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venerdì 22 maggio 2009

Berlusconi vince ma perde, a Milano e in Sicilia

I sondaggi danno Berlusconi vincente con largo margine, qualcuno anche sopra il 50 per cento. I prefetti lo danno ampiamente vincente, per lo stallo del partito Democratico, ma non ovunque. Il partito della Libertà supererà agevolmente il risultato di un anno fa, quando ebbe il 37,4 per cento dei voti (era al 32,5 per cento alle europee del 2004), ma non di molto. E anzi dovrebbe denunciare perdite in Lombardia e in Sicilia, le sue piazzeforti, solo in parte colmate da Roma, Napoli, l’Abruzzo e altre aree marginali.
I sondaggi danno anche in forte crescita le due formazioni concorrenti a quelle maggioritarie, la Lega a destra e l’Idv a sinistra, ma questa è la normale deformazione demoscopica, per cui chi “vota al centro” non si dichiara o si dichiara meno di chi vota per le estreme. Non è per queste formazioni che Berlusconi riduce i consensi. Berlusconi non perde tanto in favore della Lega, di cui anzi è dubbio che manterrà l’8,5 per cento del voto politico, ma per le astensioni, e per i suoi inciampi. L’astensionismo non è una novità per gli elettori di destra alle europee, un voto senza alcun effetto pratico. Gli errori di Berlusconi sono invece una novità.
La lista è però solida. Uno è l’Alitalia (azionisti e obbligazionisti, comuni dell’asse Milano-Varese-Malpensa, sindacati, viaggiatori scontenti, sia di Linate, cioè della stessa Az, che di Malpensa). L’altro è lo scarso impegno a favore di Milano, abbandonata su Malpensa e l’Expo, mentre Tremonti e il governo si sono adoperati per Roma. Al Sud ovunque c’è delusione per l’assenza di qualsiasi impegno di governo, a parte il miraggio del Ponte. In Sicilia il fiduciario Lombardo è addirittura alla rivolta.

Nazionalizzazione mascherata per Opel

La soluzione Opel, anche se passasse sotto Fiat, sarà comunque una nazionalizzazione mascherata: la nuova Opel, sia pure Opel-Fiat, sarà sotto il monitoraggio continuo del governo tedesco, se non sotto la gestione diretta. Dovrà cioè rispondere al governo federale e a quelli regionali, oltre che al sindacato come è negli statuti tedeschi di gestione aziendale. La nazionalizzazione deve essere mascherata per essere in armonia con le regone europee - non lo è, ma le regole, seppure mascherate, le fa Berlino. Si avrà quindi il preannunciato finanziamento-ponte federale, con la condizione però di vincolare ogni decisione del management all’approvazione del governo, soprattutto per la necessaria ristrutturazione.
Una soluzione cioè problematica per il management, a ogni decisione di riduzione della produzione o della forza lavoro. Forse non per Marchionne, se ha il segreto di disinnescare ogni mina politica. Ma le possibilità che Marchionne salga al comando sono sempre irrisorie. A questa nazionalizzazione mascherata risponde più la candidatura del gruppo austriaco di componenti, che è irrisoria da ogni punto di vista, della progettazione, del marketing, dei finanziamenti, ma assicura appunto una gestione tedesca-tedesca della nuova venture.
Sulla nazionalizzazione mascherata non ci sono divergenze tra i partiti di governo, socialisti e cristiano-democratici, che su questo terreno incontrano anche il sindacato, ma solo un diverso approccio alla forma. Più duro quello socialista, più farisaico quello cristiano-democratico, anche per stare al linguaggio dalla Ue, ai buoni propositi. La Germania come si sa non è un mercato ma piuttosto un bunker, per di più congenitalmente diffidente, ma con la Ue ci guadagna molto e alle forme ci tiene.

Marchionne Napoleone politico

Da nessuna a metà più una delle possibilità, Marchionne ha riuscito in dieci-quindici giorni un altro miracolo. Anche se il governo tedesco non dovesse dare Opel alla Fiat, l’amministratore delegato ha già fatto il miracolo: la sua candidatura è senz’altro la migliore, e il governo tedesco dovrà giustificarsi, così come il sindacato e i governi regionali, di averla rifiutata.
Dopo aver avuto ragione dell’assurda guerra dei Montezemolo-Elkann a Berlusconi, stabilendo un contatto molto proficuo col governo, e la conquista di Chrysler con l’accordo del diffidentissimo Congresso Usa, Marchionne ha comunque già domato, con la sua teutonica meticolosità e l’understatement, il razzismo istintivo del governo tedesco, se non della Merkel – essa stessa in Germania vittima di pregiudizi “territoriali”. Può anche darsi che sia una vittoria di Pirro, che alla fine vincerà il razzismo, tenace tanto quanto irriflesso, dei governi regionali e delle centrali sindacali, ma Marchionne lo ha denudato. Tre vittorie in tre mesi, su tre governi ostili o diffidenti, è roba da Napoleone della politica.
La Fiat aveva preso Marchionne perché nell’industria automobilistica, in America, in Giappone, alla Mercedes, erano gli uomini di finanza a gestire le aziende, il business era prevalentemente finanziario. Marchionne ha capito che bisognava tornava ai modelli e al mercato e l’ha fatto, lui uomo di conti e partite di giro. E ora che la crisi ha rimesso sul mercato la grande politica, eccolo sollevarsi al livello dei maggiori governi del globo, l’americano, il tedesco. Male che gli vada, ha dato alla Fiat anni di grande lustro, anche per dover superare l’handicap Italia – l’Italia è da anni un handicap per gli operatori nazionali, cara, sporca, inefficiente, farsesca.
Non sarà più la stessa Europa
Stando le cose come stanno, Marchionne potrebbe anche entrare nella storia. Come quello che ha denudato le ipocrisie europee. Quelle di una Europa unita e solidale: è un tipo di ipocrisia eminentemente italiano, che non ha mai avuto riscontri negli altri paesi europei, se non forse in quelli minori, Olanda, Belgio, attenti tuttavia pur essi a imporre i propri interessi. In Europa vige sotto la retorica il mercantlismo più bieco, fino al latrocinio, dei marchi, dei prodotti, ma la retorica ufficiale vuole che invece sia un consesso di anime candide, che quando criticano Berlusconi, a Londra o a Francoforte, lo facciano perché sono innamorate della democrazia, e altrettali sciocchzze. Ma una novità realistica, seppure limitata alla sola Italia, avrà ripercussioni su tutto il castello unitario. In questo senso sicuramente dopo la crisi non sarà più come prima, nei rapporti tra i partiti in Italia, nei rapporti tra le potenze europee - Roma, per dire, si ritroverà ancora una volta meglio accetta negli Usa che dalle sorelle Germania o Francia, un pattern costante in questo lungo dopoguerra.

giovedì 21 maggio 2009

La "convergente divergenza" Iran-Israele

Netanyahu a Washington dice sì-no a Obama, Ahmadinejad a Teheran dice no-sì a Frattini, cioè all’Unione europea. L’uno sornione all’idea obamiana di uno Stato palestinese, l’altro sarcastico col suo missile che colpisce a duemila chilometri. Dopodiché il premier israeliano dice che l’Iran è sempre un pericolo, e il presidente iraniano che Israele non esiste. Continua il chiama e rispondi tra l’Iran e Israele nella radicalizzazione del Medio oriente che impedisce una qualsiasi stabilizzazione del fronte arabo, come avamposto dell’Occidente, o dell’impero americano. È un pattern in atto da più di vent’anni, dall’operazione Iran-Contra, che Obama ha problemi a scalfire, e tanto più la Farnesina.
E' lo stesso schema per cui Israele non firma il trattato di non proliferazione nucleare perché l'Iran non lo firma, e viceversa, e così via. Anche se i due paesi non hanno alcun motivo di ostilità recirpoca e hanno anzi un nemico comune, il fronte arabo.
È così durata solo un paio di settimane la tentazione italiana di promuovere il disgelo a breve termine con Teheran, partendo dall’incontro di Trieste sull’Afghanistan. Il tempo per Israele di darsi un nuovo governo non trattativista, e per Teheran di rispondere. Il missile è per ora approssimativo, ma Frattini e si suoi diplomatici hanno capito il significato dell’annuncio, rinunciando al previsto ruolo ponte. Quanto all’Afghanistan, né l’Iran né Israele hanno alcun interesse ad allentare la trappola nella quale l’Occidente, Stati Uniti e Unione europea in questo caso uniti nella disgrazia, si sono cacciati.
L’alternativa è ora che Usa e Ue puntino nuovamente sul fronte arabo, in funzione anti-Iran. E cioè impegnino Israele a una vera trattativa di pace. Ma su questo punto è dubbio che Obama intenda ottenere risultati concreti: la sua apertura all’Iran è vista ora come una sostanziale continuazione – per un anno? per due anni? non è poco: la politica va avanti per i tratti in cui ci vede – sulla “convergente-divergenza” Iran-Israele.

Milano esulta, i giornali non servono

Ridicolo rilancio, ma non senza significato, quello di un titolo che balza in poche ore del 50 per cento, pur essendo in crisi profonda e anzi strutturale. È successo mercoledì alla Rcs, l’editrice del “Corriere”, e vuol dire una cosa sola: che la crisi dei giornali non è temuta e anzi è apprezzata, se consente di “liberare risorse”. Tutta la stampa è in crisi, compresa l’editoria libraria, ma la Rcs lo è più degli altri, della Mondadori e del gruppo L’Espresso-Repubblica. Con un calo forte delle vendite, oltre che della pubblicità. In crisi quindi di prodotto più che congiunturale, per il cattivo andamento dell’economia. Le vendite del “Corriere”, già ridotte di un 12 per cento nel 2008, sono ulteriormente diminuite di un 10,4 per cento.
Il rimbalzo in Borsa si collega a un report molto positivo di Mediobanca su Rcs. Ma Mediobanca è la padrona di Rcs, gli investitori lo sanno. No, il significato del rimbalzo, opera senza ombra di dubbio anche di autorevoli partecipanti al patto di controllo, è che si punta a un relativo disimpegno della Rcs dal “Corriere” stesso. Per ora con la ristrutturazione, rompendo un tabù ormai quarantennale. Domani, con l’azienda in bonis, senza più gli oneri sindacali normativi e i condizionamenti politici ereditati dalla gestione Ottone negli anni di piombo, a scorribande proficue, più finanziarie che tecnologiche.
L’attesa è, come qualche azionista ha anticipato in consiglio, che l’azienda punti meno sulla vecchia identità del “Corriere”, pivot autorevole della politica nazionale, più o meno imbalsamato in una Fondazione, come si è fatto negli ultimi decenni, e più sulle tendenze di mercato. Nella diffusione ma anche nella redazione.

Il vero cambio al "Corriere" è sindacale

Il cambiamento vero al “Corriere” non sarà stato dunque tanto de Bortoli, la direzione, quanto la gestione sindacale. Non si farà la “ristrutturazione”, termine bandito a via Solferino, e per questo deprecato da de Bortoli, ma la rinegoziazione dei patti aziendali sì, normativi ed economici. Che poi è l’anticamera della fine del consociativismo che ha governato la maggiore azienda di quotidiani – e quindi tutto il settore: fine della gestione congiunta, imposta nella direzione Ottone quarant’anni fa. Non proprio della fine del consociativismo, che l’azienda peraltro cerca e ripropone, poiché ne ha bisogno, ma sì di quello gestito a lungo con durezza dalla vecchia guardia sindacale, gli uomini di Fiengo
La comunicazione immediata ai sindacati aziendali delle decisioni del cda il 14, in linea con la vecchia filosofia, è anche l’inizio della nuova. Per ora non si toccano i poteri di veto sindacali sulla direzione, e quindi sulla gestione del “Corriere”, ma si rompe il fronte sindacale, tra i collaboratori e le categorie inferiori di redattori e quelle stabilizzate, e si rimettono in discussione alcuni privilegi contrattuali aziendali. Per una riduzione dei costi del lavoro del 25 per cento, che è un taglio radicale. Tutto concentrato nei prossimi mesi.
Il riflesso condizionato dei sindacati aziendali è stato l’arrocco, con la proclamazione di sei giorni di sciopero. Ma con un occhio all’indifferenza della redazione. Un occhi peraltro già stanco: i sindacati non mettono in dubbio la portata della crisi, che vede il maggior quotidiano italiano scendere verso le cinquecentomila copie, dopo aver costeggiato le settecentomila. E i concorrenti fare ancora peggio.

Strindberg paranoico paraculo

Autobiografia come invenzione - è genere letterario, si sa. E in specie le derive della convivenza: per cui si finisce martiri, tollerando il brutto, oppure ipocriti, tollerando le violenze piccole e grandi e le ingiustizie, per quieto vivere o remissività, avviliti per amore di pace e sensi di colpa. Paranoici infine, dopo tanti errori non contestati, avendo rinunciato a se stessi. A Strindberg è stata addebitata la paranoia figlia della misantropia, che però questo libretto smentisce, giocando la misantropia sul suo terreno – del resto sono le donne, seppure è vero che l’hanno distrutto in casa, a creargli un monumento in teatro (le “Figure di donne” di Lou Salomé spiegano tutto). Strindberg si situa solo, e si fa la sua città: la storia, i giardini, le case, le prospettive, gli amici che non ha, quelli che ha. Che di più creativo? Immagini tutte vivaci, con un monumento a Stoccolma tra i tanti (e a Balzac, a Goethe, al libro di devozioni cattolico, all’infanzia e all’amore per l’infanzia, e viceversa al piccolo mondo degli anziani) in questo deserto di solitudine, che l’autore spesso sottolinea, suggerendo più di un risvolto autobiografico. Strindberg è un paraculo, si direbbe a Roma, di cui Bergman è figlio “legale”, per il maledettismo ben governato.
August Strindberg, Solo

mercoledì 20 maggio 2009

Lo Stato allora è dinamitardo

È definitivamente accertato che non ci furono doppi Stati né deviazioni, e quindi le bombe le ha messo lo Stato. È un sillogismo, ma è pure la verità effettuale come la chiamava Sciascia, la verità delle cose. Il motivo non siamo tenuti a saperlo, ma tutti sono buoni. Per combattere la contestazione o l’autunno caldo, o a scopo precauzionale, per “salvare lo Stato”. Senza colpa per nessuno, beninteso – eccetto che per i profittatori di regime, quelli che hanno fatto le copie prima con le stragi di Stato, e oggi le fanno negandole (Calabresi ha un monumento, e un figlio direttore di giornale, e dunque “viva Calabresi”). 
Si può giudicare lodevole la riappacificazione tra le vedove, è una iniziativa che merita il plauso, ma non coprire la verità con una bella foto al Quirinale. Una verità che ora è cruda: se non ci fu un doppio Stato, allora lo Stato fu dinamitardo. Indagini carenti e processi sospesi, deviati, falsati non consentono di dire di nessuno che fu colpevole. Ma se non ci fu un doppio Stato, uno che metteva le bombe e uno che faceva finta di nulla, allora chi metteva le bombe faceva anche finta di nulla. Perché non è vero che non si sa, alcune cose si sanno delle bombe. Per esempio che non sono state rivendicate, come useranno i terroristi. E sono state in numero sproporzionato, una ventina (venticinque) nel 1969 e una ventina a settimana nel 1970 e nel 1971, fino a che non è venuto fuori il terrorismo. Fanno tre al giorno, quante Orwell ne fa esplodere in 1984, il romanzo dove il governo si tira le bombe per atterrire i cittadini. Ci vogliono soldi, esplosivi, molte persone a disposizione, libertà assicurata di movimento, e organizzazione. Alcune esplosioni furono concentrate nel tempo, fino a una dozzina su vari treni nell’agosto del 1969, con una mobilitazione quindi di un centinaio di persone, più altrettante per garantirne l’impunità. 
Nella Teoria e pratica del collettivismo oligarchico Goldstein, capo dell’opposizione di 1984, spiega che si può fingere di fare la guerra, o agevolmente farla per motivi diversi da quelli dichiarati, grazie alla doppiezza. Ma poi non si sa se Goldstein esiste, o è egli stesso un’invenzione del ministero della Verità e dell’amore. 
Le bombe, ora che sono state assolte, saranno il segno della divinità dello Stato, secondo Kelsen. Kelsen, Gott und Staat, in “Logos”, n. 11, 1922-23, pp. 261-284 spiega che l’inconcepibilità “di un peccato di Dio è pari all’inammissibilità di un illecito dello Stato”. Dei suoi servitori compresi: l’imputazione è solo titolo di assoluzione, e anzi di merito. È l’ascrizione allo Stato di ogni azione dei servitori dello Stato – quando ci sarà una Norimberga vera, giusta, ciò sarà riconosciuto. Lo Stato può dunque arrestarci a piacimento, e detenerci. Torturarci anche, a fin di bene. E ucciderci, purché non con un colpo alla nuca, la pena di morte essendo stata abolita. A scopo precauzionale. Può farlo con una sentenza, un processo lungo vent’anni, un’anticipazione ai giornali, un dossier anonimo, e con le bombe. Lo Stato di diritto.

Tante nemiche tanti voti per Berlusconi

Berlusconi il suo amico Ferrara, folgorato da Fini, lo dice acciaccato. Ma lui al contrario sembra voglioso di sfruttare anche questa occasione di occupare gli schermi. Sembra sicuro che, come nelle altre elezioni, anche questa volta la Npa, la Nemica Perfida Accusatrice, gli porterà fortuna. Intanto la prima apparizione di Nicoletta Gandus, a cui sono rimasti solo i boccoli, si è chiusa tutta a suo favore.
Nessun dubbio che il processo Mills sia stato condotto per essere annullato. Succede sempre così a Milano: Berlusconi avrà pure frodato il fisco, tutti siamo convinti che lo abbia fatto, ma, sottoposto a Milano a un centinaio di processi, nessuno lo prova mai. Tutti scantonano, in maniera poi da farsi annullare le sentenze.
Ma il problema non è di diritto, è di scaramanzia e quasi di magia. Nelle precedenti elezioni Berlusconi fu aiutato molto dalla dea bendata. Nel 1994 da Teresa Principato, nel 2001 dalla Boccassini, rossa come la Principato e riccioluta come la Gandus. Tra esse l’improvvida moglie Veronica, che diede una forte mano a Berlusconi a quasi vincere le elezioni nel 2006. Ora Berlusconi spera nell’effetto Gandus.
O non sarà l’effetto Letizia? Più che delle trinariciute, Berlusconi non sarà vittima, povera stella, lui che è tanto femministo, delle italiche erinni? Ecco perché gli italiani lo votano, e molte italiane: l’antifemminismo fa aggio su tutto.

Gli albanesi erano biondi, pure loro

L’epica di un episodio vinto in una battaglia di una guerra persa in partenza. L’epica della resistenza. Mal scritta, mal costruita, ma l’epica si celebra irrazionale, di materiali incoerenti, anche detriti e scarti - non per nulla Kadaré è dantista appassionato.
Qui l’aquila albanese ha ragione dell’immenso impero turco – che non è masi successo. Un impero che è un affastellamento di parole incomprensibili, akingi, asapi, eshkingi, dalklicci, serdengestleri, muselemi (alcune suonano italiane del mal d’Africa: giebelù, ciauccobasce). Ma non c’è bisogno di esagerare, le bugie vi sono contenute – i turchi introducono in Albania il delitto di sangue per contenerne la demografia, i turchi mandano all’assalto le loro truppe perché non anno di che sfamarle, gli albanesi sono alti e biondi. Ma funziona, l’epica è una voglia.
È la speranza, che la guerra comunque trasforma in vittoria.
Ismail Kadaré, I tamburi della pioggia

lunedì 18 maggio 2009

Sono i preti il nemico alle porte

Si leggono gli interventi degli ex Dc, dei vescovi e del Vaticano (anche se non di Bertone, cardinale forse un po’ più saggio) e si torna indietro di venti-trent’anni. All’incartarsi andreottiano della Dc, che diventò tutto e il contrario di tutto, e ha fottuto l’Italia. Che tuttora minaccia evidentemente, con gli impuniti qui lo dico e qui lo nego (“buttateli a mare”, mentre “siate dannati”), e i minuscoli cesariani capimanipolo delle sette o otto mini-Dc.
Dopo la parentesi di Ruini, un cardinale evidentemente d’eccezione, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, che giustamente diffidava dei vescovi italiani, e li mise in riga, bisogna guardarsi dai preti. Che hanno subito preso le misure e la mano al buon Ratzinger, un po' vecchio e un po' troppo intellettuale, intriganti come non mai. E si camuffano dietro gli immigrati, dei quali però non gliene fotte in realtà nulla, al più un pasto e un consiglio dalla Caritas, pagati lautamente dal Comune. Non per la tonaca, naturale, ma per il fatto che tutto scivola addosso, alle tonache come a ogni burocrate, per esempio quelli Onu, che solo devono salvarsi le anime, ne hanno infatti più di una, lavandosi le mani. Anche davanti alle mattanze delle Canarie, o al largo di Lampedusa.
I rimpatri forzati di Napolitano
Non sono i soli, il silenzio del presidente della Repubblica è anzi più di una loro predica. Di uno che inaugurò dodici anni fa, da ministro dell’Interno, i rimpatri forzati (cinquantamila lire, un pacco viveri, e via). E ha sulla coscienza, benché tutti rimuovano, lo speronamento nello stesso 1997, il 28 marzo, della motovedetta Kater I Radis, e la morte di 106 albanesi. Con plauso ammirato, la prima e unica volta nel dopoguerra, della Europa teutonica.
I morti della Kater erano profughi politici come altri mai, poiché si erano rivoltati contro il governo Berisha, che aveva depredato i poveri albanesi di ogni risparmio con le finanziarie fantasma, e ne fuggivano. Nessuna scusa fu chiesta, né da Napolitano né dal governo Prodi, e nessuna giustizia offerta ai morti. Se non piccole somme ai parenti perché rinuncino al processo. Che va avanti ma stancamente: dopo dodici anni è in appello, e si sa che si concluderà senza condanne.
Tutto ciò è parte di una memoria arteriosclerotica, sugli immigrati come su ogni altra questione. Di un paese che nella ignoranza sembra avere trovato approdo di elezione, dalla grande politica ai grandi giornali. Abbiamo avuto per un periodo un pieno di polacchi, ma nessuno che abbia detto o scritto chi sono i polacchi e la Polonia. Poi ci siamo riempiti di rumeni, ma mai nessuno che ne parlasse, della loro terra, della loro storia, la religione, la lingua, della alfabetizzazione, che è - era - alta, nei giornali, nei talk show, nelle chiese. Ora ci sono, più misteriose ancora, le ucraine, le moldave, terra incognita. O il Marocco, la Tunisia, che per tante cose vivono in simbiosi con l'Italia, per l'olio, li agrumi, la pesca, il turismo. O la Libia, di cui ci sfuggono perfino, dopo cinquanta anni di colonialismo, le dimensioni. Non è possibile parlare, in tanta ignoranza, di politiche dell'accoglienza. Ma i preti, come i politici, non ci sono per nulla.
Ipocrisia dichiarata
Di Napolitano si può suporre che se ne vergogni. Quella delle sacrestie è invece ipocrisia dichiarata. Se Napolitano tace, il suo successore al Viminale, Dc di razza, infatti parla. Beppe Pisanu denuncia sul “Sole 24 Ore” mercoledì “razzismo e xenofobia” nel paese e nel governo, che è il suo. Non è una novità, già al “Corriere della sera” del 2 febbraio Pisanu rappresentava “un problema razzismo che in Italia non rappresenta ormai più una deriva, ma un elemento normale”. Che non vuole dire nulla, solo l’amarezza di non essere più ministro. Perché Pisanu è ben lo stesso ministro dell’Interno che nel 2002 promulgò il decreto ministeriale che ha introdotto il fermo delle navi dei clandestini e il rinvio ai paesi di origine della navigazione, prospettando anche la forza, certo proporzionata alla offesa.
Bisogna diffidare dei preti e dei loro accoliti, ora che pensano di riprendersi i voti di Berlusconi e di tornare a prendersi, le sette formazioni ex Dc unite, o otto, quante sono le ex correnti, il governo. Più Fini, altro grande democratico (dopo Andreotti). Al quale dobbiamo la famosa legge che impone la clandestinità, poiché non si possono fare accordi di emigrazione con i paesi d'origine. Pisanu e il suo predecessore Scajola all’Interno, due buoni ex Dc, non solo non hanno avviato una politica dell’immigrazione, lasciandola ai carabinieri e alla Caritas, ma nemmeno quella necessaria dell’ordine pubblico. Quando i capimafia dell’immigrazione s’incontravano per i bar a Brindisi e in piazza a Crotone – e ora, s’immagina, sulla spiaggia a Lampedusa.
Il problema, lo sanno anche le pietre, è che l’Italia, il paese in questo momento in Europa a più forte flusso immigratorio, non ha una politica dell’immigrazione. Non sa di quanti immigrati ha bisogno, dove prenderli, come gestirli (integrarli). Nessuno in Europa ce l’ha, a parte la Gran Bretagna, che però da una diecina d’anni è insofferente, e mostra di subirla. La Germania, già da prima dell’unificazione, quindi da oltre vent’anni, aveva rinunciato alla politica dell’accoglienza, ostracizzando i “polacchi” e i “turchi”, dopo avere bene o male integrato gli jugoslavi, gli spagnoli e gli italiani. La Spagna, paese faro delle sinistre in Italia, ha una politica dell’immigrazione raccapricciante, con “respingimenti” di massa ed espulsioni ogni giorno a centinaia e a migliaia. Ma è dell’Italia che dobbiamo parlare.
Berlusconi, al solito, naviga a vista. Gheddafi, che vuole venire a Roma, per andare in visita dal papa e fare la pace con Israele, si riprende in cambio i clandestini che partono dalle coste libiche, e questo basta, Lampedusa potrà fare la sua stagione estiva di mare. I preti, che non hanno mai proposto e non hanno una soluzione, si fingono scandalizzati, per andare in paradiso. E si finisce che in Italia i cani hanno più diritti degli immigrati, con spese mediche deducibili per quelli di famiglia, e anche i gatti.
Il Vaticano vuole un’Italia multietnica. Dice, un assurdo nel mentre che non vuole scuole separate, arabe, islamiche. Un assurdo nel momento in cui il modello è in crisi in Gran Bretagna, che l’aveva adottato, dove ogni comunità è in armi contro la vicina. Se non è la solita malvagia disposizione a guidare il popolo sempre a mali passi. Certo, c’è il grande esempio storico degli Stati Uniti, che in questo momento sono tutti noi, grande faro di civiltà quando fa comodo, ma è meglio non aspettare duecento anni, e anzi evitare se possibile massacri, sia pure di indiani e non di negri, guerre civili, linciaggi in serie, e esecuzioni schiettamente razziste. Il Vaticano aveva adottato il multiculturalismo, dopo aver forzato l’inculturazione (neanche al Vaticano piacciono le messe vudù, con sacrifici di sangue), e ora finge di scambiarlo per multietnicismo. Che solo uno Stalin, forse, riuscirebbe a reggere.
Basta del resto lasciare il menefreghismo dei preti per sapere, si vede, ci viene detto, che il menefreghismo culturale è la non ultima delusione degli immigrati. Uno che mette in gioco la vita e il futuro non vuole ritrovare a Roma quello che con sdegno ha abbandonato al suo paese: l’esclusione sociale, il notabilato politico, lo sfruttamento delle donne, e sotto forma di carità l’indifferenza. All'ombrello dell'ipocrisia, i diritti umani. L’immigrato vorrebbe non senza ragione una pratica di soggiorno che non duri un anno e mezzo, un lavoro poco sfruttato, e possibilmente un letto in affitto non a ore, non a duecento euro al mese. L’Europa è per gli africani e gli asiatici la libertà nella dignità, non i sorrisi benedicenti.
I vescovi vogliono diritto d’asilo incondizionato. Per chi? Prosseneti, spacciatori, ambulanti? Loro lo sanno, loro non possono far finta che le folle ammassate ai porti libici, dopo quelli turchi e quelli albanesi, siano di poveri cristi che fuggono le dittature, e non invece semischiavi in mano a trafficanti di ogni bordo. Il diritto d’asilo è politico. Mentre quello che si vede, chiaro, irridente perfino, è un mercato, pagato dagli stessi schiavi. Della carne. Del letto a duecento euro, esentasse, in una camera con cinque letti, un lavandino e un gabinetto per due camere, dieci letti. O delle braccia in fabbrica e nei campi, altro che caporalato. Nonché, da venti o trenta anni ormai, degli ambulanti, per l’infinita produzione di falsi di Napoli, della Turchia e della Cina, della carne. Pagato il giusto, dicono i mercanti, giusto per pagare questa o quella protezione, dai visti alla buoncostume.
Giustizia è la Caritas
Si prenda il cardinale Tettamanzi, così sensibile alle foglie: perché non promuove una moschea decente per le centinaia di migliaia di mussulmani della sua arcidiocesi, invece di lasciarli in ginocchio sul marciapiedi a viale Jenner? Roma, per dire, senza fare storie, e senza fare la ramanzina a nessuno, gliel’ha fatta costruire e in parte gliel’ha pure finanziata - ma sospinta dalla politica. La concezione della giustizia per gli immigrati è un tozzo di pane alla Caritas. Non è affare della chiesa lo sfruttamento. Le organizzazioni che portano ogni anno in Europa questi milioni di schiavi, a pagamento. Non è cosa sua l’umiliazione delle code e delle carte infinite, per avere n permesso di soggiorno che a un lavoratore tocca di diritto. Solo i cinesi non fanno queste code, ed è inutile chiedersi perché. Non è cosa sua che centinaia di migliaia di lavoratori, milioni anche, non abbiano un contratto dopo cinque anni, dopo dieci. Compresi i tanti cristiani dell’India e del Pakistan fuggiti alla ferocia indù e mussulmana, e non possono nemmeno tornare indietro. Se tutti i camerieri in pizzeria e tutti i portieri di notte avessero un contratto la concorrenza non ne soffrirebbe, ci sarebbe più reddito distribuito, e il nuovo lavoro sarebbe nuova ricchezza – è elementare, ma certo non si può pretenderlo, i padroni guadagnerebbero meno. I diritti umani degli immigrati sono per la chiesa come quelli delle signorine che rappresentano l’Onu, a prescindere direbbe Totò. Sarà un effetto della verginità?
Senza contare il lato tutto italiano del traffico umano. Di cui Pisanu e Scajola, oltre che Maroni, non possono non sapere. Dopo venti anni di schiavismo tal quale, non c'è altro nome, i preti si fanno vivi. Si fannbo vivi quando, incapace di accogliere e integrare i nuovi schiavi come esseri umani, un governo finalmente decide almeno di interrompere il laido mercato. In tutti questi anni il Vaticano sicuramente si è chiesto, e anche i vescovi, come fanno prosseneti e dealers nigeriani, paese non confinante a anzi lontano alcune migliaia di miglia, a gestire comodamente in un ventina di città italiane i loro traffici, con migliaia di semischiavi e semischiave, a Livorno per esempio o a Genova, là dove le africane piacciono - Bagnasco, che è di Genova, sarà pure uscito qualche volta per strada: e perché non ce lo spiega, anche solo per compassione? Sa anche chi si procura, rifornisce e organizza le centinaia di migliaia di venditori ambulanti algerini, senegalesi e ghanaiani? Che vengono da tribù da secoli mercantili, ma vengono pure da enormi distanze?
Il Vaticano come il ministero dell'Interno. E se non lo sanno perché non si informano? Si controllano i telefonini di tutti, ma non quelli degli scafisti e dei loro compari a terra, dealers, magnaccia, caporali. Coraggio, Genchi, De Magistris, ancora uno sforzo.

San Violante che sanò i rimborsi in Italia

Si parla con curiosità ma con prudenza dello scandalo britannico dei rimborsi spese ai parlamentari. Luciano Violante, allora presidente della Camera, si guadagnò status e perdurante stima liberalizzando i rimborsi: non più pezze d’appoggio entro un plafond, ma un plafond senza pezze d’appoggio – più o meno a livello della retribuzione. Come dire che ogni parlamentare ha in Italia due stipendi, quello propriamente detto e uno, peraltro non tassabile, in conto rimborso spese.
Una “rivoluzione”, quella di Violante, di cui bizzarramente non c’è traccia nei volumi feroci sulle caste politiche - per una riserva politica che naturalmente non è ipocrisia.
Bisogna però dire che, con un solo peccato assunto in proprio e una volta sola, Violante ha eliminato gli incessanti peccati delle fatture false. Nonché le tentazioni, anch’esse peccaminose, di ricatto di ogni dipendente di segreteria, ancorché maschio e con la pancetta. Tanto prezioso tempo liberando degli stessi parlamentari e dei loro amorevoli collaboratori.
In Gran Bretagna peraltro lo scandalo è grande, anche se i rimborsi sono minimi, perché il paese si vuole retto. Ma non c’è spazio per lo scandalo vero: come e perché le istituzioni sono riuscite e negare per anni le cifre dei rimborsi, le istituzioni appositamente create e pagate per la pubblicità degli atti pubblici. Uno scandalo per il quale in Italia il sindacato si spende: il sindacato in Italia fa cause, costose cause amministrative, per non rendere pubblici gli atti pubblici.

Letture - 8

letterautore

Citazione - È una rassicurazione. Un ritrovarsi, sempre, necessariamente, in buona compagnia. E un riposo, pensare per procura.

Classici – Sono il luogo della libertà, basta che siano d’ieri. Della libertà dell’esercizio critico, che altrimenti è impaniato nell’attualità del testo, nellautore in carne e ossa, nell’editore (il mercato).

Dante - Dantesco è, in tutte le lingue, infernale. Inimmaginabile perché orrido. È questo in realtà Doré, se Benigni ha potuto fare di Dante un festival di Sanremo, una canzone d’amore.
È come Leopardi annota nei “Pensieri di varia filosofia, III”: “Dante è un mostro per li francesi, è un Dio per noi”.

Il grande realista concepiva la filosofia come simbolo e allegoria.
Si può anche dire, è stato detto, che ha messo in versi e introdotto nella storia i “Dialoghi dei morti” di Luciano: il genere è quello. Borges è certo che una delle fonti di Dante è la visione di Tundela – uno dei suoi “Esseri immaginari”.

È l'artefice della ripresa umanistica della tradizione filosofica occidentale della poesia come vera filosofia. È detto hedeggerianamente da Ernesto Grassi (“Heidegger e il problema dell'umanesimo”, pp. 27-28), ma è vero.

L'elegantissimo Niccolò Niccoli, che per i Medici raccoglieva codici latini, vituperava Dante per “la mancata cognizione del latino ciceroniano”, scrive Eugnio Garin (“Il Rinascimento italiano”, p. 341). Mentre Leonardo Bruni, che benché aretino è per molti il prototipo dell'umanista fiorentino, gli contesterà di non aver letto Virgilio o di non aver capito il suo latino, nonché di non saper scrivere una lettera.
Il cancelliere aretino, che fu la gioia dei latinisti, non fa testo. Altrove dice Dante superiore a Petrarca perché buon cittadino oltre che poeta. Dante si ferma a Boccaccio. Il Quattrocento lo restringe nel buco nero del Medio Evo che è venuto scavando per ricongiungersi alla latinità – ebbrezza dei codici.

Rensi nell'”Autobiografia” dice Dante in poche righe, a p. 198, “un pirronista positivista pascalianamente colorato”. Uno scettico, cioè. E lo scetticismo esito dell'individualismo: “Lo scetticismo in Italia” è “preparato dal potente individualismo di Dante, che si stacca e in certa misura si oppone alle due grandi credenze generali dell’epoca, Papato e Impero, le giudica, le critica, non vi soggiace, ma vuole modificarle secondo il proprio personale pensiero”.
Tutto si può dire.

Esilio - Céline, Gadda, Kerouac, Némirovsky, Berberova, i deplacés. Non sradicati, anzi radicati, malgrado tutto, ma a disagio “esistenziale”. Esiliati, fuggitivi.

Heidegger – Il nichilismo è tra noi, più niente di tanta ricchezza e tanto progresso se non il vuoto. Si può dirlo, anche, con semplicità – complicandolo, Heidegger lo annienta, annienta il niente. Dietro, sopra, sotto di esso prospettando profondità e anzi abissi.

Il tragico dell’esistenza (l’ineffabile, l’angoscia) è il tragico di un filosofo neo scolastico che non può dirsi.
È chiaro in Jaspers: l’esistente rimanda al trascendente, altrimenti la storia soffoca l’uomo e la filosofia è inerte.
All’origine – anche del nefas mistico di Wittgenstein – è la necessita della fede di Kierkegaard.

Immagine – Si pubblica, a fine esornativo, una foto seppia di Oreste Del Buono all’osteria. Con Alfonso Gatto e Vittorio Sereni. A un tavolo di legno si suppone traballante. Con le carte ciancicate. Il portacenere sporco di cicche. Tutto falso. L’istantanea è una posa. Curata da Federico Patellani, fotografo professionale del rotocalco “Tempo”. Di visi non invoglianti, anche quello giovanile di Oreste. Di poeti in camicia bianca e doppiopetto. Sul tavolo, con le carte, anche biglietti larghi da diecimila ciancicati, che all’osteria non usano. Di un’“osteria” che è al terzo o quarto piano di una casa borghese su un viale. E perché i peti dovrebbero giocare a carte? Sono malinconiche le foto dei poeti, benché scelte. Quelle che editori e librai inalberano su cataloghi e muri. Il bisogno è comprensibile di dare un volto alla poesia, nell’età dell’immagine. Ma perché darlo trist e falso? Si penserebbe questa 'immagine deterrente, uno scongiuro, e invece, evidentemente, “vende". La letteratura si vuole triste? In posa, falsa.

Letteratura - È piena di turpitudini. Soprattutto nelle Scritture. Nei testi e nei contesti. Si salva con le citazioni decontestualizzate, le sortes vergilianae.
Attraverso le quali, però, rovesciamenti agghiaccianti sono possibili anche nei Vangeli. L’Antico Testamento è sempre orrendo nei testi, e spesso nei contesti – personali, storici, razziali.

Pasolini - Nel 1946 aveva scritto e polito una poesia in morte del fratello Guido, nel primo anniversario dell’eccidio. Ma non l’ha pubblicata. Neanche dopo, quanto poteva pubblicare tutto – ha pubblicato anche i versi da bambino. Un opportunismo che il Pci non richiedeva.

Proust – O della pittura pop? Potrebbe essere. Se non bastano cinquecento e più pagine per dare spessore a Alberatine, che si regge unicamente sull’equivoco lei-lui, mancando il guizzo, il tratto caratterizzante, l’aneddoto, la parola chiave, il taglio, la vita, l’origine di tanta malia potrebbe essere la ripetizione. Non per calchi, per multipli. Magari nobilitata, in estenuazione, ossessione, deliquio, deragliamento, goticismo – Albertine è un fantasma.

Sciascia - È una favola che sia illuminista. Un uomo e uno scrittore che vive invece l’altra faccia della vita e della realtà, benché immerso nei libri, piena di limo e di pulsioni inconfessabili, che non l’astratta verità e il cammino retto del bene.
Molto siciliana, la favola di Sciascia illuminista. Della Sicilia che è, nella storia e nel suo voler essere, l’antitesi dell’illuminismo.

Scrivere - È un narcisismo. Disumano ma umano.

Sherlock Holmes - È un confusionario. È ingegnoso, misterioso, sorprendente, ma anche Agata Christie lo è, che però non affascina, anzi è freddissima. Sherlock Holmes, di suo, è scritto di prima stesura, asimmetrico, attaccaticcio, artigianale. È approssimativo, messo insieme con cura minima, e con l’ansia di finirla: è raccontato vivo.
Ma, poiché non dubita, è l’archetipo positivista. Per questo anche è solo: senza legami sentimentali, e senza famiglia, benché abbia un fratello. Gode anche da solo, col violino e la coca. È eroe positivista in quanto, anche con la mano sinistra, svela l’arcano. È un risolutore, certo.

Silenzio - È il modello del racconto aperto?

Storia – I maestri inglesi non hanno avuto una storia, e uno storico, prima di Gibbon, Settecento avanzato.

Tedesco - È la lingua più studiata (pensata). Come il greco antico. Per ricavarne misteri, che probabilmente non ci sono – ma il mistero è una proiezione.

letterautore@antiit.eu

A Sud del Sud - a Sud di nessun Nord (35)

Giuseppe Leuzzi

Vent’anni fa c’era il marocchino al semaforo e Milano Centro votò Lega. Oggi c’è il marocchino nella metro, e Milano Centro vuole i vagoni riservati. Le signore di Milano Centro non prendono la metro, giacché hanno l’autista. Ma in caso che.

Il Moro – Ludovico il Moro – si chiama il miglior sovrano dei milanesi.

Primo Levi, “L’altrui mestiere”, p. 25, critica “Tartarino di Tarascona” per il suo odio contro “i meridionali”. Per esempio, là dove dice: “L’uomo del Mezzogiorno non mente, si inganna… La sua menzogna non è una menzogna…, è una specie di miraggio”.
Solo gli espatriati – la diaspora – possono capire la condizione del meridionale, il meridionale del meridione non può.

La svalutazione del Meridione è nelle origini, nel plebiscito. Che si chiamò Plebiscito Meridionale. Non nazionale, unitario, italiano.
Si è annessi con disdoro. È meridionale, dirà Carlo Dionisotti in “Geografia e storia della letteratura”, p. 13, arguto certo (polemico non si può dire), l’Italia unita: “Al fondo il nobile castello della meridionale «Storia» del De Sanctis con tutt’attorno le modeste casette della meridionale «Letteratura della nuova Italia»” di Croce”. Spregevole, insomma. Manzoni non c’entra, che invece ci affligge – sarà vittima dei napoletani, anche lui.
Altre arguzie, Dionisotti è uno che si è molto divertito: il “Decamerone” è roba napoletana (p. 39), la preminenza veneta sulla letteratura toscana del Cinquecento (p.37), tutto lombardo è il Manzoni creatore, toscano è quando si mette in vacanza (pp.50-51). Del resto è come lui stesso dice all’inizio: “Fuori d’Italia si poteva anche evadere, in Italia no”. Né si può, il conformismo è totalitario.
Per Dionisotti c’è il padovano, il ferrarese, il fiorentino, e c’è il “meridionale”.

Perizie
Guido Papalia, sostituto Procuratore a Reggio Calabria, aveva capito nel 1975 che la “bistecca sintetica” era finanziaria, si volatilizzava attraverso Liquigas e altre holding finanziarie all’estero, e che nell’impianto di Saline Joniche si montavano solo vecchi tubi. Che ci sono rimasti e ancora si vedono. Ma le perizie, contabili, chimiche, finanziarie, diedero ragione al patron della Liquichimica Ursini, e Papalia chiese e subito ottenne il trasferimento. Qualche anno dopo Ursini ha lasciato il gruppo sul groppone dello Stato, per le liquidazioni e i debiti.

Calabria
Gobineau, “Sull’ineguaglianza delle razze”, trova che i calabresi hanno il viso e la conformazione corporea dei cherokee, gli indiani d’America.

Capita di rileggere Campanella, che, con tutti i suoi difetti, e malgrado le incredibili persecuzioni subite in Italia, fu “il più eclettico dei nostri filosofi, e quindi il più ricco di rapporti con la filosofia precedente e posteriore; il più radicale nello spirito riformatore e rinnovatore, e insieme il più conservatore; il più ricco di concetti che entreranno nella trama di tutto il pensiero moderno…” (G. Gentile), e sempre riserva sorprese. E ritrovarlo sintetizzato da Massimo Jevolella (sulla rivista “Meridiani”, luglio 1996): “Filosofo, mago e utopista rivoluzionario: Tommaso Campanella credette che la rivoluzione sarebbe cominciata in Calabria. Con l’aiuto dei turchi”.

Siamo in un racconto di Borges: “Lei sa fino a che punto sono rancorosi e vendicativi i calabresi”. È un racconto poliziesco a quattro mani, scritto da Borges con un amico. Il loro calabrese viene da Salerno.
È un padre cattivo, questo calabrese, di cui il figlio potrà dire la battuta chiave: “Quello che mio padre ha fatto per me non lo ha fatto nessun padre al mondo”.

In “Bella del signore”, romanzone di successo degli anni 1960, la “questione calabrese” è posta dallo spregevole amante all’amata a due terzi circa della narrazione. La questione è se, dovendo soggiacere a un altro che l’amante, per esempio a un bandito che l’avesse rapita, e per ordine del capo brigante dovesse sceglierne uno bello o uno brutto, quale dei due sceglierebbe. L’autore, Albert Cohen, non ha bisogno di dire che i briganti sono calabresi, l’identificazione è automatica. Lei dice, per sfuggire al tormento, “l’uomo brutto”. Il calabrese dell’ipotetica violenza, detto peraltro dal malvagio amante “bello”, viene descritto con calze verdi e scarpe di feltro a punta ricurva, puzzolente, grossolano, dal naso grosso. Il che sarebbe promessa di voluttà: il naso in certa cultura semitica simboleggia il pene.

“Va’ studioso nell’Italia Meridionale! Va’ in Calabria”, se vuoi sapere di greco, e quindi di poesia, di filosofia. Così Ruggero Bacone nel 1300, nella sua “Grammatica greca”, secondo John B. Trumper, il fine glottologo britannico dell’università di Calabria.
Non è vero. E' Petrarca che dà questo consiglio a un giovane ("Senili", XI, 9), e lo raccomanda a Ugo di S.Severino. In realtà il francescano Doctor Mirabilis, meraviglia di filosofo e di scienziato, peraltro morto nel 1293, consiglia, nello stesso testo citato da Trumper, di fare il viaggio in Magna Grecia, e qui particolarmente in Sicilia. Ma che la Calabria faccia aggio sulla Sicilia presso uno studioso britannico, e in un non marginale campo di studi, è lusinghiero.

I calabresi hanno sempre rapito le persone. Virgilio per esempio, che non se ne risentì. Ma quella Calabria era il Salento.

Condannato a “ber aceto forte galavrese” è l’uomo nel “Gennaio” di Cenne de la Chitarra, poeta realistico toscano del Duecento.

“Martore di Calabria” sono tra le pellicce pregiate che Rabelais pone nell’abbazia di Thélème, una sorta di casa dei folli.

In “Lelio, o il ritorno alla vita” Hector Berlioz immagina che il protagonista, all’improvviso, dopo avere aspramente redarguito un critico musicale sul palco di proscenio, uno che non si perdeva mai una rappresentazione di Berlioz ma che il compositore detestava, dichiari: “Simile compagnia, per un artista, è peggio dell’inferno, me ne vado in Calabria”. Dopodichè esce di scena e subito vi torna mascherato da brigante, naturalmente calabrese, armato, accompagnato da un coro che intona, sul ritornello della “Marsigliese”: “Berremo alle nostre donne\ Nel cranio dei loro amanti”. Dopodichè un terzo cambiamento si produce repentino: Lelio rinsavisce e, in lacrime, si dice colpito dalla speranza.
Di che non si sa. Ma è giusto, anche se all’opera si può dire tutto: è difficile giustificare i calabresi tutti cornuti e contenti, oltre che feroci.

Margherite Yourcenar ha in “Pellegrina e straniera”, il suo libro di viaggi, “le calabresi dallo sguardo infuocato”, soggetto delle cartoline illustrate.

Sudismi\sadismi 
“Contship in fuga da Gioia Tauto – Investimenti senza programmazione, peso delle cosche e concorrenza di Algeciras – Un porto che fa gola a 65 clan”. È una pagina del “Sole 24 Ore” del 19 febbraio 2006. Ma non era vero.
Il porto s’è ingrandito, Contship continua a prosperarvi, Algeciras non è concorrente, semmai Port Said. Che però non ha funzionato, e ha costretto Gioia Tauro ad assumersi già nel 2007 obiettivi di traffico al limite della sostenibilità. E 65 cosche sono troppe anche per Gioia Tauro.

Nell’Ottocento la mafia era detta camorra. Per lamentarsi dei ricatti e dei soprusi, a Milano, Roma e Palermo si parlava di camorra.

La Lega è l’orrida scoperta di essere fatti. Non manipolati, non utilizzati ma proprio costruiti, pezzo a pezzo, coi libri di scuola, i giornali, il birignao e la banca. Il Nord ha fatto il meridionale, come il puparo fa i Pulcinella, e ogni tanto lo bastona.

Finanziariamente è il Sud che ha fatto l’Italia. Con i fondi del banco di Napoli. Culturalmente pure: quanta retorica italiana al Sud.

Si potrebbe anche argomentare che il Nord non esiste, poiché il Sud non l’ha inventato. Il Sud esiste, com’è noto, perché il Nord l’ha inventato.
E dunque il Sud si dia una mossa, è un dovere civico, e un debito anche di riconoscenza, e inventi il Nord. Com’è il Nord?

La frase più famosa Garibaldi la disse a Nino Bixio: “Con le budella dell’ultimo papa impiccheremo l’ultimo re”. Mentiva Garibaldi, posava? Sì.

leuzzi@antiit.eu

domenica 17 maggio 2009

I Democratici di Capalbio, razza da proteggere

Capita di viaggiare da Reggio Calabria a Forte dei Marmi in macchina scoprendo due Italia inattese. Al Sud si tagliano boschi, si scavano gallerie, le colline e anche le montagne si trasformano in cave. Per un’opera, l’ammodernamento della superstrada Anas, che è già durata quattro anni di troppo e chissà quando finirà – dal 2013 il termine per la fine dei lavori è passato al 2017, venti anni. Senza una protesta, nemmeno accennata, di un verde, un ambientalista, un difensore della natura. Si critica anzi l’autostrada perché va per lungo tratto per valloni impervi dell’interno invece che adornare le coste.
Da Civitavecchia in poi invece bisogna pagare pedaggio. Procedere in colonna. Pagare supermulte al terribile comune di Orbetello. Sorpassare in continuazione, in terza e anche in seconda. Un tratto dove l’autostrada è semplice, e già fatta, in piano, e non vuole sventramenti. Una dorsale marittima Nord-Sud che andava completata cinquant’anni fa in parallelo con l’Autostrada del sole, per alleggerire la dorsale appenninica, ma non si può completare perché i verdi, gli ambientalisti, i difensori della natura non lo consentono. Per proteggere la Maremma, dicono. Che invece hanno occupato e sventrato con le seconde case, le villette a schiera e i villaggi turistici – poco, bisogna dire, ma i protettori dell’ambiente ce l’hanno messa tutta.
Al vertice della difesa la società di Capalbio. Che, a lungo Pci e oggi Democratica, è un caso esemplare di letteratura politica della Seconda, o Terza, Italia. O così si vorrebbe, perché ci marcia: un gruppo di persone che, loro essendo a ridosso dell’autostrada a Tarquinia, beneficiano del doppio privilegio, di arrivare venerdì rapidamente in villa e di non avere l’autostrada fra la villa e il mare. Sono un fenomeno affascinante e andrebbero protetti: si potrebbe pensare a un tratto di autostrada in mare, per salvare i loro privilegi. O a interrarla, con una lunga galleria sotto i loro possedimenti.

Malpensa terzo hub di Lufthansa

Malpensa targata Lufthansa potrebbe decollare già in autunno, in dipendenza dalla stagione estiva e, soprattutto, dalla ripresa degli affari. La compagnia tedesca ha pronte le risorse, gli aeromobili e un programma di rotte intercontinentali, per fare dello scalo varesino il suo terzo hub europeo, con Fancoforte e Monaco di Baviera (come questo sito poteva segnalare già a ottobre, "La nuova Alitalia sarà Lufthansa"). Lufthansa ha anche il vantaggio di avere con sé la Sea, l’azienda comunale milanese degli aeroporti. Mentre il rinnovato interesse della provincia di Varese per lo scalo, dopo il minacciato ridimensionamento, dovrebbe portare a soluzione rapida i residui problemi di infrastrutture – gli accessi e il costo degli stoccaggi e delle forniture di kerosene e gas.
Lufthansa punta anche sulle rotte interne italiane, il Milano-Roma e altri scali. E può perfino lamentare una discriminazione a vantaggio di Alitalia. Questo è tutto dire, al confronto, sull’operazione salvataggio Alitalia. Quarantamila azionisti, centomila obbligazionisti, tre (o quattro, o cinque) miliardi di debiti e ammortizzatori sociali speciali, a carico cioè dello Stato, e una pletora di grandi azionisti che stano lì solo per lucrare sul passaggio dell’azienda residuale a Air France. Dopo Telecom Italia il predatore Colaninno lascerà un’altra grande preda stecchita?

Ludibrio in Borsa sull'As Roma

Tanto malaffare in pubblico è indecente perfino in Italia. L’As Roma che non si può vendere, perché nessuno vuole acquistarla, ma che ogni primavera alimenta una non piccola speculazione in Borsa, sulla base delle voci più fantasiose, è roba che neppure al listino della Triade cinese verrebbe tollerata. La Consob invece è più buona: il presidente Lamberto Cardia in persona segue il caso, e consente i suoi buoni guadagni a chi neppure segretamente manovra il caso.
L’ultima notizia è una trattativa ufficiale per la cessione. Con nessun compratore, però. Ci sarebbe, forse, in Svizzera, un signor Fioranelli. Ma Fioranelli, che giornalisti fessi se non complici presentano come “fiduciario Fifa”, è un procuratore di calciatori. Uno cioè che li “vende”, al miglior offerente. E modestamente sta profittando della pubblicità per collocare il suo assistito Morgan De Sanctis, portiere peraltro bravo del Galatasaray, evidentemente in crisi di nostalgia per l’Italia. Mentre il farmaceutico Angelici, l’altro compratore, candidamente dice di essersi lasciato trasportare dall’entusiasmo di tifoso, e di non avere né i mezzi né la voglia di comprare la squadra. Lo ha detto a Cardia in persona, il quale seraficamente ne ha preso atto.
Il farmaceutico è peraltro un Angelini dei tanti della famiglia di industriali di tale nome. Come già
il Flick dei Flick della Bmw. Ma tutto questo non è illegale?