgrado le arie, le romanze e i
cori noti e notissimi e popolarissimi. Orchestra senza gioia, garbo, vigore –
senza fascino: come una banda di impiegati, maldisposti. Il teatro specializzato in musica “italiana”
si sa che è in lite per la nomina di un direttore artistico, Beatrice Venezi,
che si vuole sovranista: i nazionalismi sempre confliggono. Al confronto, subito
dopo, su Rai 2, Wiener Phiarmoniker smaglianti – sembravano lucidati anche gli
ottori: partecipi, divertiti, cantanti
anche. Per non dire, della Fenice, il coro: accigliato, lugubre, a minimo sindacale
– specialmente venendo da una sinfonia n.9 di Beethoven su Sky classica, di Abbado
venticinque anni fa con i Berliner, legnosa come si sa, che il coro della Radio
Svedese animava a ogni piega, alla gioia recondita.
Peggio ancora il balletto, il solito culturismo gay,
esibizionista, con frontali gonfiati opposti alla fragile Abbagnato. Anche qui
impietoso il confronto con i balletti del concerto viennese, specie per la Diplomat
Polka, lieve, veloce, fantasiosa – su un tema assurdo, le scartoffie impiegatizie.
Il giovane maestro Mariotti, specialista di arie e
cori, a Roma felice direttore artistico dell’Opera, provava invano a rianimare
il consesso. Erano della partita perfino gli spettatori: lugubri, mai divertiti,
e come fuori posto – la regia Rai ha dovuto rinunciare a inquadrarli, per
movimentare la scena è finita a inquadrare il pubblico dall’alto, da dietro. Eppure
il biglietto sarebbe costato 1.500 euro, una enormità – erano tutti invitati, “personalità”?
Come già venti anni fa alla Scala, quando cacciarono Muti
(all’unanimità…) - e ancora non si sono ripresi, si vede alle prime Rai ogni
anno - i trinariciuti non promettono nulla
di buono. Non in musica, la quale non è politicanteria – vuole entusiasmo.
L’unico merito di questa Venezia sarà stato la conferma
di Jonathan Tetelman, il tenore americano: finalmente un tenore che canta, non
di naso – Mariotti l’aveva già sperimentato a Roma, Cavaradossi trionfante nella
“Tosca” del giubileo. Ha perfino una dizione italiana perfetta, che per un
americano è un miracolo. E si diverte – e diverte.
Un dubbio è possibile: si voleva il concerto,
intitolato al Capodanno perché lo paga la Rai, in realtà una rievocazione-celebrazione
di “Morte a Venezia”, il film, di Visconti, sicuro compagno, 45 anni fa? Questa
cultura è propensa ai funerali. Ma, allora, perché non ce l’hanno detto, avremmo
visto il tutto con altro occhio.
Michele Mariotti, Concerto di Capodanno La Fenice,
Rai 1, Raiplay
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